Nel 1953 Tommaso Fiore arriva sul Gargano. È un viaggio politico e umano: vuole vedere cosa resta del Sud dopo la Riforma Agraria e il Piano Marshall. Lo accompagna il giovane Giuseppe Cassieri. Ne esce con un giudizio durissimo: “Ne ho fin sopra i capelli: è una fucina di pettegolezzi, una fiera delle vanità, una messinscena, una mascherata permanente”.
A Carpino dedica l’intero capitolo V di Il cafone all’inferno, uscito per Einaudi nel 1955. Il titolo è secco: “L’incubo”. Non “L’inferno”, come il resto del libro. Non “La miseria”. Incubo. Perché?
Fiore apre il capitolo alla sagra della Foresta Umbra. C’è la gara per eleggere la più bella del Gargano.
“E già una ragazzetta di Carpino, dai tipici occhi color castagno, profondi e fascinosi… mostra una gran febbre di presentarsi, di entrare in lizza, di stravincere”.
Ma arriva la banda, cinquanta fisarmonicisti, e tutto salta. Fiore commenta:
“Non passerà alla storia Carpino per il premio di bellezza, l’anno di grazia 1953: non ha vinto la gara quella sua Elena impaziente; le hanno detto di aspettare a crescere.”
Quella ragazzina è Carpino stessa: bella, giovane, impaziente di riscatto. Ma le dicono di aspettare. È il destino del Sud che Fiore denuncia: rimandato, sempre. L’incubo inizia da un’attesa che non finisce.
Ma Fiore non va a Carpino solo per caso. C’è un motivo preciso, che racconta Mario Simone in Ricordi e frammenti: Tommaso Fiore venne sul Gargano alla ricerca del prossimo di Giannone e di Celestino Galiani, di Carmelo Palladino e di Giuseppe Bramante, fantasmi implacabili della Rivoluzione alienata….
Chi era Giuseppe Bramante? Un anarchico di Carpino, fratello di Francesco, tra i fondatori della Prima Internazionale anarchica in Capitanata a fine ‘800. Fiore, socialista e meridionalista, andava a cercare le tracce di quel socialismo delle origini, nato tra i contadini e subito represso. Voleva capire dove fosse finita quella “Rivoluzione alienata”.
Arrivato a Carpino, però, scopre che di Bramante “non si serbano molte notizie”. Anche lo “storico locale”, Giuseppe D’Addetta, non può fornirgli “elementi di dettaglio”. Primo cerchio dell’incubo: anche la memoria rivoluzionaria è stata cancellata. Il paese ha rimosso i suoi figli più scomodi. Resta solo il nome, un fantasma.
Una volta in paese, Fiore si fa spiegare la situazione dallo “studioso di qui che mi ospita”, D’Addetta. La diagnosi è impietosa:
“La situazione del territorio di Carpino… si trova al di qua degli inizi di una vita moderna. Il problema più grave resta ancora quello delle comunicazioni… nient’altro dovunque che tratturi o mulattiere, non di rado impraticabili.”
Qui Fiore tocca lo stesso nervo che Carlo Levi aveva descritto in Cristo si è fermato a Eboli. Levi, confinato in Lucania, racconta di come i contadini usassero la parola “craj”, domani, per rimandare ogni cosa. “Craj” è il tempo che non arriva mai. È la promessa che il Cristo, cioè la Storia, la Civiltà, lo Stato, si è fermato prima di arrivare da loro.
Carpino nel 1953 vive lo stesso “craj”. Fiore chiede: “per qual motivo non si asfalta il breve tratto da Carpino al mare?”. Nessuno risponde. Il paese è chiuso nella “seconda sacca” del Gargano, raggiungibile solo a dorso di mulo. Asfalto, scuola, ospedale: craj. Domani. L’incubo è questa prigione geografica che diventa prigione mentale.
Su questa base di isolamento e memoria cancellata, Fiore costruisce il resto dell’incubo.
L’immobilismo sociale: “Nessuno smuove un ragno dal buco. Nessuno pensa che si possa promuovere un’azione dignitosamente cittadina… E se ne stanno cheti, ognun per sé, anche gli uomini di penna… tranquillamente seduti al caffè”. È il “craj” fatto persone: tutti aspettano.
La terra che non sfama: “Gli abitanti non superano i settemila, il territorio è di seimila ettari. Le ditte sono un quattromila… ma se è vero… che gli stessi piccoli proprietari sono braccianti, vuol dire che non posseggono di che tirare innanzi”. Quattromila proprietari, tutti poveri. L’incubo di possedere senza avere.
La malattia: Fiore annota che per la tisi “San Severo vien preceduta da Vieste e Carpino”. L’incubo è nel corpo, nella “memoria fisica, quella impressa nella carne sin dalla nascita da stigmate ereditarie… per cui, anche quando si possiede pane a sazietà, resta sempre la paura, l’orribile preoccupazione del bisogno.”
Tutto il libro si chiama Il cafone all’inferno. L’inferno è la condizione del contadino: grotte, fame, sfruttamento. Carpino è peggio. È l’inferno travestito da normalità. Ha la piazza armoniosa, la chiesa “bianchissima come un lenzuolo”, i caffè pieni. Non ci sono i cafoni di Monte Sant’Angelo. Ma è paralisi. L’inferno brucia e ti ribelli. L’incubo ti immobilizza. Ti svegli e sei nel 1953 come nel 1853. È il “craj” di Levi diventato pietra, vicolo, attesa. È la rivoluzione di Giuseppe Bramante dimenticata.
Fiore lo capisce e non si rassegna. Cita Croce: i contadini “sono privi di saldi e attuali concetti politici”. E risponde: “Sarà, ma quando si muovono loro sono capaci di far ballare gl’intellettuali, e anche di dar una gran spinta alla ruota della storia”.
Descrivere Carpino come incubo è un atto d’accusa. È dire: finché dura il “craj”, finché Bramante è un fantasma e la ragazzina deve “aspettare a crescere”, l’incubo continuerà.
“Così ieri, così oggi, così, forse domani“. È la definizione dell’incubo che sessant’anni prima di Fiore, Domenico Augusto Turchi aveva già usato per Carpino. Leggerlo oggi fa venire i brividi.
Settant’anni dopo gli abitanti si sono dimezzati.
Fonti: Tommaso Fiore, Il cafone all’inferno, Einaudi 1955, cap. V “L’incubo”. Mario Simone, Ricordi e frammenti su Giuseppe Bramante. Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, 1945. Giuseppe Maratea su Giuseppe D’Addetta e Il Gargano. Domenico A. Turchi, Il cafone (Macchietta garganica), Roma 1894.
Un ringraziamento particolare a Domenico Sergio Antonacci