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Antonio Basile (Ufficiale)

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Gli appunti di Franco Arminio per un progetto di sviluppo locale

Nei giorni scorsi seguendo uno sfogo di Franco Arminio mi sono imbattuto nel suo tentativo di incanalare la secolare rassegnazione contadina, descritta da Carlo Levi, in un processo di sviluppo locale. Lo sfogo, a prima vista, suggerisce che a vincere sembra essere ancora una volta lo scoraggiatore militante e l’abitudine dei paesi a rimandare il rinnovamento sempre ad un nuovo domani. Ma se lo riconosci?

LO SFOGO
L’eroe di questi luoghi è chi fallisce la sua vita e si adopera con fervore per far fallire la vita degli altri. È il rancoroso a oltranza, il luminare dell’astio, il patito del malanimo. E se c’è qualcuno che ti fa un complimento deve subito aggiungere qualcosa che lo attenua. L’eroe di questi luoghi è lo scoraggiatore militante.

Il paese resiste sempre a chi scalpita, vuole uscire, se ne vuole andare nel mondo a fare cose grandi. È una resistenza che si manifesta attraverso un invito alla lentezza, alla prudenza, alla sobrietà, non è cattiva. Lo scoraggiatore militante, invece, è il paesano animoso: un meschino fallito che si adopera per far fallire la vita altrui. Quante persone, soprattutto giovani con sogni e speranze, vengono sconfitti da questo atteggiamento, da questo conflitto che non si vede ma c’è, dice Arminio.

APPUNTI PER CHI SI OCCUPA DI SVILUPPO LOCALE
Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. È difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito. Il paese è pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da una parte la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai dall’umano e dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla fine nel suo senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in qualsiasi momento, ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E questo in paese è più chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo, come se ci fossero altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se avessi l’illusione che ci siano.
Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subito. Chi arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese. Il residente a oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse. Alllora bisogna aprire porte che non ci sono, bisogna esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita. In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento: bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.
Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.
Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna. Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico metropolitiano nell’imbuto del paese. Ci vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Il segreto è l’intreccio e deve essere un intreccio reale, non il prodotto di un’assemblea, di un incontro estemporaneo. Chi vuole salvare i paesi deve entrarci dentro e in un certo senso deve buttare fuori chi ci vive dentro. Si deve realizzare uno scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e di quello arterioso. Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del sangue. In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, in Irpinia d’Oriente.
Ha pubblicato molti libri, che hanno raggiunto decine di migliaia di lettori.
Da anni viaggia e scrive, in cerca di meraviglia e in difesa dei piccoli paesi; è ispiratore e punto di riferimento di molte azioni contro lo spopolamento dell’Italia interna. Ha ideato e porta avanti la Casa della paesologia a Bisaccia e il festival “La luna e i calanchi” ad Aliano.

Una transumanza da capogiro quella che si è svolta digitalmente su facebook

GRANDE SUCCESSO DELLA TRANSUMANZA DIGITALE: RAGGIUNTA QUOTA 200 MILA SPETTATORI
Antonio Facenna: di quel poco che la terra offre bisogna sempre trarre il meglio

A causa dei divieti posti allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19, lo scorso 25 aprile si è svolta un’edizione speciale della festa della transumanza tutta in digitale.
“Anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio” scriveva Antonio Gramsci nelle sue “Lettere dal carcere” e gli organizzatori sono voluti partire proprio da lì, dall’inizio, da un rito ancestrale ed antico com’è la transumanza.
Sabato 25 aprile quindi “transumando” digitalmente con le vacche podoliche del Gargano si è svolto un lungo racconto live con interventi video, oltre che dei protagonisti e degli amici di Antonio Facenna, anche di artisti, scrittori, giornalisti e ospiti che hanno partecipato donando se stessi gratuitamente.
Tutti gli interessati a questa sperimentazione hanno potuto seguire l’evento comodamente e in sicurezza da casa collegandosi alla pagina ufficiale del Carpino Folk Festival (https://www.facebook.com/CarpinoFolkFestivalUfficiale)
E dè stato proprio come l’avevano descritta quelli dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival : vivere nei luoghi che amiamo pur essendo distanti impossessandoci di una dimensione sospesa nuova in cui attori, vicende, bisogni, pur non mescolandosi davvero, si sono sincronicamente incrociati per raccontarsi e mettere in relazione i luoghi reali.
La giornata è stata divisa in blocchi come se fosse una vera festa della transumanza. Raduno dei partecipanti alle 6 del mattino. Raggiunta la partenza si è assistiti all’arrivo delle vacche podoliche e al rito della campana. Quindi è partito il cammino verso la destinazione. Durante questo cammino i racconti dei partecipanti lungo il tragitto, il senso della parola transumanza, la transumanza come cammino, la transumanza come rito popolare, la transumanza come festa culinaria, la transumanza come momento per stare in armonia e nel rispetto della natura, la transumnza per stare insieme e per cantare e suonare. Il tutto intervallato da blocchi di live che rilanciavano la programmazione e l’attenzione dei partecipanti.
Sono chiusa in casa, da sola, da più di due mesi – scrive una delle più fedeli partecipanti – eppure oggi mi sento parte di un tutto, ho come la sensazione di condividere queste esperienze con i tanti amici che sono lontani da me, ma solo fisicamente perché in realtà sento che siamo connessi, non solo attraverso la rete internet, c’è qualcosa di più profondo che ci lega. Questa è la rivoluzione che il CFF e la transumanza digitale sono riusciti a mettere in atto. Ho addosso la stessa sensazione che avevo nel 2014 e nel 2016, trasformata, rinnovata; i racconti, le storie di questa transumanza 2020 non sono stati, per me, meno suggestivi e travolgenti. È un percorso più profondo. Questo isolamento forzato mi ha insegnato che ci sono forme diverse di bellezza e la transumanza digitale ha saputo cogliere appieno questa sensazione. … La transumanza è un viaggio che ciascuno di noi può compiere; alla fine del viaggio, pur avendo tracciato le stesse strade, ciascuno porterà a casa sensazioni ed esperienze diverse”.

