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Antonio Basile (Ufficiale)

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Verso il domani di Franco Mercurio

Franco MercurioDopo Serpieri, Caradonna, Omodeo,Acquaviva e Di Vittorio non c’è ancora un’idea di futuro.
Con poche eccezioni

Quando al principio degli anni ‘90 si discuteva ancora con una certa serietà di piani regionali di sviluppo, la Capitanata divenne oggetto di studio, perché nessuno riusciva a spiegare le ragioni della sua controtendenza rispetto agli indicatori che davano in crescita tutte le altre province della dorsale adriatica. In quello stesso tempo fui coinvolto nell’enaudiana «Storia delle Regioni d’Italia». A me toccò descrivere le trasformazione delle gerarchie territoriali abruzzesi nel lungo periodo.
In quella occasione scoprii che gli abruzzesi erano riusciti ad uscire dalle regioni «povere» semplicemente ragionando in termini plurali. L’Abruzzo ritornava nei piani di sviluppo regionale a diventare gli antichi Abruzzi; per ogni provincia fu «decisa» una vocazione diversa, in modo da ottimizzare i flussi finanziari regionali. Oggi sappiamo dove è arrivato l’Abruzzo.
Ora che vivo fuori regione mi capita spesso di confrontare la Capitanata con la realtà in cui vivo oggi. Visto da lontano il quadro d’insieme, che mi viene restituito, è davvero inedito. Se volessi infatti sintetizzare, la sensazione che respiro è quella di un territorio rimasto legato al secolo passato, immemore delle politiche visionarie di uomini come il cattedratico Serpieri e il fascista Caradonna che prosciugarono le paludi, oppure l’ingegnere Omodeo che progettò i laghi per l’agricoltura, o il comunista Di Vittorio che volle la riforma agraria. O ancora il sociologo Sabino Acquaviva che vagheggiava il Gargano come la montagna del sole e l’archeologo Silvio Ferri che voleva spiegare al mondo intero il linguaggio segreto delle protostoriche stele daunie.
Visionari, che hanno tracciato percorsi di sviluppo per la Capitanata che si sono inverati. Dopo di loro sono state solo retroguardie a lavorare per tenere insieme le piccole e grandi comunità del foggiano senza riuscire però a dare un respiro strategico che portasse la Capitanata nel XXI secolo. Mi viene in mente solo Antonio Pellegrino, all’epoca presidente della Provincia, che di fronte all’affaticamento evidente provò ad indicare, deriso, nella valorizzazione dei beni culturali una prospettiva di più ampio respiro. Esattamente ciò che ha poi fatto Blasi con la Taranta. Credo che l’attuale ceto politico locale non sia nemmeno ancora arrivato a quelle conclusioni, tranne rare ed importanti eccezioni come Manfredonia e le belle esperienze dell’Orsara Jazz e del Carpino Folk Festival.
E queste eccezioni sono segnate tutte da un unico filo rosso: continuità, continuità, continuità!
Per il resto vedo un ceto politico fermo ad un individualismo sfrenato che cancella ciò che è stato fatto prima dagli avversari in una sorta di andirivieni autistico che non muove nulla. Come non ritracciare in questo immobilismo sociale, indotto dalla politica, il «foggianesimo» di Vendola o la folle idea di costruire un interporto fantasma a Cerignola o le ragioni di una battaglia inutile sull’aeroporto di Foggia, senza rendersi conto che nella mondializzazione delle relazioni umane la rete infrastrutturale locale è rimasta agli anni di Di Vittorio e che le città di pianura hanno svuotato le loro montagne del capitale umano?
Le straordinarie opportunità ambientali del Gargano, dei laghi costieri e delle aree appenniniche, l’eccezionale offerta archeologica (basti pensare a Herdonia, Arpi, Luceria e Sipontum) tutta da sperimentare, la ricchezza agroindustriale ancora inespressa sono in un mondo globalizzato giacimenti auriferi a portata di mano che si colgono solo a frammenti.
Occorrerà forse ragionare in termini di Puglie, secondo il paradigma abruzzese, dove il ceto politico della Capitanata si faccia classe dirigente, sconfigga gli individualismi, punti sul territorio senza ammiccare al voto di scambio, individui le sue eccellenze, le metta in rete e si presenti al tavolo regionale con una visione del futuro. Diversamente continuerà a prevalere l’individualismo, troppo contiguo alla furbizia, entrambi lontani da qualsiasi prospettiva.

Ex direttore della biblioteca provinciale di Foggia, attualmente dirigente del Mibact con l’incarico di direttore della biblioteca nazionale di Napoli

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PROGRAMMA CARPINO FOLK FESTIVAL 2017 – XXII EDIZIONE

Tra i grandi protagonisti della XXII° edizione ci saranno l’artista ivoriano ALPHA BLONDY con i The solar system, formazione leggendaria del reggae africano; il chitarrista di etnia tuareg BOMBINO che incanta con il suo suono del deserto; e il cantautore VINICIO CAPOSSELA, interprete per l’occasione di un progetto speciale intitolato “Combat folk”. Accanto a loro la line up di concerti della ventiduesima edizione prevede la partecipazione del duo composto da CANIO LOGUERCIO & ALESSANDRO D’ALESSANDRO, recenti vincitori della Targa Tengo per il miglior album in dialetto, del giovane cantautore MALDESTRO e la presenza dei gruppi di riproposta regionale come SONIDUMBRA dall’Umbria, la MACINA dalle Marche, PIERO BREGA E ORETTA ORENGO del canzoniere del Lazio, KALASCIMA dal Salento ed infine come sempre I CANTORI DI CARPINO.

