Ennesimo attentato incendiario di stampo mafioso ai danni del giornalista Gianni Lannes. Ignoti alle ore 23,40 circa del 5 novembre hanno dato fuoco ad un’altra automobile (non assicurata contro gli incendi) del cronista impegnato nell’inchiesta sulle navi dei veleni e recentemente nell’indagine sull’inceneritore che la Caviro vuole realizzare illegalmente a Carapelle in Puglia! Nella mattinata del 5 novembre il dottor Lannes si era recato e trattenuto in tribunale a Lucera (FG) per visionare la documentazione inerente il mercantile giapponese ET SUYO MARU affondato nel basso Adriatico il 16 dicembre 1988 in circostanze nebulose. Nel pomeriggio ai parenti delle vittime del peschereccio Francesco Padre, alla presenza del cronista è stata donata la pubblicazione del libro d’inchiesta NATO:COLPITO E AFFONDATO. Il primo attentato risale al 2 luglio scorso. L’8 luglio era stata presentata un’interrogazione parlamentare dal deputato Leoluca Orlando al presidente del consiglio Berlusconi e al ministro dell’interno Maroni. A tutt’oggi non è pervenuta alcuna risposta governativa. Il giornalista e la sua famiglia non godono di alcuna protezione da parte dello Stato.

Ancora pochi giorni e la Direzione Artistica, affidata a Mauro Palma e Fabio Prencipe, avrà completato il lavoro di selezione delle numerosissime opere giunte da tutta Italia e anche dall’estero alla Segreteria del Festival del Cinema Indipendente.
Sono in tutto 182 i lavori che si sono candidati nelle categorie in gara alla IX edizione della rassegna, organizzata dalla Provincia di Foggia, con il contributo della Regione Puglia, in programma dal 27 novembre al 5 dicembre.
Intanto, il Festival si rifà il look con un nuovo manifesto d’autore, su cui campeggia un’illustrazione realizzata in esclusiva da Giuseppe Petrilli, 39enne, artista lucerino di fama internazionale, che ha esposto le sue opere anche a Miami, Chicago, Los Angeles, San Francisco, Montreal e Berlino. “Per il personaggio, che impugna la cinepresa come fosse un’arma, mi sono ispirato ai protagonisti dei film di Quentin Tarantino e di Fernando Di Leo” spiega Petrilli. “Ho voluto semplicemente rappresentare un soggetto che fosse in linea con la mia arte, accattivante, non certo cattivo. Un personaggio che in maniera provocatoria e con divertente spregiudicatezza trasmettesse passione, naturalmente quella per il cinema”.
Ultimi preparativi anche per l’omaggio a Luciano Emmer, maestro del neorealismo, scomparso lo scorso 16 settembre all’età di 91 anni. Profondamente legato al nostro territorio, tenne a battesimo il Festival nel 2001, presiedendo la prima giuria ufficiale dei film in gara. Ricco il calendario degli eventi dedicati al compianto cineasta: nella serata inaugurale, al Teatro del Fuoco, insieme al backstage del film “Il cardo rosso”, girato in provincia di Foggia, verrà presentata la copia restaurata, in versione integrale (non censurata) de “La ragazza in vetrina”, messa a disposizione dalla Cineteca Nazionale. Numerose le altre iniziative collaterali dedicate ad Emmer: dalle proiezioni di altre due pellicole, tra le più famose, alla mostra di manifesti e locandine dei suoi film; dalla retrospettiva per le scuole, alla videoinstallazione di materiale inedito e documentari d’arte presso la Torre Ducale di Pietramontecorvino.
Inoltre, dopo le numerose edizioni dedicate alla divulgazione delle opere ospitate nella Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Palazzo Dogana, quest’anno il calendario dell’Assessorato Provinciale alla Cultura, curato da Pia Carducci, proporrà infatti immagini tratte dalla collezione di manifesti e locandine cinematografiche formata e custodita dalla Biblioteca Provinciale.
Ultima curiosità: per la prima volta, nella storia del Festival di Foggia, sarà una donna a presiedere la giuria tecnica del lungometraggi. Si tratta della regista Maria Sole Tognazzi, ultima di quattro figli dell’attore Ugo.
Uscirne insieme, colmando la distanza fra il territorio, la gente che lo abita e le istituzioni è la sfida lanciata dal convegno sulle “navi a perdere” organizzato dall’Associazionismo Attivo del Gargano composto da decine di associazioni dei vari paesi del promontorio.
Una sfida lanciata fin da questa prima uscita pubblica del movimento, caratterizzandosi con la scelta di un argomento complesso e difficile, vinta con la massiccia partecipazione che ha evidenziato una consapevolezza nuova, quella dell’appartenenza, dell’essere legati ad un comune destino. Qualcuno le considera prove generali di “Città Gargano”, augurandosi che sia davvero iniziata la svolta per le comunità del promontorio, da sempre distanti, imbrigliate nei campanilismi e negli egoismi di ruolo. Qui di seguito, suddiviso in cinque parti, la sintesi del convegno svoltosi a Sannicandro Garganico.

