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Antonio Basile (Ufficiale)

Antonio Basile (Ufficiale) ha scritto 2072 articoli per Antonio Basile – OFFICIAL BLOG

OGNI LUOGO CONTIENE IL MONDO

Nei giorni scorsi su indicazione di Alessandro ho visionato uno straordinario monologo interpretato da Ascanio Celestini. Un pellegrinaggio tra borghi abbandonati e antiche tradizioni, tra la bellezza e le sofferenze di una terra inquieta, attraverso l’opera dell’antropologo Vito Teti. Un film pieno di stimoli intellettuali tra cui una verità rivelata “Ogni luogo contiene il mondo“.
Quelli come me che vivono lontani dal proprio mondo sono alla continua ricerca di notizie della propria terra e non passa giorno senza chiedermi chissà cosa è successo oggi nel paese. Carpino in questi giorni è in lockdown e combatte per la sopravvivenza, questa volta contro il covid-19, esattamente come capita in ogni parte del mondo, esattamente negli stessi giorni. Se da un lato ogni mondo è paese, nel senso che è inutile andare a cercare lontano quello che è vicino, dall’altro Vito Teti ci dice quant’è vera un’altra constatazione, ossia che qualunque sia la ragione puoi trovarti in qualunque parte del mondo e sentirti comunque a casa. È questa la ragione per cui mi sono messo sulle tracce dell’antropologo ed ho trovato una sua bella intervista su ‘il foglio” e in essa ancora altri stimoli e un’altra constatazione: si, era la strada giusta.
In che modo i piccoli paesi, disabitati, abbandonati, scollegati possono contribuire a uscire dalla crisi e dal disordine?
Da terre del rimorso devono diventare terre vergini, luoghi in cui reiventare nuovi sistemi di sviluppo, sperimentarli.
Vi consiglio sia la lettura che la visione del documentario.

IL PAESE INTERIORE from IlPaeseInteriore on Vimeo.

Intervista all’andropologo Vito Teti
www.ilfoglio.it
Tutto il mondo in un paese imprevedibile
L’antropologia del rimanere. Le città fantasma. Le macerie. I vivi. I morti. I vampiri. Il futuro. L’invisibile. Il viaggio in una stanza. Conversazione con Vito Teti
Quest’estate rimarremo a casa. Lo diciamo con cipiglio, con fare da sopravvissuti, derubati di tutto e in tutto stravolti. Lo diciamo quando parliamo delle vacanze che non faremo, dei viaggi a cui rinunceremo, dei voli annullati, dei soldi persi, della noia e dell’angoscia che sentiremo più del caldo. Da anni, per noi, vacanza, viaggio, scoperta e distanza coincidono e né il chilometro zero né il localismo ci hanno disabituati a quello che il lockdown e i suoi surrogati (fase 2, 3, zero, chissà) hanno dimostrato: ci si può spostare da immobili, ci si può incontrare da intoccabili. Il professor Vito Teti, antropologo e ordinario di Antropologia culturale all’università della Calabria, lo ha teorizzato molti anni fa: esiste, nel restare, una possibilità di viaggio esclusiva, inedita, sconvolgente. Alla “antropologia della restanza”, lo studio del mondo più prossimo, quello dei luoghi che si hanno intorno e nei quali si è nati o ci si ritrova a vivere, immersi e a essi sempre più somiglianti, ha dedicato libri, ricerche, tutta la sua vita. I suoi studi più ripresi sono quelli sui paesi abbandonati, quelli che il New York Times a metà giugno invitava a riscoprire, visitare. Lì, tra i paesi abitati da poche famiglie isolate, e dove la relazione con l’altro è stretta, necessaria alla sopravvivenza di sé e dell’ambiente intorno, ha capito che l’antropologia “non può essere entomologia, ma deve essere dialogo, partecipazione al dolore degli altri e sua assunzione su di sè”.
È nato a San Nicola da Crissa, poco più di mille abitanti in provincia di Vibo Valentia, e lì vive. Mi dice: “Da casa mia vedo una specie di mappa delle rovine, lo stretto dove sono state distrutte Reggio e Messina da una parte, e dall’altra i paesi distrutti dai terremoti a partire dal Settecento, e ancora la frana di Maierato”.
E come ha fatto, così accerchiato dal disastro, a scrivere un libro sul futuro (“Prevedere l’imprevedibile”, Donzelli)?
“Le società tradizionali come quella nella quale sono cresciuto io e di cui c’è ancora traccia in alcuni paesi hanno sempre tenuto presente che la catastrofe è una possibilità concreta, prossima. Fa parte della vita così come ne fa parte la morte. Mia madre ripeteva spesso che il peggio doveva ancora venire, e non lo faceva per scaramanzia, fatalismo, pessimismo: era un modo con cui ribadiva un dato di realtà, uno dei pochi a nostra disposizione. È proprio perché credo nel futuro, e credo che l’umanità abbia ancora molte chance, strade da percorrere, scelte da fare, che mi sforzo di non dimenticare che tutto potrebbe finire da un momento all’altro e che questa è la condizione umana, non un prodotto recente, una conseguenza di errori che pure abbiamo commesso. Il mondo, da che esiste, porta in sé il germe della fine, così come ognuno di noi, da quando nasce, è esposto alla morte. Il coronavirus ce lo ha semplicemente ricordato, sottolineando anche quanto siamo sguarniti del senso del limite. Ecco, quell’incombenza dell’apocalisse nella quale vivevano le società più antiche, e soprattutto quella contadina, dotavano le persone di un senso del limite che noi abbiamo perso del tutto e che la pandemia ci ha fatto capire che dovremmo riadottare”.
Nel suo libro lei ricorda un’osservazione di Ghosh, che agli studiosi e scrittori convinti che gli esseri umani siano intrinsecamente incapaci di prepararsi a eventi insoliti, ha obiettato che non è sempre stato così.
“Ghosh ha infatti parlato di “inconsci schemi di pensiero”, primo fra tutti il buon senso, che si sono affermati con la regolarità della vita borghese. Per lui siamo stati catastrofisti fino a quando non abbiamo cominciato a fondare le scelte di governo sulla statistica e il calcolo di probabilità, che hanno progressivamente cancellato memorie, miti, visioni di chi, nel mondo del passato, aveva idea che la fine, il peggio, l’imprevedibile fossero sempre possibili e da mettere in conto”.
Crede che la nostra sia un’umanità ottimista? Non le sembra, invece, annichilita?
“Mi sembra un’umanità distratta. Incapace di affrontare ciò che la terrorizza. Tutti i rimossi più ingombranti, che pure fanno parte della vita, e cioè la morte, la malattia, le catastrofi naturali, sono tornati a mostrarci il conto, a manifestarsi con una concretezza spietata e noi eravamo del tutto impreparati, come se per anni ci fossimo convinti di essere immuni, invincibili, eterni”.
E crede che il Covid abbia davvero portato un cambiamento di consapevolezza e quindi di prospettiva?
“Temo di no. Tra le due tendenze forti che mi sembra di aver notato, una a prevedere cosa accadrà e una a sottovalutare ciò che è accaduto, dovremmo trovare un punto di equilibrio nel “Prosperare nel disordine” di cui parla Nicholas Taleb: costruire sistemi adatti a reggere lo shock, a sopportare meglio la crisi che verrà: diventare disastro-resistenti”.
L’antifragile.
“Esatto. L’antifragile è ciò che migliora dopo aver subito un danno, attraverso meccanismi di sovra-compensazione. Non rifiuta le crisi, ma le utilizza”.
In che modo i piccoli paesi, disabitati, abbandonati, scollegati possono contribuire a fare ciò che lei auspica e, riprendendo Paolo Giordano, definisce come necessità di pensare l’impensabile?
“Bisogna trasformarli, innanzitutto. Da terre del rimorso devono diventare terre vergini, luoghi in cui reiventare nuovi sistemi di sviluppo, sperimentarli. Abbiamo bisogno di costruire una nuova comunità, e cinquant’anni di spopolamento, emigrazione, collassi urbani ci dicono che il modello fordista della città è fallito. Il paese, liberato da inefficienze, ritardi, rapporti clientelari, offrirebbe soprattutto ai giovani molte più possibilità di esprimersi, inventare, connettersi, intessere relazioni. Mi capita spesso di parlare con miei studenti che vivono in paesini minuscoli, spesso sono i soli, insieme alla propria famiglia, a vivere in un intero centro. E non intendono andare via. Quello che ritengo concretamente possibile è trasformare questi ultimi abitanti di un vecchio mondo nei fondatori di un nuovo mondo, una nuova comunità. Soltanto loro potrebbero attrarre altre persone, inventare nuove economie e nuove forme di socialità. Ogni paese ha delle risorse che può valorizzare. Ci sono alcuni centri calabresi dove vive una persona e basta: io di quell’unico essere umano farei un museo. Niente di tutto questo ha a che fare con il turismo sui luoghi dell’abbandono, che adesso è molto in voga e che non salverà quel mondo dall’estinzione. Anche perché non è vero che è un mondo bello: è un mondo che possiamo far diventare bello”.
Serviranno infrastrutture?
“Serviranno esseri umani, soprattutto. Quando Franceschini dice che parlare ancora del ponte non pone più un problema ideologico, sbaglia: il problema è sempre stato e sempre sarà ambientale. Possiamo riavviare i piccoli paesi connettendoli meglio tra loro, migliorando i trasporti senza cementificare tutto, risparmiandoci di recuperare palazzi a caso: gli interventi isolati non producono che nuove rovine destinate a diventare presto macerie”.
Io in un minuscolo paesino del sud non ci vivrei mai e poi mai, sa? Neanche se ci fossero rassegne a ogni ora, treni, librerie, supermercati aperti 24 h, laboratori, bassissima mortalità, neanche se fosse Natale tre volte, neanche se il distanziamento sociale dovesse diventare legge eterna ed evitare gli assembramenti metropolitani dovesse rubarmi più ore di quanto me ne rubi adesso il traffico. Sono una provinciale: ho bisogno della città.
“Ci sono due modi di essere provinciali. Uno è credere di vivere laddove tutto accade, ed è una convinzione tipica di chi vive in città e, più in generale, in occidente. L’altro è credere che il posto in cui si è nati e si vive sia irrilevante e che per capire come funziona il mondo si debba lasciarselo alle spalle e partire, allontanandosene il più possibile, come se le possibilità di comprensione della realtà aumentassero con i chilometri che si percorrono. Invece a volte un fatto minuscolo, accaduto in un posto dimenticato da tutti, contiene e descrive la realtà più dei grandi avvenimenti che leggiamo sui libri di storia o sui giornali. Quando decisi di tornare in Calabria, avevo capito che restare può essere un modo di vivere e abitare. Da allora, in tutti questi anni, ho cercato comunque di mantenermi esule in patria: amare il paese tenendolo a distanza. Viaggiare così come restare devono essere due forme di libertà. Ai nostri ragazzi dovrebbe essere assicurato il diritto ad andare via ma pure quello a restare, senza sensi di colpa, rimorsi, e godendo di pari opportunità nell’uno e nell’altro caso”.
Per i suoi colleghi antropologi lei è una specie di alieno?
“Le dirò, quando vado a trovarli a Roma, a Milano o a Toronto, mi pare che facciano una vita più angusta della mia. Non mi sembrano dei giramondo, ecco. Amo molto viaggiare, e ho sempre giocato sulla mia scelta di restare in Calabria, di muovermi poco, studiare il vicino e non il lontano. Del resto, non c’è bisogno di andare a Tokyo per soffrire il fuso orario e gli insonni lo sanno benissimo”.
Pochi mesi prima che arrivasse la pandemia e ci ritrovassimo a dar la colpa ai pipistrelli e a parlare di vampiri, lei aveva ripubblicato un suo saggio sui vampiri (“Il vampiro e la melanconia”, Donzelli).
“Il vampiro incarna il doppio perché è vivo e morto, anzi è non morto. Prima del coronavirus la sua rappresentazione era tornata molto forte, presente, e ci serviva sia come antidoto alla tristezza che ci derivava dalla fine dell’umano che alcune narrazioni, non solo letterarie, continuavano a servirci, sia a ritrovarci nella sua fame, nella sua passionalità e anche nel suo sradicamento. Ma il vampiro è anche una figura di raccordo tra vita e morte, un raccordo che non dobbiamo fuggire e che non deve spaventarci, e dal cui immaginario dobbiamo espungere la paura. Con i morti, così come facevano le società più antiche e tradizionali, dobbiamo restare in dialogo, trattarli come fossero vivi. La metamorfosi del vampiro in animale rinvia a una negatività radicale, al rischio che l’uomo possa trasformarsi in bestia, indica una regressione a un livello primordiale e selvatico di esistenza”.
L’identità si può scegliere?
“Non sempre. L’identità è quello che costruiamo dinamicamente nell’incontro, non è un dato astorico o metafisico. In parte, la ereditiamo da chi ci ha preceduto. Questo significa che la nostra scelta avviene all’interno di una serie di possibilità che non creiamo noi. Mi viene in mente Alvaro, quando diceva che l’uomo è responsabile del suo tempo. Ecco, credo che l’uomo sia anche responsabile dell’identità che sceglie, assumendosi quelle da cui discende, per proseguirle”.

