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Finalmente anche i piccoli comuni potranno avere la loro offerta culturale pubblica

Posso dirla una cosa pure io? Se ciò che luccica è oro siamo in presenza di una svolta, una #bestpractice da replicare all’infinito a partire da tutti i paesi del Gargano
I soldi a Carpino servivano sempre per fare altre cose, ricordo ancora la folla che chiedeva da mangiare dietro la porta del sindaco della vecchia amministrazione, ma da quest’anno si scopre che non solo la crisi è finita, ma, addirittura, ci sono i soldi che finalmente possono essere investiti per un’offerta culturale pubblica? Benissimo. Ora è il Comune che organizza direttamente, oltre alle feste patronali e alle sagre, anche in folk. Per me è un sogno che si avvera proprio nel mio paese e sono certo che lo auspicava anche il compagno Rocco Draicchio 24 anni fa. Nel nostro paese, quindi, si può fare a meno di operatori artistici, culturali, turistici, sportivi ed ambientali e si può fare a meno anche di tenere aperte certe strutture organizzative che sono delle vere e proprie centrali dell’autosfruttamento, perchè non c’è nessuna mancanza del sistema pubblico a cui bisogna sopperire. E’ questa la vera rivoluzione. Non aggiungere, ma sostituire è la parola d’ordine. Ad esempio non c’è più bisogno di competenze per cercare fondi e scrivere progetti per rispondere a bandi, non c’è più bisogno di correre rischi pazzeschi e di affrontare rendicontazioni molto complesse. Ci pensa il sistema pubblico locale. Non è eccezionale? Io sono felicissimo. Le sponsorizzazioni? Adesso fioccheranno e nessuno potrà dire di no.

Se si vuole, si può fare ed in pochi giorni. Cari Sindaci degli altri Comuni del Gargano, quindi, non avete più scuse, anche per questa estate avete tempo e non potete più negare almeno un festival al vostri cittadini. Scegliete la vostra peculiarità e organizzate e finanziate il festival che più vi rappresenta perchè diciamocele tutte le cose: senza un festival, nella vostra piazza centrale (ziamaje a distanza di cento metri in linea d’aria) tutto il vostro mondo produttivo si inaridisce. Gli auditorium, gli anfiteatri, le arene, i palazzetti o i parchi? Non servono a nulla.

Che dire allora? Buon lavoro a tutto lo staff.

Stessa vetrina, stessi contenuti, stessa spiaggia, stesso mare. Non potevo augurarmi di meglio, quindi per quanto mi riguarda dal 3 agosto ci vediamo a Lido del Sole e nelle altre spiagge del nostro meraviglioso Gargano e a seguire, quando il sole scende e muore, in piazza del Popolo.
Non venite mangiati! È tutto gratisse.

**CARPINO FOLK FESTIVAL, GLI ANNI PIU’ FELICI DELLA MIA VITA**

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Quando entrai in modo organico nell’organizzazione del Carpino Folk Festival erano già state fatte cose straordinarie in situazioni finanziarie precarie, senza certezza del domani, ma con tante idee e tante speranze per il futuro. Il bilancio del festival quell’anno aveva 36 mila euro di finanziamenti (5mila il comune, 8mila la comunità montana, 8mila il parco e 15mila la provincia), il gruppo più famoso coinvolto fu “Il parto delle nuvole pesanti”. L’anno dopo, diedi una sistematicità alle cose già fatte e fattibilità alle idee di Luciano, a quei finanziamenti si aggiunsero 25mila della Regione Ass. Cultura + 15mila contributo integrativo Ministero Cultura + 30 Regione Ass. Turismo e cosi via negli anni successivi. L’Associazione conquistò la propria indipendenza economica, culturale e artistica, i finanziamenti si consolidarono nel bene e nel male, il gruppo si solidifico diventando una perfetta macchina da guerra, ciascuno nel proprio ruolo e con le proprie competenze, Antonio, Alessandro, Domenico, Sara e tutti gli altri inseriti, con i tempi giusti al momento giusto e tutti consapevoli che dopo il dire il festival occorreva farlo. Le ambizioni dipesero come sempre dalle relazioni che trovammo e perdemmo per strada: grandi persone, pecorelle ed anche inutilità.
Il festival più bello, quello del 2010, quello più costoso quello con Pasquale Di Viesti del 2017. Quello con più spettacoli, quello del 2018 con 18 spettacoli in 6 giorni. Quello più brutto, quello del 2011 perché me lo sono perso. La qualità, in tutti.
In tanti anni il mio festival ha hatto venire a Carpino una marea di artisti, tutti i più grandi nell’ambito della musica popolare italiana e tra i più bravi cantautori della scena nazionale come Capossela, Mannarino, De Andrè, Sparagna, Parodi, Branduardi, Sepe, artisti di vari livelli e varie competenze come Sergio Rubini, Gianluigi Trovesi, Enzo Gragnaniello, Enzo Avitabile, David Riondino, Lina Sastri, artisti stranieri del calibro di Al di Meola e di Youssou n’dour, Asian Dub Foundation, Capleton (sotto trovate l’elenco completo). Il nostro successo? Un equilibrato mix fra tradizione e innovazione nella programmazione annuale. L’obiettivo? Far ascoltare i brani e i cantori della tradizione ad un pubblico che non li apprezzava perché li ignorava o addiriturra se ne vergognava e far diventare il festival, il repertorio delle tradizioni del Gargano e i suoi principali interpreti, i Cantori di Carpino, un tutt’uno che potesse vivere da se e proiettarsi nel futuro. Un ciclo virtuoso di miglioramento continuo.

Lascio un festival che, percorrendo le strade ordinarie, negli anni ha avuto riconoscimenti internazionali (Ong Unesco) e certamente ha una rilevanza nazionale nel suo settore. Un festival che ha portato la cultura non ufficiale del nostro territorio nel tempio della musica italiana (Auditorium Santa Cecilia). Un festival che è perfettamente inserito in termini di credibilità e affidabilità nella regione Puglia. Uno dei festival più longevi d’Italia e, sicuramente, quello con la maggiore esperienza e storia nel territorio dell’intera provincia di Foggia. Un festival cresciuto in un piccolo paese del sud ma considerato da studiosi e artisti, uno dei centri più importanti della musica popolare italiana, di cui, però, i carpinesi stessi non ne hanno del tutto consapevolezza. Un festival che è tra gli aderenti al distretto della creatività della regione Puglia ed è socio fondatore del nuovo Gal Gargano.
Lascio un festival che se avesse dovuto chiudere ieri avrebbe avuto bisogno di recuperare 13/14mila euro ( € 10.116,00 aggiornato al 03/07/2019 ), transabili con saldo e stralcio. Ma non è questo il caso e non lo è mai stato dal momento che anche se non si faceva quest’anno la XXIV edizione non significava che chiudeva l’Associazione di cui ricordo resto comunque socio fondatore. Ma doverosamente è meglio precisare che, cosi come sa chi conosce i meccanismi delle imprese, è inevitabile in organizzazioni che sono senza capitale iniziale e che hanno l’ambizione di crescere e non solo di sopravvivere, far ricorso al debito per alternare anni di contenimento ad anni di investimento e rilancio. E’ cosi che abbiamo raggiunto 23 edizioni.
Certo avrei voluto azzerare anche questa situazione e lo avremmo fatto lo scorso anno, con un’edizione pilota che apriva al merchandising per avere cosi entrate proprie che permettessero di mettere da parte qualcosa per chiudere quest’anno un grande triennio. Ma la pianificazione ancora una volta ha dovuto fare i conti con la realtà. In due giorni non si poteva riprogrammare il festival, non si poteva, però, neanche tornare indietro. Il Carpino Folk Festival è un atto d’amore, quindi un atto rivoluzionario, una guerra da combattere giorno dopo giorno. Devi averci voglia. Invece lo sforzo contro natura, le cose fatte che non avevi voglia di fare …e li che è morta definitivamente la mia spinta motivazionale. Un anno a chiedermi come fare a mandare avanti le cose, giorni interi a pensare come cambiare me stesso, come rigenerarmi e ritornare quello di prima. Ma non si può tornare indietro, le cose intorno a te cambiano e senza motivazione non c’è possibilità di rinnovarti. E’ finito cosi per me il mio festival.
Lascio, fatemelo dire solo per chiarezza, un festival che, per il lavoro da me svolto, lo scorso mese di aprile ha firmato con la Regione Puglia la Convenzione per il finanziamento delle attività 2019 per 70mila euro. Un festival a cui il Presidente del Parco Nazionale del Gargano ha garantito non più tardi di dieci giorni fa il massimo dello sforzo dell’Ente per far sì che il Folk continui a vivere e che in un primo incontro istituzionale tenutosi la settimana scorsa con Pasquale Di Viesti, è stata promessa la cifra di 20mila euro. Un festival che potrà sicuramente fare affidamento sul budget del Comune di Carpino e dei Comuni che verranno scelti come location per le serate dedicate agli attrattori culturale. Un festival che raccoglie sponsorizzazione varie, ma cito solo i 9mila euro già stanziati dell’azienda di trasporti più importante del Gargano. Un festival capace di raccogliere 8mila euro annuali di tesseramento e, quindi, un festival con un avviamento importante che garantisce la continuità per chi dovrà organizzarlo.
Lascio, insomma, un festival vivo in un campo santo di festival, e lo lascio cosi come quando sono entrato: senza chiedere nulla!