Ma arriviamo ai numeri . Fin dalle prime ore l’evento viene seguito con curiosità da una moltitudine di frequentatori del social per eccellenza. A fine giornata come rilevato dagli insights della pagina facebook saranno oltre 200 mila gli spettatori che hanno seguito la giornata di programmazione in diretta. Moltissimi quelli che si sono aggiunti per la forza virulenta del social nelle ore successive. Un grande successo con 28 mila tra clic sui post, reazioni, commenti e condivisioni in 16 ore di diretta e grazie a 50 contributi video di: Francesco A.P. Saggese da Cremona, Alessandro Scillitani da Reggio Emilia, Enzo del Vecchio da Bari, Enza Pagliara e Dario Muci dall’Australia, Daniele de Michele “Don Pasta” da Parigi, Franco Arminio da Bisaccia, Giovanni Rinaldi da Cerignola, Teo Ciavarella da Bologna, Gli amici di Antonio Facenna, Antonio D’amico da San Severo, Stefano Mariotti da Cortona da Arezzo, Libero Ratti da Vieste, Pio Gravina da San Giovanni Rotondo, Gaetano Branca da Carife (AV), Nello Biscotti da Vico del Gargano, Pachamama “Riserva Moac” da Bojano (Molise), Livio e Manfedi da Bisaccia, Francesco Fodarella da Ariano Irpino, Giuseppe Spedino Moffa da Campobasso, Riccardo dell’Orfano da Milano, Peppe Totaro “Tarantula Garganica” da M. Sant’Angelo, Nicola Gentile e Rosa Menonna “Cantori di Carpino”, Luca D’apolito da Ischitella, Enzo Cavalli da Firenze, Denny Ritrovato da Apricena, Giovannangelo de Gennaro da Borgo di Sovereto (Bari), Giuliana de Donno da Matera, Gabriella Aiello da Roma, Maristella Martella da Lecce, Antonio Pio Steduto “cantori e Suonatori di San Giovanni Rotondo, Siggnor Libbrec’n “Francesco Alaura” da Peschici

La Transumanza Digitale 2020 è un evento ideato da Luciano Castelluccia, che ne ha curato anche la direzione artistica ed è stato promosso e organizzato dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con: Ferrovie del Gargano, Like Guida Enogastronomica, Masseria Facenna – Carpino, Amara terra mia – Storia di storie del Gargano, Qualeformaggio.it, CdP Service.

UN VIAGGIO NEL TEMPO VERSO LE SPLENDIDE TERRE DELLA PUGLIA CON IL CORTO ‘MACCHERONI’

“La domenica senza la pasta col sugo è una domenica che non vale niente. I maccheroni, col ragù denso e profumato, vengono covati per una settimana intera.
Sono il colore della festa per chi vede tutti i giorni il pane, le fave e una goccia d’olio”.
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La Cineteca di Bologna ci propone un viaggio nel tempo nelle splendide terre di Puglia: ‘Maccheroni’, un corto straordinario – indagine etnografica e, contemporaneamente, racconto poetico – diretto e commentato nel 1959 da Raffaele Andreassi.

“Chi muore muore, chi campa campa, basta che ci sia un piatto di maccheroni con la carne”, ci assicura il cantante pugliese (da Apricena) Matteo Salvatore. Lo traduciamo indegnamente dalla lingua madre, per ribadire una verità nota: quando parliamo di identità, il cibo è da sempre uno dei segni distintivi più autentici. Qui siamo nel Gargano (Peschici), dove il piatto della domenica sono i “maccaruni” conditi coi pezzi di carne (da non confondere col ragù), e per il resto della settimana occorre accontentarsi del pancotto a base di pane raffermo con cicoria, fave e patate (un piatto povero che oggi talvolta passa per ricercata prelibatezza).

Il restauro del film, realizzato dalla nostra Cineteca, fu mostrato in anteprima al Festival di Berlino del 2014, ottenendo tutti gli applausi che merita. Lo dobbiamo a Raffaele Andreassi, autore di un pugno di lungometraggi da riscoprire in blocco, di programmi televisivi di intelligenza oggi chimerica, e di così tanti corti che è difficile contarli. Maestro degli slittamenti di prospettiva, dell’erranza dello sguardo, delle esitazioni di giudizio che scavano in profondità inattese, Andreassi ci regala con questo film uno dei suoi gioielli. Dolce e crudele, malinconico e arrabbiato, denso di realismo e avviluppato nel fiabesco. Guardarlo è come camminare in equilibrio a braccia aperte tra le galline e i panni stesi. Andreassi è stato anche uno dei migliori registi di documentari d’arte che abbiamo avuto (qui limitiamoci almeno a fare un cenno ai suoi sconcertanti capolavori su Antonio Ligabue): per questo, davanti a un bambino che si imbratta il viso di sugo, per riflesso automatico ci viene da pensare a un gesto pittorico. Una pennellata di rosso pomodoro, che qui diventa il colore della festa.

Ritorno in Australia, 12 anni dopo per salvare il mondo con l’acquasala

Il «podolicesimo» ti prende per la gola – Cultura popolare ed enogastronomia, il nuovo credo di Luciano Castelluccia fa nuovi adepti.
La prima volta da pionieri come portatori di cultura popolare nel 2008. Il nuovo viaggio in Australia, dello storico direttore artistico del Carpino Folk Festival, tutto in questo racconto…

australia.pngIl primo incontro si è tenuto presso il San Marco in Lamis Social Club Melbourne
alla presenza di tanti sammarchesi residente a Melbourne da più di sessant’anni. Un’occasione importante per la promozione dei pacchetti turistici e del paniere di
prodotti enogastronomici delle aziende partner con il contorno dello spettacolo “L’acquasala salverà il mondo” di Luciano Castelluccia. A fare gli onori di casa il presidente del Circolo Pensionati San Marco in Lamis di Melbourne, Luigi Mastromauro, e il presidente del San Marco social club, Silvia Randazzo.
Il secondo spettacolo è andato in scena presso Italian Touch Cafe Restaurant dei fratelli Caroppi, originari di Poggio Imperiale e da anni trasferitisi a Oakleigh a circa 30 minuti in metro dal centro di Melbourne. Il lavoro che stanno portando avanti Roberto Caroppi e Placido Caroppi è quello di emozionare attraverso il palato usando materie prime di qualità ma soprattutto di provenienza pugliese. Su tutti i vini delle Cantine d’Alfonso del Sordo che accompagnano ogni singola portate del menù proposto. E presto anche new entry con Di Nunzio Legumi di San Paolo Civitate e Agriturismo Biorussi – Gargano.
Spinti dall’istinto di sopravvivenza, da buoni garganici, la rappresentanza di Like Guida Enogastronomica è andata alla ricerca di un posto che, già dal logo, incuriosiva tanto. Si chiama iPugliesi e si trova a Coburg North, non distante dalla city. La location ricorda i vecchi empori di una volta, quelli dei quartieri, casa e bottega.
“IPugliesi” sono Claretta Mongelluzzi e Stefano Marcianò. Clara ha origini garganiche, di Foce Varano, mentre Stefano radici nel Salento ma nato a Melbourne. Claretta ci è invece arrivata per amore. Una piccola “trattoria” dispensa dove, mentre assapori i piatti che sembrano essere cucinati da tua nonna. Basta guardarsi attorno per ritrovare gli stessi prodotti che, se acquistati a prezzi veramente convenienti, si possono riassaporare a casa. Clara è una forza della natura: fa la mamma di Martina, fa la spesa per casa e per il locale, accoglie gli ospiti parlando prima in dialetto dopo in inglese, cucina, serve in sala, balla la tarantella. Abbraccia l’ospite, lo guarda e si commuove.
Joe Caputo, originario di Carpino, viene in macchina quasi tutti i giorni, puntuale come un orologio svizzero per incontrare Castelluccia e Gianluca Fioriniello. Joe, oltre ad essere un amico della delegazione tricolore, è il punto di riferimento per tanti italiani a Melbourne: è stato lui ad aver curato tutti gli incontri e tutti gli appuntamenti del progetto “Missione Australia”. Caputo è anche referente della Federazione Pugliese d’Australia.
Nuova tappa a Faraday Street di Carlton al CO∙AS∙IT – Museo Italiano, Language & Cultural Centre dove è in programma la conferenza stampa Taranta Festival 2020. Sala gremita per la presentazione dello spettacolo “L’acquasala salverà il mondo”. Joe Di Monte alle 21:00 ci invita “paisà” a fare uno spaghetto a casa sua; lui non conosce orari, vuole parlare, raccontare, ascoltare, ridere. Zio Giuseppe, anch’egli originario di Carpino, è una persona buona, umile. A Melbourne è diventato un grande imprenditore del settore edile: ogni costruzione che appare all’orizzonte, viene indicata dalla sua mano docile e poi la solita frase: «Quella l’ho costruita io…».
Poi ospiti del Puglia Social Club. Il presidente Francesco Iacobellis spiega che ogni venerdì si ritrovano per la ”serata panzerotto”. Che goduria. In fine, l’ultimo spettacolo: 250 biglietti venduti, solo 40 in sala. L’ombra del «coronavirus…

