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Festa della RACCOLTA DELLE OLIVE

♻ UNA FESTA CHE SI TRAMANDA DI PADRE IN FIGLIO DA GENERAZIONI IMMEMORI
Passione, amore e una tradizione senza tempo, che si ripete ogni anno con lo stesso fermento.
Un momento nel quale unire la famiglia, per alcuni un vero e proprio rito ancestrale, a CARPINO pensano che la RACCOLTA DELLE OLIVE possa essere vissuta anche come un momento di festa: trascorrere insieme l’intera giornata nei terreni per l’ultima produzione dell’anno che la terra ci dona.

Pur se le stime produttive danno l’Italia come secondo produttore mondiale nel 2016/17, con la Puglia che si conferma essere la principale regione di produzione, di Olio di Oliva made in Italy quest’anno ce n’è poco. La produzione è ai minimo storici di sempre.
Uno dei borghi italiani che maggiormente si contraddistingue da anni per la produzione di olio è proprio Carpino sul Gargano che produce circa 25.000 quintali di olio di alta qualità ogni anno ed è dagli esperti del settore riconosciuta come la capitale dell’olio extravergine d’oliva.

♯Carpino e gli ulivi, un legame indissolubile che si rinnova e si fa festa nell’iniziativa prevista per sabato 5 novembre 2016.
Sarà una giornata dedicata all’ulivo, pianta tenace e forte, contorta e dalle forme fantasiose che si sviluppano sopra la roccia calcarea del promontorio.
L’iniziativa si svolgerà tra gli uliveti e sono previsti diversi momenti che spazieranno nel variegato mondo dell’ulivo e dell’olio, il suo frutto prezioso. “Lo spirito – spiega l’ideatore Luciano Castelluccia [Direttore Artistico del Carpino Folk Festival] – è quello di rinnovare il rapporto ancestrale tra l’uomo e l’ulivo, la pianta che viene dal mare, metafora della fratellanza dei popoli del Mediterraneo”.
Tra il fresco delle rocce e il respiro dei boschi il Gargano è sempre stato terra d’ulivi. “Basti pensare che proprio qui, nel villaggio neolitico di Coppa Nevigata, fu trovata la prima testimonianza di olivicoltura in Puglia risalente a circa 4000 anni fa”, afferma Domenico Sergio Antonacci [Organizzatore eventi, beni culturali, digital storytelling], coorganizzatore della giornata insieme a Sara Di Bari [Guida turistica, speleologa, turismo e territorio].
Dalla raccolta, al mattino presto e rigorosamente manuale, fino alla spremitura tra i profumi intensi del frantoio. Non mancheranno racconti e testimonianze di avventure di vita vissute tra i campi, arrampicati sulle scale e alla ricerca del vento compagno delle note degli antichi canti “alla disperata”. Il pasto frugale sarà quello tipico dei contadini che andavano a lavoro con il tascapane e la boccia dell’acqua.

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PROGRAMMA della Festa della RACCOLTA DELLE OLIVE – Carpino
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-Ore 7.00 Arrivo dei partecipanti, presentazione delle attività
-Ore 7.30 Camminata fra gli olivi nella campagna della piana di Carpino
-Ore 8.00 Inizio raccolta delle olive con le tecniche tradizionali
-Ore 11.30 “alla vutatë dë mezzëjurnë” pausa dal lavoro con pane e pomodoro e vulivë frittë
-Ore 12.00 ripresa della raccolta con racconti e canti a distesa interpretati da anziani Carpinesi.
-Ore 14.00 Fine della giornata lavorativa con carico delle olive e partenza verso il frantoio.
-Ore 14.30 Arrivo al frantoio inizio della molitura con visita guidata e spiegazione
-Ore 16.00 Capëcanalë “festa di fine raccolto” con assaggio dell’olio novello:
– Cavëdeddë (pane, olio novello, sale, arancia spremuta)
– Tapanë sottë la cenërë (patata intera cotto sotto la cenere, olio novello, sale)
– Vulivë frittë (olive, olio novello)
– Cëcorijë salë e ogghjë
-Ore 18.00 consegna dell’olio novello ai singoli partecipanti e conclusione della giornata.

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Informazioni su iscrizione e quota di partecipazione al 3931753151:
Modulo iscrizione: https://goo.gl/forms/tVTHvuTyDuTT09jL2
#Posti_LIMITATISSIMI
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Ideazione e direzione: Luciano Castelluccia
Organizzazione: Domenico Sergio Antonacci, Sara di Bari
Con il sostegno dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival

La Fest D’ Sand Rocc – by Lino Bramante

Nato Carpino il 7 giugno 1947, vive a Melbourne, Australia.

“Negli anni della mia fanciullezza ’50-’60 la fest d S.Rocc jev na priezz pli criatur, c’ m’ttavemm lu vst’tin nov, c’ facavemm lu bagn indla cong, c’azzumavemm pli fest e la prima cos che faciavemm jev d romb lu carusidd d cret a ddov tnavemm tutt li sul’ticchj che po’ c’avemm accatta’ li nucedd, lu t’rron e li cartungin p’juca’.
Quann s’ndavemm la matina prest 2 o 3 colp’inarj la mamm d’cev mo je’ trasciut la fest.
Quann l’orchestr c’ riev a mezza alla chjazz nui javemm curius a vde’ accom lu rievn, na s’ttman e cchiu’ prima d’lla fest e po’ c’ stav la llumnazion che c’ mttev dalla gabbin fin alla vutator addov li ser d fest c’ facev lu passeggj.
La chiu’ grossa priezz jev d’ji’ nannz p nnanz alla band pli strad e fa find che javemm tutt majestr pla bacchetta mman. Po’ c’ stav lu figghj d’ Cinj (maronn e pesc’) e Ciccillin mambrun che facevn li spatrijja quatrar p no sta’ nnanz alla band.
N’ann stav tutt azzumat, plu vst’tin blu che m’avev ngjgnat e jev nnanz p nnanz alla band indli strad d’llu Carmnal chjin d lot e sdrupatorj.
Mendr aducchjav a nu bandistr accom sunav lu tammurredd, m n song ndruppcat e song jut a funi’ pla faccia nderr indla lot e m song pur scurciat nu d’nucchj e stracciat lu vsttin che m’avev miss la matin.
M’ jev javzat chiagnenn plu d’nucchj nsanguat e chjin d’ lot. Mbe’ non vulev jirmn a cas p’ paur che mamm m’aveva da’ lu rest (accom c’ d’cev) e m’n song jut da zij sop alla gabbin.
Zij m’ha lavat lu d’nucchj pla cit e ma strind nu fazzlett e po’ m’ha ccumbagnat a cas.
Mamm jev rumast sbavttut quann m’ha vist che ji’ m’jev fatt quand nu pizzch. M ‘ha ditt mbe’ song s’cur che sta fest tla r’curda’ p’semb.
Po’ m’ha cagnat li robb e m’ha miss nu cavzungin curt.”
Chissa’ dove sono andati a finire quei tempi e quel magico di quel poco che noi bambini avevamo che diventava cosi’ grande e memorabile per il resto della vita.

Quale diritto per la musica popolare?

Urge una tutela giuridica per il patrimonio culturale immateriale. Quando un anziano muore è come se bruciasse una biblioteca. Quando un artigiano appende gli strumenti al chiodo, strozzato dalla concorrenza cinese, è come se si dissolvessero secoli e secoli di conoscenze immateriali

Pubblicato da il 1 luglio 2012 alle 10:07 in Diritto d’autore su http://www.leggioggi.it

Come noto, in Italia il diritto d’autore è tutelato e fatto rispettare attraverso un organismo appositamente istituito, ossia la SIAE.

La legge speciale n. 633 del 1941 è nata al fine di salvaguardare il diritto alla paternità e all’integrità dell’opera (opera intesa come creazione immateriale dell’ingegno e che racchiude arti figurative, letteratura, musica, teatro, cinema, etc.), nonché il diritto di pubblicazione ed i consequenziali diritti di riproduzione, esecuzione, rappresentazione, diffusione, distribuzione ed elaborazione dell’opera dell’ingegno.

Orbene, ad occuparsi della gestione e della salvaguardia dell’opera dell’ingegno è un Ente di diritto pubblico (così definito dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 25 del 1968) che, sostanzialmente, ha il compito di impedire l’indebito utilizzo dell’opera coperta da diritto d’autore e riscuotere i relativi compensi.

Ora, che la SIAE svolga questo compito ad effettiva tutela dell’autore dell’opera oppure in qualità di mero agente di riscossione a favore dello Stato e non dell’artista iscritto, è un argomento tutt’ora aperto e fonte di accesi dibattiti nel settore dell’arte e della cultura. Ad ogni modo è innegabile che l’azione inibente della SIAE sia efficace nei confronti di coloro che intendono utilizzare le opere dell’ingegno altrui a proprio favore.

Ma quid juris per le opere dell’ingegno collettive e non coperte dal diritto d’autore? Insomma, che tutela ha la musica popolare?

Considerando chetali opere rappresentano il genius loci del luogo ove vengono eseguite, occorre interrogarsi sugli strumenti di tutela e di valorizzazione da mettere in campo per impedire il progressivo perdersi della loro memoria.

Prima di affrontare, seppur brevemente, il tema della tutela giuridica del patrimonio culturale immateriale (di cui la musica ne rappresenta una cospicua parte) occorre porsi una semplice quanto complessa domanda preliminare: perché?

Perché tutelare le musiche insieme ai racconti, canti, proverbi… e tutto ciò che è connesso alla cultura popolare immateriale? Perché l’Ordinamento dovrebbe prendersi la briga di raccogliere questi elementi che forse non rientrano nemmeno nei crismi della culturalità classicamente intesa?

La prima domanda trova la sua risposta nella realtà attuale. Oggi si assiste a continui flussi turistici e all’emersione del c.d. etnoturismo, un fenomeno in forte espansione che sta supplendo altre tipologie di turismo (artistico, termale, balneare, religioso, ecologico); basta fare un giro nei piccoli borghi del Sud Italia, magari d’estate, e notare la continua espansione di offerte turistiche legate ad eventi di cultura popolare, quali concerti, sagre, feste riscoperte o inventate di sana pianta.

E’ anche notoriamente risaputo che l’Italia «è da sempre meta di visitatori attratti non solo dalla presenza di uno o più beni culturali, ma da quel “continuum” che lega strade, edifici, tradizioni culturali, e storia della singola città e dell’Italia intera. Un “continuum” che ha portato alla definizione dell’Italia quale “museo a cielo aperto” e che svolge un ruolo di attrattore forte per il turista culturale, interessato sia a conoscere le città d’arte, e i loro beni culturali, sia il paesaggio, le tradizioni popolari, l’enogastronomia e ogni altra rappresentazione culturale, come i concerti e le esibizioni artistiche».

Orbene, in questo quadro il patrimonio culturale immateriale sta subendo continui attacchi provenienti proprio da coloro che promuovono il marketing territoriale, risaltando i prodotti culturali più piacevoli e vendibili sul mercato turistico e al contempo penalizzando gli aspetti “poco piacevoli” della cultura popolare di riferimento. Penso, per esempio, alla riscoperta, in Salento, della pizzica-pizzica e del simbolo della taranta, un simbolo legato in passato ad un fenomeno peculiare e oggi ormai scomparso: il tarantismo. La taranta, da simbolo mitico-rituale, è divenuto un marchio ormai presente sui souvenirs di tutte le bancarelle della Puglia.

In tale contesto, intere fette di cultura popolare (canti di lavoro, di protesta, nenie funebri, ma anche le tecniche e i saperi che ruotano intorno all’artigianato) si stanno disgregando sotto gli occhi di tutti.

Quando un anziano muore è come se bruciasse una biblioteca. Quando un artigiano appende gli strumenti al chiodo, strozzato dalla concorrenza e dal modello cinese, è come se si dissolvessero nel vento secoli e secoli di conoscenze immateriali.

L’UNESCO, nelle sue Convenzioni, segnatamente la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale del 2003 e la Convenzione sulla protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali del 2005, ha messo in rilievo proprio la necessità di salvaguardare il patrimonio culturale locale in quanto la diversità culturale è essenziale per l’umanità come lo è la biodiversità per la natura, chiedendo ai paesi firmatari di catalogare tutti i beni immateriali presenti sul territorio, senza ulteriori “selezioni per qualità”, proprio al fine di archiviare e rendere fruibile la mole sterminata di beni immateriali, alla stregua di un bene culturale classicamente inteso (appare ovvio che quando si ritrova un pezzo d’anfora questo venga studiato e rinchiuso in un museo. Un pezzo d’anfora non racconta molto né gli si può attribuire valore culturale se non è contestualizzato. Allo stesso modo si dovrebbe raccogliere tutto il patrimonio immateriale senza discernere tra “bello” e “brutto”, tra “orecchiabile” e “noioso”, tra “vendibile” e “non vendibile”).

L’Italia ha aderito ad entrambe le Convenzioni e con il D.Lgs. n. 62/2008 ha effettuato una modifica al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, inserendo l’articolo 7/bis, rubricato “espressioni di identità culturale collettiva”, il quale così dispone: Le espressioni di identità culturale collettiva contemplate dalle Convenzioni UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale e per la protezione e la promozione delle diversità culturali, adottate a Parigi, rispettivamente, il 3 novembre 2003 ed il 20 ottobre 2005, sono assoggettabili alle disposizioni del presente codice qualora siano rappresentate da testimonianze materiali e sussistano i presupposti e le condizioni per l’applicabilità dell’articolo 10.

