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Carpino/ Addio a Michele Di Perna

di Mimmo Delle Fave
Pochi giorni fa, all’età di 86 anni, in un mesto mattino autunnale e deceduto Michele Di Perna. Forse è tra quelle persone di Carpino, in assoluto, che ha scritto più poesie (in lingua ed in vernacolo). Lo si può definire l’autodidatta per eccellenza. Al conseguimento del 5° Ginnasio, frequentato a Foggia dove viveva con la sua famiglia, dovette precipitosamente rientrare in via definitiva a Carpino. Foggia infatti era diventata un terribile teatro di guerra (quella del 1940-45) ed era oggetto di frequenti bombardamenti , ormai noti nella Storia. Nel 1947, a 20 anni, con l’Italia ormai liberata dal nazi-fascismo, Michele Di Perna assolve agli obblighi militari di leva nell’Esercito Italiano terminato il quale rientra a Carpino dove inizia a svolgere attività lavorativa. Prima come segretario nella locale Cooperativa di Pescatori, poi – agli inizi degli anni ’60 – come segretario presso la Scuola Media Statale appena istituita con la nuova riforma. Nel frattempo si sposa, ha tre figli: due femmine ed un maschio. Ed eccolo il Michele Di Perna che tanti cittadini di Carpino ricordano di più: dopo l’esperienza alla Scuola Media viene assunto alle dipendenze del Comune di Carpino prima presso l’Ufficio Anagrafe-Stato Civile e successivamente, in via definitiva, passa alla Segreteria comunale alle dirette dipendenze, quale persona altamente competente ed affidabile, dei tanti Sindaci, Commissari Prefettizi e Segretari Comunali che lo hanno conosciuto ed avuto accanto. Tra le sue attività, per così dire culturali e di hobby, oltre ad aver composto numerose poesie ricordiamo che Michele Di Perna fu anche, per qualche tempo, Corrispondente da Carpino per il Quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno”. In due delle sue poesie-testamento, come possono essere definite e di cui una viene riportata qui in calce integralmente, Michele Di Perna, alla sua morte, avrebbe desiderato essere sepolto “Nel bosco, nei campi dei miei avi, dove voglio morire abbracciato alla terra nera come se fossi seduto sulle ginocchia della mamma mia” (A’ Vicchiaia), oppure “In cim’ a mont’ Frnon’ (dal titolo omonimo). Oltre alle due poesie citate ne ricordiamo quì i titoli di alcune altre molto significative: la serie dedicata ai mestieri di una volta, oggi quasi del tutto scomparsi, “Muntagn fatat’”, “Cant’ nu’ gridd’”, “Natal”, “Fatt luver”, “Canto la donna” (quest’ultima composta in Lingua).
A VICCHIAIA
(1° Premio al Concorso di Poesia “Giuseppe d’Addetta “- Carpino 1986 – Sezione in Vernacolo. Nella stessa edizione un altro carpinese, Matteo Cerrone, si aggiudicò il 1° Premio in Lingua con la poesia “Notte d’Estate”).
Chia mai c’ po’ rcurda’ d’ me mo che so’ fatt’ vecch’, pass’ la vit’ n’nt la strad tutt’ li jurn ‘assttat.
Migghieram’ je’ mort da nu munn d’ann’, figghim’ vann’ semp fuienn e addov’ stann fann’ li dsprat’.
Maramè, chi m’adda cunfurtà mò che song d’vntat minghiaril!
Li cunpagn’ mija che stann a quidd’ munn sapevn’ quant’ jiev’ fatgator’: lu megghijo d’ li mtitor’, lu chiù furzant d’ tutt’.
Quann’ stev’ sop’ li vuliv’ cantav’ p’ na voc d’ pett tanta sunett paisan’; vulev ben’ pur alli pret’ d’ la via
Tat’ jiev pacion’ e cunpagnon’.
Mo’ che nun val’ chiù nent’ avit’ cumpassion’ bon’ vucin: purtatm’ ‘a la terr’ d’ lu tatt’ mij, a lu vosch,
addà jiè campà cuntent tutt’ la vit’ e addov’ voij murì abbrazzat’ alla terra ner’, com’ se stess ‘nzin a mamma mia.

Traduzione: LA VECCHIAIA – Chi mai può ricordarsi di me ora che sono vecchio, passo la vita nella strada tutti i giorni seduto. / Mia moglie è morta da molti anni, i miei figli vanno sempre correndo e dove vivono fanno i disperati. / Povero me, chi mi conforterà ora che sono diventato inutile. / I miei amici che sono già morti sapevano quanto fossi lavoratore: il migliore tra i mietitori, il più forte di tutti. / Quando ero sopra gli alberi di ulivo cantavo con una voce possente tanti sonetti paesani; volevo bene anche alle pietre della strada tanto ero buono e di compagnia. / Ora che non valgo più nulla abbiate compassione, voi buoni vicini:
portatemi alla terra del padre mio, nel bosco, là vivrò contento per il resto della mia vita e lì desidero morire abbracciato alla terra nera, come se fossi seduto sulle ginocchia della mamma mia.

Il riscatto pugliese è nato anche da qui

Ora la regione deve far maturare la sua primavera
La Puglia ha saputo porsi negli ultimi 20 anni come un territorio in controtendenza rispetto al resto del Meridione. Ma occorre che si interroghi su cosa farà da grande
Per capire le molte sfumature della Puglia contemporanea bisogna andare con la mente al 1991, anno-spartiacque che segna il collasso del vecchio sistema e l’inizio di qualcosa di nuovo. Come ha scritto Franco Cassano in un libretto pubblicato una quindicina di anni fa, Mal di Levante, è intorno a due eventi avvenuti in quell’anno fatidico a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, lo sbarco dei ventimila albanesi nel porto di Bari in agosto e il rogo del teatro Petruzzelli in ottobre, che si dipana il rapporto dell’Italia sud-orientale con la post-modernità. Ed è interessante notare come alcune opere recenti si interroghino ancora su quegli accadimenti cruciali, a oltre vent’anni di distanza. Nel cinema, Daniele Vicari con «La nave dolce» e Roland Sejko con «Anija (La nave») hanno raccontato l’approdo della Vlora e il successivo trasferimento di quella ingente massa umana all’interno dello Stadio della Vittoria. Più in generale, i due film hanno raccontato il tracollo del regime stalinista albanese e il successivo irrompere dei boat people nel nostro immaginario collettivo. Tale evento, come più volte ricordato, segna la caduta del Muro di Berlino nell’Europa meridionale, un evento dalla portata geopolitica che non può essere ridotto al solo fenomeno migratorio verso le nostre coste, benché esso sia una delle conseguenze più visibili.