“In Australia per creare nuove frontiere per il turismo emozionale sul Gargano e imprimere una inversione di marcia alle paure e ai numeri in fuga delle ultime settimane causa coronavirus”.
E’ il progetto Australia Tour di FdG Viaggi e Turismo di Ferrovie del Gargano, nato da un’idea di Luciano Castelluccia, storico direttore artistico del Carpino Folk Festival, manifestazione per il recupero e la valorizzazione della musica popolare della Puglia, da sempre impegnato nel ricostruire il tessuto della memoria comunitaria e nel valorizzare il patrimonio culturale garganico attraverso la ricerca, la musica, l’enogastronomia e l’aggregazione sociale. Trasferta organizzata in collaborazione con Metano’s, Like Guida Enogastronomica (media partner) e CdP Service (logistica). Con il fondamentale supporto delle aziende Cantine d’Alfonso del Sordo di San Severo, Di Nunzio Legumi di San Paolo Civitate, Agriturismo Biorussi – Gargano di Carpino, Lake Café di Lesina e Consorzio di tutela Arancia del Gargano IGP e Limone del Gargano IGP di Rodi Garganico.
Nel roster dei partner anche l’Istituto superiore “Federico II” di Apricena.

PER IL FESTIVAL DI CARPINO di Michele Lobaccaro

Ogni volta che con il furgone passavamo vicino al profilo maestoso del promontorio garganico scattava un battibecco amichevole, uno sfottò, perché Rocco Draicchio, detto nel gruppo “Il Presidente”, parlava della sua visione di un grande evento da fare a Carpino che portasse il mondo a conoscere la bellezza del suo patrimonio musicale.

Inizia cosi un lungo post sugli arbori del Carpino Folk Festival pubblicato il 3.3.2020 da Michele Lobaccaro, musicista compositore, fondatore e autore del gruppo degli Al Darawish e poi dei Radiodervish.

In quegli anni, tra noi Al Darawish, Rocco era quello che aveva una visione, diciamo così, più imprenditoriale della musica. Infatti, oltre a suonare nel gruppo le percussioni, teneva molto a cuore gli aspetti organizzativi, i contatti con i promoter, la gestione della cassa e, soprattutto, l’ideazione di un festival che valorizzasse la ricchezza culturale del suo Gargano.
E spesso parlava di quell’album dei Musicanova “Garofano d’ammore” che aveva attinto a piene mani dal repertorio garganico senza che, però, rimanesse tra la gente del Gargano la consapevolezza del tesoro che essi si trovano a custodire.
In quegli anni a Carpino erano ancora vivi i cantori che incarnavano la tradizione e Rocco ci portò più volte a Carpino per conoscere questi “Omero” del canto garganico per farci innamorare di quella realtà ed aiutarlo a creare un movimento che portasse alla creazione del Carpino Folk Festival. in questo senso prendemmo parte a delle edizioni zero del festival ma centrale fu la sua intuizione di ripatire da dove si era interrotto il discorso di ricerca portato avanti da diversi musicologi e musicisti dagli anni 60 fino agli anni 80.
Fu per questo che cominciammo da Eugenio Bennato e lo andammo a trovare direttamente a casa sua a Napoli in occasione di un nostro concerto partenopeo.
Arrivati nella casa Rocco espose la sua idea di un festival che iniziasse proprio con il ritorno di Eugenio Bennato a Carpino per riallacciare i fili di un percorso che si era interrotto e che ora, dopo quasi vent’anni di inabissamento, avrebbe potuto contribuire a riaccendere l’interesse per la musica popolare del sud Italia.
Un sottile rivolo di questa tradizione fu comunque tenuto vivo nelle feste degli studenti fuori sede che venivano a Bari dal Salento, dal Gargano, dalla Calabria e dalla Basilicata. Ci si scambiava canti e si teneva in piedi gioiosamente una tradizione e la sua memoria.
Alcuni di questi brani hanno fatto anche parte del repertorio live degli Al Darawish. C’erano nella band delle anime molto interessate allo scavo in questa direzione. Così a fianco delle nostre canzoni originali, trovavano posto canzoni tradizionali mediorientali e apparivano canzoni greche, oltre a nuovi arrangiamenti di canzoni di Enzo Del Re, dei Cantori di Carpino, di Matteo Salvatore e della tradizione salentina.
Tutto ciò spiega perché per la prima vera edizione del Festival di Carpino salirono sul palco, nel 1993, gli Al Darawish insieme ai Cantori di Carpino.

Sarebbe auspicabile che si ricomponessero le divisioni e si ritornasse a far vivere quel sogno per continuare a raccontare questa favola“.

Rocco Draicchio con gli Al Darawish

Rocco Draicchio e gli Al Darawish

La posizione dello sfasciato dell’Alta Irpinia

Col video del discorso pronunciato da Vinicio Capossela, il 24 agosto in Piazza della Repubblica a Calitri (AV), chiudo l’anno 2019.

