Un festival che raggiunge i 18 anni (la maggiore età) deve per forza avere in sé forza e caratteristiche tali da essere apprezzato dal pubblico che annualmente lo segue. È il caso del “Carpino Folk Festival”, che promosso dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival trova collocazione temporale stabile all’interno dei grandi eventi della Puglia, contribuendo a darne spessore e qualità.
Se il “Carpino Folk Festival” non avesse avuto tutte le carte in regola, ovvero se non avesse saputo proporre appuntamenti musicali di un certo peso nel proprio settore di riferimento non sarebbe di certo giunto al livello attuale; non solo: ma nel corso del tempo ha saputo anche innovarsi coniugando la musica con altre espressioni artistiche e anche con la cultura eno-gastronomica del territorio arricchendo ulteriormente la proposta. Per tutti questi motivi il festival è costantemente cresciuto e ha trovato nelle istituzioni pubbliche (fra cui la Regione con l’assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo e tutti gli enti locali, dai Comuni del territorio, al Gal e al Parco Nazionale del Gargano) e in diversi privati i partner necessari per continuare un cammino ancora lungo e pieno di successi.
Il “Carpino Folk Festival” 2013 raggiunge la maggiore età: diciotto anni non sono pochi per un festival, soprattutto alla luce di tempi difficili come gli attuali in cui altre rassegne e manifestazioni, certamente non meno prestigiose, registrano cali vertiginosi se non chiusure clamorose. Il festival di Carpino al contrario, tenta di riproporre con forza la propria formula ormai consolidata di tre serate di approfondimenti e di tre notti di grandi concerti nella propria location naturale. Ma non vuole neanche venir meno all’impegno con il territorio proponendo poche, ma gustose anteprime nei comuni che hanno voluto ospitarci (quest’anno Rodi Garganico, Ischitella).
Anche quest’anno il festival, grazie alle Ferrovie del Gargano e al Gal Gargano ripropone “Cantar Viaggiando“, ossia l’idea di inserire all’interno delle ferrovie elementi di creatività e sostenibilità per promuovere un turismo attento alla lentezza, ai valori del territorio, alle tipicità agroalimentari pugliesi, quindi alla mobilità sostenibile, per godere a pieno gli squarci di bellezza straordinaria di cui è pieno il tragitto del Gargano.
Ma non solo, grazie sempre al forte impegno del Gal Gargano, del Parco Nazionale del Gargano e dell’Assessorato regionale alle Risorse Agroalimentari quest’anno il festival propone “Carpino Food Festival“, ossia una sezione in cui le produzioni tipiche, l’eccellenza enologica e quindi la tradizione agroalimentare pugliese scendono in strada per offrirsi a tutti in un contesto non monotematico, ma con la promozione e la valorizzazione di una molteplice varietà di ambiti (culturali, sociali, economici e ludici), con il pubblico che diventa attore e che partecipa e giudica.
Alla diciottesima edizione del Carpino Folk Festival il Premio, omaggio al suo fondatore, Rocco Draicchio si rinnova e si propone ai videomakers mettendo in palio un premio di 800,00 euro per colui che meglio interpreterà il nostro festival, il territorio e il suo paesaggio e il patrimonio culturale immateriale del Gargano.
Anche sul fronte culturale il festival della musica popolare non vuole abbassare la guardia proponendo anche quest’anno lezioni/dimostrazioni in cui vengono esplorate di volta in volta le caratteristiche della musica e del ballo e la conoscenza degli strumenti musicali tradizionali del territorio garganico e quindi la pratica del suonare, cantare e ballare insieme. I partecipanti al festival potranno scegliere fra il corso di Ballo proposto dall’etnomusicologo Salvatore Villani (organizzatore di cultura, compositore, cantante e direttore di ensemble musicali, con al suo attivo numerose pubblicazioni, registrazioni e concerti in Italia ed all’estero), il corso di tamburello di Antonio Marotta (collaboratore del M° Roberto De Simone, come cantante, attore e musicista) e il corso sulla chitarra battente di Pio Gravina (musicista, cantante e studioso delle tradizioni di San Giovanni Rotondo e del Gargano).
La Puglia, si sa, è capace di offrire al suo visitatore tanta qualità sotto tanti aspetti differenti, di questi ad oggi solo il patrimonio storico architettonico pugliese ha ottenuto il riconoscimento di patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco con i siti di Monte Sant’Angelo, Andria e Alberobello. Ma la Puglia ha anche grandi ricchezze culturali immateriali.
Con l’etnomusicologo Salvatore Villani faremo il punto della situazione sul dossier in cui è impegnato personalmente per lanciare la candidatura all’Unesco della “Tarantella del Gargano.
Il Carpino Folk Festival è abituato da anni a fare i conti con i grandi numeri e procede senza mostrare segni di invecchiamento dimostrandosi festival longevo grazie alla programmazione e alla costante attenzione posta sia nei confronti della memoria orale di storie, canti e balli e quindi nei confronti dei suonatori e cantatori tradizionali, sia nei confronti dei gruppi di riproposta fedeli che nei confronti degli artisti che si rifanno ai temi o alla musica di tradizione orale.
Anche questa edizione ci sembra che sia riuscita ad abbinare nomi ed etichette emergenti di grande interesse e attualità con alcuni artisti affermati e con i cantori della tradizione.