Dunque allo stato attuale v’è una normativa che impone di salvaguardare il patrimonio immateriale, sempre che – lo dice la norma – sia ancorato alla materialità e sia corrispondente a quanto stabilito dall’art. 10 del su citato Codice.

Orbene, l‘art. 10, al suo comma 2 stabilisce che le raccolte sono beni culturali ope legis, riconosciuti come tali non all’esito di un procedimento amministrativo di individuazione ma direttamente dalla norma in commento, sulla base del presupposto costituito dalla loro condizione giuridica di raccolte: di insieme di oggetti, cioè, che siano stati acquisiti ed ordinati dagli istituti museali nei modi previsti dal regolamento “per la custodia, conservazione e contabilità del materiale artistico, archeologico, bibliografico e scientifico” di cui al R.D. 26 agosto 1927, n. 1917.

Dunque, v’è una norma che tutela i beni culturali immateriali, ma dice che possono essere tutelati solo se dotati di materialità e se rispettano i requisiti posti dall’art. 10. Quindi, in altre parole, una serie di registrazioni di canti popolari (ossia una raccolta), effettuate da un antropologo e successivamente catalogate in un archivio o in un museo possono a tutti gli effetti considerarsi un bene culturale e, di riflesso, la tutela spetterebbe anche al canto.

Difatti non è azzardato affermare che nel momento in cui la tutela si applicasse ex lege ad un supporto materiale contenente un elemento immateriale, questa si rifletterebbe sul contenuto del supporto, altrimenti sarebbe come affermare che il Codice dei Beni Culturali tutela un palazzo o una chiesa solo nella loro esteriorità e non per il loro significato storico-identitario o storico-culturale.

A questo punto la domanda sorgerebbe spontanea: come tutelare una musica o un canto popolare senza con ciò congelarli, senza, in altre parole, farli divenire un pezzo da museo? La musica popolare è tale perché si evolve con l’evolversi del contesto in cui è inserita e dunque sarebbe impensabile costringere i suoi esecutori ad eseguirla sempre e comunque nello stesso identico modo.

Qui soccorre una definizione teorica che, se sviluppata, potrebbe favorire la tutela delle musiche e dei canti popolari senza con ciò impedirne l’evoluzione. La definizione riguarda il concetto di tutela riflessa, la quale potrebbe così intendersi:

Attività diretta ad esaminare, mediante le competenze relative alle discipline DemoEtnoAntropologiche, le espressività culturali immateriali “viventi” ed adeguarle, ove occorra, a quelle contenute nei supporti materiali cartacei ed audiovisivi, conservati nei luoghi di cultura della Repubblica, aggiornati costantemente al fine di seguirne l’evoluzione; la tutela riflessa dovrà favorire la diffusione della conoscenza, la preservazione della memoria, nonché, limitatamente al patrimonio culturale immateriale DEA complesso, il rispetto del contesto, della funzione e della struttura propria di ciascun elemento culturale. A tal fine, ove occorra, possono prevedersi discipline e attività che abbiano l’effetto di regolare, limitare, inibire, conformare o anche escludere determinati comportamenti dei soggetti che possano compromettere il valore culturale insito nel patrimonio culturale immateriale.

E’ appena il caso di specificare che il patrimonio culturale immateriale DEA (acronimo di DemoEtnoAntropologico) complesso è quello in cui vi sono più elementi immateriali legati tra loro. Classico esempio è la rota o ronda, ossia il cerchio di suonatori al cui interno si esegue il ballo popolare. Qui vi sono più elementi immateriali: musica, canto, gestualità, balli, tra loro legati.

A conclusione di questo scritto appare utile ribadire la necessità di salvaguardare, da un lato, il vasto patrimonio culturale immateriale di cui ancora disponiamo, prima che si perda nell’oblio della memoria, attraverso la predisposizione di archivi e musei, e dall’altro la musica popolare viva, ancora attiva sul territorio, in modo da favorire esecuzioni musicali consapevoli, nell’ottica di una naturale evoluzione della musica. Del resto, ripetendo le parole di Roberta Tucci, (…) a chi verrebbe in mente di inserirsi, con il proprio strumento musicale o con la propria voce o con il proprio corpo, in un contesto culturale “ufficiale”, quale può essere un concerto (di un’orchestra, di una banda, di un gruppo rock), o uno spettacolo di danza e di teatro? Perché, invece, gli spazi della cultura “popolare” possono venire tranquillamente occupati, senza neanche chiedere il permesso? e perché la musica d’autore è ipertutelata mentre quella popolare può essere liberamente sfruttata, anche a costo di snaturarla, senza che alcuno possa intervenire per proteggerla?

Tutela patrimonio culturale immateriale: dalla Puglia, un primo, seppur limitato, segnale

Commento alla proposta di L.R. Puglia “Interventi regionali di tutela e valorizzazione delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale”

Pubblicato da il 13 luglio 2012 alle 12:07 in Diritto d’autore su http://www.leggioggi.it

La proposta 123A-IX, presentata dal Consigliere regionale Sergio Blasi del gruppo Partito Democratico, e passata all’unanimità nella seduta della VI Commissione del 05.07.12, intende, come si evince dal titolo e come si legge nella relazione iniziale, “mettere in campo una serie di interventi rivolti al sostegno dell’insieme variegato di soggetti che, a vario titolo (…) operano sul territorio con iniziative di salvaguardia e promozione delle musiche e delle danze tradizionali”. Altresì l’intento della proposta di legge in commento è quello di salvaguardare la “memoria musicale”, sostenendo la ricerca e la pubblicazione di “documenti originali”, ossia le registrazioni delle “performance degli anziani cantori”, ed infine creando “una rete di archivi multimediali” ove conservare e rendere fruibili i materiali raccolti. Tutto ciò “in accordo con le disposizioni della Convenzione dell’Unesco sulla salvaguardia dei patrimoni immateriali, approvata a Parigi il 17 ottobre 2003 e ratificata dal Parlamento Italiano con la legge n. 167 del 27 settembre 2007”.

La proposta di legge, suddivisa in 10 articoli, contiene una prima parte in cui è definito l’oggetto della legge (art. 1), mentre il resto dell’articolato si riferisce agli adempimenti da parte della Regione (art. 2, Programma pluriennale di intervento; art. 3, Albo regionale, artt. 4, 5 e 6, Contributi a favore di gruppi, associazioni e fondazioni, degli Enti locali nonché dell’editoria specializzata; art. 8, in riferimento all’approvazione del piano annuale di attribuzione dei contributi e della vigilanza in relazione alla loro attuazione; art. 9, Vincolo di destinazione dei contributi; art. 10, Finanziamento degli interventi), ad eccezione dell’art. 7 che disciplina gli adempimenti dei soggetti destinatari dei contributi di cui ai precedenti artt. 4, 5 e 6.

Prima di passare al commento della legge occorre, seppur brevemente, partire da alcune considerazioni preliminari.

E’ ormai risaputo che l’UNESCO, con la Convenzione sopra citata, ha aperto le porte alla tutela nazionale ed internazionale del patrimonio culturale immateriale DemoEtnoAntropologico (d’ora in avanti “DEA”).

L’Italia, aderendo ad entrambe le Convenzioni, ha modificato il Codice dei beni culturali inserendo nel suo corpus normativo l’art. 7/bis, rubricato Espressioni di identità culturale collettiva, il quale, come ho già avuto modo di dire in un altro articolo pubblicato su Codesta pregevole rivista on-line, ha operato un (seppur sommario) riconoscimento culturale della produzione immateriale popolare, ancorando la sua tutela alla materialità ex art. 10 del Codice dei Beni culturali.

Nell’ottica del riparto di competenze tra Stato e Regioni, operato dall’art. 117 Cost., la materia della tutela dei beni culturali immateriali spetterebbe allo Stato, mentre gli interventi di valorizzazione e promozione sono di competenza delle Regioni.

Tuttavia, nella materia Governo del territorio di cui al comma 3 dell’art. 117 Cost., le regioni, secondo la nota sentenza 232/2005 della Corte Costituzionale, possono prevedere misure di “tutela non sostitutive di quelle statali, bensì diverse ed aggiuntive”, con ciò permettendo loro di ampliare il proprio raggio di tutela nei confronti delle peculiarità locali.

Dunque, alla luce di ciò e sulla scorta del principio di cooperazione, sarebbe stato auspicabile fare riferimento, nell’articolo 1, alla normativa interna e all’art. 7/bis in particolare, proprio alla luce del fatto che la materia della tutela dei beni culturali immateriali, secondo il comb. disp. degli artt. 7/bis D.Lgs. n. 42/2004 e 117.3 Cost., è materia concorrente e che si muove nell’ottica della leale collaborazione tra Stato e regioni.

Da qui discende una forte criticità, direi quasi un peccato originale che colpisce la pregevole proposta di legge oggi in commento. Mi riferisco al concetto di riconoscimento.

A rigor di logica, prima di procedere alla tutela del patrimonio culturale immateriale occorre riconoscerlo, altrimenti si rischierebbe di tutelare qualsiasi produzione, anche quelle che non rientrano nei crismi della culturalità così come voluto dall’UNESCO.

Riconoscimento è termine polisenso. In una prima accezione che attiene al piano scientifico, esso è riferibile all’esito dell’attività di ricerca e di studio che ha condotto al rinvenimento, in un oggetto, di determinate caratteristiche che ne implicano l’interesse culturale (dunque, ad es., il riconoscimento del valore culturale ad una registrazione di un canto tradizionale da parte della scienza antropologica). In una seconda accezione che attiene al piano giuridico, riconoscimento è individuazione formale del bene secondo i modi e per gli effetti di legge. Ambedue i significati sono pertinenti alla funzione de qua, poiché descrivono due indefettibili momenti di un unico percorso, al termine del quale l’oggetto acquisisce quel particolare status di “bene culturale” che ne connoterà le successive vicende. Dunque il riconoscimento dal punto di vista extragiuridico è un processo che spetta alla scienza demoetnoantropologica, mentre dal punto di vista giuridico è rappresentato proprio dalla conformità del bene a quanto richiesto dall’art. 7/bis del Codice dei Beni culturali. Una norma non considerata dalla proposta di legge in oggetto ma che ha efficacia giuridica nell’Ordinamento, certamente più di quanto ne abbia una Convenzione.

Difatti non può sottacersi un ulteriore vizio formale che si rinviene proprio nel primo articolo, il quale basa il proprio operato normativo “(…) in attuazione della convenzione Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (…)”.

Anzitutto la Convenzione è rivolta agli Stati firmatari, e non alle loro articolazioni interne. Difatti l’art. 11 della Convenzione del 2003 stabilisce che Ciascuno Stato contraente “adotterà i provvedimenti necessari a garantire la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale presente sul suo territorio” [comma 1, lett.a)] e “individuerà e definirà i vari elementi del patrimonio culturale immateriale (…) con la partecipazione di comunità, gruppi e organizzazioni non governative rilevanti” [lett.b)].

Dunque la legge in commento non può essere adottata “in attuazione della convenzione”, in quanto la convenzione è un atto giuridico negoziale valevole tra le parti firmatarie; da ciò ne discende che l’attuazione di un siffatto accordo spetta solo a chi ha partecipato ad esso, dunque allo Stato italiano.

Entrando nel merito della proposta di legge, non può sottacersi che il riferimento alla Convenzione UNESCO del 2003 appare una forzatura.

Difatti l’art. 2 comma 1 della Convenzione così definisce il patrimonio culturale immateriale: “(…) le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale (…)”.

Orbene appare del tutto evidente come le musiche e le danze popolari di tradizione orale siano solo una piccola parte del patrimonio culturale immateriale di un certo territorio, dunque anche in questo senso, lasciando per un momento da parte le valutazioni giuridiche, la proposta di legge non può fare riferimento alla Convenzione UNESCO, la quale chiede di proteggere tutta la produzione culturale immateriale e materiale di un certo territorio.

Difatti le associazioni AISEA e SIMBDEA (che si occupano, a vario titolo, della salvaguardia del patrimonio culturale DEA) hanno concordato, nel 2007, una definizione del concetto di “beni DEA”, in linea con quanto espresso dall’UNESCO, inserendo nella definizione “cerimonie, riti, feste sacre e profane, musiche e canti, danze, poesie, fiabe, miti e leggende, proverbi, giochi, memorie, storie di vita, dialetti e parlate, saperi, pratiche, etc.”, e curandosi di specificare che “la componente immateriale, da un lato, consente di attribuire pieno significato ai beni DEA mobili e immobili, che altrimenti resterebbero inconoscibili, e al tempo stesso individua una categoria di beni in sé, sicuramente specifica di questo settore del patrimonio culturale, che può essere in varia misura connessa con le produzioni materiali oppure da esse del tutto slegata”.

Anche a voler ammettere che la volontà politica sia quella di tutelare le sole musiche e danze e che, dunque, il richiamo alla Convenzione UNESCO sia solo una mera formula stilistica, non può sottacersi come l’intervento di tutela della normativa in itinere sia smorzato ed incompleto, in quanto non tiene conto dell’elemento materiale dell’oggetto della sua tutela.

In altre parole, il patrimonio culturale immateriale non può trovare una tutela piena senza il patrimonio culturale materiale che lo ritrae e lo completa. Per fare un esempio, non è possibile tutelare il ballo e la musica della tarantella senza fare riferimento alla tutela degli strumenti musicali, materialmente e simbolicamente intesi, quali tamburello, organetto, mandolino, etc.

