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Antonio Basile (Ufficiale)

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Dalle pagine de “L’uovo di Virgilio” del giornalista de Il Mattino Vittorio Del Tufo, la meravigliosa avventura della NCCP

Fisso qui questi tre articoli usciti settimanalmente per i collegamenti che questa storia ha con la divulgazione della tarantella del Gargano e il successo dei Cantori di Carpino.

«Madonna tu mi fai lo scorrucciato,
che t’aggio fatto che ngrifi la cera…
anema mia, chesta n’è via
de contentar st’affannato core»

(Madonna tu mi fai lo scorrucciato, Nuova Compagnia di Canto Popolare).

* * *

Alla fine degli anni 60 i suoni provenienti da Napoli non si erano ancora imposti all’attenzione del Paese. Nel 1966 James Senese e Mario Musella – figlio di un militare afroamericano il primo, di un soldato pellerossa il secondo – avevano fondato gli Showmen, mentre un giovanissimo Edoardo Bennato iniziava a muovere i primi passi nel labirinto del rock e delle etichette discografiche. Cominciava a germogliare il seme di quello che verrà ricordato come Neapolitan Power. La città era attraversata dai primi fermenti studenteschi; la disoccupazione aumentava, numerose fabbriche chiudevano.

In quegli anni i paesini dell’entroterra erano ancora un pianeta ancestrale e oscuro. L’etnologo Ernesto De Martino aveva pubblicato, a cavallo tra il 1959 e il 1961, due testi destinati a diventare classici: Sud e magia e La terra del rimorso. «Il folklore non è soltanto tradizione… Si tratta di canti che esprimono ora semplice protesta ora aperta ribellione alla condizione subalterna a cui il popolo è condannato». Alla fine degli anni 60 i tempi erano maturi perché qualcuno indagasse, anche attraverso la ricerca etnomusicologica, l’anima più autentica (e pre-industriale) della capitale del Sud e del suo entroterra, il suo cuore «magico» che ancora batteva in un crogiuolo di pratiche rituali, cristianesimo paganeggiante, linguaggi primigeni e superstizioni arcaiche.

Nel 1967 l’incontro tra il trentacinquenne Roberto De Simone (studioso, compositore di formazione classica, grande esperto di tradizione «magica» napoletana) con un gruppo di giovani appassionati di musica e tradizioni popolari, Eugenio Bennato, Carlo d’Angiò e Giovanni Mauriello, portò alla nascita della Nuova Compagnia di Canto Popolare, della quale De Simone divenne l’animatore, il ricercatore e l’elaboratore dei materiali musicali. A quella primissima formazione si aggiunsero, in un secondo momento, Patrizia Schettino, Peppe Barra, Patrizio Trampetti, Nunzio Areni e in seguito Fausta Vetere che sostituì la Schettino. L’Uovo di Virgilio ha chiesto ad alcuni protagonisti della NCCP di ricordare e descrivere i luoghi nei quali si consumò quella straordinaria esperienza.

* * *

«Io e Carlo d’Angiò – racconta Eugenio Bennato – eravamo nati a Bagnoli, eravamo due figli dell’Italsider. Quando fondammo la NCCP studiavamo all’Università, io al primo anno di fisica, lui al terzo di ingegneria. Vuoi sapere dove tutto ebbe inizio? Alla stazione di piazza Amedeo della metropolitana. Io e Roberto De Simone ci incontrammo per caso…».

«Roberto mi riconobbe subito, e me ne meravigliai: ci eravamo conosciuti dieci anni prima, quando ero bambino e partecipavo alla Tv dei ragazzi. Volle sapere cosa stessi facendo, era incuriosito. In quel periodo, con Carlo d’Angiò, avevamo un ensemble di sole chitarre classiche, composto da me, Carlo, Giovanni Mauriello, Lucia Bruno, Claudio Mondelli e Mario Malavenda; il nostro repertorio spaziava dal gospel ai brani spiritual. Roberto mi disse: Euge’, perché non mi venite a trovare? Vi aspetto domani a casa…».

A quei tempi Roberto De Simone abitava in via Cavalleggeri, accanto al ponte della Cumana. E coinvolse subito i «ragazzi» in un progetto che coltivava da tempo. Un progetto ambizioso, che si discostava tanto dai canti di carattere politico (sul modello di Ci ragiono e canto, lo spettacolo di canti popolari diretto da Dario Fo e allestito dal collettivo teatrale Nuova Scena nel 1966) quanto dalla cosiddetta «teoria del ricalco», ovvero la riproduzione filologica – il ricalco appunto – di registrazioni originali e antichi documenti orali. «Io – racconta De Simone – avevo preso una strada diversa. Che consisteva nel riadattare i documenti storici della tradizione scritta, ad esempio le villanelle del 500, con le nuove vocalità di tipo popolare. Il mondo popolare non si può né emulare né imitare, perché diventa ipocrisia borghese. Venni considerato uno specie di eretico dai benpensanti. Soprattutto dai benpensanti della sinistra, che mi accusavano di essere un musicista da salotto».

Vocalità, dunque, è la parola chiave. Nella casa di via Cavalleggeri De Simone resta folgorato soprattutto dalla voce («Assolutamente straordinaria») di Carlo d’Angiò, al quale affida subito l’esecuzione di un canto medievale che inneggia al ritorno della bella stagione: Tempus transit gelidum, dai Carmina Burana.

Ma sentiamo ancora Eugenio Bennato. «Il giorno dopo quell’incontro fortuito a piazza Amedeo io e Carlo ci recammo a casa di De Simone, in via Cavalleggeri. Da quel giorno cominciammo a frequentarla tutte le sere. E le notti, fino all’alba. Vi fu un lungo periodo di studio: su Napoli, sulle tradizioni popolari, sulle villanelle del 500… Lì incontravamo Antonio Sinagra, Leopoldo Mastelloni, Peppe Barra. Così nacque il gruppo, a casa di Roberto. Io portai Giovanni Mauriello, che conoscevo da ragazzino. Dopo un po’ si aggregò Peppe Barra, poi Trampetti. Fummo io e Carlo a scegliere il nome: Nuova Compagna di Canto Popolare. Ricordo il momento esatto in cui prese forma quel nome: durante una passeggiata in viale Campi Flegrei, a Bagnoli. Roberto De Simone, in realtà, aveva un’altra idea: gruppo Velardiniello. Gli dicemmo: Robe’, con questo nome non andiamo da nessuna parte!».

È vero, Maestro, che avrebbe preferito un altro nome per la Nuova Compagnia? «Ero disponibile a qualunque nome. Purché contenesse al suo interno la parola popolare. Sì, devo dire che i ragazzi imbroccarono la strada giusta».

* * *

Dallo studio (e dall’incrocio) di documenti scritti e fonti orali la prima NCCP trae il proprio repertorio; nella casa del Maestro l’ensemble comincia a provare, di giorno e di notte. Nel luglio 69 il debutto, al teatro Esse di via Martucci diretto da Gennaro Vitiello. Uno spazio piccolo, quasi uno scantinato. Ma dalla storia importante, avendo accolto nel corso degli anni artisti e intellettuali provenienti da ambiti diversi. Da Lucio Allocca a Mauro Carosi, da Leopoldo Mastelloni a Liliana Monaco, da Peppe Barra a Enzo Salomone, da Adriana Cipriani a Giulio Baffi. Sul palco di via Martucci, in quel luglio del 69, con Bennato, d’Angiò, Barra, Trampetti e Mauriello, anche uno scricciolo di cantante, la giovanissima Patrizia Schettino, appena 11 anni e una meravigliosa voce da contralto. De Simone resta dietro le quinte, ogni tanto irrompe in scena con la tammorra. Il pubblico capisce che sta succedendo qualcosa. Sta nascendo qualcosa di importante.

La casa di via Cavalleggeri, come il «forno» degli antichi alchimisti, forgia uno straordinario gruppo di talenti. Il loro non è solo folk revival, è qualcosa di più grande e complesso. È ricerca sul campo, innanzitutto, finalizzata al recupero della cultura e della tradizione popolare. Registratore alla mano, De Simone e gli altri elementi storici della sua formazione, assieme ai due grandi studiosi Diego Carpitella e Annabella Rossi, si recano nei paesini dell’entroterra campano a effettuare interviste, indagare sulle tradizioni, raccogliere tracce e suoni. Poi confrontano il materiale raccolto con i documenti scritti: materiale di biblioteca, fonti ufficiali, villanesche cinquecentesche sottratte alla polvere degli archivi, laudi e strambotti.

