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Chíja dícë che Ccarpínö non jé bbèllä

Chíja dícë che Ccarpínö non jé bbèllä

E’ questo, forse, l’unico canto politico in senso stretto di Carpino di cui si ha memoria.
Il canto in modo estremamente ermetico ci descrive il contesto territoriale in cui si trova il bel paese. Carpínö stà chiàntatë sópä na rípä, è situato sopra un altura, un colle ripido, dirupato a Sud sul canale Antonino che insieme ad altri torrenti scorgono dall’anfiteatro naturale del Monte Gargano verso il Lago di Varano (Nord) non prima di aver attraversato una lunga pianura (lu chiánë).
Data questa conformazione paesaggistica, è possibile desumere che, al momento il cui il canto ha assunto questa formulazione, a Carpino era diffusa l’agricoltura, la pastorizia, la pesca nei torrenti e presso Varano e le attività dei boschi. Grazie a Michelangelo Manicone sappiamo inoltre che cesine, carpini, faggi, grano, biade, legumi, lino, olio e vino erano le produzioni locali. Pecore, capre e vacche gli allevamenti, insieme all’immacabile maiale e al pollame.
In questo contesto il canto ci fornisce anche la composizione dei gruppi sociali: da una parte i galantuomini e dall’altra i cafoni.
Sti quàttë ģalandòmïnï cë sònnë rumástë” ci indica che siamo in un momento storico in cui non ci sono più i principi ed anche i galantuomini stanno per sparire per essere sostituiti dalla piccola borghesia, probabilmente, quindi, dopo il 1860. Li cafune, ossia i contadini e i pastori, i vinti vivono in stato di indigenza, ai margini della società classista, condannati a un ineluttabile destino di asservimento, non possono votare e piegati dalla fatica non possono partecipare alla lotta per la conquista del potere, ma solo assistere a quella feroce per la sopravvivenza dei galantuomini. Una lotta che per sua natura non ha nulla a che fare con una reale lotta politica, ma come in tutto il meridione, è solo lotta per arraffare il potere e assicurarsi i posti di comando e le professioni remunerate per se o i loro parenti o i loro compari e cosi alternativamente continuare a dominare sui cafoni che tentano di stare uniti ad altri alla pari solo per difendersi e non per ribellarsi, ad esempio immaginando di formare bande di briganti, ma al massimo per prendersi piccole e rapide vendette di sangue dettate dall’emotività: compagni miei stiamoci uniti altrimenti ce lo mettono d’indrë lu varcàturë e renë.

Il sonetto, del repertorio di Rocco Antonio Sacco, è contenuto in “Canti e suoni della tradizione di Carpino“.

Quartiere la Ripa, 1961.

«Vedi», gli disse «in città succedono molti fatti. In città, ogni giorno succede almeno un fatto. Ogni giorno, dicono, esce un giornale e racconta almeno un fatto. In capo all’anno, quanti fatti sono? Centinaia e centinaia. E in capo a vari anni? Migliaia e migliaia. Immagina. Come può un cafone, un povero cafone, un povero verme della terra conoscere tutti questi fatti? Non può. Ma una cosa sono i fatti, un’altra è chi comanda. I fatti cambiano ogni giorno, chi comanda è sempre quello. L’autorità è sempre quella.»
«E le gerarchie?» chiese il forestiero. Ma allora noi ancora non sapevamo che cosa significasse la strana parola. Il cittadino dovette ripetercela varie volte e con altri termini. E Michele pazientemente gli spiegò la nostra idea:
«In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch’è finito.»
Fontamara, Ignazio Silone, 1933

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