La Regione Puglia tra gli organizzatori della edizione 2013 del Carpino Folk Festival
“Eccoli i Cantori di Carpino, i custodi della tarantella garganica che si presentano a noi nel cuore del Carpino Folk Festival, il grande evento della estate daunia che si svolge nel magnifico promontorio garganico, tra foresta e mare, tra musica e cibo, tra danza e storia.
Sì, possiamo parlare senz’altro di storia, storia popolare e delle nostre straordinarie tradizioni, che prende corpo nei suoni e nelle danze, nel dialogo tra musiche diverse, e nella gioia collettiva del Festival e delle migliaia di cittadini e di turisti che ne frequentano le splendide serate.
Ogni anno, e questa volta in occasione della 18esima edizione, l’appuntamento di Carpino segna il tempo della grande estate, del dinamico movimento del turismo nazionale e internazionale, della cultura e della musica per tutti”
Regione Puglia
Assessore alla Cultura, Turismo e Mediterraneo
Silvia Godelli
Il Carpino Folk Festival, un simbolo di speranza e di sprone per Istituzioni e mondo dell’imprenditoria
“Il Carpino Folk Festival è una manifestazione che conserva intatte le nobili ragioni per la quale è stata concepita, resistendo alle snaturalizzazioni del tempo figlie del dio denaro e del consumismo. E’ uno dei simboli più autentici del Parco Nazionale del Gargano, con cui condivide sin dai primi passi l’obiettivo di tutelare e promuovere le tradizioni che appartengono e rendono affascinante il nostro territorio.
La musica e la cultura che scandiscono da secoli il ritmo della tarantella dei Cantori di Carpino, devono continuare ad essere la bussola del Gargano, soprattutto in un momento come questo dove i principi della moralità e la difesa della propria identità sono offuscate. La passione e la diffusa partecipazione dei giovani all’organizzazione del Carpino Folk Festival, è un simbolo di speranza e di sprone per Istituzioni e mondo dell’imprenditoria.
Sono oltremodo orgoglioso che per quest’anno si sia scelto un tema etico e sociale per titolare la manifestazione; un luogo ed un momento costruttivo di confronto e riflessione, che serve a porre le basi per uno sviluppo economico, sociale ed occupazionale che faccia perno sul concetto di legalità e di solidarietà. L’equità, la competenza e l’amore per il nostro territorio ci aiuteranno a guardare con serenità il futuro”.
Ente Parco Nazionale del Gargano
Il Presidente
Avv. Stefano Pecorella
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Il GalGargano al Carpino Folk Festival
Dopo la partecipazione con lo stand istituzionale alla Fiera Internazionale del Gusto e del Turismo a Rodi Garganico, proseguono, sul promontorio, le attività di promozione territoriale del Gal Gargano, per valorizzare le produzioni tipiche locali. I prossimi appuntamenti previsti sono: nell’ambito di Festambiente Sud a Monte Sant’Angelo in programma dal 25 al 28 luglio, cui seguirà dall’4 all’10 agosto la partecipazione al Carpino Folk Festival con il progetto col Carpino Food Festival
Un lavoro specifico che il Gal ha pensato utile a dare risalto, nel’ambito di iniziative consolidate presenti su tutto il territorio di riferimento, alle attività ed alle peculiarità delle produzioni e della cultura locale. Una coorganizzazione di eventi, con realtà consolidate e riconosciute a livello nazionale, che punterà la sua attenzione particolare alla tradizione della cultura rurale.
Per il presidente del Galgargano, Francesco Schiavone: collaborare e dare forza – con progetti specifici – a manifestazioni culturali e promozionali consolidate è il modo migliore per fare squadra e favorire anche quell’integrazione tra aree interne e zone costiere che è uno degli obiettivi fissati dal Gal nella sua azione sul territorio”.
Gal Gargano
Presidente
Francesco Schiavone
Torna in agosto il Carpino Folk Festival. Tema dominante della 18.ma edizione “L’Italia è la patria del diritto e del rovescio”.
La frase ironica di Ennio Flaiano per descrivere il carattere nazionale degli italiani sarà il tema dominante dell’edizione 2013 del festival della musica popolare e delle sue contaminazioni: dall’esaltazione dell’astuzia e dalla cura dell’interesse particolare al rispetto della legalità.
Siamo giunti alla XVIII edizione del CFF, la prima per me da Presidente e, nel ringraziare tutta l’Associazione culturale Carpino Folk Festival, che ha voluto riporre in me la sua fiducia, non nascondo tuttavia un pizzico di emozione e, allo stesso tempo, un grande senso di responsabilità nel continuare il lavoro di quanti, Presidente e Direttivo uscente, hanno reso grande questa manifestazione.
Il Carpino Folk Festival, quindi, diventa maggiorenne e, noi dell’Associazione Culturale, sentiamo dentro la stessa euforia e voglia di fare di quei ragazzi che, raggiunta la maggiore età, pensano di acquisire quell’autonomia fondamentale per vivere la vita con un po’ di libertà in più. Ma siamo anche consapevoli che da soli non si va da nessuna parte ed è quindi indispensabile collaborare con tutti gli attori del territorio per raggiungere l’obbiettivo comune che ci sta a cuore: la salvaguardia, la tutela, la promozione e la valorizzazione del patrimonio musicale garganico.