Vieste, 3 novembre 2009
Michele Eugenio Di Carlo
Una città, una storia: Monte S. Angelo
"Negli ultimi dieci anni, abbiamo vissuto e viviamo tuttora una situazione di relativa tranquillità. Tutto quello che stiamo vedendo nell’ultimo periodo sono cose che succedono dappertutto… Non esiste un’emergenza criminalità, sono cose che comunque succedono. E’ chiaro che se non succedono è meglio", queste le parole del Sindaco di Monte S. Angelo, all’indomani dell’ennesimo fatto di sangue, che gli sono valse le accuse di non essere consapevole del proprio ruolo istituzionale e di non essere all’altezza di guidare la comunità di fronte a problemi del genere. Accuse mosse dalle Associazioni del Patto per Monte S. Angelo: Arci Nuova Gestione, Legambiente, Obiettivo Gargano.
Una polemica sostenuta e avvalorata da Giuseppe Ciuffreda dell’IDV, attutita da Pasquale Renzulli e Antonio Rignanese del PD, i quali sostengono che bisogna essere uniti per contrastare il fenomeno della criminalità e dell’illegalità, mettendo da parte ogni strumentalizzazione politica con la piena collaborazione tra istituzioni, forze dell’ordine, associazioni, partiti politici.
Che si avviino pure le strade dei percorsi condivisi, dove sia realmente e razionalmente possibile aprire spiragli di democrazia e di partecipazione.
E’ ancora possibile a Monte Sant’Angelo? Se sì, vorrà dire che la politica e la società sono ancora sane.
Ma l’ eventuale insuccesso non costituisca la resa per quei pochi che nelle istituzioni, nella politica, nell’associazionismo, nella cultura, nelle forze dell’ordine, hanno finora costituito il vero e autentico baluardo a difesa della legalità, della giustizia, del buon governo.
Lasciata Monte S. Angelo alle sue decisioni, resta l’occasione per alcune riflessioni più generali sulla società in cui viviamo e sulla classe politica ed imprenditoriale che assume l’onere e l’onore di guidarla.
L’impressione, consigliata dai tanti fatti negativi che accadono e che si susseguono senza sosta in Capitanata e in Puglia, solo per non uscire da confini non più definibili nitidamente, è che il vero problema sia la debolezza della politica e delle istituzioni, quando si toccano i delicati e sensibili nodi irrisolti della cultura della legalità, della tutela dell’ambiente e del territorio, della difesa della salute pubblica e dei molteplici interessi diffusi ma poveri.
Problemi che configgendo con interessi e affari, in genere, le istituzioni delle nostre latitudini soffrono non solo a risolvere ma anche solo ad affrontare, intrise e sopraffatte dall’altro grande problema: la sempre più irrisolta “Questione morale” di una classe politica da tempo non più all’altezza di affrontare le sfide che possono generare un futuro migliore. Una classe politica che, sull’altare del consenso facile, ha ceduto anche rispetto alla richiesta di un semplice sistema di regole, indispensabile alla chiara esigenza di convivenza civile; in altre parole, una classe politica forte con i deboli e debole con i forti, che ha saldamente in mano le leve del potere e che, al fine di continuare a detenerlo, non si cura di come riottenerlo e con chi, rigenerando ad ogni occasione un sistema più debole e più fragile.
Il vero problema è che una stretta oligarchia composta da falsi politici, burocrati improvvisati, imprenditori senza etica gestisce gli interessi pubblici come fossero affari privati, cedendo la necessaria credibilità su una strada spesso lastricata di clientelismi, nepotismi, affarismi e favoritismi vari.
Certo, avviare il percorso della via condivisa per raggiungere obiettivi comuni è la strada maestra per raggiungere e consolidare quei difficili equilibri sociali e culturali di cui necessita una società moderna e progredita.
Ma non bisogna fingere di non sapere, o peggio dimenticare, che è proprio l’assenza di una convergenza comune su questi obiettivi, da parte della classe dirigente politica ed imprenditoriale italiana e locale, ad aver determinato gli squilibri sociali, economici e culturali di cui tanto si discute.
Un’altra città, un’altra storia: San Nicandro Garganico.
Il giorno dopo il fatto criminale di Monte S. Angelo, a San Nicandro Garganico, significativamente assenti le istituzioni del Gargano, Costantino Squeo ospitava e patrocinava il convegno “Le navi affondate al largo del Gargano. Quali risposte istituzionali a tutela della salute pubblica?”, organizzato da associazioni di tutto il Gargano costituite da tanti giovani, definiti da Squeo “talenti così forti e liberi”da far pensare al domani con meno angoscia e da far sperare che una nuova idea di cittadinanza e partecipazione abbia preso corpo e sostanza nei nostri territori. Giovani che, alcune ore dopo, hanno fatto esclamare al convinto relatore del convegno, l’Assessore regionale alla cittadinanza attiva Guglielmo Minervini,: “ Bella pagina, ieri a San Nicandro Garganico. La cittadinanza attiva rompe il velo del silenzio e osa la verità. Navi di veleni affondate nei nostri mari. Traffici illeciti di rifiuti tossici. La Puglia del crimine come terra di scarto. Ieri il coraggio del popolo ha vinto sulla paura del singolo.”