Di giorno le prove, di sera le tavolate in pizzeria. A Bagnoli, a Cavalleggeri, alla Torretta. Più spesso a Fuorigrotta, dove abitavano Peppe Barra e la madre Concetta. Attorno al tavolo anche Giulio Baffi, conosciuto al teatro Esse. Diventerà l’organizzatore del gruppo. E una ragazza allegra, sorridente, che (assieme a Baffi) farà da manager-organizzatrice tuttofare. È la fidanzata di Eugenio Bennato e si chiama Rosanna Purchia: molti anni più tardi diventerà la sovrintendente del teatro San Carlo, dopo una lunga esperienza al Piccolo Teatro di Milano affianco alla mitica Nina Vinchi. A tavola si parla di tutto, fino a notte fonda. Si parla di musica, di cinema, di arte, di teatro. Spesso si aggregano Concetta Barra, con Isa Danieli, Angelica Ippolito, Lina Sastri, Bruno Garofalo, Luca De Filippo, e un giovane cronista della Rai, Luigi Necco. I tempi sono maturi per il primo disco.

(1/continua)

«Passaje lu tiempo ca Berta filava
E ca l’auciello arava
e cchiù nun sento Ammore ca me chiamma,
Sculata è Patria mò nun c’è cchiù mamma
(Si te credisse, Nuova Compagnia di Canto Popolare).

* * *
Nei primi anni 70 il canto e i suoni venuti dal passato invasero la città. Laude, villanelle, strambotti, madrigali, tammurriate; il grande repertorio colto coniugato con la tradizione popolare, in un impasto di voci che Napoli non ha mai più ritrovato: le voci della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Peppe Barra ci accoglie nella splendida casa-museo adagiata sulla collina di San Potito, tra mille progetti in cantiere si affaccia la memoria di un passato leggendario.

«Ricordo il primo provino, con De Simone, nella casa di via Cavalleggeri. Io non ero convinto delle mie doti. Guagliò, tu devi cantare, mi disse. Esplorò i miei timbri vocali, che spaziavano da basso baritono a tenore, fino a contraltista, e mi diede da studiare Lo Guarracino. Ma al primissimo concerto, nella scuola americana alla Nato, ci esibimmo con un repertorio elisabettiano, con la musica del Cinquecento e del Seicento inglese, cantavamo in inglese arcaico. Poi, finalmente, cambiammo repertorio, eravamo la Nuova Compagnia di Canto Popolare, no? E allora cominciò il lavoro di ricerca sul repertorio colto e popolare della tradizione campana. Roberto ci faceva studiare e provare dieci ore al giorno, con il metronomo. Fu un lungo e meraviglioso viaggio…».

Quando non provavano a casa del Maestro, a Cavalleggeri, o in quella di Peppe Barra e della madre Concetta, i ragazzi utilizzavano alcuni locali del Circolo della Marina, in piazza Vittoria. Gli altri luoghi della memoria: il mitico teatro Esse di via Martucci, il Teatro Instabile di Michele Del Grosso, anch’esso in via Martucci, e il Play Studio di Arturo Morfino: tutti avamposti di un teatro che prova a uscire dai recinti, a sprovincializzarsi. E poi c’è lo studio di Eduardo Caliendo, in via Aniello Falcone, un’autentica fucina di talenti dove Eugenio Bennato, suo fratello Edoardo e Patrizio Trampetti, tutti giovani allievi del grande maestro di chitarra, conoscono Roberto Murolo, che con Caliendo aveva realizzato la famosa Antologia della canzone napoletana.

* * *
«Cominciammo un percorso di ricerca etnomusicologica», racconta Roberto De Simone, «e i primi dischi giunsero a conclusione di quel percorso. Bisognerebbe interrogare la musica, i dischi parlano da sé. E indicano il percorso artistico che ha compiuto il gruppo».

Il primo disco della Nuova Compagnia di Canto Popolare vede la luce nel 1971, ed è intitolato semplicemente con il nome della formazione. Un anno più tardi esce l’album doppio contenente tracce storiche (Jesce sole, Vurria addeventare, Lli figliole, La morte di mariteto) e brani travolgenti come Il ballo di Sfessania, la Ndrezzata e La rumba degli scugnizzi. Il gruppo porta alla ribalta e impone all’attenzione di tutti autentiche gemme del repertorio delle villanelle cinquecentesche, come la struggente Madonna tu mi fai lo scorrucciato, che risale al 1534: il lamento di un uomo che si sente trascurato dalla donna amata e sospetta di essere stato già rimpiazzato.

Madonna tu mi fai lo scorrucciato
che t’aggio fatto che ngrifi la cera…
Anema mia, chesta n’è via
de contentar st’affannato core.

È un lungo ponte con il passato quello che la Nuova Compagnia costruisce attraverso la documentazione e il lavoro di ricerca. Ma soprattutto un lungo viaggio nelle tradizioni più autentiche di un popolo, di un territorio. Edoardo Bennato, nel 1973, replica a distanza con un testo strepitoso, quello della canzone Rinnegato. Pieno di riferimenti al fratello Eugenio, all’amico Patrizio Trampetti, e allo stesso Roberto De Simone.
Eugenio dice che io sono rinnegato/perché ho rotto tutti i ponti col passato/Guardare avanti sì ma ad una condizione/che tieni sempre conto della tradizione.

Avete letto mai Roberto De Simone?/Ha fatto un lungo viaggio nella tradizione/Lui dice che in Italia col passar degli anni/la musica peggiora e non si va più avanti.
Rinnegato, sei un rinnegato, non ti conosciamo più/Rinnegato, sei un rinnegato, non ti conosciamo più.
Il percorso è segnato. Nel 1974 il grande impatto della Nuova Compagnia sulla scena italiana con Li sarracini adorano lu sole. È un canto che viene dal passato, quel passato andato sedimentandosi dentro di noi. Quasi tutti i brani – spiega De Simone – nascono da «musiche desunte tavolta da documenti orali registrati sul campo; o, più frequentemente, dalla tradizione storicamente scritta, e coniugati con la oralità di tipo etnico incarnata dai rappresentanti della Nuova Compagnia».

Tammurriata nera è l’ultima traccia del primo lato. L’arrangiamento etnico del celebre brano composto trent’anni prima da E.A. Mario ed Edoardo Nicolardi è da brivido. È De Simone a scegliere di aggiungere al testo di Nicolardi, inserendole alla fine del pezzo, altre strofe di conio popolare. Sono le strofe che un cantastorie girovago, il giuglianese Eugenio Pragliola, noto come Eugenio cu e llente, nel dopoguerra cantava sugli autobus delle Tranvie Provinciali.

Aieressera a piazza Dante
o stomaco mio era vacante
si nun era p”o contrabbando
i’ mo’ già stavo o campusanto.

Il miracolo è compiuto. La Napoli della Nuova Compagnia di Canto Popolare è antica e moderna, cristiana e pagana, «piena di grazia» e sgraziata, diseredata e colta, santa e puttana, ritmica e tribale, contaminata e meticcia, melodiosa di villanelle e stordita di tammurriate, sudata di folle vocianti di femminielli, «parenti» di San Gennaro, fujènti e lavandaie del Vomero. È un luogo della memoria, tra i cui labirinti risuona l’eco di antichi canti rituali. È il patrimonio popolare più autentico che spunta dal ventre di madre terra.

* * *

La prima Compagnia di Canto Popolare non rivolge la propria attenzione alla produzione di nuove canzoni. «La nostra attuale ricerca è orientata alla sola riproposta del materiale autentico», scrive Roberto De Simone sulla copertina del primo album. L’obiettivo dei «soci fondatori» è ritrovare la linfa primitiva delle forme estinte di canto popolare, a cominciare dalla villanella napoletana del 500, soprattutto quella di origine contadina.