In letteratura, l’ultimo romanzo di Antonella Lattanzi, Prima che tu mi tradisca (appena edito da Einaudi), parte proprio dal rogo del Petruzzelli, da quello che Cassano indicava come «il segno di una crisi dura, innegabile, profonda delle classi dirigenti della città», per scandagliare la vita di due adolescenti che crescono «dopo» quei fatti.

Ci si interroga ancora sui due Eventi, benché nel ventennio successivo la Puglia sia molto mutata, perché tale mutazione — come testimoniato anche da altre opere non solo appartenenti al campo cinematografico e letterario — in un certo senso ha a che fare con essi. Se negli ultimi anni si è spesso parlato di rinascimento pugliese, lo si deve ad alcuni fattori di cui quegli eventi e le loro conseguenze (innanzitutto, una nuova presa di coscienza) possono essere percepiti come punte dell’iceberg. Caduto il Muro, la Puglia è tornata a essere una porta conficcata nell’Adriatico. Da periferia della periferia dell’Impero occidentale, è ridiventata crocevia tra Est e Ovest. Il meglio della cosiddetta «primavera pugliese», non solo nel campo delle arti, è riuscita a cogliere tale apertura verso oriente. Soprattutto ha compreso che l’Adriatico può essere uno dei mari- chiave dell’Europa. Quanto al rogo, molte delle migliori energie successivamente liberate a Bari (e non solo a Bari) sono nate dalla constatazione che il territorio regionale andava liberato dalle pulsioni autodistruttive.

Cosa rimane oggi di questa energia che ha reso la Puglia innegabilmente cool agli occhi dei non pugliesi, e che ha fatto parlare di riscatto di questa parte di Sud, proprio nel momento in cui Napoli, Palermo e più in generale il Meridione tirrenico parevano annaspare e avvitarsi su se stessi?

A prima vista tanto. Tuttavia credo che la «primavera pugliese» debba interrogarsi su cosa farà da grande. Essa ha in parte influito, a suo tempo, sul nuovo corso politico tracciato dal successo di Nichi Vendola alle elezioni regionali nel 2005; e in parte è stata sostenuta — non certo diretta — da alcune misure prese dal governo regionale, specie nell’ambito delle politiche giovanili e culturali. Più in generale c’è stato un rapporto dialettico tra le due cose, non univoco, anche se esso non può certo spiegare da solo l’enigma della «primavera». Oggi si è davanti a un bivio e, per evitare che nei prossimi anni quanto di buono è stato seminato o creato o vi è nato spontaneamente possa andare disperso, occorrerà tenere a mente alcune cose.

La prima è che le primavere non sono eterne. Per evitare i grigi autunni e i rigidi inverni, bisognerebbe irrobustire gli spazi di autonomia e porsi — come dicevo — il problema della maturità. Dopo l’innegabile rottura, il decisivo primo passo, vanno create le condizioni perché i passi successivi, più complessi, non siano ostacolati.

La seconda è che la crisi economica che colpisce l’intero Mezzogiorno (come riportato ad esempio dagli ultimi due Rapporti dello Svimez) interessa anche la Puglia. Gli indici di disoccupazione giovanile e di desertificazione produttiva sono notevoli. Decine di migliaia di ragazzi vanno fuori in cerca di lavoro e non tornano più.

Dagli anni novanta in poi, spesso quando si è parlato dei Sud (al plurale) si è adottata la metafora della pelle di leopardo. Il Sud non è tutto uguale, si diceva: accanto al solito degrado, al solito sconquasso, vi sono aree di eccellenza, aree che si sottraggono al pantano. Molte di queste aree erano pugliesi. In parte lo sono ancora oggi; però andrebbe capito che, di fronte a una crisi dura come quella che si sta attraversando, le oasi si stanno indebolendo. In assenza di un progetto di lungo periodo (che dia sostegno, ad esempio, alle imprese innovative, ai distretti virtuosi), sono aggredite dall’avanzare del deserto.

Di questo sguardo di lungo periodo ha bisogno, ad esempio, anche la crisi pugliese più nota: quella della città di Taranto. Non è solo una crisi industrial- ambientale, quella jonica. È una crisi di sistema che affonda le sue radici nell’ultimo trentennio. In un celebre reportage apparso sul Corriere nel 1979, Walter Tobagi colse perfettamente i nodi irrisolti dello sviluppo industriale nel Sud, il rischio che le «cattedrali nel deserto» (dopo aver amalgamato una stramba classe operaia fatta di «metalmezzadri», in bilico tra città e campagna) potessero rimanere tali, anziché alimentare un indotto produttivo intorno a loro. Ancora oggi, il futuro di Taranto, altra faccia della medaglia rispetto alla Puglia adriatica, si gioca intorno a tale nodo irrisolto. Non basta garantire alla città una complicatissima via d’uscita dal disastro ambientale, che tenga insieme lavoro e salute. Occorre gettare le basi per una fuoriuscita da quella che in riva allo Jonio viene spesso additata come «monocultura siderurgica». Anche accanto a una fabbrica trasformata, occorre fare altro. Purtroppo gli enormi ritardi nel completamento dei lavori infrastrutturali del porto, le recenti crisi della Vestas (che produce turbine eoliche) e di Marcegaglia (che qui produce pannelli fotovoltaici), rivelano quanto tutto ciò sia complicato.

Ma la Puglia, non può certo essere ridotta alle evoluzioni o involuzioni delle sue due città più grandi. La sua peculiarità è nella complessità, nella poliedricità delle sue molte province, nella vitalità dei borghi di media grandezza. Il Salento, ad esempio, è entrato nel ventunesimo secolo puntando sul nesso turismo-cultura.