Del resto anche l’UNESCO, nell’art. 2.2 della Convenzione, ha specificato chiaramente che il Patrimonio culturale immateriale si manifesta anche nel settore dell’artigianato tradizionale [lett. d)]. Dunque appare un controsenso tutelare la musica popolare senza tutelare i soggetti che in qualche modo la rendono possibile, attraverso la costruzione di strumenti musicali tipici e legati indissolubilmente al territorio, alla sua storia, tradizioni e, ovviamente, alla musica e alla danza.

Dunque, in tal senso, la normativa incontra un limite ontologico e funzionale: anzitutto decontestualizza l’oggetto dell’intervento di tutela, slegando le danze e le musiche popolari dal loro significato d’uso originario e dai simboli che le completano. In secondo luogo opera una confusa definizione concettuale, con ciò vanificando gli sforzi effettuati sia dalla scienza demoetnoantropologica sia dalla scienza giuridica che, negli anni, hanno evidenziato le differenze tra tutela, valorizzazione e promozione, nonché tra bene e attività culturale.

Basti considerare che, nonostante il titolo della proposta di legge, al suo interno non v’è alcuna formula né alcun richiamo ad altre norme e/o atti extragiuridici che diano contezza delle differenze definitorie. Tale distinzione è quanto mai necessaria, proprio perché i beni sono meritevoli di tutela, mentre le attività solo di interventi di promozione ed organizzazione, così come imposto dall’art. 117.3 Cost.

L’art. 4 della proposta di legge in commento, per fare un esempio, al comma 1, lett. b), finanzia lo “svolgimento di attività culturali e di spettacolo fuori dai confini regionali”, dunque “attività culturali”; mentre la lett. d) finanzia la “realizzazione di cd e dvd contenenti produzioni musicali originali dei gruppi”; ma che vuol dire originali? Si tratta di “beni” o “attività” culturali? E ancora, l’intervento può definirsi di “tutela”, di “valorizzazione” oppure di “promozione”?, Ancora, l’art. 5, comma 1 lett. b) provvede a finanziare gli Enti Locali “per la realizzazione di festival, raduni e analoghe iniziative di spettacolo (…)”. Anche qui si torna a parlare di “promozione”, non di tutela, mentre una timida apertura al concetto di tutela si ha con il comma 1 lett. a) dell’art. 5, con il quale la Regione finanzia gli Enti Locali “per la realizzazione di archivi e biblioteche multimediali specializzati, anche a partire da percorsi di ricerca sul campo, in coordinamento e connessione con il Sistema archivistico regionale e il Sistema bibliotecario regionale”. Tale pregevole norma appare essere l’unica che si avvicini al concetto di tutela, anche se – in parziale ottemperanza a quanto richiesto dall’UNESCO – si limita a tutelare i supporti materiali, senza estendere la tutela ai beni culturali immateriali vivi, presenti sul territorio, perdendo così la possibilità di estendere la tutela al patrimonio culturale immateriale vivo e distinguerla dalle azioni di promozione delle attività culturali (la distinzione rappresenta il vero problema che l’UNESCO ha egregiamente affrontato e che la Regione Puglia non ha saputo o voluto cogliere).

Eppure di normative regionali in materia ve ne sono diverse. Penso, ad esempio, alla L.R. Liguria N. 32 del 02 maggio 1990 (Modificata dalla L.R. Liguria 17 dicembre 1998 n. 37), rubricata “Norme per lo studio la tutela la valorizzazione e l’ uso sociale di alcune categorie di beni culturali e in particolare dei dialetti e delle tradizioni popolari della Liguria”, che ha operato una pregevole classificazione del patrimonio immateriale DEA, inserendo, nell’art. 2, tra i beni tutelati, i “patrimoni linguistici autonomamente riconosciuti in porzioni del territorio regionale (…)” [comma 1, lett. a)]; “rime popolari filastrocche fiabe proverbi e ritornelli ricordi e memorie riguardanti anche l’ alimentazione e la medicina popolare il tutto espresso in lingua o in dialetto in forma orale o scritta ma inedita” [comma 1, lett. b)]; “canti e musiche strumentali tramandati in forma orale e danze popolari di tradizione documentabile” [comma 1, lett. c)]; “feste riti e credenze giochi e passatempi popolari” [comma 1, lett. d)].

La L.R. appena menzionata è una delle poche leggi organiche in materia e rappresenta – da tempi non sospetti – un importante esempio di salvaguardia del patrimonio culturale locale.

La Puglia, pur vantando un vastissimo patrimonio culturale immateriale, finora non ha mai disciplinato la materia; la proposta di legge in commento sicuramente rappresenta un buon inizio ma ancora non può dirsi incisiva, mostrando di non avere dimestichezza con i concetti di tutela, valorizzazione, promozione né con le differenze sostanziali tra bene ed attività culturale. Tuttavia è significativa l’apertura operata dall’art. 5.1 lett. a) in riferimento alla tutela dei supporti contenenti le testimonianze di identità culturale, anche se va evidenziata ancora una volta una importante criticità, in riferimento alla loro catalogazione.

Innanzitutto va detto che la catalogazione è l’attività di registrazione, descrizione e classificazione di tutte le tipologie di beni culturali. Si tratta di individuare e conoscere i beni, documentarli in modo opportuno e archiviare le informazioni raccolte secondo precisi criteri.

In secondo luogo va evidenziato che l’art. 17.1 del Codice dei Beni Culturali (mai menzionato nella proposta in commento) stabilisce che “Il Ministero, con il concorso delle Regioni e degli altri enti pubblici territoriali, assicura la catalogazione dei beni culturali e coordina le relative attività”.

Infine non può sottacersi che nel 2001 lo Stato, le Regioni e le province autonome hanno siglato l’Accordo tra il ministero per i Beni e le Attività culturali e le Regioni per la catalogazione dei beni culturali e ambientali, che stabilisce una serie di obiettivi comuni in materia, prevedendo, fra l’altro, l’unificazione delle metodologie di catalogazione. La premessa, e soprattutto l’art. 2 dell’Accordo, sottolineano il valore conoscitivo attribuito alla catalogazione: “La catalogazione costituisce lo strumento conoscitivo basilare per il corretto ed efficace espletamento delle funzioni legate alla gestione del territorio ai fini del conseguimento di reali obiettivi di tutela ed è strumento essenziale di supporto per la gestione e la valorizzazione del patrimonio immobile e mobile nel territorio e nel museo, nonché per la promozione e la realizzazione delle attività di carattere didattico, divulgativo e di ricerca”. Diverse Regioni hanno già approntato, nel rispetto dell’Accordo, i propri sistemi informativi, ad esempio, la Lombardia (SIRBEC- Sistema informativo regionale beni culturali), le Marche (SIRPAC – Sistema informativo regionale per il patrimonio culturale), il Lazio (SIT – Sistema territoriale informativo dei beni culturali e ambientali), mentre la Puglia non ha ancora adeguato i propri strumenti di catalogazione a quelli nazionali, con ciò rendendo ancor più difficile il coordinamento con le altre realtà. Un’apertura in tal senso sarebbe auspicabile nella proposta di legge in commento.

Ancora, è significativo lo stanziamento annuale di € 50.000,00 (art. 10) per gli interventi di cui agli artt. precedenti, anche se va evidenziato come tale cifra, a fronte delle potenziali domande, potrebbe risultare inadeguata e frustrare le aspettative dei soggetti coinvolti. Sicuramente la Regione Puglia, successivamente all’entrata in vigore della legge, provvederà ad emanare dei regolamenti inerenti i criteri di accesso alle somme finanziate, tuttavia sarebbe auspicabile prevedere un organismo di valutazione, così come previsto dalla già citata L.R. Liguria n. 32/1990, la quale ha istituito un “Comitato scientifico” composto in vario modo da membri di nomina politica ed accademica (tre membri eletti dal Consiglio regionale scelti fra personalità di indiscussa competenza e professionalità nei campi della ricerca etnologica e linguistica locale e della produzione e promozione culturale di attività dialettali; tre esperti designati dal Rettore dell’Università degli Studi di Genova fra gli studiosi già operanti anche al di fuori dell’ambito universitario rispettivamente nei campi linguistico, letterario, etnoantropologico ed etnomusicologico), in cui è prevista anche la presenza di un dirigente del Servizio Beni e strutture culturali e del dirigente addetto al Centro regionale di documentazione (art. 3, comma 1).

Poiché l’intento della proposta di legge regionale pugliese è quello di “istituire un albo regionale dei soggetti che svolgono attività musicali popolari” (art. 3), allora sarebbe il caso di nominare un organismo che quantomeno dia, nel silenzio della legge, un significato chiaro al termine “popolare” e una serie di criteri in grado di orientare i potenziali destinatari delle norme, altrimenti si correrebbe il rischio di finanziare qualsiasi proposta musicale, anche quelle che, contrariamente alla ratio della legge, non rientrano nel concetto di “tradizione orale”.

Infine, per completezza, va messa in rilievo una ulteriore carenza, che in qualche modo cozza proprio con l’art. 2 dello Statuto della Regione Puglia, il quale così stabilisce: “La Puglia riconosce la propria identità nel territorio e nelle tradizioni regionali che costituiscono risorsa da tramandare alle future generazioni”.

Ebbene, la tutela del patrimonio culturale parte proprio dalla diffusione della conoscenza alle nuove generazioni, ed in questo quadro una tutela efficace si può realizzare anche attraverso l’insegnamento delle tradizioni popolari negli istituti scolastici, un’attività, questa, posta in essere da alcuni comuni virtuosi ma non considerata nella legge in commento, nonostante lo Statuto stabilisca ciò e nonostante l’UNESCO, nella sua Raccomandazione per la salvaguardia della Cultura e del Folklore del 1989 (propedeutica alla Convenzione del 2003) abbia chiesto ai soggetti interessati “l’insegnamento e lo studio della cultura tradizionale in modo appropriato”.

Vero è che l’art. 4.1 lett. b) prevede finanziamenti per “la realizzazione di percorsi di formazione e approfondimento della conoscenza delle pratiche musicali e coreutiche tradizionale, con particolare attenzione al coinvolgimento degli anziani depositari dei saperi tradizionali”, lasciando intendere che saranno finanziati stages e corsi effettuati da soggetti privati, senza specificare se questi saranno gratuiti ovvero a pagamento (la dicitura “senza scopo di lucro”, di cui all’art. 3, non coincide con “libera fruizione” degli eventi organizzati da soggetti privati), ma sarebbe auspicabile prevedere tale norma all’interno dell’art. 5 (“Contributi a favore di Enti Locali”), chiedendo alle Amministrazioni comunali di rendere quantomeno obbligatorio e gratuito l’insegnamento delle tradizioni popolari nelle scuole primarie e/o attraverso la predisposizione di corsi liberamente fruibili.

In conclusione di questo scritto, ritengo che la proposta di legge in commento sia sicuramente un ottimo punto di partenza per aprire un dibattito sulla salvaguardia del patrimonio culturale immateriale della Puglia, tuttavia le criticità sollevate sinora lasciano aperto il dubbio se la normativa sia davvero volta alla “tutela” o, piuttosto, alla “promozione” e se gli interventi previsti dalla legge in commento siano davvero in grado di salvaguardare la memoria storica.

Sul fatto che, allo stato attuale, le danze e le musiche proposte nelle piazze della Puglia (e del Salento in particolare) siano popolari (il cui significato non è stato chiarito dalla norma) o meno, attinenti alla tradizione o meno, “contaminati” o meno, lascio che si pronunci la scienza demoetnoantropologica; del resto il giurista non può cadere nella trappola di andare alla ricerca del concetto pregiuridico di “popolare”, “tradizione” o “contaminazione”, o meglio della nozione che di essi hanno i non giuristi, al fine di verificarne il grado di tenuta rispetto all’ordinamento giuridico positivo, ecco perché non ritengo opportuno (anche se sarei tentato di) dare un giudizio sull’attuale fenomeno di folk-revival e sulle sue interazioni con il marketing territoriale, magari nascondendolo tra le valutazioni di carattere giuridico. Auspico, invece, di trovare presto, seduti sullo stesso tavolo de iure condendo, la politica, l’antropologia e la scienza giuridica, mossi dal comune intento di operare una tutela del patrimonio culturale materiale e immateriale scevra da ogni influenza contingente che, spesso, è più dannosa del vuoto normativo.

Sul CARPINO FOLK FESTIVAL l’ombra della politica locale – La polemica sul social network Facebook

Nonostante tuttoAnche la diciassettesima edizione del Carpino Folk Festival si è conclusa con un successo “nonostante l’ombra della politica di paese”. A dirlo è l’associazione culturale Carpino Folk Festival che, dopo le polemiche dei giorni scorsi, ha deciso di dire la sua. Lo ha fatto attraverso una dura relazione, dove vengono fatti nomi e cognomi. E non c’è paura, da parte dell’associazione organizzatrice del festival di ammettere che questo è stato l’annus orribilis del Carpino Folk Festival per varie ragioni. Leggi l’intera relazione dell’Associazione sulla gestione del CFF2012.