A Monte S. Angelo, come a San Nicandro Garganico, i giovani dell’associazionismo attivo, della cultura autentica, dell’informazione libera hanno deciso semplicemente di prendere la parola e affrontare le problematiche, quelle vere.
La politica e le istituzioni si facciano coraggio, non hanno scelta: con i giovani “talenti” o senza (contro) di loro.
A Monte S. Angelo, come a San Nicandro Garganico, i giovani hanno detto che non è più il tempo di tacere, perché è il tempo di dare senso alle parole e valore alla vita.
I giovani delle associazioni del Gargano hanno “donato una goccia di spendore in un deserto abitato dalle tenebre”.
Semplicemente, grazie.
RIGNANO GARGANICO (Foggia) – Aveva la faccia scura come quella di un carbonaio, lo sguardo torvo e un’ idea fissa: il tesoro nascosto nella grotta. E per trovarlo aveva una mappa che indicava il luogo dove un brigante dell’ Ottocento aveva sepolto un baule pieno d’ oro. Gliela aveva data un compagno di cella mentre si trovava in galera e quando per lui era arrivata la fine della pena, l’ altro – che non sarebbe mai tornato libero – decise di rivelargli quel segreto che valeva davvero un tesoro. Dovevano essere gli anni Trenta del secolo scorso quando Leonardo Esposito uscì dal carcere con in tasca quel pezzo di carta e un pensiero solo: andare a Rignano Garganico, cercare la Grotta di Jalarde (Grotta Paglicci), trovare il punto preciso e scavare. A otto metri di profondità – gli aveva detto l’ ergastolano – c’ era il tesoro del brigante Briele Jalarde (Gabriele Galardi), che negli ultimi decenni dell’ Ottocento aveva scorazzato rapinando e uccidendo fino ad ammucchiare una vera ricchezza. Che nascose in quella grotta, dove andava a rifugiarsi con la sua banda. Poi erano arrivati i Piemontesi e come tanti briganti meridionali anche Jalarde era finito in galera. Anno dopo anno i sogni di libertà e di tesori da recuperare erano svaniti nel nulla e così il brigante decise di confidare il suo segreto a qualcun altro che anni dopo, sempre in galera, lo regalò a Esposito. Appena libero Esposito s’ arrampicò sui gradoni calcarei del Gargano sentendosi già ricco come un re. Nella sua mente brillavano monete, collane, calici, anelli, bracciali; tutti d’ oro naturalmente. Ma le cose si rivelarono più complicate del previsto. Scavò nel punto indicato dalla mappa, poi un po’ più in là, un po’ più a fondo. Niente. Riprese a scavare, sbriciolò a mazzate macigni da far paura, spostò mucchi di terra alti come montagne, scavò gallerie come una talpa. Niente. Per settimane e mesi, finché estati e inverni cominciarono a rincorrersi anno dopo anno. Niente. Esposito capì che a forza di braccia non ce l’ avrebbe mai fatta. Così ricorse alla dinamite e cercò di sbriciolare quella montagna di pietra con botti che facevano tremare mezzo Gargano. In quegli anni fu tutto un andare e venire da Sannicandro, dove abitava con la famiglia, per accumulare picconi, micce, polvere da sparo, corde, candele, dinamite, torce e mazze. Passavano gli anni e Esposito era sempre lì a frugare sottoterra, mentre pastori e contadini ridacchiavano di quell’ uomo nero come un diavolo che cercava un tesoro che forse non c’ era nemmeno. Ma altri dicevano che aveva trovato un Crocefisso, che nessuno aveva mai visto, ma era grande così e tutto d’ oro. «Nel 1960, quando arrivai alla Grotta Paglicci col collega Franco Mezzena – racconta Arturo Palma di Cesnola, archeologo dell’ università di Siena e specialista di preistoria – trovammo Esposito al lavoro. Ci disse che cercava asparagi, anche se dappertutto si vedevano i danni dei suoi scavi. Un anno dopo il professor Francesco Zorzi, direttore del museo di storia naturale di Verona, cominciò le ricerche all’ interno della grotta incontrando strati molto ricchi di materiale preistorico. Ma nessun tesoro». Era l’ inizio di una grande scoperta che in quasi mezzo secolo di ricerche ha fatto di Grotta Paglicci uno dei «santuari» della preistoria italiana. «I guai con Esposito cominciarono subito – continua Palma di Cesnola -. Lui era convinto che noi cercassimo il suo tesoro e per questo, appena possibile, distruggeva le nostre trincee di scavo. Non c’ era modo di fermarlo e allora Zorzi lo assunse come scavatore in modo che vedesse coi proprio occhi che noi cercavamo schegge di pietra, frammenti d’ ossa e non il tesoro del brigante. Ma l’ espediente non servì. Appena noi ce ne andavamo, lui riprendeva a scavare in proprio. Quando nel 1971 io assunsi la direzione degli scavi e i lavori ripresero, cominciò un braccio di ferro estenuante – ricorda Palma di Cesnola -. Esposito doveva avere più di sessant’ anni, ma era instancabile: lui distruggeva le nostre sezioni di