//
archives

Antonio Basile (Ufficiale)

Antonio Basile (Ufficiale) ha scritto 2101 articoli per Antonio Basile – OFFICIAL BLOG

Alla ricerca del quadro di Sant’Anna, rubato – di Mimmo Delle Fave

Foto: Domenico Sergio Antonacci

Foto: Domenico Sergio Antonacci

Alla fine degli anni ’60, nella notte del 5 settembre 1969 (quasi mezzo secolo fa), veniva perpetrato, da delinquenti rimasti ignoti, il furto del prezioso quadro di San’Anna: un olio su tela di buona fattura settecentesca, raffigurante Sant’Anna con San Gioacchino, la Madonna con in grembo il Bambino Gesù e alle sue spalle San Giuseppe; le figure di questa sacra famiglia erano sovrastate da alcuni angeli putti e, sullo sfondo in alto a destra guardando, si scorgeva la figura di Dio o forse di un Profeta. Sembra che il dipinto fu letteralmente tagliato e sradicato dalla sua cornice poiché, evidentemente, il furto sarà avvenuto in tutta fretta. Da allora di quella tela se ne persero completamente le tracce. Il quadro era posto sopra l’altare maggiore di stile barocco, della omonima chiesetta rurale immersa nell’omonima contrada dell’agro carpinese. L’altare era sormontato da due colonne vitinee che incorniciavano il dipinto, aveva ai lati un’arma gentilizia che presentava su campo azzurro una banda rossa trasversale da sinistra a destra, e a destra, in alto, una stella rossa a cinque punte. Tale edificio fu costruito, presumibilmente, all’inizio del 1700. Infatti il 26 Luglio del 1736 , in occasione  della consacrazione e dedicazione a Sant’Anna (ecco perchè il dipinto lo si faceva risalire alla stessa epoca),  la nuova chiesa fu meta della visita pastorale  dell’allora Arcivescovo di Manfredonia Marco Antonio De Marco. La stessa chiesetta, definita rurale insieme a quella della Santa Croce sul Poggio Pastromele (di cui citerò in seguito), era già considerata e mappata sullo “Stato della Chiesa Parrocchiale di Carpino del 1818”, in cui sono elencate ben 8 chiese: La Chiesa Madre di San Nicola (centro storico), San Cirillo (Piazza del Popolo), Purgatorio (centro storico, ormai se ne sono perse quasi del tutto le tracce; sul sito sorge oggi il centenario Istituto “Suore Ancelle del Sacro Cuore”, prima delle “Suore Discepole Gesù Eucaristico”), Sant’Antonio Abate (centro storico, oggi è rimasta solo la denominazione della via dove prima sorgeva la chiesetta), Chiesa dell’Assunta o del Cimitero (centro storico, ivi vi si seppellivano anche i morti, oggi è rimasta la denominazione della strada “Via Arco Cimitero” e il suo edificio, prima ceduto all’Amministrazione comunale dell’epoca per la nuova sede municipale, fu successivamente e presumibilmente demolito per far posto a nuove case per civili abitazioni), San Giorgio (centro storico, oggi è rimasta solo la denominazione della strada e piccole tracce dell’edificio), ed infine le due chiesette rurali di Sant’Anna e Santa Croce.  Ai giorni nostri, dunque, esistono solo le due chiese parrocchiali di San Nicola e San Cirillo e quella della Santa Croce. Dei santi titolari di dette chiese, a parte la vetrata di San Nicola molto recente, esistono e vengono custodite nella Chiesa Madre le relative statue molto antiche di Sant’Antonio Abate e della Madonna dell’Assunta, mentre quella di San Cirillo (patrono di Carpino) si trova nella omonima chiesa parrocchiale; non vi è traccia, invece, della statua o di un eventuale quadro di San Giorgio.
La presenza della chiesetta di Sant’Anna, proprio per la sua prerogativa rurale, prima del furto del quadro era diventata tanto necessaria alla popolazione carpinese, prevalentemente agricola, specialmente in tempo di trebbia: infatti i tanti agricoltori e contadini di tutte le contrade della zona attorno alla chiesetta,  la domenica fermavano il loro lavoro per un’ora per ascoltare la Messa. Ma non solo. Il 26 Luglio di ogni anno, in cui la Chiesa ricorda appunto i Santi Anna e Gioacchino, era tradizione che gran parte della popolazione di Carpino  – fermando ogni sua attività più che in un giorno festivo – si recasse in pellegrinaggio, a piedi ovviamente, alla chiesetta dove venivano officiate due Messe, una al mattino alle 11 ed una nel tardo pomeriggio alle 19 , entrambe celebrate dal Parroco all’aperto, fuori della chiesetta d’avanti al sagrato. All’ora di pranzo, ogni famiglia preparava ciò che aveva portato dal paese e veniva consumato sui prati circostanti (allora privi di vegetazione, oppure veniva tagliata prima). Al termine del pranzo, prima della messa vespertina, si intonavano non solo canti religiosi, ma anche musiche, danze, canzoni e stornelli popolari del paese, accompagnati dai suoni di chitarre, nacchere, tamburelli e mandolini (non mancava mai la classica tarantella carpinese); uomini e donne vestivano con  i costumi che oggi fanno parte della tradizione e vengono rivisitati, ma che all’epoca erano gli abiti della festa e non solo della festa, di uso comune. Una festa veramente popolare, del tutto diversa da quelle che si svolgono oggi nei nostri paesi, come quelle patronali o le “sagre”. E, comunque, questa tradizione cominciò a venir meno a Carpino, quasi inspiegabilmente da un anno all’altro, già da alcuni anni prima del furto del quadro di Sant’Anna e fu proprio a causa dell’abbandono, di qualche crollo  e dell’isolamento a cui andava incontro la chiesetta  che nel 1969 fu perpetrato il misfatto, nè si pensò di portare il quadro in Chiesa Madre…  L’unica altra festa religiosa e popolare oggi simile, sul Gargano, è forse quella del 23 Aprile del Crocefisso di Varano; mentre un’altra chiesa, come quella di Sant’Anna, ha dovuto subire l’abbandono ed è ormai in rovina, e vani sono stati, fin’ora, i tentativi per la sua ricostruzione: l’Abbazia di Kàlena nel territorio di Peschici.
Ormai da oltre mezzo secolo la chiesetta di Sant’Anna è totalmente abbandonata e diroccata ed il suo rudere lo si può scorgere nella pianura di Carpino, dalla Superstrada Garganica giungendo da Cagnano Varano, o andando direttamente sul sito. Intorno al sacro edificio è avanzata inesorabilmente la vegetazione e sono stati piantati molti alberi di ulivo dai conduttori del terreno dove sorgeva la chiesetta. E’ utopistico pensare che Sant’Anna possa essere ricostruita (per Kàlena, quanto meno, sono stati fatti degli sforzi e dei tentativi in tal senso, anche se inutilmente), ma anche se ciò possa essere possibile mancherebbe ciò che più configurava l’esistenza stessa della chiesetta e che la rappresentava totalmente, e cioè l’Icona rubata. Quindi, semmai, prima di poter pensare alla ipotetica eventuale ricostruzione, tutti: Autorità ecclesiali, Forze dell’Ordine, Esperti nel Settore dei Beni Culturali ed Artistici, Enti Locali (Regione, Comune) ed ogni singolo cittadino dovrebbero adoperarsi per mettersi alla ricerca di quel dipinto. Quella tela aveva il suo valore, non solo economico, ma anche storico e culturale per Carpino. E’ questo l’appello che si intende far partire con questo contributo, affinchè una ricerca inizi, sia fattiva, seria, coraggiosa, profonda. E qualora  venisse miracolosamente ritrovato, il quadro farebbe bella mostra di se sopra l’altare maggiore della Chiesa Madre, o nella cappella laterale di essa, e solo dopo l’eventuale ricostruzione della chiesetta verrebbe riportato al suo posto originale.
La storia della ricostruzione dell’altra chiesetta rurale della Santa Croce merita di essere portata ad esempio ed all’attenzione. L’originale, pure secolare, andò in rovina, anche questa, per l’abbandono ed a causa di terremoti (in essa però non vi furono mai oggetti di valore). Agli inizi degli anni ’80 fu poi fatta ricostruire sul medesimo sito di quella diroccata, ma, per motivi vari, con una struttura del tutto diversa dall’originale, ma sapete da chi, grazie alla iniziativa di un “Comitato di Anziani Pensionati” appositamente costituitosi (oggi tutti deceduti), in collaborazione con il Parroco, la popolazione e un equipe di artigiani e professionisti locali che hanno offerto gratuitamente la loro opera, e con un piccolo contributo dell’Amministrazione Comunale di allora che, però, nel contempo, dovette denunziare e perseguire il Comitato con Ordinanze di sospensione e di demolizione “delle opere edili abusivamente realizzate”.  Il fatto, naturalmente, suscitò un grande scalpore tra la popolazione e all’interno di quel Comitato.  I lavori furono ugualmente portati a termine, ma il Presidente del Comitato degli Anziani finì d’avanti al Pretore che però lo assolse. Al termine dei lavori, un cittadino di Carpino che trovò tra le macerie della vecchia chiesetta della Santa Croce, dopo l’ultimo terremoto che la rasa completamente al suolo, la campana originale della torretta, la prelevò e la portò presso la sua abitazione dove la custodì gelosamente per tanti anni, sperando proprio in una eventuale sua ricostruzione. E dopo che ciò avvenne riportò la campana consegnandola al Parroco ed al Comitato per essere ricollocata sul nuovo edificio. Nessuna autorità locale ha ritenuto, fino ad oggi, dover ringraziare ufficialmente quel Comitato di Anziani, magari con una targa ricordo in loro memoria da deporre sui muri della nuova chiesetta.
Auspichiamo una storia di così a lieto fine anche per la chiesetta di Sant’Anna, ecco il motivo dell’appello che parte dalle pagine di questo giornale di cui si ringrazia per la pubblicazione di questo contributo. Ringrazio anche la cara memoria del compianto amico, scrittore e maestro Avvocato Giuseppe d’Addetta, del quale ho tratto alcune notizie dal suo libro “Carpino” (Editrice C.Catapano –Lucera, 1973) relative alle approfondite e preziose ricerche storiche da lui stesso effettuate sul quadro di Sant’Anna e le chiese di Carpino, ma non
solo.