A seguire un estratto fazioso degli interventi più significativi raccolti su http://www.facebook.com/CFFestival

Giovanni Rinaldi (fondatore e direttore dell’Associazione culturale “Casa Di Vittorio” di Cerignola) – Qui non si tratta né di identità, né di cultura popolare, né di radici. Qui abbiamo a che fare con il potere, il piccolo meschino potere di un assessore che finora per la cultura della Capitanata, della Puglia, del Gargano o di Carpino non ha fatto nulla, non conoscendola né avendola mai indagata e apprezzata. Qui si tratta di ignoranza del potere e di interessi di parte contro altre parti. qui si tratta di essere pronti a distruggere pur di gestire qualcosa, comunque, che altri hanno finora gestito meglio di te. qui si tratta di arroganza e di localismo leghista. qui si tratta di qualcuno che soffre nel vedere altri riuscire a fare e creare quello che lui non saprebbe nemmeno copiare.

Vincenzo Santoro dall’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (Coordinatore dell’Archivio sonoro delle tradizioni musicali pugliesi a BARI)- ma è possibile che uno dei più importanti eventi culturali italiani legati alla tradizione musicale debba essere soggetto ad attacchi così scriteriati, incivili e privi di senso? Ma quel è l’obiettivo reale di questa gente, che muoia Sansone con tutti i Filistei? Che vinca il Sud del rancore contro il Sud della speranza, della gioia e della bellezza?
Invito tutti a sostenere gli amici del Carpino Folk Festival anche condividendo e facendo circolare questo approfondito e puntuale bilancio della diciassettesima edizione del festival…

Ciro Pignatelli (Ex Commissario del Parco Nazionale del Gargano) – C’è un filo conduttore che lega strani personaggi della politica sul Gargano intenti solo a boicottare iniziative culturali della tradizione popolare: musiche, canti, prodotti tipici e altro che fanno emergere le ricchezze della nostra terr…itorialità su cui costruire un possibile futuro puntando sulla new e green economy. Personaggi che da tempo affollano i luoghi decisionali e che con le miserie clientelari mortificano la passione per la vera politica. Personaggi incapaci di vedere oltre la punta dei propri piedi ma capaci di mistificare e sabotare lodevoli manifestazioni trasformando le associazioni culturali di settore a formazioni partitiche: è successo a San Marco in Lamis per la promozione del Caciocavallo podolico, è successo a Carpino per il Folk Festival. E’ il tempo di liberare il Gargano da simili personaggi con l’intelligenza dell’associazionismo diffuso e plurale.

Michele Eugenio Di Carlo Presidente Comitato per la tutela del mare del Gargano – Condivido pienamente il giudizio di Ciro Pignatelli, con il quale non a caso abbiamo organizzato a dicembre scorso e a San Marco il convegno “Liberare i parchi” a 20 anni dalla sua costituzione Nel rinnovare la mia totale solidarietà ai rappresentanti del CFF mi piace ricordare l’edizione 2011 dedicata all’ acqua “… è fiume e mare, è dolce e salata, è nemica ed amica, è confine e infinito, è principio e fine” sono state le parole simboliche di un’edizione dove la cultura dei beni immateriali del Gargano è stata generosamente messa a disposizione per contribuire decisamente a difendere e tutelare l’ambiente e il territorio e dove l’illustre artista Luca Bassanese, con “La leggenda del pesce Petrolio”, ha colto concretamente quella che costituisce la più grande emergenza dei nostri tempi: “l’inquinamento dei Mari e degli Oceani ad operadell’uomo e della sua avidità..”

Federico – Capone Non conosco la polemica, se non come la raccontate voi che, come dite nel comunicato, comunque rispettate ma non condividete. Il fatto è un altro: il fatto che ci sia una discussione, per quanto priva di senso, è positivo (non si nutre, dopotutto, la cultura, dello scontro d’idee?).Qui in Terra d’Otranto, invece, tutti allineati.

Erasmo Di Iorio – Avanti così ragazzi, non lasciatevi intimorire da piccoli personaggi politici legati alle tradizioni rionali!! Fra l’altro predicano l’attacamento al proprio paese senza abitarci !! Strano per un carpinese DOC!! Il CFF è una realtà che non può finire per colpa di quattro mentecatti!

Michele Russi – Questo consigliere (Rocco Ruo NdR) gestisce il potere a Carpino e hinterland a sentire il suo intervento sin dal 1998….ma non sarebbe meglio che iniziasse a farsi da parte e desse un pò di spazio ai Giovani di Carpino.
Mi sembra di sentire il De Corato di Milano….ma un pò di spazio e potere politico a quei giovani di Carpino che protestavano? Caro Assessore è dal 1998 che gestisce il potere politico a Carpino..farsi un pò da parte? lasciamo spazio ai giovani che portano energie fresche nelle istituzioni….la sua risposta mi è sembrata stantia-vecchia e piena di astio, si ricordi che Lei è un amministratore e le istituzioni non devono essere usate come fosse una sua proprietà? Capisco che è dal 1998 a gestire il potere politico e forse pensa che le istituzioni siano sue, ma non è così…Forse come dicevo è arrivato il momento di cambiare. Ci sarà certamente tra tutti i giovani che hanno protestato durante la manifestazione del CFF, qualcuno che possa prendere il suo posto. Ho molta fiducia nei giovani di Carpino..Prego fatevi avanti, le istituzioni hanno bisogno di novità e non di chi riempe le sue interviste di astio nei confronti di chi questo Festival l’ha fatto conoscere il tutta Italia e nel mondo. Su assessore ricordi che è sempre a dirigere una istituzione di cui fanno parte quelle persone di cui lei continua a denigrare con una piccola o grossa differenza. Lei per gestire l’assessorato percepisce uno stipendio invece le persone che denigra, conoscendo le difficoltà economiche che attraversa l’Italia e a maggior ragione il sud e Carpino nello specifico, non ricevono stipendio da nessuna istituzione e ogni giorno devono cercare di capire come meglio sbarcare il lunario…

Alessandro Salerno – Che vergogna dover continuare a vedere che noi italiani più di qualche misero, gretto, grezzo e inutile uomo politico non riusciamo a votare.per poi dover sopportare anche i loro luridi scagnozzi. a proposito di discussione priva di senso be scusami, federico, ma non mi sembra che quello che è successo sia privo di senso. anzi mi sembra piuttosto grave. se ci sono delle criticità (e ce ne saranno come ce ne sono da tutte le parti) be si affrontano diversamente e sicuramente in altro contesto. comportarsi in questo modo, di fronte anche ad un pubblico che nulla ha a che fare con qualche politico frustrato e i suoi scagnozzi, mi sembra oltremodo penoso e deplorevole. un saluto da alessandro de i lupi della majella.

Pierluigi Pelusi – Quest’anno non mi è stato possibile essere a Carpino nelle serate del Folk Festival e ora che sono davanti al mio pc mi rendo conto di quanto è successo…non avrei mai creduto che si potesse arrivare a tanto, MI RIVOLGO A QUELLI CHE HANNO DISTURBATO LA MANIFESTAZIONE, VERGOGNATEVI ! , ognuno di noi può avere le sue opinioni, ma è assolutamente un controsenso disturbare la manifestazione e poi dire che lo si fa’ perchè si vuole il CFF a carpino, questa è inciviltà allo stato brado, se avete a cuore questo paese, DATEVI DA FARE, ognuno nel proprion ambito, se non vi sta’ bene come viene organizzato il CFF mettetevi a disposizione (ogni santo giorno) degli organizzatori e lavorate come e più di loro e così vi guadagnerete il diritto di dire questo mi va’ e questo no. Prima del CFF Carpino non era neanche nominato su molte carte turistiche e stradali…oggi tutti ci riempiamo la bocca di: “io sono di Carpino, il paese del CFF ” e ci sentiamo “giustamente?” parte di questa “eccellenza” culturale. invece chi non vuole mettersi a disposizione degli organizzatori del CFF può benissimo “CREARE” qualcosa di suo….anche e perchè no un “altro festival”….altrimenti, ragazzi miei, è troppo facile disturbare e criticare cercando di distruggere “in nome del folk siamo noi”….pensate a COSTRUIRE E NON A DISTRUGGERE, altrimenti dimostrate di non avere a cuore il vostro paese, le tradizioni , il folk e chi più ne ha ne metta… mi dispiace per voi ma se perseverate “il folk non siete voi”, anzi dimostrate di essere meno di niente.

Garganistan Gargano Moviment – Sono sempre più convinto che i Carpinesi abbiano bisogno di una pausa per rimembrare le estati che trascorrevano 20 anni fa….
Potrebbe aiutarli a rendersi conto dell’enorme patrimonio che anno acquisito in questi anni grazie a gente attiva e preparata, malgrado I SOLITI E SQUALLIDI INCONVENIENTI POLITICI….

Juan De la Elia – Mi lasciano perplesso le parole del sindaco di Carpino (quante spese si possono ridurre e racimolare, che dire, 1000 euro, giusto come finanziamento simbolico? Ho l’impressione che a Carpino la politica locale ha voluto sfruttare la risonanza mediatica del festival per amplificare le beghe di paese. Insomma, un campanilismo global…Sono queste le cose che distruggono le bellezze della nostra terra. Peccato. In Salento queste cose avvengono di continuo (penso alla Fondazione di S. Rocco, nata come risposta “politica” alla Fondazione Notte della Taranta…), ma non hanno mai avuto una risonanza tanto forte. Qui, invece, il problema è un altro: la Notte della Taranta. […]

Gianni Carrassi – Non lasciatevi intimorire dai capicosca della politica di campanile che vogliono appropriarsi di un gioiello della cultura pugliese faticosamente ed intelligentemente avviato, per farne la solita carne di porco da sagra paesana.

Giovanni Monaco – Un osservazione sorge spontanea, sembra ripetersi la solita storia dell’uomo geloso che per far dispetto alla moglie si taglia le palle. Che tristezza fanno questi enti pubblici che ostacolano lo sviluppo culturale dell’area per pochi spiccioli di tornaconto elettorale.

Giampietro Piemontese – A parte le questioni politiche delle quali non sono minimamente a conoscenza, personalmente vedo un CFF itinerante nel Gargano, e non oltre (come la tappa di Orta Nova, per esempio)…Il che non è campanilismo ma evitare di snaturare l’evento, che nasce a Carpino per radicarsi – giustamente – nel territorio, che è il Monte Gargano.

Carlo Cardinale – Ragazzi non mollate. La politica sta dando il peggio di sé un po’ ovunque e anche noi soffriamo tantissimo (nel nostro piccolo). Un abbraccio da un festival itinerante decenne, Suoni della Murgia.

Matteo Silvestri – Quando le cose le si fanno beneeeee a qualcuno da molto fastidioooo. Continuane cosiiiii “ci devi credici sempre”…. Sostegno viestano

Roberto Martella – Siamo garganici e come tali ci sentiamo tutti coinvolti nelle vicissitudini della vostra bellissima manifestazione culturale… la mescolanza dei popoli, delle culture e delle tradizioni è un sentimento che condivido pienamente….contro ogni campanilismo sempre!!! tanti auguri e buona fortuna per l’organizzazione del CFF per gli anni a venire!

Letizia Arena – Qui si tratta di fare passi indietro anzichè avanti e invece di essere fieri del proprio paese,o meglio,del paese che in teoria dovrebbe essere rappresentato e portato avanti proprio dal primo cittadino,si fa di tutto per tenerlo nell’ombra!trovo a dir poco vergognoso tutto questo perchè oltre ad essere una manifestazione che divulga le proprie origini,la propria cultura e usanze,dà la possibilità anche dal punto di vista economico di aiutare i commercianti del paese,visto i “pienoni” di persone che partecipano!!tutta la mia stima e il mio supporto all’organizzazione e ai musicisti che vanno avanti a testa alta e con successo….e in attesa che finalmente possa cambiare qualcosa…siete grandi!!!

Gaetano Myriam Dimauro – Più si fà sistema, più il nostro territorio cresce… purtroppo non tutti lo capiscono.

Simona Messori – Ma che amministrazione c’è a carpino?in ogni caso il vostro festival va assolutamente salvaguardato ed aiutato,come per la notte della taranta che si svolge a melpignano ma ha concerti in itinere per tutta la settimana e si conclude a melpignano,cosi il vs festival potrebbe avere tappe nel gargano e concludersi a carpino..se solo ci fosse un minimo di lungimiranza da parte dei comuni,la musica popolare è cultura,il festival richiama persone….ma l’organizzazione salentina e l’interessa che desta la loro musica mi sembra molto lontana dalle amministrazioni del gargano…peccato…un’occasione persA

Ago Silvo Bigfootsound – SENZA IL CARPINO FOLK FESTIVAL LA MAGGIOR PARTE DEI TURISTI DEL GARGANO NON AVREBBERO MANCO SAPUTO CHE CARPINO ESISTEVA…CHI CONTESTA SE AVESSE IL BUONSENSO DI FARE QUESTA VALUTAZIONE PROBABILMENTE SI SAREBBE LIMITATO: LE CHIACCHIERE STANNO A ZERO I FATTI SONO QUELLI CHE CONTANO E VOI AVETE DIMOSTRATO PER 12 ANNI DI ESSERE CAPACI DI FARLI! SUPPORTO A VOI TUTTI DA VIESTE!

Angela Faiella – Avrebbero potuto impiegare le stesse energie negli ultimi 12 mesi per dare una mano ad organizzarlo il CFF, ma come al solito a Carpino tutti vogliono godere del lavoro degli altri senza muovere un dito … e poi si lamentano pure 😦

Leonardo Stortiero – che assurdità… è proprio vero che non siamo capaci di cogliere l’arricchimento che una manifestazione in parte itinerante può esprimere. vogliamo sempre tutto solo e soltanto sotto e per casa nostra. Che poi è anche il tema del Carpino di quest’anno… sarà stata la solita manifestazione di dissenso organizzata dai 4 commercianti che temevano di vendere meno panini.

