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letteratura popolare

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Feste e Riti d’Italia – Il Sud, collana sul Patrimonio Immateriale

Un testo imponente, di 450 pagine, in formato 24×30, di una qualità grafica che solitamente si utilizza per i libri d'arte i cui contenuti, a detta di molti, non hanno nulla da invidiare alle grandi produzioni in campo artistico o culturale. Il Comitato per la promozione del patrimonio immateriale ha investito molto in questo progetto e Barbara Terenzi ci ha lavorato per più di un anno. Più di 300 persone hanno collaborato, sono state raccolte migliaia di foto e documenti, percorsi più di 20.000 chilometri, partecipato a decine e decine di feste, e tutto è avvenuto a titolo assolutamente gratuito.
Non è e non voleva essere uno studio scientifico, ma un tentativo per stimolare il territorio a produrre cultura ed a guardare con occhi diversi al suo patrimonio culturale per far emergere, dagli archivi di stato, documenti fotografici di enorme valore culturale ed antropologico, che nessuno aveva mai visto prima. Materiale raccolto nelle nostre comunità negli ultimi 100 anni che oggi torna ai luoghi di origine.
Adesso è il momento di raccogliere i frutti di questo immane lavoro: restituire alle comunità ciò che gli appartiene, far comprendere alle persone che le feste, il patrimonio culturale immateriale, non è un patrimonio minore, ma è il luogo dove per millenni si sono formati valori e saperi e dove valori e saperi dovrebbero continuare a formarsi.
La nostra speranza è che da questo studio scaturiscano – dalla società civile – tanti altri studi di approfondimento su un fenomeno di enorme complessità come quello delle feste.
Speriamo anche che questo lavoro possa limitare il devastante fenomeno della trasformazione delle feste in sagre e che possa aprire un dibattito sul tema della valorizzazione sostenibile e responsabile di queste risorse culturali, che sempre più spesso vengono utilizzate a scopi turistici e di promozione del territorio senza tenere in conto i rischi derivanti da politiche irrispettose di questo delicato patrimonio.
(Estratto da presentazione di Giuseppe Torre)

Elenco delle feste riguardanti la Puglia presenti nell'opera:

  • Maria Santissima Addolorata, Molfetta
  • Settimana Santa, Ruvo
  • Settimana Santa, Taranto
  • San Michele Arcangelo, Monte Sant’Angelo (testo di Teresa Maria Rauzino)

Dati sulla pubblicazione:
Feste e Riti d'Italia – Primo volume – Il Sud
Collana sul patrimonio immateriale italiano
Istituto centrale per la demoetnoantropologia
Ministero dei beni culturali
Comitato per la promozione del patrimonio immateriale (ICHNet)

De Luca Editore,Sito

da Argoiani


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Vi racconto l’ultimo sogno di Paz Storia di Astarte il cuore di cane

di ROBERTO SAVIANO

Storia di Astarte è un sogno bellissimo, l'ultimo di Andrea Pazienza. Un'opera incompiuta. È un sogno classico, di quelli che quando ti svegli ti senti al centro dell'universo, come se avessi fatto parte della storia e il tuo fosse stato un ruolo attivo. Quando mi sono arrivate le tavole, quando per la prima volta le ho avute tra le mani, confesso di esserne rimasto folgorato. I disegni sono meravigliosi, precisi anche quando appena tratteggiati. E il testo è epica. Andrea Pazienza riesce, attraverso un cane, a costruire una atmosfera di combattimento e scontro, dove ogni parte del conflitto diviene chiaramente una scelta tra bene e male. Tutto attraverso un cane.

Le sperimentazioni che aveva fatto negli anni precedenti, spingendosi da un estremo all'altro delle possibilità espressive del linguaggio a fumetti, hanno trovato in Storia di Astarteuna ricomposizione naturale e perfetta. Non ci sono sbavature, non c'è nulla di manieristico, non c'è l'errore in cui cadrà chi dopo di lui si cimenterà nel racconto classico, ossia la retorica da centurione che tutto deve dire con flemma e ieraticità. No, le sue tavole sono naturali, anche quando sono grumi d'inchiostro soltanto. E muscoli da cane combattente.