Carpino durante una “transumanza” di vacche podoliche i partecipanti arrivano a centinaia da tutt’Italia

Foto di Antonello Vigliaroli

Foto di Antonello Vigliaroli

Transumanza, l’altopiano di Carminizzo sul Gargano fa il pieno di turisti

La festa è iniziata venerdì 25 aprile alle ore 6.00 con l’arrivo al punto d’incontro prestabilito degli appassionanti che volevano conoscere da vicino le tradizioni pastorali del Gargano raccontate dagli stessi esperti protagonisti.
Dopo un breve tragitto in navetta si è giunti in località Tartareta nel territorio di Ischitella. Qui i partecipanti percorrendo le vie erbose piene di fango a causa della forte piogge cadute sul Gargano per tutta la notte hanno raggiunto la masseria utilizzata dalla famiglia Facenna per pascolare le vacche podoliche durante l’inverno.
All’inizio regna il silenzio. Poi di colpo l’arrivo dei pastori e più lentamente, da lontano, ecco scorgere la mandria di bovini anticipata dal frastuono di centinaia di zoccoli, campanacci e muggiti che letteralmente avvolgono i partecipanti come in un caloroso abbraccio. Segue la tradizionale consegna dei campanacci tipici e più grandi che grazie ai cinturoni vengono appesi al collo delle mucche più anziane e al torello della mandria.
Parte il corteo composto da 45 bovini e fin da subito non mancano le difficoltà dovute alla presenza di noi curiosi. Dietro la transumanza c’è una organizzazione perfetta che richiede mesi di preparazione: uno sforzo collettivo che si affida all’esperienza e al lavoro dei “transumanti”. La presenza di uomini non esperti complica il passaggio delle mucche e rende ancora più faticosa la transumanza degli animali, ma anche dei transumanti. Il percorso da compiere non è molto lungo perché è una transumanza di tipo verticale dal piano alla montagna di soli 8,75 km. Nel nostro caso dal piano si raggiunge Carpino ruotando intorno a poggio Pastromele, il colle sul quale è appoggiato il paese. Qui si compie un breve tragitto interno dove lungo le strade si fermano tutti: curiosi, famiglie, gente che si è data appuntamento per non perdere l’evento; e poi ci sono gli anziani che salutano e accolgono questo rito con un sorriso perso tra i ricordi, quando da bambini erano loro a mungere il latte con le mani. A questo punto si è percorsa la metà della transumanza e si aggregano i ritardatari e coloro che per motivi diversi hanno preferito un tragitto più breve. Lungo la pianura di Carpino e nel percorso sul quale si svolgono durante le festività locali le tradizionali corse dei cavalli si giunge ai piedi di Monte Vernone. Iniziano i quasi due km più tosti con salite che raggiungono punte del 20%. Ma va là sono solo cazzate, la verità è che sono stanco e se quelle macchine non si fossero aggregate al pulmino che trasporta bambini e chi proprio non ce la fa a salire a piedi avrei fatto l’ultimo pezzo con più facilità e con meno nervosismo. Ma tempo di raccogliere gli ultimi spariji e finalmente in Località CAMINIZZO avvisto l’Azienda Zootecnica FACENNA. Ce l’ho fatta!!!

