La Regione Puglia tra gli organizzatori della edizione 2013 del Carpino Folk Festival
“Eccoli i Cantori di Carpino, i custodi della tarantella garganica che si presentano a noi nel cuore del Carpino Folk Festival, il grande evento della estate daunia che si svolge nel magnifico promontorio garganico, tra foresta e mare, tra musica e cibo, tra danza e storia.
Sì, possiamo parlare senz’altro di storia, storia popolare e delle nostre straordinarie tradizioni, che prende corpo nei suoni e nelle danze, nel dialogo tra musiche diverse, e nella gioia collettiva del Festival e delle migliaia di cittadini e di turisti che ne frequentano le splendide serate.
Ogni anno, e questa volta in occasione della 18esima edizione, l’appuntamento di Carpino segna il tempo della grande estate, del dinamico movimento del turismo nazionale e internazionale, della cultura e della musica per tutti”
Regione Puglia
Assessore alla Cultura, Turismo e Mediterraneo
Silvia Godelli
Il Carpino Folk Festival, un simbolo di speranza e di sprone per Istituzioni e mondo dell’imprenditoria
“Il Carpino Folk Festival è una manifestazione che conserva intatte le nobili ragioni per la quale è stata concepita, resistendo alle snaturalizzazioni del tempo figlie del dio denaro e del consumismo. E’ uno dei simboli più autentici del Parco Nazionale del Gargano, con cui condivide sin dai primi passi l’obiettivo di tutelare e promuovere le tradizioni che appartengono e rendono affascinante il nostro territorio.
La musica e la cultura che scandiscono da secoli il ritmo della tarantella dei Cantori di Carpino, devono continuare ad essere la bussola del Gargano, soprattutto in un momento come questo dove i principi della moralità e la difesa della propria identità sono offuscate. La passione e la diffusa partecipazione dei giovani all’organizzazione del Carpino Folk Festival, è un simbolo di speranza e di sprone per Istituzioni e mondo dell’imprenditoria.
Sono oltremodo orgoglioso che per quest’anno si sia scelto un tema etico e sociale per titolare la manifestazione; un luogo ed un momento costruttivo di confronto e riflessione, che serve a porre le basi per uno sviluppo economico, sociale ed occupazionale che faccia perno sul concetto di legalità e di solidarietà. L’equità, la competenza e l’amore per il nostro territorio ci aiuteranno a guardare con serenità il futuro”.
Ente Parco Nazionale del Gargano
Il Presidente
Avv. Stefano Pecorella
———————————————————-
Il GalGargano al Carpino Folk Festival
Dopo la partecipazione con lo stand istituzionale alla Fiera Internazionale del Gusto e del Turismo a Rodi Garganico, proseguono, sul promontorio, le attività di promozione territoriale del Gal Gargano, per valorizzare le produzioni tipiche locali. I prossimi appuntamenti previsti sono: nell’ambito di Festambiente Sud a Monte Sant’Angelo in programma dal 25 al 28 luglio, cui seguirà dall’4 all’10 agosto la partecipazione al Carpino Folk Festival con il progetto col Carpino Food Festival
Un lavoro specifico che il Gal ha pensato utile a dare risalto, nel’ambito di iniziative consolidate presenti su tutto il territorio di riferimento, alle attività ed alle peculiarità delle produzioni e della cultura locale. Una coorganizzazione di eventi, con realtà consolidate e riconosciute a livello nazionale, che punterà la sua attenzione particolare alla tradizione della cultura rurale.
Per il presidente del Galgargano, Francesco Schiavone: collaborare e dare forza – con progetti specifici – a manifestazioni culturali e promozionali consolidate è il modo migliore per fare squadra e favorire anche quell’integrazione tra aree interne e zone costiere che è uno degli obiettivi fissati dal Gal nella sua azione sul territorio”.
Gal Gargano
Presidente
Francesco Schiavone
Torna in agosto il Carpino Folk Festival. Tema dominante della 18.ma edizione “L’Italia è la patria del diritto e del rovescio”.
La frase ironica di Ennio Flaiano per descrivere il carattere nazionale degli italiani sarà il tema dominante dell’edizione 2013 del festival della musica popolare e delle sue contaminazioni: dall’esaltazione dell’astuzia e dalla cura dell’interesse particolare al rispetto della legalità.
Siamo giunti alla XVIII edizione del CFF, la prima per me da Presidente e, nel ringraziare tutta l’Associazione culturale Carpino Folk Festival, che ha voluto riporre in me la sua fiducia, non nascondo tuttavia un pizzico di emozione e, allo stesso tempo, un grande senso di responsabilità nel continuare il lavoro di quanti, Presidente e Direttivo uscente, hanno reso grande questa manifestazione.
Il Carpino Folk Festival, quindi, diventa maggiorenne e, noi dell’Associazione Culturale, sentiamo dentro la stessa euforia e voglia di fare di quei ragazzi che, raggiunta la maggiore età, pensano di acquisire quell’autonomia fondamentale per vivere la vita con un po’ di libertà in più. Ma siamo anche consapevoli che da soli non si va da nessuna parte ed è quindi indispensabile collaborare con tutti gli attori del territorio per raggiungere l’obbiettivo comune che ci sta a cuore: la salvaguardia, la tutela, la promozione e la valorizzazione del patrimonio musicale garganico.
Un obiettivo che quest’anno abbiamo voluto unire con i prodotti tipici della tradizione agricola. Con la prima edizione del Carpino Food Festival – Dalla coltura della natura alla cultura dell’uomo, infatti, oltre a promuovere la nostra tradizione musicale, poniamo la nostra attenzione e quella di tutti i partecipanti al CFF sui prodotti della tradizione agroalimentare iscritti nel “Registro regionale pugliese dei Prodotti di Qualità Puglia”. Con la collaborazione e il sostegno della BCC di San Giovanni Rotondo, dell’Assessorato regionale alle Politiche Agricole, del Gal Gargano, del Parco Nazionale del Gargano e del Comune di Carpino, per tutta la durata della manifestazione musicale saranno allestite delle vetrine espositive con la contestuale degustazione gratuita di tutti i prodotti della nostra terra.
L’Italia è la patria del diritto e del rovescio. “Noi italiani siamo un po’ fatti così”, si sente continuamente dire. Un giustificazionismo morale onnicomprensivo che nega la responsabilità individuale e collettiva.
Parcheggiamo in seconda fila, usiamo il cellulare quando siamo al volante, non rispettiamo le precedenze quando stiamo in fila ad uno sportello, imbrattiamo l’ambiente, ci assentiamo dal lavoro anche se non siamo realmente ammalati, evadiamo le tasse, sofistichiamo gli alimenti, ci facciamo raccomandare, chiediamo e concediamo favori calpestando con noncuranza i diritti altrui.
Da queste considerazioni nasce la convinzione che, per cambiare le cattive abitudini, bisogna intervenire sull’educazione dei nostri ragazzi ed è per questo che nel programma del CFF 2013 abbiamo previsto un concorso riservato ai ragazzi dai 10 ai 15 anni denominato “Coloriamo la legalità”. La scuola, le istituzioni, le organizzazioni culturali debbono avere il compito prioritario di formare cittadini consapevoli, sviluppando il senso civico dei giovani e facendo loro comprendere come solo il rispetto delle regole permette di esercitare la libertà individuale e che soltanto il rispetto della cosa pubblica e dell’interesse generale possono garantirci un’elevata qualità di vita.
Questa azione di sensibilizzazione dei giovani sul tema della legalità proseguirà anche dopo la XVIII edizione del Carpino Folk Festival attraverso progetti da sviluppare insieme all’Istituto Comprensivo di Carpino. Vogliamo contribuire alla riduzione della dispersione scolastica dando il nostro contributo attraverso quello che meglio sappiamo fare: trasmettere alle generazioni future la memoria storica del nostro patrimonio musicale.
