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Antonio Basile (Ufficiale)

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«Distretto della musica e dell’artigianato artistico sul Gargano»

1546021_10201191962146887_462402344_n[1]È l’appello lanciato, il 28 dicembre 2013, dall’associazione culturale Carpino Folk Festival in occasione della riunione con i sindaci del Gargano. Il presidente, Mario Pasquale Di Viesti, e il direttore artistico, Luciano Castelluccia, hanno lanciato l’appello al presidente del Parco Nazionale del Gargano, Stefano Pecorella.

La crisi si è abbattuta sul territorio italico senza risparmiare nessuno, tantomeno il Gargano, il quale, nonostante sia pieno di risorse come posti incantevoli, spiagge bellissime e mare cristallino, turismo religioso, si trova a fare i conti con altre zone, altrettanto belle, ma organizzate in maniera tale da suscitare l’interesse nel consumatore finale. L’associazione ha quindi proposto di unire tutte le attività finora svolte con tanta fatica dalle aziende a dai comuni del Gargano con la cultura e lo spettacolo, in un Distretto della musica e dell’artigianato artistico, per accrescere ulteriormente la forza di attrazione del nostro territorio.

«Un Distretto – racconta Castelluccia – che operi intensamente per razionalizzare l’offerta, individuare e coinvolgere i soggetti operanti in modo più stabile e programmato, rafforzare le capacità progettuali e la capacità di accedere a risorse finanziarie dedicate di livello nazionale e anche internazionale. Dal punto di vista strategico un Distretto che produca capacità di interazione con filiere diverse da quella culturale, facendo emergere possibili opportunità di ibridazione tra cultura tradizionale, saperi scientifici, saperi e pratiche produttive; un luogo dove integrare in modo più operativo servizi culturali e servizi turistici, consentire una maggiore apertura verso le esperienze di altri territori a livello nazionale e internazionale e dare anche a questi settori un impulso in termini creativi».

«L’associazione culturale Carpino Folk Festival – tramite Di Viesti – chiede all’Ente Parco di farsi promotore di un progetto corale che si proponga di definire un’identità e un coordinamento del nostro territorio con riferimento alla musica in generale e in particolare a quella tradizionale e alle botteghe dell’artigianato artistico locale. Un Distretto coordinato dal Parco in collaborazione con tutti gli Enti istituzionali a partire dalla Camera di Commercio di Foggia, dal Comune di Carpino e da tutti i Comuni all’interno del Parco, dalle associazione di categoria del sistema locale (ASCOM, CNA, Confartigianato, Confesercenti), dagli operatori del settore, ma anche dai teatri, i ristoranti, gli hotel, i negozi e i locali d’intrattenimento del territorio del Parco che, aderendo al progetto dimostrano di voler offrire al visitatore la possibilità di vivere nel territorio esperienze multisensoriali di qualità e valore».

STRATEGIA E OBIETTIVI 2014 del CARPINO FOLK FESTIVAL

Il 28 dicembre 2013 si è svolta l’assemblea dei tesserati dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival. Davanti ai Sindaci del Gargano intervenuti il Presidente, Mario Pasquale Di Viesti ha relazionato in merito alle azioni che il festival della musica popolare intente realizzare nel nuovo anno.

1546021_10201191962146887_462402344_n[1]«Con riferimento agli obiettivi che intendiamo raggiungere nel 2014 tutto dipenderà come sempre per il nostro festival dalle approvazioni che otterremo. Quindi parlando di obiettivi dobbiamo per forza di cose parlare della nostra progettazione.
Ebbene ribadire subito che il Carpino Folk Festival ogni anno viene realizzato solo perché i suoi progetti vengono presentati agli enti, sottoposti alle commissioni di valutazione e quindi condivisi e finanziati se meritevoli.
Non facciamo la questua, ma concorriamo con molti altri competitor e tra mille difficoltà per ottenere punteggi che ci consentono di essere finanziati.

A questo proposito:
– Siamo in attesa dell’approvazione di un progetto nazionale con la Presidenza del Consiglio dei Ministri dal Titolo LE RADICI DEL FUTURO.
Il progetto prevede una fase iniziale di ricerca e analisi del contesto locale per realizzare una mappatura degli antichi mestieri locali a rischio di estinzione, o già estinti, e della cultura orale ad essi connessa; quindi l’individuazione dei mestieri su cui intervenire e attraverso l’attività di promozione l’individuazione dei giovani da coinvolgere attraverso il coinvolgimento dei centri e delle associazione giovanili locali, delle stesse botteghe artigianali. Seguirà la creazione di laboratori artigianali di 5 mestieri individuati sia con riferimento al rischio di estinzione sia rispetto alle propensione dei giovani individuati e alle loro aspettative.
Individuazione dei prodotti artistici sui quali si concentrerà la produzione sperimentale, con priorità per i prodotti ad elevato appeal di mercato, ma sempre saldamente legati alle radici delle identità e delle tradizioni locali.
Il progetto si rivolge ai giovani italiani e stranieri con permesso di soggiorno, della fascia di età compresa tra i 18 e i 35 anni con priorità per le giovani donne e i soggetti svantaggiati.

– Nei giorni scorsi il Comune di Carpino ci ha chiesto di scrivegli un progetto per la linea cultura della Regione Puglia e quindi abbiamo pensato che per diffondere e promuovere la cultura popolare ed offrire giusto riconoscimento e visibilità ai portatori di cultura, ma anche per valorizzare e trasmettere le caratteristiche del nostro territorio, mettendone in evidenza le ricchezze, i cambiamenti e le diversità in un’ottica di promozione e sviluppo, fosse opportuno istituire il PREMIO CANTORI DI CARPINO e veicolare l’arte del tramandare la cultura popolare con i LABORATORI DI COMUNITÀ.
Il Comune ha presentato il progetto lo scorso 30 novembre.