GRANDE SUCCESSO PER “FIORISCI PRIMAVERA”

Il viaggio sentimentale del Carpino Folk Festival sulla Montagna del Sole tenutosi lo scorso sabato 20 marzo 2021 ha fatto raggiungere alla pagina Facebook 457.329 visualizzazioni in soli 5 giorni e con soli 12 post e altre 354.414 visualizzazioni su instagram, a dirlo è il Presidente Mario Pasquale Di Vieste dell’omonima Associazione Culturale che con un post sul social di Zuckerberg ringrazia le istituzioni che hanno sostenuto l’iniziativa, il cast dei protagonisti e quanti dello staff prontamente si attivano.
Di seguito proponiamo il comunicato stampa di presentazione dell’iniziativa diramato dagli organizzatori e il link al video della diretta in cui appare una vera e propria chicca: una muntanara ritrovata mandata in onda sulla Rai, suonata e cantata dal mitico Matteo Salvatore. La conduttrice che presenta il cantante delle quattro stagioni garganiche parla di un brano della tradizione inviato da uno sconosciuto che per esso viene premiato.
Buona lettura e buon ascolto.

Qui il video della diretta – https://fb.watch/4q_W953xN3/

20 MARZO 2021 dalle ore 18.00 in diretta streaming
FIORISCI PRIMAVERA
“Un Viaggio sentimentale nella Montagna del Sole”
Il rito all’equinozio di primavera per allinearsi alle antiche tradizioni e alle energie dell’astro d’orato accecante che sovrasta la montagna del Gargano.

Gargano, li 19/03/2021
Dal tavoliere, il Gargano si presenta come un’enorme massiccio che al piano mostra una parete rugosa e glabra, quasi senz’anima. Ma se si supera quella parete e si percorre la terra che man mano si svela, come un miracolo appare la grande varietà d’aspetti che questo piccolo promontorio racchiude. Perché in soli 2150 kmq circa di superficie, esso presenta cento volti: i laghi più azzurri, le foreste più lussureggianti, gli agrumeti più odorosi, le pinete più pittoresche, le spiagge più assolate, i monumenti più originali, i santuari più famosi, le caverne più profonde e sorprendenti. Su quest’isola-monte, che le genti del Tavoliere di Puglia chiamano LA MONTAGNA DEL SOLE perché dalle sue creste vedono apparire ogni mattina l’astro d’orato, l’uomo ha dimorato da tempo immemorabile, forse da prima che si congiungesse con il continente.