Il resto del racconto lo trovate nelle prossime pagine, a me restano gli auguri a tutti di buon Carpino Folk Festival 2013.
di Sergio Torsello
da Anci Rivista, marzo/aprile 2013
La recente “fortuna” delle tradizioni popolari in chiave identitaria ha innescato in numerose comunità locali, in special modo nel Meridione d’Italia, processi virtuosi di valorizzazione dei patrimoni etnografici territoriali. In Puglia la clamorosa risonanza mediatica della scena della pizzica salentina ha talvolta oscurato il dinamismo di altre realtà in cui da più di un decennio si registra una significativa opera di riscoperta del patrimonio musicale di tradizione orale che coinvolge intellettuali, musicisti, amministratori locali. È il caso delle tradizioni musicali di Carpino, piccolo centro agricolo in provincia di Foggia, nel cuore del promontorio del Gargano, “scoperte” dall’etnomusicologia storica sin dagli anni 50 e 60 e oggi oggetto di un vasto ritorno di interesse soprattutto giovanile. A questo prezioso patrimonio musicale (di cui la celebre “tarantella del Gargano” è l’esempio più noto) è dedicato ora un raffinato volume di Salvatore Villani, Le tarantelle del Gargano. I cantori e musici di Carpino (pp.142, euro 25) recentemente edito per i tipi delle Edizioni Nota di Udine. Etnomusicologo, musicista e operatore culturale, Villani convoglia nel testo i risultati di un trentennale lavoro di ricerca e documentazione soffermandosi in maniera sistematica su due particolari forme di canto: il “sunëtte” (sonetto) che si esegue sulle varie forme di tarantella, e la “Canzone” (canzone) un canto a distesa accompagnato dalla chitarra battente, lo strumento principe dell’area in esame. In un percorso metodologicamente ineccepibile, Villani ricostruisce gli scenari performativi, le forme e le articolazioni del testo verbale, le pratiche musicali e gli aspetti organologici, le figure di esecutori e quelle dei costruttori di strumenti, offrendo al lettore un compendio non del tutto esaustivo ma largamente attendibile di forme e generi della musica tradizionale dell’area. Canti d’amore e di sdegno, soprattutto, ma anche tarantelle e canti narrativi, testimoniano l’unicità di repertori strettamente legati ad un mondo agropastorale ormai quasi del tutto estinto, a spiccata vocazione conservativa, ma non per questo privo di echi ed influssi che rimandano ad una più ampia civiltà musicale euromediterranea. Al volume sono allegati due Cd che raccolgono 40 documenti sonori registrati tra il ‘54 e il 2011 da Alan Lomax, Diego Carpitella, Roberto Leydi, Gabriele Leggieri e Giovanni Canistro e dallo stesso Villani che restituiscono tutto il fascino “poetico” e insieme il “furore panico”, come disse Leydi, che emana dalla tarantella del Gargano e dai suoi leggendari interpreti: Andrea Sacco, Antonio Piccininno, Antonio Maccarone, per citare solo i più noti. Un libro per certi versi esemplare perché oltretutto dimostra, semmai ce ne fosse ancora bisogno, come la conoscenza,la documentazione e la divulgazione dei risultati delle ricerche siano il presupposto fondamentale per ogni iniziativa di tutela e valorizzazione del folklore musicale.
Grazie all’iniziativa di Lino Bramante e alla collaborazione di una vivace comunità online, con Pietro Menonna tra i più attivi, nasce un progetto unico: un vocabolario del dialetto carpinese, generosamente donato a tutti gli abitanti di Carpino e a chiunque voglia preservare e arricchire questo patrimonio linguistico.
Un progetto per il futuro del dialetto
La lingua carpinese, parlata a Carpino, piccolo borgo garganico in provincia di Foggia, è una varietà linguistica ricca e complessa, che affonda le sue radici nella tradizione neolatina. Situato tra il lago di Varano e il mare, questo paese di circa 4.500 abitanti ha mantenuto vivo il proprio dialetto grazie alla trasmissione orale e al legame con le generazioni passate.
Il lavoro di Bramante, tuttavia, non si propone come una versione definitiva del dialetto, bensì come una base per ulteriori ricerche e contributi. Ogni parola, frase e registrazione è il frutto di un’indagine amatoriale, che include testi vernacolari e dialoghi con anziani e puristi della lingua carpinese.
Un dialetto in evoluzione
Come accade per molte lingue minoritarie, anche il dialetto carpinese sta subendo l’influenza dell’italiano standard, dei mass media e della globalizzazione. Molti termini tradizionali sono stati sostituiti o modificati nel corso del tempo:
Cugino: da cunzuprin a cugin
Sposarsi: da nzurarc’ a spusarc’
Farmacia: da spziarij a farmacij
Macelleria: da uicciarij a macellerij
Questa trasformazione non è solo lessicale, ma anche fonetica e semantica, differenziando il carpinese dagli altri dialetti garganici, come quelli di Cagnano, Ischitella o Rodi.
Un’opera in divenire
La caratteristica principale di questo vocabolario è la sua apertura alla comunità: chiunque può consultarlo, ampliarlo e condividerlo. Come sottolinea Gino Giordano nella premessa, l’obiettivo non è creare un prodotto finito, ma fornire uno strumento di conservazione e diletto.
Il dizionario è arricchito da registrazioni audio che aiutano nella pronuncia e nella comprensione delle parole, un aspetto fondamentale per chi desidera apprendere il dialetto, dato che la sua trasmissione autentica avviene solo vivendo a Carpino o imparandolo da chi lo parla correntemente.
Come accedere al vocabolario
Il vocabolario carpinese è disponibile gratuitamente per il download. Chiunque è invitato a leggerlo, condividerlo e ripubblicarlo su altri siti, per contribuire alla salvaguardia di questa preziosa eredità linguistica.
Con questo progetto, Bramante e i suoi collaboratori non solo omaggiano le generazioni passate, ma offrono uno strumento per le future, affinché il dialetto carpinese continui a vivere e a raccontare la storia di una comunità.
Ne potrete prendere una copia e propagarla e anche ripubblicarla su altri siti: it’s free, gratis. (Download il Dizionario Carpinese – la Grammatica Carpinese).
Il web raccoglie storie di migranti da tutto il mondo
«That’s me when I was a girl… in a grande park, we went dove c’erano gli alberi… Questa è n’al – tra cosa… quando was engaged, fidanzata…» Le immagini color seppia risalgono al 1947. Scorrono sul video. Una giovane donna al parco, una festa di fidanzamento. Il matrimonio. Il Bronx, New York. La voce è quella di Rosa Giordano, nata in America da genitori di Carpino. È lei la protagonista di quel filmino quasi dimenticato. E alzi la mano chi non ha, in famiglia, uno zio d’America, un cugino che non parli quella lingua ibrida, a metà fra un dialetto dimenticato anche in patria tanto che è vecchio, e un nuovo idioma. Inglese, americano, spagnolo o portoghese.
Ai migranti pugliesi in tutto il mondo e alle nuove vite che hanno costruito è dedicato il progetto «Life of Apulian Migrants», realizzato dall’associazione foggiana MamApulia e che è stato presentato sabato sera
a Foggia, nella sede del Foto Cine Club in occasione dell’inaugurazione della mostra fotografica sull’emigrazione pugliese intitolata «I tre colori dell’emigrazione» (aperta fino all’8 maggio). Un progetto finalizzato al recupero dei filmati di famiglia e delle fotografie degli emigrati pugliesi attraverso il portale http://www.lifeofapulianmigrants.org.
«Video, foto, ma non solo», spiega Mirko Notarangelo, uno dei referenti dell’associazione MamApulia presente alla serata insieme a Gabriella Roselli. «Cerchiamo ogni testimonianza, anche semplici registrazioni audio, interviste, documenti ed ogni altra testimonianza che ci possa essere utile a capire
eraccontare come gli emigranti pugliesi si siano integrati in un nuovo Paese». È sempre più difficile trovare materiali video e fotografici d’epoca. Spesso giacciono dimenticati in fondo a vecchie valige, in soffitte o cantine. C’è il rischio che possano finire nella spazzatura, una volta venuti a mancare i diretti protagonisti. Anche se sempre più diffuso è fra i giovani di origine italiana il senso di appartenenza, coltivato dalla associazioni di italiani nel mondo. «Ci sono giunti persino filmati in formato Super 8, o videocassette. Il nostro impegno è quello di digitalizzarli, e poi di rispedirli al mittente».