scavo, io riempivo i cunicoli che lui scavava. Una lotta senza fine. Finché un giorno venne a farmi una proposta: "Tu hai i soldi e gli operai, io ho la mappa. Mettiamoci d’ accordo e facciamo a metà dal tesoro". Il mio rifiuto non lo scoraggiò affatto. Anzi, con tre compari fissati come lui, scavò un pozzo profondo otto metri e con la dinamite fece crollare il tetto della grotta. Era il 1972 e ricordo quell’ anno come quello di un disastro». A quel punto l’ archeologo chiese l’ intervento dei carabinieri che in un paio di occasioni misero Esposito in galera per «impiego non autorizzato di esplosivi». A ogni amnistia, però, usciva di galera e ricominciava. Ma con sempre meno lena perché a forza di comprare esplosivi e non fare altro che cercare il tesoro, aveva dovuto vendere un po’ di terra che aveva e s’ era ridotto sul lastrico. Oggi a Rignano qualcuno è pronto a giurare che il tesoro è ancora lì. E molti l’ hanno anche cercato. Un anziano signore ricorda qualcosa. «Sono passati più di cinquant’ anni – dice cercando tra i ricordi con qualche prudenza -. Tre compari di Rignano fecero venire un tale da Bari con un librone dove c’ era scritto il modo di far parlare i diavoli. L’ uomo disse che dovevano trovarsi davanti alla grotta portandoci anche una ragazzina "innocente". Per questo uno dei tre si presentò con una figliola, poco più che una bambina. L’ uomo la ipnotizzò e sparse nella grotta tanti foglietti numerati. A quel punto l’ "innocente" disse che vedeva una cassa piena d’ oro sotterrata proprio vicino al foglietto col 70. I tre compari e il mago entrarono nella grotta – prosegue il mio informatore – e accesero delle candele per mettersi a scavare, ma sentirono un lamento profondo e un soffio d’ aria spense i lumi. Tutti scapparono. Il mago si arrabbiò molto e disse che qualcuno di loro non aveva seguito le raccomandazioni che lui aveva fatto. Infatti si scoprì che uno dei tre paesani aveva all’ interno della coppola un’ immaginetta della Madonna col Bambino e questo aveva fatto arrabbiare il Maligno. Così il tesoro non venne trovato e il mago disse che per almeno una quindicina d’ anni sarebbe stato inutile riprovare». Carmine, un uomo che nelle vicinanze della grotta di Jalarde c’ è nato e ancora ci vive, ha qualcos’ altro da raccontare. «Il vecchio custode della Madre di Cristo – dice indicandomi una chiesina su uno sperone roccioso assediato dagli ulivi – mi disse che alla Grotta di Jalarde ci si arrivava anche passando dalla Grotta Nera, un buco nascosto tra pietre e cespugli vicino alla chiesa. Ma una volta ho visto strane cose laggiù ed è meglio stare alla larga». Insisto, anche se non serve, e Carmine continua a raccontare. «Successe una notte di una decina d’ anni fa. I cani si misero ad abbaiare e non smettevano più, mi guardai attorno e vidi una luce laggiù, vicino alla chiesa. Decisi di andare a vedere e mentre mi avvicinavo piano piano, sentii delle voci, come una cantilena. Mi affacciai da un muro e guardai nel cortile: c’ erano delle persone incappucciate che stavano in cerchio attorno a un fuoco e cantavano, pregavano. Ebbi paura e scappai. Chissà, forse facevano qualche rito per trovare il tesoro». Più difficile trovare notizie del brigante Jalarde perché solo i più vecchi possono raccontare quello che sentivano dire dai loro nonni e così, a forza di passaparola, i racconti arrivano come favole sbiadite. La signora Raffaela, ormai vicina all’ ottantina, ne racconta una proprio bella. «Quand’ era bambino, mio nonno abitava accanto alla
casa della moglie di Jalarde. Spesso la donna preparava un fagotto di vestiti puliti e li dava a mio nonno ragazzetto che senza farsi vedere da nessuno scendeva lungo i sentieri della montagna e li portava alla grotta dove il brigante e la sua banda si nascondevano coi loro cavalli. Un giorno, però, venne preso da uno dei briganti che non lo conosceva e che lo picchiò forte, dicendogli poi di non farsi più vedere da quelle parti. Proprio in quel momento arrivò Jalarde insieme ad altri briganti e visto quello che era successo, ordinò a uno dei suoi di sparare un colpo in testa all’ uomo che aveva picchiato mio nonno. Lo ammazzarono all’ istante – continua la signora Raffaela mettendosi le mani nei capelli – e mio nonno, spaventato, disse che non sarebbe più tornato a portare i vestiti puliti. Jalarde capì e per compensarlo di tutto quello che aveva fatto fino allora gli regalò un calice d’ oro che mio nonno portò a casa e suo padre nascose all’ interno di un muro. Io non so dove venne murato, ma in casa se ne parlava sempre. Poi sono passati tanti anni, i nonni sono morti, io sono diventata vecchia e la casa è stata venduta e rivenduta. La famiglia