Lascio il festival e faccio i miei complimenti sinceri al nuovo direttivo che si è candidato per la responsabilità così forte che vuole assumere e auguri calorosi di buon lavoro a tutti i suoi membri. Il lavoro del Presidente dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival e del suo staff e quello della Direzione Artistica è un lavoro durissimo e di una complessità incredibile. In poco tempo occorre inventarsi professionalità inusuali, operosità e creatività e poi tenersi continuamente aperti al cambiamento. Spero darete vita ad un nuovo ciclo realizzando non solo la XXIV edizione ma molte altre ancora.
Non c’è nulla di male nel provare!
( Come non detto. Vincono ancora gli adattamenti regressivi. Il giorno dell’assemblea i candidati chiedono di aggiornare l’assemblea al giorno dopo, ma poi si presentano dimissionari. Non giudico, ma la mia delega vincolata non contemplava il voto contrario. – aggiornamento al 5 luglio )
Qualche parola per i miei amici che rappresentano conoscenza, capacità organizzative e creazione di valore. Loro non avrebbero voluto, ma sentendosi di troppo mettono d’avanti il festival. Un’assurdità! Bisognerebbe non disperdere il sapere e i modi di operare e contrastare i particolarismi.
Domenico, tu sei cresciuto in mezzo a noi e ti sei impregnato e strutturato con le nostre megalomanie. Tuttavia, col know how incorporato sei riuscito a fare della nostra passione e dei valori della bellezza e dello sviluppo sostenibile un vero e proprio mestiere. Ti chiedo solo di non farti imbrigliare dallo stereotipo e dal Sud. Se funziona vai avanti, altrimenti vai via perché risorse come te sono preziosissime e non bisogna sprecarle.
Pasquale, amico mio, tranquillo! Lasciamo con dignità e col vanto di aver compiuto un cammino importante insieme, sempre fieri e con la schiena dritta. Senza aver mai mendicato nulla, ma chiedendo sempre quello che ci spettava e che spettava al nostro territorio. Non c’è stato altro Presidente ad aver fatto tutti i km che hai fatto tu con generosità.
Lasciamo perché come mi ha scritto un’amica in privato “quelli come voi, che hanno fatto una rivoluzione in un paesino del sud Italia, tracciano una linea di demarcazione e ad un certo punto si fermano, dicono basta. Non perché si sono arresi, ma perché ogni cosa ha una fine è, forse, perché ci credete talmente tanto che avete preferito fare un passo indietro piuttosto che far diventare patetico qualcosa che invece è stato, è e sarà sempre straordinario!“.
Sei stato il primo fan del festival ad essere diventato Presidente e con coraggio, ostinazione, disponibilità all’ascolto (si da non credere) e tanto impegno sei stato anche quello più giusto nella fase del “festival a distanza”.
Castelluccia ti ringrazio a nome di tutti i carpinesi intellettualmente onesti per il lavoro che hai fatto, è stato rivoluzionario. Per te parlano i fatti. Se Rocco è l’ideatore, tu sei il Carpino Folk Festival. Il sentimento che ci lega è quello di profonda amicizia e affetto. Tu hai dato bellezza e portato talento e luce sana a Carpino, hai rafforzato il senso di appartenenza alla nostra comunità, hai fatto diventare il Gargano un attrattore culturale, ci hai reso orgogliosi delle nostre origini e per questo ti chiedo, dopo un meritato riposo, di continuare ad essere presente nella nostra vita. Luciano ti chiedo anche scusa, ma credimi non ce la facevo proprio più.

Sono stati, insomma, assolutamente gli anni più felici della mia vita, ma ho trascorso anche periodi durissimi dal punto di vista psicologico. Mi prenderò tutto il tempo necessario per prendermi cura della mia salute mentale. Spero di tornare operativo quanto prima e al 100%. Grazie a tutti.
AB
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Sul palco del festival che lascio si sono esibiti i più grandi Cantori e Suonatori della Tradizione e i più grandi Artisti italiani della riproposta: Abbes Boufrioua – Al Darawish – Alfio Antico – Ambrogio Sparagna – Andrea Parodi – Angelo Branduardi – Angelo Pantaleo – Anna Cinzia Villani – Annamaria Bagorda – BandAdriatica – Antitodum Tarantulae – Antonello Paliotti – Antonio O’lione – Aretuska – Argento Vivo – Ariacorte – Assurd – Augusto Enriquez – Bag Ensemble – Bala Perdita – Balkanija – Bandabardo’ – Banditaliana – Beppe Barra – Bosio Big Band – Cantaiatra – Cantatrici Di Ischitella – Cantodiscanto – Cantori Di Carpino – Canzoniere Grecanico Salentino – Carlo D’angio – Carlo Faiello – Chilli Band – Collettivo Musicle Carpinese – Canzoniere Grecanico Salentino – Confraternita’ Delle Voci Di Vico del Gargano – Daniele Sepe – Davide Conte – Dodi Ei I Monodi – Elena Ledda – Ensamble Of Soccavo – Ensemble Barocco Pugliese – Ensemble Popolare Della Notte Della Taranta – Marta dell’Anno – Ensemble Tradizionale Siciliano – Enzo Avitabile – Enzo Del Re – Enzo Gragnaniello – Eugenio Bennato – Faisal Taher – Fanfara Tirana – Faraualla – Flamenco Vivo – Folkabbestia – Gabin E Paul Dabiree – Gianluigi Trovesi – Gianni Amati – Gianni Coscia – Gianni Perilli – Ginevra Di Marco – Giuseppe Spedino Moffa – Gruppo Polivalente Di Mattinata – Gruppo Popolare Di San Giovanni Rotondo – I Cantori Di Carpino – I Suonatori di Ruoti e Avigliano – I Suonatori e Cantatori di Caggiano – Michele Rinaldi – Antonio Steduto – Matteo Scanzuso – E ZèZi Gruppo operaio – Carlo Trombetta – Mike Maccarone – i Suonatori e Cantatori di Colliano – I Suonatori tradizionali della Calabria – Il Parto Delle Nuvole Pesanti – Indaco – James Senese – Kebana – Kocani Orkestar – La Banda Improvvisa – La Bella Cumpagnia – La Compagnia Dei Musicanti – Largo Criminale – Li Santandunjree – Lino Cannavacciuolo – Lou Dalfin – Luca De Nuzzo – Lucilla Galeazzi – Nicola Scagliozzi – Malicanti – Massimo Ferrante – Matteo Salvatore – Maurizio Cuzzocrea – Medit.Azione – Municipale Balcanica – Musica Nova – Musicisti Di Montemarano – Nando Citarella – Nico Berardi – Novue’ – Nuova Compagnia Di Canto Popolare – Cesare Dell’Anna – Officina Zoe – Opa Cupa – Adriano Castigliego – Orchestra Tzigana Di Budapest – Otello Profazio – Paco Suarez – Phaleg – Pino De Costanzo – Pino De Vittorio – Pneumatica Emiliano Romagnola – Popularia Cilentana – Radicanto – Raffaele Inserra – Raiz – Piero Caputo – Riccardo Tesi – Rosapaeda – Roy Pace – Salvatore Russo – Sergent Garcia – Spaccanapoli – Stefano Zuffi – Stephane Delicq – Suoni del Pollino – Tabule’ – Tamburi Del Vesuvio – Tarantolati Di Tricarico – Tarantula Garganica – Tarantula Rubra Ensemble – Teresa De Sio – Terza Moresca – Cisco – Tonino Zurlo – Tradere – Uaragnaun – Uccio Aloisi – Roberto Menonna – Marco e Giuseppe di Mauro – Enrico Noviello – Pio Gravina – Angela Castelluccia – Nicola Sansone – Progetto Cala la Sera – Saraabà – i Rareca Antica – Petriò mmia – Massimiliano Morabito – Davide Conte – Alexina – Mauro Semeraro – Simone Cristicchi e Il Coro dei minatori di Santa Fiora – Mimmo Epifani – Guglielmo Pagnozzi – Teo Ciavarella – David Riondino – la Corale del Conservatorio Statale di Musica “Umberto Giordano” di Rodi Garganico – Rita Botto – Giovanni Mauriello – GirodiBanda – Al Di Meola – Vinicio Capossela – Alessandro Mannarino – Youssou N’Dour – Almamegreta – Puglia Bite – Ettore Castagna – Amarimai – Calatia Ensemble – Pino Pontuali e Andrea delle Monache – Luca Bassanese – Patrizia Laquidara – Carlos Nunez – Zibba e Almalibre – Mau Mau – Progetto suonidisotto – Giovanni Rinaldi – Elena Ruzza – Antonio di Cataldo – Claudio Pelusi – Rione Junno – Faisel Taher – Pino Pecorelli – Mastri Cantori di Villa Castelli – Mascarimirì – Skatalites, Crifiu, Donpasta, Le Mulieres Garganiche, Taranterre, Salvatore Luca Tota, Michele Sciarra, Matteo Marolla, Sergio Rubini, Umberto Sangiovanni e Daunia Orchestra, Aiarule, Etnomusicantes, I Cantori di Mattinata, Ska Cubano, Insintesi, Asian Dub Foundation, Banda Borbonica, Il Tesoro di San Gennaro, Valentina Latiano, Alfabeto Runico, Beppe Lopez, Kore Ensemble, Peppe Leone, Lina Sastri, Cantori di Monte Sant Angelo, Cantori di San Giovanni Rotondo. Le Indie di Quaggiù, Peppa Marriti Band, Flo, Slivovitz, Tricky, Mop Mop, Riserva Moac, Bukurosh Balkan Orkestra, Capleton.