Foto di Domenico Sergio Antonacci

Foto di Domenico Sergio Antonacci

Il paradiso in terra. Tutt’intorno è verde spezzato dall’azzurro del cielo e del lago di varano e dell’adriatico. Vicino a noi galline e galli, mamma maiale e i suoi 8 piccolini, cavalli, conigli, pecore in lontananza e capre garganiche sui pascoli che vedremo scendere nel pomeriggio.
I bovini sono liberi di pascolare nei verdi prati senza mai però entrare in contatto con la piccola mandria che era rimasta su per far crescere i vitelli più piccoli. Il tempo ha cancellato gli affetti ed adesso le due mandrie sono “nemiche” ci spiega la massara Olga. Ci vuole un po di tempo ed un particolare rituale di avvicinamento prima di metterli a dormire di nuovo insieme.
Siamo in ritardo di oltre un ora e quindi Luciano e Michele ci avvertono che verrà subito servita la colazione a base di latte di pecora e di taralli al vinecotto che in quest’angolo di Puglia si ricava dalla spremitura dei fichi che avviene nel mese di settembre. In contemporanea i massari Giacomino Facenna con i suoi due figli, Marco e Antonio insieme a Luigi Giordano mostrano ai turisti la mungitura delle vacche. Intanto è arrivato il ricercatore di canti popolari Pio Gravina che mostra la costruzione dei cesti tipici. E’ già ora di pranzo. Viene servito il panecotte dei montanari con pane, cime di rape, verza, patate e olio di oliva, segue la zuppa di ceci servita con pane abbrustolito.
Quindi si passa velocemente alla dimostrazione della produzione dei formaggi e della ricotta. E’ la volta delle trecce e dei nodini di mozzarella. Il sole è forte sopra il cielo di Carpino. La sveglia all’alba, il percorso, il sole e le ripetute emozioni mi ubriacano i sensi. Tocca alla musica popolare diventare protagonista con una rappresentanza dei Cantori di Carpino capitanati da Nicola Cifronne, Mike Maccarone, Pio Gravina e i cunti di Carlo Ziccocche intervallati dal podolico Luciano, lo studioso Giovanni Rinaldi, il botanico Nello Biscotti e da un breve saluto del paesologo Franco Arminio. Tocca ai cascavadde podolici ristabilire il primato dei sapori ed avviarci verso Monte Vernone alla scoperta dei pascoli della capra garganica e delle erbe spontaneee commestibili. Ma voi lo sapevate che il Gargano è il territorio in cui vive la popolazione che mangia più verdura in Europa? Io non lo sapevo, cosi come non sapevo che i garganici mangiano circa l’80% delle erbe che crescono nel proprio territorio. Con franchezza sapevo dell’esistenza della cicoria selvatica molto differente dalla cicoria addomesticata ma non avrei mai immaginato che un stelo di erba con due o tre trifoglie potesse essere l’originario sedano della nostra zona. Va bene me ne faro una ragione, tanto sono infinite le cose di cui non sono a conoscenza e che spero di imparare. Oggi ho già dato e le mie gambe non tengono più. Il sole e Matteo mio figlio mi danno il colpo finale. Sono costretto a ritornare sui miei passi. Ma prima un’ultima emozione il gregge di capre garganiche con il loro lungo pelo. Scendono dall’alto e non trovo le parole per descrivere la gioia che provo. Sbagliano tratturo e finiscono in un recinto diverso da quello di destinazione. Un giorno dovrò approfondire il meccanismo di recinzione e le aperture e chiusure dei cancelli. Insieme alle macere sono la parte più ricca dell’ingegneria umana in questo paradiso.
Sono solo le 19,00 ma le bolle ai piedi mi suggeriscono di prendere la navetta per tornare a casa paterna. Mi spiegheranno dopo che la serata è continuata con la grigliata di carne, vino e musica fino alle 2 di notte al buio pesto perché nel frattempo è venuta meno l’elettricità alimentata per l’occasione da un generatore a benzina.

Tutto questo solo per i primi 200 fortunati che hanno prenotato e solo per 20 euro a testa. Sono pazzi questi garganici.

*La festa della transumanza sul Gargano ideata dall’eccentrico Luciano C. è stata organizzata dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con la fam. Facenna. L’evento ha ottenuto il patrocinio del Parco Nazionale del Gargano, del Gal Gargano e del Comune di Carpino.
Un grazie mio personale va a Giovanni, l’autista del pulmino del Comune di Carpino, che senza tregua ha fatto da spola tra il punto d’incontro e la masseria Facenna consentendomi di
portare alla festa anche il mio piccolo Matteo di soli 21 mesi.

I riti della Settimana Santa a Carpino tra Fede vera e devozionalismo religioso nella tradizione

Domenico Sergio Antonacci

Foto di Domenico Sergio Antonacci

Tra vera Fede e devozionalismo che, a volte, sfiora in un inevitabile fanatismo, ancora presente, purtroppo, specialmente nella religione cattolica (come  accade in queste circostanze in molti luoghi del mondo, ed in Italia, quella del Sud soprattutto), i tradizionali riti della Settimana Santa a Carpino iniziano (come ovunque) dalla Domenica delle Palme, dove si fa memoria dell’ingresso solenne e trionfale del Cristo a Gerusalemme. Dopo la benedizione delle palme e dei rami di ulivo, sul sagrato della chiesa di San Cirillo, in Piazza del Popolo, da parte del Parroco,  una processione osannante si snoda verso la chiesa Madre di San Nicola. Le stesse due chiese, tra il Giovedì pomeriggio (dopo la Santa Messa in “Caena Domini”) e il Venerdì Santo mattina sono mete dei fedeli ai cosiddetti ed impropriamente definiti “sepolcri” (non solo a Carpino ovviamente) approntati nelle stesse chiese. Nella notte tra il Giovedì ed il Venerdì Santo si possono udire, per le vie principali del paese (specialmente lungo la zona storica), a ricordo degli eventi della passione dall’ultima cena all’orto degli ulivi, al tradimento di Giuda e all’arresto del Cristo, al rinnegamento di Pietro,  i passi della cosiddetta “Turba” preceduta dalla Croce, quella che porta sopra i simboli della crocifissione, e una  fiaccolata. Turba che rappresenta, in un certo senso,  la folla che accompagnava rumorosamente Gesù tra i soldati davanti ai palazzi di Caifa,  Erode e Pilato. Il Venerdì Santo, nel tardo pomeriggio, si tiene la tradizionale processione con il suggestivo e commovente incontro, in Piazza del Popolo, tra il Cristo morto e la madre Maria Addolorata (che vuole essere – in fondo – la rievocazione di una delle quindici stazioni della “Via Crucis” ed il naturale proseguimento degli avvenimenti vissuti nella notte precedente). Questa sentita processione veramente di popolo, parte dalla Chiesa Madre di San Nicola e si snoda per due vie diverse ed opposte: da una, Corso Vittorio Emanuele, viene portato a spalla da ragazze del luogo, la statua del Cristo morto preceduta da una croce di legno nero (in grandezza naturale e abbastanza pesante, secolare)letteralmente  trascinata sulle spalle da due-tre devoti incappucciati, che si danno il cambio lungo il percorso processionale (essi rappresentano il Cireneo); mentre la zona storica a ridosso della Chiesa, quella della Torre Normanna o del Calvario (per restare in tema), viene percorsa dall’altra processione dove sono portate le statue della Madonna Addolorata  accompagnata da San Giovanni l’Apostolo ed Evangelista e da Maria Maddalena. I due percorsi confluiscono, in modo naturale,  in Piazza del Popolo dove, appunto, avviene l’incontro delle figure dei Santi personaggi del Calvario. Lungo quet’ultimo percorso,  della zona storica, anziani e giovani accompagnano il cammimo processionale con lo straziante e tradizionale canto popolare (molto antico e di autore carpinese ignoto) “Giuvdija Sant” in cui, in pratica, viene rievocata quasi tutta la passione di Cristo, dall’arresto all’incontro con la Madonna e San Giovanni, alla Crocifissione. La stessa tradizione racconta che questo canto, affinchè venisse intonato e cantato nel modo più giusto, opportuno ed efficace, i cantori prima di avviarsi alla processione libavano vino per essere volutamente…un pò brilli…Ed oggi si può affermare che senza di questo Canto popolare, la stessa Processione del Venerdì Santo a Carpino, paradossalmente, non avrebbe luogo. Mentre, la processione che scende lungo Corso Vittorio Emanuele viene accompagnata dai tradizionali canti e preghiere quaresimali della Chiesa.  In Piazza del Popolo la manifestazione si conclude con l’omelia del Parroco, o di un sacerdote o religioso cosiddetto “Predicatore”(invitato dal Parroco e che giunge, in genere, da fuori anche della stesa Diocesi), che parla ai fedeli e al popolo dal sagrato della Chiesa di San Cirillo che domina tutta l’intera piazza sempre, ogni anno,  gremitissima.
Da ricordare che nello stesso Corso Vittorio Emanuele esiste, da oltre cento anni, una piccolissima cappellina (dove tre persone riescono appena ad entrarvi e rimanervi in piedi)denominata come la strada a cui è addossata “La Madonnella”. Sul piccolo altare di detta cappellina è posta una Icona della Madonna Addolorata. Questo luogo viene aperto, dai privati e devoti proprietari, per tradizione, nella sola Settimana Santa, ma anche quando è chiuso e l’Icona può essere scorta dalla grata sulla porticina, molte persone, da sempre e non solo nella quaresima e nella settimana santa, passandovi davanti si segnano con il segno della Croce.
La processione del Venerdì Santo, infine, fa rientro verso la Chiesa Madre dove tutti i fedeli e partecipanti, anche se molto stanchi,  vanno a prendersi “la pace” (quella pace che ci si è iniziato a scambiare con i rami degli ulivi la Domenica delle Palme) davanti alle statue della processione appena conclusa e dove il Parroco benedice il Popolo con quella Croce con su i simboli della crocifissione del Cristo, che all’alba del terzo giorno “… Risorgerà, come aveva Annunciato…”(Mc.9,31-32).