che ci vive ora non sa nulla di quel calice d’ oro, ma se dovessero trovarlo dovranno ridarcelo. Appartiene alla mia famiglia, ce lo regalò Jalarde, il brigante della grotta». Io alla Grotta Paglicci ci vado di giorno e accompagnato da due guide un po’ speciali, anche nei nomi: Paolo Gentile e Enzo Pazienza, fondatori delle due associazioni che per anni si sono combattute in nome della valorizzazione del patrimonio culturale di Paglicci. Ora hanno fatto fronte comune e inseguono lo stesso sogno: far conoscere la grotta e attirare visitatori. La strada per Paglicci è franata da mesi e così bisogna fare un giro largo con l’ auto, poi risalire a piedi il pendio sassoso tra gli ulivi e finalmente s’ arriva alla grotta. L’ ingresso è dietro grandi massi e cespugli fitti, una pesante porta di ferro sbarra l’ entrata. Nel pavimento dell’ atrio, accanto alla parete sinistra, si apre un pozzo quadrangolare profondo 13 metri. L’ hanno scavato gli archeologi in oltre quarant’ anni di ricerche ed è un vero pozzo del tempo. I primi strati di terreno, quelli a livello del pavimento, hanno restituito oggetti antichi di circa 11 mila anni, ma scendendo di strato in strato, di metro in metro, gli archeologi hanno trovato testimonianze di 20 mila anni, 50 mila, 100 mila, 250 mila anni fa, e sotto ci sono ancora livelli intatti che promettono storie ancora più antiche. Una sequenza stratigrafica imponente che racconta quando c’ erano altri uomini e altri climi, attraverso ossa di animali che non vivono più qui, utensili e armi di pietra, ossa incise con belle figure di animali, incisioni che fanno pensare a una forma di «scrittura» già oltre 15 mila anni fa. Ci sono anche due sepolture, una donna e un ragazzo, che raccontano riti funebri complessi e sepolture di corpi smembrati che evocano a rituali raccapriccianti. E, in fondo a tutto, nascosti nell’ ultima sala dove la luce non può arrivare, ci sono due cavallini rossi dipinti sulla parete e impronte di mani aperte che dicono «io sono stato qui», ventimila anni fa. Per tutto questo Paglicci è la vera grotta del tesoro ma, come quello del brigante, anche quello preistorico non si fa vedere perché in quasi mezzo secolo di ricerche nessuno è riuscito a fare in modo che il pubblico possa almeno affacciarsi in questo scrigno. Non per i sortilegi di Satana in questo caso, ma per quelli piccini piccini dei burocrati. vdomenici@corriere.it (5 – fine. Puntate precedenti: La ragazza dell’ harem, 3 agosto; Amore a fumetti, 11 agosto; La spada nella roccia, 15 agosto; Il paese delle streghe, 24 agosto). La mappa IL PAESE LA STRADA, IL LIBRO La Grotta Paglicci si trova a 8 chilometri da Rignano Garganico, 34 da Foggia. In paese, presso il Centro Studi Paglicci, è aperta una mostra con foto, oggetti originali e calchi. Informazioni: tel. 368/7505314, oppure Comitato Pro Grotta Paglicci: www.paglicci.com L’ unico libro divulgativo è «Paglicci», di A. Palma di Cesnola, distribuito gratis dalla Regione Puglia: 0882/832524
Domenici Viviano
(1 settembre 2003) – Corriere della Sera
Il 17 marzo 1861: con la proclamazione dell’Unità d’Italia, si dà coronamento politico alla guerra vinta dagli eserciti franco- piemontesi. Il Regno delle Due Sicilie (che comprendeva anche Puglia e Basilicata) è stato battuto. La Penisola è conquistata ma l’Italia è «fatta» solo sulla carta. Il Sud è in rivolta e «Brigantaggio» è il termine (dispregiativo) con cui è stato definito il braccio armato dello scontento meridionale.
Ma «chi» erano i briganti? Difficile a dirsi, visto che stiamo parlando d’un fenomeno che è durato, mutando, per circa dieci anni. Briganti e brigantesse sono sì i braccianti affamati ma anche borghesi e ufficiali, ex-garibaldini delusi, fedelissimi dei Borbone e appartenenti al disciolto esercito di Francesco II. C’erano pendagli da forca, è vero. Ma anche idealisti. C’erano banditi che razziavano sventolando la bandiera bianca gigliata borbonica e ma anche combattivi esempi di ricostituito esercito «duosiciliano».
Sembra acclarato che loro alleati (e finanziatori occulti) fossero sia i reazionari borbonici, sia la Chiesa cattolica. Tantissime le azioni paramilitari che furono operate grazie agli ex ufficiali e soldati dell’Esercito delle Due Sicilie e numerose le insurrezioni popolari concordate e/o supportate. Ma anche le stragi, le torture. Come le sevizie patite da 16 giovani Cavalleggeri di Saluzzo catturati dai briganti vicino Melfi il 12 marzo 1863. Soltanto sei di loro ne uscirono vivi. Il loro comandante, il milanese Giacomo Bianchi, ancora moribondo, fu decapitato e la testa esposta sul tetto d’una masseria per vendicare l’uccisione, avvenuta qualche giorno prima, di 9 briganti.
