
Cisco Houston, Woody Guthrie and Jim Longhi singing to an interracial audience, possibly seamen in an NMU hall.
In Apulien, 7 – Jim Longhi
Pubblicato il 9 settembre 2012 di Anna Maria Curci
Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß
Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare
Ingeborg Bachmann, In Apulien
(traduzione di Anna Maria Curci)
Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.
La settima tappa si svolge tra Carpino e New York, dove Vincent Jim Longhi nacque nel 1916 da genitori pugliesi della provincia di Foggia – il padre di Lucera e la madre di Carpino. Questo anno 2012 ha visto l’uscita di un volume curato da Mariantonietta Di Sabato e Cosma Siani (che ho avuto la fortuna di avere come collega per diversi anni): Jim Longhi. Un italoamericano tra Woody Guthrie e Arthur Miller (Lampyris, Castelluccio dei Sauri, 2012).
Scrive Cosma Siani: «L’amicizia con Miller, durata tutta la vita, è un motivo di forte interessa verso questo autore italo-americano. Fu Longhi a narrargli la storia di un suo cliente, che divenne base della tragedia milleriana Uno sguardo dal ponte (dove il narratore Alfieri pare adombri lo stesso Longhi); e fu lui a ispirare il soggetto di un film sui portuali, in base al quale Miller e Kazan scrissero una sceneggiatura, The Hook, rifiutata da Hollywood, ma in seguito ripresa dai soli Kazan e Schulberg, e divenuta il famoso Fronte del porto. […]. L’altro motivo forte di interesse è il legame profondo e duraturo che Longhi strinse con il cantante folk Woody Guthrie. Alla morte di Longhi, la figlia Nora pubblicò sul sito del padre (www.woodyguthrie.org ) un necrologio in cui lo definiva “uno degli amici più intimi di mio padre”. Con lui e con Cisco Houston, anch’egli cantante folk, Longhi si imbarcò volontario nella marina mercantile americana durante il secondo conflitto mondiale. Anni più tardi, descrisse questa esperienza nell’unico suo libro finora pubblicato, Woody, Cisco & Me. Seamen Three in The Merchant Marine (University of Illinois Press, Urbana & Chicago, 1997). Il volume è una memoria autobiografica […]. Longhi ha tempra di vero storyteller, di affabulatore senza favola ma tutto dettagli concreti, abile nel delineare sequenze di azioni». (Cosma Siani, Longhi tra Miller e Guthrie, nel capitolo Gli autori pugliesi all’estero del volume Letteratura del Novecento in Puglia, a cura di Ettore Catalano, Progedit 2009, 478-479).
Proprio da Woody, Cisco & Me è tratto il brano che segue, nella traduzione di Mariantonietta Di Sabato e di Cosma Siani, che ringrazio per aver messo a disposizione il testo:
Jim Longhi – A cena da mamma
(Da Woody, Cisco & Me, Cap. 4)
Il tragitto in metropolitana per raggiungere il Bronx fu più lungo del solito. Suonai il campanello prima di salire, per far sapere a mamma che eravamo arrivati, e velocemente salimmo le cinque rampe di scale. Ci accolse alla porta nella più principesca delle maniere, sfoggiando il suo sorriso più smielato.
“Ma’, scusaci il ritardo!”
“Signore”, – mi ignorò, rivolgendosi a Cisco. – “Ho sentito parlare tanto di lei. Lei è il buon amico che si prenderà cura del mio Enzo! Possa Dio conservarvi in buona salute fino a cent’anni!”
“Sono onorato di conoscerla”. Cisco si inchinò quasi.
“Hai dimenticato i pasticcini?” Volse il sorriso smielato verso di me.
“Dannazione! Mi dispiace, Ma’ ”.
“Con tutto questo cibo magnifico, a chi servono i dolci?” Cisco annusò l’aria.
“A te servono! Volevo festeggiare l’amico del mio caro figlio! Venite!” Ci fece strada, oltrepassandomi, verso il salotto, dove papà, Gabrielle e mio fratello Fred ci stavano aspettando.
“Cosa ha borbottato?” bisbigliò Cisco.
“Niente. Mi ha solo dato del cretino e mi ha augurato un attacchetto di colera”.
“Con quel sorriso angelico?”
“È una massa di contraddizioni, ti dico”.
“Messa?” Mamma si rivolse a Cisco speranzosa. “Tu vai a messa?”
Cisco esitò.
“Messa un cazzo!” Papà diede a Cisco una pesante pacca sulla spalla. “Un giovanotto forte, bello, intelligente, che diavolo se ne fa della messa? Qua la mano, caro Cisco!” E gli slogò quasi la spalla con una poderosa scrollata.
Mamma borbottò qualcosa e sparì nella cucina fumante di vapori.
“Tua madre è arrabbiata?” chiese Cisco.
“Ma no”. Fred tirò fuori da una confezione un po’ di ovatta. “Ha solo chiesto al Padreterno di sbudellare la pancia atea di mio padre”. Porse a Cisco due fiocchi d’ovatta. “Mettiteli nelle orecchie se vuoi sopravvivere a questo pranzo”.
“Stronzo!” Papà strappò l’ovatta delle mani di Fred fingendosi arrabbiato. “Perché mi devi sempre prendere in giro?”
Fred era alto quanto Cisco; ci tirò a sé e tutti e tre formammo un cerchio intorno a papà, che era alto solo un metro e settantacinque. Fred diede un bacio in cima alla testa pelata di papà. “Papà, se oggi non ti comporti bene, noi tre ti prendiamo e ti mettiamo a sedere lassù, sull’armadio”. Fred aveva già bevuto un paio di bicchieri di vino, ma questo non gli aveva né appannato il luccichio degli occhi né offuscato lo sguardo intelligente del suo viso aperto e cordiale.
Nonostante le tensioni teologiche, a pranzo tutto andò a gonfie vele. “Come sono contenta che sei venuto a trovarmi, Cisco”. Mamma gli versò un’altra tazzina di caffé. “Pregherò Dio che deve proteggere te e il mio ragazzo. Tu credi in Dio, no?”
Papà venne di nuovo in soccorso di Cisco. “Niente discussioni religiose in questa casa!” Sbatté una bottiglia di vino sul tavolo. “Mangiate! Bevete! Siate felici!”
“Mussolini!” Mamma puntò rabbiosa il dito verso papà. “È proprio un Mussolini!”
“Ehi, aspetta un po’ ”. Papà si strofinò la testa pelata. “Mussolini è pelato, basso e brutto. Io sono pelato, alto e bello!”
“È lo stesso – chi è dittatore è dittatore! Cisco, pensi che è bello? Tu e mio figlio andate a combattere i dittatori, e noi abbiamo il dittatore in casa?” Cisco farfugliò; stava saggiando cosa vuol dire essere intrappolato nel fuoco incrociato d’una guerra di religione.
“Cisco, non starla a sentire!” Papà sparò la sua scarica d’un fiato. “In questa casa c’è democrazia! La legge è uguale per tutti: non si fanno discussioni religiose!”
“Hitler”. Mamma puntò il dito verso papà. “È proprio un Hitler! Non posso tenere figure di Gesù in casa mia, non posso far battezzare i miei bambini…”
“Non ricordarmi quel giorno d’infamia!”, gridò papà. “Traditrici! Quinta colonna! Gesuite!” Cisco fissava mio padre.
“Non impressionarti”. Tranquillamente Fred gli versò dell’anisetta nel caffé. “Fa così ogni volta che si ricorda del nostro battesimo”.