Il Festival della musica popolare e delle sue contaminazioni #CARPINO#GARGANO#PUGLIA
#cff2017 #memoriedalsottosuolo

5 – 10 Agosto | Laboratori Musicali
Lezioni pratiche/teoriche in contesti non formali in cui vengono esplorate le caratteristiche della musica e del ballo tradizionale e la conoscenza degli strumenti musicali usati dai cantori.
https://t.co/WW4WlABVN7

5 – 10 Agosto | Concorso Filmmaker
Con la forza comunicativa di brevi docufilm dar luce alla diversità delle bellezze storico-culturali e delle tradizioni del territorio garganico.
https://t.co/UMc9jIIfBT

5 – 8 Agosto | Escursioni nel sottosuolo
Un calendario di escursioni realizzato in collaborazione con i gruppi speleologici del Gargano per scoprire alcune delle cavità più significative di questo territorio, provando l’esperienza dello stretto rapporto con il sottosuolo e con la natura.
https://t.co/k2XM6m9QMq

5 Agosto – 17.26 Staz. San Severo
CANTAR VIAGGIANDO – Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano, tratta Foggia – Peschici Calenella.
Musica, teatro, danza e narrazione con:
Michele Morsilli, Geologo e Professore presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Ferrara. Matteo Pelorosso, Geologo. Michele Villetti, Batterista, percussionista e compositore.
PAESAGGI SONORI – Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza la letteratura il teatro.
●Visita guidata nella necropoli di Monte Pucci, Vico del Gargano
● “E-Mago , i suoni della terra”. Il primo spettacolo scientifico-musicale dove i musicisti improvvisano direttamente con le frequenze emesse dalla Terra. Attraverso la tecnologia usata per le indagini geofisiche del territorio, è possibile trasformare i dati geofisici in frequenze musicali.
Matteo Pelorosso: geologo
Stefano Floris: geom. specialista acquisizione di dati geofici mediante tecniche EM
Michele Empler: Network Systems engineer – sonificazione dei dati geofisici
Riccardo Scorzino: sound engineer: sistema elettronico dei pedali per alimentazione
Michele Villetti: ideatore progetto EMAGO, percussionista e compositore

6 Agosto – 17.26 Staz. San Severo
CANTAR VIAGGIANDO – Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano, tratta Foggia – Peschici Calenella.
Musica, teatro, danza e narrazione con:
●Piero Brega e Oretta Orengo – Brega voce carismatica canzoniere del Lazio, Oretta del canzoniere internazionale, si ritrovano dopo trent’anni e iniziano a raccontare in musica la realtà del nostro paese come dei moderni cantastorie.
PAESAGGI SONORI – Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza la letteratura il teatro.
●Visita guidata a Bagno di Varano, Cagnano Varano
Orchestra Bottoni, Un’orchestra e una voce, un viaggio tra la tradizione mediterranea e l’etnojazz

7 Agosto – 19.00 Staz. San Severo
CANTAR VIAGGIANDO – Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano, tratta Foggia – Peschici Calenella.
Musica, teatro, danza e narrazione con:
Canio Loguercio & Alessandro D’Alessandro con Fabio Renzi (segretario generale Symbola)
“Canti, ballate e ipocondrie d’ammore”
Fra appunti sparsi, chiacchiere, ballate e canzoni d’ammore a fil’e voce, una storia intima e condivisa sulla memoria, la bellezza e l’abbandono, nel ricordo dell’amico fraterno Matteo Fusilli, figlio di questa terra garganica, con il quale abbiamo imparato a scrivere parole nuove.
PAESAGGI SONORI – Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza la letteratura il teatro.
●Visita guidata centro storico di Carpino
●LA NOTTE DI CHI RUBA DONNE – Concerti della tradizione
Incontri, documentari, presentazioni editoriali e concerti di musica tradizionale e di riproposta nel centro storico di Carpino.
Con Alessandro Alessandro Portelli, Mimmo Squilibri , Piero Arcangeli, Omerita Ranalli, intervengono, in voce e in musica: Antonella Costanzo, Susanna Buffa, Sara Modigliani, accompagnati da Alessandro D’Alessandro e Gabriele Modigliani.
Con Salvatore Villani e l’ensemble La Montagna del Sole “Vociantaur” (prima assoluta)

8 Agosto
Concerti della musica popolare e delle sue contaminazioni in Piazza del Popolo
Sonidumbra, gruppo di riproposta Umbro
Maldestro, nuovo cantautorato partenopeo
Bombino, il blues del deserto

9 Agosto
Concerti della musica popolare e delle sue contaminazioni in Piazza del Popolo
● LA MACINA, gruppo di riproposta Marche
Kalàscima , Psychedelic Trance Tarantella
Alpha Blondy & The Solar System (Official), la leggenda del Reggae dell’Africa occidentale in positive energy Alpha Blondy

10 Agosto
Concerti della musica popolare e delle sue contaminazioni in Piazza del Popolo
VINICIO CAPOSSELA, “Combat folk” (progetto speciale)
I CANTORI DI CARPINO stile ,storia e musica ” ALLA CARPINESE “

Qui la presentazione ufficiale https://t.co/dDoO5EtRtG
Qui invece la locandina da avere sempre a portata di mano http://www.carpinofolkfestival.com/images/2017/locandina.png