Io vengo dalla terra che pregiudicò ad Annibale la vittoria su Roma. Vengo dalla terra dove si fermò per i suoi dannati ozi. Dove, prima di intraprendere l'ultima fatale fatica, decise di riposarsi e far riposare il suo esercito. Annibale trascorse l'inverno a Capua e i suoi uomini, abituati alla fame da manipolo e alle condizioni più difficili,
furono facile preda del torpore della Campania felix. Vino, libagioni, bagordi, donne e bagni termali li fiaccarono nell'anima e nei corpi. Peccato davvero non aver potuto vedere come Pazienza avrebbe descritto la mia terra, come ne avrebbe disegnate le bellezze. Avrei voluto "sognarlo" quell'angolo di paradiso perduto, nell'inchiostro di Paz.

Storia di Astarte è un sogno dal quale ti svegli di soprassalto. Un sogno solenne dal risveglio brusco. Eppure, prima che l'eroina gli fermasse il cuore, Pazienza ha saputo darci un'opera avvincente e colma dell'epica propria delle storie che sembrano secondarie ma che la letteratura riesce a rendere fondamentali. Si percepisce quasi, in Paz, il piacere di lasciarsi andare a un finale diverso, di pensare a come sarebbe andata la storia se il generale nero Annibale avesse vinto. L'Africa era stata a un passo dallo schiacciare per sempre Roma e in Astarte, forse proprio nella sua incompiutezza, c'è la possibilità di una storia non realizzata.

Il fumetto viene come cantato a Pazienza dal cane di Annibale, che gli appare in sogno: "Li senti i campanelli, le risate, le urla, il bramito dei cammelli?", dice Astarte a Pazienza, "Spalanca gli occhi adesso, apri le nari… è Cartagine" e inizia a raccontargli le sue gesta. I primi anni di vita da cucciolo, l'addestramento alla guerra, poi gli scontri in battaglia e il legame unico e umanissimo tra lui e Annibale. Astarte è lì, al seguito dell'esercito cartaginese, dalla nascita in Spagna fino alla marcia in Italia, attraverso i Pirenei e sul Rodano. Ai piedi delle Alpi ci sarà il primo scontro coi Romani, e qui la storia si interrompe, perché a interrompersi è la vita di Pazienza.
Storia di Astarte ha come sfondo, dunque, la Seconda guerra punica, ma si apre con una citazione da Pascoli, "La grande proletaria si è mossa verso la quarta sponda", che celebra l'invasione italiana della Libia: "La grande proletaria ha trovato luogo per loro. […] Là i lavoratori non saranno rifiutati, come merce avariata, al primo approdo; e non saranno espulsi, come masnadieri, alla prima loro protesta; e non saranno, al primo fallo d'un di loro, braccheggiati inseguiti accoppati tutti, come bestie feroci. […] Vivranno liberi e sereni su quella terra che sarà una continuazione della terra nativa. Anche là è Roma".

Storia di Astarte, insieme a tutto il resto, sarà forse anche una critica appena accennata alla perenne ricerca di una "quarta sponda", che dalle guerre puniche attraverso la campagna di Libia, arriva a quella che ci è più familiare, che dà manodopera a basso costo, lager in cui stipare chi tenta di costruirsi una vita in Italia, discariche improvvisate in cui smaltire i rifiuti tossici di cui il Sud è ormai stracolmo.

Ma nonostante il tentativo di voler attribuire uno "scopo" al lavoro di Pazienza, Storia di Astarte rimane un'opera d'arte. Un connubio perfetto ed equilibrato tra parole e immagini a sancire la grandezza di un intellettuale del nostro tempo. E vale la pena ricordare quello che lui stesso ci ha confidato sul suo lavoro, con una frase densa di significati: "Il fumetto è evasione, è sempre evasione, deve essere evasione, del resto la parola evasione è una bellissima parola, evadere è sempre bello, la cosa più saggia da fare… Poi se c'è qualcos'altro ben venga".

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© 2010 by Roberto Saviano / Agenzia Santachiara Fonte Repubblica.it

Lacreme e sciure, Lu trasore

M’hanne ditte che sope Castedde
sta ‘mmucciate nu grande trasore
I’ camine, camine e camine 
fin’a quanne lu sole ce more.
 
La canosche sta granda muntagna
pare fredda e t’appiccia lu core,
pare vascia e te stracqua li péde
e li spine te danne delore.
 