“Doppiogiochista!”, urlò papà a mia madre.
“Dittatore!”, gli strillò lei.
“Mia cugina Louise”, spiegai velocemente a Cisco, “rapì Fred e me quando io avevo dodici anni e ci fece battezzare”.
“Questa donna!”, papà puntò un dito accusatore verso mia madre e poi lo agitò davanti agli occhi di Cisco. “Questa donna è stata la traditrice!”
“È uno sporco dittatore!” Adesso era lei che puntava il dito accusatore verso mio padre e poi lo agitava davanti agli occhi di Cisco.
Cisco prese le dita contrapposte: “Beh, Signora Longhi, alla fin fine i suoi figli sono stati battezzati”.
“Ma troppo tardi!” Ritirò il dito. “Alcune iniezioni fanno effetto solo a qualcuno. Il battesimo funziona per il mio Freddie. Lui è un buon cattolico, ma…” e puntò il dito verso di me, “per questo figlio di puttana non funziona!”
Dal ridere, Gabrielle quasi cadde dalla sedia.
“E tu che ridi, ebrea?” Mamma cercava di trattenere le sue stesse risate.
“Basta!” Papà si alzò. “Tutti in terrazza! Dai, Cisco, suona la chitarra! Su fratelli…” cominciò a cantare l’inno socialista italiano mentre faceva strada. Mamma, a contrasto, cantava una litania in latino mentre lo seguiva lungo le scale.
“Cosa sta salmodiando?”, mi chiese Cisco mentre ci univamo alla processione.
“Sta dicendo nel suo latino ‘A tutti i suoi fottuti antenati – i morti e gli stramorti’ ”.
Ci sedemmo sulla terrazza a parlare, cantare e pian piano riprenderci dal pantagruelico pranzo di mamma. Papà e mamma raccontarono fatti dell’Italia. Cisco ci raccontò della California e di sua madre e sua sorella. […] Parlammo di tutto tranne che della guerra, finché venne l’ora di andare.
Papà disse, “Restate finché sorge la luna”.
Restammo, ma cambiò lo stato d’animo. Cisco cantò delle canzoni malinconiche come un mesto trovatore d’altri tempi, e mamma cantò delle antiche ninnananne.
Fred mi tirò da parte. “Devi stare attento – d’accordo?” Aveva gli occhi lucidi.
“E non dimenticare di guardare su e giù quando attraversi l’oceano”. Fred faceva una battuta di famiglia: quando eravamo bambini, mia madre mi raccomandava di guardare su e giù prima di attraversare la strada. Io eseguivo gli ordini di mia madre alla lettera. Non attraversavo se prima non avevo guardato su e giù: su al cielo e giù al marciapiedi. Fred mi mise in mano dieci dollari. “Tieni, per il tuo viaggio inaugurale. Volevo comprare una bottiglia di champagne da romperti in testa, ma ho pensato che avresti preferito i soldi”. Tentai di restituirglieli. “Prendili”, disse. “Noi riformati dell’esercito faremo fortuna con questa guerra”. Mi abbracciò forte, e io sentii la sua guancia umida sulla mia.
Papà mi salutò come un maresciallo che comanda l’esercitazione: “Forza e coraggio! Scrivi ogni settimana! Sii uomo!” Solo quando ci abbracciammo, la sua voce si incrinò. “Ricordati che ti vogliamo bene”.
L’addio di mia madre fu sorprendentemente freddo – le tre raffiche di dialetto napoletano che mi indirizzava sempre quando dovevo lasciare casa per più di un giorno. Erano come raffiche di mitragliatrice che mi trapassavano la schiena, e io facevo sempre la sceneggiata di incespicare come ferito a morte. Ma questa volta lo fece quando andai ad abbracciarla. Prima raffica: “Mit-tit-tu-ca-pott!” (Mettiti il cappotto!). Mi colpì alle viscere, e mi piegai in due. Seconda raffica: “Mas-ti-ca-bone!” (Mastica bene il cibo!). Incespicai verso di lei. Terza raffica: “Stat-ta-kort!” (Stai sempre attento). Le caddi in braccio. Nel baciarci mi fece scivolare in mano una medaglia. “Portala per me”, mi bisbigliò all’orecchio. “San Michele ti proteggerà”.
Gabrielle e io ci salutammo da soli fino a prima mattina, quando lei andò all’Empire State Building e io tornai all’arsenale galleggiante che mi aspettava a Red Hook.
(traduzione di Mariantonietta Di Sabato e Cosma Siani)
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«Vincent Jim Longhi nacque a New York nel 1916 da genitori pugliesi della provincia di Foggia – il padre di Lucera e la madre di Carpino – emigrati nove anni prima negli Stati Uniti, dove si conobbero e si sposarono. Jim si laureò in legge alla Columbia University, dopodiché ebbe un percorso di vita e di lavoro quanto mai imprevedibile, e perfino bizzarro: fu avvocato, sindacalista e politico, ma anche pugile, commerciante di calze da donna, soldato nella marina mercantile americana, cantante, e poi divenne anche scrittore e drammaturgo. Durante la seconda guerra mondiale si arruolò nella Marina Mercantile quasi costretto dai suoi amici Cisco Houston e Woody Guthrie, con i quali cantava e suonava la chitarra per intrattenere le truppe sulla nave a cui erano stati destinati. Longhi riporterà l’esperienza della guerra e dell’amicizia con i due cantanti folk molti anni dopo, nel 1997, nel suo unico romanzo, un’autobiografia intitolata Woody, Cisco & Me. Seamen Three in The Merchant Marine. È un racconto di coraggio e stenti, di sacrifici e di noia, di vita e di morte, in cui Longhi rivive, alternando ricordi allegri e infelici, il periodo passato in mare durante la guerra. Secondo la rivista americana “Publisher’s Weekly” il vero significato di questo romanzo di memorie sta nel fervente patriottismo della seconda guerra mondiale. Sia come sia, quest’opera valse a Longhi, nel 1998, il premio “The Independent Publisher Award” come miglior autobiografia. Finita la guerra Longhi riprese la sua attività di avvocato e divenne portavoce dei portuali di Brooklyn che, come lui stesso mi ha detto nel corso di una delle nostre conversazioni telefoniche, “erano trattati come bestie e la mafia controllava tutto”. […] Dopo molti tentativi falliti di una organizzazione sindacale dei portuali, nel 1946 Longhi si candidò al Congresso, mancando l’elezione per poche migliaia di voti. Nel 1948 ci riprovò, ma, come racconta Miller nella sua autobiografia, la sua eloquenza non sarebbe bastata per scalzare il suo avversario Rooney; era necessario “qualcosa di tanto grandioso da essere irrefutabile”. Longhi ebbe un’idea: si sarebbe recato in Sicilia e in Calabria a visitare le famiglie dei portuali di Brooklyn portando di persona i loro saluti in America, così da poter ottenere in cambio il voto, Miller lo accompagnò». (da: Mariantonietta Di Sabato, Un autore italoamericano: Jim Longhi, in “Frontiere”, Anno VI, numero 13, giugno 2006, pp. 4-9; il brano riportato è alle pagine 6-7). Jim Longhi è morto a New York il 23 novembre 2006.
