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Il “modello Salento”, il “peso” della tradizione e le lacune della Capitanata

Dal blog di Vincenzo Santoro (del 21/02/2013)

La costruzione del mito Salento, modello anche per altre zone d’Italia. A colloquio con Vincenzo Santoro dell’ANCI
di Dorella Cianci
da L’Attacco, 21 febbraio 2013
“Sulle pianure del Sud del Sud non passa mai un sogno/ sostantivi e le capre senza musica”, questi versi del poeta salentino Vittorio Bodini potevano riferirsi ad un Salento di un po’ di tempo fa, non di certo a quello glamour di oggi, quello del turismo anche elitario e di un circuito internazionale. Della costruzione del mito Salento, modello anche per altre zone d’Italia, ci parla Vincenzo Santoro, responsabile dell’Ufficio Cultura dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, da anni impegnato nel recupero delle culture popolari nel Mezzogiorno, in particolare legate al Salento. Santoro rilascia un’intervista all’Attacco, iniziando la sua analisi dagli inizi della costruzione di questo mito, anzi da prima che divenisse un mito, da quando essere figli dei contadini “del Sud del Sud” voleva anche dire liberarsi dalle tradizioni popolari ed emanciparsi, migliorarsi, andar via, in alcuni casi.
Dal liberarsi delle proprie radici, dr. Santoro, fino a giungere ad un ritorno ad esse. Qual è il passaggio? Cosa vuol dire ad un certo punto essere salentini?
Ho studiato a Pisa all’università, figlio di commercianti a loro volta figli di contadini. Partivamo dal Salento verso una prestigiosa università, fondando anche movimenti studenteschi impegnati nel nuovo tessuto sociale nel quale ci ambientavamo. Venivamo educati dai nostri genitori ad un rifiuto, ad esempio, anche del dialetto, per crescere. Ad un certo punto, lontano dal Salento, mi sono imbattuto in una musica ‘altra’, una musica tradizionale, non ancora quella pugliese. Una musica che si proponeva come contemporanea ed era dialettale. Allora, fra gli anni ’80 inizi anni ’90, essere del Salento, ma anche di altre parti della Puglia, voleva dire sentirsi molto lontani, provenire da paesini di cui non si conoscevano neanche i nomi. Il mio era Alessano. Per far capire ai miei colleghi di università da dove provenivo citavo Santa Maria di Leuca, soltanto perché alcune volte la sua temperatura era indicata nelle previsioni meteorologiche. Si immagina oggi cos’è, nell’immaginario del Nord e non solo, Santa Maria di Leuca? Ad un tratto poi c’è stata la riscoperta di Ernesto De Martino da parte degli antropologici, la sua opera è circolata notevolmente. Il quotidiano Il Manifesto cominciò a porre l’attenzione su questi temi e in particolare sul Salento e così, pian piano, è cominciata la risalita della mia terra.
E la sua esperienza personale? Come si colloca all’interno di questa rivalutazione?
Nel ’97 mi candidai ad Alessano in una coalizione di centro-sinistra, vinsi le elezioni come consigliere comunale e ricevetti la delega alla cultura. Fu allora che cominciai a mettere in pratica, nel mio comune, in accordo con altri della mia zona, le letture degli anni pisani, la riscoperta della musica tradizionale come modello contemporaneo, un elemento di postmodernità del tutto inedito. In quegli anni uscì Il Pensiero Meridiano, una lettura lungimirante di Cassano, che per la prima volta guardava ai nostri territori anche come un modello per un vivere più umano, più lento, ma più profondo. Dal ’96 in poi si sono sagomate le identità meridiane della Grecía salentina, luogo da sempre molto sfortunato, che però ad un certo punto ha avuto l’intuizione di ripartire da quella sfortuna di bilinguismo e di marginalità geografica.
C’è un intellettuale che individua più di altri le potenzialità del Salento? Uno che per primo ha l’intuizione del rilancio?
Certamente i testi di Franco Cassano, ma non si può parlare di un solo intellettuale. Inizialmente il merito va a Rina Durante, ma la sua rivalutazione del Salento è soprattutto legata a motivi politici, a una doppia visione classe contadina/classe borghese. Il rilancio estetico-identitario invece è merito di Edoardo Winspeare con il famoso film Pizzicata. Ma dietro tutto questo non si può non pensare al poeta Bodini, il quale colloca nel Salento il fascino dell’altrove, di terre arse dal sole a metà strada fra l’Oriente e la luce dell’Andalusia. Questo oggi immaginano i turisti venendo da noi, mentre prima era un poso trascurato, al massimo meta di qualche intellettuale naïf.
La riscoperta antropologica delle radici come è percepita nel mondo accademico, a volte asfittico?
Sul mio blog (http://www.vincenzosantoro.it/dblog/) mi scrivono molti studenti appassionati all’argomento o magari tesisti in cerca di informazioni o bibliografia, ma dall’altra parte segnalo l’anomalia dell’assenza, negli atenei pugliesi e non solo, di corsi di etnomusicologia. Vi sono tuttavia molte pubblicazioni significative.
Tra queste pubblicazioni segnalo molte delle sue, fra cui Il ritorno della taranta, un percorso di “storia della rinascita della musica popolare”, dove lei cita anche una nota frase di Faulkner, “Il passato non è morto. In realtà non è nemmeno passato”. Come si giunge alla grandiosa manifestazione della Notte delle taranta?
Inizialmente si comincia collaborando fra comuni, fra cui io volli inserire anche Alessano, pur se collocato un po’ a margine geograficamente rispetto agli altri aderenti. Venivamo finanziati dai fondi per le minoranze linguistiche, poi con il governo Fitto riuscimmo ad ottenere appena mille euro. Con l’attenzione del governo Vendola, la manifestazione si è istituzionalizzata.
Immagino ci siano pregi e difetti.
Come in tutte le cose. Principalmente ci sono pregi, soprattutto nel grande motore economico che si è messo in moto, proprio sulla scia di quello che oggi propone il Manifesto della Cultura del Sole 24 Ore. Una felice sintesi di pubblico e privato. Io oggi non faccio più parte dell’organizzazione, sono un po’ critico verso l’eccessivo legame fra la manifestazione e la politica, quasi come se si fosse vittima di una certa impostazione data dal governo regionale.
Come mai nel foggiano questa spinta non parte? Eppure le potenzialità del Gargano, ad esempio, sono emerse prima del Salento e poi vi sono comunque manifestazioni importanti, penso a quella di Carpino.
Problema foggiano. Qua si rischia di diventare banali, ma ovviamente il problema è delle istituzioni, della politica che non riesce a valorizzare certe manifestazioni, come accade anche a Carpino. Il problema non è diventare contenitore di grandi nomi nazionali, la questione nel Salento è stata impostata diversamente. Si valorizzano le potenzialità del luogo e anche quando si invitano grandi nomi, specchietto per le allodole ovviamente, queste si devono adeguare al “modello Salento”, al suo progetto. Nel foggiano questo non accade, anche perché non c’è ancora un vero e proprio recupero delle radici e poi non si fa rete. Non la fanno gli alberghi, non si modernizzano i musei, penso per esempio a tutto quello che c’è a Lucera, eppure non si investe in comunicazione, elemento oggi fondamentale.
Con la sua attività nell’Anci riesce bene a monitorare la situazione culturale italiana, di posti piccoli e grandi. Cosa pensa di Cerignola?
Lì si dovrebbe trasformare la produzione dell’oliva in qualcosa di importante, mettendo insieme arte culinaria, cultura contadina, non per produrre sagre, ma per mettersi nel circolo di un certo turismo culturale, che passi anche per le bellezze di Cerignola, ma che sia poi transitante verso il Gargano o verso il turismo di San Giovanni Rotondo. Stando isolati certamente non accade nulla. Ovviamente c’è la Fiera del Libro, di questo mi è giunta notizia, un segnale ottimo per una cittadina senza librerie o con una sola libreria. Io non mi occupo di festival legati al libro, ma comunque mi sembra un segnale incoraggiante. Molto ci sarebbe da fare anche a Foggia.