Nel giorno dell’equinozio di Primavera, quando l’astro d’orato protagonista della nostra montagna si troverà nella posizione perpendicolare alla linea dell’equatore, il Carpino Folk Festival realizzerà un viaggio sentimentale lungo tutto il promontorio del Gargano per agitare le anime più irrequiete e quindi immaginare il proprio futuro senza inseguire snaturanti vie di mezzo.

L’occasione sarà quella di raccontate in tutti i sensi i paesi del Gargano secondo il percorso tracciato nella sua erudita monografia dallo scrittore e giornalista Giuseppe D’Addetta nel 1955.

FIORISCI PRIMAVERA –  VIAGGIO SENTIMENTALE NELLA MONTAGNA DEL SOLE ci permetterà di raccontare il territorio nelle sue sfaccettature più preziose, dalle forme del paesaggio rurale alle pratiche della pastorizia, dalle commistioni tra archeologia e natura racchiuse nel Parco Nazionale del Gargano, al sincretismo tra religiosità e antiche pratiche del notevole interesse antropologico.

Le rinomate varie forme di tarantella, ma anche i cunti, i canti monodici e i canti polivocali sacri e profani, le ninne-nanne, i drandla e i lamenti funebri si alterneranno a letture, documenti inediti e racconti locali diretti da Luciano Castelluccia, ventennale direttore artistico del Carpino Folk Festival, e Domenico Sergio Antonacci, straordinario conoscitore della propria terra.

La tradizione musicale di Carpino, le voci delle donne di Ischitella, le confraternite di Vico del Gargano, il misticismo di San Nicandro, le musiche e i canti di San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo, le tradizioni popolari di Mattinata, San Marco in Lamis e Apricena e altre ancora faranno parte di questo straordinario viaggio in cui non mancheranno momenti di sensibilizzazione ai significati culturali di cui sono portatori gli ultimi testimoni, la condivisione di documenti e testimonianze e il coinvolgimento degli artisti della riproposta.

La serata vedrà inoltre l’intervento di registi, attori, musicisti, ma anche di poeti e accademici garganici, in particolare saranno portatori di valori e tradizioni dell’isola-monte il professore e ricercatore in campo demoantropologico Vito Carrassi, la ricercatrice e scrittrice Grazia Galante, l’attore Christian Palladino, lo scrittore e linguista Francesco Granatiero, il poeta Giuseppe Mazzamurro, l’autrice Elena Ruzza, l’attore Orazio Caputo ed ancora lo storico Matteo Vocale, l’imprenditrice, Assessore al Turismo e Vicesindaco del Comune di Vieste Rossella Falcone, il ricercatore e musicista Angelo Frascaria, il musicista Pio Gravina, l’artista Peppe Totaro, la studiosa di storia garganica Teresa Maria Rauzino, il musicista e compositore Umberto Sangiovanni, lo scrittore e musicista Contegreco, il regista Giuseppe Sansonna, la cantante Roberta Palumbo e l’esperta di marketing turistico Antonella Biscotti.

Il progetto nasce da un’idea di Luciano Castelluccia e dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival ed è realizzata grazie alla collaborazione e al supporto del Teatro Pubblico Pugliese e della Regione Puglia.

Data la zona rossa e, quindi il perdurare del distanziamento sociale e la chiusura dei luoghi della cultura e dello spettacolo, FIORISCI PRIMAVERA si svolgerà in digitale sulla pagina ufficiale del Carpino Folk Festival su Facebook, sperimentando le nuove modalità di erogazione dei contenuti, di gestione dell’interazione, di coinvolgimento del pubblico e utilizzando i linguaggi e le forme di espressione consentite al tempo del COVID-19.Tutti, col proprio smartphone, potranno accedere alla visione senza muoversi dalla propria abitazione e senza spostamenti, semplicemente collegandosi alla pagina facebook del Carpino Folk Festival.
https://www.facebook.com/CarpinoFolkFestivalUfficiale

PROGRAMMA

FIORISCI PRIMAVERA in diretta streaming sulla pagina ufficiale del Carpino Folk Festival
“Viaggio sentimentale nella Montagna del Sole”
SABATO 20 MARZO 2021 dalle ore 18.00

Anteprima
con Umberto Sangiovanni

Introduzione al viaggio
con Rocco D’Antuono e Alessandro Sinigagliese

Apricena, la porta del Gargano
con Contegreco

L’aura mistica di San Nicandro
con Matteo Vocale

Arrivo sulla Montagna
con Angelo Frascaria

L’anfiteatro del Varano, Uria
con Vito Carrassi

Carpino, la primavera
con Orazio Caputo

La tradizione di Carpino: La Montagna del Sole
con Rocco Cozzola, Mike Maccarone, Pio Gravina

Ischitella, balcone dell’Adriatico
con Elena Ruzza

La tradizione delle Cantatrici di Ischitella: La Montagna del Sole
con le cantatrici di Ischitella

Rodi Garganico
Con Teresa Maria Rauzino

Vico del Gargano, paesaggio di storie
con Francesco Saggese

La tradizione delle Confraternite: La Montagna del Sole
con le Confraternite di Vico del Gargano

Fuori Binario
con Giuseppe Sansonna

San Marco in Lamis, la terra nel piatto
con Grazia Galante

San Giovanni Rotondo, paese dei miracoli
con Christian Palladino

La tradizione di San Giovanni Rotondo: La Montagna del Sole
con i Cantori di San Giovanni Rotondo

Peschici, l’estrema punta
con Antonella Biscotti

Vieste, la sperduta
con Rossella Falcone

Matënètë
con Francesco Granatiero

La tradizione di Mattinata: La Montagna del Sole
con i Cantori di Mattinata

Monte Sant’Angelo caput Gargani
con Giuseppe Mazzamurro

La tradizione di Monte Sant’Angelo: La Montagna del Sole
con i Cantori di Monte Sant’Angelo e Peppe Totaro

Epilogo
con Roberta Palumbo

https://www.facebook.com/CarpinoFolkFestivalUfficiale

I suonatori e cantori di Carpino nelle trasmissioni della Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana

Nella sua attività scientifica Roberto Leydi ha avuto una costante attenzione per la divulgazione culturale e per l’educazione all’ascolto attraverso la radio e la televisione che considerava un grande canale di sensibilizzazione dell’opinione pubblica per diffondere e divulgare una conoscenza più ampia dell’Italia e delle sue interne diversità anche attraverso la riscoperta delle tradizioni popolari.
In particolare per la Radiotelevisione Svizzera di lingua italiana (RSI) Leydi ha ideato e condotto dal 1969 al 2002 circa un migliaio di trasmissioni e la serie radiofonica più nota e consistente è senza dubbio “Sentite buona gente”, in onda settimanalmente dal 1977 fino al 1991.
Queste trasmissioni forniscono un raro esempio di valorizzazione dei diversi materiali – dalle registrazioni originali di prima mano agli esempi tratti dall’imponente collezione di dischi 45, 33 e 78 giri, dalle stampe popolari agli strumenti musicali – da parte dello stesso raccoglitore, capace di delineare percorsi spesso inediti attraverso di essi.

La dott.ssa Giulia Giannini dell’Università degli studi di Bologna ha catalogato dettagliatamente per programma e ordinate per data tutte le trasmissioni della RSI condotte da Roberto Leydi o alle quali lui ha partecipato.