Non tutto è andato per il verso giusto. Come già lamentava la scrittrice Rina Durante negli anni novanta, la fisionomia di molti piccoli paesi è profondamente mutata, alcuni angoli di costa sono stati saccheggiati. Tuttavia, nel complesso, in Salento molto più che altrove, la bianca pietra di Puglia ha resistito eroicamente ai possibili assalti del brutto. A ogni angolo, specie seguendo gli itinerari meno battuti, è possibile imbattersi in quei segni della «antica armonia» di cui parlava Cesare Brandi. Anche qui, quando si è favorito il turismo senza cedere alla «monocultura turistica», invasiva quanto fragile, il territorio non è stato stravolto.

Non solo. Da Otranto ad Acaya a Melpignano a Carpino, così come da Conversano a Polignano a Mare, la Puglia è attraversata da intelligenti festival culturali, che non si limitano unicamente alla rilettura del proprio passato. Al contrario, hanno svolto e svolgono una costante opera di collegamento tra la Puglia e il resto d’Italia, la Puglia e l’Europa, la Puglia e l’altra sponda dell’Adriatico, molto più che nei decenni precedenti. Il riscatto pugliese è nato anche da qui. Ho sempre pensato che il rapporto con il passato, ad esempio con i canti e i balli generati dalla tradizione contadina, come la pizzica, debba essere liberato da una doppia tenaglia, un doppio rischio. Da una parte il rischio di esaltare acriticamente quella tradizione, scivolando in un passatismo nostalgico, privo di increspature. Dall’altra il rischio di edulcorare quella stessa tradizione, riducendola a una componente dell’eterno presente levantino, celando in realtà proprio il mondo che quella cultura ha prodotto.

Ogni tanto occorre spazzolare la storia contropelo. La più grande definizione dell’essenza pugliese l’ha data probabilmente Carmelo Bene, anche se — a dirla tutta — quando parlava di «sud del sud d’Italia» (la «sua» Mancha) intendeva più il Salento che l’intera Puglia. «Abbiamo avuto la Magna Grecia e l’Islam», diceva Bene. «È tutto un fatto speciale, un fatto a sé, una cultura-bordello con un cattolicesimo tollerante che poggia sul vuoto».

Quanto rimane di questo bordello tollerante che poggia sul vuoto? Quanto rimane della sua anima profonda, che per secoli ha impregnato le pietre delle chiese e dei palazzi, e finanche quelle dei muretti a secco che costeggiano i campi?

“Ejë cammënatë lu munnë a palmë a palmë”

Nel processo di trasmissione orale i cantori tradizionali volutamente o involontariamente modificano i testi per adattarli alla funzione o allo scopo che serve loro nella comunità di appartenenza.
Il sonetto in questione è molto vecchio e doveva essere diffuso in un area geografica molto ampia.
Riporto prima la versione trascritta alla fine del XIV secolo in terra d’Abbruzzo, a Gessopalena, e poi quella che A. Piccininno di Carpino canta in modo indifferenziato sulla forma musicale della viestesanë o della rudianellë o rudianë (tutte in modalità maggiore) – si ascoltino registrazioni audio di G. Leggieri e G. Canistro, Carpino 1984, di Ettore de Carolis, Carpino 1987 e di R. Leydi e S. Villani, Carpino 1988.

Agge arrannat’ lu munn’ a palm’ a palm’:
Le donn’ lho truvat’ a mill’ a mill’
L’agge truvat’ diù sol’ sorell’:
Jun’ si chiam’ Fior’ e l’altr’ Gijj.
Jun’ le port’ lu pèrzeche nuvell’;
‘N’altr’ la mela-rosci’ pe l’odor’;
Jun’ le port’ la verd’a-gonnell’;
‘N’altr’ lu fil’ d’or’ a li capill’.

in Canti popolari delle provincie meridionali raccolti da A. Casetti e V. Imbriani, Anno 1871.
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Ejë cammënatë lu munnë a palmë a palmë,
li donnë l’eji truvatë a meglië a meglië,
pë truvà ‘na femmina bellë.
Ejë truvatë ‘na cocchjë dë surellë
una cë chiamë rosë e n’avtë ngiglië
la grannë portë la funë alla gunnellë
la picculë lu lazzë d’orë alli capellë.

Di seguito l’estratto della registrazione G. Leggieri e G. Canistro, Carpino 1984.
Forma Musicale (rudianë)
Esecutori: Antonio Piccininno: voce, Andrea Sacco: chitarra battente, Gaetano Bernardo: chitarra francese.
Ejë cammënatë lu munnë a palmë palmë (rudianë)

Alan Lomax, Diego Carpitella ‎– Southern Italy, Carpino and The Islands

Questo è il secondo LP delle registrazioni italiane realizzate da Alan Lomax nel 1954. Include musica tradizionale proveniente dal sud del Paese e dalle isole, Sicilia e Sardegna. Un altro straordinario esempio della meravigliosa diversità e bellezza arcaica della musica popolare italiana. Buon ascolto!

http://theworldjukebox.files.wordpress.com/2010/08/southern-italy.mp3
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Antonio Basile
Antonio Basile
Antonio Basile
Antonio Basile
p1020617
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E’ morto oggi il compositore, musicologo e pianista Roman Vlad – Nel 1957 è a Carpino

Roman_Vlad[1]Nato a Cenauti in Romania (oggi Cernovtzy, Ucraina) nel 1919, cittadino italiano dal 1951, ha scritto opere teatrali, sinfoniche e da camera fra cui le Cinque elegie su testi biblici, Melodia variata e il celebre ciclo delle Stagioni giapponesi, 24 Haiku. E’ stato presidente della Siae, direttore artistico dell’Accademia Filarmonica Romana, dell’Orchestra Sinfonica della Rai, della Scala e sovrintendente dell’Opera di Roma.

