La costruzione del mito Salento, modello anche per altre zone d’Italia. A colloquio con Vincenzo Santoro dell’ANCI
di Dorella Cianci
da L’Attacco, 21 febbraio 2013
“Sulle pianure del Sud del Sud non passa mai un sogno/ sostantivi e le capre senza musica”, questi versi del poeta salentino Vittorio Bodini potevano riferirsi ad un Salento di un po’ di tempo fa, non di certo a quello glamour di oggi, quello del turismo anche elitario e di un circuito internazionale. Della costruzione del mito Salento, modello anche per altre zone d’Italia, ci parla Vincenzo Santoro, responsabile dell’Ufficio Cultura dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, da anni impegnato nel recupero delle culture popolari nel Mezzogiorno, in particolare legate al Salento. Santoro rilascia un’intervista all’Attacco, iniziando la sua analisi dagli inizi della costruzione di questo mito, anzi da prima che divenisse un mito, da quando essere figli dei contadini “del Sud del Sud” voleva anche dire liberarsi dalle tradizioni popolari ed emanciparsi, migliorarsi, andar via, in alcuni casi.
Dal liberarsi delle proprie radici, dr. Santoro, fino a giungere ad un ritorno ad esse. Qual è il passaggio? Cosa vuol dire ad un certo punto essere salentini?
Ho studiato a Pisa all’università, figlio di commercianti a loro volta figli di contadini. Partivamo dal Salento verso una prestigiosa università, fondando anche movimenti studenteschi impegnati nel nuovo tessuto sociale nel quale ci ambientavamo. Venivamo educati dai nostri genitori ad un rifiuto, ad esempio, anche del dialetto, per crescere. Ad un certo punto, lontano dal Salento, mi sono imbattuto in una musica ‘altra’, una musica tradizionale, non ancora quella pugliese. Una musica che si proponeva come contemporanea ed era dialettale. Allora, fra gli anni ’80 inizi anni ’90, essere del Salento, ma anche di altre parti della Puglia, voleva dire sentirsi molto lontani, provenire da paesini di cui non si conoscevano neanche i nomi. Il mio era Alessano. Per far capire ai miei colleghi di università da dove provenivo citavo Santa Maria di Leuca, soltanto perché alcune volte la sua temperatura era indicata nelle previsioni meteorologiche. Si immagina oggi cos’è, nell’immaginario del Nord e non solo, Santa Maria di Leuca? Ad un tratto poi c’è stata la riscoperta di Ernesto De Martino da parte degli antropologici, la sua opera è circolata notevolmente. Il quotidiano Il Manifesto cominciò a porre l’attenzione su questi temi e in particolare sul Salento e così, pian piano, è cominciata la risalita della mia terra.
E la sua esperienza personale? Come si colloca all’interno di questa rivalutazione?
Nel ’97 mi candidai ad Alessano in una coalizione di centro-sinistra, vinsi le elezioni come consigliere comunale e ricevetti la delega alla cultura. Fu allora che cominciai a mettere in pratica, nel mio comune, in accordo con altri della mia zona, le letture degli anni pisani, la riscoperta della musica tradizionale come modello contemporaneo, un elemento di postmodernità del tutto inedito. In quegli anni uscì Il Pensiero Meridiano, una lettura lungimirante di Cassano, che per la prima volta guardava ai nostri territori anche come un modello per un vivere più umano, più lento, ma più profondo. Dal ’96 in poi si sono sagomate le identità meridiane della Grecía salentina, luogo da sempre molto sfortunato, che però ad un certo punto ha avuto l’intuizione di ripartire da quella sfortuna di bilinguismo e di marginalità geografica.
C’è un intellettuale che individua più di altri le potenzialità del Salento? Uno che per primo ha l’intuizione del rilancio?
Certamente i testi di Franco Cassano, ma non si può parlare di un solo intellettuale. Inizialmente il merito va a Rina Durante, ma la sua rivalutazione del Salento è soprattutto legata a motivi politici, a una doppia visione classe contadina/classe borghese. Il rilancio estetico-identitario invece è merito di Edoardo Winspeare con il famoso film Pizzicata. Ma dietro tutto questo non si può non pensare al poeta Bodini, il quale colloca nel Salento il fascino dell’altrove, di terre arse dal sole a metà strada fra l’Oriente e la luce dell’Andalusia. Questo oggi immaginano i turisti venendo da noi, mentre prima era un poso trascurato, al massimo meta di qualche intellettuale naïf.
La riscoperta antropologica delle radici come è percepita nel mondo accademico, a volte asfittico?
Sul mio blog (http://www.vincenzosantoro.it/dblog/) mi scrivono molti studenti appassionati all’argomento o magari tesisti in cerca di informazioni o bibliografia, ma dall’altra parte segnalo l’anomalia dell’assenza, negli atenei pugliesi e non solo, di corsi di etnomusicologia. Vi sono tuttavia molte pubblicazioni significative.
Tra queste pubblicazioni segnalo molte delle sue, fra cui Il ritorno della taranta, un percorso di “storia della rinascita della musica popolare”, dove lei cita anche una nota frase di Faulkner, “Il passato non è morto. In realtà non è nemmeno passato”. Come si giunge alla grandiosa manifestazione della Notte delle taranta?
Inizialmente si comincia collaborando fra comuni, fra cui io volli inserire anche Alessano, pur se collocato un po’ a margine geograficamente rispetto agli altri aderenti. Venivamo finanziati dai fondi per le minoranze linguistiche, poi con il governo Fitto riuscimmo ad ottenere appena mille euro. Con l’attenzione del governo Vendola, la manifestazione si è istituzionalizzata.
Immagino ci siano pregi e difetti.
Come in tutte le cose. Principalmente ci sono pregi, soprattutto nel grande motore economico che si è messo in moto, proprio sulla scia di quello che oggi propone il Manifesto della Cultura del Sole 24 Ore. Una felice sintesi di pubblico e privato. Io oggi non faccio più parte dell’organizzazione, sono un po’ critico verso l’eccessivo legame fra la manifestazione e la politica, quasi come se si fosse vittima di una certa impostazione data dal governo regionale.
Come mai nel foggiano questa spinta non parte? Eppure le potenzialità del Gargano, ad esempio, sono emerse prima del Salento e poi vi sono comunque manifestazioni importanti, penso a quella di Carpino.
Problema foggiano. Qua si rischia di diventare banali, ma ovviamente il problema è delle istituzioni, della politica che non riesce a valorizzare certe manifestazioni, come accade anche a Carpino. Il problema non è diventare contenitore di grandi nomi nazionali, la questione nel Salento è stata impostata diversamente. Si valorizzano le potenzialità del luogo e anche quando si invitano grandi nomi, specchietto per le allodole ovviamente, queste si devono adeguare al “modello Salento”, al suo progetto. Nel foggiano questo non accade, anche perché non c’è ancora un vero e proprio recupero delle radici e poi non si fa rete. Non la fanno gli alberghi, non si modernizzano i musei, penso per esempio a tutto quello che c’è a Lucera, eppure non si investe in comunicazione, elemento oggi fondamentale.
Con la sua attività nell’Anci riesce bene a monitorare la situazione culturale italiana, di posti piccoli e grandi. Cosa pensa di Cerignola?
Lì si dovrebbe trasformare la produzione dell’oliva in qualcosa di importante, mettendo insieme arte culinaria, cultura contadina, non per produrre sagre, ma per mettersi nel circolo di un certo turismo culturale, che passi anche per le bellezze di Cerignola, ma che sia poi transitante verso il Gargano o verso il turismo di San Giovanni Rotondo. Stando isolati certamente non accade nulla. Ovviamente c’è la Fiera del Libro, di questo mi è giunta notizia, un segnale ottimo per una cittadina senza librerie o con una sola libreria. Io non mi occupo di festival legati al libro, ma comunque mi sembra un segnale incoraggiante. Molto ci sarebbe da fare anche a Foggia.
Dal Salento a Roma. Lei è anche promotore di molte iniziative nella capitale legate alla cultura di Puglia, ponendo soprattutto l’accento sul Salento.
Presentiamo un gran numero di libri legati al tema, ma soprattutto organizzo, con Franca Tarantino, corsi di pizzica, i quali prevedono anche un corso teorico per capire cos’è il tarantismo vero e non solo le sue pallide imitazioni o la sua vulgata.
Se dovesse consigliare come accostarsi alle tradizioni del Salento, cosa consiglierebbe?
Nel mio ultimo libro sottolineo spesso la centralità del ruolo di Winspeare e del suo film. Winspeare si è formato in maniera cosmopolita ed è stato affascinato dalla cultura salentina, dalla sua cultura contadina, che stava scomparendo sotto i colpi del consumismo. Egli è profondamente segnato dagli Scritti corsari di Pasolini ed è rimasto fortemente attratto dal tarantismo, sui cui, nell’ ’89 realizza un documentario ancora molto artigianale, San Paolo e la tarantola, esperienza che gli permette di incontrare famosi cantori come Uccio Aloisi e Uccio Bandello di Cutrofiano. Egli smuove il Salento, come dicevo prima, ha le idee chiare: utilizzare la pizzica e il tarantismo come strumento di mobilitazione, come chiave per far ritrovare ai salentini la coscienza perduta della ricchezza della propria tradizione culturale. Questa chiave dovrebbe essere applicata anche in provincia di Foggia, un modo di promuovere la propria terra che sappia unire varie esperienze e realtà per un fine comune, “una coscienza del passato e una speranza per il futuro”:
Vincenzo Santoro è responsabile dell’Ufficio Cultura dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, impegnato da anni nel Mezzogiorno nell’organizzazione di iniziative circa le musiche popolari. Coniuga la sua attività romana all’Anci con la sua passione per le culture tradizionali, pubblicando diversi saggi, fra cui l’ultimo Il ritorno della taranta, pubblicato per i tipi di “Squi[libri]”, casa editrice romana dai temi ricercati. Il volume, con un prezioso cd allegato, ripercorre una storia non lontana nel tempo, una storia di “poco meno di quaranta anni fa”, come precisa Santoro, un modo per difendersi da quello che Pasolini chiamava “Genocidio culturale” della violenta modernizzazione. Santoro, attivo anche in corsi di pizzica (teorica e pratica) precisa: “Il movimento musicale salentino non è una eredità naturale e diretta di un passato ricco di tradizione, ma è il risultato di un’operazione di ri-costruzione, in cui una parte della tradizione è stata ripresa, modificata e adattata ad un consumo culturale del tutto contemporaneo”. Santoro ripercorre l’esperienza pisana negli ambienti della “Pantera”, un movimento studentesco molto attivo, prosegue con le suggestioni di Ernesto De Martino studiato all’istituto di Sesto Fiorentino, dove si esibì anche il poeta sindacalista Peppino Marotto. Ha condotto un’interessate ricognizione dal sapore quasi filologico delle vecchie e nuove feste di area salentina arrivando fino all’approdo perugino della taranta.