Grazie al Catalogo della Giannini, oggi, è possibile facilmente trovare tutte le trasmissioni nel corso delle quali l’oggetto è l’ascolto del repertorio dei pastori di Carpino.
Una sintesi parziale della ricerca è stata pubblicata nel mese di dicembre del 2020: Giulia Giannini, Uno strumento di memoria orale. Le trasmissioni di Roberto Leydi per la Radiotelevisione della Svizzera Italiana, «Archivio storico ticinese», n. 168, 2020, pp. 84-114
Per chi, invece, vorrà appronfondire ricordo che tutte le trasmissioni fanno parte del Fondo Roberto Leydi del Centro di dialettologia e di etnografia Bellinzona.

Nulla accade sul promontorio garganico che non abbia importanza per tutta l’umanità

«Un arcangelo sul Gargano» Ernesto de Martino (Espresso Mese del novembre 1960)

In un certo senso non sarebbe del tutto errato parlare d’una storia religiosa del promontorio garganico. Secondo quel che attesta lo storico Strabone, su questo promontorio in epoca pagana c’erano ben due «Case sollievo della sofferenza», naturalmente di tipo arcaico: un oracolo di Podalirio, figlio d’Esculapio, con una sorgente minerale, e un oracolo del veggente omerico Calcante, nel quale i malati offrivano il sacrificio d’un montone nero, dormivano poi sul vello della bestia, e dormendo e sognando entravano in rapporto col nume. Nel quinto secolo dopo Cristo, perdurando sul promontorio questi e altri culti pagani, giunse sul Gargano non già un visitatore apostolico, ma, dati i tempi, l’arcangelo Michele. Vi giunse con i mezzi di allora, spiccando il volo dall’Oriente, varcando il mare e apparendo al vescovo di Siponto (l’attuale Manfredonia), al quale ordinò in sostanza di mettere ordine cristiano nella regione, sottraendola al culto idolatrico delle Case-sollievo dell’epoca. Nacque così il famoso santuario di Monte Sant’Angelo, la cui fama si sparse per tutta l’Europa medievale e le cui pendici furono percorse, in devoto pellegrinaggio, da imperatori e re. A una ventina di chilometri da Monte Sant’Angelo c’è San Giovanni Rotondo, un paesino che fino ad alcuni decenni or sono non aveva nessun destino nazionale o internazionale, e che ora, per le note ragioni, ha quasi oscurato la fama dell’antico santuario medievale, attirando a sé se non proprio imperatori e re, almeno il fiore dell’Italia devota e dell’America ricca. Tuttavia è sembrato che nel dilagante prestigio del piccolo paese garganico qualche cosa ricordasse ancora i lontani precedenti pagani del figlio d’Esculapio e del veggente Calcante: perciò l’arcangelo Michele è riapparso sul Gargano, questa volta (dati i tempi) sotto forma d’un visitatore apostolico sopraggiunto per operare «una ripulitina» o «una lubrificazione» (secondo le espressioni che il Corriere della Sera attribuisce al visitatore in questione). Mantenendo fede alla tradizione secondo cui nulla accade sul promontorio garganico che non abbia importanza per tutta l’umanità, anche questa seconda apparizione dell’arcangelo sta per avere vastissima fama; e solo perché i tempi sono mutati, ed è ormai esaurita la fecondità del mito antico, il ritorno di san Michele sul Gargano viene oggi figurato nello squallido linguaggio della civiltà industriale («ispezione», «ripulitina», «lubrificazione»), facilmente accessibile ai lettori del «Corriere della Sera». Del resto, anche in tempi recentissimi il Gargano è stato testimone d’episodi d’inquietudine religiosa di risonanza più o meno vasta. Una timida e devota fanciulla di Rodi Garganico, che si chiamava Rosa, cominciò nel 1941 a esercitare le sue virtù curative, acquistando nome in tutta la regione, e oltre. Unendo poi alla sua pratica di guaritrice anche il dono della profezia, la fanciulla annunciò per la primavera del ‘42 la sua morte e, al tempo stesso, la fine della Seconda guerra mondiale. L’attesa si fece grande in tutto il promontorio: il giorno del compimento della profezia la gente affluì a Rodi da tutte le parti, e, insieme alla gente, reparti di carabinieri venuti apposta da Foggia per fronteggiare gli eventuali disordini. Ma «santa Rosa» (come la fanciulla veniva chiamata) non morì, la guerra continuò, e la delusione tra i fanatici fu tanta da consigliare d’allontanare la «santa» dal paese, relegandola per qualche tempo nel manicomio di Aversa. Quest’inquietudine religiosa, riflesso d’altre inquietudini consce e inconsce, si manifestò anche nel singolarissimo episodio di Donato Manduzio e degli «ebrei» di San Nicandro, di cui tanto parlò a suo tempo la stampa, e che vanta già una certa letteratura. Si trattò di povera gente che abbracciò il giudaismo non tanto per il suo carattere rigidamente monoteistico, aniconico e antidolatrico, ma perché attraverso di esso potevano trovare soddisfazione l’esigenza d’un radicale distacco da una realtà ingrata, il senso d’appartenenza a un «popolo eletto», le tendenze visionarie e profetiche, l’attesa del Messia. Gli «ebrei» di San Nicandro, tutti contadini e illetterati, arrivarono fino a farsi incidere nelle carni il segno di quest’elezione separatrice, e furono circoncisi il 4 agosto 1946 in una cerimonia collettiva, cui fece seguito un’immersione nell’Adriatico, a Torre Maletta. Inizialmente, i convertiti di San Nicandro ignoravano che il popolo ebraico esisteva ancora e appresero con grande stupore e in modo del tutto incidentale che gli ebrei erano ancora sulla faccia della terra. Quando Israele realizzò le sue speranze riguadagnando la Terra promessa, e quando, nel 1948, la guerra fra israeliani e arabi aumentò in Palestina la «fame di uomini», la Terra promessa prese inaspettatamente per i contadini di San Nicandro la consistenza d’una reale possibilità di «emigrazione». Accadde così che alcuni contadini, cui interessava non il giudaismo, ma l’emigrazione in Palestina, non esitarono a farsi circoncidere, visto che solo così potevano avere la prospettiva di campare la vita. Ma torniamo ora a San Giovanni Rotondo e alla «ispezione» del visitatore apostolico. I recenti avvenimenti che hanno commosso l’opinione pubblica possono interessare da vari punti di vista, ma qui vorremmo sottolineare il fatto che essi rappresentano un’eloquente testimonianza delle difficoltà in cui la Chiesa s’imbatte nel suo tentativo d’appropriarsi di quanto di più avanzato offrono la tecnica e la scienza moderne senza tuttavia perdere rapporto con le tradizioni soprannaturalistiche che formano la sostanza del suo insegnamento e senza provocare scandali e lacerazioni in seno a quel cattolicesimo popolare che essa stessa in passato ha in parte promosso e in parte tollerato. Il santuario medievale di Monte Sant’Angelo, con le sue folle di pellegrini imploranti guarigioni miracolose, rappresentava ormai, almeno nella sua specifica funzione terapeutica, qualche cosa di arcaico, di non rispondente ai tempi, e troppo ricordava in alcuni tratti il preesistente culto pagano del figlio d’Esculapio e del veggente Calcante. Fu precisamente la coscienza più o meno oscura di quest’insufficienza a favorire la nascita a San Giovanni Rotondo della «Casa sollievo della sofferenza», concepita e attuata nel modo più moderno e razionale, anzi in una prospettiva americana.
Ma, al tempo stesso, l’iniziativa restò in un certo senso impigliata nei più compromessi arcaismi della prospettiva garganica, cioè legata a una serie di rapporti popolari, oracolari, taumaturgici, e alla figura d’un frate che poteva rientrare nel tipo popolare del guaritore e del profeta, e che (salvo la sostanziale ortodossia e la più incisiva personalità) soddisfaceva esigenze che in forma extracanonica avevano trovato espressione in figure come quella della guaritrice Rosa di Rodi o del guaritore e profeta Donato Manduzio di San Nicandro. La «Casa sollievo della sofferenza» nacque ubbidendo alle esigenze della tecnica ospedaliera e della scienza medica più avanzate, ma, al tempo stesso, attraverso il nome e il prestigio di padre Pio, continuò idealmente a partecipare a un ordine radicalmente diverso, cioè alla valutazione soprannaturale delle stimmate, alla virtù delle bende intrise di sangue miracoloso, a una pratica della confessione auricolare che rischiava di ridurre il sacramento cattolico al rapporto magico con un guaritore, ecc. Dietro il nome di Fiorello La Guardia, cui è dedicata la «Casa sollievo», riappariva così l’ombra non facilmente esorcizzabile del figlio d’Esculapio e del veggente Calcante. Né vale che la Chiesa non abbia finora avallato il carattere soprannaturale dei fenomeni che si collegano alla persona del frate, perché di fatto senza l’interpretazione soprannaturalistica di tali fenomeni da parte della devozione privata, e senza i prestigi derivanti dalla possibilità di futuri riconoscimenti ufficiali, la «Casa sollievo» non sarebbe mai sorta. L’interesse della vicenda di San Giovanni Rotondo sta proprio nel fatto che qui sono scoppiate in una forma estrema, e sotto certi aspetti caricaturale, le contraddizioni che travagliano il tentativo attuale d’ammodernamento che la Chiesa persegue in tutti i campi, cercando di risolvere in altrettanti et-et gli aut-aut in cui la civiltà moderna è attualmente impegnata (critica storica e rivelazione, psicoanalisi e confessione auricolare, democrazia e cattolicesimo, psicopatologia e possessione diabolica, scienza e miracolo, ecc.). L’arcangelo Michele è riapparso sul Gargano, ma c’è da chiedersi fino a che punto sarà efficace questa sua seconda apparizione sul promontorio. Senza dubbio, gli abusi più vistosi saranno eliminati, e la «ripulitina» e la «lubrificazione» sortiranno esito positivo. Ma resterà pur sempre l’equilibrio e la prudenza di un et-et lì dove la civiltà moderna avverte il maturarsi di un aut-aut decisivo.