Un obiettivo che quest’anno abbiamo voluto unire con i prodotti tipici della tradizione agricola. Con la prima edizione del Carpino Food Festival – Dalla coltura della natura alla cultura dell’uomo, infatti, oltre a promuovere la nostra tradizione musicale, poniamo la nostra attenzione e quella di tutti i partecipanti al CFF sui prodotti della tradizione agroalimentare iscritti nel “Registro regionale pugliese dei Prodotti di Qualità Puglia”. Con la collaborazione e il sostegno della BCC di San Giovanni Rotondo, dell’Assessorato regionale alle Politiche Agricole, del Gal Gargano, del Parco Nazionale del Gargano e del Comune di Carpino, per tutta la durata della manifestazione musicale saranno allestite delle vetrine espositive con la contestuale degustazione gratuita di tutti i prodotti della nostra terra.
L’Italia è la patria del diritto e del rovescio. “Noi italiani siamo un po’ fatti così”, si sente continuamente dire. Un giustificazionismo morale onnicomprensivo che nega la responsabilità individuale e collettiva.
Parcheggiamo in seconda fila, usiamo il cellulare quando siamo al volante, non rispettiamo le precedenze quando stiamo in fila ad uno sportello, imbrattiamo l’ambiente, ci assentiamo dal lavoro anche se non siamo realmente ammalati, evadiamo le tasse, sofistichiamo gli alimenti, ci facciamo raccomandare, chiediamo e concediamo favori calpestando con noncuranza i diritti altrui.
Da queste considerazioni nasce la convinzione che, per cambiare le cattive abitudini, bisogna intervenire sull’educazione dei nostri ragazzi ed è per questo che nel programma del CFF 2013 abbiamo previsto un concorso riservato ai ragazzi dai 10 ai 15 anni denominato “Coloriamo la legalità”. La scuola, le istituzioni, le organizzazioni culturali debbono avere il compito prioritario di formare cittadini consapevoli, sviluppando il senso civico dei giovani e facendo loro comprendere come solo il rispetto delle regole permette di esercitare la libertà individuale e che soltanto il rispetto della cosa pubblica e dell’interesse generale possono garantirci un’elevata qualità di vita.
Questa azione di sensibilizzazione dei giovani sul tema della legalità proseguirà anche dopo la XVIII edizione del Carpino Folk Festival attraverso progetti da sviluppare insieme all’Istituto Comprensivo di Carpino. Vogliamo contribuire alla riduzione della dispersione scolastica dando il nostro contributo attraverso quello che meglio sappiamo fare: trasmettere alle generazioni future la memoria storica del nostro patrimonio musicale.
Il resto del racconto lo trovate nelle prossime pagine, a me restano gli auguri a tutti di buon Carpino Folk Festival 2013.
di Sergio Torsello
da Anci Rivista, marzo/aprile 2013
La recente “fortuna” delle tradizioni popolari in chiave identitaria ha innescato in numerose comunità locali, in special modo nel Meridione d’Italia, processi virtuosi di valorizzazione dei patrimoni etnografici territoriali. In Puglia la clamorosa risonanza mediatica della scena della pizzica salentina ha talvolta oscurato il dinamismo di altre realtà in cui da più di un decennio si registra una significativa opera di riscoperta del patrimonio musicale di tradizione orale che coinvolge intellettuali, musicisti, amministratori locali. È il caso delle tradizioni musicali di Carpino, piccolo centro agricolo in provincia di Foggia, nel cuore del promontorio del Gargano, “scoperte” dall’etnomusicologia storica sin dagli anni 50 e 60 e oggi oggetto di un vasto ritorno di interesse soprattutto giovanile. A questo prezioso patrimonio musicale (di cui la celebre “tarantella del Gargano” è l’esempio più noto) è dedicato ora un raffinato volume di Salvatore Villani, Le tarantelle del Gargano. I cantori e musici di Carpino (pp.142, euro 25) recentemente edito per i tipi delle Edizioni Nota di Udine. Etnomusicologo, musicista e operatore culturale, Villani convoglia nel testo i risultati di un trentennale lavoro di ricerca e documentazione soffermandosi in maniera sistematica su due particolari forme di canto: il “sunëtte” (sonetto) che si esegue sulle varie forme di tarantella, e la “Canzone” (canzone) un canto a distesa accompagnato dalla chitarra battente, lo strumento principe dell’area in esame. In un percorso metodologicamente ineccepibile, Villani ricostruisce gli scenari performativi, le forme e le articolazioni del testo verbale, le pratiche musicali e gli aspetti organologici, le figure di esecutori e quelle dei costruttori di strumenti, offrendo al lettore un compendio non del tutto esaustivo ma largamente attendibile di forme e generi della musica tradizionale dell’area. Canti d’amore e di sdegno, soprattutto, ma anche tarantelle e canti narrativi, testimoniano l’unicità di repertori strettamente legati ad un mondo agropastorale ormai quasi del tutto estinto, a spiccata vocazione conservativa, ma non per questo privo di echi ed influssi che rimandano ad una più ampia civiltà musicale euromediterranea. Al volume sono allegati due Cd che raccolgono 40 documenti sonori registrati tra il ‘54 e il 2011 da Alan Lomax, Diego Carpitella, Roberto Leydi, Gabriele Leggieri e Giovanni Canistro e dallo stesso Villani che restituiscono tutto il fascino “poetico” e insieme il “furore panico”, come disse Leydi, che emana dalla tarantella del Gargano e dai suoi leggendari interpreti: Andrea Sacco, Antonio Piccininno, Antonio Maccarone, per citare solo i più noti. Un libro per certi versi esemplare perché oltretutto dimostra, semmai ce ne fosse ancora bisogno, come la conoscenza,la documentazione e la divulgazione dei risultati delle ricerche siano il presupposto fondamentale per ogni iniziativa di tutela e valorizzazione del folklore musicale.