L’associazione è no profit, si sostiene con il lavoro volontario dei soci ed è aperta a donazione e sponsorizzazioni. «È un doppio scopo quello che l’associazione si propone – aggiunge Gabriella Roselli -.
Il primo, quello evidente, consiste nel recupero e conservazione della memoria storica di chi ha abbandonato la terra natìa per cercare fortuna altrove. Il secondo scopo è quello di creare un legame con le seconde, terze e quarte generazioni, i figli e i nipoti degli emigranti. Sono loro, i giovani, i più tecnologici, coloro che più facilmente hanno accesso al web e potrebbero aderire al nostro progetto, caricando sul portale i materiali di famiglia. Così facendo potrebbero scoprire storie che non conoscono, e stabilire un legame con la loro terra d’orgine». [ste. lab.]
Nato in una famiglia di cantori e musicisti, Andrea crebbe immerso nella musica tradizionale. Gli zii e il fratello Rocco Antonio gli trasmisero il sapere antico, ma fu il suo straordinario talento a trasformarlo in un cantore unico. La sua vita di contadino venne interrotta dalla chiamata al fronte durante la Guerra d’Etiopia, un evento che segnò profondamente la sua esistenza. Prigioniero per 13 anni, Andrea subìì la lontananza dalla sua terra e dalla moglie, un periodo che tuttavia rafforzò la sua determinazione a preservare e condividere la cultura del Gargano.
Al suo ritorno a Carpino, Andrea divenne messo comunale, ma il suo cuore rimase fedele alla musica. La sua memoria prodigiosa gli permise di custodire centinaia di sonetti tradizionali, tra cui il celebre Accomë j’eia fa’ p’ama ’sta donnë, noto anche come Tarantella del Gargano. Questo brano, diffuso a livello internazionale grazie alla Nuova Compagnia di Canto Popolare, rappresenta uno dei massimi esempi della tradizione musicale carpinese.
La figura di Andrea Sacco ha attirato l’interesse di numerosi studiosi, tra cui Roberto Leydi e Diego Carpitella, che nel 1966 documentarono il suo talento per il disco Folklore Musicale Italiano, vol.3. Negli anni successivi, anche Roberto De Simone e il gruppo Musicanova, composto da artisti come Eugenio Bennato e Teresa De Sio, si recarono a Carpino per registrare le sue interpretazioni. La sua abilità nel suonare la chitarra battente e nel reinterpretare antichi canti lo rese un punto di riferimento per gli studiosi e gli appassionati di musica popolare.
Andrea Sacco non fu solo un musicista, ma un narratore di emozioni. Le sue serenate, come Donna che stai affacciata alla finestra (“Garofano d’ammore”), erano il riflesso di una vita dedicata all’amore per la musica e per la sua comunità. Nel film Chi ruba donne di Maurizio Sciarra, Andrea raccontò con ironia e saggezza i momenti più significativi della sua carriera, lasciando un messaggio indelebile: “Io non morirò mai, perché chi canta non muore mai”.
Fino alla fine dei suoi giorni, Andrea continuò a essere il custode di una tradizione che rischiava di perdersi. Con la sua musica, ha dato voce a un’intera generazione e ha ispirato artisti e ricercatori a mantenere vivo il patrimonio culturale del Gargano. Il suo lascito non è solo nelle registrazioni o nei libri, ma nei cuori di chiunque abbia avuto il privilegio di ascoltare il suo canto.
Andrea Sacco non è solo una figura della tradizione musicale, ma un simbolo di resilienza e amore per la propria terra. Attraverso le sue melodie, continua a raccontare la storia di Carpino e del Gargano, dimostrando che la musica popolare è un patrimonio che unisce passato, presente e futuro. La sua voce riecheggia ancora oggi, un canto eterno che celebra la vita e la bellezza della cultura popolare italiana.
Nato a Carpino nel 1920, Antonio Maccarone è stato un uomo che ha trasformato un’esistenza segnata da tragedie e sacrifici in un monumento vivente alla cultura popolare del Gargano. La sua vita è un intreccio straordinario di resilienza, passione e dedizione alla musica, un filo conduttore che lo ha accompagnato dalla giovinezza fino agli ultimi anni trascorsi nella sua casa di campagna, alla periferia del suo amato paese natale.
Un Guardiano della Tradizione
Maccarone è stato un custode delle melodie e dei canti tradizionali carpinesi, appresi direttamente da maestri della tradizione come Pasquale Di Viesti, originario di Rodi Garganico. Le sue interpretazioni, accompagnate dall’inseparabile chitarra francese, erano un ponte tra il passato e il presente, un richiamo potente a un mondo che rischia di essere dimenticato.
Sul palco della XI edizione del Carpino Folk Festival, Maccarone lanciò un accorato appello ai giovani: “Riproporre i nostri canti, sì, ma senza inficiarli con strumenti moderni che nulla hanno a che vedere con la nostra tradizione secolare”. Quella sera, il pubblico lo applaudì non solo per la sua arte, ma per il suo spirito autentico, capace di trasmettere l’anima di un intero territorio.
Una Vita di Sacrifici e Riscatti
La vita di Maccarone non è stata priva di sofferenze. Reso cieco da un errore medico, era già sopravvissuto alla perdita della moglie Maddalena e dei suoi due nipoti. Durante la Seconda Guerra Mondiale, perse l’udito a un orecchio a causa di un bombardamento americano a Taranto, incidente che gli valse una pensione di guerra. Nonostante tutto, affrontò ogni sfida con una forza d’animo straordinaria.
Dopo la guerra, intraprese diversi mestieri, tra cui quello di vigile campestre a Carpino. Nel 1961, con Maddalena, emigrò a Milano in cerca di un futuro migliore. Qui riuscì a costruirsi una vita agiata, dedicandosi all’importazione di prodotti pugliesi e ottenendo nel 1968 il prestigioso “Leone d’Oro per il commercio”.
L’Incontro con i Giganti della Tradizione
A Milano, Maccarone ebbe l’opportunità di incontrare Andrea Sacco e partecipò al celebre concerto organizzato da Roberto Leydi e Diego Carpitella, pilastri della ricerca etnomusicale italiana. Questi incontri segnarono profondamente il suo percorso, rafforzando il legame con le sue radici musicali.
Il Ritorno alle Origini
Nel 1986, Maccarone tornò definitivamente a Carpino, dove trovò nella musica un rifugio e una missione. Con la sua voce e la sua chitarra, divenne un protagonista indiscusso del Carpino Folk Festival, conquistando il pubblico con la sua capacità di instaurare un dialogo diretto e appassionato. Era un cantore che viveva la musica non come spettacolo, ma come testimonianza viva di un’eredità collettiva.
Un’Eredità Immortale
Nel 1998, l’arrivo di Giovanna Marini sul Gargano confermò l’importanza del lavoro di Maccarone nel preservare la tradizione musicale locale. Egli divenne un punto di riferimento per tutti coloro che cercavano di comprendere e perpetuare l’autentico spirito dei canti popolari carpinesi.
Maccarone non era solo un musicista, ma un simbolo. Con la sua chitarra, trasformava ogni performance in un viaggio attraverso la storia e l’identità del Gargano. La sua comunità, che inizialmente lo sottopose al severo giudizio della tradizione, lo accolse infine come uno dei suoi rappresentanti più illustri.
Conclusione
La storia di Maccarone è un esempio di come le radici possano diventare ali. La sua vita, pur segnata dalle avversità, è stata un canto d’amore per Carpino e per la sua tradizione musicale. E anche oggi, nel ricordo di chi lo ha conosciuto e nelle note dei suoi canti, la sua voce continua a risuonare, un richiamo immortale che invita a non dimenticare le proprie origini.