L’ultima ninna nanna del Gargano

tmp_1351-fb_img_1483892100227961581452Antonio Piccininno, il più longevo dei Cantori di Carpino che hanno portanto nel mondo le tarantelle di questa terra, è morto il 9 dicembre. Si è spento dopo aver intonato i versi che nessuno, orfano a due anni, gli aveva mai intonato. Nè qualcuno lo farà ora. perche la bara è stata rubata

la Lettura 8 Jan 2017

CARLO VULPIO

«Per ritornare a Monte/ Lucia saliva piano/ Di fronte tramontava/ Il sole del Gargano». Lucia, nella sua «salita» a Monte Sant’Angelo, incontra la Luna. Lei pensa a una fattura, a una magia, e invece è proprio la Luna che le parla e le dice che lei, Lucia, ha tre ricchezze rare, che «Non hanno a che fare/ Coi soldi o col potere». La prima ricchezza, dice la Luna, è il nome di Lucia. La seconda è la bellezza. E la terza? La Luna non dice qual è, ma, prima di sparire, la descrive così: «È una ricchezza/ Che viene da lontano/ E fa da sempre ricca/ La terra del Gargano».
Questi sono i versi di uno dei sonetti più belli della tradizione popolare del Gargano, che Eugenio Bennato ha trasformato in una canzone altrettanto bella e toccante, Lucia e la Luna. Un sonetto e una canzone che con le altre centinaia della tradizione popolare garganica sono state riscoperte negli ultimi trent’anni e apprezzate ovunque. Grazie a un artista come Eugenio Bennato — ma vanno ricordati anche Teresa De Sio e Vinicio Capossela —, che fin dal primo momento ha creduto nella potenza musicale e poetica di questi sonetti. Grazie a un musicologo come Roberto De Simone, che ha rintracciato le origini nobili delle strutture armoniche delle tarantelle garganiche nelle composizioni del Seicento napoletano e di Gaetano Greco, maestro di Giovanni Battista Pergolesi. E grazie all’antropologo Ernesto De Martino e agli etnomusicologi Diego Carpitella e Alan Lomax, c h e c o n l e l o r o a c c u r a t i s s i me ricerche hanno letteralmente disseppellito ciò che sembrava condannato a essere dimenticato. Ma soprattutto grazie a un giovane percussionista di Carpino, Rocco Draicchio, che ideò il Carpino Folk Festival (giunto alla ventunesima edizione) poco prima di morire in un incidente stradale, a Nicola Gentile e Pasquale Di Viesti, che ne hanno raccolto l’eredità, e ai tre «vecchi terribili» Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno, i Cantori di Carpino, che, ottuagenari, negli ultimi vent’anni hanno can- tato questi sonetti sui palchi e nei teatri di tutto il mondo. E hanno conquistato ogni tipo di pubblico con la Viestesana, la Rodianella e la Montanara, le tarantelle di Vieste, di Rodi Garganico e di Monte Sant’Angelo.
Il più longevo dei tre Cantori, Antonio Piccininno, avrebbe compiuto 101 anni il prossimo 18 febbraio e ha cantato fino al giorno prima di morire, quando nella casa di riposo di Rodi Garganico ha voluto eseguire per l’ultima volta la struggente Ninna nanna di Carpino. Una nenia molto simile a un lamento funebre che, diceva Piccininno, commuovendosi ogni volta che la intonava, «a me non ha mai cantato nessuno, perché a due anni avevo già perso entrambi i genitori». E che invece lui ha cantato a tutti e dappertutto, persino nel l a grot t a del l a Nati v i t à , a Betlemme. Perché lui, Zì Antonio, come lo chiamavano per una regola antica di rispetto tributato alle persone autorevoli, quella ninna nanna e quei sonetti li aveva nel sangue, proprio come dice la Luna a Lucia: «Il passo di chi danza/ La danza tarantata/ Tu ce l’hai nel sangue/ Sei nata già imparata».
Zì Antonio è proprio uno di quelli «nati già imparati». Ma non ha fatto in tempo a morire, il 9 dicembre scorso, che nove giorni dopo, di notte, la sua bara è stata rubata dal cimitero di Carpino. Mentre ancora la gente canticchiava i suoi sonetti, quelli che Zì Antonio aveva cominciato a cantare fin da bambino, quando governava le pecore sulle montagne della Fore- sta Umbra, e che ha continuato a eseguire per tutta la vita allo stesso modo, senza fare studi particolari. Anche perché sono canti in cui gli strumenti vengono accordati sulla voce del cantore. E sono potenti, coinvolgenti, sia quando celebrano l’amore, sia quando lanciano la sfida o la maledizione, o esprimono la rabbia e lo sdegno. Se non nascono «da dentro», non nascono, non possono nascere. Come spiegare altrimenti l’invocazione rivolta a Dio di un altro monumento della musica popolare garganica e italiana, Matteo Salvatore, che nel Lamento dei mendicanti dice: «Gesù Cristo mio falli murì» (i ricchi, ndr)? Bisognerà aspettare Jude Law-Pio XIII, The Young Pope di Paolo Sorrentino, per sentire qualcuno, nel caso della serie tv il Papa in persona, pregare per la morte di qualcun altro (una suora affarista). Mentre non potrebbe esserci più esplicito invito a non interferire con la vita altrui del semplice Gente, facitevi li cazza vostra, sempre di Matteo Salvatore. «La musica del Gargano — sostiene Eugenio Bennato — è molto più forte di quella del Salento. Lo dico rischiando l’impopolarità, ma rispetto per esempio alla progressione armonica di una Montanara o alla specialità di una Viestesana, la pizzica salentina è armonicamente più semplice, meno sofisticata».
La chitarra battente e le nacchere fanno cantare e danzare le donne e gli uomini, li fanno «dialogare» con parole, gesti e cenni d’intesa come mai sarebbe concesso nella vita quotidiana di comunità agropastorali in cui le regole, specialmente quelle che governano i rapporti tra i mondi maschile e femminile, non possono essere violate e dove è bene che tutti e ciascuno stiano al proprio posto. In questo senso, le storie che il Gargano rac- conta non sono dissimili da tante storie siciliane, o da quelle della Barbagia in Sardegna, dell’Aspromonte in Calabria, o delle Murge nella stessa Puglia. Così come il codice barbaricino non è molto diverso dal Kanun albanese, il codice consuetudinario centrato sulla Besa, la parola data, la parola d’onore, che se tradita può giustificare anche la vendetta di sangue. Ora, tra tutti i patti umani, il patto d’amore è quello più rivoluzionario, più sovversivo, quello per il quale si può osare di più anche in una società rigida, arcaica, e proprio per questa ragione è anche il patto che, se infranto, può con la massima probabilità trasformare l’amore in dolore, tragedia, lutto.
A Zì Antonio capitò nel 1947. Non aveva ancora trent’anni, e gli dissero che sua moglie lo tradiva con suo fratello maggiore. Lui affrontò il fratello e gli disse di andarsene via per sempre, di non farsi più vedere. Quello non lo prese sul serio e Zì Antonio gli sparò. Due anni di latitanza, poi il processo con il caso rubricato come delitto d’onore, la condanna a quattro anni di carcere, il ritorno alla libertà, la moglie perdonata. Ma soprattutto, l’approvazione della comunità e il rispetto della gente, quella che tutti i giorni incontri a ogni angolo del paese, oppure in quel bar, in piazza, che ha pure un nome beffardo, «La Legge». Dolci ninne nanne e pene d’amore, serenate e fatti di sangue, è la vita in tutti i suoi aspetti la linfa di cui si nutrono i canti e i cantori del Gargano. Zì Antonio, come Andrea Sacco e Antonio Maccarone, e come tutti gli altri, non poteva non metterci dentro anche i suoi dispiaceri e, forse, il suo pentimento. Però di quella vicenda, negli anni successivi, avrà parlato sì e no un paio di volte, mai in pubblico, solo con gli amici più intimi. I suoi sentimenti più profondi li affidava alle canzoni. E anche se erano tarantelle («La gente — diceva — vuole sentire l’allegria»), la sua faccia era sempre una faccia da ninna nanna, da «sonno ingannatore», quel sonno così simile alla morte che sempre permette al lupo di «magnarse la pecurella».