– Abbiamo presentato ad un’importante istituzione che sostiene la musica nel nostro territorio PUGLIA BITE, se ricordate è il progetto che prevede la creazione di un’orchestra strumentale e vocale centrata sulla musica popolare pugliese e sull’entusiasmo e la professionalità dei migliori musicisti della Puglia.
E’ la produzione che abbiamo dato vita nel 2011 coinvolge 25 giovani specialisti di diversi strumenti della tradizione e cultori di un repertorio vocale specifico che va dal Gargano, al Tavoliere, alla Murgia fino al Salento.
Se ci verrà data l’opportunità vorremmo tornare ad avere una nostra produzione qualificata da riproporre nel nostra cFF e poi dopo in giro nei teatri italiani.

– Abbiamo in programma la progettazione della SETTIMANA SANTA all’interno delle chiese rurali del Gargano.
In Puglia gli eventi legati alla Settimana Santa sono da sempre stati un importante riferimento per la collettivitá in termini di partecipazione e di coinvolgimento emotivo.
Abbiamo intenzione di coinvolgere 2/3 comuni del nostro territorio che nel tempo sono riusciti a non contaminare il patrimonio di tradizioni legato agli antichi riti della Settimana Santa ad es. Vico del Gargano.

– Stiamo valutato l’opportunità economica di commissionare una monografia su Mike Maccarone, composta da un libro/cd, che verrà presentato durante il festival.

– Infine ma non per ultimo come tutti gli anni abbiamo presentato il progetto del CARPINO FOLK FESTIVAL 2014 alla Regione Puglia.

Posso già oggi dirvi che la XIX edizione si svolgerà per le attività che riguardano strettamente Carpino nella settimana dal 04 al 10 Agosto.
Per il tema che caratterizzerà il festival abbiamo due idee, ma nessuna delle due al momento è ancora matura. Quindi vi comunicheremo la scelta più avanti.
Il nostro progetto di festival mira a consolidare tutte le attività che negli ultimi anni abbiamo realizzato, quindi come ha ricordato Luciano Castelluccia il CARPINO FOLK FESTIVAL con la sezione a Largo San Nicola e gli spettacoli in Piazza del Popolo, il festival che coinvolge il territorio con le anteprime nei comuni che ne faranno richiesta, il CANTAR VIAGGIANDO sui binari e nelle stazioni delle Ferrovie del Gargano e il CARPINO FOOD FESTIVAL per la valorizzazione dei nostri prodotti tipici dell’agroalimentare.

Oggi però devo responsabilmente essere estremamente franco. Il CFF nasce a Carpino come festival per omaggiare i Cantori tradizionali in genere e i cantori di Carpino in particolare. Col tempo per rimanere ancorati al nostro territorio e per rispondere alle finalità e ai criteri di selezione imposti dalla programmazione triennale regionale il nostro festival si è caratterizzato 1) come un festival del territorio, ci siamo assunti l’impegno di realizzare una piccola azione di marketing territoriale, e ci siamo differenziati da altre realtà festivaliere per l’innovazione 2) del Cantar Viaggiando e quest’anno con la sperimentazione 3) del Carpino Food Festival.
Abbiamo voluto mantenere tutte le nostre attività e vorremmo continuare a realizzarle. Ma abbiamo bisogno degli enti locali e se nei prossimi mesi non troveremo la necessaria collaborazione da parte loro vorrà dire che non sono interessate al nostro progetto e quindi l’Associazione dovrà trarre le dovute conclusioni e smettere di sbattersi al prezzo di danneggiare la sua prima finalità.
Per non generare equivoci voglio essere chiaro. L’Associazione tiene molto al progetto del Cantar Viaggiando, ma se quest’anno le Ferrovie del Gargano si limiteranno nella collaborazione a metterci a disposizione i soli vagoni del treno senza sostenere i costi degli artisti che il CFF coinvolge allora non ha senso per il CFF continuare a promuovere il turismo lento ed eco-sostenibile.
Stessa cosa vale anche per i Comuni. Noi siamo consapevoli che di risorse non ce ne sono in giro e che quelle poche che ci sono debbono essere utilizzate per fini prioritari, ma questo vale anche per il CFF.
Collaboriamo insieme per utilizzare al meglio quei pochi soldi che abbiamo, ma come l’Associazione non pensa di mungere una mucca che non fa latte, non è altrettanto giusto pensare che la nostra Associazione possa metterci oltre all’impegno dei suoi iscritti per organizzare il tutto anche i soldi degli artisti che si debbono esibire. Non accadrà.
Quest’anno vorremmo realizzare almeno due 2/3 appuntamenti itineranti. Se il Presidente Pecorella sarà ancora disponibile mettendo insieme il contributo del Parco con quello dei Comuni interessati vorremmo realizzare delle serate di spettacolo e non delle semplici anteprime del festival di Carpino. Per l’associazione non chiediamo nulla. Solo di pagare tutti i costi che gli spettacoli necessitano.

Anche per il Carpino Food Festival dobbiamo essere seri. Noi vogliamo che questa sezione del festival sia l’occasione per comunicare la nostra tradizione e la nostra cultura rurale al mondo che arriva nella nostro paese in quei giorni.
Ma nessuno può pensare che l’organizzazione del festival possa occuparsi di tutto. Qui è necessaria e fondamentale la partecipazione degli operatori locali che cercheremo insistentemente nei prossimi mesi.
E’ la loro la vetrina e loro debbono organizzarla.

Infine un invito a tutti i sindaci presenti.
Nel 2009 la Regione Puglia ha sottoscritto un accordo speciale col Touring Club Italiano per sostenere i Comuni pugliesi che si candidassero per ottenere la “Bandiera Arancione”: il marchio di qualità turistico-ambientale destinato alle piccole località d’eccellenza dell’entroterra che si orientano verso un turismo responsabile, evoluto e di qualità, in grado di valorizzare il territorio, le sue identità e le sue caratteristiche peculiari.

Il 20 dicembre scorso è stata pubblicata la Legge regionale n. 44 contenente le “Disposizioni per il recupero, la tutela e la valorizzazione dei borghi più belli d’Italia in Puglia”.

Con questa legge la Regione Puglia finanzierà gli interventi finalizzati alla valorizzazione del patrimonio culturale, materiale e immateriale, alla riqualificazione urbana, alla conservazione e al restauro del patrimonio edilizio e degli spazi liberi de “I borghi più belli d’Italia”, dei Siti UNESCO, delle Città Slow, dei comuni che hanno ottenuto la Bandiera Arancione e dei Borghi Autentici situati in Puglia.