Pioniere della riscoperta, Santoro porta un po’ di Puglia nella Capitale e non solo, infatti i suoi libri son stati presentati in varie zone d’Italia, ma anche in Svizzera.
Collabora al bimestrale pubblicato dall’ANCI, dove spesso analizza lo stato di salute della cultura nei Comuni, soprattutto del Mezzogiorno.
Sarebbe stato questo il titolo – sensazionale – di un avvenimento che, magari, passò del tutto inosservato in quel laborioso e ridente borgo dell’entroterra garganico. E invece fu proprio così: Federico II passò e soggiornò (e sicuramente non fu l’unica volta), tra una guerra e l’altra e da un maniero all’altro, proprio a Carpino nel cui territorio si dedicava alla caccia (sua grande passione, anche per tradizione di famiglia) e dove – in questo episodio che qui viene presentato – festeggiò addirittura il suo 40° compleanno che ricorreva il giorno di Santo Stefano (26 Dicembre, stessa data di un altro grande postero personaggio della storia, se pur discusso specialmente nel moderno mondo occidentale, Mao Tse Tung), quindi nel pieno delle festività natalizie. Questo lo si rileva dal libro: “Il Puer Apuliae – Rielaborazioni romanzate delle gesta guerresche, politiche, amorose e tragiche di Federico II di Svevia (1194-1250)”, di N.Popolizio, per le Edizioni Laterza-Bari 1974. Nella citazione, riportata integralmente, viene scomodato persino il biblico “Ecclesiaste”, mentre si chiarisce, una volta per tutte (?) la derivazione etimologica del nome “Carpino”: qui vi troviamo scritto, infatti, che il suo nome deriva “…dalle selve di càrpini circostanti…” e non già – dubbiamente – “dalla presenza di capri o caprioli…” , come si legge in altri testi. Ed ecco la citazione del “Puer Apuliae”, che, com’è noto, è uno dei più conosciuti sostantivi con cui veniva definito il Personaggio Federico II:
“”Nasce una cittaduzza (e nascerà dell’altro): Carpino. Parafrasando l’Ecclesiaste, diremo che una va e l’altra viene, mentre il malizioso difetto dell’Aquila resta in perpetuo. Ecco un episodio che stigmatizza una festività nazionale. Ieri si festeggiava il Signore Celeste, oggi si glorifica il Signore della Terra: infatti è il 26 Dicembre, giorno del 40° genetliaco di Sua Maestà l’Imperatore. Federico (forse per purificarsi dall’insincero incontro avuto con Gregorio IX a Rieti, presente anche il piccolo Re titolare di Gerusalemme, Corrado), s’è goduto il compleanno con una faticata venatoria nelle foreste attorno a Carpino, una borgata affacciata sul Lago di Varano. La Contrada, che piglia il nome dalle circostanti selve di càrpini, è cara a Federico perché nel 1229 i contadini del luogo accolsero con simpatia, ristorandoli, i soldati di un suo esercito sbandati dalla improvvisa e negativa risoluzione di una battaglia. A Carpino c’è un Castello ed una rustica Chiesetta vecchia di cent’anni; nel Maniero l’Imperatore bandisce un concorso: premierà con ricco dono il cacciatore che porterà la preda più vistosa. Prima di avviarsi, i concorrenti libano vino bollente insaporito di spezie: il Castellano profonde le proprie sostanze a gloria del Puer Apuliae e gli presenta, principalmente, la propria figliuola, bella come ninfa mitologica, e, pare, arrendevole più di una pantera affiatata. Alle galanterie segue un eloquente duello di sguardi allusivi, supplicanti, consenzienti…Cosicché quando tutti partono ad ammazzar bestiole, il Vincitore è già designato, in quanto la preda più splendida (sospirando il biblico distico “…ho desiderato d’essere all’ombra tua e mi ci son posta…e il tuo frutto sarà dolce al mio palato…”) casca tra le braccia del biondo Monarca in men che non si dica. A sera la metamorfosi. Nel Palazzo del Magister Bartolomeo c’è stato un ricevimento: file di sudditi devoti, sorrisi, frasi cortesi, giuochi, danze, cenone. Poi la quiete, centellinata con gli intimi, infine la riflessione. La mano del Puer Apuliae scivola con lentezza sulla fronte umida. Benché sia Dicembre e l’aria fuori gelida, nello stanzone il caldo è piacevole. A nome dei più vicini al Sovrano, Berardo rinnova gli Auguri per il compimento delle quaranta primavere. “Metà esistenza, dice Federico, consumata quasi senza avere visto il pieno esaurimento delle speranze vagheggiate sin dall’età infantile.” Appoggia il dorso allo schienale della seggiola, abbassa le palpebre, leva il viso alle ombre tremolanti sul soffitto e riprende con voce bassa e piena di malinconia: “Riflettere. E’ l’esercizio che può rigenerare la mente, anche se gli si accompagnano l’inesorabile tristezza e l’angosciante senso della perenne nullità di tutto quello che è. Ciò è pessimismo, ma il pessimismo riesce spesso a ridimensionare entro i suoi precisi ambiti l’esistenza. Perché viviamo il nostro tempo quasi prigionieri d’un sistema prestabilito? Passano i giorni e gli anni, ne assorbiamo la lietezza e il dispiacere, assecondiamo i disegni dell’intimo e ne forgiamo altri per l’esaudimento dei quali ci distruggiamo in un’attesa trepida e dolorosa. Cosa aspettiamo? Perché non è diversa la vita? Perché l’Universo assomiglia a uno schema ossessivamente monotono, che nel suo esplicare altro non fa che ripresentare per l’eternità la medesima nefasta consolazione?” Berardo fissa con insistenza l’Imperatore, quasi volesse vedergli il cuore, quindi parla: “Cercate Colui che ha fatto le stelle; Colui che muta le tenebre della morte in aurora…Non è difficile, Sire.” Federico riapre gli occhi, dà uno sguardo ai presenti (oltre il Vescovo e me: Giovanni da Procida, Michele Scoto e Pier delle Vigne) ed esclama: “Agere et pati fortia; così commenterebbe il nostro amico d’infanzia: forza nell’azione e nella sofferenza; inconsolabile tumulto. Non esiste alternativa? Bisogna proprio subire questo assurdo imperativo che pur facendo della nostra vita e del nostro animo una dicotomia oscillante tra sublimazione e oppressione, indica ai più estremi aneliti dello spirito l’assioma irrimediabile: nulla di diverso sotto il sole?” “Se un re si pone domande simili, intervengo, cosa dovrebbe chiedersi quell’anonima schiera di viventi per la quale il quesito è a priori inammissibile? Voi, Maestà, potete opporre alle acute iterazioni delle ansie dell’animo una volontà regolatrice di quelle conseguenze desiderate dall’intelletto o dal sentimento; ma per i molti per i quali importano solo l’oggi e il domani, estremamente pratici, null’altro conta che il principio: a ciascun giorno il suo affanno e il suo pane.” “E’ anche nel Vangelo questa verità, Sire”, incalza Berardo, che s’alza e sembra proseguire, interrotto però da Federico, che volgendosi a tutti chiede: “Prescindendo dalle consolazioni dogmatiche e dalle labirintiche speculazioni nelle quali religione e filosofia blandiscono i furori dello spirito, in che consiste alla fin fine la vita?” I presenti si guardano l’un l’altro. Il Presule barese, rivolto verso di me, atteggia il viso nell’espressione di chi è tenuto a indovinare il contenuto di una cassa chiusa; lo scozzese si liscia il naso fissando il vuoto; il Capuano si gratta la fronte e lancia occhiate attente oltre la finestra; il Medico picchia aritmicamente con le dita sul lungo tavolo della mensa, mentre il suo labbro inferiore è impegnato a catturare quello superiore. Entrano le Odalische, con brocche e vassoi. Alcune di loro (dalle scollature abissali), ancheggiando non meno armoniosamente delle capre lisce del monte Gallad, s’inchinano allo Svevo porgendogli dei dolci; l’Imperatore, con gesto cortese, le invita a servir prima l’Arcivescovo, ma costui, turbatissimo, ringrazia e volge lo sguardo altrove, poiché le giovani sono reclinate in modo che par debbano perdere qualcosa dalla cima del busto. Lo “Stupor Mundi” allora accenna il gesto del comando, e le fate vanno ad accoccolarsi ai suoi piedi, mostrandogli ogni dovizia: egli sceglie un pasticcio d’orzo e, volgendosi agli astanti suggella così il giorno del quarantesimo anniversario della sua nascita: “Meglio, tante volte meglio è vedere con gli occhi, anziché errare senza speranza con l’anima; anche questo è tormento dello spirito” (e aggiunge sospirando) “e non solo dello spirito…” (ch’è una postilla non propriamente tratta dall’Ecclesiaste)“”.