Nel gruppo, intanto, subentra il flautista Nunzio Areni. Carlo D’Angiò, nel 1971, decide infatti di lasciare la Compagnia per concentrarsi sulla laurea e su un futuro da ingegnere. È una scelta che addolora tutti: soprattutto l’amico di sempre, Eugenio Bennato, ma anche Roberto De Simone, che prova invano a trattenere il cantante.
Il «burbero» De Simone, l’ideologo e l’anima del gruppo, ha parole tenerissime per D’Angiò, scomparso nel settembre del 2016 all’età di 70 anni. «Era un vocalista straordinario, mi addolorai molto per la sua uscita dal gruppo». A distanza di tanti anni, De Simone ha anche un altro rimpianto. La rapida apparizione, e l’altrettanto rapida uscita di scena, di un’altra talentuosissima voce, quella di Patrizia Schettino. «Era una ragazzina, i genitori volevano che continuasse a studiare. Ricordo che si mise in mezzo pure uno zio prete… Quell’impasto di voci, quel connubio tra Carlo e Patrizia, non l’ho mai più ritrovato. Barra e Trampetti, entrambi straordinari, rappresentavano un’altra vocalità».
Prima di trovare in Fausta Vetere la magistrale voce femminile che, dal giorno del suo ingresso, non avrebbe più lasciato il gruppo, la Compagnia incrocia altre voci. Quella di Maria Capasso (alla quale De Simone affida l’interpretazione di alcuni celebri brani di Raffaele Viviani); quella di Maria Kelly («Splendida vocalista jazz); e quella di Lina Sastri, che tuttavia preferisce imboccare la strada del teatro.
«In quella meravigliosa ensemble che fu la prima Nuova Compagnia ognuno ha portato qualcosa. Io ho portato le mie esperienze teatrali», ricorda Peppe Barra. «È stato un incontro di grandi talenti, penso alle voci straordinarie della Schettino, poi di Fausta Vetere, alle vocalità di Giovanni Mauriello… Ma era la mano di Roberto che ci guidava, senza questa mano la NCCP non sarebbe esistita, questo va detto con grande onestà…».
Nel 1971 l’incontro con il grande Eduardo. «Un giorno vennero a sentirci in teatro Bruno Garofalo, lo scenografo di Eduardo, e Isa Danieli. Vollero tornare a trovarci, e ci fecero una sorpresa…».
(2/continua)

«Ma io credo ca pe’ sta’ bbuono a stu munno
O tutte ll’uommene avarriano a essere femmene
O tutt”e ffemmene avarriano a essere uommene
O nun ce avarriano a essere né uommene né femmene,
Pe’ ffa’ tutta na vita cuieta…
…e aggio ritto bbuono!»
(Roberto De Simone, Nuova Compagnia di Canto Popolare)

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Una grande storia «popolare», come quella della NCCP, non finisce, non può finire: si nutre di passato ma guarda al futuro, con lo stesso rigore delle origini. A guidare, oggi, l’ensemble fondata nel lontano 1967 in un appartamento di via Cavalleggeri – e sopravvissuta a numerosi addii – sono due componenti storici, Fausta Vetere e Corrado Sfogli (subentrato nel 76). Quello della Nuova Compagnia di Canto Popolare è un repertorio che si rinnova, aprendosi a nuove contaminazioni ed alternando i brani più noti della tradizione popolare, eseguiti con uno stile unico e inconfondibile, ai pezzi inediti composti dall’attuale formazione. Ma è ai primi anni 70 che bisogna tornare per non smarrire il senso delle origini, il significato di un percorso che non si è mai realmente interrotto.
Bisogna tornare, più esattamente, al 1972.

Se l’incontro con Roberto De Simone segna l’inizio di un percorso di ricerca etnomusicologica, quello con Eduardo De Filippo rappresenta il punto di svolta per la storia della Nuova Compagnia di Canto Popolare. È un abbraccio «magico», l’inizio di un lungo sodalizio. Eduardo resta folgorato dalla potenza espressiva del gruppo, da quel canto che sembra spuntare dalle viscere di madre terra. Nel gennaio del 72 l’autore di Filumena Marturano invita i «ragazzi» sul palcoscenico del suo San Ferdinando. «Quanno ce sta o popolo areto – commenta – nun se po’ sbaglià». E sul palco del San Ferdinando De Simone e soci si esibiscono durante l’intervallo degli spettacoli. Dirà De Filippo: «Quei giovani artisti ci facevano rivivere le nostre origini più remote, spesso intrecciate strettamente con le antichissime tradizioni di altri popoli mediterranei». Qualche mese più tardi Eduardo organizza al Teatro Valle di Roma un incontro con Romolo Valli, allora direttore del Festival dei due Mondi di Spoleto. È la consacrazione.

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«Nel gruppo – ricorda Giulio Baffi, primo organizzatore della NCCP con Rosanna Purchia – c’erano due anime che convivevano. Un’anima lieta e rumorosa, rappresentata da Peppe Barra, da Giovanni Mauriello e da Patrizio Trampetti, e un’anima rigorosa, ortodossa, quasi tentata dall’ascetismo, incarnata da Carlo D’Angiò ed Eugenio Bennato. Roberto assecondava e orchestrava questi differenti umori, armonizzava queste differenze. Voleva e sapeva costruire per tutti un percorso fatto di differenze. Questa fu la grandezza della Compagnia».
Verso la metà degli anni 70 la NCCP sperimenta nuovi linguaggi ed elabora nuovi percorsi, senza mai tradire il senso della missione originaria: l’indagine a tutto campo sul patrimonio popolare della Campania. Intanto Jesce sole, Cicerenella, Madonna tu mi fai lo scorrucciato, Li sarracini adorano lu sole, In galera li panettieri, Vurria addeventare, entrano nel linguaggio e nell’immaginario collettivo. Sulle note del Ballo di Sfessania e della Ndrezzata, i ragazzi che affollano i concerti ballano come tarantolati.

Il lungo lavoro di ricerca e di sperimentazione condotto da De Simone (La canzone di Zeza, la Cantata dei pastori) porterà, quasi naturalmente, all’esplosione della Gatta Cenerentola. La favola in musica debutta il 7 luglio 1976 al Festival dei Due Mondi di Spoleto diretto da Giancarlo Menotti. Il Maestro, esploratore di fiabe e primo cantore di Giambattista Basile, ne scrive il testo e le musiche, intrecciandoli in una straordinaria tessitura teatrale. Nella quale circola materiale proveniente da fonti e da epoche storiche diverse, non solo la celebre fiaba de Il cunto de li cunti ma anche «riferimenti che vanno dal barocco al manierismo cinquecentesco, alla villanella, alla ballata popolare, al canto delle lavandaie, a Stravinskij» (De Simone, intervista ad Annamaria Sapienza, Il segno e il suono).
De Simone modella la sua Gatta sulle voci e sui corpi degli artisti che condividono il suo percorso: sulla loro gestualità. Nasce così la Gatta Cenerentola: un canto antico e profondo, una vertiginosa costruzione narrativa innervata sulle radici della tradizione popolare. Un capolavoro «a furor di popolo». «Quando cominciai a pensare alla Gatta pensai spontaneamente ad un melodramma». Un melodramma antico e moderno nello stesso tempo, come sono antiche e moderne le favole nel momento in cui vengono raccontate, e irrompono nell’immaginario collettivo.

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Cinque mesi di prove – al teatro Bracco, allora chiuso, e al San Ferdinando reso disponibile da Eduardo – per confezionare il mosaico; poi il debutto a Spoleto, nel 76. Nel cast della Cenerentola sono presenti quasi tutti i membri della Nuova Compagnia, nella doppia veste di cantanti e attori (Peppe Barra, Fausta Vetere, Giovanni Mauriello, Patrizio Trampetti). Si consuma, però, lo strappo di Eugenio Bennato, che decide di non partecipare allo spettacolo e abbandona l’ensemble. «Fu una rottura traumatica – ricorda Bennato – ma non burrascosa. Le divergenze erano artistiche, non credevo fino in fondo nella svolta teatrale, che rischiava di inaridire il progetto musicale. Andai via e una settimana dopo fondai i Musicanova con Carlo D’Angiò. Con noi debuttò Teresa De Sio, un’attrice che trasformammo in una straordinaria cantante».

La favola in musica segna uno spartiacque: nella storia del teatro italiano del Novecento ci sarà un prima e un dopo Gatta Cenerentola. Ci saranno accuse di blasfemia, processi, attacchi anche violenti. Ma ci sarà, soprattutto, un successo travolgente nato dal passaparola.