+++SI STA FACENDO MORIRE IL CARPINO FOLK FESTIVAL+++

Il festival che per 23 anni si è mosso in direzione ostinata e contraria
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Per anni abbiamo detto che il problema che avevano gli organizzatori era quello che per far arrivare risorse adeguate ed andare avanti nell’attività c’era bisogno di sostegno, incoraggiamento, facilitazioni e cofinanziamento locale. Ci hanno sempre spiegato che in realtà il problema eravamo noi organizzatori poco istituzionali, troppo di sinistra o troppo di destra o troppo in generale. Bene, adesso che ciascuno, per propri motivi, ma tutti accumunati dalla stanchezza di andare avanti, si sono “finalmente” messi da parte la classe dirigente di Carpino si è chiusa nel silenzio.

Nel 2017, valorizzando il nostro territorio, la sua cultura, la sua comunità, il proprio paesaggio e la ricchezza impareggiabile della tradizione musicale in maniera originale e innovativa, quelli sbagliati hanno scritto un progetto triennale arrivato 2° su oltre 150 progetti presentati da tutti gli operatori regionali della Puglia. Ogni anno, e per 3 anni, la Regione affida, quindi, all’Associazione 70mila euro. Per due anni, come in quelli precedenti, il festival lo hanno continuato a fare quelli sbagliati. Adesso, che finalmente si sono messi da parte, la classe dirigente fa perdere il finanziamento di 70mila euro dell’annualità 2019 e lascia morire il Carpino Folk Festival.
Cosa dovrebbe fare? Semplice, svolgere appieno il proprio ruolo, ossia tutta insieme individuare i propri rappresentanti in seno ai soci fondatori e onorari (e ce ne sono), quindi dargli le garanzie che non hanno mai voluto dare a quelli sbagliati, farli nominare componenti e Presidente del Consiglio Direttivo dagli altri soci dell’Associazione in base a una proposta minimamente seria e convincente e quindi metterli in condizioni di organizzare la XXIV edizione del festival con un costo almeno pari a 126mila euro. Come? Raddoppiando il finanziamento comunale e quello del Parco del Gargano. È proprio cosi impossibile per la classe dirigente di Carpino? E’ proprio cosi impossibile per il comune, quest’anno di transizione, contribuire per 20mila euro cash? Non mi pare. Lo scorso anno il bilancio comunale riportava 45mila euro alla voce eventi e feste.
Solo che in un’area geografica economicamente e civilmente arretrata, impermeabile alla contemporaneità, pervasa da particolarismi, inefficienze, corruzione e criminalità, diciamocelo è piu comodo e dolce naufragare negli adattamenti regressivi che deprimono le potenzialità di sviluppo e innovazione del nostro paese, piuttosto che attirare risorse e incentivare i singoli e le esperienze endogene eccellenti che possono movimentare le economie locali.

Nei prossimi giorni, quindi, di cosa si parlerà? Nell’ipocrisia generale (culminata in passato nell’intestazione della via a Rocco Draicchio) si parlerà di sospetti, di fini volti a non perdere la tradizione dei cantori e di eventi alternativi (surrogati) che invece saranno effimere serate occasionali di animazioni paesane fini a se stesse come tante sono state create in questi anni a) per farci vedere che erano/sono capaci pure loro (come se ci fosse una gara) ma che in realtà ridicolizzano spesso in modo non del tutto consapevole uno dei centri più importanti della cultura popolare italiana e b) per dare in pasto al consenso un’argomentazione da usare contro quelli sbagliati come me che sanno fare solo attacchi politici o peggio personali ed invece non è vero, non mi interessa, non devo dimostrare niente, sono certo politicamente orientato ma il festival è qualcosa che va al di la e per amor suo dico semplicemente come sempre le cose come stanno.

N.B. La locuzione classe dirigente si riferisce alla classe sociale che domina le strutture politiche, economiche, sociali e culturali di un paese.

Per me finisce qua la rivoluzione del Carpino Folk Festival

𝐓𝐫𝐚 𝐩𝐨𝐜𝐡𝐢 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐢, 𝐢𝐥 𝐩𝐫𝐨𝐬𝐬𝐢𝐦𝐨 𝟐𝟎 𝐚𝐩𝐫𝐢𝐥𝐞, 𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐜𝐞𝐝𝐞𝐫𝐚̀ 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐧𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐂𝐨𝐧𝐬𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐃𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐀𝐬𝐬.𝐧𝐞 𝐂𝐮𝐥𝐭.𝐥𝐞 𝐂𝐅𝐅 𝐞, 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐚𝐧𝐝𝐫𝐚̀, 𝐩𝐞𝐫 𝐦𝐞 𝐞̀ 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐥𝐨 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐠𝐢𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐨𝐥𝐞: 𝐧𝐨𝐧 𝐦𝐢 𝐨𝐜𝐜𝐮𝐩𝐞𝐫𝐨̀ 𝐩𝐢𝐮’ 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐢𝐳𝐳𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥 𝐂𝐚𝐫𝐩𝐢𝐧𝐨 𝐅𝐨𝐥𝐤 𝐅𝐞𝐬𝐭𝐢𝐯𝐚𝐥.
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I motivi, oltre a quelli personali e professionali, che mi hanno indotto a prendere questa decisione sono molteplici e sedimentati nel tempo, e non mi interessa elencarli. Per intenderci niente che non possa essere superato rinnovandosi e trovando le giuste motivazioni. L’ho fatto per tanti anni credendo e mostrando insieme agli altri compagni che anche in un piccolo paese è possibile un grande festival. Ma tutt’a un tratto è giunta la stanchezza e quello che prima facevo con passione ora non mi diverte più, non è più cosa e non vabbene.
🔖È, quindi, ora di passare il testimone.
Per questo a chi prenderà le attività del festival, a cui personalmente mi sono dedicato da oltre 15 anni spontaneamente, senza nomina, auguro ogni bene e che possa svolgerle, come è successo al sottoscritto, come una vera missione vissuta con passione e trasporto in omaggio alle nostre antiche e preziose tradizioni musicali.
📌Ai miei compagni: grazie per tutto!
❌Per me finisce qua.
𝘝𝘪𝘷𝘢 𝘪𝘭 𝘧𝘦𝘴𝘵𝘪𝘷𝘢𝘭 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘶𝘴𝘪𝘤𝘢 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘶𝘦 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘢𝘮𝘪𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪, 𝘱𝘦𝘳𝘧𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘮𝘪𝘹 𝘧𝘳𝘢 𝘪𝘯𝘯𝘰𝘷𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘦 𝘵𝘳𝘢𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦. 𝘌, 𝘤𝘰𝘯 𝘪𝘭 𝘯𝘰𝘥𝘰 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘨𝘰𝘭𝘢, 𝘷𝘪𝘷𝘢 𝘪 𝘊𝘢𝘯𝘵𝘰𝘳𝘪 𝘥𝘪 𝘊𝘢𝘳𝘱𝘪𝘯𝘰, 𝘷𝘪𝘷𝘢 𝘭𝘢 𝘨𝘢𝘵𝘵𝘢 𝘷𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢 𝘷𝘢𝘴𝘤𝘦̈ 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘨𝘢𝘱𝘱𝘦̈ 𝘭𝘶 𝘴𝘶𝘳𝘨𝘦 𝘴𝘰𝘵𝘵𝘦 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘴𝘤𝘦̈ 𝘦 𝘷𝘪𝘷𝘢 𝘪𝘭 𝘊𝘢𝘳𝘱𝘪𝘯𝘰 𝘍𝘰𝘭𝘬 𝘍𝘦𝘴𝘵𝘪𝘷𝘢𝘭!
𝑨𝒏𝒕𝒐𝒏𝒊𝒐 𝑩𝒂𝒔𝒊𝒍𝒆

Voce in video di Sacco Andrea

Sacco Andrea nello studio di Angelo Cioffi a Cervinara (AV), alle prese con le registrazioni del disco “Tarantella del Gargano” con i Cantori di Carpino, e sotto la produzione artistica di Eugenio Bennato.

