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Antonio Basile (Ufficiale)

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Come la politica distrugge le migliori operazioni culturali di Piero Paciello

Detti & contraddetti del 03/08/2021 quotidiano L’Attacco

NON C’È STATA NESSUNA DIVERSITÀ DI VEDUTE, L’ASSOCIAZIONE CULTURALE CARPINO FOLK FESTIVAL DOPO DUE ANNI DI AFFERMAZIONI AMBIGUE, SPECULATIVE E CONFUSIONARIE HA PORTATO A CONOSCENZA DEL PROPRIO PUBBLICO:
1) CHE E’ ESTRANEA ALL’ORGANIZZAZIONE DEL SEDICENTE FESTIVAL NATO SU INIZIATIVA DEL SINDACO DEL COMUNE DI CARPINO
2) CHE IL SINDACO HA DETERMINATO LA SOSPENSIONE DEL CARPINO FOLK FESTIVAL CON LA MANCATA CONCESSIONE DI UN AREA SICURA CHE ANDAVA INCONTRO ALLE INDICAZIONE DELLA QUESTURA E CONSENTISSE IL RISPETTO DELLE LEGGI in materia di sicurezza, sanità, inquinamento acustico, sicurezza e igiene sugli ambienti di lavoro, di viabilità, etc.;
3) CHE IL SINDACO, INVECE, DI CHIEDERE FINANZIAMENTI PER LAVORI DI ADEGUAMENTO DELL’AREA DA NOI INDIVIDUATA, HA PREFERITO ANDARE A CHIEDERE PER IL SUO FESTIVAL I FINANZIAMENTI CONSOLIDATI DAL CFF PER TUTTO QUANTO FATTO in tanti anni a Carpino e sul Gargano nell’interesse di tutto il movimento culturale pugliese;
4) CHE L’EVENTO CREATO DAL SINDACO SPECULA SUL LAVORO FATTO IN XXIII ANNI DAL CARPINO FOLK FESTIVAL CON PRATICHE SCORRETTE ED INGANNEVOLI volte a confondere il pubblico e gli artisti;
5) CHE LE RISORSE PER REALIZZARE L’EVENTO DEL SINDACO VENGONO AFFIDATE PER IL SECONDO ANNO SENZA GARA ad un organismo appena nato, dopo il flop della prima edizione e dopo la bocciatura del progetto nel settembre 2020 da parte della Regione Puglia (leggi “ritorno al sud”) e da parte del Ministero della Cultura a giugno 2021 (leggi “urban regeneration” in Borghi in Festival)
6) CHE TALI AFFIDAMENTI DIRETTI CONSENTONO DI PERPETUARE SPECULAZIONI NEI NOSTRI CONFRONTI E FALSANO LA CONCORRENZA FRA GLI OPERATORI DELLO SPETTACOLO PUGLIESE tanto più quando non prevedono quote di cofinanziamento, vincoli e controlli sull’attività e il rispetto degli stessi indicatori che vengono richiesti invece a tutti gli altri.
7) INFINE CHE SI STA OPERANDO LA SOSTITUZIONE DEL CARPINO FOLK FESTIVAL IN OGNI DOCUMENTO DI PROGRAMMAZIONE SCREDITANDO LA NS ASSOCIAZIONE CON INSINUAZIONI SULLA GESTIONE DEL FESTIVAL QUANDO INVECE BISOGNEREBBE CHIARIRE PERCHE’ LA NEO CREATURA SPENDE PIU’ SOLDI PUBBLICI PER FARE MENO DELLA META DELLE ATTIVITA DEL CARPINO FOLK FESTIVAL (vedi https://tinyurl.com/5ebba3r8).
QUELLO CHE STA PER PARTIRE, PER MAX 200 PERSONE, VALE TUTTI I SOLDI PUBBLICI CHE GLI SONO STATI AFFIDATI SENZA GARA?
E NON FINISCE QUA perchè prima o poi, con calma e con l’arrivo dell’aria fresca di settembre, dovremo pur arrivare al vero motivo per cui il festival di ROCCO DRAICCHIO è diventato a Carpino il nemico pubblico numero uno.
IN MEMORIA DI ROCCO DRAICCHIO

Presidente Ass. Culturale
Carpino Folk Festival
Mario Pasquale Di Viesti

MOLTI PIU’ SOLDI E MOLTA MENO ATTIVITA’ DEL CARPINO FOLK FESTIVAL

Il Sindaco ieri sera ha tenuto il suo comizio estivo nella piazza di Carpino per ripercorrere l’attività amministrativa, ma non ha voluto affrontare le questioni che lo tengono sui quotidiani locali negli ultimi giorni, negando ancora responsabilità sulla sospensione del Carpino Folk Festival (anche se adesso vede un problema di congestione in Piazza) e confondendo ancora l’oggetto delle tradizioni di Carpino (la corsa dei cavalli è una tradizione, la modalità di esecuzione della montanara è una tradizione, la produzione delle fave sono una tradizione, il festival, quando raggiunge il suo scopo, è una vetrina, un divulgatore, uno strumento di valorizzazione) non ha proferito parola sulle questioni che gli ha posto il quotidiano L’ATTACCO.
1) COME HA FATTO AD OTTENERE COSI TANTI SOLDI IN COSI POCO TEMPO PER UNA PRIMA EDIZIONE, QUANDO PER GLI ALTRI CI VOGLIONO DECENNI?
2) E’ VERO CHE IL FESTIVAL CHE HA IDEATO NEL REPERIRE LE RISORSE PUBBLICHE HA UN CANALE PREFERENZIALE CHE FA LEVA SUL LAVORO FATTO DAL CARPINO FOLK FESTIVAL?
Per mostrare perchè il Carpino Folk Festival è un’altra cosa e una parte delle ragioni che ci hanno portato a prendere le distanze potete scaricare un lavoro di comparazione fra l’iniziativa del Sindaco 2019 e il Carpino Folk Festival 2018: https://tinyurl.com/5ebba3r8

70.000,00 – TEATRO PUBBLICO PUGLIESE (Determina Comunale n. 84/2019) 8.000,00 – COMUNE DI CARPINO (Determina Comunale n.135/2019) 10.000,00 – PARCO DEL GARGANO (Determina Parco n.337/2019) 15.000,00 di cui PROQUOTA – REGIONE PUGLIA coorganizzazione eventi (vedi Determina Comunale n. 70/2019) 30.000,00 di cui PROQUOTA – REGIONE PUGLIA ASS. AGRO-ALIMENTARE (Determina Regionale n. 47873/180/2019)
Senza entrare in particolarismi, potete vedere nella tabella che il Sindaco ha fornito un’offerta artistica con l’intendo di sostituirsi al Carpino Folk Festival e ha fatto intendere che chiunque avrebbe potuto fare quello che faceva lo staff dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival, sminuendone le capacità e le competenze specifiche. Non parlo del pubblico che non è accorso a vedere gli spettacoli com’era ampiamente prevedibile. Non parlo neanche della vetrina (la promozione territoriale, la valorizzazione culturale, l’attrattività, ect) che non è mai stata accesa se non per chi si stupisce che i Cantori infiammino la piazza di Carpino nella serata a loro dedicata facendo ballare i carpinesi. Non parlo neanche della qualità degli artisti perché sarebbe scorretto nei loro confronti, non c’entrano nulla, è sbagliato tirarli in ballo, sono tutti bravissimi anche se non erano certamente novità assolute per Carpino o per la provincia di Foggia. Mi riferisco semplicemente all’iniziativa artistica facendo finta di non sapere come è andata, che i numeri degli spettatori e i nomi e la qualità degli artisti non hanno la loro importanza, e quindi la valutazione la faccio solo in base alle quantità. La tabella è molto chiara: pur avendo a disposizione sostanzialmente più soldi pubblici del Carpino Folk Festival ed. 2018, pur essendo liberi da lacci e lacciuoli e pur avendo a disposizione il cash (i soldoni) prima dell’avvio delle attività, sono stati messi in programma 9 spettacoli, contro 18 del CFF 2018, 3 giornate anziché 6 di programmazione, 0 performance internazionali anziché 2, e coinvolti 41 artisti anziché 102 del CFF 2018. La tabella, poi, dice anche altro e bisognerebbe parlarne, ad esempio del raggio d’azione, della capacità di coinvolgimento o della capacità di fare memoria, perché sono tutti aspetti da considerare se si vogliono far bene le cose e spendere bene i soldi dei cittadini.
Il Sindaco tace, la tocca piano, ma a questo punto dovrebbe spiegarci perché continua a insinuare una cattiva gestione (e mi sono già impegnato a riferire al Consiglio Comunale se verrò convocato) del Carpino Folk Festival quando la sua creatura spende di più per fare palesemente di meno?
APPENA AVREMO LE CONVENZIONI E LE DETERMINE MOSTREREMO CHE ANCHE QUEST’ANNO LA STORIA SI RIPETE.
In attesa delle spiegazione, voglio dire che, se il Carpino Folk Festival avesse svolto l’edizione 2019, con il programma e con i risultati prodotti dal Sindaco, in Regione Puglia ci avrebbero mandati via e certamente NON ci avrebbero confermato il finanziamento accordato, perché i soldi non stati spesi bene visto che gli indicatori di qualità e quantità stabiliti e controllati puntigliosamente delle commissioni deputate alle verifiche non sono stati raggiunti. Non servono grandi competenze nello spendere il denaro dei cittadini. Ci vuole, invece, una particolare esperienza per spenderlo bene e con efficacia, e non per “interessi” personali.