La situazione divenne così grave che, grazie alle pressanti richieste della Sinistra, nel 1863, fu istituita una commissione parlamentare d’inchiesta sul Brigantaggio. Nelle conclusioni, pur riconoscendo che era la miseria dei contadini ad alimentare il fenomeno, si decise di usare la forza. Il 15 agosto 1863 con la Legge Pica (rimasta in vigore fino al 31 dicembre 1865), il Sud fu letteralmente preso d’assedio. Furono inviati oltre 120mila soldati. Vennero istituiti tribunali militari. E rastrellamenti di massa, per acciuffare i giovani maschi meridionali renitenti alla leva obbligatoria piemontese.
Decine gli eccidi, di cui resta traccia negli Archivi statali e comunali. Città e paesi venivano conquistati e liberati ora dagli uni, ora dagli altri. Guardia Nazionale, Regi Carabinieri, Bersaglieri fucilarono migliaia di briganti. Spesso si facevano fotografare con le loro «prede» dagli occhi sbarrati. I corpi senza vita, anche di brigantesse (come Michelina De Cesare che fu esposta nuda; si vedano le foto in questa pagina), venivano sistematicamente mostrati nelle piazze, come monito. Fu vera guerra. Guerra fratricida. Così si «fece» l’Italia.
MARISA INGROSSO
(Nelle foto: la brigantessa campana Michelina De Cesare (1841-1868); giovane e bellissima col suo fucile e il suo cadavere, esposto in pubblico)
Il Concorso dedicato al Turismo Scolastico e Giovanile In caso di problemi tecnici, si prega di scrivere a concorso@viaggiareinpuglia.it o di contattare uno dei seguenti numeri: 080 4670249 – 080 4670359
Una conferenza di servizi per approfondire la conoscenza della situazione, lo storno di una quota di risorse destinato all’Osservatorio epidemiologico per un’indagine anche su questa zona (come per quella di Taranto in cui sono in corso accertamenti per verificare la presenza di diossina) e l’istituzione di un tavolo istituzionale per rimuovere i simboli del fenomeno degenerativo (la Eden V e la Panayiota), sono i primi impegni istituzionali sulla questione “navi a perdere” presi dall’assessore regionale alla trasparenza e cittadinanza attiva, Guglielmo Minervini.
Questi i primi risultati ottenuti dalle associazioni garganiche che si sono date appuntamento a San Nicandro per affrontare lo spinoso tema “Le navi affondate al largo del Gargano. Quali risposte istituzionali a tutela della salute pubblica?”.
Straordinaria la partecipazione, da tutti i paesi del Gargano e non solo (c’era anche un’associazione di sommozzatori di Corato), un momento definito “storico” per il forte segnale di unità e di condivisione, lanciato per la prima volta dalla gente del Gargano.
“Questo è il Gargano migliore – ha commentato il sindaco Squeo nel suo saluto iniziale – quello della passione della gente libera e dei giovani di questo territorio, l’altra faccia del Gargano e non è un caso che questa presenza così importante si registri il giorno dopo l’omicidio di Libergolis, in una terra in cui tutti insieme dobbiamo riappropriarci degli spazi pubblici”.
Una “lettura” condivisa anche da Minervini che ha individuato nella “voglia di verità” la cifra della partecipazione all’incontro “di una comunità che vuole rialzare la testa e guardare in faccia la propria realtà”.
Inquietanti le immagini delle navi incagliate da più di venti anni, i cui rottami sono ancora lì, a Lesina (Eden V) e a Pianosa (Panayiota) e le notizie riferite da Gianni Lannes (con citazioni di fatti, persone, atti ufficiali con ricostruzione di rotte, cambi di nomi, carichi ed armatori) su quelle autoaffondate insieme a container sospetti al largo del Gargano, per i quali richiede un monitoraggio scientifico dei fondali con mezzi e competenze di cui solo lo Stato può disporre.
“Un tema complesso e delicato – ha argomentato l’assessore regionale -, una matassa in cui si aggrovigliano una serie di fili, alcuni dei quali provengono da un passato molto remoto (il basso Adriatico è stato utilizzato come discarica di ordigni bellici della seconda guerra mondiale) ed altri molto più recenti (traffici illeciti internazionali, eventi bellici più recenti). Ma l’idea che qui si possano scaricare rifiuti – ha proseguito Minervini – è strettamente collegata a quella dell’illegalità che viene spesso associata al Mezzogiorno, considerato come “riserva di scarto” (lo dimostrano anche i casi Enichem ed Ilva). Occorre rovesciare questo destino. Quel tipo di traffico avviene quando si crea una frattura tra il territorio e la comunità e probabilmente anche le istituzioni stanno in questa cultura ed hanno preferito girare la testa dall’altra parte. Ne usciremo solo quando ci renderemo conto che la salvaguardia del territorio è l’unica strada per il futuro.”