Nella canzone Seamen Three, Woody Guthrie racconta l’esperienza narrata da Jim Longhi nella sua opera:
Seamen Three
Words and Music by Woody Guthrie
Copertina de libro “Woody, Cisco & Me”
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Shipped out to beat the fascists
Across the land and sea.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We outsung all o’ you Nazis
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We talked up for the NMU
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Outsung all o’ you finks and ginks
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Worked to haul that TNT
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
If you ever saw one you’d see all three
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Torpedoed twice and robbed with dice
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Not many pretty lasses did we miss
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Ocean’s still a-ringin’ with songs we sung
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We fight and sing for the Willy McGhees
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Keep a-fightin’ and a-singin’ till the world gets free
Across my lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Gonna keep workin’ and a-fightin’ for peace
Across my lands and seas.
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Zitani Rosa, nata il primo maggio del 1887 a Carpino, all’eta di 19 anni parte da Napoli ed arriva a Newyork con la Montevideo l’11 Apr 1907 insieme a suo fratello Michelantonio e sua sorella Raffaela. Ad accoglierli all’Ellis island è un altro loro fratello Francesco Zitani.
Destinazione Hoboken un comune situato sulla riva occidentale del fiume Hudson di fronte a Manhattan. Ma qualcosa non deve essere andata bene perchè Rosa Zitani il 12 novembre del 1907 sbarca nuovamente all’Ellis island con sua sorella Maria questa volta ad accoglierli c’è loro padre Giuseppe Longhi.
Il 29 ottobre del 1914 si sposa con Giuseppe Longhi nato a Lucera il 12 ottobre del 1884 e vanno a vivere nel Bronx al 710 E. 187th St.
Dai due, il 16 aprile del 1916, nasce Vincent e, il 10 agosto 1918, Alfred.
Rosa Zitani diventa cittadina americana il 13 gennaio del 1928 con certificato numero 2698540 ed è classificata come casalinga.
http://www.ciscohouston.com/books/longhi.shtml
http://www.ciscohouston.com/books/longhi_2.shtml
http://www.ciscohouston.com/books/longhi_3.shtml
http://www.woodyguthrie.org/norasnews/nn20061122.htm
http://www.poetidelparco.it/9_366_Vincent-Jim-Longhi-tra-Carpino-e-New-York-a-Gargano-Letteratura.html
http://www.legacy.com/guestbooks/nytimes/guestbook.aspx?n=vincent-longhi&pid=20031127&view=1

Il repertorio di Marchianò ci permette di gettare altre occhiate in questi primordi della produzione vernacola di Capitanata. Marchianò non mirava propriamente alla poesia in dialetto ma al patrimonio popolare. Calabrese (Macchia Albanese, Cosenza, 1860-Foggia 1921) dal 1894 insegnante di latino e greco al liceo “Lanza” di Foggia, si occupò dell’origine della favola greca, di tradizioni popolari albanesi, di etnografia e lingua traco-illirica, parte dei quali interessi ebbe sbocco a stampa (Marchianò 1984: XI-XII).
Stando a Foggia, andò raccogliendo testimonianze popolari relative ai comuni della provincia. Ne risultò un voluminoso manoscritto che antologizzava sia “Canzoni e poesie”, sia “Proverbi” da ben sedici località, postillato con cura dal raccoglitore, e pubblicato postumo solo nel 1984. Marchianò si servì di informatori e trascrittori residenti sui luoghi, e scrupolosamente ne annota i nomi e il contributo; si trattava a volte degli stessi autori dei componimenti, i quali ultimi appaiono specificati come tali (“componimento di…”); altre volte l’autore è dato come probabile (nella mia sintesi alla nota 1 ho segnalato tale incertezza con un punto interrogativo).
Nei casi di autore identificato come certo o probabile, è ragionevole pensare a un periodo di composizione esteso fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento. Ci troviamo di fronte a una fase antica della poesia dauna e ad autori non sappiamo se di raccolte o di versi sporadici. L’unico che, incluso da Marchianò, compaia anche in un altro repertorio (Sorrenti) è Filippo Bellizzi di Foggia; non solo, ma Sorrenti riporta lo stesso testo che troviamo in Marchianò, “N’or de notte (de vierne)”(Marchianò 1984: 7-10, Sorrenti 1962: 238-40. Le due versioni sembrerebbero attinte a fonti diverse, o manipolate dai curatori, perché presentano varianti (nella grafia e nella divisione in strofe). La versione Marchianò è data come stesura d’autore (tranne i versi 2-10, indicati come popolari), ed è definita canzonetta non popolare “ma popolareggiante composta da Filippo Bellizzi nel 1892” (postilla di Marchianò, p. 7). Un’altra composizione attribuita come probabile a F. Bellizzi si trova alle pp. 86-88, che riportano canti da San Marco in Lamis; a pag. xv l’anonimo prefatore del volume postumo di Marchianò dice: “La raccolta sammarchese si chiude con le Canzoni d’amore raccolte dal dialettologo foggiano F. Bellizzi, che le ha trascritte in maniera assai soddisfacente” (ma a dire il vero la trascrizione suona ben poco sammarchese).), bozzetto di paese con tipi di paese: campane, fruttivendoli, venditori ambulanti di scagliuzzi10. A fronte di tale mondo di Bellizzi, più vivace sembra quello della conterranea Elisa Giordano, attestato in un bozzetto a sfondo politico, “U suggialisto e la mugliera” (Marchianò 1984: 11), il cui argomento fa pensare, ma alla lontana e per contrario, al suo contemporaneo garganico Napolitano.
Scorrendo gli altri testi d’autore raccolti da Marchianò, ci imbattiamo in registri diversificati. M. Piccolo di Candela compone un canto rituale della Pasquetta riecheggiante le tradizionali strofette di Ognissanti che si cantano alla porta dei paesani per questuare cibo. Canti politici, databili ai primi del Novecento, troviamo a Deliceto, dove Gerardo De Stasio, “contadino”, firma una elementare “Satira” in cui contrappone l’operato della lega dei contadini alle malversazioni dei “camurriste” del consiglio comunale: Tutt’il poplë s’è riunito;
Una lega s’è formata,
Li signurë sonnë sdegnatë,
Ce la voglion fa sërrà.
(Marchianò 1984: 26).
[Tutto il popolo si è unito; / si è formata una lega, / i signori sono arrabbiati, / ce la
vogliono far chiudere. Trad. C. Siani.]
Toni ingenuamente arcadici troviamo in una serenata di Francesco Consiglio
a Panni, “Ngilella mia!”:
Lu riscignuolë ritorna a li vaddunë,
’Ncantà cu lu cantë sui ri campagnë;
E sgrezzà tutta la notte cu la lun,
Ch’eja bella com’a tè, Ngilella mia.
(Marchianò 1984: 41)
[L’usignolo ritorna nelle valli, / incanta i campi con il suo canto; / e scherza tutta la notte con la luna, / che è bella come te, mio bell’Angelo. Trad. C. Siani.]
Un allievo di Trinitapoli, Antonio Lionetti di Francesco, dedica al prof. Marchianò semplici strofette per il suo onomastico “in segno di stima”, datate 1909. E sono questi tutti gli autori di nostro interesse con certezza identificati nel pionieristico zibaldone di Michele Marchianò (Complessivamente, il lavoro raccoglie materiale da sette comuni garganici (San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Sannicandro, Monte Sant’Angelo, Carpino, Ischitella, Rodi) e otto comuni del Tavoliere e Subappennino (Foggia, Candela, Deliceto, Bovino, Monteleone, Panni, Trinitapoli, Troia). Il materiale più abbondante quanto a “Canzoni e poesie” viene da San Marco in Lamis, grazie largamente – si può supporre – alle presenza di Giustiniano Serrilli, informatore di Marchianò, e primo in Gargano e forse in Capitanata a pubblicare una raccolta dialettale, nel 1907 (Siani 2002: 13-15). Lo stesso per la sezione “Proverbi”, con un repertorio di 229 testi da San Marco, rispetto agli 8 da Foggia, 14 da Sannicandro, 45 da Monte, 52 da San Giovanni, 25 da Rodi, 9 da Monteleone.).