Presidente Ass. Culturale
Carpino Folk Festival
Mario Pasquale Di Viesti

Quanto urlano le marmotte del Carpino Folk Festival

Dopo le promesse mancate, fatte in piazza in pubblico comizio, mi sono rifiutato di sedermi nuovamente al tavolo delle tre carte ed oggi mezzo stampa ho chiesto al Sindaco (che non si fida evidentemente dei rendicontatori della Regione e di tutti gli altri enti che ci hanno sostenuto) di essere invitato in Consiglio Comunale per mostrate tutta la documentazione del festival alla presenza dei giornalisti che riterranno opportuno intervenire.
Il mio solo scopo è mostrare una volta per tutte che l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival ha avuto come unico “interesse” quello di valorizzare le tradizioni musicali di Carpino e del Gargano e con essa promuovere il nostro territorio a chi in questi anni evidentemente deve aver avuto lo sguardo rivolto ad altro visto che non si è accorto che i ragazzi dell’organizzazione negli ultimi 23 anni sono stati nelle piazze, nelle vie, nei teatri, nelle sale stampe ed anche nei treni e nelle stazioni e masserie e quindi continuamente sotto i riflettori per accendere i fari che hanno illuminato le particolarità del nostro Gargano
Il Presidente Ass. Culturale
Carpino Folk Festival
Mario Pasquale Di Viesti

Attacco VENERDI 30 LUGLIO 2021
POLEMICHE&CULTURA
Tommi Guerrieri
Vale circa centocinquanta mila euro il Carpino Folk Festival. E’ intorno a questa cifra e intorno ai fondi messi insieme che si accende l’aspro botta e risposta fra il Sindaco di Carpino Rocco Di Brina e Pasquale Di Viesti, presidente dell’associazione culturale del Festival.
Rompe il silenzio Di Viesti e precisa che si assume tutta la responsabilità del comunicato stampa diffuso a nome dell’associazione. Lo precisa perché i componenti dell’associazione sono stati molestati telefonicamente. Presi in giro per l’inutilità di quelle spiegazioni diffuse sulla presa di distanza di Di Viesti dalla nuova gestione del Festival, il Carpino in Folk.
Finite le telefonate moleste, anche il Sindaco prende la parola e inizia a dire cose. Definisce le dichiarazioni di Di Viesti urla di rabbia e frustrazione, come quelle delle marmotte che si svegliano dal letargo. Ma ora che si sono svegliate, queste marmotte, hanno tante cose da dire. A partire, naturalmente dai soldi. Soldi e politica. Di Brina dice che il Carpino Folk Festival “si e alimentato con soldi pubblici ottenuti non solo attraverso bandi, ma grazie all’impegno di qualcuno che oggi viene preso di mira solo
per essersi preso la responsabilità di non far morire le nostre tradizioni”, “Caro Sindaco -replica Di Viesti-noi rispondiamo a bandi e otteniamo finanziamenti regolari.
Nel 2017 ci siamo presentati e posizionati al quarto posto di una graduatoria regionale. Ora lei sostiene che siamo andati avanti grazie alla sua intercessione. Quindi dice apertamente che questo suo intervento ha modificato le sorti di una graduatoria di merito. E chissà cosa ne pensano in Regione…”Sempre sui soldi, la diatriba si accende ancora. Il Sindaco mette in dubbio la gestione economica del passato. Eppure, Di Viesti sostiene che gli ha lasciato un rendiconto del 2016 che ancora non è stato interamente saldato. “Mancherebbero circa mille euro..”
Prende tempo dicendo che non c’è liquidità. E visto che mette in dubbio la nostra gestione, lo invito a visionare anche ora i rendiconti della gestione precedente, cosi gli dimostriamo come si fa, quando si fanno le cose in modo corretto”
L’associazione sceglie di parlare per dare una spiegazione. “Abbiamo gestito molti soldi pubblici – continua Di Viesti – ed è giusto dare un segnale agli Enti che ci sono stati vicini per anni. Ora però vorrei sapere qualcosa dei soldi dello scorso anno, quando sono arrivati all’organizzazione nata nel 2019 su iniziativa del Sindaco, oltre ai 30 mila euro dall’Assessorato Re-
gionale all’Agricoltura, oltre al soldi del Parco e ai soldi del Comune, anche i 70mila euro dritti dritti dal Teatro Pubblico Pugliese. Come sono stati spesi? E dove sono i rendiconto di quei 70 mila euro?”
Il punto, spiega Di Viesti, è che i bandi regionali assegnano fondi in base ai numerosi aspetti che tengono in considerazione, fra cui anche la capacità di cofinanziarsi. Di trovare quindi altri sponsor e sostenitori. Ci sono poi aspetti come la storicità dell’evento, che entrano in merito. Ecco perché per un’associazione nata nel 2019 diventa più difficile dimostrare affi-
dabilità e un legame con il territorio, se non si sfrutta il lavoro fatto in passato da chi c’è stato prima.
Ma quando si scopre che sono nati due anni fa, perdono. E infatti sono stati bocciati al bando del Mibact. E visto che le marmotte si sono svegliate, “d’ora in avanti nessuno potrà fare finta di non vedere, non sapere e non capire”, conclude Di Viesti.

IL CARPINO FOLK FESTIVAL RITIENE DOVEROSO E NECESSARIO PRENDERE UNA POSIZIONE PER FUGARE OGNI DUBBIO E FARE LUCE SU AFFERMAZIONI AMBIGUE, SPECULATIVE E CONFUSIONARIE

NESSUNA CONTINUITÀ, SOLO PRATICHE SCORRETTE ED INGANNEVOLI

COMUNICATO STAMPA
Carpino, li 28/07/2021
L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival è del tutto estranea all’organizzazione del sedicente festival, nato nel luglio 2019 su iniziativa del Sindaco del Comune di Carpino.
L’escamotage usato a pretesto dal Sindaco era volto a fronteggiare il calo turistico dovuto, a suo dire, alla pausa che dal 2019 si erano presi gli organizzatori del CFF, il festival della musica popolare e delle sue contaminazioni. La verità è che il Carpino Folk Festival è stato costretto a fermarsi, perché, visti i numeri in crescita, non poteva più proseguire con gli eventi in Piazza del Popolo, specie a fronte del parere contrario della Questura e stante la palese violazione delle norme di legge in materia di sicurezza, sanità, inquinamento acustico, sicurezza e igiene sugli ambienti di lavoro, di viabilità, etc.
Abbiamo tollerato anni di promesse disattese e abbiamo fatto investimenti diretti a spostare le serate centrali della manifestazione in un’area più sicura ma davanti all’ennesimo impegno non onorato abbiamo detto basta e ci siamo fermati. Ci siamo fermati perché abbiamo rispetto della legge ma, soprattutto, perché abbiamo rispetto del nostro pubblico e non volevamo essere ricordati per quelli che sono andati avanti nonostante tutto e hanno partorito l’ennesima tragedia annunciata.
L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival ha assunto un ruolo da protagonista nell’attuazione di programmi regionali e nazionali frutto dell’attività realizzata in tanti anni a Carpino e sul Gargano nell’interesse di tutto il movimento culturale pugliese, eppure, per fare un esempio, nei documenti della Strategia dell’Area interna del Gargano, il Carpino Folk Festival viene, nell’indifferenza di tutte le istituzioni coinvolte, con disinvoltura sostituito come evento più rilevante del territorio per lo sviluppo della strategia d’integrazione dell’offerta turistica sostenibile ed esperienziale da chi sta facendo appassire la socialità e il patrimonio musicale del territorio .
Assistiamo a frustranti speculazioni, accostamenti forzati e funamboliche similitudini volte a confondere il pubblico e gli artisti. Un parassitismo che ha lo scopo di sfruttare quello che l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival ha costruito in anni di duro lavoro. È innegabile, infatti, che la nostra rassegna si è guadagnata un posto di rilievo tra le più importanti manifestazioni regionali, del sud Italia e nazionali. E’ discutibile l’affidamento di finanziamenti pubblici, senza gara, per consentire di perpetuare tale speculazione nei nostri confronti. A tutela del nostro bagaglio e di quello che in tutti questi anni abbiamo costruito stiamo valutando, nostro malgrado, l’opportunità di rivolgerci sia in sede amministrativa che all’autorità giudiziaria per tutelare i nostri diritti e interessi.
Adesso, dopo due anni di silenzio, è arrivato il momento di far sentire la nostra voce e prendere le distanze, rivendicando la nostra diversità e, soprattutto, la nostra libertà. Non è compito nostro esprimere giudizi e pareri ma la precisazione di oggi è doverosa, per correttezza nei confronti di chi fa affidamento sulla credibilità e sulla serietà che abbiamo ampiamente dimostrato in XXIII edizioni consecutive.
Il Carpino Folk Festival non è solo un festival musicale, è sudore e sangue, è condivisione, è voglia di comunicare la nostra terra e le nostre tradizioni e far comprendere quella ostinata speranza della buona gente del Sud che continua a sognare riscatti, risvegliandosi puntualmente delusa e amareggiata.
Visti i continui e non pertinenti richiami agli ideali del fondatore del Carpino Folk Festival, ROCCO DRAICCHIO, va affermato con forza che i principi che hanno mosso il lungimirante fondatore del Carpino Folk Festival, sono lontanissimi ed incompatibili rispetto al modus operandi a cui siamo costretti ad assistere. Questo marca un punto di netta differenza con l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival che sull’eredità degli ideali di Rocco Draicchio, che non sono mai stati traditi, ha sempre mantenuto, caparbiamente e con grandi difficoltà, libertà e indipendenza culturale che, come risultato, hanno portato alla rinascita economica e culturale del luogo e, quindi, al riscatto sociale della nostra comunità, altro che urban regeneration per suonare il piffero dell’abbellimento del paese.
D’ora in avanti nessuno potrà far finta di non saperlo, di non vedere, di non capire.
Siamo fuori di testa, ma diversi da loro!
P.S. Infine, agli artisti che verranno a cantare “Bella Ciao” vogliamo dire per chiarezza e correttezza che chi gli ha firmato i contratti, nel novembre 2019, è stato investito del ruolo di segretario cittadino della Lega – Salvini Premier.