L’invito che vi rivolgiamo è di avviare il percorso virtuoso per candidare i nostri comuni all’ottenimento della “Bandiera Arancione” per migliorare la qualità della vita delle nostre comunità ed in subordine per aprire un’autostrada verso questa nuova fonte di finanziamento regionale».

Zampogna: The Soul of Southern Italy by David Marker

When I was 25 years old, in the midst of law school, I took a backpack full of camera equipment to southern Italy with the crazy idea of making a feature length documentary about Italian bagpipes. The film was to be a reflection of my personal and romanticized perception of the pastoral culture as I had experienced it through the hospitality of my Italian family. I wanted to make a 21st century odyssey, to show that the magical and arcane still exist in this information age. It’s been over 5 years since I shot this film. Looking back I often envy the obsessive enthusiasm and total naivety I had going into the project.

I’ve been so fortunate to have had this opportunity and it has lead to a strong connection with my Italian family and my many Italian friends who are involved in the little world of pre-industrual pastoral music. This is the Italy I know and love. It keeps drawing me back to continue my research, documentation and friendships.

For the first time I am making the film available free on Youtube. Please enjoy and share with your friends!

E. Bennato nell’epicentro di un certo tipo di musica popolare

bennatoSe musicalmente la sua è una storia da attrazione fatale, umanamente è una vi­cenda da indistruttibile fee­ling fatto di suoni ed empatie, emozioni forti e cultura che da queste parti ha radici solide. Eugenio Bennato e il Gar­gano, amore a prima vista, e se è vero che lui da queste parti ha trovato una casa sfit­ta, è anche vero che non ha esitato ad occu­parla. Questa sera Eu­genio Bennato sarà a Rodi per ricevere un ri­conoscimento come amba­sciatore della musica garga­nica nel mondo nell’ambito della nona edi­zione del Pre­mio Saccia dedicato a tutte quelle figure che meglio hanno saputo inter­pretare il Gargano nelle sue positività e il cantautore non esita a dire che «Credo che questo premio me lo sono pro­prio meritato … ». Stasera sarà ospite d’eccezione insieme a tanti altri garganici doc primi fra tutti i gruppi di volon­tariato che si sono distinti e salirà con una certa emozione sul palcoscenico dell’audito­rium di Rodi nel’ambito della rassegna voluta da un lungimirante imprenditore, quel­lo che s’inventò Baia Santa Barbara e cavalcata da un periodico «Il Bervedere», voce narrante di nostri luoghi. Ma cos’è il Gargano per Eugenio Bennato? Il cantau­tore partenopeo non esita ad ammettere che «questa terra per me è un punto – di ri­ferimento, lo scelsi fin da quando ero ragazzo. Una spe­cie di attrazione fatale. Sa erano gli anni delle voca­zioni, io seguivo un filo este­tico e proprio rincorrendo musicalmente quella che per me era una sorta mi soffermai su questi luoghi su questa gente che – lo dico senza piag­geria – sotto il profilo della intensità tecnico-espressiva non ha eguali, non ho trovato da nessun’altra parte del mon­do». E racconta come arrivò a Carpino, epicentro di un certo tipo di musica popolare. «Ero un maniaco di certa musi­calità e l’ascolto un giorno di un brano di un grande mu­sicista come Alan Lomax mi colpì in maniera particolare; bene, quel brano conteneva uno spezzone di tarantella garganica. Decisi di seguire questo filone così ispirato». L’analisi dello stile, la pas­sione per i luoghi la voca­zione: un mix che ha portato poi Bennato a fare del Gar­gano la sua seconda casa. «Ho analizzato quello stile, mi son dato da fare. In quella musica c’è tutto il senso mediterraneo di cultura e tradizioni soprav­vissute al cataclisma delle in­novazioni. Quella musica era pregna di sensazioni, funzio­nali alle più classiche sere­nate. E dà allora nei miei concerti mandiamo sempre in onda una musica dei Cantori di Carpino. Se pensa che due mesi fa a Buenos Aires in un concerto l’abbiamo ripropo­sta … Il pubblico ha accolto la voce di Andrea Sacco dei Can­tori. E se c’è un percorso ancora da compiere, questi maestri si confermano rife­rimento di una musicalità an­cora attuale contempora­nea». Gargano mon amour. Eugenio Bennato saluta il pre­mio Saccia.
Sabato, 07 Dicembre 2013 GazzettadelMezzogiorno
Pur essendo stato scritto con i piedi quest’articolo rappresenta una testimonianza importante per Carpino.

Nota stonata post premio. In una intervista rilasciata ad una radio locale Eugenio viene invitato a dire due parole sul festival di Carpino e quindi attacca sornione dicendo che la differenza con la Taranta, leggi Notte della Taranta, sta tutta nell’organizzazione.
Mentre è inutile stare a spiegare al cronista che costringe a confrontare due realtà così distanti tra loro. Non è inutile ricordare all’artista che di occasioni in cui ha potuto gestire almeno gli stessi soldi del festival di Carpino ne ha avute tante su tutto il territorio nazionale, ma l’eco della sua organizzazione non si è ancora fatto sentire, anche quando la sua opera si è manifestata vicino a noi a Lesina. Tuttavia per magnificare l’organizzazione degli altri mi piace riportargli le parole utilizzate in una delle sue stesse invettive canore:
Quanta gente, quanta gente alla festa della taranta addo primma nun ce steva niente mo ce stanno tutte quante Quanta gente quanta culure quanta musica e musicante grandartiste e professure manca sulo la taranta.
Quanta gente mieza via e il maestro sul piedistallo che se sbatte e fa ammuina però attuorno nisciuno abballa E lorchestra che sta sunanno è norchestra che nun va a tiempo alla festa della taranta la taranta nun se sente.

Premio Cantori di Carpino e i Laboratori di Comunità

Oggi ho consegnato al Comune di Carpino la presente proposta progettuale da presentare in Regione Puglia Programma attività culturali triennio 2013-2015 – L.R. n. 6-2004, con ente attuatore Associazione Culturale Carpino Folk Festival.