BUONA ASCOLTO E BUON 20 20

Vinicio Capossela ha raccontato come è nato sette anni fa lo Sponz Fest e ha colto l’occasione per rimarcare alcune questioni relative agli aspetti finanziari della manifestazione, alla sua natura di evento di promozione del territorio e al suo futuro. Ha detto che la cultura serve anche a restituire all’uso luoghi abbandonati come quelli dell’osso appenninico e che l’Italia non si divide tra nord e sud, ma tra aree interne, città e aree costiere. E che poi serve creare occasioni per portare gente in tutti quei luoghi recuperati all’incuria e riportati in luce. Continuando ha detto che bisogna anche avere il coraggio comunque di sapere affrontare investimenti di questo tipo, perché sono situazioni che generano valore per il territorio, in un rapporto di circa otto euro di valore generato per ogni euro investito. A questo servono gli eventi culturali soprattutto nei paesi dell’interno, aree che hanno perso buona parte della loro cultura contadina e rischiano di cadere prede di questa volgarizzazione delle coscienze a cui possiamo tutti assistere in questi anni. Realizzare questi festival significa darsi un’occasione per visitare luoghi come questo, in cui altrimenti sarebbe molto difficile arrivarci apposta, anche per chi ci è nato.

E’ in “Angeli del Sud” l’ultima apparizione cinematografica di Antonio Piccininno


Il musicista Eugenio Bennato ed il regista Bruno Colella, legati da solida amicizia, sono stati entrambi invitati da Mimmo Epifani a ritirare un premio che lo straordinario mandolinista organizza in un piccolo paesino del Lazio abbastanza scomodo da raggiungere.

I due amici, sinceramente affezionati al musicista accettano l’invito e partono per un viaggio con finale a sorpresa in cui si bada poco alla meta dando invece precedenza a ricordi ed incontri coi grandi personaggi della musica napoletana ed altri artisti “estremi” dell’Italia che sorprende… gli “Angeli del Sud” in un viaggio alla scoperta dei suoni, dei colori dei personaggi e del folklore di quelle splendide e assolate terre.

Il film Angeli del Sud, diretto da Bruno Colella, è distribuito da Zenit Distribution.
Con Eugenio Bennato nel cast ci sono Enzo Aisler, Peppe Barra, Carlo D’Angiò, Camillo De Felice, Mimmo Epifani, Tony Esposito, Franchetto Minopoli, Pietra Montecorvino, Antonio Piccininno, Marco Tornese, Nicola Vorelli, Alessandro Haber.

“La storia parte nella San Vito dei Normanni di Epifani, passa per la Napoli segreta di Peppe Barra, quella delle invenzioni di Tony Esposito, della voce bianca di Nicola Vorelli, dei rocchettari degli anni settanta poi per il Gargano dei cantori di Carpino, per Roma e per le tradizioni del basso Lazio. E’ attraverso questa esile trama e l’utilizzo di tre diversi linguaggi, cioè la musica, la fiction ed il documentario, che questo film racconta il mondo affascinante che circonda Eugenio e la musica popolare d’autore. I suoi raffinati concerti a cui oggi assistono migliaia di persone, i suoi versi ricercati si scontrano quindi con la leggerezza della commedia e del grottesco, ma anche con la follia geniale di artisti ancora sconosciuti e le confessioni di quelli già affermati, creando così un interessante corto circuito ed un ritmo incalzante fatto di contrasti, che fanno sempre bene allo spettacolo”. Bruno Colella

“I personaggi artisti musicisti o funamboli raccontati nel film non sono elementi da set precostituito, ma sono reali entità che mi sono andato a cercare nel corso degli anni, seguendo il filo di una mia personale concezione dell’arte che, ritengo, non possa mai essere scollegata da una necessaria componente di originalità che si oppone ai canoni dell’omologazione e per questo può sconfinare in positiva follia. Gli Angeli Del Sud sono le voci sommerse del mio mondo musicale, che, sia quel che sia, ha comunque la particolarità di percorrere strade inesplorate, e accendere i riflettori su volti e storie sistematicamente trascurate dalla civiltà dei consumi“.
Eugenio Bennato

Chíja dícë che Ccarpínö non jé bbèllä

E’ questo, forse, l’unico canto politico in senso stretto di Carpino di cui si ha memoria.
Il canto in modo estremamente ermetico ci descrive il contesto territoriale in cui si trova il bel paese. Carpínö stà chiàntatë sópä na rípä, è situato sopra un altura, un colle ripido, dirupato a Sud sul canale Antonino che insieme ad altri torrenti scorgono dall’anfiteatro naturale del Monte Gargano verso il Lago di Varano (Nord) non prima di aver attraversato una lunga pianura (lu chiánë).
Data questa conformazione paesaggistica, è possibile desumere che, al momento il cui il canto ha assunto questa formulazione, a Carpino era diffusa l’agricoltura, la pastorizia, la pesca nei torrenti e presso Varano e le attività dei boschi. Grazie a Michelangelo Manicone sappiamo inoltre che cesine, carpini, faggi, grano, biade, legumi, lino, olio e vino erano le produzioni locali. Pecore, capre e vacche gli allevamenti, insieme all’immacabile maiale e al pollame.
In questo contesto il canto ci fornisce anche la composizione dei gruppi sociali: da una parte i galantuomini e dall’altra i cafoni.
Sti quàttë ģalandòmïnï cë sònnë rumástë” ci indica che siamo in un momento storico in cui non ci sono più i principi ed anche i galantuomini stanno per sparire per essere sostituiti dalla piccola borghesia, probabilmente, quindi, dopo il 1860. Li cafune, ossia i contadini e i pastori, i vinti vivono in stato di indigenza, ai margini della società classista, condannati a un ineluttabile destino di asservimento, non possono votare e piegati dalla fatica non possono partecipare alla lotta per la conquista del potere, ma solo assistere a quella feroce per la sopravvivenza dei galantuomini. Una lotta che per sua natura non ha nulla a che fare con una reale lotta politica, ma come in tutto il meridione, è solo lotta per arraffare il potere e assicurarsi i posti di comando e le professioni remunerate per se o i loro parenti o i loro compari e cosi alternativamente continuare a dominare sui cafoni che tentano di stare uniti ad altri alla pari solo per difendersi e non per ribellarsi, ad esempio immaginando di formare bande di briganti, ma al massimo per prendersi piccole e rapide vendette di sangue dettate dall’emotività: compagni miei stiamoci uniti altrimenti ce lo mettono d’indrë lu varcàturë e renë.

Il sonetto, del repertorio di Rocco Antonio Sacco, è contenuto in “Canti e suoni della tradizione di Carpino“.

Quartiere la Ripa, 1961.