Il Presidente Associazione Culturale
CARPINO FOLK FESTIVAL
Mario Pasquale Di Viesti

DOPO IL CARPINO FOLK FESTIVAL, ANCHE L’ACCADIA BLUES FESTIVAL PERDE I SUOI STORICI ORGANIZZATORI

Nino Antonacci, ideatore e animatore dell’evento a Rione Fossi, non ci sta: “Lo sfruttamento dello stesso nome appare parassitario e incoerente”
di TOMMI GUERRIERI su l’Attacco di mercoledi 21 luglio 2021

Metti che artisti del calibro di Robben Ford, storico chitarrista di Miles Davis, hanno una sola data in Italia per il loro concerto. E questa data è ad Accadia. L’Accadia Blues Festival. Metti che altri artisti ugualmente importanti, ne abbiano due o tre sole, in Italia. E una di queste date sia sempre Accadia. Metti anche che a questo Festival arrivino appassionati dal Salento, dalla Puglia, ma anche dal resto d’Italia, dall’Inghilterra e dalla Svizzera. E che oltre ai nomi di grande richiamo, ci sia la location Il Rione Fossi, che diventa suggestivo scenario naturale, che rivive con due palchi e numerose attività commerciali a fare da supporto. Tu cresci e arrivi all’undicesima edizione, ma poi all’improvviso, cambia il sindaco di Accadia, la città che lo ospita e da cuill Festival prende il nome, e i nuovi amministratori siano sordi alla tua voglia di continuare a fare il festival. Non ti chiamano, non ti ricevono e non ti rispondono. Anzi, ti ignorano. Cambiano gli organizzatori e mettono su il loro programma.

Una storia andata già in scesa anche a Carpino dove con modalità molto molto simili si mette fine allo storico Carpino Folk Festival e si crea il Carpino in Folk. Colpo di spugna e si cancella tutto. Nel timido silenzio di chi viene messo da parte. Relegato a questo silenzio, al punto che è costretto a esprimere dispiacere e amarezza attraverso scarne parole, che esplicitano una non polemica. Una triste arrendevolezza alla consuetudine. Pasquale Di Viesti, del Carpino Folk Festival lo aveva detto mesi fa. Siamo in contrasto con l’amministrazione guidata dal sindaco Rocco Di Brina e non vogliamo rilasciare interviste per non alimentare polemiche. Restiamo in silenzio in attesa di tempi migliori”. Ad Accadia gli organizzatori scrivono che l’edizione 2021 appena presentata dall’amministrazione guidata dal Sindaco Agostino De Paolis “nulla ha a che fare con la direzione artistica di tutte le precedenti edizioni del Festival. Ci teniamo a precisare che la nostra organizzazione e direzione artistica ne è stata anche la madre che l’ha concepito, gli ha dato un nome, l’ha fatto crescere, l’ha amato e lo hareso quello che ė, o meglio che è stato, dal 2010 fino allo scorso 2020, con immenso impegno, dedizione e orgoglio”.

Il Festival Blues nasce da un’idea di Nino Antonacci. “Accettai di partire con questo festival nella speranza che facesse la storia ad Accadia, ricorda l’allora Sindaco Pasquale Murgante. “Capii che avrebbe dato lustro al paese”. Il primo anno in cartellone a sono nomi internazionali che in breve tempo hanno fatto uscire il Festival dal territorio, trasformandolo in appuntamento di richiamo per l’importanza degli ospiti e la bellezza dell’evento. “Ora era giunto alla sua 11esima edizione, aveva portato avanti un percorso di crescente interesse da parte del pubblico e di critica, proprio pergli artisti che si esibivano e che venivano invitati. Ma al cambio dell’amministrazione sifa tabula rasa del passato e oggi si propone un cartellone che con il blues a poco a che fare a mio dire. Sembra piuttosto un pacco napoletano, dove al posto della radio e del telefono che pensi di aver acquistato apri la scatola e troviun mattone”. “Una volta compreso il cambio di rotta legittimo ma celato fino all’ultimo, da parte della nuova Amministrazione di Accadia – scrivono gli storici organizzatori in un post – abbiamo inoltrato fomale e cordiale richiesta ad essa, di non utilizzare lo stesso nome per non creare confusione con la nuova manifestazione e direzione artistica. Tale richiesta è purtroppo caduta nel limbo dell’indifferenza sordomuta, e lo sfruttamento dello stesso nome, appare parassitario o quantomeno incoerente, dato che al tempo stesso non è stato riconosciuto evidentemente, il valore del nostro lavoro”. Insomma: gli organizzatori hanno chiesto un incontro prima per rinnovare la loro disponibilità mal’amministrazione non ha mai risposto e nemmeno li ha mai convocati. Poi hanno anche scritto una lettera, per dire di non appropriarsi del nome, ma nessuna risposta nemmeno a questa sollecitazione.

“Gli Unni erano meglio, almeno non agivano mossi da infantilismo sciocco. Sono comportamenti che ritengo ingiustificabili. Un’amministrazione che tenta di distruggere tutto ciò che è stato fatto, credo generi un danno alla sua comunità e all’intero territorio. Il risultato è quello che si vede oggi. Abbiamo perso un’altra eccellenza della Provincia di Foggia. – continua Murgante- Non sono un grande intenditore, ma non mi pare che siano nomi di spicco. Chissà se ci saranno visitatori e se Accadia per una settimana si animera…
La serata di domenica si chiuderà con un evento di musica napoletana in montagna. I nomi? Sono nomi che possono fare da richiamo per la gente del paese, che mentre passeggia magari ascolta anche la musica… ben diverso da ciò che era prima questo festival. Demolire poi anche il Rione Fossi, quella rinascita che ne era stata… I due palchi….ora invece l’evento si svolgerà nella piazzetta del paese e anche le attività di supporto, quelle commerciali, non si potranno svolgere. Il fascino del Rione Fossi era unico, un luogo che si rianimava in occasione del Festival Blues”.

Insomma, proprio come a Carpino, anche ad Accadia il lavoro di anni è andato distrutto. Per cosa? Qualcuno dice banalità, invidia, stupidità. Non vuole commentare Nino Antonacci. “Metto acqua sul fuoco, non benzina. Ho sentito con le mie parole di dover solo tracciare un solco fra il passato e il presente. Non mi permetterei di entrare nel merito di questo Festival, dico solo che non é piu quello che ho ideato e pensato io. Cosi come è un diritto legittimo degli amministratori cambiare, credo che lo sia anche il mio di voler prendere a questo punto, le distanze”.

Il Sindaco Agostino De Paolis contattato telefonicamente da l’Attacco risponde a tarda serata. Gli chiediamo come mai abbia scelto la linea della discontinuità nell’organizzazione e della continuità invece nel nome del festival. “Faccio fare la manifestazione a chi ritengo opportuno. O dobbiamo dare conto a voi? L’organizzazione precedente era affidata a un privato che ha guadagnato per molti anni. Lei permette che ora decida io a chi dare i soldi del Comune e che impostazione dare alla manifestazione? E non cambio il nome perche l’evento é del Comune, non certo del privato. Dice di non aver incontrato Antonacci perchè si è rivolto al vicesindaco e non a lui, ma che in ogni caso, non ci sono motivi di scontentezza rispetto al passato, solo la voglia di una nuova amministrazione di evolversi: “Sarà un evento più volto a recuperare il filone Daunia-Campania, perchè questo, più del blues che non ha a che fare con la tradizione, sarà una svolta per Accadia”. Legittimo. Ma chissà allora perche lo continua a chiamare così..