Mimmo Delle Fave

Viaggiatori lungo i sentieri del Gargano

caforio«È necessario sfatare l’idea dei garganici riservati, poco accoglienti. Io ho sempre trovato persone aperte al dialogo e pronte a raccontare il loro territorio, le loro usanze, le loro tradizioni. Ricordo con particolare emozione un paio di episodi. Una volta arrivammo a Carpino con un pullman di visitatori da nord e sulla piazza incontrammo Antonio Piccininno, uno dei cantori. Fermai il mezzo e raccontai chi era. Lui iniziò a cantare… i viaggiatori si sciolsero in lacrime per l’emozione. Un’altra volta assistemmo casualmente alla spremitura dell’uva in una cantina e la persona che lo stava facendo prese delle bottiglie, le riempì di mosto e le regalò agli escursionisti. L’emozione che regalano questi episodi non la si può raccontare»

La nuova Farmacia di Carpino

Foto da Ekofarma

Foto da Ekofarma

La dottoressa Paola Niro ha inaugurato la nuova Farmacia a Carpino.
Strutturata in ampi locali, in precedenza adibiti a vecchio frantoio, nasce, con una precisa idea di condivisione, un ambiente ricco di riferimenti socio culturali.
Lo staff tecnico di Ekofarma ha studiato un insieme di messaggi visivi finalizzato alle vendite utilizzando l’immediatezza dei visual multicolor abbinati ad un sistema illuminotecnica di ultima generazione che utilizza un mix di led ed alogenati metallici del tipo master-color.Il layout generale ed il “total white” degli arredi, che accoglie il cliente già all’ingresso con aree a libero servizio, accompagna il visitatore, con un filo conduttore cromatico, fino al banco per poi giungere visivamente ad una curatissima sala espositiva che raffigura e rappresenta la tradizione locale dell’antica arte del tessile.
La nuova Farmacia Niro ospita, infatti, al suo interno una installazione di arte contemporanea di ben 13 metri x 2,50 metri visitabile tutti i giorni negli orari di apertura della farmacia. Uno spazio di 35 metri quadri circa dedicato all’arte della tessitura di Carpino.
Un’opera di “textile art” realizzata grazie alle abili mani di esperte tessitrici Carpinesi in cui il collegamento diretto con i colori che rappresentano i vari settori merceologici svolgono a pieno il proprio compito cioè quello di “vendere” armonizzandosi in un’unica soluzione di continuità con le meravigliose trame esposte nel museo.
Dunque uno spazio commerciale i cui strumenti comunicativi si adattano poeticamente a rappresentare la storia del luogo in cui si colloca la sede.

INTERVISTA AD ANTONIO PICCININNO ULTIMO CANTORE DI CARPINO di Italo Magno

1920303_584778978275075_1515235057_n[1]Carpino abita una collina vista lago e da lì ama perdersi a guardare lontano le vaste distese di uliveti. Arrivo con mia moglie in auto e ci fermiamo davanti all’ampia balconata del bar della piazza centrale, dove Alessandro Sinigagliese, un cordiale giovanottone dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival, ha stabilito il luogo dell’incontro.
E lì era ad attendermi Antonio Piccininno, l’ultimo erede dei cantori di Carpino. Appena mi vede, con tanto di block notes e registratore tra le mani, solleva dalla sedia le sue gambe lunghissime, per  mostrare una gentilezza nel volto e nei modi che riesce a metterci subito a nostro agio. Gli dico cosa intendo fare e lui ci propone di appartarci su un gradone che percorre tutto un lato di quella sorta di terrazza antistante il bar. Ma io gli chiedo di andare più in là, dove può far da corona una bella rampicante fiorita. Però, prima di sederci gli scatto qualche foto. E lui non si fa pregare, mostrandosi già abituato a simili approcci. Quindi pigio sul tasto del registratore per avviare l’intervista.

Senti Antonio, so che di solito ti rivolgono domande riguardanti i canti che tu porti in giro per il mondo. Io invece vorrei prima sapere qualcosa della tua infanzia.
Devi sapere che io sono nato il 1916 e a due anni ho perso la mamma ed il papà, morti per l’influenza spagnola. Così, rimasto orfano, fui affidato ai miei nonni materni. Ma i tempi di allora erano cattivi, c’era la fame, così a otto anni mi hanno mandato al bosco a guardare le pecore. Qui vi erano delle persone adulte che si tramandavano questi canti popolari. Erano solo canti orali ed io, non avendo altro da fare, passavo il tempo a cantarli, mentre guardavo le pecore. Quando poi sono diventato grandicello, ho lasciato il mestiere del pastore e mi sono dedicato alla coltura dei campi…

Come contadino o bracciante?
Come bracciante, perciò non stavo sempre in un posto, ma giravo per le campagne. Lì, a sera, si usava che quando un ragazzo s’innamorava di una ragazza faceva portare la serenata. Quindi quasi ogni sera venivo chiamato, ora per portare la serenata ad una ragazza, ora ad un’altra e siccome cantavo bene le richieste non mancavano. Mi chiamavano non solo i giovanotti in amore, ma anche ai matrimoni, al carnevale, durante la raccolta delle ulive, del grano, secondo le usanze della nostra zona. Così ci divertivamo.