CARPINO FOLK FESTIVAL, I VINCITORI DEL CONCORSO FOTOGRAFICO…. E I NUMERI DELL’EDIZIONE 2018

Carpino Folk Festival, ecco i vincitori dell’11^ edizione del concorso fotografico
Il Cff 2018: 47mila presenze, impatto economico di un milione e 400mila euro a fronte di un budget di 140mila euro, ogni euro investito ha prodotto 10,20 euro

Cff foto di Mariano Iorio

E’ Mariano Iorio il vincitore della 11.ma edizione del Premio Rocco Draicchio, concorso fotografico abbinato al 23° Carpino Folk Festival; secondo classificato Pasquale D’Apolito. Il punteggio è stato ottenuto sommando i voti della giuria popolare (circa 6mila con un peso del 30%) con quelli della giuria tecnica (con un peso del 70%). I premi (800 euro al primo, 200 al secondo) saranno consegnati nella prossima edizione del “Carpino Folk Festival” in programma nell’agosto 2019.

«Dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival – commenta il presidente Pasquale Di Viesti – un ringraziamento va tutti i giurati e ai partecipanti. Ai vincitori vanno invece i complimenti per aver saputo interpretare al meglio lo spirito del Carpino Folk Festival 2018. Input che trova nel Concorso fotografico un grande happening per esaltare il backstage naturale del Festival, con i suoi protagonisti, i suoi momenti, sul palco e sulla piazza. Scatti che ci permettono di vivere l'”altro” Festival, fatto di momenti, passioni, lavoro…». La giuria tecnica era composta da alcuni vincitori delle scorse edizioni del concorso Rocco Draicchio: Daniele Bisceglia, Giovanni Pernice, Fabrizio Pizzulo, Tony Esposito e Bartolomeo Ciavarella

Il Concorso per “fotografare” la 23.ma edizione del Festival del Gargano: musica, tradizioni popolari, culture ed enogastronomia. C’è stato questo e molto altro al Carpino Folk Festival 2018, svoltosi dal 6 all’11 agosto a Carpino. In 6 giorni, 18 spettacoli dal vivo, 120 artisti, tanti interpreti della tradizione del Gargano, molta contaminazione, ospiti internazionali, progetti speciali, laboratori musicali e oltre 47mila presenze interne ed esterne con un impatto economico diretto quantificato in oltre un milione e 400mila euro a fronte di un budget di circa 140mila euro speso nell’organizzazione. Ogni euro, quindi, investito nell’evento produce almeno 10,20 euro di spesa dei visitatori. Un trend che poche “imprese” in Italia possono produrre.

Una manifestazione basata unicamente sul volontariato giovanile, organizzato da operatori del mondo dello spettacolo e semplici appassionati che lavorano alla sua riuscita per il solo piacere di farlo e senza scopo di lucro: unico obiettivo divertire valorizzando il territorio e le sue eccellenze con la cultura della musica popolare. Ma anche mobilità con le tre serate dedicate al “Cantar Viaggiando” sui convogli di Ferrovie del Gargano che, con un grande sforzo organizzativo, hanno messo a disposizione treni e bus straordinari per il rientro post concerti a San Severo, Apricena, San Nicandro e nelle località turistiche della costa come Rodi, San Menaio, Peschici, Vico, Ischitella e Vieste.

Tutte le foto dei partecipanti cliccando su > https://www.facebook.com/pg/CarpinoFolkFestivalUfficiale/photos/?tab=album&album_id=10157834409060968

CARPINO FOLK FESTIVAL 2018, E’ GIA’ CONTO ALLA ROVESCIA

Dal 6 all’11 agosto sul Gargano sei serate di spettacoli e eventi
con 120 artisti ma anche attività in bike, lezioni e concorso fotografico

Sei giorni di spettacoli ed eventi, centoventi artisti pronti ad alternarsi: sono i numeri della ventitreesima edizione del Carpino Folk Festival, il festival free organizzato dall’omonima Associazione Culturale, che torna sul Gargano dal 6 all’11 agosto con tanti eventi, tutti accessibili a titolo rigorosamente gratuito. Tra laboratori musicali e attività ricreative in bike, lezioni di taranta atelier e concorso fotografico, incontri e presentazione editoriali, mostre e spettacoli, concerti e dj set, il Carpino Folk Festival è pronto a regalare sei giorni di musica e cultura, con una full immersion nella natura del Parco Nazionale del Gargano, a soli 15 minuti di automobile sia dalla grande riserva naturale della Foresta Umbra, sia dalle spiagge più belle della Puglia: levante e ponente di Rodi Garganico con la sabbia fine e dorata, la spiaggia Zaiana con i suoi trampolini naturali, Manaccora e Cala Lunga sempre a Peschici ed ancora Porto Greco a Vieste e Baia delle Zagare a Mattinata.

Ma anche mobilità in treno con le tre serate dedicate al “Cantar Viaggiando” sui treni di Ferrovie del Gargano che metteranno anche a disposizione treni e bus straordinari per il rientro post concerti a San Severo, Apricena, San Nicandro e nelle località turistiche della costa.

La freschezza e l’originalità degli Alfabeto Runico; lo spettacolo della danzatrice e coreografa salentina, Maristella Martella, Kore Ensemble; il teatro musicale di Lina Sastri; il ritmo frenetico della tradizione degli interpreti della tarantella: Cantori di Monte Sant’Angelo, Cantori di San Giovanni Rotondo, Tarantula Garganica e Le Indie di Quaggiù; i concerti di Flo, Livovitz, Mop Mop, Tricky, Peppa Marriti Band, Riserva Moac & Bukurosh Balkan Orkestra, Capleton e la magia della pastorale dei Cantori di Carpino animeranno le serate estive di un festival che da ben 23 anni ha fatto dell’autenticità il suo punto di forza.

Caratteristica che contraddistingue da sempre il Carpino Folk Festival dagli altri festival è proprio la sua gratuità e il suo essere una manifestazione basata unicamente sul volontariato giovanile organizzato da operatori del mondo dello spettacolo e semplici appassionati che lavorano alla sua riuscita per il solo piacere di farlo e senza scopo di lucro: unico obiettivo divertire valorizzando il territorio e le sue eccellenze con la cultura della musica popolare.

 

LINE UP COMPLETA DEL CARPINO FOLK FESTIVAL 2018
6 Agosto
Cantar Viaggiando treno San Severo – San Menaio
Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano
Ore 19.00 – Conversazione con #TONY_DI_CORCIA, autore del libro “La femmina è meravigliosa. Vita impaziente di Andrea Pazienza”, Cairo Editore, accompagnato dalla chitarra battente di #VALENTINA_LATIANO

Paesaggi Sonori Stazione di San Menaio
Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza, la letteratura, il teatro
Ore 22.00 – #ALFABETO_RUNICO
Ore 23.30 – Proiezione del documentario “Fuori Binario”, con il regista Giuseppe Sansonna

7 Agosto
Cantar Viaggiando treno San Severo – Cagnano Varano
Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano
Ore 19.00 – Conversazione con #BEPPE_LOPEZ, autore del libro “Matteo Salvatore, l’ultimo cantastorie”, Aliberti Editore, accompagnato da #PASTA_NERA_JAZZ_TRIO

Paesaggi Sonori Centro storico di Cagnano Varano
Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza, la letteratura, il teatro
Ore 20.00 – Esplorazione urbana nel centro storico di Cagnano Varano in occasione della rassegna Cavù 2018
Ore 21.00 – Teatro in musica con #KORE_ENSEMBLE, Mito, rituale e ballo della terra di Puglia

8 Agosto
Cantar Viaggiando treno San Severo – Carpino
Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano
Ore 19.00 – Dialogo tra percussioni in movimento con #PEPPE_LEONE detto Pepperino

Paesaggi Sonori Carpino
Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza, la letteratura, il teatro
Ore 20.30 – Esplorazione urbana nel centro storico di Carpino
Ore 21.00 – Teatro in musica con #LINA_SASTRI, Appunti di viaggio