Nel nostro paese i fenomeni di persistenza e di riproposta, invenzione e reinvenzione di elementi della tradizione popolare nel contesto della complessità hanno evidenziato che, di qualunque natura sia il ricomporsi di tali elementi, a intervenire attivamente è una molteplicità di attori sociali. Questi, che rappresentano la cultura locale, non sono dei portatori ingenui che hanno acquisito quei tratti di cultura attraverso la tradizione orale o l’osservazione; ne possiedono invece piena consapevolezza e li hanno intenzionalmente appresi ascoltando i racconti degli anziani della comunità, svolgendo ricerche in ambito antropologico, storico, musicale, ecc. I ‘portatori di cultura’ hanno piena coscienza che aspetti della loro memoria, elementi della quotidianità e la ritualità del passato possono diventare una forma di comunicazione rivolta all’esterno della comunità, un’offerta turistica di supporto all’economia locale.

La proposta progettuale, sia per diffondere e promuovere la cultura popolare ed offrire giusto riconoscimento e visibilità ai portatori di cultura, sia per valorizzare e trasmettere le caratteristiche del territorio, mettendone in evidenza le ricchezze, i cambiamenti e le diversità in un’ottica di promozione e sviluppo, intende istituire il Premio Cantori di Carpino e veicolare l’arte del tramandare la cultura popolare con i Laboratori di Comunità.

Aggiornamento del 29 novembre:  purtroppo le cose non sono andate come auspicavo. Il Comune di Carpino ha fatto proprio il progetto, stralciando completamente ogni riferimento all’Associazione. In quanto autore ho chiesto di non presentarlo per non generare una nuova voragine fra l’associazione e l’amministrazione, ma non sono stato ascoltato. Da quanto mi è stato riportato ci sono scambi di accuse fra Michele S. e Rocco R., fatto sta che ancora una volta per il mio impegno vengo deriso e riempito di insulti, e, fatto gravissimo, derubato dell’ideazione e della progettazione del Premio. Mi riprometto di non farmi in futuro ricoinvolgere in queste commistioni e di astenermi in, ormai divenute, inutili polemiche.

Carpino/ Addio a Michele Di Perna

di Mimmo Delle Fave
Pochi giorni fa, all’età di 86 anni, in un mesto mattino autunnale e deceduto Michele Di Perna. Forse è tra quelle persone di Carpino, in assoluto, che ha scritto più poesie (in lingua ed in vernacolo). Lo si può definire l’autodidatta per eccellenza. Al conseguimento del 5° Ginnasio, frequentato a Foggia dove viveva con la sua famiglia, dovette precipitosamente rientrare in via definitiva a Carpino. Foggia infatti era diventata un terribile teatro di guerra (quella del 1940-45) ed era oggetto di frequenti bombardamenti , ormai noti nella Storia. Nel 1947, a 20 anni, con l’Italia ormai liberata dal nazi-fascismo, Michele Di Perna assolve agli obblighi militari di leva nell’Esercito Italiano terminato il quale rientra a Carpino dove inizia a svolgere attività lavorativa. Prima come segretario nella locale Cooperativa di Pescatori, poi – agli inizi degli anni ’60 – come segretario presso la Scuola Media Statale appena istituita con la nuova riforma. Nel frattempo si sposa, ha tre figli: due femmine ed un maschio. Ed eccolo il Michele Di Perna che tanti cittadini di Carpino ricordano di più: dopo l’esperienza alla Scuola Media viene assunto alle dipendenze del Comune di Carpino prima presso l’Ufficio Anagrafe-Stato Civile e successivamente, in via definitiva, passa alla Segreteria comunale alle dirette dipendenze, quale persona altamente competente ed affidabile, dei tanti Sindaci, Commissari Prefettizi e Segretari Comunali che lo hanno conosciuto ed avuto accanto. Tra le sue attività, per così dire culturali e di hobby, oltre ad aver composto numerose poesie ricordiamo che Michele Di Perna fu anche, per qualche tempo, Corrispondente da Carpino per il Quotidiano “La Gazzetta del Mezzogiorno”. In due delle sue poesie-testamento, come possono essere definite e di cui una viene riportata qui in calce integralmente, Michele Di Perna, alla sua morte, avrebbe desiderato essere sepolto “Nel bosco, nei campi dei miei avi, dove voglio morire abbracciato alla terra nera come se fossi seduto sulle ginocchia della mamma mia” (A’ Vicchiaia), oppure “In cim’ a mont’ Frnon’ (dal titolo omonimo). Oltre alle due poesie citate ne ricordiamo quì i titoli di alcune altre molto significative: la serie dedicata ai mestieri di una volta, oggi quasi del tutto scomparsi, “Muntagn fatat’”, “Cant’ nu’ gridd’”, “Natal”, “Fatt luver”, “Canto la donna” (quest’ultima composta in Lingua).
A VICCHIAIA
(1° Premio al Concorso di Poesia “Giuseppe d’Addetta “- Carpino 1986 – Sezione in Vernacolo. Nella stessa edizione un altro carpinese, Matteo Cerrone, si aggiudicò il 1° Premio in Lingua con la poesia “Notte d’Estate”).
Chia mai c’ po’ rcurda’ d’ me mo che so’ fatt’ vecch’, pass’ la vit’ n’nt la strad tutt’ li jurn ‘assttat.
Migghieram’ je’ mort da nu munn d’ann’, figghim’ vann’ semp fuienn e addov’ stann fann’ li dsprat’.
Maramè, chi m’adda cunfurtà mò che song d’vntat minghiaril!
Li cunpagn’ mija che stann a quidd’ munn sapevn’ quant’ jiev’ fatgator’: lu megghijo d’ li mtitor’, lu chiù furzant d’ tutt’.
Quann’ stev’ sop’ li vuliv’ cantav’ p’ na voc d’ pett tanta sunett paisan’; vulev ben’ pur alli pret’ d’ la via
Tat’ jiev pacion’ e cunpagnon’.
Mo’ che nun val’ chiù nent’ avit’ cumpassion’ bon’ vucin: purtatm’ ‘a la terr’ d’ lu tatt’ mij, a lu vosch,
addà jiè campà cuntent tutt’ la vit’ e addov’ voij murì abbrazzat’ alla terra ner’, com’ se stess ‘nzin a mamma mia.