“TARANTELLA DEL GARGANO” del ‘600 in “Quanno nascette Ninno a Betlemme”

Come noto “Tarantella del Gargano” è la rielaborazione di Roberto De Simone di uno dei suoi “sonetti” carpinesi più famosi eseguito su ritmo della montanara da Andrea Sacco: “Accomë j’eia fa’ p’ama ’sta donnë”.
L’approccio di De Simone è quello della compenetrazione tra fonti diverse. Egli si avvale delle sue ricerche condotte sul campo o di quelle realizzate da altri, nel caso specifico di quelle realizzate da Roberto Leydi, confronta i canti raccolti con quelli documentati da fonti scritte (sicuramente Charles Camille Saint-Saëns, vedi https://t.co/LqdqyhQjn3) e poi li rielabora, con il gusto e la grande competenza compositiva che lo contraddistingue, secondo il modello stilistico della tradizione. Infine, terminato il lavoro, usa la finzione scenica della rappresentazione teatrale, nel caso della Tarantella del Gargano della Nuova Compagnia di Canto Popolare, per procedere alla divulgazione in modo che risulti più aderente possibile al contesto popolare originale.
Tra i musici impegnati che Roberto De Simone deve aver ascoltato e riutilizzato nelle sue rielaborazione vi deve essere sicuramente Cristoforo Caresana (1640 circa – Napoli, 1709) cosi come tutti gli altri compositori legati alle Pastorali che ha dovuto studiare per comporre La Cantata dei Pastori.
Fu a partire dal secolo XVII che in tutta l’area meridionale, dalla Puglia, alla Campania alle Calabrie, si diffuse un’ampia produzione musicale di canti natalizi ispirata appunto alla tradizione pastorale. Tali produzioni facevano espliciti riferimenti al ritmo delle tarantelle come rappresentazione dello spirito infernale che con la nascita di Gesù bambino viene sprofondato negli abissi.
Tutti questi canti e componimenti legati alle Pastorali, sono caratterizzati da un ritmo pacato e cullante che piano piano si trasforma in ninna nanna.
Anche nel Settecento ci fu una cospicua produzione delle cantate natalizie, con componimenti influenzati dal gusto del melodramma: la figura più rappresentativa di questo secolo fu Sant’Alfonso dè Liguori. Il Santo, pur in possesso di una grande cultura musicale, deve la sua notorietà al canto “Tu scendi dalle stelle” e “Quando nascette o ninno a Betlemme”. Quest’ultimo canto in realtà riprenderebbe sia il tema popolare della pastorale di Cristoforo Caresana composta nel ‘600 che le musiche di Cimarosa, cosi come ci informa Guglielmo Cottrau.
Secondo Roberta Catello, inoltre, la linea melodica di Tu scendi dalle stelle, e quindi della sua gemella Quando nascette o ninno a Betlemme, avrebbe caratterizzato ( o sarebbero stati caratterizzati da?) altri canti natalizi tra cui quelli «diffusisi nel Gargano definiti genericamente “a laudanne”».
Abbiamo cercato tali composizioni e i riscontri li abbiamo trovati in un’antica e scherzosa usanza carpinese, che, come ricorda Giuseppe Trombetta, si praticava soprattutto durante le festività natalizie, di lodare (“lavüdà”) qualcuno allo scopo di chiedergli un’offerta: in genere alimenti che poi erano consumati in baldoria tra amici. Spesso, dunque, un gruppo di buontemponi, dopo essere stato in cantina e alzato il gomito, si recava sotto la casa di un parente o di un conoscente e, nella più totale allegria, cominciava a cantare le lodi sulla melodia del notissimo “Tu scendi dalle stelle”. La prima strofa era d’indirizzo e variava a seconda del destinatario del canto.
Vënímö da mòndë Autìnö,
vënímö a llavüdà a Ccàrlö Travagghjínö.
E jjàvïzätï da lu llèttö, va ‘llu masciónë,
se no ng’è la ġallínä, cï sta lu capónë.
Se no g’è lu capónë, sta lu prösuttö.
Se no ng’è lu curtèddö, dàccëlu tùttö!
Quindi si tratterebbe sicuramente di canti di questua.