“SETTE SATANICHE” E VIL METALLO, COME SI È SPENTO IL CARPINO FOLK FESTIVAL

A distanza di tre anni la versione di TOMMI GUERRIERI sull’ATTACCO di mercoledi 30 giugno 2021

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Il mesto epilogo del festival di Capitanata. Il CFF: da “setta satanica” a un addomesticato silenzio in attesa di tempi migliori
Non sono solo Festival. E quello di Sanremo a livello nazionale ne è ancora l’esempio. Una kermesse di musica su cui dirigenti di reti, istituzioni e artisti si giocano carriere e reputazione. Perché citiamo Sanremo? Perché nell’immaginario collettivo è l’emblema dell’evento canoro che divide, distrugge e santifica. In Puglia c’è quello salentino, che ormai è volato oltre i confini regionali, la Notte della Taranta e poi c’erano i Festival della Capitanata, eterna controversa Cenerentola, che almeno in questo era riuscita a dire la sua esprimendo con Apricena, Orsara, Carpino e Monte Sant’Angelo il meglio della musica tradizionale popolare. Oggi, di quel fermento che ha fatto la storia, di artisti e territorio, è rimasto molto poco. Troppo poco, diremmo. Solo Festambiente resiste. E diventa Festival del Territorio. Manifestazione itinerante, quest’anno fra Monte Sant’Angelo e Vieste. “Non ci fa piacere – dice l’ideatore e organizzatore Franco Salcuni essere rimasti l’unico Festival del territorio. Dovremmo interrogarci e capire che cosa non ha funzionato”.
La domanda è più che lecita. La risposta oggi la troviamo guardando poco lontano.
Carpino. Un luogo che tutti hanno conosciuto grazie al suo Festival. Quel Carpino Folk Festival fondato nel 1996 da Rocco Draicchio. Primo evento che è riuscito a trasformare un paese in un teatro, in cui ad andare in scena erano l’arte, la cultura, la musica, le tradizioni popolari. Agosto era Carpino. E Carpino era il Festival. Ora questo ricordo genera solo rabbia e amarezza. In tutti. In un territorio mortificato da questa perdita, avvelenato da guerre di principi che non fanno che impoverire e dividere. Superfluo spiegare cos’era il Carpino Folk Festival. “All’inizio non lo volevamo – ci ha raccontato uno dei commercianti del centro garganico – perche portava gente strana, che beveva e fumava. Gente che ci faceva paura. Ma con il passare degli anni è diventato la nostra vera ricchezza. Da ogni punto di vista. Sia per l’indotto economico che generava. Sia per l’enormità dei contenuti che passavano di qua. Era una gioia vedere quanta gente e quanta festa si faceva intomo a questo evento. Oggi, quello che è successo, è un dispiacere per tutti”.

Ma cosa è successo? Al Festival è successo quello che da queste parti succede spesso: l’esempio del fallimento di una classe politica che non riesce a vedere oltre il proprio perimetro. Che non coglie opportunità di crescita e di cambiamento, che non vede come risorsa, le espressioni del territorio. Che non vuole supportare, ma controllare, e dove non può, distrugge. Il Carpino Folk Festival si è fermato per ragioni legate ufficialmente alla scelta della sede a divergenze con l’amministrazione comunale sulla location. Il Sindaco, quando l’associazione Carpino Folk Festival decide di non andare avanti con l’evento, defini quelle motivazioni strumentali, disse che erano invece legate a finalità politiche. Che si voleva boicottare l’amministrazione. E dichiaro che anche chi aveva tentato di trovare una soluzione per mediare, era stato invitato ad attenersi alle decisioni prese dai vertici dell’associazione e cosi era andato via. Polemiche su polemiche anche per la decisione di tenere la conferenza stampa di presentazione della nuova associazione, il Carpino in Folk, nella sede della Federazione provinciale del Pd di Foggia. “Una scelta – questa fu la spiegazione fornita dal sindaco Rocco Di Brina – dipesa solo dalla difficoltà di reperire un altro luogo cosi velocemente, lo ho coperto personalmente i simboli del partito. Non avrei mai coinvolto il Pd se avessi trovato unaltro spazio. Mi sono fatto prestare la sede dopo aver coperto i simboli ma il partito non c’entra nulla”. Ma su che fondi ha contato la nuova manifestazione lo hanno visto tutti. Era il 2019 quando vennero destinati 10mila euro al Carpino in Folk, la tre giorni sostenuta da Comune e Regione che stava cercando di compensare l’assenza del CFF e che è costata oltre 88mila euro, stando al piano finanziario complessivo presentato al Parco. Non sono mancati i contributi ad altre numerose manifestazioni estive, ma la spesa più rilevante è legata a Gargano in Folk, fra comunicazione, stampa, grafica, spese di trasporto. Tutto per affidamento diretto.

Ecco perché la classe politica non ricuce, ma gestisce. Distribuisce. Dove necessario, mette una pietra e affossa. Toglie l’aria. E l’aria sono i soldi. Fondi che come per magia si tolgono a uno e si distribuiscono a un altro. Nasce quindi la nuova associazione che non si chiama per ragioni legali nello stesso modo, ma ne scimmiotta nome e finalità e cerca – per il bene del territorio, s’intende – di portare avanti oltre vent’anni di lavoro, sacrifici, passione e cultura. Ma è un favore a chi? Un contenitore per cosa? Dall’altra parte oggi, almeno ufficialmente, il silenzio. Senza voglia di dire nulla.

LA SINTESI

“Non potevano mettersi insieme e trovare il modo di fare meglio, di fare di più, qualcosa di più grande?”. No. C’è chi sostiene che l’associazione storica era una sorta di setta satanica, difficile da penetrare, rigida e irragionevole, quasi una casta”. E in effetti non è stato possibile parlare o capire le posizioni, né con il Presidente, Pasquale Di Viesti e nemmeno con l’altra anima del Carpino Folk Festival Luciano Castelluccia, chiusi in un silenzio asfittico (eppure anche oggi 01/07/2021 Luciano e Domenico parlano sull’Attacco dei loro progetti culturali e turistici).
Ma le guerre di principi le perdono tutti. I vinti, che si sono rassegnanti, in attesa di tempi migliori che chissà se e quando arriveranno, i nuovi, che pur essendo scesi in campo non hanno saputo o potuto dimostrare di superare i confini locali di un evento che per tradizione è ormai leggenda nell’immaginario di un territorio. E perde la coscienza politica, che invece di unire continua a dividere. E impone la dittatura di un silenzio che fa più rumore di una condanna.

Una setta già fa ridere di per se, satanica è il massimo della risata. Sto pensando all’informatore quanto gusto prova a leggere tutto questo sfascio.

DIVIDI ET IMPERA – CARPINO SENZA VOCE E DESTINO

di Tommi Guerrieri sull’Attacco di venerdi 25 giugno 2021

I cartelli con la scritta vendesi o affittasi sono scritti a penna e rimandano a numeri di cellulari personali. Sì vendono le case di famiglia, quelle ereditate da figli o nipoti che in estate non ci vogliono più venire; oppure si affittano stanze o piccole case arredate per chi invece la vacanza la immagina lenta e tranquilla. Carpino, un po’ distesa, po’ ‘arroccata; un po’ sgualcita, con facciate intere di palazzi in cui il sole ha mangiato il colore e anche l’intonaco. E poi altre, facciate su cui il sole batte forte e fa risplendere la pietra di Apricena che le riveste. Una terra di contrasti, di spaccature. Che si manifestano in maniera netta. La bellezza devastante di una immensa magnolia che si erge in centro, su un fazzoletto di terra davanti a un portone, balconi ammiccanti come dehor e sotto, le bombole di gas arrugginite che si arroventano al caldo. Balconi e scalini, che spuntano in mezzo alla strada senza un perché. Al punto che un segnale stradale ne segnala il pericolo. Balcone sporgente, avverte il cartello. Sporgente e appuntito, sta lì.
E tardi per abbattere o riqualificare. Del resto, non è stata edilizia speculativa, ma forse solo spazio rubato per bellezza o comodità. A che serve ora discutere, ordinare, litigare? Meglio il silenzio. ll quieto vivere. Quella calma apparente che fa sembrare tutto in ordine Se è tutto in ordine o no è difficile dirlo, per noi, che qui abbiamo trascorso una giornata a cercare di capire. Capire perché nessuno vuole parlare. Nessuno vuole raccontare. Il Sindaco Rocco Di Brina ha una serie di imprevisti che gli rendono impossibile conciliare i suoi impegni con la pianificazione di una intervista per il giornale e per il format “Cinque anni di solitudine”. I due ex sindaci Mario Trombetta e Rocco Manzo, sono entrambi impossibilitati a incontrarci per motivi lavorativi. Sono fuori per lavoro anche tutte le altre persone contattate per raccontare la ricettività di Carpino, o per parlare del Festival di tradizioni e musica popolare. E chi c’è preferisce non esporsi. Incontrarci solo per fare una chiacchierata senza telecamere. Quindi Reportage e Format su Carpino saranno inevitabilmente privi delle pluralità di voci che ci piace ascoltare e raccontare.