Traduzione: LA VECCHIAIA – Chi mai può ricordarsi di me ora che sono vecchio, passo la vita nella strada tutti i giorni seduto. / Mia moglie è morta da molti anni, i miei figli vanno sempre correndo e dove vivono fanno i disperati. / Povero me, chi mi conforterà ora che sono diventato inutile. / I miei amici che sono già morti sapevano quanto fossi lavoratore: il migliore tra i mietitori, il più forte di tutti. / Quando ero sopra gli alberi di ulivo cantavo con una voce possente tanti sonetti paesani; volevo bene anche alle pietre della strada tanto ero buono e di compagnia. / Ora che non valgo più nulla abbiate compassione, voi buoni vicini:
portatemi alla terra del padre mio, nel bosco, là vivrò contento per il resto della mia vita e lì desidero morire abbracciato alla terra nera, come se fossi seduto sulle ginocchia della mamma mia.

Il riscatto pugliese è nato anche da qui

Ora la regione deve far maturare la sua primavera
La Puglia ha saputo porsi negli ultimi 20 anni come un territorio in controtendenza rispetto al resto del Meridione. Ma occorre che si interroghi su cosa farà da grande
Per capire le molte sfumature della Puglia contemporanea bisogna andare con la mente al 1991, anno-spartiacque che segna il collasso del vecchio sistema e l’inizio di qualcosa di nuovo. Come ha scritto Franco Cassano in un libretto pubblicato una quindicina di anni fa, Mal di Levante, è intorno a due eventi avvenuti in quell’anno fatidico a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, lo sbarco dei ventimila albanesi nel porto di Bari in agosto e il rogo del teatro Petruzzelli in ottobre, che si dipana il rapporto dell’Italia sud-orientale con la post-modernità. Ed è interessante notare come alcune opere recenti si interroghino ancora su quegli accadimenti cruciali, a oltre vent’anni di distanza. Nel cinema, Daniele Vicari con «La nave dolce» e Roland Sejko con «Anija (La nave») hanno raccontato l’approdo della Vlora e il successivo trasferimento di quella ingente massa umana all’interno dello Stadio della Vittoria. Più in generale, i due film hanno raccontato il tracollo del regime stalinista albanese e il successivo irrompere dei boat people nel nostro immaginario collettivo. Tale evento, come più volte ricordato, segna la caduta del Muro di Berlino nell’Europa meridionale, un evento dalla portata geopolitica che non può essere ridotto al solo fenomeno migratorio verso le nostre coste, benché esso sia una delle conseguenze più visibili.

In letteratura, l’ultimo romanzo di Antonella Lattanzi, Prima che tu mi tradisca (appena edito da Einaudi), parte proprio dal rogo del Petruzzelli, da quello che Cassano indicava come «il segno di una crisi dura, innegabile, profonda delle classi dirigenti della città», per scandagliare la vita di due adolescenti che crescono «dopo» quei fatti.

Ci si interroga ancora sui due Eventi, benché nel ventennio successivo la Puglia sia molto mutata, perché tale mutazione — come testimoniato anche da altre opere non solo appartenenti al campo cinematografico e letterario — in un certo senso ha a che fare con essi. Se negli ultimi anni si è spesso parlato di rinascimento pugliese, lo si deve ad alcuni fattori di cui quegli eventi e le loro conseguenze (innanzitutto, una nuova presa di coscienza) possono essere percepiti come punte dell’iceberg. Caduto il Muro, la Puglia è tornata a essere una porta conficcata nell’Adriatico. Da periferia della periferia dell’Impero occidentale, è ridiventata crocevia tra Est e Ovest. Il meglio della cosiddetta «primavera pugliese», non solo nel campo delle arti, è riuscita a cogliere tale apertura verso oriente. Soprattutto ha compreso che l’Adriatico può essere uno dei mari- chiave dell’Europa. Quanto al rogo, molte delle migliori energie successivamente liberate a Bari (e non solo a Bari) sono nate dalla constatazione che il territorio regionale andava liberato dalle pulsioni autodistruttive.

Cosa rimane oggi di questa energia che ha reso la Puglia innegabilmente cool agli occhi dei non pugliesi, e che ha fatto parlare di riscatto di questa parte di Sud, proprio nel momento in cui Napoli, Palermo e più in generale il Meridione tirrenico parevano annaspare e avvitarsi su se stessi?

A prima vista tanto. Tuttavia credo che la «primavera pugliese» debba interrogarsi su cosa farà da grande. Essa ha in parte influito, a suo tempo, sul nuovo corso politico tracciato dal successo di Nichi Vendola alle elezioni regionali nel 2005; e in parte è stata sostenuta — non certo diretta — da alcune misure prese dal governo regionale, specie nell’ambito delle politiche giovanili e culturali. Più in generale c’è stato un rapporto dialettico tra le due cose, non univoco, anche se esso non può certo spiegare da solo l’enigma della «primavera». Oggi si è davanti a un bivio e, per evitare che nei prossimi anni quanto di buono è stato seminato o creato o vi è nato spontaneamente possa andare disperso, occorrerà tenere a mente alcune cose.

La prima è che le primavere non sono eterne. Per evitare i grigi autunni e i rigidi inverni, bisognerebbe irrobustire gli spazi di autonomia e porsi — come dicevo — il problema della maturità. Dopo l’innegabile rottura, il decisivo primo passo, vanno create le condizioni perché i passi successivi, più complessi, non siano ostacolati.

La seconda è che la crisi economica che colpisce l’intero Mezzogiorno (come riportato ad esempio dagli ultimi due Rapporti dello Svimez) interessa anche la Puglia. Gli indici di disoccupazione giovanile e di desertificazione produttiva sono notevoli. Decine di migliaia di ragazzi vanno fuori in cerca di lavoro e non tornano più.

Dagli anni novanta in poi, spesso quando si è parlato dei Sud (al plurale) si è adottata la metafora della pelle di leopardo. Il Sud non è tutto uguale, si diceva: accanto al solito degrado, al solito sconquasso, vi sono aree di eccellenza, aree che si sottraggono al pantano. Molte di queste aree erano pugliesi. In parte lo sono ancora oggi; però andrebbe capito che, di fronte a una crisi dura come quella che si sta attraversando, le oasi si stanno indebolendo. In assenza di un progetto di lungo periodo (che dia sostegno, ad esempio, alle imprese innovative, ai distretti virtuosi), sono aggredite dall’avanzare del deserto.