Una sfida non da poco, considerando l’assenza dei tanti altri rappresentanti delle istituzioni che, nonostante fossero stati invitati e sollecitati non sono intervenuti, a cominciare da quelli più vicini, i sindaci dei comuni garganici, dei quali (oltre a Squeo che ha fatto gli onori di casa), era presente solo il primo cittadino di San Marco, Michelangelo Lombardi. Un’attenzione significativa, invece, è arrivata dall’Europa con un messaggio del Presidente del Parlamento Europeo e l’interrogazione dell’eurodeputato pugliese del Pdl Sergio Silvestris che ha formulato un’apposita interrogazione scritta alla Commissione Europea per sollecitarne l’interessamento e valutare l’opportunità di intraprendere iniziative efficaci per perseguire i responsabili e i complici degli eventuali affondamenti sospetti ed azioni dirette ad impedirne il ripetersi a salvaguardia dell’ambiente e della salute dei cittadini.
PROPOSTA DI PIANO COMUNALE DI ORGANIZZAZIONE DELLA RETE SCOLASTICA
DEL COMUNE DI CARPINO (FG), RELATIVA ALL’A.S. 2010-2011
IL CONSIGLIO COMUNALE DI CARPINO
PREMESSO CHE,
• la legge 15 marzo 1997, n. 59, all’art. 21, prevede la riorganizzazione dell’intero sistema scolastico, in funzione dell’autonomia didattica e organizzativa delle istituzioni scolastiche;
• il comma 3, del succitato art. 21, testualmente recita” I requisiti dimensionali ottimali per l’attribuzione della personalità giuridica e dell’autonomia alle istituzioni scolastiche di cui al comma 1, anche tra loro unificate nell’ottica di garantire agli utenti una più agevole fruizione del servizio di istruzione, e le deroghe dimensionali in relazione a particolari situazioni territoriali o ambientali sono individuati in rapporto alle esigenze e alla varietà delle situazioni locali e alla tipologia dei settori di istruzione compresi nell’istituzione scolastica….”;
• il D.P.R. 18 giugno 1998, n.233, ha approvato il “regolamento recante norme per il dimensionamento ottimale delle istituzioni scolastiche “, a norma dell’art. 21 della precitata legge ed in particolare l’art. 3 che determina iter, tempi di applicazione e attuazione del piano regionale di dimensionamento;
• tra le funzioni delegate alle Regioni dallo stato ed in particolare per quanto attiene in materia di Istruzione Scolastica vi è la programmazione, sul piano regionale della rete scolastica, sulla base dei piani provinciali, assicurando il coordinamento…”;
• l’art. 139 del sopra richiamato decreto legislativo, ai sensi dell’art. 128 della carta Costituzionale, attribuisce alla province, in relazione all’istruzione secondaria superiore e ai COMUNI, in relazione agli altri gradi inferiori di scuola, i compiti e le funzioni concernenti: “a) l’istituzione, l’aggregazione, la fusione e la soppressione di scuole in attuazione degli strumenti di programmazione; b) la redazione dei piani di organizzazione della rete delle istituzioni scolastiche”;
• la Legge Regionale 11.12.2000, n° 24, con la quale sono state recepite le funzioni conferite, all’art. 25 lett. e), fornisce ulteriori indicazioni in ordine alle procedure da seguire per l’esercizio della funzione. Al successivo art. 27, per quanto attiene i compiti attribuiti alle provincie, stabilisce che le stesse formulino una "proposta" di piano di organizzazione della rete delle istituzioni scolastiche e che forniscano "assistenza tecnica e amministrativa ai Comuni compresi nel proprio territorio";
• il riordino completo di tutte le istituzioni scolastiche statali è stato effettuato con l’adozione del Piano regionale di dimensionamento, approvato con deliberazione del Commissario ad acta 1.8.2000, n° 181, in attuazione del D.P.R. 18.6.1998, n° 233, avente per oggetto: "Regolamento recante norme per il dimensionamento ottimale delle istituzioni scolastiche e per la determinazione degli organici funzionali dei singoli istituti, a norma dell’art. 21 della Legge 15.3.1997,n°59";
• l’emanazione del Piano di dimensionamento ha costituito il presupposto per il riconoscimento, alle istituzioni scolastiche, a partire dall’a.s. 2000/2001, dell’autonomia amministrativa, organizzativa, didattica e di ricerca, già prevista dal D.P.R. 8.3.1999, n° 275;
• nel Comune di Carpino vi è l’esistenza dell’Istituto Comprensivo di scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I grado (n. 450 alunni) e la sede staccata del liceo Classico Statale di Vico del Gargano, con sezione del Liceo Scientifico Statale di Carpino ( n. 178 alunni);
• già per l’anno scolastico in corso, in sede di redazione del c.d. “organico di diritto” vi era stata, da parte degli organi scolastici competenti, la previsione del taglio di un corso per la sede staccata del Liceo Scientifico di Carpino e che solo l’intervento autorevole dell’assessore provinciale alla P.I., presso l’Ufficio Scolastico provinciale e regionale, ha scongiurato il verificarsi di quest’ultima ipotesi, in sede di approvazione definitiva, del c.d. “organico di fatto”;