IL CARPINO FOLK FESTIVAL
Per la storica kermesse musicale rapporti molto tesi: due associazione diverse ma con le stesse finalità
Restano tesi i rapporti anche in aria Festival. Come conferma Pasquale DI Viesti, Presidente del Carpino Folk Festival, i contrasti con il sindaco vanno avanti già dal 2018. Non si vogliono alimentare polemiche rilasciando interviste e per questo si preferisce il silenzio in attesa di tempi migliori. Il Carpino Folk Festival era fiore all’occhiello di un paese come questo. Carpino è rappresentata dalla fava, dall’olio e dal Festival. Intanto, c’è un dato di fatto. Che c’è una divisione anche sul Festival, raccontata già a suo tempo sulle pagine dei giornali. Questa rottura e divisione ha portato a una desertificazione totale.
La manifestazione rischiava di saltare ad agosto 2019, quando, a pochi giorni dallo stop annunciato dall’associazione culturale Carpino Folk Festival, il Sindaco Rocco Di Brina replica con suo annuncio. La manifestazione si farà. Ma sì chiamerà in un altro modo. Si chiamerà ADIBAS, con gli stessi contenuti che per 23 anni sono stati portati avanti dall’associazione culturale Carpino Folk Festival. A quanto sembra, una prassì comune a Carpino, quando non si trova la quadra, quella di fondare una nuova realtà, con un nome diverso, che persegue stesse finalità e obiettivi. Fu già così dieci anni a, quando fu fatta nascere in maniera artificiosa una banda musicale del paese. Artificiosa, perché c’è n’era già un’altra.
La seconda era di indirizzo politico e dopo le elezioni, come d’incanto, la banda si scioglie. Ora, in un momento di grande difficoltà del paese, con uno stallo netto fra cultura e politica, accade questo anche al Festival. Nonostante le difficoltà all’interno dell’associazione, con la presidenza di Pasquale Di Viesti, il modo di rapportarsi dicono sia cambiato, trovandola strada di un approccio più morbido e aperto.
Eppure, alle prime difficoltà e dopo scontri che spesso sono anche legittimi, l’amministrazione ha favorito la nascita di una associazione che persegue fini identici, e l’associazione originale, quella storica, del Carpino Folk Festival, anche in concomitanza con il periodo di emergenza sanitaria, che di fatto ha limitato le attività e le uscite pubbliche, si è silenziata. Preferisce non parlare, per non alimentare polemiche, in attesa di tempi migliori. Eppure, chi rappresenta l’associazione sa che rappresenta un patrimonio culturale, storico e musicale della comunità e non si può esimere dal promuoverlo. Può non voler entrare nei meriti della polemica, ma non può esimersi dal ricordo della memoria e dalla storia. Eppure, come per l’amministrazione che ha visto il negarsi dei tre sindaci, anche per il Festival c’è stata questa scelta. Oggi, se uno vuole parlare, gli strumenti sono tanti. File audio, mail messaggio.

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Vedi cara, quando l’intorno sociale è saturo di guastatori che passano la loro vita a rovinare le imprese altrui e quando il panorama ti lascia pensare che non ci sia più nulla da fare e che sia inutile fare qualunque cosa… per non diventare come loro se puoi vai via, scappi, se non puoi l’atto più significativo che puoi fare è tacere, ossia fare silenzio. Silenzio come atto d’igiene pubblica, come sospensione dagli obblighi e sovversione dagli ordini. Il tal senso, silenzio rivelatore e comunicativo.

OGNI LUOGO CONTIENE IL MONDO

Nei giorni scorsi su indicazione di Alessandro ho visionato uno straordinario monologo interpretato da Ascanio Celestini. Un pellegrinaggio tra borghi abbandonati e antiche tradizioni, tra la bellezza e le sofferenze di una terra inquieta, attraverso l’opera dell’antropologo Vito Teti. Un film pieno di stimoli intellettuali tra cui una verità rivelata “Ogni luogo contiene il mondo“.
Quelli come me che vivono lontani dal proprio mondo sono alla continua ricerca di notizie della propria terra e non passa giorno senza chiedermi chissà cosa è successo oggi nel paese. Carpino in questi giorni è in lockdown e combatte per la sopravvivenza, questa volta contro il covid-19, esattamente come capita in ogni parte del mondo, esattamente negli stessi giorni. Se da un lato ogni mondo è paese, nel senso che è inutile andare a cercare lontano quello che è vicino, dall’altro Vito Teti ci dice quant’è vera un’altra constatazione, ossia che qualunque sia la ragione puoi trovarti in qualunque parte del mondo e sentirti comunque a casa. È questa la ragione per cui mi sono messo sulle tracce dell’antropologo ed ho trovato una sua bella intervista su ‘il foglio” e in essa ancora altri stimoli e un’altra constatazione: si, era la strada giusta.
In che modo i piccoli paesi, disabitati, abbandonati, scollegati possono contribuire a uscire dalla crisi e dal disordine?
Da terre del rimorso devono diventare terre vergini, luoghi in cui reiventare nuovi sistemi di sviluppo, sperimentarli.
Vi consiglio sia la lettura che la visione del documentario.

IL PAESE INTERIORE from IlPaeseInteriore on Vimeo.