Grazie all’iniziativa di Lino Bramante e alla collaborazione di una vivace comunità online, con Pietro Menonna tra i più attivi, nasce un progetto unico: un vocabolario del dialetto carpinese, generosamente donato a tutti gli abitanti di Carpino e a chiunque voglia preservare e arricchire questo patrimonio linguistico.
Un progetto per il futuro del dialetto
La lingua carpinese, parlata a Carpino, piccolo borgo garganico in provincia di Foggia, è una varietà linguistica ricca e complessa, che affonda le sue radici nella tradizione neolatina. Situato tra il lago di Varano e il mare, questo paese di circa 4.500 abitanti ha mantenuto vivo il proprio dialetto grazie alla trasmissione orale e al legame con le generazioni passate.
Il lavoro di Bramante, tuttavia, non si propone come una versione definitiva del dialetto, bensì come una base per ulteriori ricerche e contributi. Ogni parola, frase e registrazione è il frutto di un’indagine amatoriale, che include testi vernacolari e dialoghi con anziani e puristi della lingua carpinese.
Un dialetto in evoluzione
Come accade per molte lingue minoritarie, anche il dialetto carpinese sta subendo l’influenza dell’italiano standard, dei mass media e della globalizzazione. Molti termini tradizionali sono stati sostituiti o modificati nel corso del tempo:
Cugino: da cunzuprin a cugin
Sposarsi: da nzurarc’ a spusarc’
Farmacia: da spziarij a farmacij
Macelleria: da uicciarij a macellerij
Questa trasformazione non è solo lessicale, ma anche fonetica e semantica, differenziando il carpinese dagli altri dialetti garganici, come quelli di Cagnano, Ischitella o Rodi.
Un’opera in divenire
La caratteristica principale di questo vocabolario è la sua apertura alla comunità: chiunque può consultarlo, ampliarlo e condividerlo. Come sottolinea Gino Giordano nella premessa, l’obiettivo non è creare un prodotto finito, ma fornire uno strumento di conservazione e diletto.
Il dizionario è arricchito da registrazioni audio che aiutano nella pronuncia e nella comprensione delle parole, un aspetto fondamentale per chi desidera apprendere il dialetto, dato che la sua trasmissione autentica avviene solo vivendo a Carpino o imparandolo da chi lo parla correntemente.
Come accedere al vocabolario
Il vocabolario carpinese è disponibile gratuitamente per il download. Chiunque è invitato a leggerlo, condividerlo e ripubblicarlo su altri siti, per contribuire alla salvaguardia di questa preziosa eredità linguistica.
Con questo progetto, Bramante e i suoi collaboratori non solo omaggiano le generazioni passate, ma offrono uno strumento per le future, affinché il dialetto carpinese continui a vivere e a raccontare la storia di una comunità.
Ne potrete prendere una copia e propagarla e anche ripubblicarla su altri siti: it’s free, gratis. (Download il Dizionario Carpinese – la Grammatica Carpinese).
Il web raccoglie storie di migranti da tutto il mondo
«That’s me when I was a girl… in a grande park, we went dove c’erano gli alberi… Questa è n’al – tra cosa… quando was engaged, fidanzata…» Le immagini color seppia risalgono al 1947. Scorrono sul video. Una giovane donna al parco, una festa di fidanzamento. Il matrimonio. Il Bronx, New York. La voce è quella di Rosa Giordano, nata in America da genitori di Carpino. È lei la protagonista di quel filmino quasi dimenticato. E alzi la mano chi non ha, in famiglia, uno zio d’America, un cugino che non parli quella lingua ibrida, a metà fra un dialetto dimenticato anche in patria tanto che è vecchio, e un nuovo idioma. Inglese, americano, spagnolo o portoghese.
Ai migranti pugliesi in tutto il mondo e alle nuove vite che hanno costruito è dedicato il progetto «Life of Apulian Migrants», realizzato dall’associazione foggiana MamApulia e che è stato presentato sabato sera
a Foggia, nella sede del Foto Cine Club in occasione dell’inaugurazione della mostra fotografica sull’emigrazione pugliese intitolata «I tre colori dell’emigrazione» (aperta fino all’8 maggio). Un progetto finalizzato al recupero dei filmati di famiglia e delle fotografie degli emigrati pugliesi attraverso il portale http://www.lifeofapulianmigrants.org.
«Video, foto, ma non solo», spiega Mirko Notarangelo, uno dei referenti dell’associazione MamApulia presente alla serata insieme a Gabriella Roselli. «Cerchiamo ogni testimonianza, anche semplici registrazioni audio, interviste, documenti ed ogni altra testimonianza che ci possa essere utile a capire
eraccontare come gli emigranti pugliesi si siano integrati in un nuovo Paese». È sempre più difficile trovare materiali video e fotografici d’epoca. Spesso giacciono dimenticati in fondo a vecchie valige, in soffitte o cantine. C’è il rischio che possano finire nella spazzatura, una volta venuti a mancare i diretti protagonisti. Anche se sempre più diffuso è fra i giovani di origine italiana il senso di appartenenza, coltivato dalla associazioni di italiani nel mondo. «Ci sono giunti persino filmati in formato Super 8, o videocassette. Il nostro impegno è quello di digitalizzarli, e poi di rispedirli al mittente».