Gli appunti di Franco Arminio per un progetto di sviluppo locale

Nei giorni scorsi seguendo uno sfogo di Franco Arminio mi sono imbattuto nel suo tentativo di incanalare la secolare rassegnazione contadina, descritta da Carlo Levi, in un processo di sviluppo locale. Lo sfogo, a prima vista, suggerisce che a vincere sembra essere ancora una volta lo scoraggiatore militante e l’abitudine dei paesi a rimandare il rinnovamento sempre ad un nuovo domani. Ma se lo riconosci?

LO SFOGO
L’eroe di questi luoghi è chi fallisce la sua vita e si adopera con fervore per far fallire la vita degli altri. È il rancoroso a oltranza, il luminare dell’astio, il patito del malanimo. E se c’è qualcuno che ti fa un complimento deve subito aggiungere qualcosa che lo attenua. L’eroe di questi luoghi è lo scoraggiatore militante.

Il paese resiste sempre a chi scalpita, vuole uscire, se ne vuole andare nel mondo a fare cose grandi. È una resistenza che si manifesta attraverso un invito alla lentezza, alla prudenza, alla sobrietà, non è cattiva. Lo scoraggiatore militante, invece, è il paesano animoso: un meschino fallito che si adopera per far fallire la vita altrui. Quante persone, soprattutto giovani con sogni e speranze, vengono sconfitti da questo atteggiamento, da questo conflitto che non si vede ma c’è, dice Arminio.

APPUNTI PER CHI SI OCCUPA DI SVILUPPO LOCALE
Vivere nel luogo in cui sei nato, nella casa in cui sei nato, è una cosa rischiosa. È come giocare in fondo al pozzo. Si nasce per uscire, per vagare nel mondo. Il paese ti porta alla ripetizione. In paese è facile essere infelici. I progetti di sviluppo locale devono tenere conto di questo fatto: non li possono fare da soli i rimanenti, perché in paese non c’è progetto, c’è ripetizione. In un certo senso il paese ti mette nello schema dell’oltranza e non in quello della brevità. È difficile essere concisi. È difficile essere innovatori. In genere ognuno fa quello che ha sempre fatto, giusto o sbagliato che sia. Se nella pasta ci vogliono due uova piuttosto che una, comunque tutti continueranno a usarne due. E chi beve non troverà nessun incentivo a smettere. E chi si guasta lo stomaco mangiando troppo continuerà a mangiare troppo. Ci sono due abitanti tipici, il ripetente e lo scoraggiatore militante. Spesso le due figure sono congiunte, nel senso che lo scoraggiatore è per mestiere abitudinario, non cambia passo, continua a scoraggiare, è appunto un militante. Più difficile essere militanti della gratitudine, della letizia. È come se la natura umana in paese fosse più contratta, non riuscisse a diluirsi. E si rimane dentro un utero marcito. Il paese è pericoloso, bisogna saperlo, è un toro con molte corna. Allora se da una parte la città è disumana, il paese è troppo umano, non ti libera mai dall’umano e dunque dal senso della morte e dal senso della ripetizione. Alla fine nel suo senso più profondo la vita è quella cosa che può finire in qualsiasi momento, ma che intanto prosegue più o meno allo stesso modo. E questo in paese è più chiaro. In città è come se agisse un principio diversivo, come se ci fossero altre possibilità. In realtà non ci sono, ma è come se avessi l’illusione che ci siano.
Fatte queste premesse, come si fa a fare progetti di sviluppo locale? La chiave è dare forza a nuove forme di residenza. Il paese deve essere scelto e non subito. Chi arriva da lontano ha un piglio, una disponibilità che non trovi in chi è affossato nel suo paese. Il residente a oltranza anche quando è animato da buona volontà tende a impigliarsi nelle proprie nevrosi. Il paese tende a essere nevrotico. Il paese non sta bene, questo è il punto. E non ha voglia di curarsi. Lo sviluppo locale si può fare partendo da queste premesse. Alllora bisogna aprire porte che non ci sono, bisogna esercitarsi nell’impensato, bisogna essere rivoluzionari se si vuole riformare anche pochissimo. I paesi non moriranno, anche grazie ai loro difetti, grazie al loro essere luoghi che tutelano le malattie di chi li abita. In paese si fallisce, ma in un certo senso non si fallisce mai perché si fallisce a oltranza. È come dormire sempre nelle stesse lenzuola. Bisogna arieggiare il paese portando gente nuova, il paese deve essere un continuo impasto di intimità e distanza, di nativi e di residenti provvisori. Questo produce una dinamica emotiva ed anche economica. E la dinamica è sempre contrario allo spopolamento: bisogna agitare le acque, ci vuole una comunità ruscello e non una comunità pozzanghera.
Bisognava aprire emotivamente i paesi, dilatare la loro anima e invece la modernità incivile degli ultimi decenni li ha aperti solo dal punto di vista urbanistico, si sono sparpagliati nel paesaggio, a imitazione della città, ma è rimasta la contrazione emotiva. Il paese va aperto tenendolo raccolto. Lo sviluppo locale si fa ridando al paese una sua forma, ricomponendolo, rimettendolo nel suo centro, ma nello stesso tempo c’è bisogno di apertura. Lo sviluppo lo può fare chi lo attraversa il paese con affetto, non chi ci vive dentro come se fosse una cisti, un’aderenza, un cancro.
Il mondo ha bisogno di paesi, ma non come luoghi obbligati, come prigioni per ergastolani condannati a vivere sempre nello stesso luogo. Il paese deve essere organizzato come se fosse un premio, non come una condanna. Lo sviluppo locale si fa pensando a un luogo dove si premia un’esistenza, si dà una possibile intensità, quella che viene dall’essere in pochi, quella che viene dall’avere tanto paesaggio a disposizione. Allora non si dà sviluppo locale facendo ragionamenti quantitativi, mettendo il pensiero economico metropolitiano nell’imbuto del paese. Ci vuole un pensiero costruito sul posto, ma non solamente dagli abitanti del posto. Il segreto è l’intreccio e deve essere un intreccio reale, non il prodotto di un’assemblea, di un incontro estemporaneo. Chi vuole salvare i paesi deve entrarci dentro e in un certo senso deve buttare fuori chi ci vive dentro. Si deve realizzare uno scambio continuo, qualcosa di simile al meccanismo del sangue venoso e di quello arterioso. Lo sviluppo locale deve imitare la circolazione del sangue. In un certo senso si tratta di mettere mano agli organi interni. Spesso i paesi più belli sono quelli vuoti, come se fossero uccelli svuotati dello loro viscere. È come se la parte viscerale del paese fosse quella più malata, quella più accanita a tutelare la sua malattia. Un’azione di sviluppo locale allora deve essere delicata ma anche dura, deve togliere al paese i suoi alibi, i suoi equilibri fossilizzati, deve cambiare i ruoli: magari le comparse possono essere scelte come attori principali e gli attori principali devono essere ridotti a comparse. E allora non si fa sviluppo locale senza conflitto. Se non si arrabbia nessuno vuole dire che stiamo facendo calligrafia, vuol dire che stiamo stuccando la realtà, non la stiamo trasformando.