«Vedi», gli disse «in città succedono molti fatti. In città, ogni giorno succede almeno un fatto. Ogni giorno, dicono, esce un giornale e racconta almeno un fatto. In capo all’anno, quanti fatti sono? Centinaia e centinaia. E in capo a vari anni? Migliaia e migliaia. Immagina. Come può un cafone, un povero cafone, un povero verme della terra conoscere tutti questi fatti? Non può. Ma una cosa sono i fatti, un’altra è chi comanda. I fatti cambiano ogni giorno, chi comanda è sempre quello. L’autorità è sempre quella.»
«E le gerarchie?» chiese il forestiero. Ma allora noi ancora non sapevamo che cosa significasse la strana parola. Il cittadino dovette ripetercela varie volte e con altri termini. E Michele pazientemente gli spiegò la nostra idea:
«In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa.
Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra.
Poi vengono le guardie del principe.
Poi vengono i cani delle guardie del principe.
Poi, nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi, ancora nulla.
Poi vengono i cafoni.
E si può dire ch’è finito.»
Fontamara, Ignazio Silone, 1933

LA MUSICA È CAMBIATA di Antonella Cignarale

A seguito dei gravi incidenti di Piazza San Carlo a Torino sono state imposte direttive e procedure mirate a garantire alti livelli di sicurezza per la tutela dei partecipanti alle manifestazioni pubbliche in luoghi aperti. Per gli organizzatori di concerti, sagre e feste popolari la musica è cambiata. Costi e responsabilità per mitigare i possibili rischi di un evento sono aumentati a tal punto che c’è chi ha dovuto rinunciare a confermare un festival che si teneva da 20 anni. E quando l’applicazione delle misure di safety si va a scontrare con le più antiche tradizioni di una festa patronale qual è il rischio?
Lunedì 4 novembre se ne occupato Report Rai3 e il nostro Domenico Antonacci è stato intervistato per conto del Carpino Folk Festival.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
Dopo la tragedia avvenuta durante la visione della finale di Champions League in piazza San Carlo a Torino, sono state introdotte nuove misure di sicurezza per le manifestazioni all’aperto.
PIERO MARRESE – SINDACO DI MONTALBANO JONICO (MT)
C’è stata sicuramente una rivoluzione.
SANDRA MEO – PRIMO DIRIGENTE POLIZIA DI STATO LECCE
Quello che si mette in campo è sempre in rapporto all’entità del rischio che la manifestazione comporta.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
Per ottenere l’autorizzazione ad un evento vanno garantite vie di accesso e di deflusso per il pubblico, aree dedicate al soccorso, un operatore di sicurezza ogni 250 partecipanti e un piano di evacuazione. Tutto va coordinato con il comune e le commissioni di vigilanza di pubblico spettacolo tra cui vigili del fuoco, dirigenti medici e forze di polizia. Se il rischio è elevato entra in gioco anche la prefettura. Per chi organizza un festival, aumentano responsabilità e costi, fino al 30%.
GIORDANO SANGIORGI – PRESIDENTE RETE DEI FESTIVAL
Trattandosi di iniziative senza ingressi e senza sponsor, ma solo per promuovere la nuova musica giovanile emergente un 20 per cento circa di operatori sono stati costretti ad annullare gli eventi.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
Come hanno inciso le direttive per l’incolumità e la sicurezza pubblica su concerti, festival e feste popolari?
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO
Buonasera è il 3 giugno 2017, in piazza San Carlo a Torino si sta proiettando su un gigantesco schermo la finale di Champions League Juventus – Real Madrid; quattro
delinquenti dopo aver rubato oggetti di valore si fanno largo tra la folla spruzzando uno spray urticante. La conta è tremenda. Due morti, 1500 feriti. Ma quella sera emerge che c’è stato un mancato coordinamento tra le forze di pubblica sicurezza e i
soccorritori. Emergono anche delle criticità e delle carenze tra chi ha organizzato l’evento. Il ministero dell’Interno emette delle direttive in tema di sicurezza e vediamo
quanto questo gesto scriteriato di quattro delinquenti ha condizionato e messo in crisi le casse dei comuni, la storia, le tradizioni di un intero Paese. La nostra Antonella Cignarale.
ANTONELLA CIGNARALE
È proprio la zona rossa questa!
ELIO DI GIUSEPPE – LIDO SABBIA D’ORO – MONTESILVANO (PE)
Si è la zona rossa, è il cuore del concerto.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
Il tour di Jovanotti è stato valutato un evento ad alto rischio, sia per il numero di partecipanti, circa 33mila, che per la location: la spiaggia. La sicurezza è la principale voce di spesa.
MAURIZIO SALVADORI – TRIDENT MUSIC – PRODUTTORE JOVA BEACH PARTY
Il 40, il 50 per cento che è dedicato alla sicurezza; nell’ambito del tour parliamo di milioni di euro.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
È stato predisposto un piano di sicurezza balneare: l’area A, nei primi 60 metri dalla riva, è vigilata da trenta bagnini. Dopo i 60 metri c’è l’area B.
NICOLA ATTANASIO – CAPO REPARTO OPERATIVO GUARDIA COSTIERA MONTESILVANO (PE)
L’area B è dedicata ai mezzi di soccorso e ai mezzi dedicati alla sicurezza della manifestazione.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
Chilometri di reti di acciaio e transenne per delimitare la manifestazione. L’area pubblico deve essere divisa in tre settori lasciando al centro un corridoio di emergenza
destinato al soccorso. I palloni verdi indicano le vie di fuga e ai varchi di ingresso i controlli sono come in aeroporto: vengono vietate anche creme solari e l’antizanzara.
ANTONELLA CIGNARALE
Ti hanno detto che lo devi buttare perché?
DONNA
Perché è infiammabile.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
E un concerto è saltato a Vasto, il comitato provinciale per l’ordine e la sicurrezza pubblica ha rilevato “carenze nelle misure di security e safety” e ha dato parere negativo allo svolgimento dell’evento. Un rischio era il deflusso del pubblico e il traffico sulla strada statale.
MAURIZIO SALVADORI – TRIDENT MUSIC – PRODUTTORE JOVA BEACH PARTY
L’annullamento in relazione alla sicurezza non c’entra proprio nulla. Abbiamo presentato tre progetti: uno con la statale aperta, uno con la statale chiusa e uno semiaperta. Ci è stato detto tutto e il contrario di tutto.
ANTONELLA CIGNARALE
Da provincia a provincia voi avete avuto prescrizioni differenti per il tour sulle spiagge?
MAURIZIO SALVADORI – TRIDENT MUSIC – PRODUTTORE JOVA BEACH PARTY
Sì e la applicazione delle regole è abbastanza soggettiva.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
E non dappertutto le indicazioni sono uguali. Lo sportello del pubblico spettacolo di Roma fornisce una tabella per calcolare il rischio dell’evento: se è religioso o un concerto rock, o se i partecipanti sono 1000 o 1001 il punteggio aumenta e anche le misure da adottare per mettere in sicurezza la manifestazione. A Bologna invece, non va compilata perché non è prevista dall’ultima direttiva ministeriale.