9 Agosto Carpino
La notte di chi ruba donne, concerti della tradizione (Centro storico di Carpino)
Ore 21.00
Presentazione del volume fotografico “Carpino Folk Festival, un viaggio emozionale” con Tony Rizzo, Barbara De Finis e Emilia Sfilio, Secop Edizioni

Dalle ore 22.00
#TARANTULA_GARGANICA
#CANTORI_DI_MONTE_SANT_ANGELO
#CANTORI_DI_SAN_GIOVANNI_ROTONDO
#LE_INDIE_DI_QUAGGIÙ

10 Agosto Carpino
Ore 21.00 – #PEPPA_MARRITI_BAND, Ajeret
Ore 22.00 – #FLO, La Mentirosa
Ore 23.00 – #SLIVOVITZ, Liver
Ore 00.00 – #TRICKY

11 Agosto Carpino
Ore 21.30 – #MOP_MOP, A bastard performance of modern jazz
Ore 23.00 – #RISERVA_MOAC & #BUKUROSH_BALKAN_ORKESTRA, Balkan, World, Patchanka
Ore 00.00 – #I_CANTORI_DI_CARPINO, Stile, storia e musica alla Carpinese
Ore 01.00 – #CAPLETON, The Prophet

Direzione Artistica: Luciano Castelluccia
Produzione: Ass. Cult. Carpino Folk Festival
Ufficio stampa: CDP Service – Referente Ufficio Stampa: Francesca Fatone – f.fatone@cdpservice.it – 0882.375761

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Dalle pagine de “L’uovo di Virgilio” del giornalista de Il Mattino Vittorio Del Tufo, la meravigliosa avventura della NCCP

Fisso qui questi tre articoli usciti settimanalmente per i collegamenti che questa storia ha con la divulgazione della tarantella del Gargano e il successo dei Cantori di Carpino.

«Madonna tu mi fai lo scorrucciato,
che t’aggio fatto che ngrifi la cera…
anema mia, chesta n’è via
de contentar st’affannato core»

(Madonna tu mi fai lo scorrucciato, Nuova Compagnia di Canto Popolare).

* * *

Alla fine degli anni 60 i suoni provenienti da Napoli non si erano ancora imposti all’attenzione del Paese. Nel 1966 James Senese e Mario Musella – figlio di un militare afroamericano il primo, di un soldato pellerossa il secondo – avevano fondato gli Showmen, mentre un giovanissimo Edoardo Bennato iniziava a muovere i primi passi nel labirinto del rock e delle etichette discografiche. Cominciava a germogliare il seme di quello che verrà ricordato come Neapolitan Power. La città era attraversata dai primi fermenti studenteschi; la disoccupazione aumentava, numerose fabbriche chiudevano.

In quegli anni i paesini dell’entroterra erano ancora un pianeta ancestrale e oscuro. L’etnologo Ernesto De Martino aveva pubblicato, a cavallo tra il 1959 e il 1961, due testi destinati a diventare classici: Sud e magia e La terra del rimorso. «Il folklore non è soltanto tradizione… Si tratta di canti che esprimono ora semplice protesta ora aperta ribellione alla condizione subalterna a cui il popolo è condannato». Alla fine degli anni 60 i tempi erano maturi perché qualcuno indagasse, anche attraverso la ricerca etnomusicologica, l’anima più autentica (e pre-industriale) della capitale del Sud e del suo entroterra, il suo cuore «magico» che ancora batteva in un crogiuolo di pratiche rituali, cristianesimo paganeggiante, linguaggi primigeni e superstizioni arcaiche.

Nel 1967 l’incontro tra il trentacinquenne Roberto De Simone (studioso, compositore di formazione classica, grande esperto di tradizione «magica» napoletana) con un gruppo di giovani appassionati di musica e tradizioni popolari, Eugenio Bennato, Carlo d’Angiò e Giovanni Mauriello, portò alla nascita della Nuova Compagnia di Canto Popolare, della quale De Simone divenne l’animatore, il ricercatore e l’elaboratore dei materiali musicali. A quella primissima formazione si aggiunsero, in un secondo momento, Patrizia Schettino, Peppe Barra, Patrizio Trampetti, Nunzio Areni e in seguito Fausta Vetere che sostituì la Schettino. L’Uovo di Virgilio ha chiesto ad alcuni protagonisti della NCCP di ricordare e descrivere i luoghi nei quali si consumò quella straordinaria esperienza.

* * *

«Io e Carlo d’Angiò – racconta Eugenio Bennato – eravamo nati a Bagnoli, eravamo due figli dell’Italsider. Quando fondammo la NCCP studiavamo all’Università, io al primo anno di fisica, lui al terzo di ingegneria. Vuoi sapere dove tutto ebbe inizio? Alla stazione di piazza Amedeo della metropolitana. Io e Roberto De Simone ci incontrammo per caso…».

«Roberto mi riconobbe subito, e me ne meravigliai: ci eravamo conosciuti dieci anni prima, quando ero bambino e partecipavo alla Tv dei ragazzi. Volle sapere cosa stessi facendo, era incuriosito. In quel periodo, con Carlo d’Angiò, avevamo un ensemble di sole chitarre classiche, composto da me, Carlo, Giovanni Mauriello, Lucia Bruno, Claudio Mondelli e Mario Malavenda; il nostro repertorio spaziava dal gospel ai brani spiritual. Roberto mi disse: Euge’, perché non mi venite a trovare? Vi aspetto domani a casa…».

A quei tempi Roberto De Simone abitava in via Cavalleggeri, accanto al ponte della Cumana. E coinvolse subito i «ragazzi» in un progetto che coltivava da tempo. Un progetto ambizioso, che si discostava tanto dai canti di carattere politico (sul modello di Ci ragiono e canto, lo spettacolo di canti popolari diretto da Dario Fo e allestito dal collettivo teatrale Nuova Scena nel 1966) quanto dalla cosiddetta «teoria del ricalco», ovvero la riproduzione filologica – il ricalco appunto – di registrazioni originali e antichi documenti orali. «Io – racconta De Simone – avevo preso una strada diversa. Che consisteva nel riadattare i documenti storici della tradizione scritta, ad esempio le villanelle del 500, con le nuove vocalità di tipo popolare. Il mondo popolare non si può né emulare né imitare, perché diventa ipocrisia borghese. Venni considerato uno specie di eretico dai benpensanti. Soprattutto dai benpensanti della sinistra, che mi accusavano di essere un musicista da salotto».

Vocalità, dunque, è la parola chiave. Nella casa di via Cavalleggeri De Simone resta folgorato soprattutto dalla voce («Assolutamente straordinaria») di Carlo d’Angiò, al quale affida subito l’esecuzione di un canto medievale che inneggia al ritorno della bella stagione: Tempus transit gelidum, dai Carmina Burana.

Ma sentiamo ancora Eugenio Bennato. «Il giorno dopo quell’incontro fortuito a piazza Amedeo io e Carlo ci recammo a casa di De Simone, in via Cavalleggeri. Da quel giorno cominciammo a frequentarla tutte le sere. E le notti, fino all’alba. Vi fu un lungo periodo di studio: su Napoli, sulle tradizioni popolari, sulle villanelle del 500… Lì incontravamo Antonio Sinagra, Leopoldo Mastelloni, Peppe Barra. Così nacque il gruppo, a casa di Roberto. Io portai Giovanni Mauriello, che conoscevo da ragazzino. Dopo un po’ si aggregò Peppe Barra, poi Trampetti. Fummo io e Carlo a scegliere il nome: Nuova Compagna di Canto Popolare. Ricordo il momento esatto in cui prese forma quel nome: durante una passeggiata in viale Campi Flegrei, a Bagnoli. Roberto De Simone, in realtà, aveva un’altra idea: gruppo Velardiniello. Gli dicemmo: Robe’, con questo nome non andiamo da nessuna parte!».

È vero, Maestro, che avrebbe preferito un altro nome per la Nuova Compagnia? «Ero disponibile a qualunque nome. Purché contenesse al suo interno la parola popolare. Sì, devo dire che i ragazzi imbroccarono la strada giusta».