La dott.ssa Leonarda Crisetti Grimaldi scrive che secondo una signora di Carpino chiamata Carmela i laudanne venivano usati dalla sua famiglia nel periodo di Capodanno per portare la serenata. La signora Carmela, infatti, racconta che all’arrivo dei cantori, se il fidanzato era “accredendate” il padrone apriva la porta e li faceva entrare e sua suocera offriva da mangiare e da bere per dare inizio ai festeggiamenti.
Il canto che riporta la signora Carmela alla Crisetti Grimaldi è il seguente:
Menime a llaudà
A mMaria Francesca neinè
Menate la mane a llu mascjóne:
se ne ng’è la galline c’è lu cappóne,
se ne ng’è lu cappóne c’è lu prescjutte
se ne ng’è lu curtèlle acchiàppele tutte.
Riscontri importanti ritroviamo in Salvatore Villani che riporta una conversazione con Andrea Sacco che gli racconta che questi tipo di canto li eseguiva nel periodo di questua tra Santo Stefano e Carnevale compreso “quando andavo a lavëdànnë”.
Vënimë da montë Fërnonë
Vënimë a lavdà a ‘Ndonië Farfonë
Javzëtë dallu lettë va’ ‘llu mascionë
se non c’è la gallina c’è lu capponë
se non c’è lu capponë c’è lu prësuttë
se non c’è lu curtellë daccëllu tuttë
facitë prestë ‘chè lu tempë è pochë
che jamma jì cantà a n’atu lochë
vënimë da Patrumelë
facitë prestë che cë ‘ngennënë li pedë.
Significativo per la sua completezza è il canto che segue riportato a Villani da Antonio Piccininno.
E mò jè passatë Natalë
hammë fënutë li dënarë
vënimë a lavdà a questa portë
e javzëtë dallu lettë va’ allu mascionë
se non c’è la gallinë c’è lu capponë
se non c’è lu capponë c’è lu prësuttë
se non c’è lu curtellë datacillë tuttë
e nujë vënimë dallu Puntonë dëllu Vinëlë
vënimë a lavdà a Piccëninnë
e nujë vënimë da Patrumelë
e vujë facitë prestë cë fannë friddë li pedë
‘na grastë jë dë garofëlë e n’avtë jè dë ngiglië
venimë a lavdà a tuttë la famiglië
e nujë vënimë da Patrumelë
e vujë facitë prestë cë fannë friddë li pedë
cë fannë friddë li pedë…
E ma volë e Dijë e là
vë simë vënutë a lavdà
vë simë vënutë a lavdà
la gallinë c’avita dà
A Capëdannë cë l’hamma magnà.
Piccininno nel suo manoscritto annota: usanza antica / ci divertivamo tra amici a poi quello che ci davano per dietro le porte gli amici ce lo mangiavamo tutti uniti / una usanza antica di 50 anni fa prima della guerra.
Augurandoci che i balordi che hanno profanato la tomba di zi Antonio Piccininno si rinsaviscano e ci riconsegnino le sue spoglie, vi proponiamo l’ascolto di uno dei lavëdànnë carpinesi cantato con voce solista da Andrea Sacco, che suona la battente, ed è accompagnato dal coro composto da Antonio e Mike Maccarone, Nunzio Perfetto, Matteo Scanzuso e Carlo Trombetta ( Registrazione di Salvatore Villani, 1997 )
Associazione Culturale Carpino Folk Festival / AB
Biografia
1997, Canti e strumenti musicali tradizionali di Carpino / a cura di Salvatore Villani
2004, Bbèlla, te vu’ mbarà a fa l’amóre. Canti e storie di vita contadina / a cura di Leonarda Crisetti Grimaldi
2007, Il successo mondiale della tradizione del presepe, le grandi collezioni, i media e il nuovo collezionismo / a cura di Roberta Catello
2008, Antonio Piccininno. Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino Cd allegato al libro / a cura di Salvatore Villani
2012, I cantori e musici di Carpino. Le tarantelle del Gargano / Salvatore Villani
2013, Passatempi musicali: Guillaume Cottrau e la canzone napoletana di primo ‘800 / a cura di Pasquale Scialò, Francesca Seller
2015, Tírä che vénë Carpínö ‘ndö lu chiénö / a cura di Giuseppe Trombetta

Rubata la salma di ANTONIO PICCININNO

Non ci sono parole per commentare l’accaduto. Durante la notte è stato portato via il sarcofago con la salma di ANTONIO PICCININNO.