Culture Sector
Division for Cultural Expressions and Heritage
Associazione Culturale Carpino Folk Festival
Via Mazzini 88
71010 Carpino (FG)
ITALY
7 March 2013
Oggetto: Accreditamento per la fornitura di servizi di consulenza al Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale
Gentile Signore / a,
Del 2003 la Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale attribuisce grande importanza al ruolo delle organizzazioni non governative. Quelli con riconosciuta competenza nei vari settori del patrimonio culturale immateriale possono essere accreditati, secondo i criteri e le procedure di cui ai paragrafi 91-99 delle Direttive Operative, per fornire servizi di consulenza al Comitato Intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, responsabile per l’attuazione della Convenzione a livello internazionale.
Ho il piacere di informarvi che l’Assemblea Generale degli Stati parte della Convenzione, nel corso della sua quarta sessione a Parigi, 4-8 giugno 2012, ha accreditato la vostro organizzazione insieme ad altre 58 nuove organizzazioni non governative per fornire tali servizi di consulenza. Mi scuso per la tardiva comunicazione.
Secondo il punto 26 delle Direttive Operative, le accreditate organizzazioni non governative possono essere selezionate dal Comitato come membri del Corpo consultivo incaricato di esaminare le candidature alla lista del patrimonio culturale immateriale che necessita di essere urgentemente salvaguardato e di esaminare le richieste di assistenza internazionale superiore a US $ 25,000.
Ai sensi dell’articolo 6 del Regolamento di procedura del Comitato, qualsiasi ONG accreditata può partecipare alle riunioni del Comitato con funzioni consultive. Alla sua quarta sessione, l’Assemblea Generale ha anche dedicato una certa percentuale del Fondo Patrimonio Culturale Immateriale per la partecipazione alle sedute del Comitato di esperti sul patrimonio culturale immateriale che rappresenta ONG accreditate provenienti dai paesi in via di sviluppo. Quando invieremo gli inviti alla ottava sessione del Comitato (4 a 8 dicembre 2013, Baku, Azerbaijan) vi segnaleremo gli ulteriori dettagli su questa opportunità.
Lo status di organizzazione presso la commissione non consente alle ONG di utilizzare l’emblema della Convenzione, né quello dell’UNESCO, senza essere specificatamente autorizzati in anticipo e per iscritto, ai sensi delle disposizioni di cui ai paragrafi 124-150 delle direttive operative. Inoltre, questo stato non conferisce l’ONG il diritto di rappresentare se stesso nei rapporti formali o di consultazione con l’UNESCO, che sono soggetti a norme e procedure specifiche.
A norma del paragrafo 94 delle Direttive Operative il Comitato esamina il contributo e l’impegno dell’organizzazione di consulenza, e le sue relazioni con essa, ogni quattro anni dopo l’accreditamento, tenendo conto del punto di vista del Organizzazione Non Governativa in questione. Pertanto, la prima verifica sulla vostra organizzazione sarà condotta nel 2016. Vi incoraggio quindi a informarci regolarmente delle vostre attività nel settore del patrimonio culturale immateriale.
Complimenti sinceri per l’accreditamento della vostra ONG, e grazie per il vostro interesse per la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale.
Cordiali saluti,
Cécile Duvelle
Secretary, Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage
Chief, Intangible Cultural Heritage Section
Il villaggio dove i contadini furono più bravi degli urbanisti
A Carpino Roger Vailland ha voluto girare il suo romanzo La legge, ridotto in film – Lo scrittore, che frequenta le spiagge garganiche, fu attratto dall’inconsueta scenografia, da questo singolare gruppo di case a dadi policromi sovrapposti, con terrazze e altana – Un veccio racconta l’avventura cinematografica che scolvolse l’assonnata quiete estiva del paese – Gina Lollobrigida e gli stivali dell’attore Pierre Brasseur
Foresta Umbra, 1 settembre 1959. La grande foresta incomincia dagli ultimi contrafforti del Gargano e chi sale da Vico se la trova dinanzi improvvisa, come un alto muro verde oltre il quale sembra impossibile procedere. Si vorrebbe che cosi fosse, per il piacere di sorprendere e violentare questa esistenza arborea rimasta immutata nei secoli, ma la strada asfaltata s’avventa con spavalda sicurezza a facilitare il cammino nell’ombroso segreto del bosco. Tuttavia, anche ferita dalla lucida strada, la Foresta Umbra ha conservato quasi intatto il fascino di recesso misterioso, le automobili che la solcano sono poche, e scarsi i clienti che sostano nel piccolo albergo-rifugio costruito in una radura erbosa. Tra i molti itinerari italiani, quello del Gargano è, forse, il più suggestivo, ma a scoprirlo sono stati gli stranieri i quali, pur essendo in numero esiguo, costituiscono ancora una maggioranza fra i turisti che compiono il periplo dello Sperone d’Italia. Ero partito da San Severo nel tardo mattino, ma il traffico era scarso sulla bella strada che srotola i suoi chilometri costeggiando i laghi di Lesina e Varano, divisi dall’Adriatico più dallo svariante azzurro delle acque che non dai fragili istmi. Il sole era già rovente e tra le stoppie si scatenava la follia canicolare delle cicale. In cima ai colli, aridi ulivi rilucevano come d’alluminio. Fatta una breve deviazione, sostai a Carpino attratto dalla inconsueta architettura del villaggio che dalla provinciale appare come un bizzarro gioco di dadi policromi sovrapposti. Ma salendo il colle in cima al quale Carpino è arroccato, le prospettive si definiscono ed i cubi azzurri, gialli, bianchi diventano case tutte quadrate ed uguali, con terrazze e altane che si rincorrono in un’aerea, ininterrotta scalinata verso il cielo. Camminavo lungo ripide stradine, sovrastate da cascate di gerani che traboccavano dalle terrazze, dai davanzali, dai panciuti, spagnoleschi balconi in ferro battuto, ignaro di avventurarmi fra scenografie che hanno fatto il’giro del mondo col film “La legge”. Un vecchio che passava il tempo a cacciar mosche seduto in un angolo d’ombra della piazzetta, mi raccontò ogni dettaglio dell’avventura cinematografica che l’anno scorso sconvolse l’assonnata quiete estiva di Carpino. Egli sapeva tutto di Gina Lollobrigida, e si dilungò sui dissidi fra la ex Bersagliera e l’attore francese Pierre Brasseur, al quale l’attrice non voleva togliere gli stivali come esigeva il copione considerando il gesto una diminuzione artistica. Brasseur chiamava la Lollo “ attrice di miei stivali” e provocava scene che Yves Montand ed il regista Jules Dassin faticavano a placare. “Alla fine ci hanno truffati tutti – disse il vecchio afferrando a volo una mosca- ci davano mille lire al giorno per fare le comparse, mentre la tariffa sindacale è di cinque mila lire”. Intorno s’era formato un gruppo di curiosi che ascoltavano ed approvavano le parole del vecchio. Erano stati tutti comparse, ed erano andati a vedersi quando il film era stato proiettato a Carpino, ma questo non li aveva consolati del denaro perduto, la gloriola cinematografica gli era costata troppo cara. Un giovanotto, dall’aria vissuta, il proprietario del « Bar Vittoria» dove mi ero fermato per bere un caffè mi spiegò poi che Roger Vailland, l’autore del romanzo “La legge”, trascorre ogni anno le vacanze sulle spiagge garganiche, e che Carpino gli era piaciuto per l’architettura cubista e lo stile unitario che sembra elaborato da un solo urbanista, non dal libero estro di molti contadini, ed aveva preteso che il suo soggetto fosse realizzato in quella cornice. Anche in questo caso è stato uno straniero a giungere in avanscoperta e se oggi si arriva agevolmente a Carpino lo si deve in buona parte a Roger