* * *

Dallo studio (e dall’incrocio) di documenti scritti e fonti orali la prima NCCP trae il proprio repertorio; nella casa del Maestro l’ensemble comincia a provare, di giorno e di notte. Nel luglio 69 il debutto, al teatro Esse di via Martucci diretto da Gennaro Vitiello. Uno spazio piccolo, quasi uno scantinato. Ma dalla storia importante, avendo accolto nel corso degli anni artisti e intellettuali provenienti da ambiti diversi. Da Lucio Allocca a Mauro Carosi, da Leopoldo Mastelloni a Liliana Monaco, da Peppe Barra a Enzo Salomone, da Adriana Cipriani a Giulio Baffi. Sul palco di via Martucci, in quel luglio del 69, con Bennato, d’Angiò, Barra, Trampetti e Mauriello, anche uno scricciolo di cantante, la giovanissima Patrizia Schettino, appena 11 anni e una meravigliosa voce da contralto. De Simone resta dietro le quinte, ogni tanto irrompe in scena con la tammorra. Il pubblico capisce che sta succedendo qualcosa. Sta nascendo qualcosa di importante.

La casa di via Cavalleggeri, come il «forno» degli antichi alchimisti, forgia uno straordinario gruppo di talenti. Il loro non è solo folk revival, è qualcosa di più grande e complesso. È ricerca sul campo, innanzitutto, finalizzata al recupero della cultura e della tradizione popolare. Registratore alla mano, De Simone e gli altri elementi storici della sua formazione, assieme ai due grandi studiosi Diego Carpitella e Annabella Rossi, si recano nei paesini dell’entroterra campano a effettuare interviste, indagare sulle tradizioni, raccogliere tracce e suoni. Poi confrontano il materiale raccolto con i documenti scritti: materiale di biblioteca, fonti ufficiali, villanesche cinquecentesche sottratte alla polvere degli archivi, laudi e strambotti.

Di giorno le prove, di sera le tavolate in pizzeria. A Bagnoli, a Cavalleggeri, alla Torretta. Più spesso a Fuorigrotta, dove abitavano Peppe Barra e la madre Concetta. Attorno al tavolo anche Giulio Baffi, conosciuto al teatro Esse. Diventerà l’organizzatore del gruppo. E una ragazza allegra, sorridente, che (assieme a Baffi) farà da manager-organizzatrice tuttofare. È la fidanzata di Eugenio Bennato e si chiama Rosanna Purchia: molti anni più tardi diventerà la sovrintendente del teatro San Carlo, dopo una lunga esperienza al Piccolo Teatro di Milano affianco alla mitica Nina Vinchi. A tavola si parla di tutto, fino a notte fonda. Si parla di musica, di cinema, di arte, di teatro. Spesso si aggregano Concetta Barra, con Isa Danieli, Angelica Ippolito, Lina Sastri, Bruno Garofalo, Luca De Filippo, e un giovane cronista della Rai, Luigi Necco. I tempi sono maturi per il primo disco.

(1/continua)

«Passaje lu tiempo ca Berta filava
E ca l’auciello arava
e cchiù nun sento Ammore ca me chiamma,
Sculata è Patria mò nun c’è cchiù mamma
(Si te credisse, Nuova Compagnia di Canto Popolare).

* * *
Nei primi anni 70 il canto e i suoni venuti dal passato invasero la città. Laude, villanelle, strambotti, madrigali, tammurriate; il grande repertorio colto coniugato con la tradizione popolare, in un impasto di voci che Napoli non ha mai più ritrovato: le voci della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Peppe Barra ci accoglie nella splendida casa-museo adagiata sulla collina di San Potito, tra mille progetti in cantiere si affaccia la memoria di un passato leggendario.

«Ricordo il primo provino, con De Simone, nella casa di via Cavalleggeri. Io non ero convinto delle mie doti. Guagliò, tu devi cantare, mi disse. Esplorò i miei timbri vocali, che spaziavano da basso baritono a tenore, fino a contraltista, e mi diede da studiare Lo Guarracino. Ma al primissimo concerto, nella scuola americana alla Nato, ci esibimmo con un repertorio elisabettiano, con la musica del Cinquecento e del Seicento inglese, cantavamo in inglese arcaico. Poi, finalmente, cambiammo repertorio, eravamo la Nuova Compagnia di Canto Popolare, no? E allora cominciò il lavoro di ricerca sul repertorio colto e popolare della tradizione campana. Roberto ci faceva studiare e provare dieci ore al giorno, con il metronomo. Fu un lungo e meraviglioso viaggio…».

Quando non provavano a casa del Maestro, a Cavalleggeri, o in quella di Peppe Barra e della madre Concetta, i ragazzi utilizzavano alcuni locali del Circolo della Marina, in piazza Vittoria. Gli altri luoghi della memoria: il mitico teatro Esse di via Martucci, il Teatro Instabile di Michele Del Grosso, anch’esso in via Martucci, e il Play Studio di Arturo Morfino: tutti avamposti di un teatro che prova a uscire dai recinti, a sprovincializzarsi. E poi c’è lo studio di Eduardo Caliendo, in via Aniello Falcone, un’autentica fucina di talenti dove Eugenio Bennato, suo fratello Edoardo e Patrizio Trampetti, tutti giovani allievi del grande maestro di chitarra, conoscono Roberto Murolo, che con Caliendo aveva realizzato la famosa Antologia della canzone napoletana.

* * *
«Cominciammo un percorso di ricerca etnomusicologica», racconta Roberto De Simone, «e i primi dischi giunsero a conclusione di quel percorso. Bisognerebbe interrogare la musica, i dischi parlano da sé. E indicano il percorso artistico che ha compiuto il gruppo».

Il primo disco della Nuova Compagnia di Canto Popolare vede la luce nel 1971, ed è intitolato semplicemente con il nome della formazione. Un anno più tardi esce l’album doppio contenente tracce storiche (Jesce sole, Vurria addeventare, Lli figliole, La morte di mariteto) e brani travolgenti come Il ballo di Sfessania, la Ndrezzata e La rumba degli scugnizzi. Il gruppo porta alla ribalta e impone all’attenzione di tutti autentiche gemme del repertorio delle villanelle cinquecentesche, come la struggente Madonna tu mi fai lo scorrucciato, che risale al 1534: il lamento di un uomo che si sente trascurato dalla donna amata e sospetta di essere stato già rimpiazzato.

Madonna tu mi fai lo scorrucciato
che t’aggio fatto che ngrifi la cera…
Anema mia, chesta n’è via
de contentar st’affannato core.

È un lungo ponte con il passato quello che la Nuova Compagnia costruisce attraverso la documentazione e il lavoro di ricerca. Ma soprattutto un lungo viaggio nelle tradizioni più autentiche di un popolo, di un territorio. Edoardo Bennato, nel 1973, replica a distanza con un testo strepitoso, quello della canzone Rinnegato. Pieno di riferimenti al fratello Eugenio, all’amico Patrizio Trampetti, e allo stesso Roberto De Simone.
Eugenio dice che io sono rinnegato/perché ho rotto tutti i ponti col passato/Guardare avanti sì ma ad una condizione/che tieni sempre conto della tradizione.

Avete letto mai Roberto De Simone?/Ha fatto un lungo viaggio nella tradizione/Lui dice che in Italia col passar degli anni/la musica peggiora e non si va più avanti.
Rinnegato, sei un rinnegato, non ti conosciamo più/Rinnegato, sei un rinnegato, non ti conosciamo più.
Il percorso è segnato. Nel 1974 il grande impatto della Nuova Compagnia sulla scena italiana con Li sarracini adorano lu sole. È un canto che viene dal passato, quel passato andato sedimentandosi dentro di noi. Quasi tutti i brani – spiega De Simone – nascono da «musiche desunte tavolta da documenti orali registrati sul campo; o, più frequentemente, dalla tradizione storicamente scritta, e coniugati con la oralità di tipo etnico incarnata dai rappresentanti della Nuova Compagnia».

Tammurriata nera è l’ultima traccia del primo lato. L’arrangiamento etnico del celebre brano composto trent’anni prima da E.A. Mario ed Edoardo Nicolardi è da brivido. È De Simone a scegliere di aggiungere al testo di Nicolardi, inserendole alla fine del pezzo, altre strofe di conio popolare. Sono le strofe che un cantastorie girovago, il giuglianese Eugenio Pragliola, noto come Eugenio cu e llente, nel dopoguerra cantava sugli autobus delle Tranvie Provinciali.

Aieressera a piazza Dante
o stomaco mio era vacante
si nun era p”o contrabbando
i’ mo’ già stavo o campusanto.

Il miracolo è compiuto. La Napoli della Nuova Compagnia di Canto Popolare è antica e moderna, cristiana e pagana, «piena di grazia» e sgraziata, diseredata e colta, santa e puttana, ritmica e tribale, contaminata e meticcia, melodiosa di villanelle e stordita di tammurriate, sudata di folle vocianti di femminielli, «parenti» di San Gennaro, fujènti e lavandaie del Vomero. È un luogo della memoria, tra i cui labirinti risuona l’eco di antichi canti rituali. È il patrimonio popolare più autentico che spunta dal ventre di madre terra.