Anna Lucia Sticozzi – sommessamente e spero di nn irritare nessuno, il Carpino Folk Festival siamo anke tutti noi garganici e dauni ke lo seguiamo da ogni paese della provincia. Se nn venissimo noi, a Carpino sareste davvero in pochi … 😉

Teresa Maria Rauzino – Voglio dire ai carpinesi che contestano (sic) il CFF: La qualità di un evento è nel riuscire a irradiarsi nel territorio, i bandi regionali che finanziano la cultura e la musica prevedono partnership di vari comuni.
Gli anni scorsi e quest’anno, proprio perchè il CFF è uscito fuori da Carpino, ha fatto un salto di qualità: da evento campanilistico è diventato evento comprensoriale.
Prendiamo esempio dal Salento. A Melpignano si svolge solo la serata finale della notte della taranta. Gli spettacoli sono su vari comuni e durano una decina di giorni.
A Carpino le serate sono state quattro.
Che volete di più?

LudoVico Del Gargano – W Carpino, W il Gargano. Fare qualche data fuori da Carpino significa promuovere il festival, la città e i prodotti di quella città. Molti portatori di handicap ed anziani hanno avuto modo di conoscere i cantori grazie alle date extracittadine.

Maria Voto – Finchè non capiremo che i bene di Carpino passa attraverso il bene di tutto il Gargano noi resteremo sempre ultìmi nel mondo.APRITE LE VOSTRE MENTI,la musica è in tutti noi… qua ci lamentiamo che il Salento ci ha rubato turisti..Chiediamoci il perchè,piuttosto.Non è per fare la pessimista ad ogni costo,io amo la mia terra e vorrei vederla progredire,anche come mentalità.Ma mi pare,sotto certi aspetti,di assistere ad una guerra tra bande!Se fai qualcosa di buono il compenso che ti spetta è solo biasimo e critiche. Altro che amara terra..terra di fuoco amico”.

Le Zanzare Giovanditti – Vi lamentate per due serate fuori Carpino?!? Cosa dovremmo fare allora noi di Apricena…la rivoluzione. Non so se vi è giunta voce ma quest’anno, per “problemi tecnici” (diciamo così) Suonincava si svolge a Foggia, al CUS: quindi niente cave e niente Apricena! Godetevi la vostra manifestazione, voi che ancora potete! Dal punto di vista dei finanziamenti “Mala tempora currunt”!!

Maria Pia Vigilante – mah, veramente non si capisce la diatriba. Ma se il CFF gira per i comuni dove sarebbe il problema? Ci sarebbe solo una diffusione dei saperi senza snaturare assolutamente n’è carpini n’è i carpinesi che lo hanno voluto. Forza ragazzi basta con le inutili diatribe e campanilismi, siete bravi.

Sandro Siena – Sono nato e vivo nella Città Gargano, in un quartiere che, per la sua posizione, in estate accoglie tantissimi turisti. Sono felice di aver ospitato una serata di propaganda del Carpino Folk Festival con la speranza che anche una sola persona che lo ha seguito nel mio quartiere abbia deciso di venire a vedere le serate clou nel quartiere carpinese. Gli abitanti della Città Gargano DEVONO aiutarsi l’un l’altro per raggiungere un intento comune (che in questo caso è pubblicizzare il festival e il quartiere che lo ha creato, lo ospita e lo deve portare avanti), e se il mio quartiere può dare il contributo per farlo crescere, ben venga. Se poi il renderlo itinerante permette di accedere a fondi altrimenti irraggiungibili, meglio ancora.

Cantatori di San Giovanni Rotondo – Chi vi scrive sa cosa è il Carpino Folk Festival….quanne la jatta nèn arriva allu larde dice che ie’ pegghiata de rancede…un saluto..qualcuno di noi sarà presente all’evento….in bocca al lupo!!!

Nicola Cafaro Zolfo – Io trovo che sia stata una cosa bella portare il Carpino Folk anche altrove come Cagnano, dando modo ai turisti (e non solo) di conoscere altri luoghi e far girare la moneta anche in luoghi meno fortunati, e sopratutto fatto con il nome CARPINO FOLK FESTIVAL come sul palco a Cagnano… La gente di là sono certo che vo ringrazierà… A tutti voi carpinesi…
Poi d’altronde anche a Melpignano fanno così al festival, girano il Salento e l’ultima sera dove c’è il boom la fanno a Melpignano.
Ovviamente è solo una mia idea.

Dario Altomare – nell’era della globalizzazione questo esasperato campanilismo sembra più il “solito gioco di potere” di ” invidiosi interessati” che crea la solita divisione popolare nei nostri piccoli paesi, che ci DISTRUGGE!!!. …. Cari Amici CARPINESI, siate FIERI del VOSTRO festival, AIUTATE gli organizzatori senza ESITAZIONI, non abbiate paura di portare la grande cultura garganica in giro x il MONDO, vi ricordo che l’umbria jazz è nato da una idea di poche persone che amavano la musica di un piccolo paese vicino perugia, oggi i concerti si ESPORTANO in tutto il MONDO, TUTTO L’ANNO, portando con sè L’ORGOGLIO ITALIANO. … Io Vi ringrazio del lavoro che fate da tanti anni, è Vi ESORTO A CONTINUARE SEMPRE CON LA STESSA FORZA ED ENTUSIASMO CHE HA DATO GIA’ GRANDI RISULTATI….. LASCIATE PERDERE LE CHIACCHIERE E’ CONTINUATE SULLA VS STRADA. COMPLIMENTI … B R A V I

Domenico D’Errico – al posto di scegliere la piu facile e la piu CRETINA soluzione:”PROTESTARE”. si potevano prendere impegni per far modo che tutto questo non succedesse,forse troppo impegnativo per chi non ha voglia di fare qualcosa…..PER ME STA BENE COSI…..BRAVISSIMI……SENZA DI VOI MI SA CHE NON SAREBBE ARRIVATO NEMMENO AD OGGI IL CARPINO FOLK FESTIVAL SIETE GRANDI….IL FOLK SIETE VOI ASSOCIAZIONE CARPINO FOLK FESTIVAL. Ho chiesto personalmente a una persona che indossava la maglia con scritta”IL FOLK SIAMO NOI CARPINO”e munito di fischietto:avete fatto mai qualcosa per il carpino folk festival tranne che ballare?mi ha risposto:no ! ! !-e che cosa vuoi protestare?-mi ha risposto:BOOOHH lo faccio perche lo fanno anche gli’altri ! ! !………-MA VA A FAN………………….. VA

SisenGi P PV – La musica popolare dovrebbe insegnarci a conoscere e rispettare le tradizioni nostre ed altrui in ottica arricchente e non competitiva. Dovrebbe riempirci di curiosità e di meraviglia. Al di là delle dinamiche di paese, ciò che non vorrei che diventasse il festival di carpino è una specie di concerto del primo maggio, dove l’obiettivo è ubriacarsi e ballare senza chiedersi dove si è e perché. Itinerante o meno quello che carpino dovrebbe insegnarci è la consapevolezza.

Angelo Sacco – Ma dai …(rivolto al sindaco Rocco Manzo). Con me non attacca. La notte della taranta e’ una fondazione, il CFF un’associazione. Chiara la differenza? Le istituzioni fanno le istituzioni (cosa assai rara) ma perché proprio quest’anno tutte queste polemiche? Io 15 gg all’anno vengo e vedere lo spettacolo di quella sera davvero da stare male !! X non parlare delle motivazioni date al momento ridicole! Pensate a creare le condizioni affinché tutto si svolga meglio (credo sia il compito delle istituzioni) ma in 17 anni che cosa e’ stato fatto??? Lo sai io come la penso politicamente, credo fermamente che la politica debba stare fuori dal CFF fuori senza se e senza ma. Il CFF non può e non deve essere un raccoglitore di consensi anzi al contrario deve fare di tutto per non allinearsi al politico di turno. Rocco sai della mia stima come sai che dico sempre quello che penso anzi ti dirò di più anche io credo che il bilancio (per iniziativa e non per obbligo) deve essere pubblico ma qui finisce la nostra sinergia non sono d’accordo su come e’ stata gestita la polemica, la protesta (perché e’ stata gestita) .. E’ giusto che la gente sappia. Mi sa tanto che il CFF e’ visto come qualcosa da sfruttare e non come opportunità. E’ stano solo da noi succedono cose cosi!! Nessuno mi ha ancora risposto perché la contestazione quella sera, in quel modo? Ci sono i cattivi maestri? Se si chi sono? Quale e’ il loro scopo? A me non convince tutta sta roba. Rimane la rabbia per quello che e’ successo (ho chiesto a tanti di farmi capire il perché (le risposte meglio tacere) nemmeno gli ascari più incalliti.!!!!

Gaetano Berthoud – Il logo del comune di carpino (l’associazione non appone il logo del proprio comune sul materiale promozionale in segno di protesta per il mancato contributo) siete voi che lo state sporcando con una politica irriconoscente e nn certo 4 ragazzi che da 16 anni si impegnano per dare lustro al proprio comune (magari commettendo degli errori) e portando in giro per il mondo il nome di Carpino che lei “dovrebbe” rappresentare. E lo fanno anche senza i suoi soldi. Mi auguro che ogni carpinese si faccia un giusto esame di coscienza senza le vostre illazioni e pressioni poichè caso mai nn ve ne siete accorti c’è tutto il Gargano che vi sta guardando e la cosa che emerge più di ogni altra è che voi volete forzatamente mettere le mani su qualcosa che per sacrifici e riconoscenza nn vi appartiene. State portando avanti una guerra con le uniche armi della superbia (vizio capitale).. ai tanti bar che avete chiesto di mettere i manifestini contro il CFF dovevate chiedere pure di abbassare le saracinesche se davvero sono contrari…. anni e anni di business grazie al CFF…. e voi che alimentate politiche distruttive ed irriconoscenti. Son tutti gay col culo degli altri!!!
Per colpa sua sindaco e di Rocco … sta imbruttendo un’intera comunità. State abbassando il livello ormai riconosciuto da decenni della cultura carpinese.
Per il mio paese vorrei ben altro di un sindaco con “la priorità” di distruggere chi fa cultura, chi porta business nel paese.. chi ha unito giovani e anziani, chi ha portato nel mondo il nome di Carpino. Occorre rispetto per queste persone, così come è giusto che ci sia rispetto istituzionale. Sindaco si ravveda sulle sue posizioni, anche lo stesso Ruo dopo la nomina in Provincia si è proposto come l’assessore del Gargano… in realtà l’unica cosa che state facendo è spaccare Carpino… altro che Gargano. Buona serata
Nn siete all’altezza del Carpino Folk Festival. That’s it

Paolo Amorico – Il solito campanilismo di quartiere. Il Salento pizzica, il Gargano…dorme!

CARPINO FOLK FESTIVAL 2012: IL DICIASSETTESIMO SUCCESSO, NONOSTANTE L’OMBRA DELLA POLITICA DI PAESE

Stiamo provando ad informare la cittadinanza carpinese con l’affisione di fogli A3 sui quali è riportato il comunicato stampa. Purtroppo il nostro passaggio è seguito da coloro che provvedono ad eliminare il tutto. L’informazione conduce la mente a percorsi di libertà e responsabilità, a tutti chiediamo pertanto di aiutarci alla massima diffusione e condivisione.

CARPINO FOLK FESTIVAL 2012: IL DICIASSETTESIMO SUCCESSO
NONOSTANTE L’OMBRA DELLA POLITICA DI PAESE

Quest’anno la manifestazione è stata dedicata al tema della migrazione: sia quella delle migliaia di meridionali partiti per il nord Italia e per tutto il mondo, sia quella dei disperati che ogni anno invadono le nostre coste in cerca di uno spiraglio di speranza. Riteniamo di aver dato un contributo di sensibilizzazione su questo argomento. A tal proposito, prezioso è stato l’ausilio dell’Assessorato regionale al Welfare di Elena Gentile che, da tempo, dedica a questo tema molta attenzione.

Ma questo è stato l’annus orribilis del Carpino Folk Festival per varie ragioni.