Ottobre 8, 2008
Un pomeriggio al telefono con Roman Vlad di Antonio Basile
A 50 anni dalle riprese de La legge / di Jules Dassin

Nel giugno 1956, uno scrittore in piena crisi ideologica trascorreva le sue vacanze nel Gargano, cercando la solitudine e la pace; nel giugno 1957, un romanzo di ambiente italiano “La Loi” compariva nelle librerie parigine; nel giugno 1958, Jule Dassin dava il primo giro di manovella al film che era stato tratto dal film. Interpreti del film sono Gina Lollobrigida, Pierre Brasseur, Marcello Mastroianni, Melina Mercouri, Yves Montand e Paolo Stoppa. Il luogo principale in cui viene girato il il film è Piazza del Popolo di Carpino.

Nel dicembre 2005 siamo venuti in possesso di un testo curato da Cecilia Mangini – La legge / di Jules Dassin ; a cura di Cecilia Mangini – Dal soggetto al film; Tratto dal romanzo [La loi] di Roger Vailland, Sceneggiatura di Françoise Giraud e Diego Fabbri, In copertina: Il romanzo di Roger Vailland e la nuova storia di Dassin, un paese a disposizione della “troupe” – in cui è presente un’intervista che potrebbe modificare la sequenza e l’elenco dei ricercatori che furono a Carpino e sul Gargano e che pertanto possono essere in possesso o possono essere d’aiuto al mondo accademico per l’individuazione di uno dei rari materiali sonori e video raccolto quando la televisione non aveva ancora contaminato completamente le tradizioni musicali dei nostri territori.

L’intervistato in questione nel raccontarci le difficoltà nella realizzazione delle musiche del film “La loi” di Jules Dassin afferma “In tutti questi paesi, radunavamo la sera, sulla piazza o in qualche casa, dei giovani e dei vecchi disposti a farci sentire i canti che sapevano”. “Tornai con ore di musica registrata della quale mi sarei poi ampiamente servito come della più preziosa e autentica fonte d’ispirazione”.

Come sappiamo molti sono gli studiosi che si sono recati nelle nostre terre, in questo caso stiamo parlando del periodo 1957/1958 e di un grande maestro, Roman Vlad.

Abbiamo contattato il maestro, che, gentilissimo, ci ha richiamato per telefono una domenica pomeriggio di questo autunno.

La telefonata è durata quasi un’ora, durante la quale Roman Vlad, emozionato e stupito della nostra trovata, ci ha raccontato di aneddoti, persone e paesaggi pieni di bellezza e schiettezza, di suoni, di sogni e di fatiche spesso indescrivibili e della veridicità di quanto riportato nell’intervista della Mangini.

Prima di chiamarmi, il maestro aveva già lavorato per noi cercato di recuperare il materiale.

Non era più in suo possesso e man mano che, pieno di gioia, per telefono ci parlava, gli venivano in mente quei lontani giorni a più di 40° gradi all’ombra e di quelle serate trascorse ad ascoltare e vedere danzare le musiche folkloristiche da giovani e anziani rigorosamente maschi.

Roman Vlad intraprese sul Gargano tre viaggi e la troupe di Dassin rimasse a Carpino per circa due mesi.

Secondo il maestro le musiche dovrebbero essere in possesso della Gite film – Monica film (dalle nostre informazioni risulta che le Musiche furono di Roman Vlad dirette da Marc Lanjean, il Fonico fu William R. Sivel, i Direttori di produzione sono stati Baccio Bandini – Luciano Perugia – Walter Rupp e la Produzione è quella di Maleno Malenotti e Jacquer Bar per la GESI cinematografia, la Titanus spa- Roma e Le Groupe des Quatres – Paris) due editori uno francese e uno italiano – e non si tratterebbe di solo materiale sonoro, ma anche video, anche se non raccolto per scopi scientifici nei territori di Carpino, Ischitella, Peschici, Rodi Garganico e Monte Sant’Angelo.

Questo vuole essere l’ennesimo grido di dolore per fare appello a tutti coloro che possono farlo di provvedere al recupero di questo materiale, anche perché ormai sono passati quasi 50 anni e le loro condizioni sicuramente necessitano di un urgente restauro.

Autore: Antonio Basile

Le donne del Sud non sono solo Sole (sottotitolo: Fatte a mano).

Racconto breve presentato al concorso Letterario “Il rovo” – Cagnano Varano 2013; nell’edizione 2012 il racconto presentato era intitolato “Voli acsetici”.
di Gianfranco Pazienza

(a Rosetta Pirro e a tutte le altre persone incontrate sul Garago, che amano e lavorano con passione per questo “terroir”; tutt’altro da chi, con la presunzione di possederlo, lotrascura.)