5. Il repertorio di Marchianò ci dà dunque idea d’una vaga fase originaria della poesia dauna, collocabile alla seconda metà dell’Ottocento. Nell’ambito di tali origini, non sarà fuori luogo ricordare di sfuggita l’episodio interessante della traduzione in vernacolo foggiano d’una breve novella del Boccaccio – cosa che in fondo rientra nel clima di albori dell’esercizio poetico in Capitanata –. È la versione della IX novella della prima giornata, quella del re di Cipri, dovuta al foggiano Giuseppe Villani Marchesani (1818-1897). Villani la effettuò nel 1874 su richiesta del lessicografo Pietro Fanfani, “suo amicissimo, che volle tentare in quell’epoca uno studio comparato su tutti i dialetti del regno”, e la si può leggere riprodotta nel repertorio di un altro Villani (1904: 1156-57).
Vengono tradotti i soli tre capoversi della storia in sé, ed è versione spigliata e vivace, e forse andrebbe studiata più estesamente: “[una gentil donna] da alcuni scelerati uomini villanamente fu oltraggiata”, “certe malazzionante se l’arrunzareno a la vastasegna”; “anzi infinite con vituperevole viltà a lui fattene sosteneva”, “ma se surchia quille ca le fanno a isso stesso, ca si uno lu piscia ’ncapo, manco se ne ncarica”; “rigidissimo persecutore divenne”, “addeventaje cume nu Rode”.
COSMA SIANI – La poesia dialettale in provincia di foggia tra tavoliere e subappenino dauno.
Fai clic per accedere a 02.Siani.pdf





Michele MARCHIANO’
Testi popolari di Capitanata. Canzoni, poesie e proverbi raccolti da Michele Marchianò, con appendice lessicale di Pasquale Piemontese. Foggia, Atlantica, 1984. 248 p.
L’attento raccoglitore di tanto prezioso materiale, edito nella collana “Fondi della Biblioteca Provinciale” e conservato sinora inedito tra i manoscritti dell’istituto culturale foggiano, è stato quel Michele Marchianò, illustre figura di studioso di letteratura greca antica ed albanese, originario di Cosenza, dove era nato nel 1860, il quale ebbe modo di avvicinarsi al dialetto ed alla poesia popolare dauna quando, nel 1894, giunse a Foggia, come docente di latino e greco presso il Liceo Classico “Vincenzo Lanza”. Da allora sino alla morte che lo colse l’otto dicembre 1921, non cessò mai di studiare le caratteristiche peculiari della produzione letteraria popolare della Capitanata e di raccoglierne appassionatamente gli esempi più illustri e significativi. Non è, quindi, un caso che i suoi Testi, ora, per la prima volta, pubblicati, contengano la documentazione più abbondante ed esemplare su quei fermenti culturali che, tra fine Ottocente primi del Novecento, presero a manifestarsi in alcune località della Capitanata dal Marchianò giudicate, nella sua analisi, i centri più vivacemente interessati dalla produzione folklorica di canti, poesie e proverbi.
In questa sua antologia, pertanto, si passa dai versi dei foggiani Filippo Bellizzi ed Elisa Giordano a quelli del Piccolo di Candela; alle poesie di Gerardo De Stasio e Consalvo di Taranto di Deliceto; ai componimenti del Pironti di Bovino; ai proverbi raccolti da un non meglio identificato “Lallino” di Monteleone di Puglia; alle sestine di Laurino di Troia; alle quartine di Antonio Lionetti di Trinitapoli; ai sonetti scritti da Francesco Mercaldi di San Giovanni Rotondo; alle strofe composte in dialetto sammarchese da Antonio Calvitto e Giustiniano Serrilli; ai proverbi sannicandresi raccolti da Giovanni Vocino; a quelli di Monte Sant’Angelo trascritti da Giuseppe d’Errico e Giuseppe Fischetti; alle ottave in endecasillabi di Carpino e di Ischitella conservate, rispettivamente, da Francesco Di Lella e Luigi Capuano; alle strofe di Rodi Garganico e Peschici trascritte, le prime, dal De Nunzio e dal Ruggiero, e le seconde da Achille Della Torre.
Una rassegna, dunque, questa del Marchianò, assai vasta e significativa, nella quale Foggia e la sua provincia sono ben rappresentate per quanto concerne la cultura popolare e le tradizioni più profondamente radicate nella vita quotidiana della gente: ha fatto, quindi, bene l’Amministrazione Provinciale di Capitanata a patrocinare la pubblicazione e ad inserirla nel suo progetto di ricostruzione e documentazione storico-culturale del territorio.
Il lavoro già di per sè interessante si completa, poi, con una appendice lessicale curata da Pasquale Piemontese, nella quale le voci dialettali più interessanti, riprodotte con scrupolo scientifico adottando correttamente i segni diacritici, vengono linguisticamente segnalate, esaminate e classificate, paese per paese, con l’indicazione delle variazioni lessicali che subiscono, di volta in volta, nei vari centri della Provincia.
Fai clic per accedere a 1984-85.pdf





Regia di Maurizio Sciarra diretto da Maurizio Sciarra, prodotto da Fandango e Raitre, digitalizzato da MAD – Memorie Audiovisive della Daunia
Con Eugenio Bennato e i Cantori di Carpino
Andrea ha 89 anni, Antonio 80 e il più giovane, Antonio, 78. Tre cantanti di Carpino in provincia di Foggia. Tutti e tre lavorano nei campi e pascolano il bestiame, ma si sono sempre considerati dei cantanti di serenate, hanno composto e cantato sonetti che, secondo loro, “fanno innamorare”.
Il caso vuole che un giovane musicista di successo, Eugenio Bennato, senta un vecchio nastro registrato da un antropologo: “L’importante nella vita è avere una pista da seguire. Io la mia pista ce l’ho. Una pista musicale. Southern Italy and Islands. Un luogo lontanissimo. Perchè per noi ragazzi degli anni ’70 erano molto più vicine Memphis, Kingston in Giamaica, l’Africa, Woodstock. E invece questo Sud Italia era lontanissimo, questa Italia del sud con la sua musica sconosciuta, misteriosa. E questi luoghi così poco esotici, perlomeno dal nome, come Carpino. Questa è l’ultima salita che porta al paese. Era il ’72, venivo da Napoli, e il primo impatto con questa realtà così diversa era un mulo, che in controluce al tramonto saliva, in groppa un cavaliere seduto tipicamente alla carpinese, di lato, forse a tracolla aveva una chitarra battente. In ogni caso, questo andamento del mulo, questa scena, era già musica. Aveva un suo ritmo. Era una sorta di preavviso di Tarantella del Gargano.”
E nel centro del film s’intreccia un’altra storia: quella di tre teenager di Carpino che sciolgono il loro gruppo di punk-rock per seguire i tre cantanti, attratti dalla forza pura della tarantella.
Eccoli imparare la vecchia canzone. Un giorno saranno i cantanti di Carpino. Senza pretese o intellettualismi, i tre ragazzi disoccupati hanno riscoperto il significato della tarantella, l’antico ritmo nato come una danza che guarisce attraverso l’estasi. “È più forte di qualsiasi altra cosa, ti ipnotizza, ti cura”, dicono loro.