L’associazione è no profit, si sostiene con il lavoro volontario dei soci ed è aperta a donazione e sponsorizzazioni. «È un doppio scopo quello che l’associazione si propone – aggiunge Gabriella Roselli -.
Il primo, quello evidente, consiste nel recupero e conservazione della memoria storica di chi ha abbandonato la terra natìa per cercare fortuna altrove. Il secondo scopo è quello di creare un legame con le seconde, terze e quarte generazioni, i figli e i nipoti degli emigranti. Sono loro, i giovani, i più tecnologici, coloro che più facilmente hanno accesso al web e potrebbero aderire al nostro progetto, caricando sul portale i materiali di famiglia. Così facendo potrebbero scoprire storie che non conoscono, e stabilire un legame con la loro terra d’orgine». [ste. lab.]
Nato in una famiglia di cantori e musicisti, Andrea crebbe immerso nella musica tradizionale. Gli zii e il fratello Rocco Antonio gli trasmisero il sapere antico, ma fu il suo straordinario talento a trasformarlo in un cantore unico. La sua vita di contadino venne interrotta dalla chiamata al fronte durante la Guerra d’Etiopia, un evento che segnò profondamente la sua esistenza. Prigioniero per 13 anni, Andrea subìì la lontananza dalla sua terra e dalla moglie, un periodo che tuttavia rafforzò la sua determinazione a preservare e condividere la cultura del Gargano.
Al suo ritorno a Carpino, Andrea divenne messo comunale, ma il suo cuore rimase fedele alla musica. La sua memoria prodigiosa gli permise di custodire centinaia di sonetti tradizionali, tra cui il celebre Accomë j’eia fa’ p’ama ’sta donnë, noto anche come Tarantella del Gargano. Questo brano, diffuso a livello internazionale grazie alla Nuova Compagnia di Canto Popolare, rappresenta uno dei massimi esempi della tradizione musicale carpinese.
La figura di Andrea Sacco ha attirato l’interesse di numerosi studiosi, tra cui Roberto Leydi e Diego Carpitella, che nel 1966 documentarono il suo talento per il disco Folklore Musicale Italiano, vol.3. Negli anni successivi, anche Roberto De Simone e il gruppo Musicanova, composto da artisti come Eugenio Bennato e Teresa De Sio, si recarono a Carpino per registrare le sue interpretazioni. La sua abilità nel suonare la chitarra battente e nel reinterpretare antichi canti lo rese un punto di riferimento per gli studiosi e gli appassionati di musica popolare.
Andrea Sacco non fu solo un musicista, ma un narratore di emozioni. Le sue serenate, come Donna che stai affacciata alla finestra (“Garofano d’ammore”), erano il riflesso di una vita dedicata all’amore per la musica e per la sua comunità. Nel film Chi ruba donne di Maurizio Sciarra, Andrea raccontò con ironia e saggezza i momenti più significativi della sua carriera, lasciando un messaggio indelebile: “Io non morirò mai, perché chi canta non muore mai”.
Fino alla fine dei suoi giorni, Andrea continuò a essere il custode di una tradizione che rischiava di perdersi. Con la sua musica, ha dato voce a un’intera generazione e ha ispirato artisti e ricercatori a mantenere vivo il patrimonio culturale del Gargano. Il suo lascito non è solo nelle registrazioni o nei libri, ma nei cuori di chiunque abbia avuto il privilegio di ascoltare il suo canto.
Andrea Sacco non è solo una figura della tradizione musicale, ma un simbolo di resilienza e amore per la propria terra. Attraverso le sue melodie, continua a raccontare la storia di Carpino e del Gargano, dimostrando che la musica popolare è un patrimonio che unisce passato, presente e futuro. La sua voce riecheggia ancora oggi, un canto eterno che celebra la vita e la bellezza della cultura popolare italiana.
Nato a Carpino nel 1920, Antonio Maccarone è stato un uomo che ha trasformato un’esistenza segnata da tragedie e sacrifici in un monumento vivente alla cultura popolare del Gargano. La sua vita è un intreccio straordinario di resilienza, passione e dedizione alla musica, un filo conduttore che lo ha accompagnato dalla giovinezza fino agli ultimi anni trascorsi nella sua casa di campagna, alla periferia del suo amato paese natale.
Un Guardiano della Tradizione
Maccarone è stato un custode delle melodie e dei canti tradizionali carpinesi, appresi direttamente da maestri della tradizione come Pasquale Di Viesti, originario di Rodi Garganico. Le sue interpretazioni, accompagnate dall’inseparabile chitarra francese, erano un ponte tra il passato e il presente, un richiamo potente a un mondo che rischia di essere dimenticato.
Sul palco della XI edizione del Carpino Folk Festival, Maccarone lanciò un accorato appello ai giovani: “Riproporre i nostri canti, sì, ma senza inficiarli con strumenti moderni che nulla hanno a che vedere con la nostra tradizione secolare”. Quella sera, il pubblico lo applaudì non solo per la sua arte, ma per il suo spirito autentico, capace di trasmettere l’anima di un intero territorio.