Complimenti a Mimmo della Fave, un ritrovamento importantissimo, conferma la voce di popolo secondo cui l’imperatore usasse Carpino come sua residenza di caccia.
P.S. Grazie al Professore Raffaele Licinio ordinario di Storia medievale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari si è appurato che in realtà il ritrovamento di Mimmo Delle Fave è parte di una elaborazione romanzesca di Nicola Popolizio, come da lui stesso precisato nel titolo, ambientato in un medioevo inesistente. Non che nei romanzi non ci siano elementi di verità, ma quando presenti debbono essere suffragati dall’indicazione della fonte originale che nel testo di Popolizio manca.
Quindi in attesa di ulteriori ritrovamenti quanto riportato non può essere considerato un documento storico.
Resta quanto riporta oralmente la comunità carpinese e la citazione di Carpino nel romanzo.
Il prof. Raffaele Licinio inoltre mi ha fatto presente anche che il busto da me utilizzato (me ne assumo la responsabilità) per veicolare la notizia è un falso accertato; NON è opera di Nicola Pisano a cui è attribuito.
Quanto dovuto per la precisione.
Qui tutta la discussione con Licinio: http://www.facebook.com/photo.php?fbid=10200334045582077&set=a.1046204083667.2008869.1482601386
Il 13 Gennaio 1968 si partiva da Carpino per l’Australia Giggino Ottaviano ci doveva portare con la sua macchina a Bari, la sera prima ci ha informato che per la neve che era caduta non poteva garantirci l’arrivo ha Bari per il volo per Roma, cosi siamo partiti alle 5 di mattina con l’autobus per la stazione di Carpino e poi preso la Garganica fino a San Severo. A Bari ci siamo arrivati solo per trovare l’aereoporto chiuso con le piste ghiacciate, tornati di nuovo a Foggia prendemmo il treno per Roma, arrivati a Roma in tempo per il volo alle 23.40 di sera, quanta neve, fino ha Ariano Irpino sugli Appennini poi arrivati a Roma con un freddo che ti tagliava in due, partiti da Roma 6 ore di volo atterrati a
Bombay (Mubay) India 100 gradi di caldo che bellezza, giorni brutti ma anche bei ricordi, 45 anni Carpino mi manca sempre di piu.
Ho avuto il piacere di conoscerlo allorquanto, grazie al Carpino Folk Festival, abbiamo visitato Melbourne. Ho di lui un ricordo bellissimo soprattutto per il suo attaccamento alle origini. Ricordo ancora i suoi brividi nel rivedere Carpino nei filmati che abbiamo avuto modo di fargli vedere presso il Club di San Marco in Lamis.
Devo confessare che uno delle mie paure ricorrenti è quella di vivere la sua stessa sofferenza per l’allontamento dal nostro paese.
Tra il 1880 e il 1915, circa nove milioni di emigranti italiani attraversarono l’oceano alla volta delle Americhe. La maggior parte, circa il 70%, proveniva dal Sud Italia.
Le ragioni di questa massiccia emigrazione furono molteplici: la crisi agraria che colpì il paese a partire dal 1880, il peso crescente delle imposte nelle campagne meridionali dopo l’unificazione, il declino delle attività artigianali e delle industrie domestiche, la crisi della piccola proprietà, delle aziende montane e delle manifatture rurali. Tutti questi fattori spinsero milioni di meridionali a cercare fortuna oltreoceano.
Tra gli emigranti vi furono anche molti carpinesi. Nel 1901 Carpino contava 4.421 residenti, un numero destinato a diminuire sensibilmente a causa del flusso migratorio. Tra il 1900 e il 1924, oltre 1.400 concittadini giunsero a Ellis Island, di cui appena 88 donne. Nei primi dieci anni del Novecento partirono circa 840 carpinesi, seguiti da 451 tra il 1910 e il 1919 e infine 65 tra il 1920 e il 1924. La maggior parte si imbarcò a Napoli, mentre alcuni, pur di partire, raggiunsero Palermo per trovare un passaggio verso il Nuovo Mondo.
L’emigrazione rappresentò un fenomeno epocale che segnò profondamente Carpino e molti altri paesi del Meridione, modificandone la struttura sociale ed economica. I carpinesi, come tanti altri italiani, partirono con la speranza di costruire un futuro migliore per sé e per le loro famiglie, affrontando sacrifici e difficoltà in terre lontane.
Di seguito solo un parte dei carpinesi che sbarcarono tra il 1905 e 1907 a New York – fonte www.ellisisland.org
Francesco Paolo Gallo, Giovanni Gallo, Michele Gallo, Carlantonio Gallo, Nicola Maria Gentile, Matteo Di Giacomo, Nicola Giangualano, Antonio Giangualano, Francesco Giangualano, Giuseppe Gioffreda, Matteo Giordano, Nicola Di gregorio, Leonardo Lamenafia, Francesco Paolo Lamonica, Domenico Di Lella, Domenico Lella, Francesco Dilello, Nicola Maria Di Lella, Pasguale Di Lella, Cirillo Di Lella, Donato Lombardi, Francesco Maccarone, Nicola Maccarone, Nicola Maccarone, Giuseppe Maccarone, Giuseppe Maccarone, Carlo Maccarone, Carlo Maccarone, Nicola Maccarone, Rocco Macero, Michele Maiorano, Domenico Manobianco, Cestantino Manobianco, Domenico Manzo, Antonio Manzo, Michele Manzo, Michele Di Maria, Giovanni Di Maria, Antonio Martino, Matteo Menonna, Francesco Merotta, Luigi Mitriane, Nicola Mitrione, Onofrio Di Monte, Francesco Di Monte, Romando Morosini, Matteo Di Nicola, Pasquale De Silvestri, Antonio Simone, Giuseppe Trovano, Antonio, Francesco, Antonacci Angelo, Costanzo Sacco, Michele Pizzarelli, Carlo Pelusi, Donato Azzarone, Gaetano Basanini, Michele Basile, Nicola Basile, Nicola Basile, Leonardo Basile, Matteo ??Betta, Rocco Braicoti, Costanzo Bramante, Rocco Bramante, Domenico Bramante, Antonio Cacolla, Michele Campagna, Matteo Cannorozzi, Domenico Ceddio, Matteo Ciuffredo, Giovanni Corlerte, Leonardo ??co, Matteo Daddetta, Antonio Daddetta, Guilia D Addetto, Michele D’Addotta, Matteo D’Amico, Francesco Debalo, Carmine Debata, Antonio De Cota, Michele Delgiudice, Giuseppe Del Giudice, Matteo Del Forno, Michele De Maris, Francesco Di Addetta, MA Rosa Di Addetta, MA Raffaela Di Addetta, Pasquale Di Cosmo, Matteo Di Cosmo, Pietro Dilddesto, Domenice Dilella, Matteo Dinicola, Matteo Diperna, Antonio Di Vieste, Antonio Draicchio, Matteo Draicchio, Donato Draiechio, Rocco ??Ino, Francesco Difiore, Guiseppe Difiore, Nicola Difiore, Luca Gallo, Michele Gallo, Antonietta Giuffreda, Francesco Ronghi, Giovanni Gianealano, Francesco Gioffi, Antonio Gramosio, Michele De Meis, Teodoro Judelli, Cartantonio Labriola, Leonardo Lasorma, Di Gregorio Leonardo, Antonio Maccarone, Vincenzo Maccarone, Franca Manobianca, Angelo Manzo, Michelantonio Menonna, Francesco Mischitelli, Domenico Mitrione, Michele ??Nte, Matteo Di Nunzio, Vito Sitta, Domenico Speraddio, Domenico Terracina, Francesco Trombetta, Domenico Trombetta, Antonio Vicidomini, Francesco Vivoli, Giuseppe Vivoli, Michelantonio, Matteo Son, Matteo Agrigola, Leonardo Luigi Alfarone, Leonardo Luigi Alfarone, Matteo Antonacci, Antonio Antonacci, Vincenzo Antruacci, Leonardo Azzarone, Antonio Bananis, Michele Basile, Michele Barnese, Cirillo Basania, Giuseppe Basanisi, Antonio Basanisi, Rocco Basanisi, Domenico Basanisi, Francesco Basanisi, Antonio Basinise, Ginseppe Basile, Giuseppe Basile, Michale Basile, Matteo Basile, Meola Evla Belase, Biagio Braicchio, Silvestro Bramante, Silvestro Bramante, Gaetano Bramante, Nicola MA Bramante, Francesco Bramante, Matteo Bramante, Matteo Bramante, Matteo Bramante, Angelo Bramante, Matteo Bramonle, Cirilo Bramante, Silvestro Bremonte, Matteo Brina, Matteo Di Brina, Giuseppe Bruscoli, Matteo Camarozzi, Michele Cannarozzi, Onofrio Cannarozzi, Antonio Cannarozzi, Angela Cannarozzi, Nom Co Cannarozzi, Leonardo Cannarozzi, Parquale Caputo, Cirillo Caputo, Domenico Caputo, Michele Caputo, Donalo Carapreso, Ermina Cardone, Giuseppe Carsdeo, Nicola Catu, Luco Ceriacin, Nicola Coccia, Matteo Coccia, Matteo Coccia, Rocco Coccia, Nicola Crombetta, Eugenio Daddetta, Michele Daddetta, Leonardo Damico, Michele Dantuono, Matteo Dantuono, Vincenzo Dantuono, Matteo Dantuono, Nicola Dantuono, Luca M Darnese, Giuseppe Decata, Michele Delcito, Antonio Delforno, Rocca Delforno, Antonio Delforuo, Luca Delgiudice, Michele Del Gindice, Tommaso Del Forno, Domenico Dellefave, Michele De Meis, Michele De Nigris, Nicola Denigris, Guiseppe Denigris, Giuseppe Di fiore, Michele D’Autuono, Francesco Di Brina, Francesco Di Brina, Carlantonio Di Brina, Leonardo Di