ANTONELLA CIGNARALE
Per cui voi qui a Bologna non chiedete di compilare quella tabella?
MONACO FELICE – PRES. SPETTACOLO BOLOGNA
Io non la chiedo.
ANTONELLA CIGNARALE
È una valutazione soggettiva?
MONACO FELICE – PRESIDENTE COMMISSIONE DI VIGILANZA DI PUBBLICO SPETTACOLO BOLOGNA
Tutte le valutazioni del rischio sono soggettive.
GIUSEPPE BENNARDO – COMANDANTE PROVINCIALE VIGILI DEL FUOCO LECCE
Queste misure qua si applicano in tutte le manifestazioni, ovviamente graduando l’applicazione in maniera flessibile.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
E per farlo ci vuole un ingegnere che redige il piano di emergenza. Nel borgo medioevale di Novi Velia, in Cilento, il Festival Antichi Suoni si svolge lungo tutto il centro storico e tra le vie di fuga individuate ci sono vicoli, scalinate e anche il retro di
una corte con i tavoli apparecchiati.
ANTONELLA CIGNARALE
Questa è una via di fuga?
PASQUALE CROCAMO – ING. PIANO SICUREZZA FESTIVAL ANTICHI SUONI NOVI VELIA (SA)
Non sembra, ma è una via di fuga. La difficoltà maggiore è quella di applicare una norma a un centro storico, cioè ci vorrebbero delle deroghe a queste situazioni.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
Cambiare la normativa anche per le manifestazioni con poco più di 200 spettatori ha comportato l’annullamento di feste e sagre nei piccoli centri.
LUIGI PASOTTO – VOLONTARIO FESTA RIVE GAUCHE – CASALMAGGIORE (CR)
Nonostante nella circolare venga specificato che si cerca di salvaguardare quello che è
il patrimonio di sagre e di tradizioni, questa richiesta di sicurezza rischia e rischierà di strozzarci.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
Per evitare il rischio affollamento nell’area della manifestazione, la capienza massima è due persone a metro quadro. C’è chi sceglie di limitare il numero di ingressi con il conta persone elettronico e chi di annullare il festival dopo 23 anni, perché un’alternativa all’unica piazza del paese non c’è.
ANTONELLA CIGNARALE
Secondo la normativa sulla sicurezza in questa piazza quante persone ci possono stare durante il Festival?
DOMENICO ANTONACCI – VOLONTARIO ASS. CARPINO FOLK FESTIVAL – CARPINO (FG)
Circa 800.
ANTONELLA CIGNARALE
E invece quante persone arrivano al festival?
DOMENICO ANTONACCI – VOLONTARIO ASS. CARPINO FOLK FESTIVAL – CARPINO (FG)
Circa dalle 4000 alle 5000.
ANTONELLA CIGNARALE
Quindi praticamente è impossibile secondo la direttiva fare il festival qua.
DOMENICO ANTONACCI – VOLONTARIO ASS. CARPINO FOLK FESTIVAL – CARPINO (FG)
Sostanzialmente sì. Se questa passione viene intaccata da aspetti burocratici che a noi non competono direttamente, il fuoco che abbiamo dentro va a spegnersi.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
E quando il fuoco è il centro di una tradizione che si tramanda di generazione in generazione da duecento anni, spegnerlo è un problema. A San Severo in provincia di Foggia in occasione della festa patronale della Madonna del Soccorso, la città viene addobbata con le cosiddette batterie, sequenze di fuochi sparati in omaggio alla Madonna.
DONNA
La Madonna, la Madonna del Soccorso lei è contenta quando fanno i fuochi. Arriva la Madonna e sparano!
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
E quando sparano la tradizione è fuggire dal fuoco.
ANTONELLA CIGNARALE
Ogni volta che corri torni a casa con qualche bruciatura o no?
RAGAZZO
Sì, sul braccio, sulla gamba anche. Torni a casa con i vestiti che non si riconoscono più.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
Qui applicare le direttive di safety è stata un’impresa. Se il rischio da mitigare è quello dei fuochi, a San Severo è un rischio anche non sparare le batterie il giorno della
festa.
MICHELE DEL SORDO – CONSIGLIERE COMUNALE SAN SEVERO (FG)
A un sanseverese se gli tocchi un bene non ti dicono niente, se gli tocchi le batterie creano problemi.
ANTONELLA CIGNARALE
La gente qua si arrabbia?
MICHELE ALTRUI – PIROTECNICO PIRODAUNIA SAN SEVERO (FG)
Parecchio.
UMBERTO PRESUTTO – PIROTECNICA SANPIO- SAN SEVERO (FG)
Soprattutto.
MATTERO CALVANO – ARCICONFRATERNITA SAN SEVERO (FG)
È stato un grosso pericolo per i festeggiamenti. Spari, batterie, fuochi, processioni, opere di carità: è un unicum.
DONNA
Ci vogliono i fuochi! Io mi ribello!
ANTONELLA CIGNARALE
Questa è la batteria che a San Severo non si può sparare più?
UMBERTO PRESUTTO – PIROTECNICA SAN PIO – SAN SEVERO (FG)
Non si può sparare più.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
Per consentire i festeggiamenti la quantità di polvere da sparo è stata ridotta.
UMBERTO PRESUTTO – PIROTECNICA SAN PIO – SAN SEVERO (FG)
Prima si utilizzava una polvere di circa 5 grammi, attualmente viene inserito una grammatura di 0,30 grammi.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
Quest’anno è stata appesa solo una fila al centro delle strade più larghe per lasciare una distanza di sicurezza ai lati dei fuochi. Ma cosa sarebbe successo se fosse stato impedito ai sanseveresi di avvinarsi alle batterie?
PAOLO LACCI – ING. PIANO SAFETY MANIFESTAZIONE PIROTECNICA SAN
SEVERO (FG)
Ci sarebbe voluto l’esercito per impedire questo.
ANTONELLA CIGNARALE
Il problema principale era proprio la gente che correva sotto le batterie?
ROBERTO DEL SORDO – ASSOCIAZIONE FUJENTI – SAN SEVERO (FG)
Sì, noi fujenti! Siamo stati il problema e la risoluzione.
ANDREA GIAMMETTA – ASSOCIAZIONE FUJENTI – SAN SEVERO (FG)
Eravamo i gilet gialli di San severo
FUORICAMPO
I fujenti, coloro che fuggono dal fuoco, pur di mantenere la tradizione, la norma l’hanno un po’ rivisitata: indossando il gilet giallo, hanno creato a modo loro un servizio di sicurezza in corsa sotto le batterie, volante, tutelando i partecipanti.
ROBERTO DEL SORDO – ASSOCIAZIONE FUJENTI – SAN SEVERO (FG)
La parte più problematica è stata dopo calmare gli animi di molti sanseveresi.
ANTONELLA CIGNARALE FUORI CAMPO
A cui le batterie non sono piaciute.
DONNA
La Madonna stava triste.
SIGFRIDO RANUCCI IN STUDIO
Certo che a San Severo non scherzano, ma non bisogna farlo neppure sulla sicurezza.
É vero anche che le feste popolari sono un’attrattiva soprattutto per le modalità spettacolari con cui si svolgono; sono anche un indotto per le casse di quei comuni
che rischiano di sparire. Ci vorrebbe il buon senso, come è sacra la festa del patrono, è sacra anche la sicurezza e allora bisognerebbe finanziarla per evitare che certe manifestazioni spariscano. Il finanziamento farebbe bene anche alle casse di quei ppcomuni, in previsione della richiesta di autonomia da parte delle regioni del Nord.
Servirebbe a contrasterebbe la disoccupazione, disoccupazione che è fonte della disperazione e a cui attinge la criminalità organizzata.