Di questo sguardo di lungo periodo ha bisogno, ad esempio, anche la crisi pugliese più nota: quella della città di Taranto. Non è solo una crisi industrial- ambientale, quella jonica. È una crisi di sistema che affonda le sue radici nell’ultimo trentennio. In un celebre reportage apparso sul Corriere nel 1979, Walter Tobagi colse perfettamente i nodi irrisolti dello sviluppo industriale nel Sud, il rischio che le «cattedrali nel deserto» (dopo aver amalgamato una stramba classe operaia fatta di «metalmezzadri», in bilico tra città e campagna) potessero rimanere tali, anziché alimentare un indotto produttivo intorno a loro. Ancora oggi, il futuro di Taranto, altra faccia della medaglia rispetto alla Puglia adriatica, si gioca intorno a tale nodo irrisolto. Non basta garantire alla città una complicatissima via d’uscita dal disastro ambientale, che tenga insieme lavoro e salute. Occorre gettare le basi per una fuoriuscita da quella che in riva allo Jonio viene spesso additata come «monocultura siderurgica». Anche accanto a una fabbrica trasformata, occorre fare altro. Purtroppo gli enormi ritardi nel completamento dei lavori infrastrutturali del porto, le recenti crisi della Vestas (che produce turbine eoliche) e di Marcegaglia (che qui produce pannelli fotovoltaici), rivelano quanto tutto ciò sia complicato.

Ma la Puglia, non può certo essere ridotta alle evoluzioni o involuzioni delle sue due città più grandi. La sua peculiarità è nella complessità, nella poliedricità delle sue molte province, nella vitalità dei borghi di media grandezza. Il Salento, ad esempio, è entrato nel ventunesimo secolo puntando sul nesso turismo-cultura.

Non tutto è andato per il verso giusto. Come già lamentava la scrittrice Rina Durante negli anni novanta, la fisionomia di molti piccoli paesi è profondamente mutata, alcuni angoli di costa sono stati saccheggiati. Tuttavia, nel complesso, in Salento molto più che altrove, la bianca pietra di Puglia ha resistito eroicamente ai possibili assalti del brutto. A ogni angolo, specie seguendo gli itinerari meno battuti, è possibile imbattersi in quei segni della «antica armonia» di cui parlava Cesare Brandi. Anche qui, quando si è favorito il turismo senza cedere alla «monocultura turistica», invasiva quanto fragile, il territorio non è stato stravolto.

Non solo. Da Otranto ad Acaya a Melpignano a Carpino, così come da Conversano a Polignano a Mare, la Puglia è attraversata da intelligenti festival culturali, che non si limitano unicamente alla rilettura del proprio passato. Al contrario, hanno svolto e svolgono una costante opera di collegamento tra la Puglia e il resto d’Italia, la Puglia e l’Europa, la Puglia e l’altra sponda dell’Adriatico, molto più che nei decenni precedenti. Il riscatto pugliese è nato anche da qui. Ho sempre pensato che il rapporto con il passato, ad esempio con i canti e i balli generati dalla tradizione contadina, come la pizzica, debba essere liberato da una doppia tenaglia, un doppio rischio. Da una parte il rischio di esaltare acriticamente quella tradizione, scivolando in un passatismo nostalgico, privo di increspature. Dall’altra il rischio di edulcorare quella stessa tradizione, riducendola a una componente dell’eterno presente levantino, celando in realtà proprio il mondo che quella cultura ha prodotto.

Ogni tanto occorre spazzolare la storia contropelo. La più grande definizione dell’essenza pugliese l’ha data probabilmente Carmelo Bene, anche se — a dirla tutta — quando parlava di «sud del sud d’Italia» (la «sua» Mancha) intendeva più il Salento che l’intera Puglia. «Abbiamo avuto la Magna Grecia e l’Islam», diceva Bene. «È tutto un fatto speciale, un fatto a sé, una cultura-bordello con un cattolicesimo tollerante che poggia sul vuoto».

Quanto rimane di questo bordello tollerante che poggia sul vuoto? Quanto rimane della sua anima profonda, che per secoli ha impregnato le pietre delle chiese e dei palazzi, e finanche quelle dei muretti a secco che costeggiano i campi?

“Ejë cammënatë lu munnë a palmë a palmë”

Nel processo di trasmissione orale i cantori tradizionali volutamente o involontariamente modificano i testi per adattarli alla funzione o allo scopo che serve loro nella comunità di appartenenza.
Il sonetto in questione è molto vecchio e doveva essere diffuso in un area geografica molto ampia.
Riporto prima la versione trascritta alla fine del XIV secolo in terra d’Abbruzzo, a Gessopalena, e poi quella che A. Piccininno di Carpino canta in modo indifferenziato sulla forma musicale della viestesanë o della rudianellë o rudianë (tutte in modalità maggiore) – si ascoltino registrazioni audio di G. Leggieri e G. Canistro, Carpino 1984, di Ettore de Carolis, Carpino 1987 e di R. Leydi e S. Villani, Carpino 1988.

Agge arrannat’ lu munn’ a palm’ a palm’:
Le donn’ lho truvat’ a mill’ a mill’
L’agge truvat’ diù sol’ sorell’:
Jun’ si chiam’ Fior’ e l’altr’ Gijj.
Jun’ le port’ lu pèrzeche nuvell’;
‘N’altr’ la mela-rosci’ pe l’odor’;
Jun’ le port’ la verd’a-gonnell’;
‘N’altr’ lu fil’ d’or’ a li capill’.

in Canti popolari delle provincie meridionali raccolti da A. Casetti e V. Imbriani, Anno 1871.
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Ejë cammënatë lu munnë a palmë a palmë,
li donnë l’eji truvatë a meglië a meglië,
pë truvà ‘na femmina bellë.
Ejë truvatë ‘na cocchjë dë surellë
una cë chiamë rosë e n’avtë ngiglië
la grannë portë la funë alla gunnellë
la picculë lu lazzë d’orë alli capellë.