* * *

La prima Compagnia di Canto Popolare non rivolge la propria attenzione alla produzione di nuove canzoni. «La nostra attuale ricerca è orientata alla sola riproposta del materiale autentico», scrive Roberto De Simone sulla copertina del primo album. L’obiettivo dei «soci fondatori» è ritrovare la linfa primitiva delle forme estinte di canto popolare, a cominciare dalla villanella napoletana del 500, soprattutto quella di origine contadina.

Nel gruppo, intanto, subentra il flautista Nunzio Areni. Carlo D’Angiò, nel 1971, decide infatti di lasciare la Compagnia per concentrarsi sulla laurea e su un futuro da ingegnere. È una scelta che addolora tutti: soprattutto l’amico di sempre, Eugenio Bennato, ma anche Roberto De Simone, che prova invano a trattenere il cantante.
Il «burbero» De Simone, l’ideologo e l’anima del gruppo, ha parole tenerissime per D’Angiò, scomparso nel settembre del 2016 all’età di 70 anni. «Era un vocalista straordinario, mi addolorai molto per la sua uscita dal gruppo». A distanza di tanti anni, De Simone ha anche un altro rimpianto. La rapida apparizione, e l’altrettanto rapida uscita di scena, di un’altra talentuosissima voce, quella di Patrizia Schettino. «Era una ragazzina, i genitori volevano che continuasse a studiare. Ricordo che si mise in mezzo pure uno zio prete… Quell’impasto di voci, quel connubio tra Carlo e Patrizia, non l’ho mai più ritrovato. Barra e Trampetti, entrambi straordinari, rappresentavano un’altra vocalità».
Prima di trovare in Fausta Vetere la magistrale voce femminile che, dal giorno del suo ingresso, non avrebbe più lasciato il gruppo, la Compagnia incrocia altre voci. Quella di Maria Capasso (alla quale De Simone affida l’interpretazione di alcuni celebri brani di Raffaele Viviani); quella di Maria Kelly («Splendida vocalista jazz); e quella di Lina Sastri, che tuttavia preferisce imboccare la strada del teatro.
«In quella meravigliosa ensemble che fu la prima Nuova Compagnia ognuno ha portato qualcosa. Io ho portato le mie esperienze teatrali», ricorda Peppe Barra. «È stato un incontro di grandi talenti, penso alle voci straordinarie della Schettino, poi di Fausta Vetere, alle vocalità di Giovanni Mauriello… Ma era la mano di Roberto che ci guidava, senza questa mano la NCCP non sarebbe esistita, questo va detto con grande onestà…».
Nel 1971 l’incontro con il grande Eduardo. «Un giorno vennero a sentirci in teatro Bruno Garofalo, lo scenografo di Eduardo, e Isa Danieli. Vollero tornare a trovarci, e ci fecero una sorpresa…».
(2/continua)

«Ma io credo ca pe’ sta’ bbuono a stu munno
O tutte ll’uommene avarriano a essere femmene
O tutt”e ffemmene avarriano a essere uommene
O nun ce avarriano a essere né uommene né femmene,
Pe’ ffa’ tutta na vita cuieta…
…e aggio ritto bbuono!»
(Roberto De Simone, Nuova Compagnia di Canto Popolare)

* * *

Una grande storia «popolare», come quella della NCCP, non finisce, non può finire: si nutre di passato ma guarda al futuro, con lo stesso rigore delle origini. A guidare, oggi, l’ensemble fondata nel lontano 1967 in un appartamento di via Cavalleggeri – e sopravvissuta a numerosi addii – sono due componenti storici, Fausta Vetere e Corrado Sfogli (subentrato nel 76). Quello della Nuova Compagnia di Canto Popolare è un repertorio che si rinnova, aprendosi a nuove contaminazioni ed alternando i brani più noti della tradizione popolare, eseguiti con uno stile unico e inconfondibile, ai pezzi inediti composti dall’attuale formazione. Ma è ai primi anni 70 che bisogna tornare per non smarrire il senso delle origini, il significato di un percorso che non si è mai realmente interrotto.
Bisogna tornare, più esattamente, al 1972.

Se l’incontro con Roberto De Simone segna l’inizio di un percorso di ricerca etnomusicologica, quello con Eduardo De Filippo rappresenta il punto di svolta per la storia della Nuova Compagnia di Canto Popolare. È un abbraccio «magico», l’inizio di un lungo sodalizio. Eduardo resta folgorato dalla potenza espressiva del gruppo, da quel canto che sembra spuntare dalle viscere di madre terra. Nel gennaio del 72 l’autore di Filumena Marturano invita i «ragazzi» sul palcoscenico del suo San Ferdinando. «Quanno ce sta o popolo areto – commenta – nun se po’ sbaglià». E sul palco del San Ferdinando De Simone e soci si esibiscono durante l’intervallo degli spettacoli. Dirà De Filippo: «Quei giovani artisti ci facevano rivivere le nostre origini più remote, spesso intrecciate strettamente con le antichissime tradizioni di altri popoli mediterranei». Qualche mese più tardi Eduardo organizza al Teatro Valle di Roma un incontro con Romolo Valli, allora direttore del Festival dei due Mondi di Spoleto. È la consacrazione.

* * *

«Nel gruppo – ricorda Giulio Baffi, primo organizzatore della NCCP con Rosanna Purchia – c’erano due anime che convivevano. Un’anima lieta e rumorosa, rappresentata da Peppe Barra, da Giovanni Mauriello e da Patrizio Trampetti, e un’anima rigorosa, ortodossa, quasi tentata dall’ascetismo, incarnata da Carlo D’Angiò ed Eugenio Bennato. Roberto assecondava e orchestrava questi differenti umori, armonizzava queste differenze. Voleva e sapeva costruire per tutti un percorso fatto di differenze. Questa fu la grandezza della Compagnia».
Verso la metà degli anni 70 la NCCP sperimenta nuovi linguaggi ed elabora nuovi percorsi, senza mai tradire il senso della missione originaria: l’indagine a tutto campo sul patrimonio popolare della Campania. Intanto Jesce sole, Cicerenella, Madonna tu mi fai lo scorrucciato, Li sarracini adorano lu sole, In galera li panettieri, Vurria addeventare, entrano nel linguaggio e nell’immaginario collettivo. Sulle note del Ballo di Sfessania e della Ndrezzata, i ragazzi che affollano i concerti ballano come tarantolati.

Il lungo lavoro di ricerca e di sperimentazione condotto da De Simone (La canzone di Zeza, la Cantata dei pastori) porterà, quasi naturalmente, all’esplosione della Gatta Cenerentola. La favola in musica debutta il 7 luglio 1976 al Festival dei Due Mondi di Spoleto diretto da Giancarlo Menotti. Il Maestro, esploratore di fiabe e primo cantore di Giambattista Basile, ne scrive il testo e le musiche, intrecciandoli in una straordinaria tessitura teatrale. Nella quale circola materiale proveniente da fonti e da epoche storiche diverse, non solo la celebre fiaba de Il cunto de li cunti ma anche «riferimenti che vanno dal barocco al manierismo cinquecentesco, alla villanella, alla ballata popolare, al canto delle lavandaie, a Stravinskij» (De Simone, intervista ad Annamaria Sapienza, Il segno e il suono).
De Simone modella la sua Gatta sulle voci e sui corpi degli artisti che condividono il suo percorso: sulla loro gestualità. Nasce così la Gatta Cenerentola: un canto antico e profondo, una vertiginosa costruzione narrativa innervata sulle radici della tradizione popolare. Un capolavoro «a furor di popolo». «Quando cominciai a pensare alla Gatta pensai spontaneamente ad un melodramma». Un melodramma antico e moderno nello stesso tempo, come sono antiche e moderne le favole nel momento in cui vengono raccontate, e irrompono nell’immaginario collettivo.

* * *

Cinque mesi di prove – al teatro Bracco, allora chiuso, e al San Ferdinando reso disponibile da Eduardo – per confezionare il mosaico; poi il debutto a Spoleto, nel 76. Nel cast della Cenerentola sono presenti quasi tutti i membri della Nuova Compagnia, nella doppia veste di cantanti e attori (Peppe Barra, Fausta Vetere, Giovanni Mauriello, Patrizio Trampetti). Si consuma, però, lo strappo di Eugenio Bennato, che decide di non partecipare allo spettacolo e abbandona l’ensemble. «Fu una rottura traumatica – ricorda Bennato – ma non burrascosa. Le divergenze erano artistiche, non credevo fino in fondo nella svolta teatrale, che rischiava di inaridire il progetto musicale. Andai via e una settimana dopo fondai i Musicanova con Carlo D’Angiò. Con noi debuttò Teresa De Sio, un’attrice che trasformammo in una straordinaria cantante».