Intervista all’andropologo Vito Teti
www.ilfoglio.it
Tutto il mondo in un paese imprevedibile
L’antropologia del rimanere. Le città fantasma. Le macerie. I vivi. I morti. I vampiri. Il futuro. L’invisibile. Il viaggio in una stanza. Conversazione con Vito Teti
Quest’estate rimarremo a casa. Lo diciamo con cipiglio, con fare da sopravvissuti, derubati di tutto e in tutto stravolti. Lo diciamo quando parliamo delle vacanze che non faremo, dei viaggi a cui rinunceremo, dei voli annullati, dei soldi persi, della noia e dell’angoscia che sentiremo più del caldo. Da anni, per noi, vacanza, viaggio, scoperta e distanza coincidono e né il chilometro zero né il localismo ci hanno disabituati a quello che il lockdown e i suoi surrogati (fase 2, 3, zero, chissà) hanno dimostrato: ci si può spostare da immobili, ci si può incontrare da intoccabili. Il professor Vito Teti, antropologo e ordinario di Antropologia culturale all’università della Calabria, lo ha teorizzato molti anni fa: esiste, nel restare, una possibilità di viaggio esclusiva, inedita, sconvolgente. Alla “antropologia della restanza”, lo studio del mondo più prossimo, quello dei luoghi che si hanno intorno e nei quali si è nati o ci si ritrova a vivere, immersi e a essi sempre più somiglianti, ha dedicato libri, ricerche, tutta la sua vita. I suoi studi più ripresi sono quelli sui paesi abbandonati, quelli che il New York Times a metà giugno invitava a riscoprire, visitare. Lì, tra i paesi abitati da poche famiglie isolate, e dove la relazione con l’altro è stretta, necessaria alla sopravvivenza di sé e dell’ambiente intorno, ha capito che l’antropologia “non può essere entomologia, ma deve essere dialogo, partecipazione al dolore degli altri e sua assunzione su di sè”.
È nato a San Nicola da Crissa, poco più di mille abitanti in provincia di Vibo Valentia, e lì vive. Mi dice: “Da casa mia vedo una specie di mappa delle rovine, lo stretto dove sono state distrutte Reggio e Messina da una parte, e dall’altra i paesi distrutti dai terremoti a partire dal Settecento, e ancora la frana di Maierato”.
E come ha fatto, così accerchiato dal disastro, a scrivere un libro sul futuro (“Prevedere l’imprevedibile”, Donzelli)?
“Le società tradizionali come quella nella quale sono cresciuto io e di cui c’è ancora traccia in alcuni paesi hanno sempre tenuto presente che la catastrofe è una possibilità concreta, prossima. Fa parte della vita così come ne fa parte la morte. Mia madre ripeteva spesso che il peggio doveva ancora venire, e non lo faceva per scaramanzia, fatalismo, pessimismo: era un modo con cui ribadiva un dato di realtà, uno dei pochi a nostra disposizione. È proprio perché credo nel futuro, e credo che l’umanità abbia ancora molte chance, strade da percorrere, scelte da fare, che mi sforzo di non dimenticare che tutto potrebbe finire da un momento all’altro e che questa è la condizione umana, non un prodotto recente, una conseguenza di errori che pure abbiamo commesso. Il mondo, da che esiste, porta in sé il germe della fine, così come ognuno di noi, da quando nasce, è esposto alla morte. Il coronavirus ce lo ha semplicemente ricordato, sottolineando anche quanto siamo sguarniti del senso del limite. Ecco, quell’incombenza dell’apocalisse nella quale vivevano le società più antiche, e soprattutto quella contadina, dotavano le persone di un senso del limite che noi abbiamo perso del tutto e che la pandemia ci ha fatto capire che dovremmo riadottare”.
Nel suo libro lei ricorda un’osservazione di Ghosh, che agli studiosi e scrittori convinti che gli esseri umani siano intrinsecamente incapaci di prepararsi a eventi insoliti, ha obiettato che non è sempre stato così.
“Ghosh ha infatti parlato di “inconsci schemi di pensiero”, primo fra tutti il buon senso, che si sono affermati con la regolarità della vita borghese. Per lui siamo stati catastrofisti fino a quando non abbiamo cominciato a fondare le scelte di governo sulla statistica e il calcolo di probabilità, che hanno progressivamente cancellato memorie, miti, visioni di chi, nel mondo del passato, aveva idea che la fine, il peggio, l’imprevedibile fossero sempre possibili e da mettere in conto”.
Crede che la nostra sia un’umanità ottimista? Non le sembra, invece, annichilita?
“Mi sembra un’umanità distratta. Incapace di affrontare ciò che la terrorizza. Tutti i rimossi più ingombranti, che pure fanno parte della vita, e cioè la morte, la malattia, le catastrofi naturali, sono tornati a mostrarci il conto, a manifestarsi con una concretezza spietata e noi eravamo del tutto impreparati, come se per anni ci fossimo convinti di essere immuni, invincibili, eterni”.
E crede che il Covid abbia davvero portato un cambiamento di consapevolezza e quindi di prospettiva?
“Temo di no. Tra le due tendenze forti che mi sembra di aver notato, una a prevedere cosa accadrà e una a sottovalutare ciò che è accaduto, dovremmo trovare un punto di equilibrio nel “Prosperare nel disordine” di cui parla Nicholas Taleb: costruire sistemi adatti a reggere lo shock, a sopportare meglio la crisi che verrà: diventare disastro-resistenti”.
L’antifragile.
“Esatto. L’antifragile è ciò che migliora dopo aver subito un danno, attraverso meccanismi di sovra-compensazione. Non rifiuta le crisi, ma le utilizza”.
In che modo i piccoli paesi, disabitati, abbandonati, scollegati possono contribuire a fare ciò che lei auspica e, riprendendo Paolo Giordano, definisce come necessità di pensare l’impensabile?
“Bisogna trasformarli, innanzitutto. Da terre del rimorso devono diventare terre vergini, luoghi in cui reiventare nuovi sistemi di sviluppo, sperimentarli. Abbiamo bisogno di costruire una nuova comunità, e cinquant’anni di spopolamento, emigrazione, collassi urbani ci dicono che il modello fordista della città è fallito. Il paese, liberato da inefficienze, ritardi, rapporti clientelari, offrirebbe soprattutto ai giovani molte più possibilità di esprimersi, inventare, connettersi, intessere relazioni. Mi capita spesso di parlare con miei studenti che vivono in paesini minuscoli, spesso sono i soli, insieme alla propria famiglia, a vivere in un intero centro. E non intendono andare via. Quello che ritengo concretamente possibile è trasformare questi ultimi abitanti di un vecchio mondo nei fondatori di un nuovo mondo, una nuova comunità. Soltanto loro potrebbero attrarre altre persone, inventare nuove economie e nuove forme di socialità. Ogni paese ha delle risorse che può valorizzare. Ci sono alcuni centri calabresi dove vive una persona e basta: io di quell’unico essere umano farei un museo. Niente di tutto questo ha a che fare con il turismo sui luoghi dell’abbandono, che adesso è molto in voga e che non salverà quel mondo dall’estinzione. Anche perché non è vero che è un mondo bello: è un mondo che possiamo far diventare bello”.
Serviranno infrastrutture?
“Serviranno esseri umani, soprattutto. Quando Franceschini dice che parlare ancora del ponte non pone più un problema ideologico, sbaglia: il problema è sempre stato e sempre sarà ambientale. Possiamo riavviare i piccoli paesi connettendoli meglio tra loro, migliorando i trasporti senza cementificare tutto, risparmiandoci di recuperare palazzi a caso: gli interventi isolati non producono che nuove rovine destinate a diventare presto macerie”.
Io in un minuscolo paesino del sud non ci vivrei mai e poi mai, sa? Neanche se ci fossero rassegne a ogni ora, treni, librerie, supermercati aperti 24 h, laboratori, bassissima mortalità, neanche se fosse Natale tre volte, neanche se il distanziamento sociale dovesse diventare legge eterna ed evitare gli assembramenti metropolitani dovesse rubarmi più ore di quanto me ne rubi adesso il traffico. Sono una provinciale: ho bisogno della città.
“Ci sono due modi di essere provinciali. Uno è credere di vivere laddove tutto accade, ed è una convinzione tipica di chi vive in città e, più in generale, in occidente. L’altro è credere che il posto in cui si è nati e si vive sia irrilevante e che per capire come funziona il mondo si debba lasciarselo alle spalle e partire, allontanandosene il più possibile, come se le possibilità di comprensione della realtà aumentassero con i chilometri che si percorrono. Invece a volte un fatto minuscolo, accaduto in un posto dimenticato da tutti, contiene e descrive la realtà più dei grandi avvenimenti che leggiamo sui libri di storia o sui giornali. Quando decisi di tornare in Calabria, avevo capito che restare può essere un modo di vivere e abitare. Da allora, in tutti questi anni, ho cercato comunque di mantenermi esule in patria: amare il paese tenendolo a distanza. Viaggiare così come restare devono essere due forme di libertà. Ai nostri ragazzi dovrebbe essere assicurato il diritto ad andare via ma pure quello a restare, senza sensi di colpa, rimorsi, e godendo di pari opportunità nell’uno e nell’altro caso”.
Per i suoi colleghi antropologi lei è una specie di alieno?
“Le dirò, quando vado a trovarli a Roma, a Milano o a Toronto, mi pare che facciano una vita più angusta della mia. Non mi sembrano dei giramondo, ecco. Amo molto viaggiare, e ho sempre giocato sulla mia scelta di restare in Calabria, di muovermi poco, studiare il vicino e non il lontano. Del resto, non c’è bisogno di andare a Tokyo per soffrire il fuso orario e gli insonni lo sanno benissimo”.
Pochi mesi prima che arrivasse la pandemia e ci ritrovassimo a dar la colpa ai pipistrelli e a parlare di vampiri, lei aveva ripubblicato un suo saggio sui vampiri (“Il vampiro e la melanconia”, Donzelli).
“Il vampiro incarna il doppio perché è vivo e morto, anzi è non morto. Prima del coronavirus la sua rappresentazione era tornata molto forte, presente, e ci serviva sia come antidoto alla tristezza che ci derivava dalla fine dell’umano che alcune narrazioni, non solo letterarie, continuavano a servirci, sia a ritrovarci nella sua fame, nella sua passionalità e anche nel suo sradicamento. Ma il vampiro è anche una figura di raccordo tra vita e morte, un raccordo che non dobbiamo fuggire e che non deve spaventarci, e dal cui immaginario dobbiamo espungere la paura. Con i morti, così come facevano le società più antiche e tradizionali, dobbiamo restare in dialogo, trattarli come fossero vivi. La metamorfosi del vampiro in animale rinvia a una negatività radicale, al rischio che l’uomo possa trasformarsi in bestia, indica una regressione a un livello primordiale e selvatico di esistenza”.
L’identità si può scegliere?
“Non sempre. L’identità è quello che costruiamo dinamicamente nell’incontro, non è un dato astorico o metafisico. In parte, la ereditiamo da chi ci ha preceduto. Questo significa che la nostra scelta avviene all’interno di una serie di possibilità che non creiamo noi. Mi viene in mente Alvaro, quando diceva che l’uomo è responsabile del suo tempo. Ecco, credo che l’uomo sia anche responsabile dell’identità che sceglie, assumendosi quelle da cui discende, per proseguirle”.

GRANDE SUCCESSO PER “FIORISCI PRIMAVERA”

Il viaggio sentimentale del Carpino Folk Festival sulla Montagna del Sole tenutosi lo scorso sabato 20 marzo 2021 ha fatto raggiungere alla pagina Facebook 457.329 visualizzazioni in soli 5 giorni e con soli 12 post e altre 354.414 visualizzazioni su instagram, a dirlo è il Presidente Mario Pasquale Di Vieste dell’omonima Associazione Culturale che con un post sul social di Zuckerberg ringrazia le istituzioni che hanno sostenuto l’iniziativa, il cast dei protagonisti e quanti dello staff prontamente si attivano.
Di seguito proponiamo il comunicato stampa di presentazione dell’iniziativa diramato dagli organizzatori e il link al video della diretta in cui appare una vera e propria chicca: una muntanara ritrovata mandata in onda sulla Rai, suonata e cantata dal mitico Matteo Salvatore. La conduttrice che presenta il cantante delle quattro stagioni garganiche parla di un brano della tradizione inviato da uno sconosciuto che per esso viene premiato.
Buona lettura e buon ascolto.

Qui il video della diretta – https://fb.watch/4q_W953xN3/

20 MARZO 2021 dalle ore 18.00 in diretta streaming
FIORISCI PRIMAVERA
“Un Viaggio sentimentale nella Montagna del Sole”
Il rito all’equinozio di primavera per allinearsi alle antiche tradizioni e alle energie dell’astro d’orato accecante che sovrasta la montagna del Gargano.