Vailland, la strada di raccordo è stata allargata ed asfaltata per facilitare i viaggi ai suoi cinematografari. Lungo tutto l’arco dello sperone, la presenza degli stranieri è costante, le poche automobili che si incrociano hanno targhe svizzere, francesi, tedesche e inglesi, nei piccoli alberghi risuonano molte favelle, pochissimo l’italiana. Per una inesplicabile deformazione del gusto, i villeggianti nostrani aborrono dai luoghi poco frequentati, quasi temono la solitudine ed il prolungato colloquio con una natura che nemmeno il progresso tecnico è riuscito ad alterare sensibilmente. Da Carpino a Rodi Garganico il tragitto è breve, la strada a mezza costa è come una lunga balaustra sospesa tra il giallo delle stoppie crepitanti sotto il sole ed il refrigerio azzurro dell’Adriatico. A San Menaio, piccola insenatura chiusa fra verdi pini e lucidi strapiombi, il nero basalto, la strada incomincia a salire, ai campi di stoppie si alternano gli uliveti, alberi di fico immensi allargano l’ombrello delle foglie metalliche tra cui pendono i frutti morati che trasudano dolcissimo umore. Poi la vegetazione cede alla roccia irta di ciuffi di lentischio. Con affilati falcetti, gruppi di uomini tagliavano gli arbusti che ammucchiavano ai margini della strada prima di caricarli sui camion in attesa. Intorno, l’aria era greve di odore amaro. Domandai ad un uomo a che servisse quella ruvida messe. « Per i morti, rispose, si fa il traliccio delle corone funebri». Quella evocazione della morte sotto il sole alto e spietato non aveva nulla di tetro, entrava nel ciclo delle attività umane non diversamente dal mietere grano e intridere il pane. La serena compostezza che la gente del Gargano rivela dinanzi ad ogni manifestazione naturale gli deriva, penso, dalla dura esistenza che conducono sull’arido altopiano spazzato dal vento e dalla presenza incombente della grande foresta che domina sull’acrocoro come un gran tempio arboreo destinato ai riti per misteriose divinità antropomorfiche. Superato Vico Garganico, la strada continua fra rocce arroventate e magre siepi di rovi. Di lassù, l’occhio spazia sul panorama vasto e mutevole, fino a Peschici tutto d’oro nella luce meridiana, fino alla visione azzurra delle Isole Trèmiti. Non annunciata dall’infittirsi della sterpaglia, la Foresta Umbra si erge improvvisa ad una svolta della strada come una verde barriera. Si subisce un urto passando dal gran sole all’ombra umida del bosco e per prolungare il refrigerio si procede lentamente sotto le arcate di verdura che faggi secolari intessono fino ad altezze vertiginose. La luce piove filtrata dal fogliame fitto, si attenua a poco a poco fino a spegnersi nel sottobosco, tra le felci alte come un uomo, dove l’ombra è folta, indicibile. Quando la trama delle fronde si dirada, i raggi del sole penetrano come sciabolate fra i tronchi immensi, simili ai fasci luminosi nelle navate ombrose delle cattedrali. Si avanza per chilometri e chilometri in una luce rarefatta, nel silenzio lievitante del bosco, ascoltando il mormorio di polle d’acqua che gorgogliano a fior di terra tra felci e ligustri, alzando gli occhi richiamati dallo svolare degli uccelli che lanciano acuti richiami da fronda a fronda. La Foresta Umbra, la più vasta d’Italia, sta come un umido cuore verde nel giro di arsura del Tavoliere delle Puglie. Per miracolo si è salvata dalla furia, nostra e altrui, di distruggitori di boschi, ma non è riuscita a difendere la sua fauna. Pochi daini e caprioli errano sperduti nell’immenso regno arboreo a ricordare i tempi in cui, a branchi, correvano le piste subito cancellate tra le felci alte. Un guardacaccia incontrato lungo la strada mi ha raccontato di ecatombi fatte nella foresta dalle truppe alleate durante la guerra. « Arrivavano con camion e rimorchio – diceva l’uomo tenendo il fucile imbracciato, sempre a difesa – e per tutto il giorno il bosco risuonava di spari. Non c’era scampo per daini e caprioli, la sera gli autocarri ripartivano per Foggia e San Severo col loro carico sanguinante». Ora, delle timide bestiole è rimasto qualche esemplare su cui i guardacaccia vigilano come su figli proprii, il trasalire improvviso tra le felci del sottobosco è certo provocato da un daino curioso che ci osserva diffidente dal suo nascondiglio. Quando ripartii dal piccolo albergo-rifugio annottava, ma era una notte chiara, trasparente, come se il giorno non volesse morire su quella immensa cupola verde. Era sorta la luna, grande e luminosa, ma fredda e remota fra la trama fitta delle fronde. La foresta si rinserrò, gli uccelli già dormivano nei loro nidi di frasche, daini e caprioli sognavano i pascoli verdi nel fondo dei loro covili tra le foglie. Sulla foresta, il plenilunio aveva riverberi magici, alberi e luce avevano ripreso il loro eterno colloquio notturno, in un linguaggio che noi non comprendiamo più.
Francesco Rosso
Pagina 3 (02.09.1959) LaStampa – numero 208
Il testo non è nuovo, già Teresa Maria Rauzino lo aveva ritrovato l’anno scorso.
La novità è il ritrovamento della pagina del giornale.
Per gli interessati la copia della pagina del giornale è presso l’associazione culturale carpino folk festival.
…Mentre prende forma la tradizione di domani.
“Contemporary folk art”, arte folk contemporanea; un’espressione che si comincia ad incontrare con una certa frequenza. Può definire una corrente artistica legata al popolare, o può indicare una moda, una “way of doing” radical chic… In ogni caso, costituisce l’occasione per alcune riflessioni, per chi si occupa di folk, non prive di una certa importanza.
di Gabriele Di Stefano
Tra tutte le Istituzioni, il Parlamento Europeo è certamente quella meno sclerotica; da sempre, si colloca all’avanguardia nel coniugare qualsiasi ambito della sapienza e delle attività umane con la lotta all’esclusione sociale e la promozione dell’integrazione europea.
In armonia con questa linea, mediante la Decisione n.58/2000/CE del 14 febbraio 2000, ed istituendo il Programma “Cultura 2000”, il Parlamento Europeo ha indicato la funzione delle “culture nazionali” in relazione alla “cultura comunitaria”.
Circa i particolari della Decisione, rimando al sito dell’Unione Europea – www.eu.int – chi ha la pazienza e la voglia di ricercare. Circa le linee generali, invece, ritengo sia opportuno mettere in evidenza alcuni aspetti fondamentali del documento, emblematici, a mio parere, di una politica culturale – e, imprescindibilmente, sociale – che, considerati i tempi che corrono, ha qualcosa di miracoloso.
Per cominciare, una attenta lettura del documento lascia intuire che la politica comunitaria non voglia tendere alla creazione o alla definizione di una “cultura europea”, bensì di una “cultura dell’Europa”. Può sembrare una questione di lana caprina, ma, credetemi, non lo è.
Se, infatti, raccogliamo tutte le “culture” dei paesi europei, abbiamo sostanzialmente due modi di utilizzarle.
Il primo è quello di infilarle tutte in un crogiolo, in percentuali differenti (di quelle che vogliamo “dominanti” ce ne metteremo di più…), riscaldarle e fonderle insieme grazie all’energia fornita da un manipolo di intellettuali opportunamente scelti ed istruiti, farne una lega e, colandola, ricoprire il continente. Un po’ come quanto è accaduto, nel nostro Paese, in seguito all'”imposizione” dell’italiano – lingua sostanzialmente “artificiale”, ma questo è un altro argomento, che pure prima o poi dovremo deciderci a trattare un po’ più approfonditamente -, la conseguente diffusione “imposta” di una siffatta cultura europea genererebbe esclusione, emarginazione, “drop out”. Cioè conseguirebbe i risultati esattamente opposti a quelli cui dovrebbe tendere la diffusione culturale.