Profanata e rubata la bara contenente la salma del maestro Antonio Piccininno, scomparso il 9 dicembre scorso all’età di 100 anni, ultimo patriarca della musica popolare garganica. Durante la notte, persone non ancora identificate hanno scardinato la porta d’ingresso della tomba di famiglia dei Piccininno, divelto la lapide e portato via il sarcofago dell’artista. Sul caso indagano i carabinieri della locale stazione e della tenenza di Vico del Gargano, oltre ai reparti scientifici dell’Arma. I ladri-profanatori non hanno avuto difficoltà nel compiere il loro abominevole gesto: il camposanto è distante dal paese e il silenzio ha favorito il loro agire. Inutile ogni tentativo di recuperare la bara e la salma: tutti i controlli esperiti nell’area cimiteriale e nelle zone circostanti hanno dato esito negativo*.

Per la memoria, le nostre tradizioni e la nostra cultura, chiediamo a tutte le istituzioni, alle forze dell’ordine e a chiunque sappia qualcosa di risolvere questa situazione e di consentire ai suoi cari e a chiunque lo voglia di andare a trovare e portare un fiore sulla tomba del cantore di Carpino.

*tratto dal comunicato dei cantori di carpino

++ Ciao zï ‘Ndònïjö! GRAZIE per tutto

Il cantore più famoso delle Puglie ci ha lasciati oggi pomeriggio.

Foto: Pasquale D'apolito

Foto: Pasquale D’apolito

ANTONIO PICCININNO (18 febbraio 1916 – 9 dicembre 2016), patriarca centenario del canto alla carpinese. Figura filiforme, tratto asciutto e austero, occhi intensi di chi ha trascorso una vita dura. Ultimo dei grandi cantatori, padrone delle serenate, dei sonetti e degli stornelli, di espressioni sonore complesse, contraddistinte da off-beat, alternanze ritmiche, voci che vanno oltre il sistema temperato. La sua storia coincide con quella della ricerca etnomusicologica e delle diverse stagioni del folk revival nostrano*.

Ci sono uomini che posseggono i talenti per rappresentare, oltre se stessi, una intera epoca.
La prima esibizione conosciuta di Antonio Piccininno fuori dai contesti tradizionali risale all’8 aprile 1980 presso il Teatro San Ferdinando di Napoli.
Sempre presente sul palco del Carpino Folk Festival insieme ai Cantori di Carpino, Piccininno è oggetto di studi sulle tradizioni musicali italiane; Antonio in particolare viene interessato per la prima volta da tali studi nei primi anni 80 da Roberto Lèydi, considerato tra i fondatori dell’etnomusicologia scientifica in Italia, ed è portato alla ribalta nazionale dai cantautori e musicisti Eugenio Bennato e Teresa De Sio.
Segue un breve elenco delle ricerche, dei documenti sonori e dei film in cui appare come protagonista.
Ricerche scientifiche
1980/tuttora, Salvatore Villani
1980/1987, Michele Giuseppe Gala
1984, Gabriele Leggieri, Giovanni Canistro
1987, Ettore De Carolis
1988, Roberto Leydi con Salvatore Villani (monografia)
2001/2009 Adriano Castigliego
2010/2011 Enrico Noviello e Pio Gravina

Documenti sonori rilevanti
1997, I cantatori e suonatori di Carpino / Salvatore Villani, NOTA/EDT
1997, Guitares “battente” du Gargano / Salvatore Villani, Nanterre (France), CD Al Sur
1997, La voce del Gargano
1999, Canti della memoria. Canti tradizionali del Gargano Francesco Nasuti, Centro Grafico Francescano
2000, Lezioni di tarantella / Eugenio Bennato, DVF
2000, La tarantella del Gargano / Giuseppe Michele Gala, Ethnica
2001, Tarantella del Gargano / Eugenio Bennato, DVF
2002, Ragnatele: Antologia di voci e suoni della Puglia / Antonello Lamanna
2004, Alla carpinese: il sonetto garganico nei canti popolari di Carpino / F.Nasuti, edizioni FN
2006, Stile, storia e musica alla carpinese / I Cantori di Carpino, Mea Sound
2007, Le tribù italiche. Puglia, EDT
2007, Canti, poeti, pupi e tarante / Valter Giuliano, Squilibri
2008, Antonio Piccininno. Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino Cd allegato al libro / Salvatore Villani, Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata
2011, Canti e suoni della tradizione di Carpino / E.Noviello-P.Gravina. Kurumuny
2012, I cantori e musici di Carpino. Le tarantelle del Gargano, Salvatore Villani, NOTA/EDT
2016, Chi sonä e càntä no nmore màji / I Cantori di Carpino, STUDIOUNO

Film da (co)protagonista:
1996, Foggia, non dirle mai addio, Luciano Emmer (con Eugenio Bennato)
2000, Chi ruba donne, Maurizio Sciarra (con Eugenio Bennato)
2005, Craj, Davide Marengo (con Teresa De Sio, Giovanni Lindo Ferretti)
2007, Les Chanteurs de Carpino, Thierry Gentet
2010, Buon giorno Zi Antò, Aldo di Russo (con Roberto De Simone)
2015, Le storie cantate. Viaggio tra i Cantastorie di Puglia, Trevisi-Morisco