Franco Arminio è nato e vive a Bisaccia, in Irpinia d’Oriente.
Ha pubblicato molti libri, che hanno raggiunto decine di migliaia di lettori.
Da anni viaggia e scrive, in cerca di meraviglia e in difesa dei piccoli paesi; è ispiratore e punto di riferimento di molte azioni contro lo spopolamento dell’Italia interna. Ha ideato e porta avanti la Casa della paesologia a Bisaccia e il festival “La luna e i calanchi” ad Aliano.

Una transumanza da capogiro quella che si è svolta digitalmente su facebook

GRANDE SUCCESSO DELLA TRANSUMANZA DIGITALE: RAGGIUNTA QUOTA 200 MILA SPETTATORI
Antonio Facenna: di quel poco che la terra offre bisogna sempre trarre il meglio

A causa dei divieti posti allo scopo di contrastare e contenere il diffondersi del virus COVID-19, lo scorso 25 aprile si è svolta un’edizione speciale della festa della transumanza tutta in digitale.
“Anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio” scriveva Antonio Gramsci nelle sue “Lettere dal carcere” e gli organizzatori sono voluti partire proprio da lì, dall’inizio, da un rito ancestrale ed antico com’è la transumanza.
Sabato 25 aprile quindi “transumando” digitalmente con le vacche podoliche del Gargano si è svolto un lungo racconto live con interventi video, oltre che dei protagonisti e degli amici di Antonio Facenna, anche di artisti, scrittori, giornalisti e ospiti che hanno partecipato donando se stessi gratuitamente.
Tutti gli interessati a questa sperimentazione hanno potuto seguire l’evento comodamente e in sicurezza da casa collegandosi alla pagina ufficiale del Carpino Folk Festival (https://www.facebook.com/CarpinoFolkFestivalUfficiale)
E dè stato proprio come l’avevano descritta quelli dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival : vivere nei luoghi che amiamo pur essendo distanti impossessandoci di una dimensione sospesa nuova in cui attori, vicende, bisogni, pur non mescolandosi davvero, si sono sincronicamente incrociati per raccontarsi e mettere in relazione i luoghi reali.
La giornata è stata divisa in blocchi come se fosse una vera festa della transumanza. Raduno dei partecipanti alle 6 del mattino. Raggiunta la partenza si è assistiti all’arrivo delle vacche podoliche e al rito della campana. Quindi è partito il cammino verso la destinazione. Durante questo cammino i racconti dei partecipanti lungo il tragitto, il senso della parola transumanza, la transumanza come cammino, la transumanza come rito popolare, la transumanza come festa culinaria, la transumanza come momento per stare in armonia e nel rispetto della natura, la transumnza per stare insieme e per cantare e suonare. Il tutto intervallato da blocchi di live che rilanciavano la programmazione e l’attenzione dei partecipanti.
Sono chiusa in casa, da sola, da più di due mesi – scrive una delle più fedeli partecipanti – eppure oggi mi sento parte di un tutto, ho come la sensazione di condividere queste esperienze con i tanti amici che sono lontani da me, ma solo fisicamente perché in realtà sento che siamo connessi, non solo attraverso la rete internet, c’è qualcosa di più profondo che ci lega. Questa è la rivoluzione che il CFF e la transumanza digitale sono riusciti a mettere in atto. Ho addosso la stessa sensazione che avevo nel 2014 e nel 2016, trasformata, rinnovata; i racconti, le storie di questa transumanza 2020 non sono stati, per me, meno suggestivi e travolgenti. È un percorso più profondo. Questo isolamento forzato mi ha insegnato che ci sono forme diverse di bellezza e la transumanza digitale ha saputo cogliere appieno questa sensazione. … La transumanza è un viaggio che ciascuno di noi può compiere; alla fine del viaggio, pur avendo tracciato le stesse strade, ciascuno porterà a casa sensazioni ed esperienze diverse”.

Ma arriviamo ai numeri . Fin dalle prime ore l’evento viene seguito con curiosità da una moltitudine di frequentatori del social per eccellenza. A fine giornata come rilevato dagli insights della pagina facebook saranno oltre 200 mila gli spettatori che hanno seguito la giornata di programmazione in diretta. Moltissimi quelli che si sono aggiunti per la forza virulenta del social nelle ore successive. Un grande successo con 28 mila tra clic sui post, reazioni, commenti e condivisioni in 16 ore di diretta e grazie a 50 contributi video di: Francesco A.P. Saggese da Cremona, Alessandro Scillitani da Reggio Emilia, Enzo del Vecchio da Bari, Enza Pagliara e Dario Muci dall’Australia, Daniele de Michele “Don Pasta” da Parigi, Franco Arminio da Bisaccia, Giovanni Rinaldi da Cerignola, Teo Ciavarella da Bologna, Gli amici di Antonio Facenna, Antonio D’amico da San Severo, Stefano Mariotti da Cortona da Arezzo, Libero Ratti da Vieste, Pio Gravina da San Giovanni Rotondo, Gaetano Branca da Carife (AV), Nello Biscotti da Vico del Gargano, Pachamama “Riserva Moac” da Bojano (Molise), Livio e Manfedi da Bisaccia, Francesco Fodarella da Ariano Irpino, Giuseppe Spedino Moffa da Campobasso, Riccardo dell’Orfano da Milano, Peppe Totaro “Tarantula Garganica” da M. Sant’Angelo, Nicola Gentile e Rosa Menonna “Cantori di Carpino”, Luca D’apolito da Ischitella, Enzo Cavalli da Firenze, Denny Ritrovato da Apricena, Giovannangelo de Gennaro da Borgo di Sovereto (Bari), Giuliana de Donno da Matera, Gabriella Aiello da Roma, Maristella Martella da Lecce, Antonio Pio Steduto “cantori e Suonatori di San Giovanni Rotondo, Siggnor Libbrec’n “Francesco Alaura” da Peschici

La Transumanza Digitale 2020 è un evento ideato da Luciano Castelluccia, che ne ha curato anche la direzione artistica ed è stato promosso e organizzato dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con: Ferrovie del Gargano, Like Guida Enogastronomica, Masseria Facenna – Carpino, Amara terra mia – Storia di storie del Gargano, Qualeformaggio.it, CdP Service.