I’ camine, camine e camine 
e non vede stu grande trasore.
Mo me pare che sonn’arrevate:
a Castedde ce sta nu pastore.
 
Sta ‘ssettate cuntente cuntente,
doje pècure fanne l’amore. 
Alla cima de Monte Castedde
ce sta jèreva, jèreva e sciore.
 
Ce sta jèreva, jèreva ‘nturne, 
non ce sente nisciune remore 
e ce vede lu mare e lu ciele: 
lu trasore lu tè lu pastore.

Joseph Tusiani

Leggende marinare: Il corvo di Manuela

Si racconta che tanti anni fa, al trabucco di Manaccora (Vieste),  c’era un corvo che non se ne andava neppure venendo cacciato a sassate. I trabucchisti gli si affezionarono e cominciarono a trattarlo come uno di loro, dandogli pane, acqua dolce e, a fine giornata una porzione del pescato: u ciambuttill (anche lui lavorava). Ed infatti lo consideravano un trabucchista a tutti gli effetti: se ne stava tutto il giorno sull’antenna più alta della vedetta fermo a fissare il mare e non si spostava mai neanche quando pioveva; muoveva le ali solo quando avvistava sotto l’acqua la sagoma scura del banco di cefali. I pescatori avevano imparato che quello era il momento giusto per sollevare le reti. In paese si cominciò a parlare di questo strano corvo che, al contrario degli altri uccelli, invece di librarsi in volo restava lì fermo per tutto il giorno a scrutare il mare. Sicuramente era un corvo diverso da tutti gli altri! Un vecchio del paese si ricordò di una storia sentita quando era bambino. C’era una volta una ragazza bella come il sole di nome Manuela. La famiglia era poverissima e per questo il padre decise di darla in sposa ad un vecchio ricco. Manuela però amava perdutamente Domenico, un giovane trabucchista di Manaccora. Ai due giovani fu precluso vedersi e parlarsi. Il padre non perdeva mai di vista Manuela. Tra rimpianti e sofferenze arrivò per lei il giorno fissato per le nozze con l’uomo che non avrebbe mai amato. Domenico, alle prime luci dell’alba, andò al trabucco per non vedere e sentire, sof friva troppo, inutile aggiungere sofferenza a sofferenza! Manuela, da parte sua, subì come un automa il peso di quell’interminabile giornata: quando potè, mentre gli invitati festeggiavano ancora, scappò via e, rubato dalla stalla del marito un asino per fare più in fretta, corse a casa di Domenico. Non trovandolo, si diresse al trabucco, ma vi erano soltanto i suoi vestiti. Non ci mise molto ad immaginare quel-lo che poteva essere accaduto, e, senza pensarci due volte, si buttò anche lei in mare. Fino a quattro o cinque anni fa, chi andava al trabucco di Manaccora poteva ancora vedere un corvo. Ed il vecchio diceva a tutti: «Quell’uccello non può essere che Manuela. Trasformata in corvo, guarda fisso il mare per scorgere fra le onde il suo grande amore».

Il racconto è tratto da “Il trabucco tra storia e leggenda" ,di Angela Campanile

“Se il caldo renda baccanti le femmine” e l’origine del proverbio Fuggi da Foggia