• per l’anno scolastico 2010/2011 l’organico del Liceo Scientifico di Carpino, senza voler fare previsioni pessimistiche, avrà una prima classe in meno perché nell’anno scolastico in corso la scuola media ha appena due classi di III^ media e non 3 come negli anni precedenti;
• la sede staccata del Liceo Scientifico di Carpino è stata una conquista della popolazione studentesca che risale addirittura al lontano 1973, anche grazie e soprattutto all’impegno politico-istituzionale del compianto nostro concittadino Prof. Francesco MACCARONE, all’epoca Consigliere Provinciale;
• il Liceo Scientifico di Carpino, fino agli anni ’80 era, sede staccata del Liceo Scientifico di Vieste, anche se per diverso tempo ha avuto un numero di iscritti superiore alla sede principale viestana;
• nei primi anni ’90, quando il Liceo Scientifico di Carpino nel frattempo era diventato sezione staccata del Liceo Classico di Vico del Gargano, ha subito un notevole calo del numero degli iscritti non soltanto perché nel comune di Carpino vi è stato un notevole calo della popolazione studentesca ma anche e soprattutto perché il Dirigente Scolastico (allora si chiamavano Presidi) della sede di Vico del Gargano chiese ed ottenne dal Governo Provinciale pro tempore, l’istituzione di una sede sperimentale del Liceo Scientifico, tutt’ora esistente, tanto da determinare che gli alunni dei paesi viciniori, per esempio quelli di Ischitella, anziché iscriversi a Carpino si iscrivessero all’istituito corso sperimentale del Liceo scientifico di Vico del Gargano (un vero e proprio atto di cannibalismo, altro che programmazione solidale e razionale delle sedi scolastiche);
• Carpino, i Carpinesi e gli studenti di Carpino sono stanchi di essere trattati come un feudo, una colonia e ambiscono, nel rispetto delle leggi vigenti, ad ottenere la certezza dell’esistenza in vita delle istituzioni scolastiche presenti sul proprio territorio;
• anche l’istituto comprensivo di Carpino, con appena 450 alunni iscritti, per l’anno scolastico in corso, e in previsione con un ulteriore notevole calo, “gode” della deroga prevista per i “piccoli Comuni” dalla legge n.94/97 che fa scendere a 300 il numero minimo di iscritti per conservare l’autonomia scolastica;
• In altre regioni d’italia, ved. Sicilia e soprattutto Molise, comuni di Guglionesi, Santa Croce di Magliano, Casacalenda, Montenero di Bisaccia, ed altri, al fine di salvaguardare l’esistenza in vita e dare certezza e stabilità delle istituzioni scolastiche esistenti sul territorio di piccoli comuni come Carpino, su proposta dei Comuni e delle amministrazioni provinciali interessate è stata prevista la verticalizzazione complessiva delle istituzioni scolastiche presenti sul territorio ;
• il comune di Carpino, avente caratteristiche demografiche, orografiche, economiche e socio-culturali già sofferenti, non può e non vuole perdere quello che gli è rimasto con la scuola, divenuta ormai, uno degli ultimi presidi a cui aggrapparsi per continuare a guardare avanti senza perdere la “speranza di farcela”.
• in presenza di un quadro normativo in continua evoluzione e non essendo intervenute l’adozione del Piano programmatico del Ministero dell’Istruzione e l’emanazione del regolamento recante i principi base, le modalità ed i tempi per la realizzazione del nuovo assetto istituzionale del sistema scolastico, è opportuno stabilizzare e salvaguardare le scuole di Carpino, mettendole al riparo dalle ipotesi di riorganizzazione prospettate dal Ministro Gelmini”,
• la proposta del Consiglio Comunale di Carpino, peraltro, non comporterebbe NESSUN AUMENTO DI SPESA;
• l’obiettivo principale è quello del rispetto dei parametri previsti dal D.P.R. 233/98 per il mantenimento dell’autonomia delle istituzioni scolastiche. Come detto, l’andamento demografico di segno negativo ha provocato nel corso degli anni, il superamento dei limiti previsti dalla normativa, sia per lo standard generale (popolazione scolastica compresa tra i 500-900 alunni) sia per la fascia delle deroghe automatiche (limite minimo di 300 alunni) nelle fattispecie ben determinate;
Visto il vigente Statuto Comunale;
Visto l’art. 42 del decreto legislativo 267/2000;
Visto il parere tecnico espresso ai sensi dell’art. 49 del decreto legislativo 267/2000
DELIBERA
1. proporre alla Regione Puglia, per il tramite dell’amministrazione Provinciale di FOGGIA, l’unificazione delle scuole di ogni ordine e grado del Comune di Carpino, mediante la verticalizzazione complessiva (n. 628 alunni) comprendente: l’Istituto Comprensivo di scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di I° grado (alunni 450) e la sede staccata del Liceo Scientifico (n. 178 alunni).
2. Inviare copia del presente atto all’amministrazione Provinciale di FOGGiA, alla REGIONE PUGLIA e all’UFFICIO SCOLASTICO PROVINCIALE DI FOGGIA.