Il secondo modo è quello di fascicolarle attentamente una per una, rilegarle in un bel librone, fotocopiarlo, e distribuirne una copia ad ogni cittadino europeo. Dicendogli, all’atto della consegna: “Tieni, questa è la cultura dell’Europa.”.
Mi potreste obiettare che ogni fascicolo “nazionale” custodito all’interno del librone costituirebbe la prova di un autentico delitto, perpetratosi, più o meno lontano nel tempo, in ogni Stato nazionale, ai danni delle culture “altre” del luogo. In tal caso, vi risponderei “Ma allora che ci state a fare, voi, signori che del folk avete fatto pane e missione?”. E vi (ci) chiederei di scrivere di quanto resta delle nostre culture “subalterne”, anche perché a sconfiggere il concetto di cultura “dominante” si fa un piacere alla “Cultura e basta”. Proporrei, infine, di pubblicare il tutto come complemento del librone di cui sopra.
Mi rendo conto che qui si aprirebbe, allora, un’altra questione. Ma come, “scrivere” gli oggetti popolari non equivale ad “ucciderli”? Credo di no, se si è bravi a limitarsi a raccontarli e a fornire indicazioni a chi voglia fruirne personalmente, piuttosto che irrigidirli in semplici canoni e stilemi. Il “rito”, la “liturgia”, senza la divinità, sono solo recite a memoria o forme di ginnastica…
Ora, pare proprio che, nonostante i venti gelidi di globalizzazione forzata che solcano, cupi, il mondo, la Commissione Europea, con la Decisione relativa a Cultura 2000, piuttosto che fare la colata, intenda muoversi in direzione del librone e dei suoi complementi.
Ammetterete che la faccenda riveste la sua importanza. E vi dirò di più. Aborrendo i concetti di “sistema recettivo”, “parco emozionale”, e altre amenità meramente commerciali, artificiali, virtuali del genere, la Commissione Europea ha istituito i “sistemi di accoglienza” quali unità elementari del sistema turistico comunitario. Cos’è un sistema di accoglienza? E’ un luogo “logico” in cui possa avvenire l’incontro tra la cultura di chi è ospitato (il turista) e chi ospita. A che serve? Serve a favorire l’integrazione europea.
La commozione, che mi coglie spontanea nel pensare agli intenti del Parlamento continentale, sparisce, e lascia il posto allo sbalordimento, quando penso che, conseguentemente, il Governo italiano (quello del centro-sinistra, all’epoca), ha immediatamente e completamente recepito il concetto, approvando la legge 135/2001 ed istituendo i sistemi turistici locali, traduzione nostrana di “sistema d’accoglienza”.
A buon intenditor…: in quanto a legittimazione, ce n’è d’avanzo per riscattare la “subalternità” dei nostri oggetti della tradizione, e limitare la differenza tra cultura “ufficiale” e “popolare” al solo fatto che la prima è scritta, mentre la seconda si trasmette agli eredi detentori mediante “tradizione orale” (generalizzando una definizione abbastanza accettata per la musica).
La legittimazione, però, non basta. Ad essa dovrebbe aggiungersi, ora, l’agire con purezza, solerzia ed intelligenza di chi studia o racconta gli oggetti popolari, sia allo scopo di sensibilizzare le Amministrazioni locali, sia per illuminare agli ospiti le strade che conducono a chi quegli oggetti li detiene, sia per consentire ai “viaggiatori”, agli “stranieri”, di raccontarsi, di dire la loro.
A questo punto avremmo quasi tutto: le direttive europee, le leggi nazionali… Poi, noi tutti europei abbiamo nel sangue la modalità conviviale (intorno al fuoco, ad un tavolo, ad una bottiglia…), che permette anche a chi non è “sacerdote” di raccontare, alla gente che lo ospita, i “riti” della sua Terra. Ma cosa racconterà? E cosa gli sarà mostrato da chi lo ospita? Quale sarà il contenuto della comunicazione? Chiaramente, la “contemporary folk art”, l’arte folk contemporanea. Ma per convenire su questa risposta ci serve un’altra piccola riflessione.
La “Tradizione” è un concetto caro sia al pensiero conservatore che progressista. Degli ambienti “di destra” si dice che “sono tradizionalisti”; d’altra parte, alla base della ricerca degli oggetti della tradizione popolare vi è stata l’esigenza di sconfiggerne la subalternità, di eliminare le “ragioni del rimorso”, di rendere protagonista l’emarginato, di riconoscere che le culture locali sono da sempre veicolo di protesta e di denuncia del disagio: esigenza chiaramente “di sinistra”.
La “destra” riconosce sovranità ad una tradizione nata in altri tempi, la idealizza ed istituzionalizza, e poi tende ad incarnarla, a viverla. La “sinistra” individua la tradizione nei modi di vivere che incontra, quando ricerca, tra coloro che non vogliono saperne di abbandonarli.
In entrambi i casi, la tradizione è vista “come modo di vivere”; in entrambi i casi, chi vive i suoi oggetti lo fa in maniera certamente differente, rispetto a quanto facevano coloro che li “inventarono”. Differenze dovute a ragioni ideologiche o esoteriche, a sincretismi, “errori di trasmissione”, contaminazioni spaziali e temporali… Insomma, è evidente che, in un modo o nell’altro, siamo noi a modificare gli oggetti culturali che abbiamo ereditato, e ad assemblarli nella “tradizione”. E siamo sempre noi che, acquisendo o negando in tutto o in parte l’insieme assemblato (dal quale è impossibile prescindere), ed aggiungendovi i nostri “elementi”, creiamo il folk dei nostri posteri (dei quali, del resto, siamo gli antenati).
Ritengo, di conseguenza, anzitutto che il ricercare tra le tradizioni popolari, o il farlo tra le attività artistiche “di massa e di base” contemporanee, emergenti, “innovative”, siano due operazioni sostanzialmente analoghe. Sfido chiunque a non individuare, nelle rappresentazioni folk, contaminazioni con “maniere” contemporanee, e, viceversa, nell’arte di strada, dei murales et similia, oggetti di chiara provenienza tradizionale.
Ricordo, ancora, che più volte si è sostenuto che il folk, se non vuole scadere nell’oleografia, deve conservare la sua dimensione di rito. Ma il rito non rappresentato bensì celebrato, risulta inevitabilmente deformato da chi lo celebra. Nella raccolta dei sonetti dei Cantori di Carpino, ad esempio, si trova una versione dell’”ancestrale” “’E spingule francesi”, ma ritroviamo anche storie quotidiane, o pezzetti biografici riferiti agli stessi autori: i Cantori non hanno mai smesso di scrivere sonetti. Matteo Salvatore racconta la sua esperienza, la povertà quotidiana che ha fatto compagnia giorno per giorno alla sua vita; quindi, in ogni momento, ha parlato di un “presente” – il suo – non di un passato.
Sono tantissimi gli esempi che permettono di individuare la “contemporaneità evolutiva” del folk; la caratteristica, cioè, che rende il folk “contemporary art” di ogni tempo. E sono tanti gli elementi che permettono di individuare un’altra caratteristica della tradizione: essa “nasce” grazie ad una “proprietà dinamica degli oggetti culturali”, e muore in seguito ad una malattia che potremmo definire “istituzionalizzazione”.
In una cultura giovane accade che ogni nuovo uso, costume, rito, o oggetto culturale in genere in grado di permanere, nel tempo, nella memoria della collettività, va ad aggiungersi ad un patrimonio omogeneo già esistente, arricchendolo. Per un certo periodo della propria vita, così, la tradizione di un luogo è un insieme di elementi che, epoca per epoca, hanno tanto interessato le persone del passato da venire trasmesso a quelle del futuro; formandosi mediante l’aggregazione di nuovi elementi “interessanti”, o l’eliminazione di elementi non più ritenuti tali, la tradizione è poi una realtà dinamicà ed in continua evoluzione.