Una Vita di Sacrifici e Riscatti
La vita di Maccarone non è stata priva di sofferenze. Reso cieco da un errore medico, era già sopravvissuto alla perdita della moglie Maddalena e dei suoi due nipoti. Durante la Seconda Guerra Mondiale, perse l’udito a un orecchio a causa di un bombardamento americano a Taranto, incidente che gli valse una pensione di guerra. Nonostante tutto, affrontò ogni sfida con una forza d’animo straordinaria.
Dopo la guerra, intraprese diversi mestieri, tra cui quello di vigile campestre a Carpino. Nel 1961, con Maddalena, emigrò a Milano in cerca di un futuro migliore. Qui riuscì a costruirsi una vita agiata, dedicandosi all’importazione di prodotti pugliesi e ottenendo nel 1968 il prestigioso “Leone d’Oro per il commercio”.
L’Incontro con i Giganti della Tradizione
A Milano, Maccarone ebbe l’opportunità di incontrare Andrea Sacco e partecipò al celebre concerto organizzato da Roberto Leydi e Diego Carpitella, pilastri della ricerca etnomusicale italiana. Questi incontri segnarono profondamente il suo percorso, rafforzando il legame con le sue radici musicali.
Il Ritorno alle Origini
Nel 1986, Maccarone tornò definitivamente a Carpino, dove trovò nella musica un rifugio e una missione. Con la sua voce e la sua chitarra, divenne un protagonista indiscusso del Carpino Folk Festival, conquistando il pubblico con la sua capacità di instaurare un dialogo diretto e appassionato. Era un cantore che viveva la musica non come spettacolo, ma come testimonianza viva di un’eredità collettiva.
Un’Eredità Immortale
Nel 1998, l’arrivo di Giovanna Marini sul Gargano confermò l’importanza del lavoro di Maccarone nel preservare la tradizione musicale locale. Egli divenne un punto di riferimento per tutti coloro che cercavano di comprendere e perpetuare l’autentico spirito dei canti popolari carpinesi.
Maccarone non era solo un musicista, ma un simbolo. Con la sua chitarra, trasformava ogni performance in un viaggio attraverso la storia e l’identità del Gargano. La sua comunità, che inizialmente lo sottopose al severo giudizio della tradizione, lo accolse infine come uno dei suoi rappresentanti più illustri.
Conclusione
La storia di Maccarone è un esempio di come le radici possano diventare ali. La sua vita, pur segnata dalle avversità, è stata un canto d’amore per Carpino e per la sua tradizione musicale. E anche oggi, nel ricordo di chi lo ha conosciuto e nelle note dei suoi canti, la sua voce continua a risuonare, un richiamo immortale che invita a non dimenticare le proprie origini.
Culture Sector
Division for Cultural Expressions and Heritage
Associazione Culturale Carpino Folk Festival
Via Mazzini 88
71010 Carpino (FG)
ITALY
7 March 2013
Oggetto: Accreditamento per la fornitura di servizi di consulenza al Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale
Gentile Signore / a,
Del 2003 la Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale attribuisce grande importanza al ruolo delle organizzazioni non governative. Quelli con riconosciuta competenza nei vari settori del patrimonio culturale immateriale possono essere accreditati, secondo i criteri e le procedure di cui ai paragrafi 91-99 delle Direttive Operative, per fornire servizi di consulenza al Comitato Intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, responsabile per l’attuazione della Convenzione a livello internazionale.
Ho il piacere di informarvi che l’Assemblea Generale degli Stati parte della Convenzione, nel corso della sua quarta sessione a Parigi, 4-8 giugno 2012, ha accreditato la vostro organizzazione insieme ad altre 58 nuove organizzazioni non governative per fornire tali servizi di consulenza. Mi scuso per la tardiva comunicazione.
Secondo il punto 26 delle Direttive Operative, le accreditate organizzazioni non governative possono essere selezionate dal Comitato come membri del Corpo consultivo incaricato di esaminare le candidature alla lista del patrimonio culturale immateriale che necessita di essere urgentemente salvaguardato e di esaminare le richieste di assistenza internazionale superiore a US $ 25,000.
Ai sensi dell’articolo 6 del Regolamento di procedura del Comitato, qualsiasi ONG accreditata può partecipare alle riunioni del Comitato con funzioni consultive. Alla sua quarta sessione, l’Assemblea Generale ha anche dedicato una certa percentuale del Fondo Patrimonio Culturale Immateriale per la partecipazione alle sedute del Comitato di esperti sul patrimonio culturale immateriale che rappresenta ONG accreditate provenienti dai paesi in via di sviluppo. Quando invieremo gli inviti alla ottava sessione del Comitato (4 a 8 dicembre 2013, Baku, Azerbaijan) vi segnaleremo gli ulteriori dettagli su questa opportunità.
Lo status di organizzazione presso la commissione non consente alle ONG di utilizzare l’emblema della Convenzione, né quello dell’UNESCO, senza essere specificatamente autorizzati in anticipo e per iscritto, ai sensi delle disposizioni di cui ai paragrafi 124-150 delle direttive operative. Inoltre, questo stato non conferisce l’ONG il diritto di rappresentare se stesso nei rapporti formali o di consultazione con l’UNESCO, che sono soggetti a norme e procedure specifiche.