Con le porte sempre aperte, ovunque protette da una tenda pesante, le
voci fuoriescono ovattate; una mano scosta la rete e appare a metà il bel
viso e un bel seno. Non mi chiede della presenza estranea, interroga
senza parlare. A quello sguardo rispondo: cosa sono gli spicchi rossi?
Pomodorini spaccati essiccati al sole, una parte della tela di Arcimboldo
fatta di melanzane a fette, conserva essiccata di pomodoro, capperi,
piante di basilico, prezzemolo, salvia e rosmarino, mazzetti di origano.
Collane di carrube e variopinti pomodorini e peperoncini. Fichi e mandorle ad essiccare in cesti intrecciati di rami sottili; anche la pasta fatta a mano, piccole orecchiette di farina di grano duro, ingiallisce al sole. Quei prodotti, sistemati con cura, sono il libro di ricette da sfogliare all’aperto.
Il giardino senza terra intorno lo aveva ereditato dai nonni; affidata alle
loro cure i genitori erano andati ad arrugginire nei freddi turni nella
fabbrica del nord. Il nonno in particolare si era adoperato per farla
crescere, attento ad ogni sua richiesta: lei era il frutto più bello di quel
giardino. Tutte le mattine lui si recava a irrigare gli orti fiorenti e i giardini di arance con l’acqua della sorgente di “cannella”, facendola scorrere
attraverso i formili in pietra. Era il suo lavoro, il solo ingegnere di quei
fontanili: l’acqua passava di pianta in pianta, di conca in conca, di terrazzo in terrazzo fino a “molino di mare”.
Sfogliando i ricordi della sua storia esce e porta un bicchiere di acqua
ghiacciata con latte di mandorla, sul vassoio arricchito di variopinti frutti in miniatura: castagne, mandorle, noci, fichi d’india, ciliegie, tutti fatti di pasta di mandorla e decorati. Li aveva visti creare dalle mani abili di sua nonna, ne conservava la ricetta solo ripetendo quei gesti premurosi.
Gustoso ristoro in quel giardino: vasi di latta e di plastica, ciascuno con la propria pianta; persino la vigna di uva spina si fa pergola, trae linfa dalle pietre con le radici del tralcio. Un leggero movimento dell’aria, al profumo di zagare rose gerani, di anice e basilico, in quel momento le spettina e le fa svolazzare l’abito leggero. Lo ferma imbarazzata con il braccio e quelle movenze graziose mi invitano a seguirla; senza dir nulla apre la porta accanto per farmi entrare nel suo laboratorio, fatto di ricordi e di arte. Una grotta scavata nel calcare bianco, come la nicchia e la statua di San
Michele con la spada, bianca di calce: qui la protezione dell’arcangelo
abita ovunque sulle case. Quel “santuario” artigianale sapeva di pulito e di
fresco, a prova di igiene di certi disciplinari. Nella penombra gli occhi
luminosi illustravano le sue creazioni: un telaio di legno di castagno,
armato di gomitoli e filati colorati con utensili di legno di ciliegio e radica di
ulivo, riempiva lo spazio di mezza stanza. Lo aveva costruito con il nonno
anzi, ricostruito. I tessuti riposti ordinati uno sull’altro erano le trame
variopinte delle sue storie, dei suoi desideri, raccontavano la sua vita.
Nel suo regno era ancora più bella; non conoscevo il suo nome, la
familiarità di quei momenti non prevedeva imbarazzanti presentazioni.
Oltre al suo laboratorio voleva farmi visitare quello della sua amica
Rosetta Pirro, in un paese vicino, poco distante dal mare; visto l’interesse,
mi affido a lei decidendo di andarci subito. Il breve tragitto è ammantato di
mistero di racconti e magia a me sconosciuti, conservati nelle strofe
cantate nelle calde serate, accompagnate con musiche e danze popolari.
Contaminazioni culturali affascinanti sopravvivono sul Gargano grazie
all’eredità dei “Cantori” con la voce calda e innamorata di Antonio
Piccininno, splendido novantenne capace ancora di incantare con la
bellezza seducente. In silenzio a lei dedico quel corteggiamento, bella, per
niente turbata dall’avere i capelli ricci spettinati.
Col breve viaggio, sospese tra il cielo e il mare, ci inoltriamo nei
microcosmi della “Montagna del Sole”, definizione perfetta per un
promontorio proteso verso l’oriente, specchiato nei due laghi di Lesina e
Varano, due occhi di taglio diverso bagnati dal mare. Sempre con più
fascino usa le metafore delle “Quattro stagioni del Gargano”: immagini di
mondi contadini che mutano dentro paesaggi naturali; mi parla con
familiare confidenza di Matteo Salvatore, un altro cantore di quelle
bellezze e di quelle storie. Tutte queste annotazioni rendono la geografia
del Gargano romantica, s’inoltra nel dedalo di valloni che penetrano il
massiccio montuoso, anche dal mare; sono unici gli scenari nel fondo valle
del torrente Romondato dove, cosa rara d’estate, una piccola sorgente
sgorga tra noduli di selce. Ci si va per sfuggire alla calura o cercar funghi,
verso la Fulecara “faggeta depressa” fresca e rigogliosa. Resto affascinata
da quella sua straordinaria conoscenza di luoghi e di ambienti, così
minuziosamente descritti. Le chiedo se le piacerebbe accompagnarmi,
avremmo potuto visitare il canale il giorno successivo.
Il viaggio di quel giorno si ferma all’ingresso del centro storico: noi
dobbiamo seguire per il rione Terra, appunto. La strada conduce alla
casa-laboratorio della sua amica.
Oltre il portone di legno, aperto anche di notte, la porta a vetri con due
tendine stile provenzale dava l’ingresso a una fiaba. Alambicchi di vetro e
rame per i rosolii, ciotole con canditi di bucce d’arancia e cioccolato,
mandorle tostate e pestate, zucchero caramellato e farina sui fornelli e la
cucina, gusci d’uovo aperti sul ripiano di marmo. Dolci “sospiri della sposa”
davano il benvenuto in quella che diventa un’altra storia, fatta di donne un
tempo sole, di carezze e di dolcezze, di cura.

CHIUSO IL 10 AGOSTO IL CARPINO FOLK FESTIVAL 2013 – IL DICIOTTESIMO ANNIVERSARIO – IL FESTIVAL IN NOTE E IN CIFRE: 56.000 PRESENZE IN 9 GIORNI…

Pensavamo che l’edizione 2013 sarebbe stata ricordata come quella della crisi; ci sbagliavamo! Eccoci qui invece ad aver festeggiato i 18 anni del CFF con un cartellone e un bilancio degni delle grandi occasioni. Molte sono state le manifestazioni musicali in Italia costrette a chiudere per mancanza sia di fondi che di spettatori. Il Carpino Folk Festival, in contro tendenza come sempre, ha visto crescere i suoi fan che durante i 10 giorni del festival hanno affollato le vie del centro garganico di Carpino ricreando quella tipica atmosfera di festa che evoca le prime edizioni.

Superate le 56.000 presenze in 9 giorni di spettacoli dislocati in varie location. Dalle anteprime di Rodi Garganico e di Foce Varano, al treno di Viaggiar Cantando, quindi gli spettacoli nella stazione di Carpino e poi in Largo San Nicola con Sergio Rubini, la Notte di Chi Ruba Donne, le celebrazioni del decimo anniversario della Convenzione Unesco per la tutela del patrimonio culturale immateriale. Infine le tre serate in Piazza del Popolo con un cartellone che ha voluto mostrare le nuove forme sonore della tradizione vicine all’elettronica e alle contaminazioni tra vari generi musicali per chiudere domenica mattina alle ore 2.00 con il custode della tradizione musicale garganica, Antonio Piccininno.