Anche nella storia della Nuova Compagnia il 1976 è uno spartiacque. Ricorda Peppe Barra: «La Gatta Cenerentola fu il pomo della discordia. C’è stato chi voleva continuare a fare concerti e chi voleva continuare a fare teatro. Io lasciai la NCCP nel 78 perché volevo continuare a fare teatro con De Simone. Il sodalizio è proseguito fino agli anni 80, poi si è interrotto».

Anche la Compagnia stava andando in una direzione che non piaceva a De Simone. Ci furono dissidi, incomprensioni, e alla fine proprio De Simone, il Maestro, decise di lasciare, di percorrere nuove strade. «Avvertivo l’esigenza di seguire i miei istinti. Ritenevo, da un lato con la NCCP e dall’altro con la ricerca e la documentazione sul campo, di avere esaurito il mio lavoro sulla vocalità. Per me si apriva un nuovo problema. Ovvero quello di raccontare i significati onirici sedimentatisi nella tradizione orale, secondo i dettami dell’antropologo Ernesto De Martino. Concepii la formula del teatro in musica proprio per coniugare la vocalità presente nella tradizione popolare con la dimensione del mondo onirico e dei segnali codificati attraverso il mondo della fiaba e la rappresentazione del rituale. Così nacque la Gatta. La tappa successiva, per me, fu il Requiem per Pasolini. Mi indirizzai verso una forma colta di concerto che però mescolasse l’impostazione accademica con l’impostazione musicale. Poi ho proseguito su questa strada».

Patrizio Trampetti, uno dei componenti storici dell’ensemble: «Provo ancora oggi un grande rammarico, quello di esserci persi. Certo, i rapporti sono rimasti buoni con tutti, ma la straordinaria alchimia di quei tempi è svanita. Ed è svanita proprio perché ciascuno di noi interpreta l’arte, e la musica in particolare, in maniera diversa. Il mio sogno? Riunirci tutt’insieme, un’ultima volta, e regalare un grande concerto alla città».

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Nell’ensemble, intanto, si affacciano altri nomi. Fino all’attuale formazione: Fausta Vetere, veterana e unico membro della formazione originaria, Corrado Sfogli (aggiuntosi nel 1976), Gianni Lamagna, Pasquale Ziccardi, Michele Signore, Marino Sorrentino, Carmine Bruno. Se questa meravigliosa storia è arrivata fino a oggi è grazie all’impegno, alla passione e all’entusiasmo di Fausta Vetere e del marito, Corrado Sfogli. Impegno e passione al servizio di un progetto che continua a camminare per il mondo, sempre guardando avanti. «La Nuova Compagnia – conferma Gianni Lamagna, l’altra voce del gruppo – è ancora oggi un’icona per molte generazioni di musicisti. La NCCP ha avuto il merito di aver squarciato un muro, aprendo gli occhi di tutti su un mondo, una cultura, una tradizione e uno stile di canto che tutti credevano scomparso».

Di questo lungo viaggio siamo stati tutti, chi più chi meno, testimoni, anche involontari. Cinquant’anni di studio, ricerca, sperimentazione. Nel segno della musica popolare che è andata poi, man mano, contaminandosi con altri suoni, con altre fonti, con altre sponde del Mediterraneo e con altre culture, in un meticciato continuo che non ha mai smarrito, però, il senso e il rigore delle origini. Come la Napoli che amiamo, come i brandelli di memoria che proviamo a rimettere insieme.

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La leggenda di Pizzomunno e Cristalda in un lavoro discografico del 1997

Furono, profondi innamorati della terra garganica, Rocco Draicchio ideatore del Carpino Folk Festival e Angelo Cavallo ad inserirla nel CD AA.VV. ‘La Voce del Gargano. Un Viaggio nei suoni del Gargano’. Si tratta della narrazione della leggenda ispirata dallo scritto di Giuseppe D’Addetta da Carpino in cui la voce narrante è quella di Guglielmo Rossini, speaker e regista RaiTre, accompagnato dalle musiche del chitarrista e arrangiatore Franco D’Isidoro.

Verso il domani di Franco Mercurio

Franco MercurioDopo Serpieri, Caradonna, Omodeo,Acquaviva e Di Vittorio non c’è ancora un’idea di futuro.
Con poche eccezioni

Quando al principio degli anni ‘90 si discuteva ancora con una certa serietà di piani regionali di sviluppo, la Capitanata divenne oggetto di studio, perché nessuno riusciva a spiegare le ragioni della sua controtendenza rispetto agli indicatori che davano in crescita tutte le altre province della dorsale adriatica. In quello stesso tempo fui coinvolto nell’enaudiana «Storia delle Regioni d’Italia». A me toccò descrivere le trasformazione delle gerarchie territoriali abruzzesi nel lungo periodo.
In quella occasione scoprii che gli abruzzesi erano riusciti ad uscire dalle regioni «povere» semplicemente ragionando in termini plurali. L’Abruzzo ritornava nei piani di sviluppo regionale a diventare gli antichi Abruzzi; per ogni provincia fu «decisa» una vocazione diversa, in modo da ottimizzare i flussi finanziari regionali. Oggi sappiamo dove è arrivato l’Abruzzo.
Ora che vivo fuori regione mi capita spesso di confrontare la Capitanata con la realtà in cui vivo oggi. Visto da lontano il quadro d’insieme, che mi viene restituito, è davvero inedito. Se volessi infatti sintetizzare, la sensazione che respiro è quella di un territorio rimasto legato al secolo passato, immemore delle politiche visionarie di uomini come il cattedratico Serpieri e il fascista Caradonna che prosciugarono le paludi, oppure l’ingegnere Omodeo che progettò i laghi per l’agricoltura, o il comunista Di Vittorio che volle la riforma agraria. O ancora il sociologo Sabino Acquaviva che vagheggiava il Gargano come la montagna del sole e l’archeologo Silvio Ferri che voleva spiegare al mondo intero il linguaggio segreto delle protostoriche stele daunie.
Visionari, che hanno tracciato percorsi di sviluppo per la Capitanata che si sono inverati. Dopo di loro sono state solo retroguardie a lavorare per tenere insieme le piccole e grandi comunità del foggiano senza riuscire però a dare un respiro strategico che portasse la Capitanata nel XXI secolo. Mi viene in mente solo Antonio Pellegrino, all’epoca presidente della Provincia, che di fronte all’affaticamento evidente provò ad indicare, deriso, nella valorizzazione dei beni culturali una prospettiva di più ampio respiro. Esattamente ciò che ha poi fatto Blasi con la Taranta. Credo che l’attuale ceto politico locale non sia nemmeno ancora arrivato a quelle conclusioni, tranne rare ed importanti eccezioni come Manfredonia e le belle esperienze dell’Orsara Jazz e del Carpino Folk Festival.
E queste eccezioni sono segnate tutte da un unico filo rosso: continuità, continuità, continuità!
Per il resto vedo un ceto politico fermo ad un individualismo sfrenato che cancella ciò che è stato fatto prima dagli avversari in una sorta di andirivieni autistico che non muove nulla. Come non ritracciare in questo immobilismo sociale, indotto dalla politica, il «foggianesimo» di Vendola o la folle idea di costruire un interporto fantasma a Cerignola o le ragioni di una battaglia inutile sull’aeroporto di Foggia, senza rendersi conto che nella mondializzazione delle relazioni umane la rete infrastrutturale locale è rimasta agli anni di Di Vittorio e che le città di pianura hanno svuotato le loro montagne del capitale umano?
Le straordinarie opportunità ambientali del Gargano, dei laghi costieri e delle aree appenniniche, l’eccezionale offerta archeologica (basti pensare a Herdonia, Arpi, Luceria e Sipontum) tutta da sperimentare, la ricchezza agroindustriale ancora inespressa sono in un mondo globalizzato giacimenti auriferi a portata di mano che si colgono solo a frammenti.
Occorrerà forse ragionare in termini di Puglie, secondo il paradigma abruzzese, dove il ceto politico della Capitanata si faccia classe dirigente, sconfigga gli individualismi, punti sul territorio senza ammiccare al voto di scambio, individui le sue eccellenze, le metta in rete e si presenti al tavolo regionale con una visione del futuro. Diversamente continuerà a prevalere l’individualismo, troppo contiguo alla furbizia, entrambi lontani da qualsiasi prospettiva.