Cosimo, Leonardo Di Cosmo, Gabriel Di Giambattista, Franc Di Giambattista, Giuseppe Di Giambattista, Antonio Di Giambattista, Michele Dilella, Michele Dimauro, Orazio Disumma, Antonio Di Vicoti, Giuseppe Di Vieste, Michele Di Vieste, Antonio Di viesti, Michele Di viesti, Angelo Di Viesti, Antonio Diviesti, Michele Draicchio, Francesco Esposito, Michele Facenna, Antonio Faiello, Matteo Difiore, Ginseppe Di Fiore, Francesco Zitani, Giovanni Fruszio, Domenico Fusillo, Giuseppe Fusillo, Giovanni Gallo, Rocco Gallo, Leonardo Luigi Gallo, Leonardo Gallo, Pasquale De Silvestri, Antonio Simone, Giuseppe Trovano, Francesco Turlo, Nicola Valente, Michelantonio Valente, Michelantonio Valente, Carlo Valentie, Michele Di Viesti, Matteo Vicedomini, Gennaro Vicedomini, Gennaro Vicedomini, Carlo Di Vietti, Domenico Vitetta, Domenico Vitetta, Francesco Zurlo, Orario Zurlo, Antonio Zurlo, Giuseppe Zezza, Giuseppe D’andrea, Ciriaco Augelicchio, Giuseppe Baragnese, Domenico Basanisi, Michele Basanisi, Michele Basile, Giuseppe Basile, Marino Basile, Nicole Maria Basile, Michele Bastadomo, Antonio Belgrado, Gaetano Bramante, Matteo Bramante, Matteo Bramante, Leonardo Cabacco, Mallee Cabacco, Rocco Calvano, Guiseppe Caputo, Antonio Caputo, Frane Paolo Caputo, Giuseppe Caputo, Matteo Coccia, Leonardo Conforti, Francesco Paolo Cozzola, Antonio Criggiani, Antonio Criggiani, Domenico Croiano, Francisco Paolo Daddetta, Giuseppe Daddetta, Make Damico, Cirillo D’Antnono, Leonardo D Antriono, Matteo Dantuono, Michele D’Antuono, Domenico de Bergolis, Donato De Cato, Francesco Paolo De Cato, Vincenzo De Filippo, Matteo Derrico, Antonio Del Forno, Nicola De Nigris, K MA D’errico, Matteo Di cosimo, Matteo Di Giambattista, Pietro Di Mauro, Matteo Di Mauro, Michele Antonio Di Mauro, Rocco Dimonte, Leonardo Diperna, Angelo Di Viesti, Ragnanese Domenico, Antonio Draicchio, Michele Difiore, Francisco Fallo, Cirillo Finizio, Rocco Fusillo, Matteo Fusillo, Orazio Fusillo, Michele Fusillo, Giuseppe Fusillo, Giovanni Gallo, Matteo Gallo, Giovanni Gallo, Matteo Gallo, Giuseppe M Gallo, Luca Gentile, Nicola Gentile, Antonio Gentile, Francesco Giambattista, Francesco Giangualano, Michele Giangualano, Mattio Luigi Grossi, Giuseppe La Torre, Gennaro Di Lella, Domenico Maccarone, Giuseppe Maccarone, Carlo Maccarone, Commaro Maccarone, Orazio Maccarone, Antonio Manzo, Rocco Manzo, Antonio Menonna, Pasquale Merronne, Matteo Merronne, Salvatore Trombetta, Michel Trombetta, Michele Turlo, Matteo Valente, Michelautonio Valente, Domenico Vitetta, Antonio Agricola, Nicola Maria Di Brina, Onofrio Cannarozzi, Michele Caputo, Nicola Cannarozzi, Antonio Cesareo, Nicola Dantuono, Antonio Di mauro, Michele Dimauro, Giuseppe Draicchio, Rocco Fusillo, Matteo Gallo, Matteo Jurillo, Domenico Di Lella, Antonio Di Lella, Michele Di Lella, Francesco Maccarone, Matteo Menonna, Rosato Visocchi.
Sangue foggiano in Fronte del Porto
di RAFFAELE NIGRO – 24 Dicembre 2012 Gazzetta del Mezzogiorno
Nel 1948 Arthur Miller visitò, durante un viaggio in Italia, il Gargano e scrisse una short story, Monte Sant’Angelo. Si pensava che il racconto fosse frutto di fantasia finché Mariantonietta Di Sabato, docente foggiana appassionata di dialettologia e di letteratura, non scopre come andarono effettivamente le cose. Bisogna partire da Foggia dove vivono i parenti di un italo-americano che accompagnò Miller, tale Vincent Jim Longhi.
Raggiunge telefonicamente il 14 novembre 2005 l’americano e da lui seppe che si era trattato di un vero e proprio reportage e che durante l’ascesa erano andati a cercare un proprio avo ebreo sepolto a Monte. Nel 2005 Jim Longhi viveva a Manhattan, aveva novant’anni e aveva condotto una vita da sindacalista, avvocato e scrittore. Si disse autore di alcuni testi teatrali, di un romanzo pubblicato nel 1997 Woody, Cisco & Me. Seamen Three in the Merchant Marine (Woody,Cisco ed io. Tre marinai nella Marina Mercantile) e di una ponderosa Autobiografia.
Scritto tra il 1994 e il ’96, il romanzo, in forma memoriale, narra di avvenimenti che si collocano alla fine della seconda guerra mondiale. Con le voci e le chitarre dei due folk-singer, Jim è il terzo chitarrista e sia nel viaggio a Palermo che in quello in Inghilterra incappa nel siluramento della nave. Spigliato e veloce, Jim descrive con dettaglio concreto le azioni, non perde mai l’umorismo e tratteggia i caratteri dei suoi compagni di avventura con grande maestria. Al punto da presentarsi la sua come una delle più dirette e credibili biografie di Woody Guthrie e da ottenere nel 1998 il premio The Indipendent Publisher.
Le notizie raccolte convincono la Di Sabato ad abbandonare gli studi su Miller e a occuparsi con Cosma Siani della biografia del narratore garganico, giungendo a tracciare nel 2012 una avvincente e utilissima biografia, Jim Longhi. Un italoamericano tra Woody Gutrhie e Arthur Miller. Longhi come narratore è ignorato da tutti, è sfuggito persino alla capillare indagine condotta da Francesco Durante nel 2001, Italoamericana. Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti.1776-1880.
Vinny Jim nasce a New York il 16 aprile 1916 da Giuseppe, originario di Lucera e da Rosa Zitani, nata a Carpino ed emigrati separatamente nove anni prima negli Stati Uniti. Iscritto al Columbia College per i corsi di medicina è costretto a mantenersi agli studi con le consegne di candeggina imbottigliata dai genitori. E’ a scuola che per darsi lustro aggiunge al proprio nome Vinny (Vincenzo) Longhi, quello di Jim e non a caso l’autobiografia inedita è intitolata Just don’t call me Vinny (Non mi chiamate Vincenzo). Sarà Fiorello La Guardia, appoggiato da Jim a sostenerlo negli studi,fino alla laurea in legge. Nel ’43, chiamato in Marina, conosce Gutrhie e Cisco Houston, che intrattengono le truppe in viaggio con concerti folk.
Insieme a loro affronta tre viaggi, in Sicilia, Nord Africa e Inghilterra. Nel ’47 sposerà Gabrielle Gold da cui avrà due figli. Intanto si occupa di sindacato e difende i portuali di Brooklyn che “erano trattati come bestie e la mafia controllava tutto”. Nel ’46 e poi nel ’48 si candida al Congresso, sostenuto persino da Frank Sinatra, ma senza fortuna. In quel torno di tempo conobbe Arthur Miller. L’autore di Uno sguardo dal ponte era stato colpito da alcune scritte che inneggiavano a Pete Panto, un sindacalista che la mafia portuale aveva assassinato.
Per saperne di più sulla vita degli scaricatori avvicinò Longhi. Ne nacque una bella amicizia e fu allora che decisero di intraprendere insieme il viaggio in Italia. Rientrato in America, Longhi abbandona l’attività sindacale, apre uno studio legale, la V.J.Longhi Associates e si dà alla scrittura drammaturgica, nel ’68 pubblica Climb the Greased Pole, ovvero L’albero della Cuccagna nella rivista “Plays and Players”, ma è un uomo inquieto, innamorato dei viaggi. Decide infatti di lasciare New York e trasferire lo studio legale a Londra,intraprendendo una serie di viaggi in Europa e in Africa. Il suo amico Miller così lo descrive:”
Alto più di un metro e ottanta,di una bellezza tenebrosa, era uno che sapeva parlare e ,almeno con me, cercava chiaramente di eliminare ogni traccia di accento italiano. Era un oratore efficace, dallo stile piuttosto melodrammatico e, nella foschia premattutina delle banchine, attraeva molti portuali che in Columbia Street attendevano la chiamata per un giorno d’ingaggio. Fendendo l’aria come Lenin in ottobre, sviluppava il suo tema fondamentale, la degradazione di onesti figli dell’Italia per mano di una macchina sindacale corrotta”.
Con l’aiuto di Longhi, Miller scrisse The Hook, un testo teatrale sulla vita degli scaricatori di porto. Il testo piacque molto a Elia Kazan che decise di farne un film. Ma i produttori chiedevano di cancellare la mafia e di addossare le colpe dei malumori operai all’infiltrazione del Comunismo. Miller rifiutò e Kazan realizzò con Budd Schulberg il film Fronte del porto . Tutto questo nell’Autobiografia di Longhi, un testimone oculare di un’America che poco conosciamo.

Cisco Houston, Woody Guthrie and Jim Longhi singing to an interracial audience, possibly seamen in an NMU hall.