LA CRISI ECONOMICA
La prima è stata la crisi economica che, di fatto, ha colpito anche la nostra Manifestazione: il finanziamento della Regione Puglia si è ridotto rispetto all’anno scorso, quello del Parco Nazionale del Gargano idem, l’apporto dei privati ha avuto un calo vertiginoso. Consolante è stato il contributo, prima ancora che economico, morale dei vari Comuni con i quali, per il terzo anno, è stato possibile realizzare  il “Carpino Folk Festival: un festival che coinvolge il territorio” che si integra perfettamente con Carpino Folk Festival diciamo “storico”. Ci piace, comunque, ringraziare tutti gli enti finanziatori, nella speranza di avere maggior sostegno per il futuro e ciò nell’interesse esclusivo della crescita della Manifestazione e delle nostre Comunità.
Sono venuti a mancare alla Manifestazione il sostegno dell’Amministrazione Provinciale e, per la seconda volta nella nostra storia, del Comune di Carpino. Dell’Amministrazione provinciale apprezziamo le affermazioni dell’Assessore competente per materia, Billa Consiglio la quale, in fase di approvazione del bilancio alla Provincia avvenuto il 30 luglio scorso, aveva affermato che “probabilmente in misura ridotta, voglio comunque sostenere e finanziare il Consorzio 5FSS”.
Prendiamo atto non  solo dell’azzeramento della linea di finanziamento ma anche dell’azzeramento dei conferimenti in natura (corrente elettrica, siae, etc.) da parte del Comune di Carpino. Le motivazioni sono state pubblicate in un articolo di un quotidiano locale nel quale il Sindaco affermava: “dietro la mia porta ci sono molte  famiglie che hanno bisogno di mangiare, non posso spendere soldi per questa Manifestazione”. Queste affermazioni non possono che essere condivise. Prima degli spettacoli e della cultura vengono i bisogni primari; attendiamo, come cittadini, di conoscere quali sono state e/o saranno le famiglie aiutate e in che maniera. Per fugare qualsiasi dubbio, però, sarebbe stato più giusto non riportare nel proprio programma elettorale il sostegno al Carpino folk festival e dichiarare le sue intenzioni reali già nella campagna elettorale di due mesi fa e non a ridosso della diciassettesima edizione del Festival.
Rimane di fatto che solo per motivi di equilibrio di bilancio della manifestazione, e alla luce di quanto suddetto, siamo stati costretti a modificare repentinamente la programmazione della Manifestazione e, quindi tra le altre, siamo stati costretti a ridurre di una giornata i concerti previsti in piazza a Carpino che sarebbero stati, come al solito tre, se vi fosse stato il finanziamento comunale.

LA PROTESTA
La seconda, ma non per ordine di importanza, la protesta di un gruppo di giovani che nella serata d’inizio dei concerti, con la quasi totalità delle migliaia di persone presenti attonite, hanno iniziato a fischiare utilizzando dei fischietti di plastica e, quindi, creando parecchio disordine hanno, di fatto, impedito il regolare inizio, anche spegnendo ripetute volte il gruppo elettrogeno che alimentava l’impianto. I motivi: il Festival deve rimanere a Carpino. Abbiate pazienza ma dove si è svolta la manifestazione? La mostra fotografica si è tenuta a Carpino nel Centro culturale “Andrea Sacco”, in Largo San Nicola abbiamo realizzato due interessantissime serate, tutti i maggiori concerti li abbiamo fatti in Piazza del Popolo. Era intenzione dell’Associazione fare una programmazione più articolata ma ciò non è stato possibile per il venir meno del finanziamento della Provincia e del Comune.
Il problema è il Carpino folk festival, un festival per il territorio (tanto per intenderci le serate itineranti)? Ma è il terzo anno che facciamo questa manifestazione collaterale (nel 2010 a Lesina e San Marco in Lamis, nel 2011 a Peschici, Cagnano Varano, Serracapriola); perché precedentemente questa iniziativa non ha suscitato alcuna protesta?
La verità è che questa protesta è stata artatamente costruita per rovinare la manifestazione, abilmente manovrata dai rappresentanti di lista e dai loro referenti politici. Solo l’intelligenza dei ragazzi, che non avevano la tara di parte, ha impedito che la situazione degenerasse. I rappresentanti di lista , invece, hanno continuato, per tutte le serate, nell’azione di disturbo e di intimidazione: “ladri, venduti, bastardi, figli di puttana” e altre grida del medesimo tenore sono state rivolte a tutti i componenti dell’Associazione. Si cercava chiaramente lo scontro fisico.
Graziana, Salvatore, Michela, Pasqualino, Liberiana, Alessio, Carlo, Antonietta, Angela, Pasquale, i ragazzi con cui abbiamo parlato, ma veramente voi siete così pieni di cattiveria come queste persone? Noi sappiamo che non è così. Veramente credete che l’Associazione voglia fare il Festival da un’altra parte? Per quale motivo?
Carpino folk festival non ha ragion d’essere senza Carpino; non esiste Carpino folk festival itinerante; non esiste e non esisterà (almeno per ciò che riguarda l’Associazione) un Gargano folk festival, sono tutte “balle”. Ciò che possiamo categoricamente affermare è questo: Carpino folk festival nasce a Carpino per Carpino e, se non ci sono più le condizioni economiche-organizzative e di tranquillità anche personali degli organizzatori, può solo morire a Carpino!
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Di questa protesta avevamo avuto notizia da un comunicato stampa (datato 07/08/2012 diramato da Onda Radio di Vieste e ripreso da http://www.fuoriporta.it) a firma di Rocco Ruo, assessore alla cultura del Comune di Carpino e alle politiche giovanili della Provincia di Foggia, il quale associandosi voleva “urlare insieme a questi ragazzi la propria indignazione”.
Sinceramente non pensavamo che l’intensità del comportamento potesse essere così violento: l’intenzione era quella di disturbare, ritardando o rinviando l’inizio  dei concerti. Se si pensa che a Carpino abbiamo a disposizione undici mesi e mezzo per protestare, fischiare e, come è auspicabile, confrontarci in maniera schietta, sincera e pacata, non capiamo il motivo di rischiare di rovinare una Festival la cui validità è unanimemente riconosciuta.
Di fatto si era venuta a creare una situazione di particolare tensione che abbiamo cercato di disinnescare come meglio abbiamo potuto. Alla fine siamo riusciti a dare inizio ai concerti e piano piano si sono placati anche i fischietti, ma in realtà la tensione è rimasta alta – abbiamo chiesto al direttore artistico di non salire sul palco per evitare che ogni volta che si facesse vedere venisse ricoperto di insulti – fino all’atto conclusivo di cui ci rammarichiamo enormemente.
Infatti, a conclusione dell’ultima serata del Festival a Carpino, ritenendo che in chiusura – dopo che tutti avevano ballato assieme in allegria – non ci fossero più grossi problemi di contestazione, abbiamo chiesto a Michela Latorre – artista e studiosa di musica popolare, nostra collaboratrice nei Laboratori didattici di quest’anno – di ringraziare a nome dell’Associazione gli Enti pubblici e gli sponsor che avevano reso possibile la realizzazione della diciassettesima edizione. La reazione di pochi facinorosi ci ha lasciato basiti, sia perché per colpa nostra, hanno trattato in maniera indegna una ragazza senza colpa, sia perché a conclusione della Manifestazione quel lancio di bottiglie di plastica e pile elettriche e quelle urla verso il palco del CFF avevano un solo significato: l’azione di disturbo era stata pensata, progettata e realizzata con premeditazione e cattiveria dai rappresentanti di lista e solo per caso fortuito non è degenerata in rissa. Per questo episodio chiediamo scusa a Michela.
Inoltre, ci teniamo a sottolinearlo, il regolare svolgimento di tutta la manifestazione è stato possibile anche grazie al fatto che, come ogni anno, l’Associazione cura in tutti i particolari le caratteristiche e gli elementi di sicurezza statica e di isolamento del palco, richieste a norma di legge, per lo svolgimento degli spettacoli.

I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN FAMIGLIA, LA GRANDE FAMIGLIA DEL CARPINO FOLK FESTIVAL
Alla luce di quanto sopra esposto, come può un assessore comunale/provinciale diffondere un comunicato stampa con un linguaggio così violento. Di chi sarebbe stata la responsabilità nel caso possibilissimo di una mega rissa al posto della solita mega tarantella?
Prima di tutto, nella comunicazione si previene la violenza, ma questo concetto sicuramente non è noto a Rocco Ruo. Che cosa sarebbe successo se dal  palco fossero stati usati i  suoi stessi toni?
In maniera ormai necessariamente franca e cruda, riteniamo Rocco Ruo, col silenzio complice di Rocco Manzo, il mandante politico di questa manifestazione di dissenso che abbiamo rispettato ma non condiviso. Potevano essere ben altre le modalità e i comportamenti per chiedere spiegazioni e chiarimenti sulle scelte di programmazione del CFF 2012, specialmente quando il Presidente dell’Associazione, quale responsabile di tutte le attività, aveva dato ampio assenso – e lo ribadiamo – a rispondere a questa richiesta.
Dopo aver azzerato all’ultimo momento il finanziamento, ha aizzato i ragazzi alla protesta contro l’Associazione, contro coloro che per diciassette anni hanno lavorato per realizzarla, il motivo? Sono state fatte poche serate a Carpino.
Tutti possono fare scelte sbagliate (ma non credo in questo caso visto il folto pubblico che le ha condivise e la favorevole critica) ma le abbiamo prese con responsabilità nell’interesse della sopravvivenza del Festival e comunque in buona fede.
Facciamo questa affermazione perché è ormai evidente (quel comunicato stampa ne è la prova provata) il lavorìo che da anni sta svolgendo l’assessore Ruo contro l’Associazione culturale Carpino Folk Festival, e quindi contro il Festival. A tal proposito vi raccontiamo un episodio che chiarisce ulteriormente il comportamento. Il Presidente dell’Associazione Carpino Folk Festival,  nel 2006 con atto del Presidente della Provincia di Foggia – dott. Carmine Stallone – venne nominato rappresentante per la Provincia di Foggia nell’ambito del “Comitato Festival delle Province”. L’attività era senza remunerazione ma tutta l’Associazione era molto soddisfatta perché era un incarico prestigioso. Con quel mandato molteplici sono state le iniziative sviluppate nell’ambito della nostra Provincia e oltre. Nel 2008 si insedia la nuova Amministrazione Provinciale del Presidente Pepe e quindi Rocco Ruo come consigliere. Tra i primi atti per cui si è segnalato Ruo figura la sostituzione del Presidente del Carpino Folk Festival con l’allora consigliere delegato alla cultura del Comune di Carpino. Il nuovo nominato non ha mai partecipato ad alcuna riunione del Comitato Festival delle Province. Per questo, episodio pensando che si trattasse di una questione personale, e rispettando l’autonomia dell’Amministrazione, non facemmo alcun rilievo.
Quando Ruo in politichese dice: “ciascun angolo della nostra Provincia ha una sua storia e ogni storia ha un fascino che amiamo e rispettiamo. Ma queste non possono essere mescolate e confuse” dice sostanzialmente: ognuno bada al proprio campanile e ciò che succede agli altri non interessa. Veramente un discorso da assessore provinciale; complimenti per essere così “provinciale”.
In realtà con queste affermazioni lasciano intendere che non ha proprio capito il messaggio più profondo di diciassette anni di Carpino Folk Festival.
Carpino Folk Festival è stato ed è proprio il contrario di ciò che  lui pensa, è confusione e mescolanza, è tradizione e contaminazione di culture e di uomini; da questa mescolanza e contaminazione trae linfa vitale e sono proprio questi caratteri identitari a renderlo peculiare nel panorama nazionale e internazionale. La tradizione culturale e musicale di Carpino e di tutto il Gargano che si confronta e si mescola, contaminando e facendosi contaminare, con le musiche del mondo, dalla Giamaica all’Africa ai Balcani. Lui in tutti questi anni ha visto un altro festival quello dei campanili.
Se ritiene che il nostro Festival “è diventato un punto di riferimento  per il circuito dei festival folk italiani, un evento invidiato e imitato”, perché non ha fatto seguire a queste affermazioni un sostegno concreto all’iniziativa contribuendo personalmente come assessore provinciale alle politiche giovanili, come fa per altre manifestazioni, e facendo una battaglia politica affinché venisse finanziato adeguatamente sia dalla Provincia che dal Comune di Carpino? In realtà, com’è noto a molti, è stato proprio lui a impedire il finanziamento dell’edizione 2012, ponendo probabilmente il suo veto al finanziamento sia a Carpino che a Foggia.
Infine sfocia nel ridicolo quando, vestiti i panni del critico musicale, dice “si è notevolmente abbassata la qualità artistica dei partecipanti”. Non è colpa di nessuno se non conosce i vari Carlo d’Angiò, Ginevra di Marco, Cisco, gli Skatalites e tutti gli altri artisti che ci hanno gratificati con loro presenza.
In questa situazione nessuno può sottrarsi alle proprie responsabilità: facciamo appello a tutti i consiglieri di maggioranza perché partecipino più assiduamente all’attività amministrativa al fine di arginare  i comportamenti di questo assessore che sono per lo meno molto discutibili. Se avete intenzione di non finanziare più questa manifestazione ditelo chiaramente e subito ai Carpinesi e all’Associazione,  altrimenti prendete con fermezza le dovute posizioni. Almeno questa chiarezza tutti noi la meritiamo.

I TECNICISMI
Con questo capitolo intendiamo cercare di far capire i meccanismi con cui la manifestazione si sostiene economicamente, ma a tal proposito dobbiamo premettere che l’Associazione culturale Carpino Folk Festival, pur essendo un’Associazione privata:
•    è accredita ed iscritta all’Albo Regionale Pugliese dello Spettacolo;
•    il Logo e la denominazione “Carpino Folk Festival” sono registrati presso l’Ufficio Provinciale Industria Commercio e Artigianato della Camera di Commercio della Provincia di Foggia;
•    quest’anno, è risultata prima in graduatoria dell’Avviso della Regione Puglia “Valorizzazione delle eccellenze dei festival e delle rassegne” ottenendo cosi un finanziamento di € 59.375,00 + IVA 21%.
•    che l’Avviso suddetto prevedeva come criterio di selezione la promozione dell’attrattività del territorio (di tutto il territorio Provinciale) al fine di diversificare l’offerta turistica e culturale regionale e come criterio di premialità una programmazione di festival con più di 5 giornate di attività di spettacolo/performance e che, a tal proposito, ha visto il coinvolgimento dei Comuni di Vieste, di Rodi Garganico, di Vico del Gargano per la frazione di Calenella, di Orta Nova, di Cagnano Varano e di Carpino;
•     che sono diciassette le edizioni consecutive svolte;
•     che sono tre anni che il “Carpino Folk Festival” realizza tappe di avvicinamento nei paesi del territorio miranti a far rivivere le più antiche tradizioni musicali locali come dagli etnomusicologi documentate;
•    che, in giugno di 2012, è stata accreditata presso l’UNESCO quale Organizzazione Non Governativa (ONG) operante in territorio garganico per la tutela, valorizzazione e diffusione della musica e della cultura popolare;
•    dovunque opera gli vengono ripetutamente attribuiti attestati di stima e benevolenza.

