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I giovani dell’associazionismo a Monte S. Angelo e a San Nicandro Garganico

Vieste, 3 novembre 2009
Michele Eugenio Di Carlo

Una città, una storia: Monte S. Angelo

"Negli ultimi dieci anni, abbiamo vissuto e viviamo tuttora una situazione di relativa tranquillità. Tutto quello che stiamo vedendo nell’ultimo periodo sono cose che succedono dappertutto… Non esiste un’emergenza criminalità, sono cose che comunque succedono. E’ chiaro che se non succedono è meglio", queste le parole del Sindaco di Monte S. Angelo, all’indomani dell’ennesimo fatto di sangue, che gli sono valse le accuse di non essere consapevole del proprio ruolo istituzionale e di non essere all’altezza di guidare la comunità di fronte a problemi del genere. Accuse mosse dalle Associazioni del Patto per Monte S. Angelo: Arci Nuova Gestione, Legambiente, Obiettivo Gargano.
Una polemica sostenuta e avvalorata da Giuseppe Ciuffreda dell’IDV, attutita da Pasquale Renzulli e Antonio Rignanese del PD, i quali sostengono che bisogna essere uniti per contrastare il fenomeno della criminalità e dell’illegalità, mettendo da parte ogni strumentalizzazione politica con la piena collaborazione tra istituzioni, forze dell’ordine, associazioni, partiti politici.

Che si avviino pure le strade dei percorsi condivisi, dove sia realmente e razionalmente possibile aprire spiragli di democrazia e di partecipazione.
E’ ancora possibile a Monte Sant’Angelo? Se sì, vorrà dire che la politica e la società sono ancora sane.
Ma l’ eventuale insuccesso non costituisca la resa per quei pochi che nelle istituzioni, nella politica, nell’associazionismo, nella cultura, nelle forze dell’ordine, hanno finora costituito il vero e autentico baluardo a difesa della legalità, della giustizia, del buon governo.

Lasciata Monte S. Angelo alle sue decisioni, resta l’occasione per alcune riflessioni più generali sulla società in cui viviamo e sulla classe politica ed imprenditoriale che assume l’onere e l’onore di guidarla.

L’impressione, consigliata dai tanti fatti negativi che accadono e che si susseguono senza sosta in Capitanata e in Puglia, solo per non uscire da confini non più definibili nitidamente, è che il vero problema sia la debolezza della politica e delle istituzioni, quando si toccano i delicati e sensibili nodi irrisolti della cultura della legalità, della tutela dell’ambiente e del territorio, della difesa della salute pubblica e dei molteplici interessi diffusi ma poveri.
Problemi che configgendo con interessi e affari, in genere, le istituzioni delle nostre latitudini soffrono non solo a risolvere ma anche solo ad affrontare, intrise e sopraffatte dall’altro grande problema: la sempre più irrisolta “Questione morale” di una classe politica da tempo non più all’altezza di affrontare le sfide che possono generare un futuro migliore. Una classe politica che, sull’altare del consenso facile, ha ceduto anche rispetto alla richiesta di un semplice sistema di regole, indispensabile alla chiara esigenza di convivenza civile; in altre parole, una classe politica forte con i deboli e debole con i forti, che ha saldamente in mano le leve del potere e che, al fine di continuare a detenerlo, non si cura di come riottenerlo e con chi, rigenerando ad ogni occasione un sistema più debole e più fragile.
Il vero problema è che una stretta oligarchia composta da falsi politici, burocrati improvvisati, imprenditori senza etica gestisce gli interessi pubblici come fossero affari privati, cedendo la necessaria credibilità su una strada spesso lastricata di clientelismi, nepotismi, affarismi e favoritismi vari.
Certo, avviare il percorso della via condivisa per raggiungere obiettivi comuni è la strada maestra per raggiungere e consolidare quei difficili equilibri sociali e culturali di cui necessita una società moderna e progredita.
Ma non bisogna fingere di non sapere, o peggio dimenticare, che è proprio l’assenza di una convergenza comune su questi obiettivi, da parte della classe dirigente politica ed imprenditoriale italiana e locale, ad aver determinato gli squilibri sociali, economici e culturali di cui tanto si discute.

Un’altra città, un’altra storia: San Nicandro Garganico.
Il giorno dopo il fatto criminale di Monte S. Angelo, a San Nicandro Garganico, significativamente assenti le istituzioni del Gargano, Costantino Squeo ospitava e patrocinava il convegno “Le navi affondate al largo del Gargano. Quali risposte istituzionali a tutela della salute pubblica?”, organizzato da associazioni di tutto il Gargano costituite da tanti giovani, definiti da Squeo “talenti così forti e liberi”da far pensare al domani con meno angoscia e da far sperare che una nuova idea di cittadinanza e partecipazione abbia preso corpo e sostanza nei nostri territori. Giovani che, alcune ore dopo, hanno fatto esclamare al convinto relatore del convegno, l’Assessore regionale alla cittadinanza attiva Guglielmo Minervini,: “ Bella pagina, ieri a San Nicandro Garganico. La cittadinanza attiva rompe il velo del silenzio e osa la verità. Navi di veleni affondate nei nostri mari. Traffici illeciti di rifiuti tossici. La Puglia del crimine come terra di scarto. Ieri il coraggio del popolo ha vinto sulla paura del singolo.”

A Monte S. Angelo, come a San Nicandro Garganico, i giovani dell’associazionismo attivo, della cultura autentica, dell’informazione libera hanno deciso semplicemente di prendere la parola e affrontare le problematiche, quelle vere.
La politica e le istituzioni si facciano coraggio, non hanno scelta: con i giovani “talenti” o senza (contro) di loro.
A Monte S. Angelo, come a San Nicandro Garganico, i giovani hanno detto che non è più il tempo di tacere, perché è il tempo di dare senso alle parole e valore alla vita.
I giovani delle associazioni del Gargano hanno “donato una goccia di spendore in un deserto abitato dalle tenebre”.
Semplicemente, grazie.

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