Ex direttore della biblioteca provinciale di Foggia, attualmente dirigente del Mibact con l’incarico di direttore della biblioteca nazionale di Napoli

PROGRAMMA CARPINO FOLK FESTIVAL 2017 – XXII EDIZIONE

Tra i grandi protagonisti della XXII° edizione ci saranno l’artista ivoriano ALPHA BLONDY con i The solar system, formazione leggendaria del reggae africano; il chitarrista di etnia tuareg BOMBINO che incanta con il suo suono del deserto; e il cantautore VINICIO CAPOSSELA, interprete per l’occasione di un progetto speciale intitolato “Combat folk”. Accanto a loro la line up di concerti della ventiduesima edizione prevede la partecipazione del duo composto da CANIO LOGUERCIO & ALESSANDRO D’ALESSANDRO, recenti vincitori della Targa Tengo per il miglior album in dialetto, del giovane cantautore MALDESTRO e la presenza dei gruppi di riproposta regionale come SONIDUMBRA dall’Umbria, la MACINA dalle Marche, PIERO BREGA E ORETTA ORENGO del canzoniere del Lazio, KALASCIMA dal Salento ed infine come sempre I CANTORI DI CARPINO.

Il Festival della musica popolare e delle sue contaminazioni #CARPINO#GARGANO#PUGLIA
#cff2017 #memoriedalsottosuolo

5 – 10 Agosto | Laboratori Musicali
Lezioni pratiche/teoriche in contesti non formali in cui vengono esplorate le caratteristiche della musica e del ballo tradizionale e la conoscenza degli strumenti musicali usati dai cantori.
https://t.co/WW4WlABVN7

5 – 10 Agosto | Concorso Filmmaker
Con la forza comunicativa di brevi docufilm dar luce alla diversità delle bellezze storico-culturali e delle tradizioni del territorio garganico.
https://t.co/UMc9jIIfBT

5 – 8 Agosto | Escursioni nel sottosuolo
Un calendario di escursioni realizzato in collaborazione con i gruppi speleologici del Gargano per scoprire alcune delle cavità più significative di questo territorio, provando l’esperienza dello stretto rapporto con il sottosuolo e con la natura.
https://t.co/k2XM6m9QMq

5 Agosto – 17.26 Staz. San Severo
CANTAR VIAGGIANDO – Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano, tratta Foggia – Peschici Calenella.
Musica, teatro, danza e narrazione con:
Michele Morsilli, Geologo e Professore presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Ferrara. Matteo Pelorosso, Geologo. Michele Villetti, Batterista, percussionista e compositore.
PAESAGGI SONORI – Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza la letteratura il teatro.
●Visita guidata nella necropoli di Monte Pucci, Vico del Gargano
● “E-Mago , i suoni della terra”. Il primo spettacolo scientifico-musicale dove i musicisti improvvisano direttamente con le frequenze emesse dalla Terra. Attraverso la tecnologia usata per le indagini geofisiche del territorio, è possibile trasformare i dati geofisici in frequenze musicali.
Matteo Pelorosso: geologo
Stefano Floris: geom. specialista acquisizione di dati geofici mediante tecniche EM
Michele Empler: Network Systems engineer – sonificazione dei dati geofisici
Riccardo Scorzino: sound engineer: sistema elettronico dei pedali per alimentazione
Michele Villetti: ideatore progetto EMAGO, percussionista e compositore

6 Agosto – 17.26 Staz. San Severo
CANTAR VIAGGIANDO – Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano, tratta Foggia – Peschici Calenella.
Musica, teatro, danza e narrazione con:
●Piero Brega e Oretta Orengo – Brega voce carismatica canzoniere del Lazio, Oretta del canzoniere internazionale, si ritrovano dopo trent’anni e iniziano a raccontare in musica la realtà del nostro paese come dei moderni cantastorie.
PAESAGGI SONORI – Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza la letteratura il teatro.
●Visita guidata a Bagno di Varano, Cagnano Varano
Orchestra Bottoni, Un’orchestra e una voce, un viaggio tra la tradizione mediterranea e l’etnojazz

7 Agosto – 19.00 Staz. San Severo
CANTAR VIAGGIANDO – Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano, tratta Foggia – Peschici Calenella.
Musica, teatro, danza e narrazione con:
Canio Loguercio & Alessandro D’Alessandro con Fabio Renzi (segretario generale Symbola)
“Canti, ballate e ipocondrie d’ammore”
Fra appunti sparsi, chiacchiere, ballate e canzoni d’ammore a fil’e voce, una storia intima e condivisa sulla memoria, la bellezza e l’abbandono, nel ricordo dell’amico fraterno Matteo Fusilli, figlio di questa terra garganica, con il quale abbiamo imparato a scrivere parole nuove.
PAESAGGI SONORI – Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza la letteratura il teatro.
●Visita guidata centro storico di Carpino
●LA NOTTE DI CHI RUBA DONNE – Concerti della tradizione
Incontri, documentari, presentazioni editoriali e concerti di musica tradizionale e di riproposta nel centro storico di Carpino.
Con Alessandro Alessandro Portelli, Mimmo Squilibri , Piero Arcangeli, Omerita Ranalli, intervengono, in voce e in musica: Antonella Costanzo, Susanna Buffa, Sara Modigliani, accompagnati da Alessandro D’Alessandro e Gabriele Modigliani.
Con Salvatore Villani e l’ensemble La Montagna del Sole “Vociantaur” (prima assoluta)

8 Agosto
Concerti della musica popolare e delle sue contaminazioni in Piazza del Popolo
Sonidumbra, gruppo di riproposta Umbro
Maldestro, nuovo cantautorato partenopeo
Bombino, il blues del deserto

9 Agosto
Concerti della musica popolare e delle sue contaminazioni in Piazza del Popolo
● LA MACINA, gruppo di riproposta Marche
Kalàscima , Psychedelic Trance Tarantella
Alpha Blondy & The Solar System (Official), la leggenda del Reggae dell’Africa occidentale in positive energy Alpha Blondy

10 Agosto
Concerti della musica popolare e delle sue contaminazioni in Piazza del Popolo
VINICIO CAPOSSELA, “Combat folk” (progetto speciale)
I CANTORI DI CARPINO stile ,storia e musica ” ALLA CARPINESE “

Qui la presentazione ufficiale https://t.co/dDoO5EtRtG
Qui invece la locandina da avere sempre a portata di mano http://www.carpinofolkfestival.com/images/2017/locandina.png

L’ultima ninna nanna del Gargano

tmp_1351-fb_img_1483892100227961581452Antonio Piccininno, il più longevo dei Cantori di Carpino che hanno portanto nel mondo le tarantelle di questa terra, è morto il 9 dicembre. Si è spento dopo aver intonato i versi che nessuno, orfano a due anni, gli aveva mai intonato. Nè qualcuno lo farà ora. perche la bara è stata rubata