UN VIAGGIO NEL TEMPO VERSO LE SPLENDIDE TERRE DELLA PUGLIA CON IL CORTO ‘MACCHERONI’

“La domenica senza la pasta col sugo è una domenica che non vale niente. I maccheroni, col ragù denso e profumato, vengono covati per una settimana intera.
Sono il colore della festa per chi vede tutti i giorni il pane, le fave e una goccia d’olio”.
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La Cineteca di Bologna ci propone un viaggio nel tempo nelle splendide terre di Puglia: ‘Maccheroni’, un corto straordinario – indagine etnografica e, contemporaneamente, racconto poetico – diretto e commentato nel 1959 da Raffaele Andreassi.

“Chi muore muore, chi campa campa, basta che ci sia un piatto di maccheroni con la carne”, ci assicura il cantante pugliese (da Apricena) Matteo Salvatore. Lo traduciamo indegnamente dalla lingua madre, per ribadire una verità nota: quando parliamo di identità, il cibo è da sempre uno dei segni distintivi più autentici. Qui siamo nel Gargano (Peschici), dove il piatto della domenica sono i “maccaruni” conditi coi pezzi di carne (da non confondere col ragù), e per il resto della settimana occorre accontentarsi del pancotto a base di pane raffermo con cicoria, fave e patate (un piatto povero che oggi talvolta passa per ricercata prelibatezza).

Il restauro del film, realizzato dalla nostra Cineteca, fu mostrato in anteprima al Festival di Berlino del 2014, ottenendo tutti gli applausi che merita. Lo dobbiamo a Raffaele Andreassi, autore di un pugno di lungometraggi da riscoprire in blocco, di programmi televisivi di intelligenza oggi chimerica, e di così tanti corti che è difficile contarli. Maestro degli slittamenti di prospettiva, dell’erranza dello sguardo, delle esitazioni di giudizio che scavano in profondità inattese, Andreassi ci regala con questo film uno dei suoi gioielli. Dolce e crudele, malinconico e arrabbiato, denso di realismo e avviluppato nel fiabesco. Guardarlo è come camminare in equilibrio a braccia aperte tra le galline e i panni stesi. Andreassi è stato anche uno dei migliori registi di documentari d’arte che abbiamo avuto (qui limitiamoci almeno a fare un cenno ai suoi sconcertanti capolavori su Antonio Ligabue): per questo, davanti a un bambino che si imbratta il viso di sugo, per riflesso automatico ci viene da pensare a un gesto pittorico. Una pennellata di rosso pomodoro, che qui diventa il colore della festa.

Ritorno in Australia, 12 anni dopo per salvare il mondo con l’acquasala

Il «podolicesimo» ti prende per la gola – Cultura popolare ed enogastronomia, il nuovo credo di Luciano Castelluccia fa nuovi adepti.
La prima volta da pionieri come portatori di cultura popolare nel 2008. Il nuovo viaggio in Australia, dello storico direttore artistico del Carpino Folk Festival, tutto in questo racconto…

australia.pngIl primo incontro si è tenuto presso il San Marco in Lamis Social Club Melbourne
alla presenza di tanti sammarchesi residente a Melbourne da più di sessant’anni. Un’occasione importante per la promozione dei pacchetti turistici e del paniere di
prodotti enogastronomici delle aziende partner con il contorno dello spettacolo “L’acquasala salverà il mondo” di Luciano Castelluccia. A fare gli onori di casa il presidente del Circolo Pensionati San Marco in Lamis di Melbourne, Luigi Mastromauro, e il presidente del San Marco social club, Silvia Randazzo.
Il secondo spettacolo è andato in scena presso Italian Touch Cafe Restaurant dei fratelli Caroppi, originari di Poggio Imperiale e da anni trasferitisi a Oakleigh a circa 30 minuti in metro dal centro di Melbourne. Il lavoro che stanno portando avanti Roberto Caroppi e Placido Caroppi è quello di emozionare attraverso il palato usando materie prime di qualità ma soprattutto di provenienza pugliese. Su tutti i vini delle Cantine d’Alfonso del Sordo che accompagnano ogni singola portate del menù proposto. E presto anche new entry con Di Nunzio Legumi di San Paolo Civitate e Agriturismo Biorussi – Gargano.
Spinti dall’istinto di sopravvivenza, da buoni garganici, la rappresentanza di Like Guida Enogastronomica è andata alla ricerca di un posto che, già dal logo, incuriosiva tanto. Si chiama iPugliesi e si trova a Coburg North, non distante dalla city. La location ricorda i vecchi empori di una volta, quelli dei quartieri, casa e bottega.
“IPugliesi” sono Claretta Mongelluzzi e Stefano Marcianò. Clara ha origini garganiche, di Foce Varano, mentre Stefano radici nel Salento ma nato a Melbourne. Claretta ci è invece arrivata per amore. Una piccola “trattoria” dispensa dove, mentre assapori i piatti che sembrano essere cucinati da tua nonna. Basta guardarsi attorno per ritrovare gli stessi prodotti che, se acquistati a prezzi veramente convenienti, si possono riassaporare a casa. Clara è una forza della natura: fa la mamma di Martina, fa la spesa per casa e per il locale, accoglie gli ospiti parlando prima in dialetto dopo in inglese, cucina, serve in sala, balla la tarantella. Abbraccia l’ospite, lo guarda e si commuove.
Joe Caputo, originario di Carpino, viene in macchina quasi tutti i giorni, puntuale come un orologio svizzero per incontrare Castelluccia e Gianluca Fioriniello. Joe, oltre ad essere un amico della delegazione tricolore, è il punto di riferimento per tanti italiani a Melbourne: è stato lui ad aver curato tutti gli incontri e tutti gli appuntamenti del progetto “Missione Australia”. Caputo è anche referente della Federazione Pugliese d’Australia.
Nuova tappa a Faraday Street di Carlton al CO∙AS∙IT – Museo Italiano, Language & Cultural Centre dove è in programma la conferenza stampa Taranta Festival 2020. Sala gremita per la presentazione dello spettacolo “L’acquasala salverà il mondo”. Joe Di Monte alle 21:00 ci invita “paisà” a fare uno spaghetto a casa sua; lui non conosce orari, vuole parlare, raccontare, ascoltare, ridere. Zio Giuseppe, anch’egli originario di Carpino, è una persona buona, umile. A Melbourne è diventato un grande imprenditore del settore edile: ogni costruzione che appare all’orizzonte, viene indicata dalla sua mano docile e poi la solita frase: «Quella l’ho costruita io…».
Poi ospiti del Puglia Social Club. Il presidente Francesco Iacobellis spiega che ogni venerdì si ritrovano per la ”serata panzerotto”. Che goduria. In fine, l’ultimo spettacolo: 250 biglietti venduti, solo 40 in sala. L’ombra del «coronavirus…

“In Australia per creare nuove frontiere per il turismo emozionale sul Gargano e imprimere una inversione di marcia alle paure e ai numeri in fuga delle ultime settimane causa coronavirus”.
E’ il progetto Australia Tour di FdG Viaggi e Turismo di Ferrovie del Gargano, nato da un’idea di Luciano Castelluccia, storico direttore artistico del Carpino Folk Festival, manifestazione per il recupero e la valorizzazione della musica popolare della Puglia, da sempre impegnato nel ricostruire il tessuto della memoria comunitaria e nel valorizzare il patrimonio culturale garganico attraverso la ricerca, la musica, l’enogastronomia e l’aggregazione sociale. Trasferta organizzata in collaborazione con Metano’s, Like Guida Enogastronomica (media partner) e CdP Service (logistica). Con il fondamentale supporto delle aziende Cantine d’Alfonso del Sordo di San Severo, Di Nunzio Legumi di San Paolo Civitate, Agriturismo Biorussi – Gargano di Carpino, Lake Café di Lesina e Consorzio di tutela Arancia del Gargano IGP e Limone del Gargano IGP di Rodi Garganico.
Nel roster dei partner anche l’Istituto superiore “Federico II” di Apricena.