Nota/EDT 2012, pp. 144, Euro 25,00 Libro con 2 Cd
Allievo e collaboratore di Roberto Leydi nonché presidente e fondatore del Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata, Salvatore Villani, è da oltre trent’anni impegnato in una rigorosa ricerca sul campo sulle tradizioni musicali di Carpino (Fg). Part
LEGGE REGIONALE 22 ottobre 2012, n. 30
Art. 1 La Regione Puglia, in attuazione della convenzione Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, tutela e valorizza la memoria culturale delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale storicamente originatesi o attestatesi nei suoi territori e contribuisce allo sviluppo della pratica musicale promuovendo iniziative e facilitandone l’esercizio, al fine di garantirne la più ampia diffusione nell’ambito delle comunità locali.
Art. 2 Programma pluriennale di intervento
1. Al fine di coordinare in un quadro programmatico organico gli interventi regionali nel settore, la Giunta regionale, previo parere della Commissione consiliare competente, approva il programma triennale integrato di interventi nel settore della musica popolare e indica le risorse finanziarie da stanziare nei bilanci annuali di previsione in apposito capitolo di spesa.
Art. 3 Albo regionale
1. La Regione provvede a istituire un settore dell’albo regionale previsto dall’articolo 8 della legge regionale 29 aprile 2004, n. 6 (Norme organiche in materia di spettacolo e norme di disciplina transitoria delle attività culturali), a cui possono iscriversi i soggetti, costituiti in qualsiasi forma giuridica e senza scopo di lucro, che svolgano attività di musica e di danza popolare.
2. I requisiti e le procedure di iscrizione e di aggiornamento del predetto settore dell’Albo Regionale sono definiti con integrazione al regolamento regionale 13 aprile 2007, n. 11 (Regolamento delle attività in materia di spettacolo – legge regionale 29 aprile 2004, n. 6 – modalità e procedure di attuazione).
Art. 4 Contributi a favore di gruppi, associazioni e fondazioni
1. La Regione, sulla base della programmazione pluriennale di cui all’articolo 2, concede annualmente, in base alle risorse disponibili, contributi in favore dei gruppi, delle associazioni iscritte all’albo regionale di cui all’articolo 3 e delle fondazioni per:
a) l’acquisto, il miglioramento e il completamento di attrezzature musicali fisse e mobili, nella misura massima del 20 per cento della spesa ritenuta ammissibile;
b) lo svolgimento di attività culturali e di spettacolo fuori dai confini regionali, nella misura massima del 20 per cento della spesa ritenuta ammissibile;
c) la realizzazione di percorsi di formazione e approfondimento della conoscenza delle pratiche musicali e coreutiche tradizionali, con particolare attenzione al coinvolgimento degli anziani depositari dei saperi tradizionali, nella misura massima del 50 per cento della spesa ritenuta ammissibile;
d) la realizzazione di cd e dvd contenenti produzioni musicali originali dei gruppi, nella misura massima del 20 per cento della spesa ritenuta ammissibile.
Art. 5 Contributi a favore di enti locali
1. La Regione, sulla base della programmazione pluriennale di cui all’articolo 2, concede annualmente, in base alle risorse disponibili, contributi in favore degli enti locali singoli o associati per:
a) la realizzazione di archivi e biblioteche multimediali specializzati, anche a partire da percorsi di ricerca sul campo, in coordinamento e connessione con il sistema archivistico regionale e il sistema bibliotecario regionale, nella misura massima del 50 per cento della spesa ritenuta ammissibile;
b) la realizzazione di festival, raduni e analoghe iniziative di spettacolo nel campo delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale, anche in collaborazione con i soggetti associazionistici e privati operanti nel settore, nella misura massima del 30 per cento della spesa ritenuta ammissibile.
Art. 6 Contributi a favore dell’editoria specializzata
1. La Regione, sulla base della programmazione pluriennale di cui all’articolo 3, concede annualmente, in base alle risorse disponibili, contributi in favore di case editrici ed etichette discografiche per la pubblicazione di studi e ricerche nel campo delle tradizioni musicali e coreutiche della Puglia, con particolare attenzione alle opere multimediali che consentono l’ascolto diretto di registrazioni di interesse storico e risultato di ricerche di carattere antropologico, etnomusicologico ed etnocoreologico.
Art. 7 Adempimenti dei soggetti richiedenti i contributi
1. Entro il 30 novembre dell’anno precedente quello cui si riferisce l’attività, i soggetti iscritti all’albo regionale di cui all’articolo 3 devono presentare domanda, a mezzo raccomandata con AR, al Servizio regionale competente dalla quale risulti:
a) l’esatta denominazione e i dati fiscali del soggetto istante, la sede legale e organizzativa e il legale rappresentante;
b) il programma di attività dell’anno successivo a quello di presentazione della domanda ed eventualmente quelli di valenza pluriennale;
c) i preventivi di spesa articolati secondo quanto stabilito dall’articolo 4 al fine di valutare le relative ammissibilità ai contributi.
2. Entro il 30 novembre dell’anno precedente quello cui si riferisce l’attività, gli enti locali singoli o associati devono presentare domanda, a mezzo raccomandata con AR, al Servizio regionale competente dalla quale risulti:
a) l’esatta denominazione e i dati fiscali dell’ente, la sede legale e il legale rappresentante;
b) il progetto che si intende realizzare nell’anno successivo a quello di presentazione della domanda;
c) i preventivi di spesa articolati secondo quanto stabilito dall’articolo 5, al fine di valutare le relative ammissibilità ai contributi.
3. Entro il 30 novembre dell’anno precedente quello cui si riferisce l’attività, le case editrici e le etichette discografiche devono presentare domanda, a mezzo raccomanda con AR, al Servizio regionale competente dalla quale risulti:
a) l’esatta denominazione e i dati fiscali del soggetto istante, la sede legale e il legale rappresentante;
b) il progetto che si intende realizzare nell’anno successivo a quello di presentazione della domanda;
c) i preventivi di spesa articolati secondo quanto stabilito dall’articolo 6 al fine di valutare le relative ammissibilità ai contributi.
4. Ai fini del rispetto del termine di cui al comma 3 fa fede la data del timbro postale di spedizione.
5. Ciascun soggetto può presentare una sola domanda a valere sulla presente legge.
Art. 8 Adempimenti della Regione
1. Entro il 31 maggio di ogni anno la Giunta regionale approva, in base alle risorse disponibili, il piano annuale di attribuzione dei contributi ai soggetti che abbiano presentato regolare domanda con la richiesta documentazione di cui all’articolo 7.
2. La Regione, attraverso i propri uffici o delegando tale incarico ai Comuni, può svolgere la funzione amministrativa di controllo e la vigilanza sull’attuazione dei piani e dei programmi.
Art. 9 Divieto cumulabilità contributi
1. I soggetti iscritti all’albo dello spettacolo a norma della l.r. 6/2004, nonché i soggetti pubblici e privati che fruiscono di finanziamenti a qualsiasi titolo erogati in attuazione della l.r. 6/2004, anche a valere su fondi statali e dell’UE, non possono fruire dei benefici di cui alla presente legge.
Art. 10 Vincolo di destinazione dei contributi
1. I contributi di cui alla presente legge sono erogati per le finalità di cui agli articoli 4, 5 e 6 e non possono essere utilizzati per altre finalità.