Il mondo diviso in «Luigini e Contadini»

Don Luigino, il maestro di scuola, segretario del fascio e podestà di Gagliano (Aliano) divenne per Carlo Levi l’emblema delle « ameboidi piccole borghesie » di ogni tempo, con tutte le sue miserie e i suoi complessi di inferiorità. Da quel momento Levi divise il mondo in due categorie: «Luigini e Contadini», che è anche il titolo di un suo libro postumo (Basilicata Editrice, Roma –Matera, 1975). Nella dolorosa esperienza della malattia e della cecità, in Levi si fa strada, con l’uso preferito della metafora, la convinzione che la storia del mondo è iscritta nella malattia assai più che nella storia delle idee e delle istituzioni. In uno dei testi più belli e innovativi del dopoguerra, « L’Orologio » Levi fa spiegare a un compagno del protagonista che cosa volesse intendere questa distinzione del mondo tra Contadini e Luigini.

“[…] Ebbene: chi sono i Contadini? Sono prima di tutto i contadini: quelli del Sud, e anche quelli del Nord: quasi tutti; con la loro civiltà fuori del tempo e della storia, con la loro aderenza alle cose, con la loro vicinanza agli animali, alle forze della natura e della terra, con i loro dèi e i loro santi, pagani e pre-pagani, con la loro pazienza e la loro ira. […] Ma non sono soltanto i contadini. Sono anche, naturalmente i baroni […], quelli veri, con il castello in cima al monte: i baroni contadini. […] E poi ci sono gli industriali, gli imprenditori, i tecnici: soprattutto quelli della piccola e media industria, e anche qualcuno della grande: non quelli che vivono di protezioni, di sussidi, di colpi di borsa, di mance governative, di furti, di favoritismi, di tariffe doganali, di contingenti, di diritti di importazione, di privilegi corporativi. Gli altri, quelli che sanno creare una fabbrica, quel poco di borghesia attiva e moderna che, malgrado tutto, c’è ancora nel nostro paese, per quanto possa sembrare un anacronismo. E anche gli agrari, magari i grossi proprietari di terre, ma quelli che sanno dirigere una bonifica, ridare una faccia alla terra abbandonata e degenerata. […]
E gli operai, […] la grande massa operaia abituata all’ordine creativo della fabbrica, alla disciplina volontaria, al valore che sta nelle cose. Non importa come la pensino, in quale partito siano organizzati: sono Contadini anche loro, e non solo perché vengono dalla campagna; ma perché, su un altro piano, hanno la stessa sostanza: la natura per loro non è più la terra, ma sono torni, frese, magli, presse, trapani, forni, macchine; con questa natura di ferro, sono a contatto diretto, e ne fanno nascere le cose, e la speranza e la disperazione, e una visione mitologica del mondo. Sono Contadini tutti quelli che fanno le cose, che le creano, che le amano, che se ne contentano. Sono Contadini anche gli artigiani, i medici, i matematici, i pittori, le donne, quelle vere non quelle finte. Infine, siamo Contadini noi: […] quelli che si usano chiamare, con una parola odiosa, gli “intellettuali“[…]. […] quelli che io definisco Contadini sarebbero i produttori: e se vi piace, usate pure questo termine”.

“E i Luigini, chi sono? Sono gli altri. La grande maggioranza della sterminata, informe, ameboide piccola borghesia, con tutte le sue specie, sottospecie e varianti, con tutte le sue miserie, i suoi complessi d’inferiorità, i suoi moralismi e immoralismi, e ambizioni sbagliate, e idolatriche paure. Sono quelli che dipendono e comandano; e amano e odiano le gerarchie, e servono e imperano. Sono la folla dei burocrati, degli statali, dei bancari, degli impiegati di concetto, dei militari, dei magistrati, degli avvocati, dei poliziotti, dei laureati, dei procaccianti, degli studenti, dei parassiti. Ecco i Luigini. Anche i preti, naturalmente, per quanto ne conosca molti che credono a quello che dicono […]. E anche gli industriali e commercianti che si reggono sui miliardi dello Stato, e anche gli operai che stanno con loro, e anche gli agrari e i contadini della stessa specie. […] Poi ci sono i politicanti, gli organizzatori di tutte le tendenze e qualità […]. Ce li metto tutti: comunisti, socialisti, repubblicani, democristiani, azionisti, liberali, qualunquisti, neofascisti, di destra e di sinistra, rivoluzionari o conservatori o reazionari che siano o pretendano di essere. E aggiungete infine, per completare il quadro, i letterati, gli eterni letterati dell’eterna Arcadia […]. […] i Luigini sono la maggioranza. […] Sono di più, ma non molto, per ragioni evidenti. […] perché ogni Luigino ha bisogno di un Contadino per vivere, per succhiarlo e nutrirsene, e perciò non può permettere che la stirpe contadina si assottigli troppo. […] I Luigini hanno il numero, hanno lo Stato, la Chiesa, i Partiti, il linguaggio politico, l’esercito, la Giustizia e le parole. I Contadini non hanno niente di tutto questo: non sanno neppure di esistere, di avere degli interessi comuni. Sono una grande forza che non si esprime, che non parla. Il problema è tutto qui”.
L’orologio, Carlo Levi, Einaudi, 1989

PUNTUALIZZAZIONI PERSONALI QUA E LA SULLA QUERELLE INTORNO AL CARPINO FOLK FESTIVAL

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Conferenza Stampa Carpino Folk Festival 2010 – Teatro Petruzzelli di Bari