la Lettura 8 Jan 2017

CARLO VULPIO

«Per ritornare a Monte/ Lucia saliva piano/ Di fronte tramontava/ Il sole del Gargano». Lucia, nella sua «salita» a Monte Sant’Angelo, incontra la Luna. Lei pensa a una fattura, a una magia, e invece è proprio la Luna che le parla e le dice che lei, Lucia, ha tre ricchezze rare, che «Non hanno a che fare/ Coi soldi o col potere». La prima ricchezza, dice la Luna, è il nome di Lucia. La seconda è la bellezza. E la terza? La Luna non dice qual è, ma, prima di sparire, la descrive così: «È una ricchezza/ Che viene da lontano/ E fa da sempre ricca/ La terra del Gargano».
Questi sono i versi di uno dei sonetti più belli della tradizione popolare del Gargano, che Eugenio Bennato ha trasformato in una canzone altrettanto bella e toccante, Lucia e la Luna. Un sonetto e una canzone che con le altre centinaia della tradizione popolare garganica sono state riscoperte negli ultimi trent’anni e apprezzate ovunque. Grazie a un artista come Eugenio Bennato — ma vanno ricordati anche Teresa De Sio e Vinicio Capossela —, che fin dal primo momento ha creduto nella potenza musicale e poetica di questi sonetti. Grazie a un musicologo come Roberto De Simone, che ha rintracciato le origini nobili delle strutture armoniche delle tarantelle garganiche nelle composizioni del Seicento napoletano e di Gaetano Greco, maestro di Giovanni Battista Pergolesi. E grazie all’antropologo Ernesto De Martino e agli etnomusicologi Diego Carpitella e Alan Lomax, c h e c o n l e l o r o a c c u r a t i s s i me ricerche hanno letteralmente disseppellito ciò che sembrava condannato a essere dimenticato. Ma soprattutto grazie a un giovane percussionista di Carpino, Rocco Draicchio, che ideò il Carpino Folk Festival (giunto alla ventunesima edizione) poco prima di morire in un incidente stradale, a Nicola Gentile e Pasquale Di Viesti, che ne hanno raccolto l’eredità, e ai tre «vecchi terribili» Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno, i Cantori di Carpino, che, ottuagenari, negli ultimi vent’anni hanno can- tato questi sonetti sui palchi e nei teatri di tutto il mondo. E hanno conquistato ogni tipo di pubblico con la Viestesana, la Rodianella e la Montanara, le tarantelle di Vieste, di Rodi Garganico e di Monte Sant’Angelo.
Il più longevo dei tre Cantori, Antonio Piccininno, avrebbe compiuto 101 anni il prossimo 18 febbraio e ha cantato fino al giorno prima di morire, quando nella casa di riposo di Rodi Garganico ha voluto eseguire per l’ultima volta la struggente Ninna nanna di Carpino. Una nenia molto simile a un lamento funebre che, diceva Piccininno, commuovendosi ogni volta che la intonava, «a me non ha mai cantato nessuno, perché a due anni avevo già perso entrambi i genitori». E che invece lui ha cantato a tutti e dappertutto, persino nel l a grot t a del l a Nati v i t à , a Betlemme. Perché lui, Zì Antonio, come lo chiamavano per una regola antica di rispetto tributato alle persone autorevoli, quella ninna nanna e quei sonetti li aveva nel sangue, proprio come dice la Luna a Lucia: «Il passo di chi danza/ La danza tarantata/ Tu ce l’hai nel sangue/ Sei nata già imparata».
Zì Antonio è proprio uno di quelli «nati già imparati». Ma non ha fatto in tempo a morire, il 9 dicembre scorso, che nove giorni dopo, di notte, la sua bara è stata rubata dal cimitero di Carpino. Mentre ancora la gente canticchiava i suoi sonetti, quelli che Zì Antonio aveva cominciato a cantare fin da bambino, quando governava le pecore sulle montagne della Fore- sta Umbra, e che ha continuato a eseguire per tutta la vita allo stesso modo, senza fare studi particolari. Anche perché sono canti in cui gli strumenti vengono accordati sulla voce del cantore. E sono potenti, coinvolgenti, sia quando celebrano l’amore, sia quando lanciano la sfida o la maledizione, o esprimono la rabbia e lo sdegno. Se non nascono «da dentro», non nascono, non possono nascere. Come spiegare altrimenti l’invocazione rivolta a Dio di un altro monumento della musica popolare garganica e italiana, Matteo Salvatore, che nel Lamento dei mendicanti dice: «Gesù Cristo mio falli murì» (i ricchi, ndr)? Bisognerà aspettare Jude Law-Pio XIII, The Young Pope di Paolo Sorrentino, per sentire qualcuno, nel caso della serie tv il Papa in persona, pregare per la morte di qualcun altro (una suora affarista). Mentre non potrebbe esserci più esplicito invito a non interferire con la vita altrui del semplice Gente, facitevi li cazza vostra, sempre di Matteo Salvatore. «La musica del Gargano — sostiene Eugenio Bennato — è molto più forte di quella del Salento. Lo dico rischiando l’impopolarità, ma rispetto per esempio alla progressione armonica di una Montanara o alla specialità di una Viestesana, la pizzica salentina è armonicamente più semplice, meno sofisticata».
La chitarra battente e le nacchere fanno cantare e danzare le donne e gli uomini, li fanno «dialogare» con parole, gesti e cenni d’intesa come mai sarebbe concesso nella vita quotidiana di comunità agropastorali in cui le regole, specialmente quelle che governano i rapporti tra i mondi maschile e femminile, non possono essere violate e dove è bene che tutti e ciascuno stiano al proprio posto. In questo senso, le storie che il Gargano rac- conta non sono dissimili da tante storie siciliane, o da quelle della Barbagia in Sardegna, dell’Aspromonte in Calabria, o delle Murge nella stessa Puglia. Così come il codice barbaricino non è molto diverso dal Kanun albanese, il codice consuetudinario centrato sulla Besa, la parola data, la parola d’onore, che se tradita può giustificare anche la vendetta di sangue. Ora, tra tutti i patti umani, il patto d’amore è quello più rivoluzionario, più sovversivo, quello per il quale si può osare di più anche in una società rigida, arcaica, e proprio per questa ragione è anche il patto che, se infranto, può con la massima probabilità trasformare l’amore in dolore, tragedia, lutto.
A Zì Antonio capitò nel 1947. Non aveva ancora trent’anni, e gli dissero che sua moglie lo tradiva con suo fratello maggiore. Lui affrontò il fratello e gli disse di andarsene via per sempre, di non farsi più vedere. Quello non lo prese sul serio e Zì Antonio gli sparò. Due anni di latitanza, poi il processo con il caso rubricato come delitto d’onore, la condanna a quattro anni di carcere, il ritorno alla libertà, la moglie perdonata. Ma soprattutto, l’approvazione della comunità e il rispetto della gente, quella che tutti i giorni incontri a ogni angolo del paese, oppure in quel bar, in piazza, che ha pure un nome beffardo, «La Legge». Dolci ninne nanne e pene d’amore, serenate e fatti di sangue, è la vita in tutti i suoi aspetti la linfa di cui si nutrono i canti e i cantori del Gargano. Zì Antonio, come Andrea Sacco e Antonio Maccarone, e come tutti gli altri, non poteva non metterci dentro anche i suoi dispiaceri e, forse, il suo pentimento. Però di quella vicenda, negli anni successivi, avrà parlato sì e no un paio di volte, mai in pubblico, solo con gli amici più intimi. I suoi sentimenti più profondi li affidava alle canzoni. E anche se erano tarantelle («La gente — diceva — vuole sentire l’allegria»), la sua faccia era sempre una faccia da ninna nanna, da «sonno ingannatore», quel sonno così simile alla morte che sempre permette al lupo di «magnarse la pecurella».

“TARANTELLA DEL GARGANO” del ‘600 in “Quanno nascette Ninno a Betlemme”