2. I soggetti beneficiari, entro il 10 giugno dell’anno successivo, devono presentare il rendiconto consuntivo dell’attività finanziata, dal quale risulti anche ogni altro contributo eventualmente percepito a sostegno della stessa attività.
Art. 11 Finanziamento degli interventi
1. Agli oneri derivanti dalla presente legge si provvede con l’istituzione nel bilancio regionale autonomo dell’esercizio finanziario 2012, nell’ambito della UPB 4.1.1., dei seguenti capitoli di spesa:
a) n. 813071 “Contributi in favore di gruppi, associazioni e fondazioni per interventi regionali di tutela e valorizzazione delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale. Art. 4 l.r. n. 30 del 22/10/2012”, con una dotazione finanziaria per l’esercizio finanziario 2012, in termini di competenza e cassa, di euro 15 mila;
b) n. 813072 “Contributi in favore di enti locali per interventi regionali di tutela e valorizzazione delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale. Art. 5 l.r. n. 30 del 22/10/2012 ”, con una dotazione finanziaria per l’esercizio finanziario 2012, in termini di competenza e cassa, di euro 20 mila;
c) n. 813073 “Contributi in favore dell’editoria specializzata per interventi regionali di tutela e valorizzazione delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale. Art. 6 l.r. n. 30 del 22/10/2012 ”, con una dotazione finanziaria per l’esercizio finanziario 2012, in termini di competenza e cassa, di euro 15 mila.
2. Per l’anno 2012 i nuovi capitoli di spesa di cui al comma 1 sono finanziati con prelevamento della somma complessiva di euro 50 mila dal capitolo 1110070, UPB 6.2.1., denominato “Fondo globale per il finanziamento di leggi regionali di spesa corrente in corso di adozione”.
3. Per gli esercizi successivi si provvede nei limiti degli stanziamenti previsti dalle leggi di bilancio annuali e pluriennali.
La presente legge è pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione ai sensi e per gli effetti dell’art. 53, comma 1 della L.R. 12/05/2004, n° 7 “Statuto della Regione Puglia”. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e farla osservare come legge della Regione Puglia.
Data a Bari, addì 22 ottobre 2012
VENDOLA
Stazione di San Severo, il mio viaggio nel mondo reale è quasi concluso ma quello vero ancora non inizia.
A cura di Domenico Sergio Antonacci
Scendo dall’Intercity e mi intrufolo in un trenino dipinto con i colori del Gargano, Peschici, falesie, mare… Quasi potrebbe sembrare la solita cartolina turistica enfatizzata nei contrasti dei colori, ma io so che il Gargano è quello.
Sembra di essere tornati nel passato, il treno parte, trema tutto… stiamo per decollare? Sì, il “Monte Gargano” con la sua mole massiccia si avvicina, i binari iniziano a salire, il treno si inerpica, si sale! Leggo da qualche parte “San Marco in Lamis, San Nicandro, San Giovanni Rotondo, Monte Sant’Angelo…” … Tutti questi santi… Subito capisco che questa è una terra benedetta, toccata da Dio e dal suo Arcangelo Michele il cui ricordo giace nelle grotte, nelle valli, nei boschi e nei monti che riportano il nome di Mikael. Scorgo paesaggi carsici, il Gargano contiene ancora molti segreti sotto terra.
Sento ritmi familiari, tamburelli e corde di chitarra battente pizzicate. Come un segugio mi alzo e “vado a caccia”. Scopro che sono nel mezzo di uno spettacolo, “Cantar viaggiando, una valigia di ricordi”, un viaggio slow intorno al tema dell’emigrazione, e questo non è un treno normale ma il treno che Ferrovie del Gargano ha messo a disposizione del Carpino Folk Festival, una manifestazione “glocale”, partita quasi venti anni fa dalla mente di Rocco Draicchio e consegnata poi nelle mani di alcuni giovani carpinesi che con orgoglio e vivacità hanno fatto sentire la loro voce prima in Puglia, poi in Italia. Ora la tarantella del Gargano è cantata in tutto il mondo, obiettivo riuscito?
Il biglietto costa 1€ e ti accompagna verso dimensioni che non immagini. Prendo un piatto di fave bagnate da abbondante olio d’oliva, mi dicono che tutto è rigorosamente “made in Carpino”, questa terra fa miracoli, sono in paradiso… Ed io che non ci credevo quasi più! Di tanto in tanto mi ricordo di essere su un treno. All’improvviso il paesaggio si apre, come un tendone che copre la scena in un teatro, e vedo uno specchio d’acqua, è il Varano, poi una pianura di fitti ulivi che sembra non finire mai… Carpino!
Eccomi a Carpino. Sono arrivato, sono qui per sentire le mie origini, per ascoltare, e forse, capirle, capire chi erano i miei avi, come vivevano; e lo ascolto nelle parole di Matteo Scanzuso, Antonio Piccininno, Mike Maccarone. Nei loro canti è concentrata l’essenza del passato di una terra mai fortunata, una terra avara d’acqua e abbondante di sole.
Inizia a battere il ritmo, lo sento, gli vado incontro e sono in Piazza del Popolo. Ma la festa non è qui. Sento corde pizzicate, rimbombi di tamburelli, li seguo e arrivo nel centro storico dove scorgo un gruppetto di persone in cerchio… ma cosa fanno? Mi avvicino, è una visita guidata nei vicoli e vicoletti del paese, mi regalano una bellissima mappa con i nomi dei quartieri in dialetto, e c’è ancora altro ma non ho tempo di leggere ora: “lu vuccul”, la “lamj d P’lat”, “la Fica ner”… l’elenco non finisce mai, meno male che il paese è piccolo. Qui ogni angolo trasuda di storia, dai normanni fino ad oggi. Arriviamo all’epilogo della visita, il castello, la torre circolare…
Tra questi vicoletti avevo perso il senso dell’orientamento, la mia bussola fisiologica era impazzita, credevo quasi di essere dall’altra parte dell’Adriatico tanto la differenza delle architetture è sottile.
Torniamo dove si canta e si balla, accompagniamo il vecchio cantore 96enne con una “chitarra battente”, un tamburello e un paio di nacchere, canti d’amore che narrano la vita quotidiana di un tempo. Gli occhi di Antonio Piccininno raccontano tanto, lucidi, raccontano quelle infinite camminate con le pecore dell’infanzia. Il suono di quella “speciale chitarra” sembra essere quasi nato in quelle vie tanto è l’atmosfera armoniosa, ma al tempo stesso scatenata, nei piedi nudi delle ragazze che li battono, e ancora li battono a terra.
Solo attenzione, ascolto, divertimento interessato… E’ cultura pura, è spirito giovanile sincero, è passione… quella vera.
Non ci si stanca mai a Carpino, la notte è infinita, la voce e l’energia per ballare e cantare anche. E poi il vino non manca mai: come succedeva nel rito per esorcizzare la tarantata, lo si porta a cantori e suonatori, non deve mancare mai, così come il pane e quelle miracolose e benedette fave.
Quando si creano quei cerchi di suono, canto e danza, la gente vi si accalca intorno e si fa come a gara di chi riesce a mettere l’orecchio più vicino come per catturare qualcosa… ma cosa? C’è una qualche essenza che ancora non scopro sotto questo lampione dalla luce fioca al suono ritmato del tamburello. L’aria ti prende, ti coinvolge e poi ti sconvolge in quella danza sempre uguale ma sempre diversa, ogni passo ha un significato diverso, occhi che non si conoscono si incrociano, c’è intesa. La danza parla e le persone si riconoscono senza aprir bocca… “Sogno o son desto?”… Son desto, ma cosa volete?