"Lo stesso Longano dir osa, che qui il caldo rende le femmine baccanti. La stessa infamazione ripetei io a chiusi occhi nel mio Ragionamento chimico fisico intorno al mefitismo della Città di San severo . Io mi ritiro da questa opinione . Dicono , che i soli Eroi sanno piegarsi a cosiffatte ritirate. Io mi piego senza presumere di Eroismo .
Dico adunque,essere la proposizione del Longano una menzogna di rapido girovago. Le vaghe e spiritose donzelle appule, precise le Manfredoniane amano la danza;e ballano mirabilmente la vivave e movitiva Tarantella:ma la ballano per passatempo,e non perchè il caldo le rende baccanti.Ritiratezza,onestà,fatica,e modesta e discreta liberà;ecco la divisa delle donne appule.I Manfredoniani amano appassionatamente il Canto e l’ballo. Essi discendono dagli antichi Sipontini, i quali , come scrisse de’ medesimi l’Imperador Federico , erano furenti pel canto, e per la danza: Ad Cantum promptunt subsaltat molle Sipontum .Ad un buon uomo , il quale bramava , che da Mantredonia proscritta fosse la danza , io per risposta gli narrai cio che Monsignor di Fenelon disse ad un Curato. Un dì un Curato vantavasi in presenza del Fenelon d’aver ne’ giorni festivi proscritta la danza dal suo villaggio. Signor Curato , disse l’umano Prelato , siamo meno severi verso gli altri; astenamci noi di ballare, e che i contadini ballino. Perché non permetter loro, che dimentichino per qualche istante le loro sciagure?
Ma dicesi: le donne Foggiane non corrono ogni anno nell’ultima Domenica di Aprile alla Chiesa della Madonna dell’ Incoronata, dove tutto il giorno gozzovigliano e danzano, e tornan poi la sera a casa facendo in carrette le vere baccanti? Rattristante e vera obbiezione! Si; l’ultima Domenica di Aprile era un giorno di ubriachezze, di libertinaggio, di risse, e di omicidj. Oh profanazione! Sclamava il vero Cristiano; oh vitupero della santa Religione! Ho detto era; perché la profanazione della Festa è pressoché finita. Anni addietro era una vera manìa; perché non era il basso popolo quello, che portava la battuta, e dava il tuono e la voce in quella Musica, ma il Gentiluomo. Oggi i Gentiluomini portano in trionfo la moriggeratezza; ed ecco perché il popolo si è corretto, ed il baccantismo è terminato. Quindi le Foggiane erano baccanti non per ragion di clima, ma sibbene per ragion di educazione. Primamente, in Aprile il caldo non è in Foggia tale da render baccanti le femmine. Secondamente, se il clima le rendeva baccanti altre volte, perché non le rende tali anche al presente? Finalmente, perché sotto il medesimo clima non eran tutte baccanti, ma solo quelle, che amavano di portare in trionfo la scostumatezza? Dunque il cattivo esempio le rendeva tali, non già il clima.
Dicesi ancora, che Foggia sia un vasto bordello; quindi quel proverbio appulo:fuggi da Foggia. Ma questa è una vecchia calunnia ripetuta oggi solo da quei, che non conoscono i costumi de’ Paesi. Le donne pubbliche, che sono qui confinate in uno stretto vicolo detto Pontescuro, sono, forestiere: una o due sono Foggiane. Laonde siccome mal si giudicherebbe, a modo di esempio, della Filosofia Italiana dalle opinioni di tre o quattro Preti Calabresi, così non è da lodarsi la precipitazion di coloro, i quali per due donne pubbliche tutto il bel sesso Foggiano accusano di deboscia.
El vero: vi sono in Foggia, molte donne mantenute, che passano da una mano all’ altra: ma la deboscia di queste è l’effetto della miseria, e non già del feroce caldo, e del costume dominante. Voi difficilmente troverete donne di cattivo odore in quelle famiglie, in cui avvi da mangiare, da bere, da vestire, e da soddisfare onestamente gli altri appetiti della natura. Veggonsi donne brifalde solo nelle famiglie bisognose; e queste vendono i loro miseratibili favori ai Soldati d’ Amore, non perché il caldo le rende baccanti, e le colafizza la carne, ma perché la fame rode loro le budella. Il perché le manierose, amabili e gentili Signore Foggiane, sono vergini modeste, mogli fedeli, e madri virtuose. Quindi ecco il senso del proverbio fuggi da Foggia; cioè fuggi da Foggja nella state ,e nell’autunno. Nella state, perché il caldo ti annoja, e le zanzare, i moscherini, ed altri impertinentissimi insetti ti mangiano; e nell’autunno, perché l’aria è incostante e la febbre terzana ti farà una ingrata visita."