Una piazza piena che balla sulle note e i canti di un cantore di 98 anni crediamo sia un caso più unico che raro.

Attraverso l’utilizzo dell’hashtag #CFF2013, un aggregatore di social network, tutti hanno avuto la possibilità di scrivere la storia del 18 compleanno del festival, grazie ai contenuti che ciascuno ha diffuso in forma pubblica sui maggiori social network. Questi verranno raccolti in un grande mosaico che ci permetterà di fissare i momenti più belli del festival, visti con gli occhi della gente.

Per quanto riguarda i numeri del web si registrano oltre 60.000 visite al sito ufficiale del Carpino Folk Festival (www.carpinofolkfestival.com) e quasi 50 mila likes alla pagina facebook del CFF (http://www.facebook.com/CarpinoFolkFestivalUfficiale) in un solo mese dal 10 di luglio al 10 di agosto.

Un ringraziamento va dunque alle istituzioni, Unione Europea (PO FESR Puglia 2007-13-Asse IV-Linea 4.3-Azione 4.3.2/D) – Regione Puglia, assessorato al Mediterraneo, Cultura e Turismo – Regione Puglia, assessorato alle Risorse agroalimentari – Comune di Carpino – Comune di Ischitella – Comune di Rodi Garganico – Comune di Orsara di Puglia – Parco Nazionale del Gargano – Gal Gargano – Consorzio Five Festival Sud System – Pugliaevents – Pugliapromozione, e ai partner e sponsor Fondazione Banca del Monte “Domenico Siniscalco Ceci”, Bcc San Giovanni Rotondo, Hotel Gran Paradiso, Ferrovie del Gargano, ICHNet, Birra Forst e ai piccoli sostenitori privati. Ma è soprattutto il pubblico, con il suo grande affetto, ha reso ancora una volta Carpino la grande capitale del Folk per 9 giorni e ha fatto si che il CFF2013 superasse la sua prova.

Il miracolo del Carpino Folk Festival è quello di aver creato un evento popolare dai grandi numeri e dalla forte risonanza, immerso in un ambiente assolutamente peculiare che non ha eguali in tutto il mondo e che, con l’aggiunta di qualche ineffabile elemento, lo rendono unico e irripetibile.

Arrivederci al Carpino Folk Festival #CFF2014 sul Gargano come sempre nella prima decade di Agosto.

La memoria storica della tradizione popolare carpinese

Sarà la BANDA BORBONICA, il TESORO di SAN GENNARO e il 98-enne ANTONIO PICCININNO a concludere i festeggiamenti dei primi 18 anni del CARPINO FOLK FESTIVAL

Voci celebri e anziani cantori locali si sono alternati sugli strumenti della tradizione a evocare le storie e i desideri, la gioia e il dolore di un popolo della terra che riassume in sé alcuni tra i più importanti significati della Puglia, in dialogo con altre terre e altre musiche della nostra regione, ma poi il festival ha guardando oltre di sé, alla musica world, ai tanti altri messaggi musicali dei popoli del mondo per poi ritornare al Gargano. Un luogo di carnale coinvolgimento, ma anche di sognante simbolicità: questa piccola penisola protrusa nell’Adriatico, frastagliata da una scogliera di fascino, ricoperta di boschi e zone umide, punteggiata da borghi antichissimi di civiltà contadina, nelle sere d’estate che dalla calura cedono alle brezze del mare si anima delle voci pregnanti e delle martellanti sonorità del Carpino Folk Festival.

Il “Carpino Folk Festival” 2013 festeggia la maggiore età con il progetto speciale de IL TESORO di SAN GENNARO, la produzione ad hoc della BANDA BORBONICA, i CANTORI di CARPINO e il quasi centenario custode della memoria storica della tradizione musicale popolare carpinese, ANTONIO PICCININNO.

Diciotto anni non sono pochi per un festival, soprattutto alla luce di tempi difficili come gli attuali in cui altre rassegne e manifestazioni, certamente non meno prestigiose, registrano cali vertiginosi se non chiusure clamorose. Il Carpino Folk Festival al contrario si conferma tra i più importanti festival all’interno dei grandi eventi della Puglia, contribuendo a darne spessore e qualità.

La memoria connessa alla trasmissione orale mantiene traccia del ricordo del passato effettivamente avvenuto per un tempo non più ampio di cento anni. Essa, fatta com’è di ricordi soggettivi, è essenzialmente minacciata dall’oblio e dalla amnesia.

Ma questo principio non trova conferma a Carpino e non è valido per i suoi cantatori.

Nonostante l’aumento esponenziale di contaminazioni culturali, ibridazioni di tradizioni differenti, incroci di stimoli più diversi, crescita inarrestabile dei dati conoscitivi e informativi l’oblio e l’amnesia sembra non riguardare Antonio Piccininno il custode della memoria garganica che continua a girare il mondo mentre noi tutti continuiamo a dormire.

Dopo aver contribuito alla sua nascita, sarà quindi lui stesso e i suoi canti a chiudere i festeggiamenti dei primi 18 anni del primo grande festival della musica popolare pugliese.

A lui che cent’anni li ha quasi raggiunti non possiamo però augurargli lunga vita fino a cent’anni, ma dobbiamo allungarla almeno fino a centocinquanta.

Con la fibra e la lucidità che si ritrova potrebbe anche arrivarci.

Grazie Zì’ndonj

Al Carpino Folk Festival arrivano gli Asian Dub Foundation dalla Gran Bretagna

Venerdì 9 agosto gli Asian Dub Foundation saranno al Carpino Folk Festival (Piazza del Popolo) con gli Insintesi e Nando Citarella e i Tamburi del Vesuvio.

09 Agosto 2013 – CARPINO

CARPINO FOLK FESTIVAL – L’ITALIA è la patria del diritto e del rovescio

 

Ore 22.00 Piazza del Popolo

 

“CAROSONANDO”

NANDO CITARELLA E I TAMBURI DEL VESUVIO

 

“Fimmene in dub”

INSINTESI

“SIGNAL & THE NOISE”

ASIAN DUB FOUNDATION

 

 

NANDO CITARELLA E I TAMBURI DEL VESUVIO

Nel vulcano Vesuvio pulsano i ritmi che da sempre accompagnano i canti ed i balli tradizionali dell’area campana e di tutta l’Italia centro-meridionale.