Fatta questa premessa, appare evidente che la manifestazione si regge, sotto il profilo finanziario, principalmente grazie al contributo FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale) della Regione Puglia, senza questo non ci sarebbe lo stesso Carpino folk festival. La Regione, però, non ci finanzia perché siamo simpatici o fortunati, ma perché abbiamo partecipato ad un Bando pubblico il quale premia, tra gli altri, alcuni criteri, tra questi c’è quello di fare sistema territoriale (Carpino folk festival: un festival per il territorio).
Ciò presuppone la redazione di un Progetto, un Bilancio di previsione, una Relazione artistico-organizzativa, tutti elementi indispensabili per accedere al bando. Queste risorse, stanziate, vengono erogate a rendicontazione (probabilmente riusciremo ad avere come liquidità questi soldi nel 2013).
I fondi FESR, e quindi il bando che abbiamo vinto, prevedono normalmente la possibilità di finanziare l’iniziativa fino al cinquanta per cento del bilancio di previsione pena la decurtazione del finanziamento stesso. Di conseguenza per poter avere la somma complessivamente assegnata, dovremmo fare quest’anno un bilancio consuntivo di € 118.750,00 più IVA.
Dov’è il problema? Il problema sta nel cofinanziamento. Infatti il nostro territorio non cofinanzia adeguatamente (coprendo il rimanente cinquanta per cento) per cui è verosimile che l’Associazione non riuscirà a farsi concedere l’intera somma assegnata.
In quest’ottica quando viene meno una quota di cofinanziamento, nel nostro caso manca il cofinanziamento del Comune di Carpino e della Provincia (insieme circa € 15.000,00/18.000,00), il danno è doppio: mancano le somme che questi Enti erogavano e non si riesce a riscuotere l’intero importo del Bando regionale.

L’Associazione, inoltre, ogni anno manda il Rendiconto delle attività a tutti gli Enti pubblici che finanziano l’iniziativa e, quindi, anche al Comune di Carpino è stato mandato in data 25/07/2011, prot. 3767, mettendo a disposizione di tutti i cittadini la propria documentazione fiscale presso i propri locali.

Per quanto sopra esposto, cogliamo l’occasione per ringraziare tutti gli Enti e gli Sponsor che hanno permesso la realizzazione del Carpino folk festival 2012.
In particolare le Amministrazioni di Rodi Garganico, Vieste, Cagnano Varano e Ortanova che hanno contribuito in maniera importante alla buona riuscita della stessa e le relative popolazioni   che hanno accolto la Manifestazione con grande entusiasmo e cordialità.
I privati: BCC di San Giovanni Rotondo, Bancapulia – Gruppo Veneto Banca, Ferrovie del Gargano, Gal Gargano e UnionCamere Puglia.

Rimaniamo a disposizione, in maniera responsabile, nei confronti di tutti coloro, Enti pubblici e privati, che hanno a cuore la sopravvivenza del Carpino folk festival.

Carpino, 16 agosto 2012

L’Associazione culturale
Carpino Folk Festival

A proposito di democrazia, fischi e cultura…

Non si placa la «querelle» sul Carpino Folk Festival

Il Folk Festival rappresenta ancora l’orgoglio della nostra comunità e non saranno certamente i fischi pilotati a scalfirne l’identità e l’originalità.
Il dissenso fa parte della democrazia ma deve essere motivato e costruttivo.
Se quei ragazzi, molti dei quali ricordo di averli visti al seggio come supporters della lista Manzo, avessero saputo che il Comune di Carpino e la Provincia di Foggia dove siede un Assessore di Carpino, non hanno devoluto un centesimo per la realizzazione della manifestazione, quei fischi li avrebbero indirizzati a quei soggetti bravi come sempre a trasformare la verità delle cose.
Irresponsabile è chi ricopre cariche istituzionali ed assume i panni del sobillatore.
Divulgare la nostra cultura in fondo non rappresenta una negatività. Il festival è nato a Carpino, per Carpino e bisogna fare ogni sforzo perchè il suo habitat non muti. Per fare questo occorre una classe dirigente capace di intendere che certi fenomeni rappresentano una ricchezza per tutti e non un avversario “politico” da abbattere. Hanno messo le mani su tutto ma non sono riusciti a metterle sul Festival. Sarà questo il problema?
All’Associazione dico: siate più determinati e chiari.
Vi capiranno di più.

Rocco Di Brina

Le mani delle banche sull’America di Alessando Portelli da il manifesto del 6 marzo 2012

ImmagineNei suoi momenti migliori,  ha saputo esprimere lo spirito radicale dei tempi. The Rising dava voce ai sentimenti del dopo-11 settembre; Wrecking Ball (in uscita oggi su etichetta Columbia/Sony) è il disco della Grande Crisi del terzo millennio, la crisi che ha distrutto le città e i rapporti sociali senza bisogno di bombe e cannoni, semplicemente con le armi della speculazione d’azzardo e del capitale finanziario: «Ci hanno distrutto le famiglie, le fabbriche, e ci hanno preso la casa; hanno abbandonato i nostri corpi sulla pianura, gli avvoltoi ci hanno beccato le ossa» (Death Comes to My Town).
La metafora portante, introdotta dalla prima canzone, We Take Care of Our Own, è New Orleans e l’uragano Katrina: la crisi attuale è come il momento terribile in cui i rifugiati dall’uragano erano ammassati del Superdome (il grande palazzo dello sport di New Orleans), lasciati a se stessi, senza soccorsi. Ci sono state violenza e morti, ma alla fine per sopravvivere hanno dovuto trovare un modo di stare insieme e di cavarsela da soli (non è semplice tradurre we take care of our own. Ce la caviamo da soli, ci aiutiamo fra noi, insieme ce la faremo… ). Come a New Orleans nell’uragano, è inutile aspettare che venga qualcuno a salvarci – non c’è nessun «arrivano i nostri»: «la cavalleria è rimasta a casa, non si sentono squilli di trombe». Non dobbiamo contare che sulle nostre forze.
«Certe volte il domani arriva intriso di tesoro e di sangue; siamo sopravvissuti alla siccità, adesso sopravviveremo all’alluvione; so fare tutti i mestieri, ce la caveremo» (Jack of All Trades). La capacità di risollevarsi dalle crisi e dalle catastrofi contando sulle proprie forze è un grande tema americano che affonda nella letteratura, nel cinema, nella letteratura degli anni ’30 e della Grande Depressione. Da Furore di Steinbeck e John Ford alle Dustbowl Ballads di Woody Guthrie (Springsteen ha dedicato un disco a Tom Joad, protagonista di Furore; e Jack of All Trades è intrisa di riferimenti a Guthrie) fino a Via col Vento di Margaret Mitchell e Victor Fleming, le tempeste di polvere, le alluvioni, persino la Guerra Civile sono tutte metafore di catastrofi che sfidano la nostra sopravvivenza. È un immaginario condiviso, a sinistra in termini di solidarietà (Steinbeck, Guthrie) come a destra in termini di egoismo («dovessi rubare o uccidere, non avrò fame mai più: Scarlet O’Hara in Via col Vento). Ma proprio questa ambiguità permette a chi lo evoca di parlare a tutti, non solo a chi è già d’accordo, e magari di spostare qualche sensibilità, proporre altri significati.
Negli Stati uniti infatti il conflitto culturale e politico non avviene fra sistemi simbolici contrapposti, ma sul significato di simboli condivisi – chi decide che cosa significano la patria, la religione, la bandiera, la libertà, e a chi appartengono? Bruce Springsteen questo lo ha capito fin da Born in the Usa , e qui lo sviluppa dando a questa narrativa condivisa e contesa una declinazione democratica, progressista, direi anche di classe: quello che ci permetterà di uscire dalla crisi di oggi non sarà la guerra di tutti contro tutti (come nei primi momenti del Superdome) ma la capacità di riconoscerci come simili, la solidarietà, la visione del futuro. La bandiera, pure subito evocata, non è il simbolo che ci separa dagli altri, ma quello che ci unisce fra noi – e infatti sta insieme ad altri simboli: il lavoro, la pala piantata nella terra («la figlia della libertà è una camicia sudata»); la memoria, la catena che legava fra loro gli schiavi e i forzati, che li opprimeva e li univa (Shackled and Drawn); la socialità proletaria del baseball e della birra (Wrecking Ball).
La risorsa su cui contare dunque è una cultura operaia fatta di lavoro, di comunità, di fede e di affetti – altri simboli condivisi e contesi in un’ambiguità tutta da sciogliere. Nella contorta America degli ultimi quarant’anni, certi simboli proletari hanno preso un giro di destra, contrapponendo la virtù della laboriosità operaia alla presunta fannullaggine degli hippies, dei neri e degli immigrati, che vivrebbero di sussidi e di welfare (e guarda caso, il lavoro è uno degli immensi silenzi della controcultura e di quasi tutto il rock). Persino la frase chiave – we take care of our own – si potrebbe leggere in questo modo: ci occupiamo noi della gente nostra, e gli altri vadano al diavolo.
E invece Bruce Springsteen spiega che tutte queste cose significano esattamente il contrario. Uno dei brani più sorprendenti, We Are Alive, ha anch’esso ha a che fare con New Orleans, luogo per eccellenza del gotico, dei vampiri e del voodoo (dal Bacio della pantera a Intervista col Vampiro). Springsteen sguazza in questa tradizione, per capovolgerne il senso: quelli che dalle tombe nel gotico cimitero notturno ci gridano «siamo vivi» non sono vampiri, ma sono gli spiriti e le anime dei migranti morti abbandonati nel deserto dell’Arizona, delle bambine nere uccise da una bomba razzista a Birmingham, Alabama nel 1963, e degli operai che nel 1877 diedero vita al primo sciopero generale della storia americana. I primi due sono riferimenti canonici; ma il terzo è sorprendente: la storia del movimento operaio, il grande sciopero insurrezionale del 1877, sono cancellati dai libri di scuola e dal discorso pubblico. Per saperne qualcosa bisogna aver letto, se non Sciopero di Jeremy Brecher, almeno Storia del popolo americano di Howard Zinn.
Ora, quello che continua a stupire in Bruce Springsteen, arrivato ormai a sessant’anni, è la sua inesauribile capacità di imparare. Mi ricordo il modo in cui spiegava This Land Is Your Land – «ho letto un libro…», quanti sono i rocchettari che parlano di libri dal palco dei concerti? Metà di The Ghost of Tom Joad viene da un altro libro, e l’altra metà viene da un film tratto da un libro. In questo disco, Springsteen intreccia la conoscenza della storia sociale con quella di tutta la tradizione musicale americana. Per Rocky Ground si ispira a un brano del Sacred Harp (una forma arcaica di polifonia sacra ancora diffusa nel Sud), e lo campiona da una registrazione sul campo di Alan Lomax negli anni ’50; usa i suoni delle canzoni antimilitariste irlandesi per denunciare la guerra senz’armi e pure mortale di speculatori e banchieri; richiama continuamente Woody Guthrie («i giocatori d’azzardo ingrassano, i lavoratori sono sempre più smunti» è una citazione diretta; in American Land, la figura dei migranti morti nelle fabbriche e nei campi e dei loro nomi perduti viene da Deportee, una canzone di Guthrie che anche lui ha inciso). Land of Hopes and Dreams (recuperata anche in omaggio al sax dell’insostituibile Clarence Clemons) riscrive e rovescia una canzone gospel amata da Guthrie come da Big Bill Broonzy – this train… Loro dicevano: «questo treno non porta giocatori d’azzardo, non porta puttane…» E lui invece: «questo treno porta puttane, porta giocatori, porta vincitori e perdenti». Sul treno di Bruce c’è posto per tutti. Questa è la sua gente, our own.
Soprattutto, American Land. Anche qui, si passa per le Seeger Sessions: è una canzone di immigrazione slovacca di inizio secolo, che Pete Seeger ha tradotto e inciso mezzo secolo fa. Springsteen riprende la prima strofa – «che cos’è quest’America, perché tutti ci vanno? Ci andrò anch’io finché sono giovane, ci ritroveremo laggiù nella terra americana». La canzone tradizionale finiva in tragedia – quando lei finalmente lo raggiunge, trova che è morto in fabbrica e nella terra americana lo possono solo seppellire. Springsteen allarga il discorso: gli immigrati immaginano un terra coi diamanti nelle strade e la birra che esce dai rubinetti, ma dopo che si sono ammazzati per costruirla con le loro mani l’America continua a reprimerli e ignorarli. Questa gente ha cognomi greci, irlandesi, slavi, italiani – e il cognome italiano che cita è Zerilli, il cognome di sua madre. Ecco chi è our own per Bruce Springsteen: i migranti come i suoi nonni, gli operai come suo padre. La storia che continua a imparare è la sua.
Questo però non è un saggio storico o politico – è rock and roll. Ma fino dagli inizi della sua carriera, Springsteen ha trattato il rock and roll come musica tradizionale, folk music del nostro tempo, eredità culturale della sua generazione e della sua classe. Anche per questo -, come sempre è avvenuto nella storia del rock and roll, ibrido di blues, gospel, country, bluegrass, pop – è capace di integrarci dentro tutta la storia in musica del popolo americano, dal Sacred Harp a Woody Gutrhrie, dal blues e gospel alle canzoni dei migranti. We take care of our own significa anche questo: non ci dimentichiamo di quello che è nostro, perché è grazie a questo che we are alive, siamo vivi nonostante tutto.