La fisica Appula,Manicone

LA ZEZA ZEZA (RITROVATA) DEL CARNEVALE DI PESCHICI

A Peschici è andata in onda domenica 22 (e lo sarà anche oggi martedì 24) una riedizione di quello che era il Carnevale di una volta sul Gargano. Dopo trent’anni di oblio, Lucrezia D’Errico e Stefano Biscotti hanno lanciato l’idea di rappresentare l’antica sceneggiata della “Zeza-Zeza” in uno spettacolo itinerante per le vie di Peschici, coinvolgendo gli studenti del Liceo Fazzini, per ridare fiato alle tradizioni ed insegnare ai ragazzi di oggi come i giovani di ieri erano soliti divertirsi. A chi non conoscesse la storia della ZEZA, gliela ricordiamo noi. Durante il Ventennio fascista, precisamente nel 1931, in occasione della festa del Carnevale, venne inviata a tutti i Podestà della Capitanata, da parte della Regia Questura di Foggia, una circolare che ribadiva l’assoluto divieto ai cittadini di “comparire mascherati in luoghi pubblici”; si potevano usare maschere soltanto nei teatri e in altri luoghi strettamente privati. Questa ordinanza, nel Gargano nord, non veniva rispettata. I Peschiciani, anche in tempi magri come quelli degli anni Trenta, festeggiavano il Carnevale con grande entusiasmo: gli uomini si travestivano da donna e le donne da uomo ed andavano girando per il paese, fermandosi in tutte le case dove c’erano allegre feste da ballo. A Peschici ogni quartiere preparava il suo fantoccio di Carnevale, si usava paglia, carta e abiti, i più malandati che ci fossero in circolazione. La mattina di martedì, ultimo giorno di Carnevale, tutti i fantocci, vestiti di tutto punto, con in braccio l’immancabile bottiglione di vino, venivano appesi ai crocevia, sostenuti da robuste corde. Dopo aver mangiato e bevuto, ci si mascherava e si girava in gruppo per il paese; non mancava chi si improvvisava attore e si esibiva in scenette umoristiche. Fra le drammatizzazioni, degna di nota era “l’Operazione”, un vero e proprio intervento chirurgico cui veniva sottoposto Carnevale. Si preparava un fantoccio nella cui pancia si metteva di tutto, scarpe vecchie, cipolle, corde, patate, ecc., lo si caricava su di un asino al cui seguito c’era un chirurgo, accompagnato da un corteo di gente mascherata da madre, moglie, figli e parenti di Carnevale. Il dottore tagliava la pancia del pupazzo e ne estraeva stracci, indumenti, verdure: solo alla fine estraeva il gigantesco maccherone che aveva provocato l’indigestione del Signor Carnevale. Durante l’operazione, la gente che si ammassava intorno cantava lo stornello Il piede del porco. L’Operazione veniva ripetuta in diverse strade del paese, accompagnata da urla, frastuono e risate degli astanti. All’imbrunire, l’asino con il suo carico e tutto il seguito si dirigevano verso il Castello, dove il fantoccio di Carnevale veniva gettato in mare dalla Rupe antistante. I Carnevali appesi nei vicoli, invece, venivano bruciati. Le alte fiamme illuminavano la notte, segnando l’avvento della Quaresima. Durante il Carnevale, fino agli anni Settanta, nella cittadina garganica si usava rappresentare la “Zeza Zeza”, un “pezzo” di antico teatro popolare di origine settecentesca, importato da Napoli. La rivista napoletana delle tradizioni popolari, il «Giambattista Basile», riporta la definizione della Zeza napoletana come «cantata vernacola… sul gusto delle atellane che successero alle feste Bacchiche, alle Dionisiche e, quindi, ai fescennini e alle satire. Trae argomento dagli amori di un Don Nicola, studente calabrese, con Vincinzella, figlia di Zeza e Pulcinella». I fescennini sono l’esempio più arcaico di teatro nella cultura latina, caratterizzati da versi mordaci, pungenti, espressioni spinte e a doppio senso che dovevano suscitare ilarità in chi li ascoltava. Nella Zeza di Peschici i personaggi erano quattro: Zeza (la madre), il Padre, Vincenzella (la figlia) e Don Nicola (il giovane avvocato innamorato della ragazza). C’erano anche il Coro, formato da un folto gruppo di maschere, ed i suonatori. Di sfondo, un elemento caratteristico della società feudale: lo jus primae noctis che i padroni esercitavano sulle ragazze del popolo, debitrici sempre di qualcosa (qui è l’affitto arretrato della casa) nei loro confronti, a causa dell’estrema povertà. Ma nella logica del mondo alla rovescia, di cui è espressione il Carnevale, le classi popolari, con l’unica ricchezza gratuita che posseggono, cioè la bellezza delle loro donne, vincono sull’altro mondo, attirandolo, sfruttandolo e traendone profitto. Il sogno popolare sembra finalmente realizzarsi in quei magici giorni. Il personaggio del Padre, anticamente interpretato da Pulcinella, è un ruolo patriarcale caratteristico della tradizione meridionale: chiuso in una falsa mentalità puritana, ponendosi come retto difensore dell’ “onore” della figlia, la tiene segregata in casa, impedendole di “praticare” con chiunque. Emerge con chiarezza