Ma questa terra fertile ha accolto anche il battito ritmico di tutte quelle genti che da altri luoghi, attraversando il grande mare sono approdati quaggiù.

Così, rispettando la natura vulcanica in questa “Terra e’ motus”, il Vesuvio è il “grande tamburo” che scandisce il tempo per canti antichi e per nuove contaminazioni. Il progetto Tamburi del Vesuvio nasce, nel 1994, dalla volontà di Nando Citarella di dare voce alle contaminazioni etnico-culturali che la realtà sociale italiana stava cominciando ad esprimere.

Da profondo conoscitore ed “appartenente” alla realtà sociale delle feste popolari e non del sud Italia già nel 1990, Nando Citarella, durante una conferenza presso l’Università di Rio de Janeiro su: “Sincretismi religiosi e Sinergie musicali” diceva:

“Percorrendo gli itinerari delle feste popolari, religiose e non, si possono incontrare persone provenienti da paesi diversi dal nostro (Turchia, Marocco, Senegal, Albania, India, Brasile, Cuba ecc.),le quali si integrano in quello che per loro è un esempio culturale che sembra evocare, nonostante la diversità, le proprie realtà d’origine. Non è un caso quindi che, durante le feste popolari del nostro Sud i suoni di Djembè africani o di Masar e Bendir nord africani, si mescolino agli antichi ritmi delle tammurriate e delle tarantelle”

Questa semplice considerazione ha ispirato ed ispira il percorso dei Tamburi del Vesuvio.

 


INSINTESISpecial guests: Anna Cinzia Villani, Raffaella Aprile e Alessia Tondo

Fimmene in dub

Nel 2010, dopo dodici anni di attività e grazie alla collaborazione con AnimaMundi, il duo leccese di dj/producer Insintesi (Alessandro Lorusso e Francesco Andriani de Vito),  inaugurava il world groove salentino con Salento in dub (AnimaMundi, 2010), che seguiva la partecipazione a Jentu dei Nidi d’Arac (V2 music, 2003) e la pubblicazione di Subterranea (Altipiani/Edel, 2007), album d’esordio tra dub, elettronica, etnica e ragga, con alcuni dei più rappresentativi cantanti salentini.

Con Fimmene in dub gli Insintesi continuano sullo stesso solco ma concentrando le sperimentazioni, in particolar modo, sulla musica di tradizione salentina e sulla vocalità femminile, particolarmente significativa nel più remoto angolo della Puglia, dove alcune cantanti (molte delle quali presenti nel disco) riescono a interpretare rispettosamente una musica fortemente ancorata alle radici e, allo stesso tempo, a traghettarla nella dimensione artistica moderna. Sul palco di Carpino ospiti speciali tre delle voci più belle del Salento: Anna Cinzia Villani, Raffaella Aprile e Alessia Tondo

 

ASIAN DUB FOUNDATION

Signal & The Noise

Asian Dub Foundation, guerrieri midi del 21 secolo! Il loro inconfondibile sound è una combinazione di duri ritmi jungle, linee di basso indu-dub, energia e chitarre punk rock, struggenti sitar e suoni tradizionali indiani campionati dalle collezioni di dischi dei genitori, il tutto a supporto di liriche militanti sparate nello stile furioso e veloce del rap e del ragga!

Riconosciuti da tutti come una delle migliori band dal vivo del mondo, nella loro ormai lunga storia gli Asian Dub Foundation hanno diviso il palco con artisti del calibro di Rage Against The Machine, The Cure e Radiohead: un appeal trasversale e universale per un gruppo semplicemente unico e sempre al passo con i tempi.

Con il nuovo album SIGNAL AND THE NOISE, prodotto dal grande Adrian Sherwood ed in uscita ad agosto 2013 si apre una nuova fase artistica nella storia di ADF. L’album segna un ritorno ai suoni più dub e militanti di questa band, oltre al ritorno di importanti musicisti: il bassista e fondatore DR DAS, il batterista Rocky Singh, il cantante Ghetto Priest, ed il nuovo componente Nathan Flutebox Lee.

PARTONO I CONCERTI DELLA XVIII ED.NE DEL CARPINO FOLK FESTIVAL

Il Carpino Folk Festival è abituato da anni a fare i conti con i grandi numeri e procede senza mostrare segni di invecchiamento dimostrandosi festival longevo grazie alla programmazione e alla costante attenzione posta sia nei confronti della memoria orale di storie, canti e balli e quindi nei confronti dei suonatori e cantatori tradizionali, sia nei confronti dei gruppi di riproposta fedeli che nei confronti degli artisti che si rifanno ai temi o alla musica di tradizione orale.

Anche questa edizione ci sembra sia riuscita ad abbinare nomi ed etichette emergenti di grande interesse e attualità con alcuni artisti affermati e con i cantori della tradizione.

Al Carpino Folk Festival 2013 dopo le esibizioni di Enza Pagliara, i Malicanti, Sergio Rubini, Nomad set, DonPasta, Luca Tota, Nazario Vasciarelli, i SuonidiSotto, gli Aiarule, le cantatrici di Ischitella, i Cantori di Mattinata e i cantori della tradizione di Carpino Antonio Piccininno, Mike Maccarone e Rocco Cozzola e la volta, con partenza il 08 agosto, dei grandi concerti in Piazza del Popolo. Nando Citarella e I Tamburi Del Vesuvio. Dalla Gran Bretagna arrivano gli Asian dub Foundation. Quindi l’ensemble inglese e cubana dei Ska Cubano. Dal salento Insintesi dub e i Crifiu. Il Tesoro di San Gennaro e il concerto inedito, produzione del festival 2013, della Banda Borbonica feat Giovanni Mauriello, Patrizio Trampetti e Marco Zurzolo e i Cantori di Carpino col 97-enne Antonio Piccininno a chiudere la XVIII edizione.