A parte questo, c’erano allora nelle campagne di Carpino lotte bracciantili per la terra, per migliori salari, per migliorare le vostre condizioni di lavoro?
Eh, le cose allora non erano belle. Chi aveva qualche pezzo di terreno se lo teneva stretto, ma non dava molti soldi agli operai. Non avevamo luce, né acqua, che ci toccava prendere lontano in qualche campagna dov’e c’era.

Quindi voi non partecipavate alle grandi lotte per la terra, non conoscevate, ad esempio Giuseppe Di Vittorio?
No, no. Sentivamo parlare del suo impegno per i braccianti, ma da queste parti non si è visto.

A questo proposito, siccome Matteo Salvatore s’interessava nei suoi canti popolari soprattutto della situazione di oppressione nelle campagne e nei piccoli borghi rurali, mi vuoi spiegare quali furono i tuoi rapporti con lui.
Io ho conosciuto Matteo Salvatore tramite Teresa De Sio. Abbiamo fatto pure dei filmati insieme e l’anno scorso c’è stata una serata in suo onore ad Apricena, a quattro anni dalla morte. Abbiamo cantato al teatro davanti a sua figlia e a tutta la popolazione. Ho cantato con lui non moltissime volte, in tutto una quindicina. Lui ha il suo repertorio, io il mio, che è prevalentemente d’amore.

Insomma i canti d’amore ti hanno accompagnato per tutta la vita?
Non per tutta la vita. Questi canti li abbiamo portati avanti fino all’inizio dell’ultima guerra mondiale. Poi gli uomini sono andati tutti via. Dopo la guerra ci siamo ritrovati col grammofono, la radio e più tardi anche con la televisione, per cui i nostri canti sono stati messi da parte. Ognuno si è lanciato sulla modernità e quindi il ricordo dei canti e delle povere musiche spontanee si è perso. Però io ed altri abbiamo sempre tenuta attiva la fiamma dell’antichità, fino a che non è venuto a trovarci un giorno un uomo di spettacolo di Bologna che ci ha scoperto. Poi sono venuti Eugenio Bennato, Teresa De Sio e De Simone di Napoli e tutti sono stati interessati ai nostri canti, si sono presi i testi, i nostri nomi, ci hanno fatto le foto e se ne sono andati.

Così è arrivato il successo…
Macchè. Per alcuni anni non li abbiamo più visti né sentiti. Dopo sette otto anni ci hanno chiamati e siamo andati a Milano. Dopo Milano siamo andati a Napoli, al teatro “De Filippo”. E finalmente si è rifatto vivo anche Eugenio Bennato e quando lo abbiamo visto lo abbiamo rimproverato perché dopo averci promesso tanto non si era fatto più vedere. Lui si è scusato e ci ha avvertiti che voleva portarci con lui a Roma. E per diverse volte abbiamo fatto su e giù da Carpino a Napoli e a Roma per esibirci. In questo via vai la gente ha cominciato a conoscerci ed hanno preso ad invitarci con Bennato o senza Bennato. Poi ci siamo allargati e siamo usciti anche fuori dall’Italia. Siamo stati a Gerusalemme, siamo stati a Nazareth, insomma, in tutti i posti più belli del mondo. Abbiamo anche cantato a Tel Aviv, a Berlino, a Norinberga, a Bruxelles, a Barcellona, a Dubrovnik ed in moltissime città d’Italia. Insomma abbiamo passato un anno intero cantando.

Naturalmente in queste tournee non andavi da solo?
Andavo con i miei amici cantori, Andrea Sacco, Antonio Maccarone e qualche altro. Poi i compagni miei si sono fatti più anziani e allora si sono avvicinati dei giovani che volevano imparare come si canta per portare avanti gli antichi canti di Carpino. Ed ora è da una quindicina d’anni che giro l’Italia con questi giovani, tant’è vero che il 19 aprile passato siamo stati a Torino con i ragazzi a ritirare un premio, così cerchiamo ancora di portare avanti la nostra tradizione…

Senti Antonio, per tenere a mente i canti di Carpino hai dovuti scriverli. Quindi sei andato a scuola.
No, io a scuola non ci sono andato quando era il tempo, perché impegnato con le pecore e la vita di campagna. Però quando mi sono fatto grande sono andato qualche anno alla scuola serale. Ma già quando guardavo le pecore tenevo la penna ed il quaderno. Le persone mi dicevano di scrivere qualcosa, ad esempio scrivi Carpino, scrivi Foggia ed io scrivevo qualunque cosa mi dicevano e poi l’imparavo, così piano piano ho imparato a fare qualche cosa, non un granché, ma qualche cosa, le cose mie le so fare…

Allora in un primo momento ti sei avvalso del ricordo orale, poi invece piano piano ti sei esercitato…
Veramente tren’anni fa venne da Monte Sant’Angelo il professore Francesco Nasuti, che si occupa di teatro, e mi disse: “Antonio visto che sei abbastanza appassionato di canti antichi, perché non fai la raccolta di tutti i canti paesani”. Così io mi sono messo in giro per il paese e agli uomini più anziani domandavo: “Sai qualche canzone paesana?”, riuscendo a raccogliere due o trecento canzoni, che ho passato al professore Nasuti e lui ne ha fatto un libro.

C’è qualche canto che hai composto tu?
No, io sono solo cantante.

Nei tuoi canti spesso è presente il tema della donna…
Sì, è vero. Ma i canti popolari sono soprattutto dedicati alla donna. I nostri canti sono canti d’amore, che il giovane rivolge alla donna di cui è innamorato.

E com’era, ai tuoi tempi, il rapporto tra uomo e donna?
Eh, non era come oggi. Innanzitutto ai miei tempi l’uomo non la poteva vedere la propria ragazza realmente. La vedeva solo da lontano, quando quella andava in chiesa; qualche volta la vedeva un po’ di contrabbando, ma raramente perché se questo accadeva si riempiva il paese e per non farsi parlare ognuno si manteneva, dovendo conservare l’onestà fino al matrimonio. Io per esempio mi sono sposato a vent’anni e mia moglie ne aveva diciotto. Ho conosciuto mia moglie solo dopo il matrimonio. Prima non ci ho mai parlato.

Ma davvero?
Sì, le ho fatto solo la dichiarazione d’amore.

Ah, almeno quella l’hai rivolta a lei?
No, a lei no. L’ho fatta ad una zia, che abitava lì vicino, quella ha portato l’ambasciata, mi ha dato la risposta di sì e poi abbiamo preso a scriverci, sempre tramite la zia che dava la lettera alla mia fidanzata che mi rispondeva tramite questa donna….

Eh, però qualche contatto pure sfuggiva…
No, no, no, no, niente! Non ci ho mai parlato, solo la vedevo in chiesa o quando andava in campagna, perché tutti allora lavoravano, anche le donne. La mattina qui era una fiera, uomini e animali tutti in movimento per dirigersi alla campagna. In città rimanevano solo i cucitori, i barbieri e qualche negoziante. Il resto del paese, tutto in campagna. Quando poi ci siamo sposati, dopo la festa ci hanno portato alla casa nuova, sono venuti i compagni miei per la serenata e, quando sono andati via chiudendo la porta, io ci ho tirato giù la sbarra. Allora sono andato da lei, che stava pensierosa perché si vergognava, e presi ad accarezzarla, poi piano piano cominciai a toglierle qualche indumento da dosso e così, una volta spogliata, abbiamo fatto l’amore.
Ah!
Embè!