l’importanza della sua figura, chiamato da Vincenzella “Gnor padre”, ma anche il fatto che ad averla vinta su di lui è sempre Zeza, la moglie, che sa bene come blandirlo. Zeza è una popolana che cerca di sbarcare il lunario. Per questo, pressata dalla paura di essere sfrattata in quanto l’affitto è ancora da pagare, non esita a far entrare in camera di Vincenzella don Nicola, il padrone di casa. Il marito di Zeza, rientrato all’improvviso, trova Don Nicola nascosto sotto il letto della figlia. Accecato dall’ira, accusa la moglie di non aver vigilato sull’onore della ragazza. Zeza, a questo punto, si ribella: fa notare al marito che la pigione è arretrata di tre mesi, che Don Nicola è venuto a esigerla e che, se non fosse stato per la “generosità” di Vincenzella, lui sarebbe già in carcere. Zeza, tutta presa dal suo ruolo matriarcale, rivendica per la figlia il diritto di praticare l’amore "liberamente" con cento innamorati e con tutti quelli che le garbano: con principi, marchesi e persino con gli abati che bazzicano spesso nei dintorni della casa. La chiusa della farsa è a lieto fine. Il padre, convinto dalle argomentazioni di Zeza, acconsente alle nozze riparatrici. In fondo, imparentarsi con chi frequenta la Vicaria significa risolvere in modo indolore i pressanti problemi economici della famiglia. Resta il dubbio se sia stata tutta una messa in scena per costringere il giovane al matrimonio riparatore. L’ipotesi viene avvalorata considerando la resa del padre. Nella Zeza solofrana Pulcinella si arrende solo quando il giovane gli consegna un capace portafoglio. Nella Zeza di Peschici il motivo della resa del padre è diverso: non è solo la paura del fucile o del fucilone imbracciati dal giovane don Nicola che lo minaccia di scaricargli una schioppettata tra le gambe per togliergli la sua virilità (e qui il dubbio del complotto sembra sciogliersi) a costringerlo ad arrendersi. Ma è Vincenzella che scioglie l’intreccio, interponendosi tra i due e inducendoli alla ragione, con argomentazioni forti: «Mio caro Don Nicola non ammazzare mio padre, non farmi ricordare per sempre questa giornata! Ti dico di lasciarlo andare, di lasciarlo stare. Lui, per forza, deve darmi a te!». La ragazza si rivolge con toni irati verso il genitore: «Che hai signor padre? Perché non vuoi farmi sposare? Dopo ti farò vedere io cosa ti combino!». Il padre, offeso dal suo parteggiare per chi sembra averla plagiata come un diavolo tentatore, arriva a minacciarla di morte insieme al suo amante. L’amore, alla fine, vincerà e Don Nicola potrà sposare liberamente la sua Vin
cenzella. Il giovane invita tutti alla festa: «E adesso faccio un invito a tutti questi signori, perché a casa di Don Nicola si mangiano i maccheroni, anche quello lungo (cannaruto) oinè!». A Peschici, il giorno del martedì grasso, il menu prevedeva i maccheroni fatti in casa, “tirati” dalle massaie con un ferro a sezione quadrangolare. Li si condiva con il sugo di carne per i ricchi e con il sugo di polpette e ventresca per poveri. Era usanza stendere un maccherone più lungo degli altri. Poiché si usava mettere in tavola un unico piatto, chi, per sorte, mangiava questo maccherone, veniva canzonato come cannaròute, cioè il “goloso” della famiglia. Evidenti concordanze con la Zeza Zeza di Peschici si trovano nelle versioni di alcuni centri della pianura irpina come San Potito, in provincia di Salerno e Galluccio, in provincia di Caserta. I nomi dei personaggi sono gli stessi con qualche piccola variante. Don Nicola si chiama ’0 si’ Ronnicola (il signor don Nicola). Questa antica farsa popolare è oggi rappresentata a Solofra, elaborata e fatta propria dal popolo irpino con il titolo di Canzone di Zeza. Durante il Carnevale viene presentata da vari gruppi che la cantano nelle vie della città, accompagnandosi con nacchere, triccheballacche e tamburelli. Segue l’immancabile tarantella cui partecipano tutti gli spettatori. La Zeza è interpretata solo da attori uomini poiché alle donne, come nell’antica commedia, l’esposizione al pubblico è vietata. C’è un capozeza-regista che guida la presentazione, dialoga con il pubblico e dà inizio alla sfrenata tarantella finale. E’ presumibile che anche le modalità di presentazione, gli strumenti musicali d’accompagnamento e il ballo di chiusura fossero gli stessi anche a Peschici. La Zeza Zeza ormai da un trentennio non si rappresentava più, ma il testo della farsa, ricostruito nel 1987 grazie alla testimonianza orale di Giulio D’Errico, oggi è stato rappresentato dagli studenti del Liceo Scientifico di Peschici guidati dalla prof.ssa Lucrezia D’Errico e da Stefano Biscotti. La Zeza potrebbe ritornare ad essere cantata dagli amanti delle tradizioni. Inserito nel repertorio dei gruppi di musica popolare del Gargano, potrebbe essere proposto come “borgo narrante” all’attenzione dei turisti che visitano il Promontorio.