La favola in musica segna uno spartiacque: nella storia del teatro italiano del Novecento ci sarà un prima e un dopo Gatta Cenerentola. Ci saranno accuse di blasfemia, processi, attacchi anche violenti. Ma ci sarà, soprattutto, un successo travolgente nato dal passaparola.

Anche nella storia della Nuova Compagnia il 1976 è uno spartiacque. Ricorda Peppe Barra: «La Gatta Cenerentola fu il pomo della discordia. C’è stato chi voleva continuare a fare concerti e chi voleva continuare a fare teatro. Io lasciai la NCCP nel 78 perché volevo continuare a fare teatro con De Simone. Il sodalizio è proseguito fino agli anni 80, poi si è interrotto».

Anche la Compagnia stava andando in una direzione che non piaceva a De Simone. Ci furono dissidi, incomprensioni, e alla fine proprio De Simone, il Maestro, decise di lasciare, di percorrere nuove strade. «Avvertivo l’esigenza di seguire i miei istinti. Ritenevo, da un lato con la NCCP e dall’altro con la ricerca e la documentazione sul campo, di avere esaurito il mio lavoro sulla vocalità. Per me si apriva un nuovo problema. Ovvero quello di raccontare i significati onirici sedimentatisi nella tradizione orale, secondo i dettami dell’antropologo Ernesto De Martino. Concepii la formula del teatro in musica proprio per coniugare la vocalità presente nella tradizione popolare con la dimensione del mondo onirico e dei segnali codificati attraverso il mondo della fiaba e la rappresentazione del rituale. Così nacque la Gatta. La tappa successiva, per me, fu il Requiem per Pasolini. Mi indirizzai verso una forma colta di concerto che però mescolasse l’impostazione accademica con l’impostazione musicale. Poi ho proseguito su questa strada».

Patrizio Trampetti, uno dei componenti storici dell’ensemble: «Provo ancora oggi un grande rammarico, quello di esserci persi. Certo, i rapporti sono rimasti buoni con tutti, ma la straordinaria alchimia di quei tempi è svanita. Ed è svanita proprio perché ciascuno di noi interpreta l’arte, e la musica in particolare, in maniera diversa. Il mio sogno? Riunirci tutt’insieme, un’ultima volta, e regalare un grande concerto alla città».

* * *

Nell’ensemble, intanto, si affacciano altri nomi. Fino all’attuale formazione: Fausta Vetere, veterana e unico membro della formazione originaria, Corrado Sfogli (aggiuntosi nel 1976), Gianni Lamagna, Pasquale Ziccardi, Michele Signore, Marino Sorrentino, Carmine Bruno. Se questa meravigliosa storia è arrivata fino a oggi è grazie all’impegno, alla passione e all’entusiasmo di Fausta Vetere e del marito, Corrado Sfogli. Impegno e passione al servizio di un progetto che continua a camminare per il mondo, sempre guardando avanti. «La Nuova Compagnia – conferma Gianni Lamagna, l’altra voce del gruppo – è ancora oggi un’icona per molte generazioni di musicisti. La NCCP ha avuto il merito di aver squarciato un muro, aprendo gli occhi di tutti su un mondo, una cultura, una tradizione e uno stile di canto che tutti credevano scomparso».

Di questo lungo viaggio siamo stati tutti, chi più chi meno, testimoni, anche involontari. Cinquant’anni di studio, ricerca, sperimentazione. Nel segno della musica popolare che è andata poi, man mano, contaminandosi con altri suoni, con altre fonti, con altre sponde del Mediterraneo e con altre culture, in un meticciato continuo che non ha mai smarrito, però, il senso e il rigore delle origini. Come la Napoli che amiamo, come i brandelli di memoria che proviamo a rimettere insieme.

La leggenda di Pizzomunno e Cristalda in un lavoro discografico del 1997

Furono, profondi innamorati della terra garganica, Rocco Draicchio ideatore del Carpino Folk Festival e Angelo Cavallo ad inserirla nel CD AA.VV. ‘La Voce del Gargano. Un Viaggio nei suoni del Gargano’. Si tratta della narrazione della leggenda ispirata dallo scritto di Giuseppe D’Addetta da Carpino in cui la voce narrante è quella di Guglielmo Rossini, speaker e regista RaiTre, accompagnato dalle musiche del chitarrista e arrangiatore Franco D’Isidoro.

Verso il domani di Franco Mercurio

Franco MercurioDopo Serpieri, Caradonna, Omodeo,Acquaviva e Di Vittorio non c’è ancora un’idea di futuro.
Con poche eccezioni

Quando al principio degli anni ‘90 si discuteva ancora con una certa serietà di piani regionali di sviluppo, la Capitanata divenne oggetto di studio, perché nessuno riusciva a spiegare le ragioni della sua controtendenza rispetto agli indicatori che davano in crescita tutte le altre province della dorsale adriatica. In quello stesso tempo fui coinvolto nell’enaudiana «Storia delle Regioni d’Italia». A me toccò descrivere le trasformazione delle gerarchie territoriali abruzzesi nel lungo periodo.
In quella occasione scoprii che gli abruzzesi erano riusciti ad uscire dalle regioni «povere» semplicemente ragionando in termini plurali. L’Abruzzo ritornava nei piani di sviluppo regionale a diventare gli antichi Abruzzi; per ogni provincia fu «decisa» una vocazione diversa, in modo da ottimizzare i flussi finanziari regionali. Oggi sappiamo dove è arrivato l’Abruzzo.
Ora che vivo fuori regione mi capita spesso di confrontare la Capitanata con la realtà in cui vivo oggi. Visto da lontano il quadro d’insieme, che mi viene restituito, è davvero inedito. Se volessi infatti sintetizzare, la sensazione che respiro è quella di un territorio rimasto legato al secolo passato, immemore delle politiche visionarie di uomini come il cattedratico Serpieri e il fascista Caradonna che prosciugarono le paludi, oppure l’ingegnere Omodeo che progettò i laghi per l’agricoltura, o il comunista Di Vittorio che volle la riforma agraria. O ancora il sociologo Sabino Acquaviva che vagheggiava il Gargano come la montagna del sole e l’archeologo Silvio Ferri che voleva spiegare al mondo intero il linguaggio segreto delle protostoriche stele daunie.
Visionari, che hanno tracciato percorsi di sviluppo per la Capitanata che si sono inverati. Dopo di loro sono state solo retroguardie a lavorare per tenere insieme le piccole e grandi comunità del foggiano senza riuscire però a dare un respiro strategico che portasse la Capitanata nel XXI secolo. Mi viene in mente solo Antonio Pellegrino, all’epoca presidente della Provincia, che di fronte all’affaticamento evidente provò ad indicare, deriso, nella valorizzazione dei beni culturali una prospettiva di più ampio respiro. Esattamente ciò che ha poi fatto Blasi con la Taranta. Credo che l’attuale ceto politico locale non sia nemmeno ancora arrivato a quelle conclusioni, tranne rare ed importanti eccezioni come Manfredonia e le belle esperienze dell’Orsara Jazz e del Carpino Folk Festival.
E queste eccezioni sono segnate tutte da un unico filo rosso: continuità, continuità, continuità!
Per il resto vedo un ceto politico fermo ad un individualismo sfrenato che cancella ciò che è stato fatto prima dagli avversari in una sorta di andirivieni autistico che non muove nulla. Come non ritracciare in questo immobilismo sociale, indotto dalla politica, il «foggianesimo» di Vendola o la folle idea di costruire un interporto fantasma a Cerignola o le ragioni di una battaglia inutile sull’aeroporto di Foggia, senza rendersi conto che nella mondializzazione delle relazioni umane la rete infrastrutturale locale è rimasta agli anni di Di Vittorio e che le città di pianura hanno svuotato le loro montagne del capitale umano?
Le straordinarie opportunità ambientali del Gargano, dei laghi costieri e delle aree appenniniche, l’eccezionale offerta archeologica (basti pensare a Herdonia, Arpi, Luceria e Sipontum) tutta da sperimentare, la ricchezza agroindustriale ancora inespressa sono in un mondo globalizzato giacimenti auriferi a portata di mano che si colgono solo a frammenti.
Occorrerà forse ragionare in termini di Puglie, secondo il paradigma abruzzese, dove il ceto politico della Capitanata si faccia classe dirigente, sconfigga gli individualismi, punti sul territorio senza ammiccare al voto di scambio, individui le sue eccellenze, le metta in rete e si presenti al tavolo regionale con una visione del futuro. Diversamente continuerà a prevalere l’individualismo, troppo contiguo alla furbizia, entrambi lontani da qualsiasi prospettiva.

Ex direttore della biblioteca provinciale di Foggia, attualmente dirigente del Mibact con l’incarico di direttore della biblioteca nazionale di Napoli

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