Giovedì 8 agosto

Carpino – Piazza del Popolo

Ore 22:00

CRIFIU

Cuori e Confini

CRIFIU sono una delle band migliori che il Salento sta esportando in tutta Italia grazie ad una originale identità sonora (un incontro tra rock, elettronica, world music e melodie mediterranee) e un potente impatto scenico nei concerti dal vivo, in grado di raccogliere un sempre più numeroso pubblico.

Una forte vocazione per le esibizioni live porta la rock-band nei più importanti festival e club d’Italia condividendo palchi e collaborazioni con: Modena City Ramblers, Gang, Giuliano Palma & Bluebeaters, Max Gazzè, Mau Mau, Sud Sound System, Asian Dub Foundation (di cui aprono il concerto nella loro unica tappa italiana del tour mondiale “Punkara”), Massilia Sound System, Roy Paci & Aretuska, fino a Caparezza e Vinicio Capossela nell’ambito cartellone de “La Notte Bianca” di Roma
Dopo un lungo tour in tutta Italia e una moltitudine di concerti, la band torna in studio di registrazione e nella primavera del 2012 pubblica il nuovo lavoro discografico, CUORI E CONFINI, un album impreziosito dalla presenza di ospiti internazionali, tra cui Papet J, noto mc dei Massilia Sound System (Francia), Lou Dalfin, Gastone Pietrucci de La Macina, Cisco e  Nandu Popu dei Sud Sound System. Tredici brani che hanno le antenne puntate sul mondo, in grado di guardare dentro i nostri giorni e di raccontarli con un linguaggio inedito, una propria identità artistica ed uno stile personale ed inconfondibile, svelando la freschezza del gruppo e, al tempo stesso, la maturazione artistica raggiunta.

SKA CUBANO

Mambo Ska

Ska Cubano, gruppo fondato dal manager inglese Peter Scott, amante dello ska giamaicano e della musica cubana, mescola insieme il mambo e lo ska, la rumba il rock e il reggae fino al son.
Sul palco del Carpino folk Festival Ska Cubano si esibisce con un insieme di 11 elementi, tra cui: Juan Manuel, Villy Carbonell (Berny Billy), il signor Ska di Santiago, Nathan Lerner (Natty Bo) cantautore e produttore di ska, Eddie “Tan Tan” Thornton, il leggendario trombettista dal talento straordinario, Legumi Mesako, sassofonista fondatore dei Tops Cats, Rey Crespo, contrabbasso.
E’ davvero difficile pensare che il gruppo sia stato creato come un “concetto” e non da un’evoluzione musicale naturale. Il risultato è un esplosione irresistibile di colori musicali che si fondono perfettamente per creare un suono che fa vibrare le corde più profonde dell’animo e del corpo del pubblico.

TARANTELLE DEL GARGANO e l’UNESCO

La Puglia, si sa, è capace di offrire al suo visitatore tanta qualità sotto tanti aspetti differenti, di questi ad oggi solo il patrimonio storico architettonico pugliese ha ottenuto il riconoscimento di patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco con i siti di Monte Sant’Angelo, Andria e Alberobello. Ma la Puglia ha anche grandi ricchezze culturali immateriali.

Con l’etnomusicologo Salvatore Villani mercoledì 7 agosto faremo il punto della situazione sul dossier su cui è impegnato personalmente per lanciare la candidatura all’Unesco della “Tarantella del Gargano”.

07 Agosto 2013

CARPINO FOLK FESTIVAL – L’ITALIA è la patria del diritto e del rovescio

Ore 22.00 Largo San Nicola – Carpino

 

TARANTELLE DEL GARGANO

Presentazione dossier per la candidatura Unesco

A cura di SALVATORE VILLANI

– Proiezione del documentario “Gargano. La musica delle campagne”

Regia di Giandomenico Curi

– Spettacolo “Musiche, canti e tarantelle del Gargano.

Con Aiarule, Le cantatrici di Ischitella, I Cantori di Mattinata e con la partecipazione straordinaria di Antonio Piccininno e Rocco Cozzola

 

TARANTELLE DEL GARGANO – Presentazione dossier per la candidatura Unesco

Il 7 agosto 2013, nell’ambito della XVIII edizione del Carpino Folk Festival, un’intera serata verrà dedicata allo stato dei lavori del dossier “Le tarantelle del Gargano”, curato dall’etnomusicologo Salvatore Villani, per l’iscrizione nella lista rappresentativa dei beni culturali immateriali dell’UNESCO, dopo il meritato accreditamento dell’Associazione carpinese presso la Cultur Sector della Division for Cultural Expressions and Heritage dell’UNESCO. A seguire la proiezione del documentario “Gargano. La musica delle campagne” del regista Giandomenico Curi prodotto da Hi Folk e Video Sign (2005) e concerto di tarantelle del Gargano con il gruppo Li Ariarule con la partecipazione di Antonio Piccininno e Rocco Cozzola. Durante la kermesse musicale vi sarà l’intervento delle Cantatrici di Ischitella e dei Cantori di Mattinata, due gruppi spontanei della ricca tradizione orale polivocale del Gargano, che eseguiranno repertori che spaziano dalle ninne nanne, ai canti di lavoro, canti narrativi, stornelli, satire, etc.

Le tarantelle garganiche, pur rientrando in una famiglia molto più ampia e variegata di forme musicali e di ballo diffuse in tutto il meridione, a causa dell’isolamento storico del territorio, risultano assai differenziate dalle altre regioni italiane e presentano una loro specificità nei suoi tre aspetti: canto, ballo e strumenti tipici.

Attestazioni iconografiche su sculture antropomorfe protostoriche testimoniano l’uso del ballo e degli strumenti musicali in quest’area a partire dal X-IX sec. a.C.

Negli ultimi decenni si è acquisita maggiore consapevolezza della portata culturale della tradizione e pertanto sono sorti centri di ricerca, festivals, gruppi di riproposta e attività didattiche di trasmissione dei saperi che comprendono conoscenza di storia delle tradizioni popolari, danze, canto, strumenti musicali e drammatizzazione di formalizzati orali.

Gli anziani portatori sono diventati così i maestri privilegiati di questa trasmissione e punti di riferimento imprescindibili per una corretta interpretazione delle fonti orali.

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