Ad un certo punto, per svariate ragioni, la tradizione finisce per perdere il proprio dinamismo, e diviene “istituzione”; subisce, cioè, una cristallizzazione che fa perdere di vista il filo continuo (di conseguenzialità causa – effetto) che lega la cultura contemporanea di una collettività con il suo passato. Si determina, così, una soluzione di continuità tra passato e presente – e conseguentemente futuro – i cui effetti sono culturalmente, socialmente ed economicamente nocivi, e si condensano nelle tendenze più estreme – e spesso del tutto prive di fondamenti e ragioni – di “conservazione” o “modernismo” ad oltranza.
In seguito all’istituzionalizzazione accade che alcuni, negando la tradizione, la dimenticano e la perdono, smarrendo con essa ogni ricchezza “ereditaria”; altri, proponendo la tradizione quale unico serbatoio di risposte, ipotizzano l’impiego di soluzioni di altri tempi a problemi nati o sussistenti nella realtà di oggi, caratterizzata da una velocità di variazione senza eguali in passato. Il più delle volte, così, la triste sorte della tradizione è quella di essere dimenticata, arrestata, misconosciuta, ingiuriata; nella migliore delle ipotesi, male utilizzata.
Avendo già una certa percezione di queste dinamiche, nel 1999 decisi di tentare un esperimento, a mio parere riuscito, di cui proprio la città di Carpino costituì la prestigiosa sede.
Nell’estate del 1999, attratti dal locale Folk Festival, Roberto Iannuzzi ed io ci recammo a Carpino, città il cui valore culturale ci era noto dall’aver ascoltato i suoi Cantori in tanti concerti del nostro illustre concittadino Eugenio Bennato. Con Roberto, del resto, avevamo anche intenzione di trascorrere sul Gargano le vacanze estive: al mattino Rodi, sole e mare, e alla sera Carpino, fresco e musica popolare. Il periodo di vacanza si trasformò ben presto in ricerca fruttuosa di storie e leggende, musiche e luoghi.
La prima sera di Festival conoscemmo i ragazzi della Pro Loco di Carpino; loro ci accolsero in paese, e con loro abbiamo vissuto il tempo e i luoghi (e i cibi, il vino et similia) di Carpino e del Gargano.
“Zio” Antonio Piccininno, dei Cantori di Carpino, che canta – e così conserva – la muntanara, la viestesana e la rurjanella, (che sono forme compositive del grande insieme “Tarantella del Gargano”) ci raccontò della “sua” tarantella (che ormai gira il mondo), e ci diede l’onore – a noi, profani stranieri – di farci suonare e cantare con lui.
Ascoltammo dalla gente i racconti della tradizione, fatta di riti che, pur risalendo all’inizio del XX secolo nella forma che ci veniva descritta, denunciavano origini remote, lasciando intravedere ombre italiche preesistenti i Greci. Ci rendemmo conto che racconti simili li avremmo potuti ascoltare anche a Monte S.Angelo, o in tutto il Gargano, o forse in tutta la Puglia. In questo senso, Carpino mostrò il proprio aspetto di “operazione di marketing”, innescata e poi utilizzata da tanti “nomi famosi” del folk e dintorni. Ma ormai eravamo lì, e così decidemmo di accettare la sfida ad evocare altri oggetti che i “professoroni”, evidentemente interessati al solo “immediatamente commerciabile”, se pure consapevoli della loro esistenza, avevano completamente omesso di diffondere.
Tra questi oggetti emerse immediatamente il Carnevale.
Pare che il Carnevale “venisse portato” da compagnie di artisti di strada provenienti – ci dissero – da Napoli; io ritengo che che queste provenissero dall’agro nocerino-sarnese, perché portavano la “tammurriata” (faccia campana della medaglia la cui faccia pugliese è la tarantella), rito rurale mai davvero appartenuto al capolugo campano, da sempre “metropoli”. Di strettamente partenopeo, forse, portarono la storia o canzone di “Pulc’nell'” (maschera che, in verità, colloca la propria origine preromana ad Acerra, e non a Napoli, forse all’epoca neanche edificata), che inizia in napoletano e prosegue in dialetto carpinese..
Carpino non si faceva trovare impreparata; montava una scenografia in ogni quartiere, in cui un vecchio “Carnevale” di paglia aspettava la sua morte, seduto ad una mensa, il “buffettuolo”; sul tavolo, vino, fave, olive, pane, ed altro da mangiare, di cui i passanti si servivano.
Allo scopo di morire in modo credibile – e scenograficamente grazioso -, Carnevale nascondeva nel suo petto una boccia di vino; così poteva versare sangue alla sua trafittura, la sera del martedì grasso. Altre sorti che gli toccavano potevano essere il finire bruciato, o gettato nel fosso di raccolta del letame. O tutto questo insieme. Bel ringraziamento a chi, con occhi fissi ed immobile pazienza, ascoltava gli “stramuorti”, pettegolezzi, lagnanze o maledizioni, a lui rivolte dalle persone del quartiere, ma indirizzate ai vicini.
Carnevale aveva anche una moglie, naturalmente di paglia anche lei, dentro il cui tronco era sapientemente collocato un ceppo di legno; così, sempre il martedì grasso, poteva essere segata mantenendo una certa consistenza e, perché no, dignità; poi via, a seguire le sorti del marito.
La cantilena sui mesi dell’anno (che ritroviamo, guarda un po’, analoga nella fascia del Monte Somma/Vesuvio), i gruppi di persone in maschera che visitavano le case, di sera, e non potevano restare inospitati; il ballo: tarantella e tammurriata a scontrarsi, incontrarsi, contaminarsi; attori, giocolieri, mostri e bellezze… Attrici le compagnie; regista ed attrice la gente di Carpino, a riprova che la festa è spettacolo interattivo. Questo ed altro i ragazzi, gli uomini e le donne, gli anziani di Carpino ci raccontarono.
Fu in seguito a tanta mole di dati e sollecitazioni che, ad un certo punto, dissi: “-Robè, e se si mettesse in scena Carpino, magari a Carnevale? -“. Lui rispose: “-Grande!!”-.
Parlammo dell’idea con i ragazzi della Pro Loco, e chiedemmo loro se gli andava di cominciare a sobbarcarsi l’onere di una ricerca – quanto più sistematica possibile – di tutto ciò che appartiene alla tradizione; in caso di quantità significativa di ritrovamenti, avremmo proposto l’idea alle Autorità competenti. Cominciammo a lavorare insieme, fin quando non venne il giorno del nostro rientro a Napoli.
In ottobre, Roberto ed io tornammo a Carpino; quello che i ragazzi della Pro Loco avevano già ritrovato era tanto, bello, ed interessante: musica, filastrocche, storie per tante messinscene…; c’era di tutto.
Nell’atmosfera più serena e tersa di ottobre, Carpino si mostrò come “coesistenza di possessi e perdite di passato”. E’ vero che ogni luogo ha questa caratteristica, e meriterebbe attenzione, cura ed affetto per il suo passato ed il suo presente; spero che Carpino abbia finalmente risolto questo bisogno.
Ad ottobre conoscemmo (e suonammo, bevemmo, recitammo con) i ragazzi dei gruppi musicali del luogo che, giovanissimi, hanno due musiche: quella della tradizione, e la stessa, rivisitata, contaminata, riproposta da loro che ne sono i legittimi eredi. Ad ottobre “Zio Antonio” ci raccontò ancora di sé, di Carpino, del Gargano e della sua musica.
Ai Cantori l’idea di Carnevale piacque. Piacque anche ai giovani dei gruppi locali, e ad ottobre i ragazzi della Pro Loco erano quasi già pronti. L’Amministrazione Comunale era pronta a legittimare (e legittimò) mediante delibera tutta l’operazione e, soprattutto, le Scuole locali si mobilitarono nella ricerca di altri oggetti tadizionali. Carpino si avviava ad essere pronta.
A quel punto mancava un “progetto artistico” di liberazione e riappropriamento della tradizione da parte dei Carpinesi; e mancavano le “compagnie”, gli esterni.