Violo il silenzio stampa a scrivere sul mio blog? Vabbè, se è cosi sai che c’è? Quanto uno sente una cosa deve dirla, almeno a se stesso.
È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei ssguenti contenuti.
Iniziamo dal Petruzzelli. Ho più di un aneddoto. Me li conservo per me. Punto. Un anno prima o comunque mesi prima l’allora Sindaco di Bari, Michele Emiliano, rilascio una dichiarazione il cui senso era: farò del Petruzzelli la casa di tutti i pugliesi. Fu in quel momento che in Associazione pensammo che fosse opportuno fare qualcosa in quell’opera d’arte. Incominciammo a tessere la tela, utilizzando ogni strumento ed ogni occasione propizia con coraggio, ostinazione, professionalità e impegno. Alla fine nel luglio del 2010 nella meraviglia completa dell’assessorona Silvia Godelli riuscimmo ad organizzare una conferenza spettacolo tra lo stupore dei giornalisti. La musica popolare con i suoi rappresentanti in uno dei teatri più importanti della musica colta. Nessuno ci ha regalato nulla.
Per quanto riguarda il logo della manifestazione occorre precisare che lo stesso è stato registrato molti anni fa, mentre lo scorso anno è stato solamente rinnovato. Per conferma a quanto dico, ci si può rivolgere all’ufficio brevetti e marchi di Foggia e già che si è lì chiedere informazioni in merito al plagio e alla concorrenza sleale.
In merito a quanto deliberato dall’assemblea del 4 luglio scorso è necessario specificare due aspetti.
In primo luogo, vi è da dire che anche lo scorso anno l’assemblea aveva deliberato l’opportunità che la manifestazione non si svolgesse in piazza del popolo, ma poi il direttivo, visto che non c’era alternativa logistica, decise di realizzare comunque la manifestazione, assumendosene le responsabilità.
Il passaggio dei soci da onorari a fondatori non ha cambiato di una virgola la loro posizione in termini di diritto di voto. Potevano votare già da soci onorari. L’assemblea ha deciso di nominarli soci fondatori per riconoscerene i meriti per quello che hanno fatto durante gli anni della presidenza di Pasquale Di Viesti (come è sempre stato fatto per chi si è impegnato nell’organizzazione del festival) e dare una maggiore possibilità all’associazione di avere, in futuro, un nuovo direttivo. Basterebbe conoscere lo Statuto di Rocco.
Per quanto concerne la questione della candidatura del nuovo direttivo, tutti i soci che avevano dato la loro delega, avevano indicato di votare per le persone che erano state individuate. Il sottoscritto con una delega vincolata letta in assemblea.
Il gruppo interessato a subentrare, però, non ha fatto mettere ai voti la candidatura. I componenti hanno chiesto un aggiornamento al giorno dopo ma, prima che l’assemblea si riunisse, hanno fatto avere le loro dimissioni in mano al Presidente. Quella mattina scoprii a mie spese che non tutti avevano dato la loro disponibilità ad essere candidati.
Infine i commercianti. Ma chi l’ha detto che il Carpino Folk Festival deve preoccuparsi dei commercianti? Ma non è loro il rischio d’impresa?

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Conferenza Stampa Carpino Folk Festival 2017 – Sala Stampa Presidenza Regione Puglia

Rocco Draicchio non l’ha mica pensato come un festival al servizio dei commercianti? No, cari non è cosi. Alla seconda edizione aveva gia avuto da ridire con chi aveva messo 5000 lire (2,5 euro) come contributo. Stiamo però nella parte di chi gli vuole attribuire anche questo ruolo, sempre a gratisse si intende. Bene, allora sappiate che l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival è un impresa. Meraviglia? Si l’Associazione è regolarmente iscritta alla Camera di Commercio. Ha una partita iva e un codice fiscale, ed è classificata col codice ateco delle imprese dello spettacolo. Stupiti? Siii, ma non è ancora finita. E’ un impresa dello spettacolo che paga regolarmente le tasse e versa i contributi Enpals per i lavoratori e gli artisti che lavorano per il festival. Ma è anche un impresa senza scopo di lucro che utilizza i propri collaboratori/soci per svolgere le attività senza purtroppo riuscirgli a pagare la retribuzione. Si è scandaloso. Un impresa che ha fatto della propria passione un vero e proprio mestiere, ma non riesce a remunerarlo, anzi privileggia il numero degli spettacoli da proporre allo stipendio di chi ci lavora e questo perché è un impresa che lavora con l’obiettivo di promuovere la propria comunità e il proprio territorio. Pensate un po quanto siamo fessi. Ma ritorniamo al nostro argomento, la tutela delle attività economiche. Adesso, forse, che avete scoperto che il CFF è un impresa si può comprendere meglio che quando si dice che nelle scelte si è tenuto conto del mondo produttivo locale non si include però la prima impresa culturale di Carpino. No, il CFF non è stato tutelato, questo proprio no. Ma non solo, non si sono tutelate neanche le imprese fuori dalla piazza. Conti alla mano, in verità, non si è fatto neanche l’interesse degli esercizi commerciali della piazza e vi spiego perché. Quando si parla del Carpino Folk Festival tutti ci paragonano alla Notte della Taranta, indicando tale manifestazione come una “best practice” per lo sviluppo dei festival. Anch’essa nata in un piccolo comune, più piccolo di Carpino. Anche la Notte della Taranta ad un certo punto ha dovuto lasciare la piazza in cui si svolsero le prime edizioni. Lo spostamento ai margini del paese ha, però, prodotto dei danni alle attività economiche? Assolutamente no, anzi tutt’altro, lo spostamento ha comportato un aumento considerevole delle presenze e, quindi, del fatturato di tutte le attività non solo di Melpignano, ma di tutto il Salento.
In questo senso, quindi, abbiamo già perso troppo tempo.

Ve lo dice un fesso. Si lo sono stato per oltre 15 anni. La decisione dello scorso anno, in buona fede per carità di Dio e con tutte le buone intenzioni, non solo alla lunga non ha favorito nessuno, ma ha prodotto danni all’impresa culturale di Carpino, la più importante di tutto il Gargano. In 10 anni, attraversando tre amministrazioni, questo (leggi articolo del 7 luglio 2010) ha frenato non solo lo sviluppo del festival, non ha avvantaggiato gli operatori del territorio e neanche la classe dirigente che non ha saputo utilizzare la visibilità che ha prodotto e quella che avrebbe potuto generare se solo fossero stati capaci di intendere che certi fenomeni rappresentano una ricchezza per tutti e non un avversario “politico” da abbattere. In questo non abbiamo proprio nessuna colpa, ma solo tanto rammarico.
AB

P.s. alla domanda insistente su che cosa avesse dovuto fare il Comune nell’anno senza festival, ecco la mia risposta: qualunque cosa. Il Comune può fare qualunque cosa, anche una programmazione festivaliera lunga 365 giorni se se lo può permettere, ma bisognava essere corretti dicendo con chiarezza: non esiste nessuna continuità. Il Carpino Folk Festival quest’anno non ci sarà e il Comune garantisce un’offerta culturale, che è naturalmente un’altra cosa. Invece, con forza, ha cercato di inserirsi nel solco dell’Associazione addiritura sostendo che il Carpino Folk Festival si fa, solo che cambia nome. Questo non è leale e forse neanche legale.

Queste puntualizzazioni vogliono essere un contributo affinché non si ripetano quelli che a mio avviso sono errori bloccanti. Lo scopo è andare avanti e non fermarsi sull’analisi delle parole per trovare offese piu o meno gravi non volute e rispondere con altre offese e minacce. Se volevo buttarla in caciara avrei usato facebook e avrei perso meno tempo. Si può certamente non condividere, ma bisogna motivare. Sempre che interessi il festival, altrimenti se l’obiettivo è politico locale, non ci siamo. Se vi interessa solo buttarla in caciara il campo è tutto vostro. Sono talmente libero da poter criticare anche la mia parte quando ritengo che abbia preso una decisione non giusta o detto inesattezze, ma non stupido da farmi strumentalizzare.

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