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Teresa Maria Rauzino

I dialetti d’Italia in versi ,bandita la VI edizione del Premio Nazionale

Il Comune di Ischitella (FG), in collaborazione con l’associazione Periferie, bandisce la VI edizione del Premio Nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischitella-Pietro Giannone”.

Partecipazione e scadenza. Inviare una raccolta inedita (minimo 20 – massimo 40 pagine, max 30 versi per pagina) di poesie in dialetto (con in calce la traduzione in lingua italiana).

Spedire n. 10 copie dattiloscritte, con le generalità complete, il numero telefonico ed eventuale e-mail a: Comune di Ischitella – Segreteria del Premio nazionale di poesia in dialetto – via 8 settembre 71010 Ischitella (FG). Le copie dovranno pervenire entro il 31 maggio 2009 (fa fede il timbro postale).

Quota adesione. Nessuna. La partecipazione è gratuita.

PREMI:I Premio: soggiorno di 7 giorni nel Comune di Ischitella per 2 persone a spese della Amministrazione Comunale e pubblicazione del manoscritto in 500 copie, a cura delle Edizioni Cofine di Roma.
Il premio dovrà essere ritirato personalmente (pena l’esclusione) nel corso della Premiazione.
II Premio: soggiorno gratuito di 4 giorni per 2 persone.
III Premio: soggiorno gratuito per un week-end per 2 persone. Alcuni testi tratti dalle raccolte vincitrici saranno pubblicati sulla rivista di poesia “Periferie” e sul sito www.poetidelparco.it 

Premiazione. Avverrà il 13 settembre 2009 ad Ischitella, con la partecipazione del vincitore. I risultati saranno resi noti attraverso la stampa ed altri canali di informazione e sul sito www.poetidelparco.it 

La giuria è composta da: Franzo Grande Stevens, Presidente onorario, Dante Della Terza, Presidente, (Università di Harvard e Napoli), Rino Caputo (Università di Roma Tor Vergata), Giuseppe Gaetano Castorina (Università Roma La Sapienza), Franco Trequadrini (Università L’Aquila), Achille Serrao (scrittore e poeta), Cosma Siani (Università di Cassino), Francesco Bellino (Università di Bari), Franca Pinto Minerva (Università di Foggia), Vincenzo Luciani (poeta).

Patrocini: Comune di Ischitella, Regione Puglia, Provincia di Foggia, Ente Parco Nazionale del Gargano, Eurolinguistica Sud, Rotary Club “Gargano”.

Per informazioni ulteriori tel. 06-2253179; e-mail poeti@fastwebnet.it 

Presentazione del nuovo libro di Angelo Del Vecchio:Lupi mannari, streghe e fantasmi del Gargano

RIGNANO GARGANICO. Sarà presentato il prossimo 12 agosto, alle ore 21.00, il nuovo lavoro editoriale del direttore dell’agenzia di stampa "on line" Garganopress.net, il giornalista Angelo Del Vecchio. Si tratta di "Lupi mannari, streghe e fantasmi del Gargano", una antologia di racconti fantastici e di storie realmente accadute. In tutto 10 brani che ricostruiscono leggende e fatti veramente accaduti tra il Settecento e gli inizi del Novecento.