A norma del paragrafo 94 delle Direttive Operative il Comitato esamina il contributo e l’impegno dell’organizzazione di consulenza, e le sue relazioni con essa, ogni quattro anni dopo l’accreditamento, tenendo conto del punto di vista del Organizzazione Non Governativa in questione. Pertanto, la prima verifica sulla vostra organizzazione sarà condotta nel 2016. Vi incoraggio quindi a informarci regolarmente delle vostre attività nel settore del patrimonio culturale immateriale.
Complimenti sinceri per l’accreditamento della vostra ONG, e grazie per il vostro interesse per la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale.
Cordiali saluti,
Cécile Duvelle
Secretary, Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage
Chief, Intangible Cultural Heritage Section
Il villaggio dove i contadini furono più bravi degli urbanisti
A Carpino Roger Vailland ha voluto girare il suo romanzo La legge, ridotto in film – Lo scrittore, che frequenta le spiagge garganiche, fu attratto dall’inconsueta scenografia, da questo singolare gruppo di case a dadi policromi sovrapposti, con terrazze e altana – Un veccio racconta l’avventura cinematografica che scolvolse l’assonnata quiete estiva del paese – Gina Lollobrigida e gli stivali dell’attore Pierre Brasseur
Foresta Umbra, 1 settembre 1959. La grande foresta incomincia dagli ultimi contrafforti del Gargano e chi sale da Vico se la trova dinanzi improvvisa, come un alto muro verde oltre il quale sembra impossibile procedere. Si vorrebbe che cosi fosse, per il piacere di sorprendere e violentare questa esistenza arborea rimasta immutata nei secoli, ma la strada asfaltata s’avventa con spavalda sicurezza a facilitare il cammino nell’ombroso segreto del bosco. Tuttavia, anche ferita dalla lucida strada, la Foresta Umbra ha conservato quasi intatto il fascino di recesso misterioso, le automobili che la solcano sono poche, e scarsi i clienti che sostano nel piccolo albergo-rifugio costruito in una radura erbosa. Tra i molti itinerari italiani, quello del Gargano è, forse, il più suggestivo, ma a scoprirlo sono stati gli stranieri i quali, pur essendo in numero esiguo, costituiscono ancora una maggioranza fra i turisti che compiono il periplo dello Sperone d’Italia. Ero partito da San Severo nel tardo mattino, ma il traffico era scarso sulla bella strada che srotola i suoi chilometri costeggiando i laghi di Lesina e Varano, divisi dall’Adriatico più dallo svariante azzurro delle acque che non dai fragili istmi. Il sole era già rovente e tra le stoppie si scatenava la follia canicolare delle cicale. In cima ai colli, aridi ulivi rilucevano come d’alluminio. Fatta una breve deviazione, sostai a Carpino attratto dalla inconsueta architettura del villaggio che dalla provinciale appare come un bizzarro gioco di dadi policromi sovrapposti. Ma salendo il colle in cima al quale Carpino è arroccato, le prospettive si definiscono ed i cubi azzurri, gialli, bianchi diventano case tutte quadrate ed uguali, con terrazze e altane che si rincorrono in un’aerea, ininterrotta scalinata verso il cielo. Camminavo lungo ripide stradine, sovrastate da cascate di gerani che traboccavano dalle terrazze, dai davanzali, dai panciuti, spagnoleschi balconi in ferro battuto, ignaro di avventurarmi fra scenografie che hanno fatto il’giro del mondo col film “La legge”. Un vecchio che passava il tempo a cacciar mosche seduto in un angolo d’ombra della piazzetta, mi raccontò ogni dettaglio dell’avventura cinematografica che l’anno scorso sconvolse l’assonnata quiete estiva di Carpino. Egli sapeva tutto di Gina Lollobrigida, e si dilungò sui dissidi fra la ex Bersagliera e l’attore francese Pierre Brasseur, al quale l’attrice non voleva togliere gli stivali come esigeva il copione considerando il gesto una diminuzione artistica. Brasseur chiamava la Lollo “ attrice di miei stivali” e provocava scene che Yves Montand ed il regista Jules Dassin faticavano a placare. “Alla fine ci hanno truffati tutti – disse il vecchio afferrando a volo una mosca- ci davano mille lire al giorno per fare le comparse, mentre la tariffa sindacale è di cinque mila lire”. Intorno s’era formato un gruppo di curiosi che ascoltavano ed approvavano le parole del vecchio. Erano stati tutti comparse, ed erano andati a vedersi quando il film era stato proiettato a Carpino, ma questo non li aveva consolati del denaro perduto, la gloriola cinematografica gli era costata troppo cara. Un giovanotto, dall’aria vissuta, il proprietario del « Bar Vittoria» dove mi ero fermato per bere un caffè mi spiegò poi che Roger Vailland, l’autore del romanzo “La legge”, trascorre ogni anno le vacanze sulle spiagge garganiche, e che Carpino gli era piaciuto per l’architettura cubista e lo stile unitario che sembra elaborato da un solo urbanista, non dal libero estro di molti contadini, ed aveva preteso che il suo soggetto fosse realizzato in quella cornice. Anche in questo caso è stato uno straniero a giungere in avanscoperta e se oggi si arriva agevolmente a Carpino lo si deve in buona parte a Roger Vailland, la strada di raccordo è stata allargata ed asfaltata