Antonio ho visto che suoni benissimo le nacchere. Chi ti ha insegnato?
Le nacchere sono uno strumento che si è sempre suonato. Io non saprei cantare senza le nacchere, perché quelle danno il tono al canto. Però la musica non me l’ha insegnata nessuno. Io sono un cantore con nacchere ed è l’uso che mi ha insegnato a suonarle; so anche fare qualcosa con la chitarra battente, però non sono bravo.

Hai cantato parecchie volte con Eugenio Bennato?
Eh, ho cantato tante volte. Ultimamente ho cantato insieme a lui a San Vito dei Normanni. E ho cantato pure con Teresa De Sio, parecchie volte. Purtroppo non posso cantare più con i miei vecchi amici cantori. Tutti deceduti. È morto prima Andrea Sacco, poi Maccarone, l’anno scorso.

Essere rimasto l’ultimo dei cantori di Carpino ti fa ricordare con nostalgia i tempi passati?
Sì, mi dispiace per i compagni che non ci sono. Ma io non mi faccio prendere dalla nostalgia perché ho sempre voglia di cantare, se fosse possibile vorrei cantare tutte le sere, quello è il mio divertimento.

Però Antonio, ora occorre lanciare nei canti anche qualche giovane bravo di Carpino.
Mo’ ti voglio dire una cosa. I giovani amano sentire i canti popolari, ma non amano impegnarsi molto in questo lavoro. Qualche donna invece si sente cantare bene. Io sono anche stato chiamato parecchie volte a scuola per insegnare qualcosa ai ragazzi e farli appassionare ai canti della tradizione. Il mio desiderio è che i giovani portino avanti i nostri canti popolari.

Un’ultima domanda. La bellissima Ninna Nanna di Carpino, secondo te, com’è nata?
Ascolta. A Carpino non tutte le madri avevano una culla. Allora chi non ce l’aveva, usava una mezza sedia, si metteva il figlio in braccio e cantava la ninna nanna, facendo avanti e dietro sulle gambette di legno fino ad addormentare il bambino. Questa ninna nanna io la canto sempre, l’ho imparata da bambino e non manco mai, mai, mai di cantarla.

Quando te la sento cantare mi faccio prendere dalla commozione…
E pure io. Mentre la canto devo stare attento giacché sono in pubblico e se non mi trattengo mi scappa il pianto… perché mi ricordo che sono vissuto senza la mamma e a me la ninna nanna non me l’ha mai cantata nessuno.

Finisce qui, con il fazzoletto che raccoglie le lacrime di un uomo buono, la mia intervista ad Antonio Piccininno, 95 anni (luglio 2011), ultimo cantore di Carpino, memoria storica della tradizione popolare. Sto per augurargli lunga vita fino a cent’anni, ma per lui non posso farlo e debbo allungarla almeno fino a centocinquanta. Con la fibra e la lucidità che si ritrova potrebbe anche arrivarci.

Carpino. Musica popolare di Cristina La Bombarda

2008710115241carcarp05[1]Ritmi mediterranei, sonetti provenzali, suggestive serenate, tenere ninne nanne, lo struggente planctus Mariae del Giovedì santo: sono i motivi suonati dai Cantori di Carpino.
Nel loro repertorio si ritrovano i vari generi di tarantella tipici della zona del Gargano. Dalla Montanara, eseguita in tonalità minore, alla Rodianella squillante in tonalità maggiore, per finire alla Viestasana. L’esecuzione dei Cantori s’impone all’attenzione degli ascoltatori per il suo carattere estemporaneo, che lascia trasparire come questi canti sgorghino naturalmente dalla vita di campagna, nutrendosi della sua ritualità.
Questa musica, pur conservando l’essenza delle sue antiche radici, riesce anche a manifestare un incredibile carattere contemporaneo. I Cantori di Carpino all’occorrenza si riuniscono per prestare la loro opera anche per le semplici serenate e le feste di paese.
Per l’autenticità e il valore culturale del loro lavoro sono stati contattati, fin dagli anni ’50, da studiosi di tradizioni popolari, i quali hanno iniziato un lavoro di approfondimento dei contenuti e dello stile di alcune forme musicali garganiche.

Sulle ali dell’angelo dal Gargano all’Europa / Bari – Gelsorosso, 2008.

Quella volta di Cecilia Mangini a Carpino

$(KGrHqNHJFYFGWdWFU1gBRrMGsK1dQ~~60_57[1]Premiata di recente con la medaglia del Presidente della Repubblica a riconoscimento della sua lunga carriera cinematografica, Cecilia Mangini è considerata da molti la “madre” del cinema documentario italiano. Fin dall’esordio alla fine degli anni Cinquanta, la regista pugliese ha caratterizzato infatti il suo lavoro al cinema con un costante interesse alle problematiche sociali unito ad un sentimento di partecipazione politica e umana alle vicende degli ultimi, riuscendo a tracciare, negli anni del nascente boom economico, un ritratto inedito del nostro Paese. Nasce così la collaborazione con Pier Paolo Pasolini, con cui realizza due documentari che raccontano le grandi periferie della capitale, Ignoti alla città (1958), La canta delle marane e Stendalì – Suonano ancora (1960), girato in un piccolo paese di lingua grika del Salento, Martano, che ricostruisce uno degli ultimi esempi di lamentazione funebre.

Affascinata dallo straordinario e personale modo di Dassin di “trattare” il Realismo nel 1959 fu redattrice di un libro sul Film “La Legge”, in cui racconta l’esperienza italiana del regista francese.

Cecilia Mangini ha esplorato in trent’anni la condizione delle lavoratrici di Essere donne, mediometraggio del 1965: tabacchine, braccianti, emigranti che vedevano nella fabbrica un salto di qualità per la propria esistenza; con Brindisi ’66 (1966), l’impatto del grande petrolchimico Monteshell sulla città di Brindisi e la nascita di una classe operaia, accompagnando nelle sue lunghe fughe in motorino, Tommaso (1965), giovane brindisino con il sogno di entrare nella grande fabbrica appena impiantata. Il mito della boxe, occasione per uscire da una condizione di marginalità, in Domani vincerò (1969), il rischio di un ritorno della dittatura nel nostro Paese, con il celebre All’armi siam fascisti, fino a Comizi d’amore ’80, lunga inchiesta in cui si traccia uno straordinario affresco dei cambiamenti di mentalità in materie come l’amore e la sessualità.