Come noto “Tarantella del Gargano” è la rielaborazione di Roberto De Simone di uno dei suoi “sonetti” carpinesi più famosi eseguito su ritmo della montanara da Andrea Sacco: “Accomë j’eia fa’ p’ama ’sta donnë”.
L’approccio di De Simone è quello della compenetrazione tra fonti diverse. Egli si avvale delle sue ricerche condotte sul campo o di quelle realizzate da altri, nel caso specifico di quelle realizzate da Roberto Leydi, confronta i canti raccolti con quelli documentati da fonti scritte (sicuramente Charles Camille Saint-Saëns, vedi https://t.co/LqdqyhQjn3) e poi li rielabora, con il gusto e la grande competenza compositiva che lo contraddistingue, secondo il modello stilistico della tradizione. Infine, terminato il lavoro, usa la finzione scenica della rappresentazione teatrale, nel caso della Tarantella del Gargano della Nuova Compagnia di Canto Popolare, per procedere alla divulgazione in modo che risulti più aderente possibile al contesto popolare originale.
Tra i musici impegnati che Roberto De Simone deve aver ascoltato e riutilizzato nelle sue rielaborazione vi deve essere sicuramente Cristoforo Caresana (1640 circa – Napoli, 1709) cosi come tutti gli altri compositori legati alle Pastorali che ha dovuto studiare per comporre La Cantata dei Pastori.
Fu a partire dal secolo XVII che in tutta l’area meridionale, dalla Puglia, alla Campania alle Calabrie, si diffuse un’ampia produzione musicale di canti natalizi ispirata appunto alla tradizione pastorale. Tali produzioni facevano espliciti riferimenti al ritmo delle tarantelle come rappresentazione dello spirito infernale che con la nascita di Gesù bambino viene sprofondato negli abissi.
Tutti questi canti e componimenti legati alle Pastorali, sono caratterizzati da un ritmo pacato e cullante che piano piano si trasforma in ninna nanna.
Anche nel Settecento ci fu una cospicua produzione delle cantate natalizie, con componimenti influenzati dal gusto del melodramma: la figura più rappresentativa di questo secolo fu Sant’Alfonso dè Liguori. Il Santo, pur in possesso di una grande cultura musicale, deve la sua notorietà al canto “Tu scendi dalle stelle” e “Quando nascette o ninno a Betlemme”. Quest’ultimo canto in realtà riprenderebbe sia il tema popolare della pastorale di Cristoforo Caresana composta nel ‘600 che le musiche di Cimarosa, cosi come ci informa Guglielmo Cottrau.
Secondo Roberta Catello, inoltre, la linea melodica di Tu scendi dalle stelle, e quindi della sua gemella Quando nascette o ninno a Betlemme, avrebbe caratterizzato ( o sarebbero stati caratterizzati da?) altri canti natalizi tra cui quelli «diffusisi nel Gargano definiti genericamente “a laudanne”».
Abbiamo cercato tali composizioni e i riscontri li abbiamo trovati in un’antica e scherzosa usanza carpinese, che, come ricorda Giuseppe Trombetta, si praticava soprattutto durante le festività natalizie, di lodare (“lavüdà”) qualcuno allo scopo di chiedergli un’offerta: in genere alimenti che poi erano consumati in baldoria tra amici. Spesso, dunque, un gruppo di buontemponi, dopo essere stato in cantina e alzato il gomito, si recava sotto la casa di un parente o di un conoscente e, nella più totale allegria, cominciava a cantare le lodi sulla melodia del notissimo “Tu scendi dalle stelle”. La prima strofa era d’indirizzo e variava a seconda del destinatario del canto.
Vënímö da mòndë Autìnö,
vënímö a llavüdà a Ccàrlö Travagghjínö.
E jjàvïzätï da lu llèttö, va ‘llu masciónë,
se no ng’è la ġallínä, cï sta lu capónë.
Se no g’è lu capónë, sta lu prösuttö.
Se no ng’è lu curtèddö, dàccëlu tùttö!
Quindi si tratterebbe sicuramente di canti di questua.
La dott.ssa Leonarda Crisetti Grimaldi scrive che secondo una signora di Carpino chiamata Carmela i laudanne venivano usati dalla sua famiglia nel periodo di Capodanno per portare la serenata. La signora Carmela, infatti, racconta che all’arrivo dei cantori, se il fidanzato era “accredendate” il padrone apriva la porta e li faceva entrare e sua suocera offriva da mangiare e da bere per dare inizio ai festeggiamenti.
Il canto che riporta la signora Carmela alla Crisetti Grimaldi è il seguente:
Menime a llaudà
A mMaria Francesca neinè
Menate la mane a llu mascjóne:
se ne ng’è la galline c’è lu cappóne,
se ne ng’è lu cappóne c’è lu prescjutte
se ne ng’è lu curtèlle acchiàppele tutte.
Riscontri importanti ritroviamo in Salvatore Villani che riporta una conversazione con Andrea Sacco che gli racconta che questi tipo di canto li eseguiva nel periodo di questua tra Santo Stefano e Carnevale compreso “quando andavo a lavëdànnë”.
Vënimë da montë Fërnonë
Vënimë a lavdà a ‘Ndonië Farfonë
Javzëtë dallu lettë va’ ‘llu mascionë
se non c’è la gallina c’è lu capponë
se non c’è lu capponë c’è lu prësuttë
se non c’è lu curtellë daccëllu tuttë
facitë prestë ‘chè lu tempë è pochë
che jamma jì cantà a n’atu lochë
vënimë da Patrumelë
facitë prestë che cë ‘ngennënë li pedë.
Significativo per la sua completezza è il canto che segue riportato a Villani da Antonio Piccininno.
E mò jè passatë Natalë
hammë fënutë li dënarë
vënimë a lavdà a questa portë
e javzëtë dallu lettë va’ allu mascionë
se non c’è la gallinë c’è lu capponë
se non c’è lu capponë c’è lu prësuttë
se non c’è lu curtellë datacillë tuttë
e nujë vënimë dallu Puntonë dëllu Vinëlë
vënimë a lavdà a Piccëninnë
e nujë vënimë da Patrumelë
e vujë facitë prestë cë fannë friddë li pedë
‘na grastë jë dë garofëlë e n’avtë jè dë ngiglië
venimë a lavdà a tuttë la famiglië
e nujë vënimë da Patrumelë
e vujë facitë prestë cë fannë friddë li pedë
cë fannë friddë li pedë…
E ma volë e Dijë e là
vë simë vënutë a lavdà
vë simë vënutë a lavdà
la gallinë c’avita dà
A Capëdannë cë l’hamma magnà.
Piccininno nel suo manoscritto annota: usanza antica / ci divertivamo tra amici a poi quello che ci davano per dietro le porte gli amici ce lo mangiavamo tutti uniti / una usanza antica di 50 anni fa prima della guerra.
Augurandoci che i balordi che hanno profanato la tomba di zi Antonio Piccininno si rinsaviscano e ci riconsegnino le sue spoglie, vi proponiamo l’ascolto di uno dei lavëdànnë carpinesi cantato con voce solista da Andrea Sacco, che suona la battente, ed è accompagnato dal coro composto da Antonio e Mike Maccarone, Nunzio Perfetto, Matteo Scanzuso e Carlo Trombetta ( Registrazione di Salvatore Villani, 1997 )
Associazione Culturale Carpino Folk Festival / AB
Biografia
1997, Canti e strumenti musicali tradizionali di Carpino / a cura di Salvatore Villani
2004, Bbèlla, te vu’ mbarà a fa l’amóre. Canti e storie di vita contadina / a cura di Leonarda Crisetti Grimaldi
2007, Il successo mondiale della tradizione del presepe, le grandi collezioni, i media e il nuovo collezionismo / a cura di Roberta Catello
2008, Antonio Piccininno. Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino Cd allegato al libro / a cura di Salvatore Villani
2012, I cantori e musici di Carpino. Le tarantelle del Gargano / Salvatore Villani
2013, Passatempi musicali: Guillaume Cottrau e la canzone napoletana di primo ‘800 / a cura di Pasquale Scialò, Francesca Seller
2015, Tírä che vénë Carpínö ‘ndö lu chiénö / a cura di Giuseppe Trombetta

Rubata la salma di ANTONIO PICCININNO

Non ci sono parole per commentare l’accaduto. Durante la notte è stato portato via il sarcofago con la salma di ANTONIO PICCININNO.

Profanata e rubata la bara contenente la salma del maestro Antonio Piccininno, scomparso il 9 dicembre scorso all’età di 100 anni, ultimo patriarca della musica popolare garganica. Durante la notte, persone non ancora identificate hanno scardinato la porta d’ingresso della tomba di famiglia dei Piccininno, divelto la lapide e portato via il sarcofago dell’artista. Sul caso indagano i carabinieri della locale stazione e della tenenza di Vico del Gargano, oltre ai reparti scientifici dell’Arma. I ladri-profanatori non hanno avuto difficoltà nel compiere il loro abominevole gesto: il camposanto è distante dal paese e il silenzio ha favorito il loro agire. Inutile ogni tentativo di recuperare la bara e la salma: tutti i controlli esperiti nell’area cimiteriale e nelle zone circostanti hanno dato esito negativo*.

Per la memoria, le nostre tradizioni e la nostra cultura, chiediamo a tutte le istituzioni, alle forze dell’ordine e a chiunque sappia qualcosa di risolvere questa situazione e di consentire ai suoi cari e a chiunque lo voglia di andare a trovare e portare un fiore sulla tomba del cantore di Carpino.

*tratto dal comunicato dei cantori di carpino

++ Ciao zï ‘Ndònïjö! GRAZIE per tutto

Il cantore più famoso delle Puglie ci ha lasciati oggi pomeriggio.