Roberto ed io eravamo i primi “artisti” provenienti da fuori. Ma fondamentali si rivelarono i contributi eroici del collega – e amico – Ciro Pellegrino, regista napoletano, dei Rua Port’Alba, di Raffaele Inserra e della Paranza dei Monti Lattari che, a fronte di un ben magro rimborso spese – pena l’infattibilità economica dell’esperimento – vennero a Carpino nei giorni del Carnevale, e improvvisarono insieme a noi pomeriggi e sere di spettacolo in pieno “spirito medioevale”.
Difatti, nel frattempo avevo trovato un percorso artistico “sostenibile”, cioè tale da modificare il meno possibile lo spirito del Carnevale, e quindi la sua trasmissione nel futuro dopo una pausa di circa venticinque anni (da tanto, infatti, i Carpinesi non celebravano più coralmente questo rito).
Ragionai così. Lo spettacolo medioevale era interattivo, ed era legato alla festa; l’interazione, in teatro, può funzionare grazie all’improvvisazione, e quindi grazie, per esempio, al metodo Stanislawskij; le tradizioni di Carpino, legate o meno al Carnevale, sono quanto meno di origine medioevale. Visto e considerato questo (ed altro, di cui poi si dovrebbe parlare con calma), proposi di fare l’esperimento utilizzando gli artisti del luogo (i Cantori, i gruppi locali, i ragazzi delle scuole, e quanti avevano ricercato) e quelli “che venivano da fuori”, dando alla gente la possibilità di organizzare e curare il Carnevale del proprio quartiere, dando al pubblico (carpinese, garganese, pugliese e italiano) presente la possibilità di rivivere il proprio diritto atavico di intervenire decisamente sullo spettacolo.
Il Carnevale poteva essere ricordato come evento di inizio secolo (il XXI, in quanto si sarebbe celebrato nel 2000). Poteva entrare nella tradizione e rimetterla in moto. Poteva far sorgere la voglia di riuscire a mantenere dinamica la tradizione riavviata, perché non si fermasse di nuovo.
Il Carnevale del 2000 si tenne, con spettacolo interattivo dal giovedì al martedì grasso, e l’esperimento riuscì. La Comunità di Carpino – tutta – recuperò la consapevolezza del suo serbatoio di risorse ereditario; la dinamica di formazione della tradizione si riavviò (ho notizia del Carnevale del 2001, che, ritengo, si sia discostato dal precedente, si sia evoluto; probabilmente, si sarà anche tenuta l’edizione del 2002).
Il Carnevale di Carpino del 2000 fu “contemporary folk art”. Un’immagine che non dimenticherò mai è quella del viso di una donna, ospite del locale centro di accoglienza, che, in piazza, leggeva la storia del Carnevale pensata e scritta da lei insieme ai suoi “esclusi” compagni.
La domenica successiva al martedì grasso del 2000, Roberto ed io eravamo a Montemarano ad assistere ad un altro Carnevale, che ritenevamo “istituzionale”; ci rendemmo però subito conto che eravamo di fronte ad una realtà in piena evoluzione, della quale alcuni aspetti ci inquietarono non poco. “Sua maestà” la Montemaranese, piuttosto che governare la festa ed ospitare la presenza garbata di altri generi, era evidentemente soffocata dalla proposta invadente e poco educata di generi quali la tammurriata o la pizzica, “forti” in quanto ormai divenuti, in tutto il nostro sud, la proposta commerciale di sedicenti artisti – alcuni anche molto famosi – dallo stage/”progetto culturale” facile e dal disco pronto.
La Montemaranese, e chi si occupa della sua proposta e diffusione, sono invece soggetti “deboli” ed ignorati da chi detiene il “potere di pubblicazione”, e sfrutta il revival solo come periodo “di grande spolvero” di oggetti riproposti in maniera digeribile al pubblico più superficiale. Ma Montemarano merita spazio autonomo.
Per concludere, vorrei farvi raccontare dall’amico Marco Molino, giornalista de “Il denaro” di Napoli, e collega nelle avventure professionali di sviluppo locale, un caso urbano di arte folk contemporanea, riportato nel suo articolo: “Arti & Cultura, incontri sotto l’albero. Dodicimila spettatori nelle prime due serate. Le tradizioni di Posillipo rivivono nella magia del presepe vivente.”, pubblicato il 29 dicembre 2001.
“Riceve sempre nuovi consensi il presepe vivente che si anima tra i vicoli del Casale, a Posillipo, nella notte di Santo Stefano, ormai da quattro anni. Per questa edizione anche il Comune di Napoli e la Regione hanno assicurato il loro sostegno allo sforzo organizzativo del comitato promotore, che opera in stretta collaborazione con la parrocchia di Santo Strato di padre Gian Pietro Camotti, per un evento che coinvolge un’intera comunità per diversi mesi prima di Natale. Circa duecento comparse, quasi tutti abitanti della zona, edifici e strade trasformati in set cinematografici, una vasta area liberata dalle auto. Senza la partecipazione attiva e convinta della popolazione, risulterebbe impossibile mettere su uno spettacolo che in due sere ha fatto registrare circa dodicimila visitatori. Il pubblico, diviso in piccoli gruppi guidati da un estroso Pulcinella, intraprende un affascinante viaggio nel tempo che, grazie a un’accurata scenografia e giochi di luci, per mezz’ora lo fa vagare in una dimensione sospesa nella quale diviene normale imbattersi, lungo la via, in un minaccioso centurione, o cedere il passo a una pecorella smarrita. Il presepe è suddiviso in otto quadri, posti su un percorso che si snoda tra vicoletti e cortili, e che si animano all’approssimarsi di ogni gruppo, rendendo l’atmosfera presepiale con scene di vita quotidiana, canti e balli caratteristici. Fino all’ultimo quadro dove, davanti a una povera capanna, in un clima di rispettoso silenzio, si assiste alla nascita di Gesù bambino. «È un appuntamento che diviene momento di aggregazione – sottolinea Marcello Matrusciano, consigliere circoscrizionale e membro del comitato presieduto da Anna Luongo – e che dà modo al popolo di questo quartiere nel quartiere di riscattarsi da negativi luoghi comuni che in passato ne hanno messo in ombra la maturità civica».”
Quanti altri esempi di arte folk contemporanea che chiedono diritto di parola, sapremmo individuare, nei nostri luoghi? Ne abbiamo facoltà, e possiamo provare a reperire i mezzi per farlo. Soprattutto, individuandoli, reperiremmo risorse endogene e rinnovabili per eccellenza, immediatamente spendibili nella diffusione dell’identità e nello sviluppo dei luoghi stessi.
http://www.facebook.com/notes/gabriele-di-stefano/contemporary-folk-art/10151344590608731
Negli stessi giorni alcuni racconti.
Grazia Martino: Il carro con le palma ha alla guida un pupazzo e improvvisamente mi è tornata in mente la filastrocca carpinese: “Carnuval mpuss all’oghj c’è magnat pane e (oghj?) non m’ha vulut da na zich che ti vonn stuccà nu dit” penso sia giusta.
Pietro Menonna: Ji’ so nat la nott d la pignat…Negli anni 50,la maschera piu famosa di Carpino era mio fratello…Pasqual Sandaloj…Ricordo da bambino come lui si preparava e scriveva le sue prediche,aiutato da mio padre…Ricordo vagamente che una volta c’era uno vestito da sposa e quello che portava il velo era uno bassotto…Mio fratello vestito da vedova,faceva la sua predica e dopo tirava fuori quello che portava il velo ( Savin sd’rlazz )e diceva…Mo v’apprsent nu giuvnott javt quand nu varlott…La gente si faceva addosso dal ridere.
Dante Di Giacomo: …nell ‘infanzia ricordo nella strada( via madonna) dove abitavo..in mezzo la strada sotto l’arco a fianco la casa di ”capiton” si faceva il famoso carnevale di paglia..seduto su una vecchia sedia lo chiamavano ”lu paprascian”, che poi in tarda serata veniva bruciato..