per facilitare i viaggi ai suoi cinematografari. Lungo tutto l’arco dello sperone, la presenza degli stranieri è costante, le poche automobili che si incrociano hanno targhe svizzere, francesi, tedesche e inglesi, nei piccoli alberghi risuonano molte favelle, pochissimo l’italiana. Per una inesplicabile deformazione del gusto, i villeggianti nostrani aborrono dai luoghi poco frequentati, quasi temono la solitudine ed il prolungato colloquio con una natura che nemmeno il progresso tecnico è riuscito ad alterare sensibilmente. Da Carpino a Rodi Garganico il tragitto è breve, la strada a mezza costa è come una lunga balaustra sospesa tra il giallo delle stoppie crepitanti sotto il sole ed il refrigerio azzurro dell’Adriatico. A San Menaio, piccola insenatura chiusa fra verdi pini e lucidi strapiombi, il nero basalto, la strada incomincia a salire, ai campi di stoppie si alternano gli uliveti, alberi di fico immensi allargano l’ombrello delle foglie metalliche tra cui pendono i frutti morati che trasudano dolcissimo umore. Poi la vegetazione cede alla roccia irta di ciuffi di lentischio. Con affilati falcetti, gruppi di uomini tagliavano gli arbusti che ammucchiavano ai margini della strada prima di caricarli sui camion in attesa. Intorno, l’aria era greve di odore amaro. Domandai ad un uomo a che servisse quella ruvida messe. « Per i morti, rispose, si fa il traliccio delle corone funebri». Quella evocazione della morte sotto il sole alto e spietato non aveva nulla di tetro, entrava nel ciclo delle attività umane non diversamente dal mietere grano e intridere il pane. La serena compostezza che la gente del Gargano rivela dinanzi ad ogni manifestazione naturale gli deriva, penso, dalla dura esistenza che conducono sull’arido altopiano spazzato dal vento e dalla presenza incombente della grande foresta che domina sull’acrocoro come un gran tempio arboreo destinato ai riti per misteriose divinità antropomorfiche. Superato Vico Garganico, la strada continua fra rocce arroventate e magre siepi di rovi. Di lassù, l’occhio spazia sul panorama vasto e mutevole, fino a Peschici tutto d’oro nella luce meridiana, fino alla visione azzurra delle Isole Trèmiti. Non annunciata dall’infittirsi della sterpaglia, la Foresta Umbra si erge improvvisa ad una svolta della strada come una verde barriera. Si subisce un urto passando dal gran sole all’ombra umida del bosco e per prolungare il refrigerio si procede lentamente sotto le arcate di verdura che faggi secolari intessono fino ad altezze vertiginose. La luce piove filtrata dal fogliame fitto, si attenua a poco a poco fino a spegnersi nel sottobosco, tra le felci alte come un uomo, dove l’ombra è folta, indicibile. Quando la trama delle fronde si dirada, i raggi del sole penetrano come sciabolate fra i tronchi immensi, simili ai fasci luminosi nelle navate ombrose delle cattedrali. Si avanza per chilometri e chilometri in una luce rarefatta, nel silenzio lievitante del bosco, ascoltando il mormorio di polle d’acqua che gorgogliano a fior di terra tra felci e ligustri, alzando gli occhi richiamati dallo svolare degli uccelli che lanciano acuti richiami da fronda a fronda. La Foresta Umbra, la più vasta d’Italia, sta come un umido cuore verde nel giro di arsura del Tavoliere delle Puglie. Per miracolo si è salvata dalla furia, nostra e altrui, di distruggitori di boschi, ma non è riuscita a difendere la sua fauna. Pochi daini e caprioli errano sperduti nell’immenso regno arboreo a ricordare i tempi in cui, a branchi, correvano le piste subito cancellate tra le felci alte. Un guardacaccia incontrato lungo la strada mi ha raccontato di ecatombi fatte nella foresta dalle truppe alleate durante la guerra. « Arrivavano con camion e rimorchio – diceva l’uomo tenendo il fucile imbracciato, sempre a difesa – e per tutto il giorno il bosco risuonava di spari. Non c’era scampo per daini e caprioli, la sera gli autocarri ripartivano per Foggia e San Severo col loro carico sanguinante». Ora, delle timide bestiole è rimasto qualche esemplare su cui i guardacaccia vigilano come su figli proprii, il trasalire improvviso tra le felci del sottobosco è certo provocato da un daino curioso che ci osserva diffidente dal suo nascondiglio. Quando ripartii dal piccolo albergo-rifugio annottava, ma era una notte chiara, trasparente, come se il giorno non volesse morire su quella immensa cupola verde. Era sorta la luna, grande e luminosa, ma fredda e remota fra la trama fitta delle fronde. La foresta si rinserrò, gli uccelli già dormivano nei loro nidi di frasche, daini e caprioli sognavano i pascoli verdi nel fondo dei loro covili tra le foglie. Sulla foresta, il plenilunio aveva riverberi magici, alberi e luce avevano ripreso il loro eterno colloquio notturno, in un linguaggio che noi non comprendiamo più.
Francesco Rosso
Pagina 3 (02.09.1959) LaStampa – numero 208
Il testo non è nuovo, già Teresa Maria Rauzino lo aveva ritrovato l’anno scorso.
La novità è il ritrovamento della pagina del giornale.
Per gli interessati la copia della pagina del giornale è presso l’associazione culturale carpino folk festival.