In Apulien, 7 – Jim Longhi
Pubblicato il 9 settembre 2012 di Anna Maria Curci
Trommeln in den Höhlenstädten trommeln ohne Unterlaß
weißes Brot und schwarze Lippen
Kinder in den Futterkrippen
will der Fliegenschwarm zum Fraß
Tamburi nelle città cave rullano senza sostare
pane bianco e labbra nere
nelle greppie bimbi a schiere
vuole di mosche il nugolo gustare
Ingeborg Bachmann, In Apulien
(traduzione di Anna Maria Curci)
Questa rubrica propone itinerari di lettura tra voci della terra di Puglia. Alcune di queste sono note, altre meno, altre ancora sono state troppo presto dimenticate.
La settima tappa si svolge tra Carpino e New York, dove Vincent Jim Longhi nacque nel 1916 da genitori pugliesi della provincia di Foggia – il padre di Lucera e la madre di Carpino. Questo anno 2012 ha visto l’uscita di un volume curato da Mariantonietta Di Sabato e Cosma Siani (che ho avuto la fortuna di avere come collega per diversi anni): Jim Longhi. Un italoamericano tra Woody Guthrie e Arthur Miller (Lampyris, Castelluccio dei Sauri, 2012).
Scrive Cosma Siani: «L’amicizia con Miller, durata tutta la vita, è un motivo di forte interessa verso questo autore italo-americano. Fu Longhi a narrargli la storia di un suo cliente, che divenne base della tragedia milleriana Uno sguardo dal ponte (dove il narratore Alfieri pare adombri lo stesso Longhi); e fu lui a ispirare il soggetto di un film sui portuali, in base al quale Miller e Kazan scrissero una sceneggiatura, The Hook, rifiutata da Hollywood, ma in seguito ripresa dai soli Kazan e Schulberg, e divenuta il famoso Fronte del porto. […]. L’altro motivo forte di interesse è il legame profondo e duraturo che Longhi strinse con il cantante folk Woody Guthrie. Alla morte di Longhi, la figlia Nora pubblicò sul sito del padre (www.woodyguthrie.org ) un necrologio in cui lo definiva “uno degli amici più intimi di mio padre”. Con lui e con Cisco Houston, anch’egli cantante folk, Longhi si imbarcò volontario nella marina mercantile americana durante il secondo conflitto mondiale. Anni più tardi, descrisse questa esperienza nell’unico suo libro finora pubblicato, Woody, Cisco & Me. Seamen Three in The Merchant Marine (University of Illinois Press, Urbana & Chicago, 1997). Il volume è una memoria autobiografica […]. Longhi ha tempra di vero storyteller, di affabulatore senza favola ma tutto dettagli concreti, abile nel delineare sequenze di azioni». (Cosma Siani, Longhi tra Miller e Guthrie, nel capitolo Gli autori pugliesi all’estero del volume Letteratura del Novecento in Puglia, a cura di Ettore Catalano, Progedit 2009, 478-479).
Proprio da Woody, Cisco & Me è tratto il brano che segue, nella traduzione di Mariantonietta Di Sabato e di Cosma Siani, che ringrazio per aver messo a disposizione il testo:
Jim Longhi – A cena da mamma
(Da Woody, Cisco & Me, Cap. 4)
Il tragitto in metropolitana per raggiungere il Bronx fu più lungo del solito. Suonai il campanello prima di salire, per far sapere a mamma che eravamo arrivati, e velocemente salimmo le cinque rampe di scale. Ci accolse alla porta nella più principesca delle maniere, sfoggiando il suo sorriso più smielato.
“Ma’, scusaci il ritardo!”
“Signore”, – mi ignorò, rivolgendosi a Cisco. – “Ho sentito parlare tanto di lei. Lei è il buon amico che si prenderà cura del mio Enzo! Possa Dio conservarvi in buona salute fino a cent’anni!”
“Sono onorato di conoscerla”. Cisco si inchinò quasi.
“Hai dimenticato i pasticcini?” Volse il sorriso smielato verso di me.
“Dannazione! Mi dispiace, Ma’ ”.
“Con tutto questo cibo magnifico, a chi servono i dolci?” Cisco annusò l’aria.
“A te servono! Volevo festeggiare l’amico del mio caro figlio! Venite!” Ci fece strada, oltrepassandomi, verso il salotto, dove papà, Gabrielle e mio fratello Fred ci stavano aspettando.
“Cosa ha borbottato?” bisbigliò Cisco.
“Niente. Mi ha solo dato del cretino e mi ha augurato un attacchetto di colera”.
“Con quel sorriso angelico?”
“È una massa di contraddizioni, ti dico”.
“Messa?” Mamma si rivolse a Cisco speranzosa. “Tu vai a messa?”
Cisco esitò.
“Messa un cazzo!” Papà diede a Cisco una pesante pacca sulla spalla. “Un giovanotto forte, bello, intelligente, che diavolo se ne fa della messa? Qua la mano, caro Cisco!” E gli slogò quasi la spalla con una poderosa scrollata.
Mamma borbottò qualcosa e sparì nella cucina fumante di vapori.
“Tua madre è arrabbiata?” chiese Cisco.
“Ma no”. Fred tirò fuori da una confezione un po’ di ovatta. “Ha solo chiesto al Padreterno di sbudellare la pancia atea di mio padre”. Porse a Cisco due fiocchi d’ovatta. “Mettiteli nelle orecchie se vuoi sopravvivere a questo pranzo”.
“Stronzo!” Papà strappò l’ovatta delle mani di Fred fingendosi arrabbiato. “Perché mi devi sempre prendere in giro?”
Fred era alto quanto Cisco; ci tirò a sé e tutti e tre formammo un cerchio intorno a papà, che era alto solo un metro e settantacinque. Fred diede un bacio in cima alla testa pelata di papà. “Papà, se oggi non ti comporti bene, noi tre ti prendiamo e ti mettiamo a sedere lassù, sull’armadio”. Fred aveva già bevuto un paio di bicchieri di vino, ma questo non gli aveva né appannato il luccichio degli occhi né offuscato lo sguardo intelligente del suo viso aperto e cordiale.
Nonostante le tensioni teologiche, a pranzo tutto andò a gonfie vele. “Come sono contenta che sei venuto a trovarmi, Cisco”. Mamma gli versò un’altra tazzina di caffé. “Pregherò Dio che deve proteggere te e il mio ragazzo. Tu credi in Dio, no?”
Papà venne di nuovo in soccorso di Cisco. “Niente discussioni religiose in questa casa!” Sbatté una bottiglia di vino sul tavolo. “Mangiate! Bevete! Siate felici!”
“Mussolini!” Mamma puntò rabbiosa il dito verso papà. “È proprio un Mussolini!”
“Ehi, aspetta un po’ ”. Papà si strofinò la testa pelata. “Mussolini è pelato, basso e brutto. Io sono pelato, alto e bello!”
“È lo stesso – chi è dittatore è dittatore! Cisco, pensi che è bello? Tu e mio figlio andate a combattere i dittatori, e noi abbiamo il dittatore in casa?” Cisco farfugliò; stava saggiando cosa vuol dire essere intrappolato nel fuoco incrociato d’una guerra di religione.
“Cisco, non starla a sentire!” Papà sparò la sua scarica d’un fiato. “In questa casa c’è democrazia! La legge è uguale per tutti: non si fanno discussioni religiose!”
“Hitler”. Mamma puntò il dito verso papà. “È proprio un Hitler! Non posso tenere figure di Gesù in casa mia, non posso far battezzare i miei bambini…”
“Non ricordarmi quel giorno d’infamia!”, gridò papà. “Traditrici! Quinta colonna! Gesuite!” Cisco fissava mio padre.
“Non impressionarti”. Tranquillamente Fred gli versò dell’anisetta nel caffé. “Fa così ogni volta che si ricorda del nostro battesimo”.
“Doppiogiochista!”, urlò papà a mia madre.
“Dittatore!”, gli strillò lei.
“Mia cugina Louise”, spiegai velocemente a Cisco, “rapì Fred e me quando io avevo dodici anni e ci fece battezzare”.
“Questa donna!”, papà puntò un dito accusatore verso mia madre e poi lo agitò davanti agli occhi di Cisco. “Questa donna è stata la traditrice!”
“È uno sporco dittatore!” Adesso era lei che puntava il dito accusatore verso mio padre e poi lo agitava davanti agli occhi di Cisco.
Cisco prese le dita contrapposte: “Beh, Signora Longhi, alla fin fine i suoi figli sono stati battezzati”.
“Ma troppo tardi!” Ritirò il dito. “Alcune iniezioni fanno effetto solo a qualcuno. Il battesimo funziona per il mio Freddie. Lui è un buon cattolico, ma…” e puntò il dito verso di me, “per questo figlio di puttana non funziona!”
Dal ridere, Gabrielle quasi cadde dalla sedia.
“E tu che ridi, ebrea?” Mamma cercava di trattenere le sue stesse risate.
“Basta!” Papà si alzò. “Tutti in terrazza! Dai, Cisco, suona la chitarra! Su fratelli…” cominciò a cantare l’inno socialista italiano mentre faceva strada. Mamma, a contrasto, cantava una litania in latino mentre lo seguiva lungo le scale.
“Cosa sta salmodiando?”, mi chiese Cisco mentre ci univamo alla processione.
“Sta dicendo nel suo latino ‘A tutti i suoi fottuti antenati – i morti e gli stramorti’ ”.
Ci sedemmo sulla terrazza a parlare, cantare e pian piano riprenderci dal pantagruelico pranzo di mamma. Papà e mamma raccontarono fatti dell’Italia. Cisco ci raccontò della California e di sua madre e sua sorella. […] Parlammo di tutto tranne che della guerra, finché venne l’ora di andare.
Papà disse, “Restate finché sorge la luna”.
Restammo, ma cambiò lo stato d’animo. Cisco cantò delle canzoni malinconiche come un mesto trovatore d’altri tempi, e mamma cantò delle antiche ninnananne.
Fred mi tirò da parte. “Devi stare attento – d’accordo?” Aveva gli occhi lucidi.