Di seguito l’estratto della registrazione G. Leggieri e G. Canistro, Carpino 1984.
Forma Musicale (rudianë)
Esecutori: Antonio Piccininno: voce, Andrea Sacco: chitarra battente, Gaetano Bernardo: chitarra francese.
Ejë cammënatë lu munnë a palmë palmë (rudianë)

Alan Lomax, Diego Carpitella ‎– Southern Italy, Carpino and The Islands

Questo è il secondo LP delle registrazioni italiane realizzate da Alan Lomax nel 1954. Include musica tradizionale proveniente dal sud del Paese e dalle isole, Sicilia e Sardegna. Un altro straordinario esempio della meravigliosa diversità e bellezza arcaica della musica popolare italiana. Buon ascolto!

http://theworldjukebox.files.wordpress.com/2010/08/southern-italy.mp3
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Antonio Basile
Antonio Basile
Antonio Basile
Antonio Basile
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E’ morto oggi il compositore, musicologo e pianista Roman Vlad – Nel 1957 è a Carpino

Roman_Vlad[1]Nato a Cenauti in Romania (oggi Cernovtzy, Ucraina) nel 1919, cittadino italiano dal 1951, ha scritto opere teatrali, sinfoniche e da camera fra cui le Cinque elegie su testi biblici, Melodia variata e il celebre ciclo delle Stagioni giapponesi, 24 Haiku. E’ stato presidente della Siae, direttore artistico dell’Accademia Filarmonica Romana, dell’Orchestra Sinfonica della Rai, della Scala e sovrintendente dell’Opera di Roma.

Ottobre 8, 2008
Un pomeriggio al telefono con Roman Vlad di Antonio Basile
A 50 anni dalle riprese de La legge / di Jules Dassin

Nel giugno 1956, uno scrittore in piena crisi ideologica trascorreva le sue vacanze nel Gargano, cercando la solitudine e la pace; nel giugno 1957, un romanzo di ambiente italiano “La Loi” compariva nelle librerie parigine; nel giugno 1958, Jule Dassin dava il primo giro di manovella al film che era stato tratto dal film. Interpreti del film sono Gina Lollobrigida, Pierre Brasseur, Marcello Mastroianni, Melina Mercouri, Yves Montand e Paolo Stoppa. Il luogo principale in cui viene girato il il film è Piazza del Popolo di Carpino.

Nel dicembre 2005 siamo venuti in possesso di un testo curato da Cecilia Mangini – La legge / di Jules Dassin ; a cura di Cecilia Mangini – Dal soggetto al film; Tratto dal romanzo [La loi] di Roger Vailland, Sceneggiatura di Françoise Giraud e Diego Fabbri, In copertina: Il romanzo di Roger Vailland e la nuova storia di Dassin, un paese a disposizione della “troupe” – in cui è presente un’intervista che potrebbe modificare la sequenza e l’elenco dei ricercatori che furono a Carpino e sul Gargano e che pertanto possono essere in possesso o possono essere d’aiuto al mondo accademico per l’individuazione di uno dei rari materiali sonori e video raccolto quando la televisione non aveva ancora contaminato completamente le tradizioni musicali dei nostri territori.

L’intervistato in questione nel raccontarci le difficoltà nella realizzazione delle musiche del film “La loi” di Jules Dassin afferma “In tutti questi paesi, radunavamo la sera, sulla piazza o in qualche casa, dei giovani e dei vecchi disposti a farci sentire i canti che sapevano”. “Tornai con ore di musica registrata della quale mi sarei poi ampiamente servito come della più preziosa e autentica fonte d’ispirazione”.

Come sappiamo molti sono gli studiosi che si sono recati nelle nostre terre, in questo caso stiamo parlando del periodo 1957/1958 e di un grande maestro, Roman Vlad.

Abbiamo contattato il maestro, che, gentilissimo, ci ha richiamato per telefono una domenica pomeriggio di questo autunno.

La telefonata è durata quasi un’ora, durante la quale Roman Vlad, emozionato e stupito della nostra trovata, ci ha raccontato di aneddoti, persone e paesaggi pieni di bellezza e schiettezza, di suoni, di sogni e di fatiche spesso indescrivibili e della veridicità di quanto riportato nell’intervista della Mangini.

Prima di chiamarmi, il maestro aveva già lavorato per noi cercato di recuperare il materiale.

Non era più in suo possesso e man mano che, pieno di gioia, per telefono ci parlava, gli venivano in mente quei lontani giorni a più di 40° gradi all’ombra e di quelle serate trascorse ad ascoltare e vedere danzare le musiche folkloristiche da giovani e anziani rigorosamente maschi.

Roman Vlad intraprese sul Gargano tre viaggi e la troupe di Dassin rimasse a Carpino per circa due mesi.

Secondo il maestro le musiche dovrebbero essere in possesso della Gite film – Monica film (dalle nostre informazioni risulta che le Musiche furono di Roman Vlad dirette da Marc Lanjean, il Fonico fu William R. Sivel, i Direttori di produzione sono stati Baccio Bandini – Luciano Perugia – Walter Rupp e la Produzione è quella di Maleno Malenotti e Jacquer Bar per la GESI cinematografia, la Titanus spa- Roma e Le Groupe des Quatres – Paris) due editori uno francese e uno italiano – e non si tratterebbe di solo materiale sonoro, ma anche video, anche se non raccolto per scopi scientifici nei territori di Carpino, Ischitella, Peschici, Rodi Garganico e Monte Sant’Angelo.

Questo vuole essere l’ennesimo grido di dolore per fare appello a tutti coloro che possono farlo di provvedere al recupero di questo materiale, anche perché ormai sono passati quasi 50 anni e le loro condizioni sicuramente necessitano di un urgente restauro.

Autore: Antonio Basile

Le donne del Sud non sono solo Sole (sottotitolo: Fatte a mano).

Racconto breve presentato al concorso Letterario “Il rovo” – Cagnano Varano 2013; nell’edizione 2012 il racconto presentato era intitolato “Voli acsetici”.
di Gianfranco Pazienza

(a Rosetta Pirro e a tutte le altre persone incontrate sul Garago, che amano e lavorano con passione per questo “terroir”; tutt’altro da chi, con la presunzione di possederlo, lotrascura.)