Antonio Piccininno (Pecceninne), il cantore con le nacchere, era nato il 18 febbraio 1916 a Carpino, in provincia di Foggia.
All’età di due anni perse entrambi i genitori a causa dell’influenza spagnola e venne affidato ai nonni materni. A otto anni dovette contribuire al mantenimento della famiglia ed fù mandato a guardare le pecore. Nei boschi di quello che oggi è il Parco Nazionale del Gargano i pastori adulti gli tramandarono i canti popolari che lui ripetette ossessivamente guardando le pecore. Diventato adulto lasciò il mestiere del pastore e si dedicò alla coltura dei campi.
Pastore e, contadino, con le sue 100 primavere rappresenta una delle “personalità più interessanti, autentiche e complesse della tradizione musicale del Gargano. Cantatore eccellente, tra i più anziani del paese, porta con sé un bagaglio di conoscenze che lascia quale eredità culturale alle nuove generazioni. La sua testimonianza di vita, la sua interpretazione canora e la sua raccolta di canti sono punti di riferimento imprescindibili per un’adeguata comprensione della sua unicità. Il suo percorso si colloca in un ambito intermedio tra oralità e scrittura, frutto di stratificazioni in progress di apprendimento, dalla fase mnemotecnica orale del periodo giovanile, alla fase della partecipazione diretta ai riti collettivi delle serenate e dei balli (quando non ancora defunzionalizzati), alla fase dell’appropriazione autodidattica della scrittura per la raccolta dei canti popolari (Villani S., 2008)”.

Ass. Cult. Carpino Folk Festival

*Ciro De Rosa

Il canto d’amore più bello mai scritto nella tradizione popolare dell’Italia Meridionale

In occasione dell’uscita del nuovo disco che festeggia i 50 anni della Nuova Compagnia di Canto Popolare, intervistata da Salvatore Esposito su Blogfoolk, Fausta Vetere a domanda cosi risponde.

Come mai avete deciso di rileggere “Tarantella Del Gargano”?
Io e Pasquale Ziccardi ci occupiamo di comporre la maggior parte dei brani, e abbiamo pensato che questo fosse il canto d’amore più bello mai scritto nella tradizione popolare dell’Italia Meridionale. E’ una visione onirica di un atto d’amore verso una persona incredibile. Volevamo rileggerla per farne una versione particolare, una versione quasi aristocratica con il quartetto d’archi, con un cambio di durezza senza usare una settima, ma ritornando con una cadenza ingannata che lascia in sospeso senza concludere il discorso musicale. Il brano è cantato da Pasquale e l’arrangiamento è iperclassico nel senso che abbiamo usato tutti gli strumenti della tradizione con l’aggiunta di questo elegant quartetto d’archi. Considero la musica popolare aristocratica perché è complessa e non si risolve mai con due accordi. Dietro ogni brano c’è una storia ed è sempre questa grande aristocrazia del mondo popolare ad ispirarci. Non aveva senso farlo uguale a quello dei Cantori di Carpino. Spero piaccia, ma i gusti nostri non sempre combaciano con quelli degli ascoltatori.

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LA TARANTELLA ALLA MUNDANARË DI CARPINO RIELABORATA DIVENTA LA TARANTELLA DEL GARGANO

Quarantacinque fa, gli Showmen, poco prima del loro scioglimento, ascoltano una registrazione della Tarantella del Gargano, riscrivono un nuovo testo, completamente estraneo al carattere del brano originale, e incidono nel 1971 ‘Che farai’, cantata da James Senese, sassofonista del complesso fondato insieme a Mario Musella.

45 giri – Che succede dentro me/Che farai (Storm, AR 4045)

Alla fine degli anni 60 quando la canzone italiana è caratterizzata da bassa creativa e molta superficialità. A Napoli tentano di mettere insieme il popolare con il pop. De gustibus non est disputandum. Ma se escludiamo il testo dall’analisi e ci concentriamo sulla musica allora questo brano diventa molto importante per Carpino perché può aiutarci a comprendere chi ha rielaborato la muntanara che suonava Andrea Sacco e i suoi amici facendola diventare per l’universo mondo la tarantella del Gargano. Fin’ora questa rielaborazione veniva attribuita per la sua competenza compositiva a Roberto De Simone e alla Nuova Compagnia di Canto Popolare (formazione: Eugenio Bennato, Patrizio Trampetti, Fausta Vetere, Carlo D’Angiò, Giovanni Mauriello, Giuseppe Barra) che nel 1971 pubblica LP “NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE (SIF/RAR)” che contiene appunto il brano “Tarantella del Gargano”. “Bellissimo esempio di viva tradizione orale osservato a Carpino in provincia di Foggia” [nota riportate nell’album].

Il brano degli Showmen è anch’esso del 1971 e James Senese non è l’ultimo arrivato.

D’Angiò, l’ingegnere che ricostruì il folk

Nel 1976 riscoprimmo Carpino, nel Gargano, la capitale della musica del futuro con uno straordinario passato.
Io e Carlo abbandonammo il conservatorio ufficiale e ci iscrivemmo all’università popolare di Carpino, il nostro docente inconsapevole era Andrea Sacco.
E già. Sacco ha una personalità affascinante. Da lui e dai suoi seguaci apprendemmo le varianti della tarantella melodica e gentile.

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Al Carpino Folk Festival 2016 Peppe Voltarelli in concerto

a conclusione di un’articolata riflessione su “L’Italia cantata dal sud”
(Otello Profazio, Matteo Salvatore, Enzo Del Re e Antonio Infantino)

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La programmazione del festival della musica popolare del Gargano questa sera, 8 agosto 2016, prevede la partenza alle ore 20.03 da San Severo sui treni delle Ferrovie del Gargano con CANTAR VIAGGIANDO – “Una valigia di ricordi – Un viaggio slow a bordo dei vagoni delle Ferrovie del Gargano” con Ciro Iannacone che descriverà il suo Gargano attraverso le proprie canzoni ed alcuni canti della tradizione popolare in chiave personalizzata.