Gargano, li 19/03/2021
Dal tavoliere, il Gargano si presenta come un’enorme massiccio che al piano mostra una parete rugosa e glabra, quasi senz’anima. Ma se si supera quella parete e si percorre la terra che man mano si svela, come un miracolo appare la grande varietà d’aspetti che questo piccolo promontorio racchiude. Perché in soli 2150 kmq circa di superficie, esso presenta cento volti: i laghi più azzurri, le foreste più lussureggianti, gli agrumeti più odorosi, le pinete più pittoresche, le spiagge più assolate, i monumenti più originali, i santuari più famosi, le caverne più profonde e sorprendenti. Su quest’isola-monte, che le genti del Tavoliere di Puglia chiamano LA MONTAGNA DEL SOLE perché dalle sue creste vedono apparire ogni mattina l’astro d’orato, l’uomo ha dimorato da tempo immemorabile, forse da prima che si congiungesse con il continente.

Nel giorno dell’equinozio di Primavera, quando l’astro d’orato protagonista della nostra montagna si troverà nella posizione perpendicolare alla linea dell’equatore, il Carpino Folk Festival realizzerà un viaggio sentimentale lungo tutto il promontorio del Gargano per agitare le anime più irrequiete e quindi immaginare il proprio futuro senza inseguire snaturanti vie di mezzo.

L’occasione sarà quella di raccontate in tutti i sensi i paesi del Gargano secondo il percorso tracciato nella sua erudita monografia dallo scrittore e giornalista Giuseppe D’Addetta nel 1955.

FIORISCI PRIMAVERA –  VIAGGIO SENTIMENTALE NELLA MONTAGNA DEL SOLE ci permetterà di raccontare il territorio nelle sue sfaccettature più preziose, dalle forme del paesaggio rurale alle pratiche della pastorizia, dalle commistioni tra archeologia e natura racchiuse nel Parco Nazionale del Gargano, al sincretismo tra religiosità e antiche pratiche del notevole interesse antropologico.

Le rinomate varie forme di tarantella, ma anche i cunti, i canti monodici e i canti polivocali sacri e profani, le ninne-nanne, i drandla e i lamenti funebri si alterneranno a letture, documenti inediti e racconti locali diretti da Luciano Castelluccia, ventennale direttore artistico del Carpino Folk Festival, e Domenico Sergio Antonacci, straordinario conoscitore della propria terra.

La tradizione musicale di Carpino, le voci delle donne di Ischitella, le confraternite di Vico del Gargano, il misticismo di San Nicandro, le musiche e i canti di San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo, le tradizioni popolari di Mattinata, San Marco in Lamis e Apricena e altre ancora faranno parte di questo straordinario viaggio in cui non mancheranno momenti di sensibilizzazione ai significati culturali di cui sono portatori gli ultimi testimoni, la condivisione di documenti e testimonianze e il coinvolgimento degli artisti della riproposta.

La serata vedrà inoltre l’intervento di registi, attori, musicisti, ma anche di poeti e accademici garganici, in particolare saranno portatori di valori e tradizioni dell’isola-monte il professore e ricercatore in campo demoantropologico Vito Carrassi, la ricercatrice e scrittrice Grazia Galante, l’attore Christian Palladino, lo scrittore e linguista Francesco Granatiero, il poeta Giuseppe Mazzamurro, l’autrice Elena Ruzza, l’attore Orazio Caputo ed ancora lo storico Matteo Vocale, l’imprenditrice, Assessore al Turismo e Vicesindaco del Comune di Vieste Rossella Falcone, il ricercatore e musicista Angelo Frascaria, il musicista Pio Gravina, l’artista Peppe Totaro, la studiosa di storia garganica Teresa Maria Rauzino, il musicista e compositore Umberto Sangiovanni, lo scrittore e musicista Contegreco, il regista Giuseppe Sansonna, la cantante Roberta Palumbo e l’esperta di marketing turistico Antonella Biscotti.

Il progetto nasce da un’idea di Luciano Castelluccia e dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival ed è realizzata grazie alla collaborazione e al supporto del Teatro Pubblico Pugliese e della Regione Puglia.

Data la zona rossa e, quindi il perdurare del distanziamento sociale e la chiusura dei luoghi della cultura e dello spettacolo, FIORISCI PRIMAVERA si svolgerà in digitale sulla pagina ufficiale del Carpino Folk Festival su Facebook, sperimentando le nuove modalità di erogazione dei contenuti, di gestione dell’interazione, di coinvolgimento del pubblico e utilizzando i linguaggi e le forme di espressione consentite al tempo del COVID-19.Tutti, col proprio smartphone, potranno accedere alla visione senza muoversi dalla propria abitazione e senza spostamenti, semplicemente collegandosi alla pagina facebook del Carpino Folk Festival.
https://www.facebook.com/CarpinoFolkFestivalUfficiale

PROGRAMMA

FIORISCI PRIMAVERA in diretta streaming sulla pagina ufficiale del Carpino Folk Festival
“Viaggio sentimentale nella Montagna del Sole”
SABATO 20 MARZO 2021 dalle ore 18.00

Anteprima
con Umberto Sangiovanni

Introduzione al viaggio
con Rocco D’Antuono e Alessandro Sinigagliese

Apricena, la porta del Gargano
con Contegreco

L’aura mistica di San Nicandro
con Matteo Vocale

Arrivo sulla Montagna
con Angelo Frascaria

L’anfiteatro del Varano, Uria
con Vito Carrassi

Carpino, la primavera
con Orazio Caputo

La tradizione di Carpino: La Montagna del Sole
con Rocco Cozzola, Mike Maccarone, Pio Gravina

Ischitella, balcone dell’Adriatico
con Elena Ruzza

La tradizione delle Cantatrici di Ischitella: La Montagna del Sole
con le cantatrici di Ischitella

Rodi Garganico
Con Teresa Maria Rauzino

Vico del Gargano, paesaggio di storie
con Francesco Saggese

La tradizione delle Confraternite: La Montagna del Sole
con le Confraternite di Vico del Gargano

Fuori Binario
con Giuseppe Sansonna

San Marco in Lamis, la terra nel piatto
con Grazia Galante

San Giovanni Rotondo, paese dei miracoli
con Christian Palladino

La tradizione di San Giovanni Rotondo: La Montagna del Sole
con i Cantori di San Giovanni Rotondo

Peschici, l’estrema punta
con Antonella Biscotti

Vieste, la sperduta
con Rossella Falcone

Matënètë
con Francesco Granatiero

La tradizione di Mattinata: La Montagna del Sole
con i Cantori di Mattinata

Monte Sant’Angelo caput Gargani
con Giuseppe Mazzamurro

La tradizione di Monte Sant’Angelo: La Montagna del Sole
con i Cantori di Monte Sant’Angelo e Peppe Totaro

Epilogo
con Roberta Palumbo

https://www.facebook.com/CarpinoFolkFestivalUfficiale

I suonatori e cantori di Carpino nelle trasmissioni della Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana

Nella sua attività scientifica Roberto Leydi ha avuto una costante attenzione per la divulgazione culturale e per l’educazione all’ascolto attraverso la radio e la televisione che considerava un grande canale di sensibilizzazione dell’opinione pubblica per diffondere e divulgare una conoscenza più ampia dell’Italia e delle sue interne diversità anche attraverso la riscoperta delle tradizioni popolari.
In particolare per la Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana (RSI) Leydi ha ideato e condotto dal 1969 al 2002 circa un migliaio di trasmissioni e la serie radiofonica più nota e consistente è senza dubbio “Sentite buona gente”, in onda settimanalmente dal 1977 fino al 1991.
Queste trasmissioni forniscono un raro esempio di valorizzazione dei diversi materiali – dalle registrazioni originali di prima mano agli esempi tratti dall’imponente collezione di dischi 45, 33 e 78 giri, dalle stampe popolari agli strumenti musicali – da parte dello stesso raccoglitore, capace di delineare percorsi spesso inediti attraverso di essi.

La dott.ssa Giulia Giannini dell’Università degli studi di Bologna ha catalogato dettagliatamente per programma e ordinate per data tutte le trasmissioni della RSI condotte da Roberto Leydi o alle quali lui ha partecipato.

Grazie al Catalogo della Giannini, oggi, è possibile facilmente trovare tutte le trasmissioni nel corso delle quali l’oggetto è l’ascolto del repertorio dei pastori di Carpino.
Una sintesi parziale della ricerca è stata pubblicata nel mese di dicembre del 2020: Giulia Giannini, Uno strumento di memoria orale. Le trasmissioni di Roberto Leydi per la Radiotelevisione della Svizzera Italiana, «Archivio storico ticinese», n. 168, 2020, pp. 84-114
Per chi, invece, vorrà appronfondire ricordo che tutte le trasmissioni fanno parte del Fondo Roberto Leydi del Centro di dialettologia e di etnografia Bellinzona.