E’ morto all’età di 93 anni a Siena Padre Remigio de Cristofaro

400596_10202192323902075_375975200_n[1]Frate francescano, compositore di musica sacra, etnomusicologo, autore nel 1966 della Raccolta 104 degli Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, un’incredibile testimonianza storica della cultura e della musica popolare agro-pastorale del Gargano.
(Ischitella 1.10.1921, Fiesole 22.1.2014)

Ritorna sul Gargano la famosa “Raccolta 104″, rilavamento sonoro dei canti e delle musiche popolari del Gargano, effettuato nel lontano 1966 da Padre Remigio de Cristofaro, originario di Ischitella, per conto del Centro Nazionale Studi di Musica Popolare di Roma e della Rai – Radio Televisione Italiana. E’ lo stesso padre francescano, guardiano del Convento dell’Osservanza in quel Siena ed esperto etnomusicologo e compositore di musica sacra, oggi ottantacinquenne, a donarlo al Centro Studi di Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata, diretto dal ricercatore Salvatore Villani. La consegna delle bobine è avvenuta l’altra mattina in quel di Siena, alla presenza dei soci del sodalizio, dello stesso Villani e del costruttore di chitarre battenti di Carpino, Rocco Cozzola. La raccolta, come spiega lo stesso de Cristofaro, che quest’anno sarà premiato nel corso dell’edizione 2005 del Tarantella Fest Gargano (24 luglio – 20 agosto), contiene un centinaio di brani registrati in quasi tutti i centri della Montagna del Sole (fatta eccezione per Carpino, Cagnano, Lesina, Tremiti e San Marco in Lamis). Rientrano, invece, nella “Raccolta 104″ i canti e le musiche di Ischitella, San Giovanni Rotondo, Rignano Garganico, Sannicandro, Vico del Gargano, Rodi Garganico, Vieste, Peschici, Mattinata, Monte Sant’Angelo e Manfredonia. Dal 26 settembre 1966 al 5 ottobre dello stesso anno sono state registrate le voce e le musiche di tanti informatori (quasi tutti scomparsi), portatori diretti di una tradizione popolare che rischia di sparire nei meandri della dimenticanza e nella caoticità della riproposta. Tra gli altri sono stati immortalati nella “Raccolta 104″: Antonietta Del Duca (Vieste), Giulio D’Errico (Peschici), Michele Stuppiello e Alberto Cavallini (Monte Sant’Angelo), Rosa Civitavecchia e Francesco Turzo (Sannicandro Garganico), Francesco Della Malva e Pietro Lombardi (Vico del Gargano), Lilla D’Errico (Rodi Garganico), Maria Moritti, Lucrezia Rinaldi, Giuseppe Pepe e Colomba Coccia (Ischitella), Rocco Bettua, Rosa Tancredi e Michele Saracino (Rignano Garganico), Salvatore Ricciardi, Luigi Longo, Antonietta De Padova, Arcangela Marchesani e Domenico Rinaldi (San Giovanni Rotondo), Donato Del Vecchio e Elisabetta Rignanese (Manfredonia), Matteo Di Mauro, Raffaele Silvestri e Michele Ciccone (Mattinata). Nella raccolta rientrano anche due “vaccari anonimi” della Foresta Umbra, incontrati per caso in una radura. L’intera “impresa” è durata 10 giorni. Le registrazioni originali, non sono mai state trasmesse per radio, ma conservate, gelosamente, negli archivi del Centro Nazionale Studi di Musica Popolare e da qualche giorno in quelli del Centro Studi di Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata (Rignano Garganico). Per concludere, quella di Padre de Cristofaro è senza ombra di dubbi la più completa raccolta ralizzata sul Promontorio (altre sono state effettuate da Alan Lomax e Diego Carpitella nel 1954 e da Ernesto De Martino e Carpitella nel 1958)
Angelo Del Vecchio per Garganopress, 2005.

Ora la regione deve far maturare la sua primavera

La Puglia ha saputo porsi negli ultimi 20 anni come un territorio in controtendenza rispetto al resto del Meridione. Ma occorre che si interroghi su cosa farà da grande
Alessandro Leogrande Corriere del Mezzogiorno del 18 novembre 2013
Puglia%20di%20PeM[1]Per capire le molte sfumature della Puglia contemporanea bisogna andare con la mente al 1991, anno-spartiacque che segna il collasso del vecchio sistema e l’inizio di qualcosa di nuovo. Come ha scritto Franco Cassano in un libretto pubblicato una quindicina di anni fa, Mal di Levante, è intorno a due eventi avvenuti in quell’anno fatidico a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, lo sbarco dei ventimila albanesi nel porto di Bari in agosto e il rogo del teatro Petruzzelli in ottobre, che si dipana il rapporto dell’Italia sud-orientale con la post-modernità. Ed è interessante notare come alcune opere recenti si interroghino ancora su quegli accadimenti cruciali, a oltre vent’anni di distanza. Nel cinema, Daniele Vicari con «La nave dolce» e Roland Sejko con «Anija (La nave») hanno raccontato l’approdo della Vlora e il successivo trasferimento di quella ingente massa umana all’interno dello Stadio della Vittoria. Più in generale, i due film hanno raccontato il tracollo del regime stalinista albanese e il successivo irrompere dei boat people nel nostro immaginario collettivo. Tale evento, come più volte ricordato, segna la caduta del Muro di Berlino nell’Europa meridionale, un evento dalla portata geopolitica che non può essere ridotto al solo fenomeno migratorio verso le nostre coste, benché esso sia una delle conseguenze più visibili.

In letteratura, l’ultimo romanzo di Antonella Lattanzi, Prima che tu mi tradisca (appena edito da Einaudi), parte proprio dal rogo del Petruzzelli, da quello che Cassano indicava come «il segno di una crisi dura, innegabile, profonda delle classi dirigenti della città», per scandagliare la vita di due adolescenti che crescono «dopo» quei fatti.

Ci si interroga ancora sui due Eventi, benché nel ventennio successivo la Puglia sia molto mutata, perché tale mutazione — come testimoniato anche da altre opere non solo appartenenti al campo cinematografico e letterario — in un certo senso ha a che fare con essi. Se negli ultimi anni si è spesso parlato di rinascimento pugliese, lo si deve ad alcuni fattori di cui quegli eventi e le loro conseguenze (innanzitutto, una nuova presa di coscienza) possono essere percepiti come punte dell’iceberg. Caduto il Muro, la Puglia è tornata a essere una porta conficcata nell’Adriatico. Da periferia della periferia dell’Impero occidentale, è ridiventata crocevia tra Est e Ovest. Il meglio della cosiddetta «primavera pugliese», non solo nel campo delle arti, è riuscita a cogliere tale apertura verso oriente. Soprattutto ha compreso che l’Adriatico può essere uno dei mari- chiave dell’Europa. Quanto al rogo, molte delle migliori energie successivamente liberate a Bari (e non solo a Bari) sono nate dalla constatazione che il territorio regionale andava liberato dalle pulsioni autodistruttive.

Cosa rimane oggi di questa energia che ha reso la Puglia innegabilmente cool agli occhi dei non pugliesi, e che ha fatto parlare di riscatto di questa parte di Sud, proprio nel momento in cui Napoli, Palermo e più in generale il Meridione tirrenico parevano annaspare e avvitarsi su se stessi?

A prima vista tanto. Tuttavia credo che la «primavera pugliese» debba interrogarsi su cosa farà da grande. Essa ha in parte influito, a suo tempo, sul nuovo corso politico tracciato dal successo di Nichi Vendola alle elezioni regionali nel 2005; e in parte è stata sostenuta — non certo diretta — da alcune misure prese dal governo regionale, specie nell’ambito delle politiche giovanili e culturali. Più in generale c’è stato un rapporto dialettico tra le due cose, non univoco, anche se esso non può certo spiegare da solo l’enigma della «primavera». Oggi si è davanti a un bivio e, per evitare che nei prossimi anni quanto di buono è stato seminato o creato o vi è nato spontaneamente possa andare disperso, occorrerà tenere a mente alcune cose.