“E non dimenticare di guardare su e giù quando attraversi l’oceano”. Fred faceva una battuta di famiglia: quando eravamo bambini, mia madre mi raccomandava di guardare su e giù prima di attraversare la strada. Io eseguivo gli ordini di mia madre alla lettera. Non attraversavo se prima non avevo guardato su e giù: su al cielo e giù al marciapiedi. Fred mi mise in mano dieci dollari. “Tieni, per il tuo viaggio inaugurale. Volevo comprare una bottiglia di champagne da romperti in testa, ma ho pensato che avresti preferito i soldi”. Tentai di restituirglieli. “Prendili”, disse. “Noi riformati dell’esercito faremo fortuna con questa guerra”. Mi abbracciò forte, e io sentii la sua guancia umida sulla mia.
Papà mi salutò come un maresciallo che comanda l’esercitazione: “Forza e coraggio! Scrivi ogni settimana! Sii uomo!” Solo quando ci abbracciammo, la sua voce si incrinò. “Ricordati che ti vogliamo bene”.
L’addio di mia madre fu sorprendentemente freddo – le tre raffiche di dialetto napoletano che mi indirizzava sempre quando dovevo lasciare casa per più di un giorno. Erano come raffiche di mitragliatrice che mi trapassavano la schiena, e io facevo sempre la sceneggiata di incespicare come ferito a morte. Ma questa volta lo fece quando andai ad abbracciarla. Prima raffica: “Mit-tit-tu-ca-pott!” (Mettiti il cappotto!). Mi colpì alle viscere, e mi piegai in due. Seconda raffica: “Mas-ti-ca-bone!” (Mastica bene il cibo!). Incespicai verso di lei. Terza raffica: “Stat-ta-kort!” (Stai sempre attento). Le caddi in braccio. Nel baciarci mi fece scivolare in mano una medaglia. “Portala per me”, mi bisbigliò all’orecchio. “San Michele ti proteggerà”.
Gabrielle e io ci salutammo da soli fino a prima mattina, quando lei andò all’Empire State Building e io tornai all’arsenale galleggiante che mi aspettava a Red Hook.
(traduzione di Mariantonietta Di Sabato e Cosma Siani)
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«Vincent Jim Longhi nacque a New York nel 1916 da genitori pugliesi della provincia di Foggia – il padre di Lucera e la madre di Carpino – emigrati nove anni prima negli Stati Uniti, dove si conobbero e si sposarono. Jim si laureò in legge alla Columbia University, dopodiché ebbe un percorso di vita e di lavoro quanto mai imprevedibile, e perfino bizzarro: fu avvocato, sindacalista e politico, ma anche pugile, commerciante di calze da donna, soldato nella marina mercantile americana, cantante, e poi divenne anche scrittore e drammaturgo. Durante la seconda guerra mondiale si arruolò nella Marina Mercantile quasi costretto dai suoi amici Cisco Houston e Woody Guthrie, con i quali cantava e suonava la chitarra per intrattenere le truppe sulla nave a cui erano stati destinati. Longhi riporterà l’esperienza della guerra e dell’amicizia con i due cantanti folk molti anni dopo, nel 1997, nel suo unico romanzo, un’autobiografia intitolata Woody, Cisco & Me. Seamen Three in The Merchant Marine. È un racconto di coraggio e stenti, di sacrifici e di noia, di vita e di morte, in cui Longhi rivive, alternando ricordi allegri e infelici, il periodo passato in mare durante la guerra. Secondo la rivista americana “Publisher’s Weekly” il vero significato di questo romanzo di memorie sta nel fervente patriottismo della seconda guerra mondiale. Sia come sia, quest’opera valse a Longhi, nel 1998, il premio “The Independent Publisher Award” come miglior autobiografia. Finita la guerra Longhi riprese la sua attività di avvocato e divenne portavoce dei portuali di Brooklyn che, come lui stesso mi ha detto nel corso di una delle nostre conversazioni telefoniche, “erano trattati come bestie e la mafia controllava tutto”. […] Dopo molti tentativi falliti di una organizzazione sindacale dei portuali, nel 1946 Longhi si candidò al Congresso, mancando l’elezione per poche migliaia di voti. Nel 1948 ci riprovò, ma, come racconta Miller nella sua autobiografia, la sua eloquenza non sarebbe bastata per scalzare il suo avversario Rooney; era necessario “qualcosa di tanto grandioso da essere irrefutabile”. Longhi ebbe un’idea: si sarebbe recato in Sicilia e in Calabria a visitare le famiglie dei portuali di Brooklyn portando di persona i loro saluti in America, così da poter ottenere in cambio il voto, Miller lo accompagnò». (da: Mariantonietta Di Sabato, Un autore italoamericano: Jim Longhi, in “Frontiere”, Anno VI, numero 13, giugno 2006, pp. 4-9; il brano riportato è alle pagine 6-7). Jim Longhi è morto a New York il 23 novembre 2006.
Nella canzone Seamen Three, Woody Guthrie racconta l’esperienza narrata da Jim Longhi nella sua opera:
Seamen Three
Words and Music by Woody Guthrie
Copertina de libro “Woody, Cisco & Me”
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Shipped out to beat the fascists
Across the land and sea.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We outsung all o’ you Nazis
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We talked up for the NMU
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Outsung all o’ you finks and ginks
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Worked to haul that TNT
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
If you ever saw one you’d see all three
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Torpedoed twice and robbed with dice
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Not many pretty lasses did we miss
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Ocean’s still a-ringin’ with songs we sung
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
We fight and sing for the Willy McGhees
Across our lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Keep a-fightin’ and a-singin’ till the world gets free
Across my lands and seas.
We were seamen three,
Cisco, Jimmy and me;
Gonna keep workin’ and a-fightin’ for peace
Across my lands and seas.
—————————————
Zitani Rosa, nata il primo maggio del 1887 a Carpino, all’eta di 19 anni parte da Napoli ed arriva a Newyork con la Montevideo l’11 Apr 1907 insieme a suo fratello Michelantonio e sua sorella Raffaela. Ad accoglierli all’Ellis island è un altro loro fratello Francesco Zitani.
Destinazione Hoboken un comune situato sulla riva occidentale del fiume Hudson di fronte a Manhattan. Ma qualcosa non deve essere andata bene perchè Rosa Zitani il 12 novembre del 1907 sbarca nuovamente all’Ellis island con sua sorella Maria questa volta ad accoglierli c’è loro padre Giuseppe Longhi.
Il 29 ottobre del 1914 si sposa con Giuseppe Longhi nato a Lucera il 12 ottobre del 1884 e vanno a vivere nel Bronx al 710 E. 187th St.
Dai due, il 16 aprile del 1916, nasce Vincent e, il 10 agosto 1918, Alfred.
Rosa Zitani diventa cittadina americana il 13 gennaio del 1928 con certificato numero 2698540 ed è classificata come casalinga.
http://www.ciscohouston.com/books/longhi.shtml
http://www.ciscohouston.com/books/longhi_2.shtml
http://www.ciscohouston.com/books/longhi_3.shtml
http://www.woodyguthrie.org/norasnews/nn20061122.htm
http://www.poetidelparco.it/9_366_Vincent-Jim-Longhi-tra-Carpino-e-New-York-a-Gargano-Letteratura.html
http://www.legacy.com/guestbooks/nytimes/guestbook.aspx?n=vincent-longhi&pid=20031127&view=1

Il repertorio di Marchianò ci permette di gettare altre occhiate in questi primordi della produzione vernacola di Capitanata. Marchianò non mirava propriamente alla poesia in dialetto ma al patrimonio popolare. Calabrese (Macchia Albanese, Cosenza, 1860-Foggia 1921) dal 1894 insegnante di latino e greco al liceo “Lanza” di Foggia, si occupò dell’origine della favola greca, di tradizioni popolari albanesi, di etnografia e lingua traco-illirica, parte dei quali interessi ebbe sbocco a stampa (Marchianò 1984: XI-XII).
Stando a Foggia, andò raccogliendo testimonianze popolari relative ai comuni della provincia. Ne risultò un voluminoso manoscritto che antologizzava sia “Canzoni e poesie”, sia “Proverbi” da ben sedici località, postillato con cura dal raccoglitore, e pubblicato postumo solo nel 1984. Marchianò si servì di informatori e trascrittori residenti sui luoghi, e scrupolosamente ne annota i nomi e il contributo; si trattava a volte degli stessi autori dei componimenti, i quali ultimi appaiono specificati come tali (“componimento di…”); altre volte l’autore è dato come probabile (nella mia sintesi alla nota 1 ho segnalato tale incertezza con un punto interrogativo).
Nei casi di autore identificato come certo o probabile, è ragionevole pensare a un periodo di composizione esteso fra la seconda metà dell’Ottocento e i primi del Novecento. Ci troviamo di fronte a una fase antica della poesia dauna e ad autori non sappiamo se di raccolte o di versi sporadici. L’unico che, incluso da Marchianò, compaia anche in un altro repertorio (Sorrenti) è Filippo Bellizzi di Foggia; non solo, ma Sorrenti riporta lo stesso testo che troviamo in Marchianò, “N’or de notte (de vierne)”(Marchianò 1984: 7-10, Sorrenti 1962: 238-40. Le due versioni sembrerebbero attinte a fonti diverse, o manipolate dai curatori, perché presentano varianti (nella grafia e nella divisione in strofe). La versione Marchianò è data come stesura d’autore (tranne i versi 2-10, indicati come popolari), ed è definita canzonetta non popolare “ma popolareggiante composta da Filippo Bellizzi nel 1892” (postilla di Marchianò, p. 7). Un’altra composizione attribuita come probabile a F. Bellizzi si trova alle pp. 86-88, che riportano canti da San Marco in Lamis; a pag. xv l’anonimo prefatore del volume postumo di Marchianò dice: “La raccolta sammarchese si chiude con le Canzoni d’amore raccolte dal dialettologo foggiano F. Bellizzi, che le ha trascritte in maniera assai soddisfacente” (ma a dire il vero la trascrizione suona ben poco sammarchese).), bozzetto di paese con tipi di paese: campane, fruttivendoli, venditori ambulanti di scagliuzzi10. A fronte di tale mondo di Bellizzi, più vivace sembra quello della conterranea Elisa Giordano, attestato in un bozzetto a sfondo politico, “U suggialisto e la mugliera” (Marchianò 1984: 11), il cui argomento fa pensare, ma alla lontana e per contrario, al suo contemporaneo garganico Napolitano.