Nulla accade sul promontorio garganico che non abbia importanza per tutta l’umanità

«Un arcangelo sul Gargano» Ernesto de Martino (Espresso Mese del novembre 1960)

In un certo senso non sarebbe del tutto errato parlare d’una storia religiosa del promontorio garganico. Secondo quel che attesta lo storico Strabone, su questo promontorio in epoca pagana c’erano ben due «Case sollievo della sofferenza», naturalmente di tipo arcaico: un oracolo di Podalirio, figlio d’Esculapio, con una sorgente minerale, e un oracolo del veggente omerico Calcante, nel quale i malati offrivano il sacrificio d’un montone nero, dormivano poi sul vello della bestia, e dormendo e sognando entravano in rapporto col nume. Nel quinto secolo dopo Cristo, perdurando sul promontorio questi e altri culti pagani, giunse sul Gargano non già un visitatore apostolico, ma, dati i tempi, l’arcangelo Michele. Vi giunse con i mezzi di allora, spiccando il volo dall’Oriente, varcando il mare e apparendo al vescovo di Siponto (l’attuale Manfredonia), al quale ordinò in sostanza di mettere ordine cristiano nella regione, sottraendola al culto idolatrico delle Case-sollievo dell’epoca. Nacque così il famoso santuario di Monte Sant’Angelo, la cui fama si sparse per tutta l’Europa medievale e le cui pendici furono percorse, in devoto pellegrinaggio, da imperatori e re. A una ventina di chilometri da Monte Sant’Angelo c’è San Giovanni Rotondo, un paesino che fino ad alcuni decenni or sono non aveva nessun destino nazionale o internazionale, e che ora, per le note ragioni, ha quasi oscurato la fama dell’antico santuario medievale, attirando a sé se non proprio imperatori e re, almeno il fiore dell’Italia devota e dell’America ricca. Tuttavia è sembrato che nel dilagante prestigio del piccolo paese garganico qualche cosa ricordasse ancora i lontani precedenti pagani del figlio d’Esculapio e del veggente Calcante: perciò l’arcangelo Michele è riapparso sul Gargano, questa volta (dati i tempi) sotto forma d’un visitatore apostolico sopraggiunto per operare «una ripulitina» o «una lubrificazione» (secondo le espressioni che il Corriere della Sera attribuisce al visitatore in questione). Mantenendo fede alla tradizione secondo cui nulla accade sul promontorio garganico che non abbia importanza per tutta l’umanità, anche questa seconda apparizione dell’arcangelo sta per avere vastissima fama; e solo perché i tempi sono mutati, ed è ormai esaurita la fecondità del mito antico, il ritorno di san Michele sul Gargano viene oggi figurato nello squallido linguaggio della civiltà industriale («ispezione», «ripulitina», «lubrificazione»), facilmente accessibile ai lettori del «Corriere della Sera». Del resto, anche in tempi recentissimi il Gargano è stato testimone d’episodi d’inquietudine religiosa di risonanza più o meno vasta. Una timida e devota fanciulla di Rodi Garganico, che si chiamava Rosa, cominciò nel 1941 a esercitare le sue virtù curative, acquistando nome in tutta la regione, e oltre. Unendo poi alla sua pratica di guaritrice anche il dono della profezia, la fanciulla annunciò per la primavera del ‘42 la sua morte e, al tempo stesso, la fine della Seconda guerra mondiale. L’attesa si fece grande in tutto il promontorio: il giorno del compimento della profezia la gente affluì a Rodi da tutte le parti, e, insieme alla gente, reparti di carabinieri venuti apposta da Foggia per fronteggiare gli eventuali disordini. Ma «santa Rosa» (come la fanciulla veniva chiamata) non morì, la guerra continuò, e la delusione tra i fanatici fu tanta da consigliare d’allontanare la «santa» dal paese, relegandola per qualche tempo nel manicomio di Aversa. Quest’inquietudine religiosa, riflesso d’altre inquietudini consce e inconsce, si manifestò anche nel singolarissimo episodio di Donato Manduzio e degli «ebrei» di San Nicandro, di cui tanto parlò a suo tempo la stampa, e che vanta già una certa letteratura. Si trattò di povera gente che abbracciò il giudaismo non tanto per il suo carattere rigidamente monoteistico, aniconico e antidolatrico, ma perché attraverso di esso potevano trovare soddisfazione l’esigenza d’un radicale distacco da una realtà ingrata, il senso d’appartenenza a un «popolo eletto», le tendenze visionarie e profetiche, l’attesa del Messia. Gli «ebrei» di San Nicandro, tutti contadini e illetterati, arrivarono fino a farsi incidere nelle carni il segno di quest’elezione separatrice, e furono circoncisi il 4 agosto 1946 in una cerimonia collettiva, cui fece seguito un’immersione nell’Adriatico, a Torre Maletta. Inizialmente, i convertiti di San Nicandro ignoravano che il popolo ebraico esisteva ancora e appresero con grande stupore e in modo del tutto incidentale che gli ebrei erano ancora sulla faccia della terra. Quando Israele realizzò le sue speranze riguadagnando la Terra promessa, e quando, nel 1948, la guerra fra israeliani e arabi aumentò in Palestina la «fame di uomini», la Terra promessa prese inaspettatamente per i contadini di San Nicandro la consistenza d’una reale possibilità di «emigrazione». Accadde così che alcuni contadini, cui interessava non il giudaismo, ma l’emigrazione in Palestina, non esitarono a farsi circoncidere, visto che solo così potevano avere la prospettiva di campare la vita. Ma torniamo ora a San Giovanni Rotondo e alla «ispezione» del visitatore apostolico. I recenti avvenimenti che hanno commosso l’opinione pubblica possono interessare da vari punti di vista, ma qui vorremmo sottolineare il fatto che essi rappresentano un’eloquente testimonianza delle difficoltà in cui la Chiesa s’imbatte nel suo tentativo d’appropriarsi di quanto di più avanzato offrono la tecnica e la scienza moderne senza tuttavia perdere rapporto con le tradizioni soprannaturalistiche che formano la sostanza del suo insegnamento e senza provocare scandali e lacerazioni in seno a quel cattolicesimo popolare che essa stessa in passato ha in parte promosso e in parte tollerato. Il santuario medievale di Monte Sant’Angelo, con le sue folle di pellegrini imploranti guarigioni miracolose, rappresentava ormai, almeno nella sua specifica funzione terapeutica, qualche cosa di arcaico, di non rispondente ai tempi, e troppo ricordava in alcuni tratti il preesistente culto pagano del figlio d’Esculapio e del veggente Calcante. Fu precisamente la coscienza più o meno oscura di quest’insufficienza a favorire la nascita a San Giovanni Rotondo della «Casa sollievo della sofferenza», concepita e attuata nel modo più moderno e razionale, anzi in una prospettiva americana.
Ma, al tempo stesso, l’iniziativa restò in un certo senso impigliata nei più compromessi arcaismi della prospettiva garganica, cioè legata a una serie di rapporti popolari, oracolari, taumaturgici, e alla figura d’un frate che poteva rientrare nel tipo popolare del guaritore e del profeta, e che (salvo la sostanziale ortodossia e la più incisiva personalità) soddisfaceva esigenze che in forma extracanonica avevano trovato espressione in figure come quella della guaritrice Rosa di Rodi o del guaritore e profeta Donato Manduzio di San Nicandro. La «Casa sollievo della sofferenza» nacque ubbidendo alle esigenze della tecnica ospedaliera e della scienza medica più avanzate, ma, al tempo stesso, attraverso il nome e il prestigio di padre Pio, continuò idealmente a partecipare a un ordine radicalmente diverso, cioè alla valutazione soprannaturale delle stimmate, alla virtù delle bende intrise di sangue miracoloso, a una pratica della confessione auricolare che rischiava di ridurre il sacramento cattolico al rapporto magico con un guaritore, ecc. Dietro il nome di Fiorello La Guardia, cui è dedicata la «Casa sollievo», riappariva così l’ombra non facilmente esorcizzabile del figlio d’Esculapio e del veggente Calcante. Né vale che la Chiesa non abbia finora avallato il carattere soprannaturale dei fenomeni che si collegano alla persona del frate, perché di fatto senza l’interpretazione soprannaturalistica di tali fenomeni da parte della devozione privata, e senza i prestigi derivanti dalla possibilità di futuri riconoscimenti ufficiali, la «Casa sollievo» non sarebbe mai sorta. L’interesse della vicenda di San Giovanni Rotondo sta proprio nel fatto che qui sono scoppiate in una forma estrema, e sotto certi aspetti caricaturale, le contraddizioni che travagliano il tentativo attuale d’ammodernamento che la Chiesa persegue in tutti i campi, cercando di risolvere in altrettanti et-et gli aut-aut in cui la civiltà moderna è attualmente impegnata (critica storica e rivelazione, psicoanalisi e confessione auricolare, democrazia e cattolicesimo, psicopatologia e possessione diabolica, scienza e miracolo, ecc.). L’arcangelo Michele è riapparso sul Gargano, ma c’è da chiedersi fino a che punto sarà efficace questa sua seconda apparizione sul promontorio. Senza dubbio, gli abusi più vistosi saranno eliminati, e la «ripulitina» e la «lubrificazione» sortiranno esito positivo. Ma resterà pur sempre l’equilibrio e la prudenza di un et-et lì dove la civiltà moderna avverte il maturarsi di un aut-aut decisivo.

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