Questa è la terra dei santi, qui tutto può succedere. Saluto Carpino mentre riprendo il treno per tornare nel caldo tavoliere illuminato dalla luna piena. “Sante Mechele mije, statte bbone”, ci vediamo l’anno prossimo!
La Columbia nel 1957 ha già pubblicato i sunèttë di Vincenzo Grossi, i cantori di Carpino sono già stati alla IV edizione della “Giostra del Menestrello” e successivamente al Piccolo di Milano per lo spettacolo “Sentite buona gente”.
Siamo nel 1970. Non sono un etnomusicologo e nemmeno un artista, per questo chiedo a Salvatore Villani un suo parere sul passaggio del basso di questo famoso brano di Fabrizio De André – “Maria nella bottega di un falegname” contenuta nella Buona Novella.
Salvatore Villani – Il discorso è alquanto complesso e si lega alla riscoperta della musica antica a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso. Molti cantautori italiani già a metà degli anni Sessanta hanno fatto tesoro di questa riscoperta, utilizzando melodie dal Medioevo al periodo Barocco, tra cui Fabrizio De Andrè, Angelo Branduardi ed altri. Il basso in “Maria nella bottega…” somiglia a quello di Carpino ma non è lo stesso, la melodia del flauto per esempio è medievale…Anche molti gruppi Rock inglesi hanno attinto a piene mani dalla musica colta dello stesso periodo.
E pensare che molte delle melodie dal periodo medioevale fino ad oggi sono di origine popolare: il Cinquecento, per esempio, è segnato da questa osmosi popolare/colto colto/popolare.
Quindi possiamo escluderlo una volta x tutte?
Le ripeto la domanda perchè il suo incipit (il discorso è alquanto complesso) e la sua sua conclusioni sull’osmosi rendono incerta la risposta. Invece lei conferma che non è cosi e che indubbiamente quel flauto ed altri elementi escludono categoricamente che quel passaggio del basso possa far pensare alla mundanarë?
La ringrazio per le sue risposte.
Salvatore Villani – Non ho detto questo, anzi conferma, come ho scritto sia nella mia pubblicazione del 1997 e quella più recente del 2011, che il basso simile alla mundanarë di Carpino, ha avuto larga circolazione, dai documenti in nostro possesso, a partire già dal XVII sec. Non sappiamo se fosse in uso in precedenza, perché non è ancora stata ritrovata documentazione scritta, ma si sa la tradizione orale precede sempre quella scritta: come il caso del basso di Gaetano Greco, sicuramente ascoltato per le strade da suonatori tradizionali e poi utilizzato come basso d’armonia per gli allievi del Conservatorio di Napoli.
La struttura accordale e una certa somiglianza del basso è già presente in alcune pubblicazione di Athanasius Kircher, tra cui nel Magnes sive de arte magnetica libri tres, 1641.
Ok, grazie. E’ sicuramente fondata la sua tesi. Ma non le nascondo che a me piace pensare che chi come lui aveva una sensibilita particolarmente attenta alle tradizioni musicali regionali non poteva farsi sfuggire lo spettacolo di Milano al teatro di Strehler. Quindi mi piace pensare che avesse ascoltato le nostre musiche tradizionali se non dal vivo almeno attraverso le registrazioni di Leydi. Ma questa, mi raccomando, è solo una mia suggestione, niente di più.
Grazie di tutto, alla prossima.
«La maggior parte degli italiani – non importa chi siano o come vivano – ha una passione per l’estetica – scriveva il ricercatore nel suo diario – Magari hanno soltanto una collina rocciosa e le mani nude per lavorare, ma su quella collina costruiranno una casa o un intero paese le cui linee si armonizzano perfettamente con il contesto. Allo stesso modo una comunità può avere una tradizione limitata soltanto a una o due melodie, ma sa esattamente come debbano essere cantate». «L’espressione sui volti di questi cantori è tesa e dolorosa. Non sembrano cantare, ma gridare e lamentarsi come abbandonati a un’angoscia che dà tormento – concludeva l’etnomusicologo, sintetizzando in un’immagine il senso di ciò che aveva visto e documentato con i suoi nastri – Le ciglia sono aggrottate. i muscoli facciali sono tesi all’altezza degli zigomi, il volto e il collo sono arrossati per la tensione, le vene e i muscoli del collo sono in rilievo, come se invece di cantare stessero sollevando dei pesi. Possono intonare i loro accordi solo urlando così: quando chiesi loro di ripetere un verso a bassa voce, l’armonia andò in pezzi e non riuscirono a ricordare la melodia»
Alan Lomax, L’ anno più felice della mia vita. Un viaggio in Italia (1954-55) curato da Goffredo Plastino.
A proposito del “soprannome” lu p’trolj, era piucchealtro un attributo di una certa personana Duminch lu p’trolj me lo ricordo benissimo, era un povero e simpatico vecchierello che si arrangiava a fare un po’ di tutto. Era un venditore ambulante di sapone, saponina e vari oggettini che la ditta P’trucc’ Mariell, il negozio dove c’era scritto sopra MARGA nella piazza del popolo (anni 50/primo 60) affianco all’emporio di Ciavarella, ci davano da vendere in cambio di poche lire per comprarsi da mangiare (mi ricordo quando avevamo il negozio di generi alimentari lui veniva a comprare quasi ogni giorno 20 lire di provolone ed una fetta di pane). Nei tempi prima che io fossi nato lui vendeva anche il petrolio per lampade ed era addetto ad alimentare i famosi 3 lampioni che stavano in mezzo alla piazza, prima che arrivasse l’elettricita’. Lui era anche confratello di S.Rocco e faceva anche il sacrestano, chierico, suona campane ecc. della chiesa di S.Cirillo. Aveva un difetto fisico nelle gambe e camminava barcollando e semprava che corresse sempre per tenersi in equilibrio. Forse e’ morto negli anni 60 ed abitava al ricovero affianco alla chiesa Madre. Attacco una foto dove appare in processione vestito da confratello di S Rocco. La foto non so’ esattamente quando fu fatta ma credo nel periodo 1956-58. — con Duminch Lu Ptrolj e Rilluccio Tammarillo.
Se il brano più conosciuto nell’ambito della riproposizione è la cosiddetta Tarantella del Gargano (sunèttë nella forma di tarantella alla mundanarë cantanta da Andrea Sacco), quello che invece ha permesso l’approfondimento delle ricerche su Carpino è Alla Carpinese, un titolo probabilmente dato dagli stessi due ricercatori che in realtà si compone di due sunèttë: pijiti la palèll’e va’ pë’ fòchë – Lucë lu solë quannë jè bonë tempë.
Sono questi due sonetti che vengono pubblicati dalla Columbia nel 1957, in Southern Italy and the Islands e successivamente ripubblicati in una edizione italiana dalla Pull nel secondo volume del Folklore musicale italiano nel 1973.
I sunèttë sono stati registrati al lago di Varano e cantati da Vincenzo Grossi. Entrambi i sonetti sono accompagnati dalla sola chitarra battente suonata dallo stesso Grossi sul ritmo melodico della Viestesana.