Scorrendo gli altri testi d’autore raccolti da Marchianò, ci imbattiamo in registri diversificati. M. Piccolo di Candela compone un canto rituale della Pasquetta riecheggiante le tradizionali strofette di Ognissanti che si cantano alla porta dei paesani per questuare cibo. Canti politici, databili ai primi del Novecento, troviamo a Deliceto, dove Gerardo De Stasio, “contadino”, firma una elementare “Satira” in cui contrappone l’operato della lega dei contadini alle malversazioni dei “camurriste” del consiglio comunale: Tutt’il poplë s’è riunito;
Una lega s’è formata,
Li signurë sonnë sdegnatë,
Ce la voglion fa sërrà.
(Marchianò 1984: 26).
[Tutto il popolo si è unito; / si è formata una lega, / i signori sono arrabbiati, / ce la
vogliono far chiudere. Trad. C. Siani.]
Toni ingenuamente arcadici troviamo in una serenata di Francesco Consiglio
a Panni, “Ngilella mia!”:
Lu riscignuolë ritorna a li vaddunë,
’Ncantà cu lu cantë sui ri campagnë;
E sgrezzà tutta la notte cu la lun,
Ch’eja bella com’a tè, Ngilella mia.
(Marchianò 1984: 41)
[L’usignolo ritorna nelle valli, / incanta i campi con il suo canto; / e scherza tutta la notte con la luna, / che è bella come te, mio bell’Angelo. Trad. C. Siani.]
Un allievo di Trinitapoli, Antonio Lionetti di Francesco, dedica al prof. Marchianò semplici strofette per il suo onomastico “in segno di stima”, datate 1909. E sono questi tutti gli autori di nostro interesse con certezza identificati nel pionieristico zibaldone di Michele Marchianò (Complessivamente, il lavoro raccoglie materiale da sette comuni garganici (San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Sannicandro, Monte Sant’Angelo, Carpino, Ischitella, Rodi) e otto comuni del Tavoliere e Subappennino (Foggia, Candela, Deliceto, Bovino, Monteleone, Panni, Trinitapoli, Troia). Il materiale più abbondante quanto a “Canzoni e poesie” viene da San Marco in Lamis, grazie largamente – si può supporre – alle presenza di Giustiniano Serrilli, informatore di Marchianò, e primo in Gargano e forse in Capitanata a pubblicare una raccolta dialettale, nel 1907 (Siani 2002: 13-15). Lo stesso per la sezione “Proverbi”, con un repertorio di 229 testi da San Marco, rispetto agli 8 da Foggia, 14 da Sannicandro, 45 da Monte, 52 da San Giovanni, 25 da Rodi, 9 da Monteleone.).
5. Il repertorio di Marchianò ci dà dunque idea d’una vaga fase originaria della poesia dauna, collocabile alla seconda metà dell’Ottocento. Nell’ambito di tali origini, non sarà fuori luogo ricordare di sfuggita l’episodio interessante della traduzione in vernacolo foggiano d’una breve novella del Boccaccio – cosa che in fondo rientra nel clima di albori dell’esercizio poetico in Capitanata –. È la versione della IX novella della prima giornata, quella del re di Cipri, dovuta al foggiano Giuseppe Villani Marchesani (1818-1897). Villani la effettuò nel 1874 su richiesta del lessicografo Pietro Fanfani, “suo amicissimo, che volle tentare in quell’epoca uno studio comparato su tutti i dialetti del regno”, e la si può leggere riprodotta nel repertorio di un altro Villani (1904: 1156-57).
Vengono tradotti i soli tre capoversi della storia in sé, ed è versione spigliata e vivace, e forse andrebbe studiata più estesamente: “[una gentil donna] da alcuni scelerati uomini villanamente fu oltraggiata”, “certe malazzionante se l’arrunzareno a la vastasegna”; “anzi infinite con vituperevole viltà a lui fattene sosteneva”, “ma se surchia quille ca le fanno a isso stesso, ca si uno lu piscia ’ncapo, manco se ne ncarica”; “rigidissimo persecutore divenne”, “addeventaje cume nu Rode”.
COSMA SIANI – La poesia dialettale in provincia di foggia tra tavoliere e subappenino dauno.
Fai clic per accedere a 02.Siani.pdf





Michele MARCHIANO’
Testi popolari di Capitanata. Canzoni, poesie e proverbi raccolti da Michele Marchianò, con appendice lessicale di Pasquale Piemontese. Foggia, Atlantica, 1984. 248 p.
L’attento raccoglitore di tanto prezioso materiale, edito nella collana “Fondi della Biblioteca Provinciale” e conservato sinora inedito tra i manoscritti dell’istituto culturale foggiano, è stato quel Michele Marchianò, illustre figura di studioso di letteratura greca antica ed albanese, originario di Cosenza, dove era nato nel 1860, il quale ebbe modo di avvicinarsi al dialetto ed alla poesia popolare dauna quando, nel 1894, giunse a Foggia, come docente di latino e greco presso il Liceo Classico “Vincenzo Lanza”. Da allora sino alla morte che lo colse l’otto dicembre 1921, non cessò mai di studiare le caratteristiche peculiari della produzione letteraria popolare della Capitanata e di raccoglierne appassionatamente gli esempi più illustri e significativi. Non è, quindi, un caso che i suoi Testi, ora, per la prima volta, pubblicati, contengano la documentazione più abbondante ed esemplare su quei fermenti culturali che, tra fine Ottocente primi del Novecento, presero a manifestarsi in alcune località della Capitanata dal Marchianò giudicate, nella sua analisi, i centri più vivacemente interessati dalla produzione folklorica di canti, poesie e proverbi.
In questa sua antologia, pertanto, si passa dai versi dei foggiani Filippo Bellizzi ed Elisa Giordano a quelli del Piccolo di Candela; alle poesie di Gerardo De Stasio e Consalvo di Taranto di Deliceto; ai componimenti del Pironti di Bovino; ai proverbi raccolti da un non meglio identificato “Lallino” di Monteleone di Puglia; alle sestine di Laurino di Troia; alle quartine di Antonio Lionetti di Trinitapoli; ai sonetti scritti da Francesco Mercaldi di San Giovanni Rotondo; alle strofe composte in dialetto sammarchese da Antonio Calvitto e Giustiniano Serrilli; ai proverbi sannicandresi raccolti da Giovanni Vocino; a quelli di Monte Sant’Angelo trascritti da Giuseppe d’Errico e Giuseppe Fischetti; alle ottave in endecasillabi di Carpino e di Ischitella conservate, rispettivamente, da Francesco Di Lella e Luigi Capuano; alle strofe di Rodi Garganico e Peschici trascritte, le prime, dal De Nunzio e dal Ruggiero, e le seconde da Achille Della Torre.
Una rassegna, dunque, questa del Marchianò, assai vasta e significativa, nella quale Foggia e la sua provincia sono ben rappresentate per quanto concerne la cultura popolare e le tradizioni più profondamente radicate nella vita quotidiana della gente: ha fatto, quindi, bene l’Amministrazione Provinciale di Capitanata a patrocinare la pubblicazione e ad inserirla nel suo progetto di ricostruzione e documentazione storico-culturale del territorio.
Il lavoro già di per sè interessante si completa, poi, con una appendice lessicale curata da Pasquale Piemontese, nella quale le voci dialettali più interessanti, riprodotte con scrupolo scientifico adottando correttamente i segni diacritici, vengono linguisticamente segnalate, esaminate e classificate, paese per paese, con l’indicazione delle variazioni lessicali che subiscono, di volta in volta, nei vari centri della Provincia.
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Regia di Maurizio Sciarra diretto da Maurizio Sciarra, prodotto da Fandango e Raitre, digitalizzato da MAD – Memorie Audiovisive della Daunia
Con Eugenio Bennato e i Cantori di Carpino
Andrea ha 89 anni, Antonio 80 e il più giovane, Antonio, 78. Tre cantanti di Carpino in provincia di Foggia. Tutti e tre lavorano nei campi e pascolano il bestiame, ma si sono sempre considerati dei cantanti di serenate, hanno composto e cantato sonetti che, secondo loro, “fanno innamorare”.
Il caso vuole che un giovane musicista di successo, Eugenio Bennato, senta un vecchio nastro registrato da un antropologo: “L’importante nella vita è avere una pista da seguire. Io la mia pista ce l’ho. Una pista musicale. Southern Italy and Islands. Un luogo lontanissimo. Perchè per noi ragazzi degli anni ’70 erano molto più vicine Memphis, Kingston in Giamaica, l’Africa, Woodstock. E invece questo Sud Italia era lontanissimo, questa Italia del sud con la sua musica sconosciuta, misteriosa. E questi luoghi così poco esotici, perlomeno dal nome, come Carpino. Questa è l’ultima salita che porta al paese. Era il ’72, venivo da Napoli, e il primo impatto con questa realtà così diversa era un mulo, che in controluce al tramonto saliva, in groppa un cavaliere seduto tipicamente alla carpinese, di lato, forse a tracolla aveva una chitarra battente. In ogni caso, questo andamento del mulo, questa scena, era già musica. Aveva un suo ritmo. Era una sorta di preavviso di Tarantella del Gargano.”
E nel centro del film s’intreccia un’altra storia: quella di tre teenager di Carpino che sciolgono il loro gruppo di punk-rock per seguire i tre cantanti, attratti dalla forza pura della tarantella.