Sistema turistico in provincia di Foggia

carpino folk festival, festival puglia, tarantaCOME intervenire in favore del sistema turistico provinciale di Capitanata è il tema che sarà affrontato, venerdì 3 febbraio 2012 alle 10.30, nella Sala Azzurra dell’Ente Camerale di Foggia. L’assessore regionale al Mediterraneo, Cultura e Turismo Silvia Godelli, incontrerà le Associazioni di Categoria e gli operatori turistici di Capitanata per avviare una discussione sui prossimi programmi di intervento sul territorio. All’iniziativa, organizzata in collaborazione con la Camera di Commercio di Foggia, sono previsti anche gli interventi di Eliseo Zanasi, presidente della Camera di Commercio di Foggia, Giancarlo Piccirillo, direttore generale dell’Agenzia Turistica regionale Pugliapromozione, Silvio Maselli, direttore di Apulia Film Commission, e Federico Ceschin, consulente responsabile del Progetto di Eccellenza Monti Dauni.

“Una mezz’idea l’avremmo, ma prima bisognerebbe sapere perchè si invita l’Assessore regionale Godelli se poi localmente non si sostengono gli interventi e le iniziative che promuove e mette in atto sul territorio? E’ lampante il progetto della Godelli: mettere insieme turismo e cultura.
Valorizzare tutti gli aspetti patrimoniali del territorio: l’architettura (palazzi, chiese, castelli, torri), l’urbanistica e il tessuto urbano (vie, piazze, percorsi, parchi e giardini), la religione e le tradizioni (riti, feste, sagre, commemorazioni), il folklore (musica, poesia, dialetto) e la cultura materiale (gastronomia, artigianato, processi produttivi), tutti testimoni dell’autentica e individuale personalità del territorio.
Con altre parole occorre incentrare la vocazione turistica della Capitanata sulla valorizzazione degli elementi fondanti la nostra identità locale.
Questo bisogna farlo bene ma non basta, bisogna anche comunicarlo nel modo migliore e presso il target giusto.
Ed allora occorre sostenere ed inserire l’evento attrattore della tradizione popolare garganica nei circuiti nazionali ed internazionali di promozione turistica, quindi attraverso il Carpino Folk Festival realizzare interventi di progettazione, organizzazione ed attuazione di attività culturali, anche itineranti come elementi vitali di attrattività per visitatori e i turisti.
Basta con le chiacchiere che stanno a zero, parlando del Gargano occorre delocalizzare prima di destagionalizzare l’offerta turistica per permettere di ridurre i fenomeni di congestionamento concentrati in un lasso di tempo breve nelle principali località turistiche balneari, con conseguenze negative anche dal punto di vista ambientale.
Dopo se vi saranno le risorse si potrà anche destagionalizzare attraverso la creazione di un “effetto rimbalzo” fra grandi attrattori e il patrimonio meno conosciuto.
La Provincia di Foggia, Camera di Commercio di Foggia e il Parco Nazionale del Gargano hanno un ruolo fondamentale in questa costruzione, ma devono fare sistema.”

La protezione giuridica del “corpus sonoro” della Puglia

Intervieni! “Il miglior modo per prevedere il futuro è crearlo”. Drucker

 Dopo Bari e Lecce la proposta di Legge Regionale sulla tutela e valorizzazione della musica pugliese di tradizione che il consigliere Sergio Blasi ha presentato al Consiglio Regionale della Puglia sarà discussa a CARPINO in una iniziativa pubblica che si terrà sabato 07 gennaio 2012, presso il Centro Culturale ANDREA SACCO. Inizio ORE 16,00

 Qui la proposta di legge presentata al Consiglio Regionale della Puglia

Qui gli interventi di Sergio Blasi, Vincenzo Santoro e Sergio Torsello sulla stampa

La protezione giuridica del “corpus sonoro” della Puglia

di Antonio Basile

Area progettazione, comunicazione & marketing del Carpino Folk Festival

La Puglia da oltre un decennio è stata letteralmente scossa dal movimento del folk music revival tanto da divenire negli ultimi anni la regione più attiva e vivace in ambito nazionale. Ma non solo. Come ricorda Vincenzo Santoro, estensore della proposta di legge regionale, il movimento musicale pugliese legato alla musica di tradizione ha avuto impatti cosi notevoli in termini di occasioni lavorative e più in generale in termini di sviluppo economico da essere assunta come elemento distintivo del “brand Puglia”.

Dalla realizzazione di concerti e festival alla consulenza alle pubbliche amministrazioni locali, dalla ricerca sul campo alla produzione di libri, video, dischi fino all’insegnamento nelle scuole o nei luoghi di formazioni non formale, amatori, musicisti, danzatori, costruttori di strumenti e semplici appassionati di musica popolare sono divenuti veri e propri operatori culturali.

La Regione Puglia dal suo canto ha assecondato questo movimento e l’assessore Godelli l’ha sostenuto soprattutto sul versante della valorizzazione e della costruzione di grandi eventi posti al centro delle sue azioni volte ad accrescere l’attrattività territoriale in sintonia con le recenti politiche europee. Ma è intervenuta anche con azioni rivolte alla documentazione e all’integrazione delle biblioteche pubbliche con materiali anche del patrimonio immateriale orale e con altri interventi che qui è inutile riepilogare.

Oggi la proposta di legge regionale che Sergio Blasi ha presentato al Consiglio Regionale si propone di chiudere il cerchio dando riconoscimento giuridico e risorse, al corpus sonoro della Puglia.

Sicuramente si tratta di una iniziativa meritevole che suscita grande interesse per gli operatori del settore, per gli studiosi e per le altre assemblee legislative.

Ma proprio questa ragione deve spingere il nostro legislatore a realizzare un intervento ambizioso e tra i più avanzati in materia di protezione dei patrimoni musicali orali in ambito nazionale e internazionale.

Da questo punto di vista ci sembra un ottimo punto di partenza la citazione della Convenzione Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, occorre però evitare che diventi un mero richiamo e che l’intero provvedimento alle finalità della stessa si uniformi fino a mettere a disposizione strumenti e risorse per giungere a formalizzare una richiesta di riconoscimento della musica nostrana come patrimonio dell’umanità.

Ciò detto, la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale si prefigge di operare mediante interventi che riguardano sostanzialmente: l’identificazione, la documentazione e la ricerca; la valorizzazione; la trasmissione e la rivitalizzazione.

Tutta una serie di interventi che richiedono maturate esperienze, ma anche elevate competenze.

Dal punto di vista delle esperienze come previsto dalla convenzione occorrerebbe che anche l’intervento regionale garantisse la più ampia partecipazione di comunità, gruppi e, ove appropriato, individui che creano, mantengono e trasmettono tale patrimonio culturale, al fine di coinvolgerli attivamente nella sua gestione. Per quanto riguarda invece le competenze la convenzione suggerisce di avvalersi di organizzazioni aventi fondata competenza nel settore.

Da questo punto di vista ben venga l’istituzione di un albo regionale, ma se la finalità non è solo censoria è bene allargare la platea dei soggetti attualmente ristretta alle associazione e ai gruppi autonomi che svolgono genericamente attività musicali popolari.

Altrimenti si rischia ad esempio che associazione come quella di Carpino pur essendo accreditata all’Assemblea Generale dell’Unesco e pur essendo tra gli operatori più attivi e vivaci nel settore, non svolgendo direttamente attività musicale non potrebbe essere iscritta all’albo regionale.

Quindi in proposito si auspica una maggiore puntualizzazione della norma.

Cosi come si auspica una maggiore riflessioni sull’oggetto della legge e su che cosa si intende, infatti, per “musica popolare”?

Attualmente e giustamente l’art. 1 stabilisce che la legge si rivolge alle forme musicali locali di tradizione orale viventi sul territorio pugliese. Ma poi altrettanto correttamente le norme successive sottintendono anche le forme di riproposta, le cosiddette “contaminazioni” e quindi un concetto di tradizione in divenire che sarebbe bene legittimare esplicitandolo nella norma iniziale. Il rischio che altrimenti si corre è che l’interpretazione necessariamente estensiva dell’articolo 1 in connessione con gli altri articoli porti ad una ratio della legge che miri alla tutela di musiche che nulla hanno a che fare con la tradizione musicale pugliese, ad esempio attraverso le musiche d’autore ispirate a forme “popolari” si potrebbe far rientrare anche la popular music in quanto musica di massa e questo non sarebbe auspicabile in questo provvedimento.

Il problema sul quale però vogliamo focalizzare l’attenzione è quello delle competenze attualmente esistenti nel nostro territorio e nelle organizzazioni operanti nel settore.

Per quanto lavoro i nostri operatori hanno potuto svolgere in questi anni nella valorizzazione e nella salvaguardia dei beni culturali dei loro territori, stravolgendo in molti casi anche la loro natura, non c’è dubbio che la stragrande maggioranza di essi ha bisogno di una formazione superiore specifica per migliorare i propri risultati anche dal punto di vista scientifico. Quindi è utile chiedersi come questa proposta di legge possa promuovere studi tecnici e artistici fino a definire i requisiti formativi e professionali necessari per giungere alla delineazione di una vera e propria qualifica professionale: ad. Operatore Culturale Tradizionale

Questo potrebbe essere perseguito, senza alcun onere aggiuntivo a carico del bilancio regionale, attraverso l’integrazione di questa legge con le norme che regolano la formazione professionale in Puglia e quindi attraverso l’impiego delle risorse del Fondo Sociale Europeo.

Analoga situazione si ritrova negli enti locali, con l’aggravante che qui non esistono ruoli tecnico-scientifici specifici per questo bene culturale, pertanto la disposizione che prevede risorse solo agli enti comunali – per la realizzazione di festival, raduni e analoghe iniziative di spettacolo nel campo delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale – anche se in collaborazioni con i soggetti associazionistici e privati operanti nel settore – rischia di subordinare le iniziative proposte di volta in volta alle esigenze politiche o ideologiche che governano l’ente.

Sarebbe opportuno pertanto anche per questa norma allargare la platea dei beneficiari dei contributi ai soggetti associazionistici e privati operanti nel settore.

Altra integrazione, senza alcun onere aggiuntivo a carico del bilancio regionale, andrebbe cercata con gli altri programmi di pianificazione regionali. Ad esempio sarebbe opportuno destinare parte del FUSR e dei FESR, allo sviluppo di produzioni musicali pugliesi ispirate a forme e stili “popolari” senza metterle in competizione sul versante dell’innovazione con altre produzioni musicali.

Ancora un integrazione andrebbe ricercata con i piani degli interventi in favore dei pugliesi nel mondo per l’istituzione delle settimane della cultura pugliese nel mondo in cui privileggiare le nostre musiche di tradizione per il forte elemento identitario che hanno per definizione. La nostra esperienza a Melbourne nel 2008 (Settimana Pugliese d’Australia) ci dice che è la strada giusta per riallacciare quei rapporti con coloro che sono pugliesi a tutti gli effetti ma che inevitabilmente risentono della distanza e del tempo.

Si potrebbe partire con 4 settimane all’anno una per ogni continente, esclusa l’Europa, a rotazione nei singoli Stati in cui sono presenti le nostre comunità.

Importante è l’obiettivo previsto dall proposta di legge della realizzazione di archivi e biblioteche multimediali specializzate, almeno per i territori che maggiormente hanno conservato la loro vocazione musicale, in coordinamento e connessione con l’archivio sonoro pugliese la cui attività andrebbe potenziata per la realizzazione di programmi diffusi di educazione, di sensibilizzazione e d’informazione destinati al pubblico in generale e in particolare ai giovani.

A tal proposito si consiglia l’approfondimento della Linea 4.2 del FESR.

Non ci convincono invece le quote di cofinanziamento degli interventi previsti dall’art.4 in taluni casi non in linea con i contributi erogati in base all’attuale Programma delle Attività Culturali.

Infine, ma non per importanza, una legge sulla musica di tradizione pugliese non può non porsi il problema di come promuovere la creazione di spazi designati alla sua rappresentazione o alla sua espressione.

In questo senso, per il breve periodo, facciamo molto affidamento sul Programma Operativo Interregionale “Attrattori culturali, naturali e turismo” (POIn).

Questo è il contributo tecnico che l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival vuole dare affinché la Puglia, sufficientemente matura e accreditata, punti ad una legge autorevole che le consenta di primeggiare in questo settore.

Di tutto questo e di molto altro parleremo il 7 gennaio prossimo a CARPINO con Sergio Blasi, consigliere regionale e segretario del Pd pugliese e Vincenzo Santoro, operatore culturale, consulente per l’estensione della legge insieme agli  operatori impegnati nel movimento musicale pugliese che vorranno intervenire.

 

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