Con le porte sempre aperte, ovunque protette da una tenda pesante, le
voci fuoriescono ovattate; una mano scosta la rete e appare a metà il bel
viso e un bel seno. Non mi chiede della presenza estranea, interroga
senza parlare. A quello sguardo rispondo: cosa sono gli spicchi rossi?
Pomodorini spaccati essiccati al sole, una parte della tela di Arcimboldo
fatta di melanzane a fette, conserva essiccata di pomodoro, capperi,
piante di basilico, prezzemolo, salvia e rosmarino, mazzetti di origano.
Collane di carrube e variopinti pomodorini e peperoncini. Fichi e mandorle ad essiccare in cesti intrecciati di rami sottili; anche la pasta fatta a mano, piccole orecchiette di farina di grano duro, ingiallisce al sole. Quei prodotti, sistemati con cura, sono il libro di ricette da sfogliare all’aperto.
Il giardino senza terra intorno lo aveva ereditato dai nonni; affidata alle
loro cure i genitori erano andati ad arrugginire nei freddi turni nella
fabbrica del nord. Il nonno in particolare si era adoperato per farla
crescere, attento ad ogni sua richiesta: lei era il frutto più bello di quel
giardino. Tutte le mattine lui si recava a irrigare gli orti fiorenti e i giardini di arance con l’acqua della sorgente di “cannella”, facendola scorrere
attraverso i formili in pietra. Era il suo lavoro, il solo ingegnere di quei
fontanili: l’acqua passava di pianta in pianta, di conca in conca, di terrazzo in terrazzo fino a “molino di mare”.
Sfogliando i ricordi della sua storia esce e porta un bicchiere di acqua
ghiacciata con latte di mandorla, sul vassoio arricchito di variopinti frutti in miniatura: castagne, mandorle, noci, fichi d’india, ciliegie, tutti fatti di pasta di mandorla e decorati. Li aveva visti creare dalle mani abili di sua nonna, ne conservava la ricetta solo ripetendo quei gesti premurosi.
Gustoso ristoro in quel giardino: vasi di latta e di plastica, ciascuno con la propria pianta; persino la vigna di uva spina si fa pergola, trae linfa dalle pietre con le radici del tralcio. Un leggero movimento dell’aria, al profumo di zagare rose gerani, di anice e basilico, in quel momento le spettina e le fa svolazzare l’abito leggero. Lo ferma imbarazzata con il braccio e quelle movenze graziose mi invitano a seguirla; senza dir nulla apre la porta accanto per farmi entrare nel suo laboratorio, fatto di ricordi e di arte. Una grotta scavata nel calcare bianco, come la nicchia e la statua di San
Michele con la spada, bianca di calce: qui la protezione dell’arcangelo
abita ovunque sulle case. Quel “santuario” artigianale sapeva di pulito e di
fresco, a prova di igiene di certi disciplinari. Nella penombra gli occhi
luminosi illustravano le sue creazioni: un telaio di legno di castagno,
armato di gomitoli e filati colorati con utensili di legno di ciliegio e radica di
ulivo, riempiva lo spazio di mezza stanza. Lo aveva costruito con il nonno
anzi, ricostruito. I tessuti riposti ordinati uno sull’altro erano le trame
variopinte delle sue storie, dei suoi desideri, raccontavano la sua vita.
Nel suo regno era ancora più bella; non conoscevo il suo nome, la
familiarità di quei momenti non prevedeva imbarazzanti presentazioni.
Oltre al suo laboratorio voleva farmi visitare quello della sua amica
Rosetta Pirro, in un paese vicino, poco distante dal mare; visto l’interesse,
mi affido a lei decidendo di andarci subito. Il breve tragitto è ammantato di
mistero di racconti e magia a me sconosciuti, conservati nelle strofe
cantate nelle calde serate, accompagnate con musiche e danze popolari.
Contaminazioni culturali affascinanti sopravvivono sul Gargano grazie
all’eredità dei “Cantori” con la voce calda e innamorata di Antonio
Piccininno, splendido novantenne capace ancora di incantare con la
bellezza seducente. In silenzio a lei dedico quel corteggiamento, bella, per
niente turbata dall’avere i capelli ricci spettinati.
Col breve viaggio, sospese tra il cielo e il mare, ci inoltriamo nei
microcosmi della “Montagna del Sole”, definizione perfetta per un
promontorio proteso verso l’oriente, specchiato nei due laghi di Lesina e
Varano, due occhi di taglio diverso bagnati dal mare. Sempre con più
fascino usa le metafore delle “Quattro stagioni del Gargano”: immagini di
mondi contadini che mutano dentro paesaggi naturali; mi parla con
familiare confidenza di Matteo Salvatore, un altro cantore di quelle
bellezze e di quelle storie. Tutte queste annotazioni rendono la geografia
del Gargano romantica, s’inoltra nel dedalo di valloni che penetrano il
massiccio montuoso, anche dal mare; sono unici gli scenari nel fondo valle
del torrente Romondato dove, cosa rara d’estate, una piccola sorgente
sgorga tra noduli di selce. Ci si va per sfuggire alla calura o cercar funghi,
verso la Fulecara “faggeta depressa” fresca e rigogliosa. Resto affascinata
da quella sua straordinaria conoscenza di luoghi e di ambienti, così
minuziosamente descritti. Le chiedo se le piacerebbe accompagnarmi,
avremmo potuto visitare il canale il giorno successivo.
Il viaggio di quel giorno si ferma all’ingresso del centro storico: noi
dobbiamo seguire per il rione Terra, appunto. La strada conduce alla
casa-laboratorio della sua amica.
Oltre il portone di legno, aperto anche di notte, la porta a vetri con due
tendine stile provenzale dava l’ingresso a una fiaba. Alambicchi di vetro e
rame per i rosolii, ciotole con canditi di bucce d’arancia e cioccolato,
mandorle tostate e pestate, zucchero caramellato e farina sui fornelli e la
cucina, gusci d’uovo aperti sul ripiano di marmo. Dolci “sospiri della sposa”
davano il benvenuto in quella che diventa un’altra storia, fatta di donne un
tempo sole, di carezze e di dolcezze, di cura.

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