La prima è che le primavere non sono eterne. Per evitare i grigi autunni e i rigidi inverni, bisognerebbe irrobustire gli spazi di autonomia e porsi — come dicevo — il problema della maturità. Dopo l’innegabile rottura, il decisivo primo passo, vanno create le condizioni perché i passi successivi, più complessi, non siano ostacolati.

La seconda è che la crisi economica che colpisce l’intero Mezzogiorno (come riportato ad esempio dagli ultimi due Rapporti dello Svimez) interessa anche la Puglia. Gli indici di disoccupazione giovanile e di desertificazione produttiva sono notevoli. Decine di migliaia di ragazzi vanno fuori in cerca di lavoro e non tornano più.

Dagli anni novanta in poi, spesso quando si è parlato dei Sud (al plurale) si è adottata la metafora della pelle di leopardo. Il Sud non è tutto uguale, si diceva: accanto al solito degrado, al solito sconquasso, vi sono aree di eccellenza, aree che si sottraggono al pantano. Molte di queste aree erano pugliesi. In parte lo sono ancora oggi; però andrebbe capito che, di fronte a una crisi dura come quella che si sta attraversando, le oasi si stanno indebolendo. In assenza di un progetto di lungo periodo (che dia sostegno, ad esempio, alle imprese innovative, ai distretti virtuosi), sono aggredite dall’avanzare del deserto.

Di questo sguardo di lungo periodo ha bisogno, ad esempio, anche la crisi pugliese più nota: quella della città di Taranto. Non è solo una crisi industrial- ambientale, quella jonica. È una crisi di sistema che affonda le sue radici nell’ultimo trentennio. In un celebre reportage apparso sul Corriere nel 1979, Walter Tobagi colse perfettamente i nodi irrisolti dello sviluppo industriale nel Sud, il rischio che le «cattedrali nel deserto» (dopo aver amalgamato una stramba classe operaia fatta di «metalmezzadri», in bilico tra città e campagna) potessero rimanere tali, anziché alimentare un indotto produttivo intorno a loro. Ancora oggi, il futuro di Taranto, altra faccia della medaglia rispetto alla Puglia adriatica, si gioca intorno a tale nodo irrisolto. Non basta garantire alla città una complicatissima via d’uscita dal disastro ambientale, che tenga insieme lavoro e salute. Occorre gettare le basi per una fuoriuscita da quella che in riva allo Jonio viene spesso additata come «monocultura siderurgica». Anche accanto a una fabbrica trasformata, occorre fare altro. Purtroppo gli enormi ritardi nel completamento dei lavori infrastrutturali del porto, le recenti crisi della Vestas (che produce turbine eoliche) e di Marcegaglia (che qui produce pannelli fotovoltaici), rivelano quanto tutto ciò sia complicato.

Ma la Puglia, non può certo essere ridotta alle evoluzioni o involuzioni delle sue due città più grandi. La sua peculiarità è nella complessità, nella poliedricità delle sue molte province, nella vitalità dei borghi di media grandezza. Il Salento, ad esempio, è entrato nel ventunesimo secolo puntando sul nesso turismo-cultura.

Non tutto è andato per il verso giusto. Come già lamentava la scrittrice Rina Durante negli anni novanta, la fisionomia di molti piccoli paesi è profondamente mutata, alcuni angoli di costa sono stati saccheggiati. Tuttavia, nel complesso, in Salento molto più che altrove, la bianca pietra di Puglia ha resistito eroicamente ai possibili assalti del brutto. A ogni angolo, specie seguendo gli itinerari meno battuti, è possibile imbattersi in quei segni della «antica armonia» di cui parlava Cesare Brandi. Anche qui, quando si è favorito il turismo senza cedere alla «monocultura turistica», invasiva quanto fragile, il territorio non è stato stravolto.

Non solo. Da Otranto ad Acaya a Melpignano a Carpino, così come da Conversano a Polignano a Mare, la Puglia è attraversata da intelligenti festival culturali, che non si limitano unicamente alla rilettura del proprio passato. Al contrario, hanno svolto e svolgono una costante opera di collegamento tra la Puglia e il resto d’Italia, la Puglia e l’Europa, la Puglia e l’altra sponda dell’Adriatico, molto più che nei decenni precedenti. Il riscatto pugliese è nato anche da qui. Ho sempre pensato che il rapporto con il passato, ad esempio con i canti e i balli generati dalla tradizione contadina, come la pizzica, debba essere liberato da una doppia tenaglia, un doppio rischio. Da una parte il rischio di esaltare acriticamente quella tradizione, scivolando in un passatismo nostalgico, privo di increspature. Dall’altra il rischio di edulcorare quella stessa tradizione, riducendola a una componente dell’eterno presente levantino, celando in realtà proprio il mondo che quella cultura ha prodotto.

Ogni tanto occorre spazzolare la storia contropelo. La più grande definizione dell’essenza pugliese l’ha data probabilmente Carmelo Bene, anche se — a dirla tutta — quando parlava di «sud del sud d’Italia» (la «sua» Mancha) intendeva più il Salento che l’intera Puglia. «Abbiamo avuto la Magna Grecia e l’Islam», diceva Bene. «È tutto un fatto speciale, un fatto a sé, una cultura-bordello con un cattolicesimo tollerante che poggia sul vuoto».

Quanto rimane di questo bordello tollerante che poggia sul vuoto? Quanto rimane della sua anima profonda, che per secoli ha impregnato le pietre delle chiese e dei palazzi, e finanche quelle dei muretti a secco che costeggiano i campi?

Il muro di gomma

Hussein, 35 anni, è arrivato a Milano dieci anni fa dal Senegal. È lui il Caronte che ci guida nelle campagne della Capitanata che in estate diventano una spugna di braccia robuste e instancabili. Strappano pomodori in cambio di 3,5 euro in media al giorno. Devono riempire più cassoni possibili che pesano fino a cinquecento chili. Lui è arrivato nel ghetto dopo il fallimento della fabbrica del Nord dove ha lavorato come operaio pantografatore. Dalla fabbrica metalmeccanica alla fabbrica verde: il cerchio si chiude. Hussein è diventato un bracciante a tempo pieno pagato a giornata. Dal 2012 raccoglie pomodori in Capitanata, olive a 5 euro all’ora a Carpino, mandarini e arance a 5 euro all’ora a Rosarno. Questa è la «transumanza», metafora brutale quando viene usata per gli esseri umani, che da Saluzzo in Piemonte lo porta in Sicilia. E viceversa. Questi salari, modestissimi, sono il risultato dell’estorsione operata dai «capi neri», i caporali neri ingaggiati dagli intermediari italiani. Sono loro che raccolgono dal paniere le braccia offerte dal ghetto e utili per la raccolta. Ogni canale è valido: dai rapporti amicali a quelli comunitari. Basta una telefonata, la voce rimbalza e in pochi giorni arrivano gruppi con zaini e materassi disponibili a tutto. Dalla paga dei braccianti i «capi bianchi» sottraggono il costo del trasporto e del pranzo. A fine giornata i lavoratori tornano anche con un euro in tasca. I caporali, invece, ne guadagnano migliaia. Loro sono gli indisturbati custodi della piramide di potere che garantisce l’ordine nel campo.
Da I DANNATI NEI GHETTI DELLA CAPITANATA di Roberto Ciccarelli

Archivi