Eccoli imparare la vecchia canzone. Un giorno saranno i cantanti di Carpino. Senza pretese o intellettualismi, i tre ragazzi disoccupati hanno riscoperto il significato della tarantella, l’antico ritmo nato come una danza che guarisce attraverso l’estasi. “È più forte di qualsiasi altra cosa, ti ipnotizza, ti cura”, dicono loro.
Nota/EDT 2012, pp. 144, Euro 25,00 Libro con 2 Cd
Allievo e collaboratore di Roberto Leydi nonché presidente e fondatore del Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata, Salvatore Villani, è da oltre trent’anni impegnato in una rigorosa ricerca sul campo sulle tradizioni musicali di Carpino (Fg). Part
LEGGE REGIONALE 22 ottobre 2012, n. 30
Art. 1 La Regione Puglia, in attuazione della convenzione Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, tutela e valorizza la memoria culturale delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale storicamente originatesi o attestatesi nei suoi territori e contribuisce allo sviluppo della pratica musicale promuovendo iniziative e facilitandone l’esercizio, al fine di garantirne la più ampia diffusione nell’ambito delle comunità locali.
Art. 2 Programma pluriennale di intervento
1. Al fine di coordinare in un quadro programmatico organico gli interventi regionali nel settore, la Giunta regionale, previo parere della Commissione consiliare competente, approva il programma triennale integrato di interventi nel settore della musica popolare e indica le risorse finanziarie da stanziare nei bilanci annuali di previsione in apposito capitolo di spesa.
Art. 3 Albo regionale
1. La Regione provvede a istituire un settore dell’albo regionale previsto dall’articolo 8 della legge regionale 29 aprile 2004, n. 6 (Norme organiche in materia di spettacolo e norme di disciplina transitoria delle attività culturali), a cui possono iscriversi i soggetti, costituiti in qualsiasi forma giuridica e senza scopo di lucro, che svolgano attività di musica e di danza popolare.
2. I requisiti e le procedure di iscrizione e di aggiornamento del predetto settore dell’Albo Regionale sono definiti con integrazione al regolamento regionale 13 aprile 2007, n. 11 (Regolamento delle attività in materia di spettacolo – legge regionale 29 aprile 2004, n. 6 – modalità e procedure di attuazione).
Art. 4 Contributi a favore di gruppi, associazioni e fondazioni
1. La Regione, sulla base della programmazione pluriennale di cui all’articolo 2, concede annualmente, in base alle risorse disponibili, contributi in favore dei gruppi, delle associazioni iscritte all’albo regionale di cui all’articolo 3 e delle fondazioni per:
a) l’acquisto, il miglioramento e il completamento di attrezzature musicali fisse e mobili, nella misura massima del 20 per cento della spesa ritenuta ammissibile;
b) lo svolgimento di attività culturali e di spettacolo fuori dai confini regionali, nella misura massima del 20 per cento della spesa ritenuta ammissibile;
c) la realizzazione di percorsi di formazione e approfondimento della conoscenza delle pratiche musicali e coreutiche tradizionali, con particolare attenzione al coinvolgimento degli anziani depositari dei saperi tradizionali, nella misura massima del 50 per cento della spesa ritenuta ammissibile;
d) la realizzazione di cd e dvd contenenti produzioni musicali originali dei gruppi, nella misura massima del 20 per cento della spesa ritenuta ammissibile.
Art. 5 Contributi a favore di enti locali
1. La Regione, sulla base della programmazione pluriennale di cui all’articolo 2, concede annualmente, in base alle risorse disponibili, contributi in favore degli enti locali singoli o associati per:
a) la realizzazione di archivi e biblioteche multimediali specializzati, anche a partire da percorsi di ricerca sul campo, in coordinamento e connessione con il sistema archivistico regionale e il sistema bibliotecario regionale, nella misura massima del 50 per cento della spesa ritenuta ammissibile;
b) la realizzazione di festival, raduni e analoghe iniziative di spettacolo nel campo delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale, anche in collaborazione con i soggetti associazionistici e privati operanti nel settore, nella misura massima del 30 per cento della spesa ritenuta ammissibile.
Art. 6 Contributi a favore dell’editoria specializzata
1. La Regione, sulla base della programmazione pluriennale di cui all’articolo 3, concede annualmente, in base alle risorse disponibili, contributi in favore di case editrici ed etichette discografiche per la pubblicazione di studi e ricerche nel campo delle tradizioni musicali e coreutiche della Puglia, con particolare attenzione alle opere multimediali che consentono l’ascolto diretto di registrazioni di interesse storico e risultato di ricerche di carattere antropologico, etnomusicologico ed etnocoreologico.
Art. 7 Adempimenti dei soggetti richiedenti i contributi
1. Entro il 30 novembre dell’anno precedente quello cui si riferisce l’attività, i soggetti iscritti all’albo regionale di cui all’articolo 3 devono presentare domanda, a mezzo raccomandata con AR, al Servizio regionale competente dalla quale risulti:
a) l’esatta denominazione e i dati fiscali del soggetto istante, la sede legale e organizzativa e il legale rappresentante;
b) il programma di attività dell’anno successivo a quello di presentazione della domanda ed eventualmente quelli di valenza pluriennale;
c) i preventivi di spesa articolati secondo quanto stabilito dall’articolo 4 al fine di valutare le relative ammissibilità ai contributi.
2. Entro il 30 novembre dell’anno precedente quello cui si riferisce l’attività, gli enti locali singoli o associati devono presentare domanda, a mezzo raccomandata con AR, al Servizio regionale competente dalla quale risulti:
a) l’esatta denominazione e i dati fiscali dell’ente, la sede legale e il legale rappresentante;
b) il progetto che si intende realizzare nell’anno successivo a quello di presentazione della domanda;
c) i preventivi di spesa articolati secondo quanto stabilito dall’articolo 5, al fine di valutare le relative ammissibilità ai contributi.
3. Entro il 30 novembre dell’anno precedente quello cui si riferisce l’attività, le case editrici e le etichette discografiche devono presentare domanda, a mezzo raccomanda con AR, al Servizio regionale competente dalla quale risulti:
a) l’esatta denominazione e i dati fiscali del soggetto istante, la sede legale e il legale rappresentante;
b) il progetto che si intende realizzare nell’anno successivo a quello di presentazione della domanda;
c) i preventivi di spesa articolati secondo quanto stabilito dall’articolo 6 al fine di valutare le relative ammissibilità ai contributi.
4. Ai fini del rispetto del termine di cui al comma 3 fa fede la data del timbro postale di spedizione.
5. Ciascun soggetto può presentare una sola domanda a valere sulla presente legge.
Art. 8 Adempimenti della Regione
1. Entro il 31 maggio di ogni anno la Giunta regionale approva, in base alle risorse disponibili, il piano annuale di attribuzione dei contributi ai soggetti che abbiano presentato regolare domanda con la richiesta documentazione di cui all’articolo 7.
2. La Regione, attraverso i propri uffici o delegando tale incarico ai Comuni, può svolgere la funzione amministrativa di controllo e la vigilanza sull’attuazione dei piani e dei programmi.
Art. 9 Divieto cumulabilità contributi
1. I soggetti iscritti all’albo dello spettacolo a norma della l.r. 6/2004, nonché i soggetti pubblici e privati che fruiscono di finanziamenti a qualsiasi titolo erogati in attuazione della l.r. 6/2004, anche a valere su fondi statali e dell’UE, non possono fruire dei benefici di cui alla presente legge.
Art. 10 Vincolo di destinazione dei contributi
1. I contributi di cui alla presente legge sono erogati per le finalità di cui agli articoli 4, 5 e 6 e non possono essere utilizzati per altre finalità.
2. I soggetti beneficiari, entro il 10 giugno dell’anno successivo, devono presentare il rendiconto consuntivo dell’attività finanziata, dal quale risulti anche ogni altro contributo eventualmente percepito a sostegno della stessa attività.
Art. 11 Finanziamento degli interventi
1. Agli oneri derivanti dalla presente legge si provvede con l’istituzione nel bilancio regionale autonomo dell’esercizio finanziario 2012, nell’ambito della UPB 4.1.1., dei seguenti capitoli di spesa:
a) n. 813071 “Contributi in favore di gruppi, associazioni e fondazioni per interventi regionali di tutela e valorizzazione delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale. Art. 4 l.r. n. 30 del 22/10/2012”, con una dotazione finanziaria per l’esercizio finanziario 2012, in termini di competenza e cassa, di euro 15 mila;
b) n. 813072 “Contributi in favore di enti locali per interventi regionali di tutela e valorizzazione delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale. Art. 5 l.r. n. 30 del 22/10/2012 ”, con una dotazione finanziaria per l’esercizio finanziario 2012, in termini di competenza e cassa, di euro 20 mila;
c) n. 813073 “Contributi in favore dell’editoria specializzata per interventi regionali di tutela e valorizzazione delle musiche e delle danze popolari di tradizione orale. Art. 6 l.r. n. 30 del 22/10/2012 ”, con una dotazione finanziaria per l’esercizio finanziario 2012, in termini di competenza e cassa, di euro 15 mila.
2. Per l’anno 2012 i nuovi capitoli di spesa di cui al comma 1 sono finanziati con prelevamento della somma complessiva di euro 50 mila dal capitolo 1110070, UPB 6.2.1., denominato “Fondo globale per il finanziamento di leggi regionali di spesa corrente in corso di adozione”.
3. Per gli esercizi successivi si provvede nei limiti degli stanziamenti previsti dalle leggi di bilancio annuali e pluriennali.
La presente legge è pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione ai sensi e per gli effetti dell’art. 53, comma 1 della L.R. 12/05/2004, n° 7 “Statuto della Regione Puglia”. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e farla osservare come legge della Regione Puglia.
Data a Bari, addì 22 ottobre 2012
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