Foto: Pasquale D'apolito

Foto: Pasquale D’apolito

ANTONIO PICCININNO (18 febbraio 1916 – 9 dicembre 2016), patriarca centenario del canto alla carpinese. Figura filiforme, tratto asciutto e austero, occhi intensi di chi ha trascorso una vita dura. Ultimo dei grandi cantatori, padrone delle serenate, dei sonetti e degli stornelli, di espressioni sonore complesse, contraddistinte da off-beat, alternanze ritmiche, voci che vanno oltre il sistema temperato. La sua storia coincide con quella della ricerca etnomusicologica e delle diverse stagioni del folk revival nostrano*.

Ci sono uomini che posseggono i talenti per rappresentare, oltre se stessi, una intera epoca.
La prima esibizione conosciuta di Antonio Piccininno fuori dai contesti tradizionali risale all’8 aprile 1980 presso il Teatro San Ferdinando di Napoli.
Sempre presente sul palco del Carpino Folk Festival insieme ai Cantori di Carpino, Piccininno è oggetto di studi sulle tradizioni musicali italiane; Antonio in particolare viene interessato per la prima volta da tali studi nei primi anni 80 da Roberto Lèydi, considerato tra i fondatori dell’etnomusicologia scientifica in Italia, ed è portato alla ribalta nazionale dai cantautori e musicisti Eugenio Bennato e Teresa De Sio.
Segue un breve elenco delle ricerche, dei documenti sonori e dei film in cui appare come protagonista.
Ricerche scientifiche
1980/tuttora, Salvatore Villani
1980/1987, Michele Giuseppe Gala
1984, Gabriele Leggieri, Giovanni Canistro
1987, Ettore De Carolis
1988, Roberto Leydi con Salvatore Villani (monografia)
2001/2009 Adriano Castigliego
2010/2011 Enrico Noviello e Pio Gravina

Documenti sonori rilevanti
1997, I cantatori e suonatori di Carpino / Salvatore Villani, NOTA/EDT
1997, Guitares “battente” du Gargano / Salvatore Villani, Nanterre (France), CD Al Sur
1997, La voce del Gargano
1999, Canti della memoria. Canti tradizionali del Gargano Francesco Nasuti, Centro Grafico Francescano
2000, Lezioni di tarantella / Eugenio Bennato, DVF
2000, La tarantella del Gargano / Giuseppe Michele Gala, Ethnica
2001, Tarantella del Gargano / Eugenio Bennato, DVF
2002, Ragnatele: Antologia di voci e suoni della Puglia / Antonello Lamanna
2004, Alla carpinese: il sonetto garganico nei canti popolari di Carpino / F.Nasuti, edizioni FN
2006, Stile, storia e musica alla carpinese / I Cantori di Carpino, Mea Sound
2007, Le tribù italiche. Puglia, EDT
2007, Canti, poeti, pupi e tarante / Valter Giuliano, Squilibri
2008, Antonio Piccininno. Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino Cd allegato al libro / Salvatore Villani, Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata
2011, Canti e suoni della tradizione di Carpino / E.Noviello-P.Gravina. Kurumuny
2012, I cantori e musici di Carpino. Le tarantelle del Gargano, Salvatore Villani, NOTA/EDT
2016, Chi sonä e càntä no nmore màji / I Cantori di Carpino, STUDIOUNO

Film da (co)protagonista:
1996, Foggia, non dirle mai addio, Luciano Emmer (con Eugenio Bennato)
2000, Chi ruba donne, Maurizio Sciarra (con Eugenio Bennato)
2005, Craj, Davide Marengo (con Teresa De Sio, Giovanni Lindo Ferretti)
2007, Les Chanteurs de Carpino, Thierry Gentet
2010, Buon giorno Zi Antò, Aldo di Russo (con Roberto De Simone)
2015, Le storie cantate. Viaggio tra i Cantastorie di Puglia, Trevisi-Morisco

Antonio Piccininno (Pecceninne), il cantore con le nacchere, era nato il 18 febbraio 1916 a Carpino, in provincia di Foggia.
All’età di due anni perse entrambi i genitori a causa dell’influenza spagnola e venne affidato ai nonni materni. A otto anni dovette contribuire al mantenimento della famiglia ed fù mandato a guardare le pecore. Nei boschi di quello che oggi è il Parco Nazionale del Gargano i pastori adulti gli tramandarono i canti popolari che lui ripetette ossessivamente guardando le pecore. Diventato adulto lasciò il mestiere del pastore e si dedicò alla coltura dei campi.
Pastore e, contadino, con le sue 100 primavere rappresenta una delle “personalità più interessanti, autentiche e complesse della tradizione musicale del Gargano. Cantatore eccellente, tra i più anziani del paese, porta con sé un bagaglio di conoscenze che lascia quale eredità culturale alle nuove generazioni. La sua testimonianza di vita, la sua interpretazione canora e la sua raccolta di canti sono punti di riferimento imprescindibili per un’adeguata comprensione della sua unicità. Il suo percorso si colloca in un ambito intermedio tra oralità e scrittura, frutto di stratificazioni in progress di apprendimento, dalla fase mnemotecnica orale del periodo giovanile, alla fase della partecipazione diretta ai riti collettivi delle serenate e dei balli (quando non ancora defunzionalizzati), alla fase dell’appropriazione autodidattica della scrittura per la raccolta dei canti popolari (Villani S., 2008)”.

Ass. Cult. Carpino Folk Festival

*Ciro De Rosa

Il canto d’amore più bello mai scritto nella tradizione popolare dell’Italia Meridionale

In occasione dell’uscita del nuovo disco che festeggia i 50 anni della Nuova Compagnia di Canto Popolare, intervistata da Salvatore Esposito su Blogfoolk, Fausta Vetere a domanda cosi risponde.

Come mai avete deciso di rileggere “Tarantella Del Gargano”?
Io e Pasquale Ziccardi ci occupiamo di comporre la maggior parte dei brani, e abbiamo pensato che questo fosse il canto d’amore più bello mai scritto nella tradizione popolare dell’Italia Meridionale. E’ una visione onirica di un atto d’amore verso una persona incredibile. Volevamo rileggerla per farne una versione particolare, una versione quasi aristocratica con il quartetto d’archi, con un cambio di durezza senza usare una settima, ma ritornando con una cadenza ingannata che lascia in sospeso senza concludere il discorso musicale. Il brano è cantato da Pasquale e l’arrangiamento è iperclassico nel senso che abbiamo usato tutti gli strumenti della tradizione con l’aggiunta di questo elegant quartetto d’archi. Considero la musica popolare aristocratica perché è complessa e non si risolve mai con due accordi. Dietro ogni brano c’è una storia ed è sempre questa grande aristocrazia del mondo popolare ad ispirarci. Non aveva senso farlo uguale a quello dei Cantori di Carpino. Spero piaccia, ma i gusti nostri non sempre combaciano con quelli degli ascoltatori.

nccpcop

LA TARANTELLA ALLA MUNDANARË DI CARPINO RIELABORATA DIVENTA LA TARANTELLA DEL GARGANO

Quarantacinque fa, gli Showmen, poco prima del loro scioglimento, ascoltano una registrazione della Tarantella del Gargano, riscrivono un nuovo testo, completamente estraneo al carattere del brano originale, e incidono nel 1971 ‘Che farai’, cantata da James Senese, sassofonista del complesso fondato insieme a Mario Musella.

45 giri – Che succede dentro me/Che farai (Storm, AR 4045)

Alla fine degli anni 60 quando la canzone italiana è caratterizzata da bassa creativa e molta superficialità. A Napoli tentano di mettere insieme il popolare con il pop. De gustibus non est disputandum. Ma se escludiamo il testo dall’analisi e ci concentriamo sulla musica allora questo brano diventa molto importante per Carpino perché può aiutarci a comprendere chi ha rielaborato la muntanara che suonava Andrea Sacco e i suoi amici facendola diventare per l’universo mondo la tarantella del Gargano. Fin’ora questa rielaborazione veniva attribuita per la sua competenza compositiva a Roberto De Simone e alla Nuova Compagnia di Canto Popolare (formazione: Eugenio Bennato, Patrizio Trampetti, Fausta Vetere, Carlo D’Angiò, Giovanni Mauriello, Giuseppe Barra) che nel 1971 pubblica LP “NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE (SIF/RAR)” che contiene appunto il brano “Tarantella del Gargano”. “Bellissimo esempio di viva tradizione orale osservato a Carpino in provincia di Foggia” [nota riportate nell’album].

Il brano degli Showmen è anch’esso del 1971 e James Senese non è l’ultimo arrivato.

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