PER IL FESTIVAL DI CARPINO di Michele Lobaccaro

Ogni volta che con il furgone passavamo vicino al profilo maestoso del promontorio garganico scattava un battibecco amichevole, uno sfottò, perché Rocco Draicchio, detto nel gruppo “Il Presidente”, parlava della sua visione di un grande evento da fare a Carpino che portasse il mondo a conoscere la bellezza del suo patrimonio musicale.

Inizia cosi un lungo post sugli arbori del Carpino Folk Festival pubblicato il 3.3.2020 da Michele Lobaccaro, musicista compositore, fondatore e autore del gruppo degli Al Darawish e poi dei Radiodervish.

In quegli anni, tra noi Al Darawish, Rocco era quello che aveva una visione, diciamo così, più imprenditoriale della musica. Infatti, oltre a suonare nel gruppo le percussioni, teneva molto a cuore gli aspetti organizzativi, i contatti con i promoter, la gestione della cassa e, soprattutto, l’ideazione di un festival che valorizzasse la ricchezza culturale del suo Gargano.
E spesso parlava di quell’album dei Musicanova “Garofano d’ammore” che aveva attinto a piene mani dal repertorio garganico senza che, però, rimanesse tra la gente del Gargano la consapevolezza del tesoro che essi si trovano a custodire.
In quegli anni a Carpino erano ancora vivi i cantori che incarnavano la tradizione e Rocco ci portò più volte a Carpino per conoscere questi “Omero” del canto garganico per farci innamorare di quella realtà ed aiutarlo a creare un movimento che portasse alla creazione del Carpino Folk Festival. in questo senso prendemmo parte a delle edizioni zero del festival ma centrale fu la sua intuizione di ripatire da dove si era interrotto il discorso di ricerca portato avanti da diversi musicologi e musicisti dagli anni 60 fino agli anni 80.
Fu per questo che cominciammo da Eugenio Bennato e lo andammo a trovare direttamente a casa sua a Napoli in occasione di un nostro concerto partenopeo.
Arrivati nella casa Rocco espose la sua idea di un festival che iniziasse proprio con il ritorno di Eugenio Bennato a Carpino per riallacciare i fili di un percorso che si era interrotto e che ora, dopo quasi vent’anni di inabissamento, avrebbe potuto contribuire a riaccendere l’interesse per la musica popolare del sud Italia.
Un sottile rivolo di questa tradizione fu comunque tenuto vivo nelle feste degli studenti fuori sede che venivano a Bari dal Salento, dal Gargano, dalla Calabria e dalla Basilicata. Ci si scambiava canti e si teneva in piedi gioiosamente una tradizione e la sua memoria.
Alcuni di questi brani hanno fatto anche parte del repertorio live degli Al Darawish. C’erano nella band delle anime molto interessate allo scavo in questa direzione. Così a fianco delle nostre canzoni originali, trovavano posto canzoni tradizionali mediorientali e apparivano canzoni greche, oltre a nuovi arrangiamenti di canzoni di Enzo Del Re, dei Cantori di Carpino, di Matteo Salvatore e della tradizione salentina.
Tutto ciò spiega perché per la prima vera edizione del Festival di Carpino salirono sul palco, nel 1993, gli Al Darawish insieme ai Cantori di Carpino.

Sarebbe auspicabile che si ricomponessero le divisioni e si ritornasse a far vivere quel sogno per continuare a raccontare questa favola“.

Rocco Draicchio con gli Al Darawish

Rocco Draicchio e gli Al Darawish

La posizione dello sfasciato dell’Alta Irpinia

Col video del discorso pronunciato da Vinicio Capossela, il 24 agosto in Piazza della Repubblica a Calitri (AV), chiudo l’anno 2019.

BUONA ASCOLTO E BUON 20 20

Vinicio Capossela ha raccontato come è nato sette anni fa lo Sponz Fest e ha colto l’occasione per rimarcare alcune questioni relative agli aspetti finanziari della manifestazione, alla sua natura di evento di promozione del territorio e al suo futuro. Ha detto che la cultura serve anche a restituire all’uso luoghi abbandonati come quelli dell’osso appenninico e che l’Italia non si divide tra nord e sud, ma tra aree interne, città e aree costiere. E che poi serve creare occasioni per portare gente in tutti quei luoghi recuperati all’incuria e riportati in luce. Continuando ha detto che bisogna anche avere il coraggio comunque di sapere affrontare investimenti di questo tipo, perché sono situazioni che generano valore per il territorio, in un rapporto di circa otto euro di valore generato per ogni euro investito. A questo servono gli eventi culturali soprattutto nei paesi dell’interno, aree che hanno perso buona parte della loro cultura contadina e rischiano di cadere prede di questa volgarizzazione delle coscienze a cui possiamo tutti assistere in questi anni. Realizzare questi festival significa darsi un’occasione per visitare luoghi come questo, in cui altrimenti sarebbe molto difficile arrivarci apposta, anche per chi ci è nato.

E’ in “Angeli del Sud” l’ultima apparizione cinematografica di Antonio Piccininno


Il musicista Eugenio Bennato ed il regista Bruno Colella, legati da solida amicizia, sono stati entrambi invitati da Mimmo Epifani a ritirare un premio che lo straordinario mandolinista organizza in un piccolo paesino del Lazio abbastanza scomodo da raggiungere.

I due amici, sinceramente affezionati al musicista accettano l’invito e partono per un viaggio con finale a sorpresa in cui si bada poco alla meta dando invece precedenza a ricordi ed incontri coi grandi personaggi della musica napoletana ed altri artisti “estremi” dell’Italia che sorprende… gli “Angeli del Sud” in un viaggio alla scoperta dei suoni, dei colori dei personaggi e del folklore di quelle splendide e assolate terre.

Il film Angeli del Sud, diretto da Bruno Colella, è distribuito da Zenit Distribution.
Con Eugenio Bennato nel cast ci sono Enzo Aisler, Peppe Barra, Carlo D’Angiò, Camillo De Felice, Mimmo Epifani, Tony Esposito, Franchetto Minopoli, Pietra Montecorvino, Antonio Piccininno, Marco Tornese, Nicola Vorelli, Alessandro Haber.

“La storia parte nella San Vito dei Normanni di Epifani, passa per la Napoli segreta di Peppe Barra, quella delle invenzioni di Tony Esposito, della voce bianca di Nicola Vorelli, dei rocchettari degli anni settanta poi per il Gargano dei cantori di Carpino, per Roma e per le tradizioni del basso Lazio. E’ attraverso questa esile trama e l’utilizzo di tre diversi linguaggi, cioè la musica, la fiction ed il documentario, che questo film racconta il mondo affascinante che circonda Eugenio e la musica popolare d’autore. I suoi raffinati concerti a cui oggi assistono migliaia di persone, i suoi versi ricercati si scontrano quindi con la leggerezza della commedia e del grottesco, ma anche con la follia geniale di artisti ancora sconosciuti e le confessioni di quelli già affermati, creando così un interessante corto circuito ed un ritmo incalzante fatto di contrasti, che fanno sempre bene allo spettacolo”. Bruno Colella

“I personaggi artisti musicisti o funamboli raccontati nel film non sono elementi da set precostituito, ma sono reali entità che mi sono andato a cercare nel corso degli anni, seguendo il filo di una mia personale concezione dell’arte che, ritengo, non possa mai essere scollegata da una necessaria componente di originalità che si oppone ai canoni dell’omologazione e per questo può sconfinare in positiva follia. Gli Angeli Del Sud sono le voci sommerse del mio mondo musicale, che, sia quel che sia, ha comunque la particolarità di percorrere strade inesplorate, e accendere i riflettori su volti e storie sistematicamente trascurate dalla civiltà dei consumi“.
Eugenio Bennato

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