Canti, poeti, pupi e tarante. Incontri con i Testimoni della Cultura Popolare, V. Giuliano, 2007 Squilibri Editore

Un appassionante viaggio in Italia, dal Piemonte alla Sicilia, alla ricerca di quanti hanno saputo salvare la tradizione, reinterpretarla e innovarla, mantenendo viva l’eredità dei padri. Da Amerigo Vigliermo e il Coro Bajolese del Canavese a Turi Grasso e l’Opera dei Pupi di Acireale, da Uccio Aloisi, il patriarca della pizzica salentina, al Gruppo Spontaneo di Magliano Alfieri, dai poeti-pastori dell’Alto Lazio ai Cantori di Carpino, un susseguirsi di dialoghi che costituiscono allo stesso tempo un racconto a più voci della straordinaria ricchezza di espressioni musicali e culturali che attraversano la provincia italiana.  Promosso dal Comitato Festival delle Province, i "Testimoni della Cultura Popolare" è il premio che ogni anno viene conferito a uomini, gruppi ed esperienze che, come fragili ma tenaci "biblioteche viventi", sono impegnati nella valorizzazione di antichi saperi, forti di un rapporto profondo con i territori e le comunità di appartenenza e votati a tramandare alle generazioni successive il lascito del loro impegno. Con scritti di Gian Luigi Bravo e Carlo Petrini, presidente di Slow Food, i testi con traduzione dei brani musicali contenuti nell’allegato cd e un consistente apparato fotografico, la rappresentazione dinamica di un eccezionale mosaico di sonorità e culture, tra pizziche e stornelli, canti in ottava rima e cori polifonici.
Valter Giuliano Giornalista e storico dell’ambiente, tra i promotori del movimento ecomuseale in Italia, è Presidente del Comitato per il Festival delle Province nel cui ambito sono stati istituiti il "Premio per i Testimoni della Tradizione e Cultura Popolare" e le "Cattedre ambulanti della Tradizione e Cultura Popolare".
Ricordiamo che l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival è stata indicata dalla Provincia di Foggia quale sua rappresentante nel Comitato per il Festival delle Province.

Stile, storia e musica alla Carpinese

"Siamo ancora qua. Noi, un tempo chiamati cafoni, perseguitati…ora richiesti in tutta Italia"
Antonio Maccarone 06-08-2006 Piazza del Popolo – Carpino Folk Festival XI edizione
Semplicemente Straordinari – Gli unici grandi maestri della tarantella del Gargano, grazie alla loro memoria non si sono perse nel tempo quelle tradizioni che hanno reso Carpino il punto di riferimento della musica popolare italiana.
Intorno a Sacco Andrea, scomparso quest’anno all’eta’di 95 anni, il piu’ grande interprete di tarantelle del Gargano, insieme agli anziani Antonio Piccininno, 91 anni e Antonio Maccarone, 87 anni, si raduna dal 1997 un gruppo di giovani diretti da Nicola Gentile. Nasce cosi il nuovo gruppo dei CANTORI DI CARPINO formato dai tre maestri e dai giovani musicisti e cantori che l’accompagnano, un "ensamble generazionale" che da vita ad uno straordinario concerto di musica etnica di valore internazionale e che testimonia il portentoso salto di generazioni che questa musica riesce a compiere. Una musica ancestrale che si offre al nuovo millenio come forma purissima, antica e dinamica.

Tel.+39 0884/900360–Fax.+39 0884/992979-Mail: booking@carpinofolkfestival.com

I prossimi appuntamenti dei Cantori di Carpino
OTTOBRE
14 FIRENZE (TEATRO FLOG)
17 FOGGIA FESTA CGIL

DICEMBRE
31 ROCCAMONTEPIANO (CH) AL BRANCALEONE

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  • È normale che in una caserma dello Stato sbandieri una bandiera che non sia quella Italiana? Quando sbatteremo... fb.me/MBejHzGs 1 week ago