A seguire il primo dei concerti all’aperto del Carpino Folk Festival, Voltarelli canta Profazio, chiuderà un’articolata riflessione attorno a due differenti stagioni del folk revival italiano, contrassegnate allo stesso modo da una spiccata vocazione civile. Un incontro unico, e urgente come le eterne questioni del sud, che prenderà a pretesto alcuni volumi dedicati dalla Squilibri a quegli anni e a quegli autori per entrare nel vivo con gli interventi –in voce e in musica- di due dei protagonisti di allora e di studiosi, artisti e musicisti che a quel periodo guardano con grande interesse, rinvenendovi elementi di ispirazione per una proposta artistica che coltiva ancora l’ambizione di raccontare in musica il nostro presente e la realtà che ci circonda.

Con Otello Profazio (l’antesignano del folk revival in Italia, Premio Tenco 2016), Giovanni Rinaldi (curatore del volume con cd allegato di Matteo Salvatore e Riccardo Cucciolla, A sud. Il racconto del lungo silenzio), Timisoara Pinto (autrice del volume con due cd allegati Lavorare con lentezza. Enzo Del Re, il corpofonista), Antonio Infantino (il fondatore dei Tarantolati di Tricarico che con Enzo Del Re condivise l’inizio della carriera oltre che speranze e progetti), Domenico Ferraro (curatore e promotore di diversi volumi su Profazio, nonché autore del monumentale lavoro su Roberto Leydi, altro protagonista di quegli anni), Salvatore Villani (ricercatore e studioso che a Matteo Salvatore ha dedicato molte delle sue registrazioni sul campo), Andrea Satta e Angelo Pelini dei Têtes de Bois (tra i primi a interpretare il canto della fatica e della rivolta, da Léo Ferré a Matteo Salvatore, e a offrire una ribalta nazionale a Enzo Del Re negli ultimi anni della sua vita), Peppe Voltarelli (già Premio Tenco per il miglior album in dialetto che con il suo recentissimo omaggio a Otello Profazio ha rimesso al centro dell’agenda culturale il confronto con quell’irripetibile stagione di impegno meridionalistico) e Anna Corcione (l’artista che assieme alla sorella Rosaria ha realizzato le opere che corredano il cd-book di Voltarelli).

 

Tra canti, parole e visioni si passeranno così in rassegna le piccole e grandi vicende che hanno segnato profondamente la canzone italiana che, con Otello Profazio e Matteo Salvatore, si apriva a temi del tutto inusuali in un panorama dominato da Paperi e papaveri e Grazie dei fiori. Sull’esangue tronco della tradizione canora nazionale, Otello immetteva la grande poesia civile di Ignazio Buttitta e il fatalismo e la rassegnazione di contadini ed emigrati traditi dalla storia, mentre Matteo Salvatore vi innestava la fatica e la miseria di popolazioni altrimenti condannate a un silenzio definitivo. I due cantori, legati anche da personali rapporti di amicizia e di lavoro, sono da intendersi come l’effettivo avvio di un folk revival che, contro ogni evidenza, ci si ostina a far iniziare un decennio dopo, quando la rivisitazione dei repertori popolari si sarebbe caricata di urgenze politiche e di entusiasmi ideologici: una nuova stagione del folk revival italiano della quale Enzo Del Re e Antonio Infantino sono forse le espressioni più emblematiche.

 

A sorprendere oggi, a distanza di decenni, è la sorprendente vitalità di molte delle istanze agitate in quegli anni al punto da costituire un motivo di ispirazione per molti dei protagonisti della scena musicale italiana: una perdurante attualità che sarà bene evidenziata dal concerto di Peppe Voltarelli, artista a dir poco eclettico –scrittore, attore e compositore per il cinema e il teatro-, considerato la voce più rappresentativa della cosiddetta ‘onda calabra’ assunta a vessillo di un meridionalismo al passo di tempi decisamente diversi da quelli di Nilla Pizzi e Cinico Angelini. Questo suo omaggio al “penultimo dei cantastorie”, in particolare, risponde all’urgenza di rivendicare con fierezza le proprie origini, senza lasciarsi tentare da fughe estetizzanti verso lidi lontani, per offrire al suo pubblico, senza inutili orpelli, alcune gemme del repertorio di Profazio e restituire così, a un paese senza memoria, pezzi significativi della sua storia culturale.

 

La tradizione dei cantastorie rivive infatti nella sua interpretazione, animando la rappresentazione dolente e stralunata di un meridione eternamente eguale a se stesso per cantare ancora, a passo di danza, le ferite sanguinolente della storia, il flagello della mafia, il dramma dell’emigrazione, la desolazione di periferie abbandonate senza mai cedere al lamento compassionevole o all’autocommiserazione pietosa. Un concerto carico di suggestioni che andranno a infittirsi con la proiezione sullo sfondo delle opere artistiche realizzate appositamente per lo spettacolo da Anna e Rosaria Corcione che, lavorando su materiali storici con strappi e stratificazioni, hanno reso a loro volta omaggio a un altro grande calabrese, Mimmo Rotella, dando vita a una riproposta dinamica e innovativa dei vecchi cartelloni da cantastorie.

 

A rendere in qualche modo unico il concerto di Carpino sarà la partecipazione straordinaria dello stesso Otello Profazio che affiancherà Voltarelli con la sua voce e la sua chitarra, quasi a suggellare sul palco il patto tra due generazioni di artisti accomunati da un viscerale amore per la propria terra ma ostinati a intendere il campanile del paese come veicolo di istanze universali per declinare in musica la consapevolezza e l’orgoglio di essere periferia che, in un panorama di tediosa uniformità, è un diritto da rivendicare e un valore da salvaguardare.

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  • Mi raccomando non perdete la presentazione di sabato prossimo 21 ottobre. Tanta musica vecchio stile con tanti... fb.me/3mZpWtQla 1 day ago