Questo il testo cantato trascritto dall’etnomusicolo Salvatore Villani:
vai pí’ fochi
pijiti la palèll’e va’ pë’ fòchë
va’ ’lla casë di
va’ ’lla casë dillu ’nnamoratë
pijiti doi orë
spassi jochi
pijti doi orë di spassi joche
se mamëtë ci n’addone
e mamëtë ci n’addonë di li jochë
dillë che so’ fajellë vampà dë fochë
Sarà lo stesso Villani ad informare che in realtà il cantato di Grossi manca dei due versi iniziali:
Non të l’e’ dittë ’na parola malë
t’ejë dittë se vu’ fa’ l’amorë
Questi versi mancheranno in tutte le esecuzioni di riproposta a partire da quella iniziale di Carmelina Gadaleta (contenuta nel disco dell’Albatros Canti popolari di Puglia e Lucania, La buona sera.) fino al CD del 2000 coordinato da Eugenio Bennato dove il primo sonetto viene riproposto dai giovani cantori di Carpino, nella forma di tarantella alla rurianë.
Qui video.php?v=1246111201220 è possibile ascoltare la voce di Vincenzo Grossi in Pijiti la palèll’e va’ pë’ fòchë – Lucë lu solë quannë jè bonë tempë – Giojë l’occhjë tuuë so’ dui fiorillë.
Vincenzo Grossi, detto lu toms, nasce a Carpino nella famiglia Scarpunettë. Contrariamente a quanto riportato da Lomax e Carpitella non è pescatore, ma come ci informa Antonio Mario Russi “a quel tempo viveva giorno e notte facendo il guardiano in un oliveto nella zona delle terre a Sant’Anna e nelle sere d’estate si sentivano da lontano le sue canzoni”. Lino Bramante conferma quanto dice Antonio Mario Russi ed in merito alle sue esibizioni canore dice “che i suoi canti si sentivano nelle notti calme venire fino a sopra il corso dove abitavo”.
Dopo le registrazioni di Lomax e Carpitella, Vincenzo Grossi è protagonista di una nuova avvventura. Questa volta in trasferta a San Remo.
Salvatore Villani nella prefazione del libro “Andrea Sacco suona e canta. Storie di un suonatore e cantatore di Carpino” di Enrico Noviello, afferma che Andrea Sacco, con Vincenzo Grossi, Michelantonio Maccarone e Gaetano Basanisi furono portati a San Remo nel 1957 da Diego Carpitella per portare le serenate per le strade della città.
Questa affermazione mi portato a riflettere sul fatto che non esistono registrazione targate Carpitella su Carpino fatte salve quelle compiute con Lomax nel 1954. Quindi mi pare strano che Carpitella ritorna a Carpino nel 1957 e con i cantori fa questa spedizione a Sanremo ma sente la necessità di effettuare altre registrazioni tanto più se nella cittadina ligure vanno per portare le serenate ed ha a disposizione un gruppo di cantori e non singoli cantori come nel 1954.
Pongo la questione allo stesso Etnomusicolo che conviene con me tant’è che nel suo ultimo lavoro (I cantori e musici di Carpino, 2012) dice di non aver menzionato più Carpitella.
Inoltre lo informo che Antonio Mario Russi sostiene che “Zi Andrea, Toms ed un’altra persona che non ricordo chi fosse parteciparono San Remo ad un concorso di canzoni dialettali popolari e vinsero il 3 premio e ricordo che si esibirono in piazza durante la festa di sanRocco e loro portarono a conoscenza della loro avventura canora.
Sulla base di questa sollecitazione Villani si reca nei giorni scorsi a Carpino per effettuare nuove domande ai propri informatori e viene fuori che in effetti Vincenzo Grossi e gli altri si recano a SanRemo non perchè invitati da Carpitella, ma da “un personaggio carpinese che nella città rivierasca svolgeva la professione di agente musicale. Quindi Carpitella non c’entra nulla”.
Rocky Valente, nato a Carpino ma trasferitosi a Melbourne in Australia conferma che “ricordo di aver visto un gruppo (3-4) di cantori sull’orchestra in piazza per San Rocco …presentati dal figlio del tabbaconista che era sulla villa. E se non sbaglio hanno presentato un certificato come premio ricevuto a San Remo, …era nel 59-60.
Nella discussione interviene Enrico Noviello: Andrea Sacco raccontava di due visite dei professori: la prima nel 1954 (Lomax/Carpitella), e la seconda “da Bologna” nel 1961 (S-carpitella/Leydi). Probabilmente i racconti di Andrea non erano precisi per le date e per le successioni di eventi. Nella ricostruzione che faccio a partire dai dati di cui dispongo, Andrea racconta che a seguito della prima visita Carpitella chiese a Sacco di fondare un gruppo, i cui nomi corrispondono a quelli da te citati, Antonio. Poi, a seguito della seconda visita, e più probabilmente vicini alla data di Milano, Andrea fonda il secondo gruppo, i cui componenti citati anche da Andrea sono: Basanisi Gaetano, Rocco di Mauro, Di Cosimo Antonio, Giuseppe Conforti, Angela Gentile. Per quanto concerne Sanremo, Andrea raccontava di esserci stato con il primo gruppo, ma la data ricorrente nei suoi racconti è quella del 1963.
A questo punto Salvatore Villani afferma “Veramente, Andrea Sacco molti anni fa mi diceva di essere stato a San Remo con Scarpunette (Vincenzo Grossi), con dovizie di particolari verso il 1957. Ma si sa, chi studia le scienze sociali, e in questo caso l’etnologia, deve sempre mettere a confronto le informazioni orali con le fonti scritte, vanno sempre verificate e ri-presentificate. La ricerca euristica è importante per scrivere la storia delle classi ‘subalterne’. La mia presentazione al libro testé citato, del 2005, difettava delle fonti scritte. Nel mio nuovo libro, avendo a disposizione una copia dell’articolo del Secolo XIX, datato 3 luglio 1962, segnalatomi dal mio caro amico etnomusicologo genovese Mauro Balma, ho potuto emendare la fonte orale.
Alcuni giorni dopo è lo stesso Etnomusicolgo a farsi risentire: Dal mio libro I cantori e musici di Carpino: “Nell’estate del 1962, Vincenzo Grossi viene chiamato ad organizzare un piccolo gruppo di musici carpinesi, per partecipare alla IV Giostra del Menestrello, concorso canoro ideato da Mario Giani, in arte Clizia, nel centro storico di San Remo. Come da regolamento il gruppo non può superare i cinque componenti, ed è così che Vincenzo Grossi (voce e chitarra battente), che compare come referente per le Puglie in un articolo del quotidiano «Il Secolo XIX » con il suo soprannome ‘Scarponetto’ (in dialetto carpinese ‘Scarpunèttë’), contatta per l’occasione Andrea Sacco (voce e chitarra battente),
Giuseppe Conforte (voce e chitarra francese), Michelantonio Maccarone e Gaetano Basanisi (chitarre francesi), per cantare e suonare per le strade del centro di San Remo.
Ricorda a tal proposito Andrea Sacco:
“Eh! Con lui siamo andati a San Remo. […] Mi ha chiamato Grossi Vincenzo. Ha chiamato me, ha chiamato Basanisi, [per l’] accompagnamento, poi ha chiamato a Maccarone Antonio, la chitarra francese Conforte Giuseppe. Cinque persone.
[…] Ci hanno dato una cosa d’argento, un pigna d’argento.“
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Nel 1958 Mario Giani, in arte Clizia, promuove l’associazione “Amici della Pigna” con la quale organizza una riuscita manifestazione per alcuni anni: la “Giostra del Menestrello”, che si terrà per cinque edizioni, fino al 1963.

La giostra del menestrello Sanremo
Ci piace concludere ricordando che i due sonetti di Vincenzo Grossi girano il mondo riproposti ad esempio come in questo video da Marco Beasley e Pino De Vittorio