Dal Salento a Roma. Lei è anche promotore di molte iniziative nella capitale legate alla cultura di Puglia, ponendo soprattutto l’accento sul Salento.
Presentiamo un gran numero di libri legati al tema, ma soprattutto organizzo, con Franca Tarantino, corsi di pizzica, i quali prevedono anche un corso teorico per capire cos’è il tarantismo vero e non solo le sue pallide imitazioni o la sua vulgata.
Se dovesse consigliare come accostarsi alle tradizioni del Salento, cosa consiglierebbe?
Nel mio ultimo libro sottolineo spesso la centralità del ruolo di Winspeare e del suo film. Winspeare si è formato in maniera cosmopolita ed è stato affascinato dalla cultura salentina, dalla sua cultura contadina, che stava scomparendo sotto i colpi del consumismo. Egli è profondamente segnato dagli Scritti corsari di Pasolini ed è rimasto fortemente attratto dal tarantismo, sui cui, nell’ ’89 realizza un documentario ancora molto artigianale, San Paolo e la tarantola, esperienza che gli permette di incontrare famosi cantori come Uccio Aloisi e Uccio Bandello di Cutrofiano. Egli smuove il Salento, come dicevo prima, ha le idee chiare: utilizzare la pizzica e il tarantismo come strumento di mobilitazione, come chiave per far ritrovare ai salentini la coscienza perduta della ricchezza della propria tradizione culturale. Questa chiave dovrebbe essere applicata anche in provincia di Foggia, un modo di promuovere la propria terra che sappia unire varie esperienze e realtà per un fine comune, “una coscienza del passato e una speranza per il futuro”:
Vincenzo Santoro è responsabile dell’Ufficio Cultura dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, impegnato da anni nel Mezzogiorno nell’organizzazione di iniziative circa le musiche popolari. Coniuga la sua attività romana all’Anci con la sua passione per le culture tradizionali, pubblicando diversi saggi, fra cui l’ultimo Il ritorno della taranta, pubblicato per i tipi di “Squi[libri]”, casa editrice romana dai temi ricercati. Il volume, con un prezioso cd allegato, ripercorre una storia non lontana nel tempo, una storia di “poco meno di quaranta anni fa”, come precisa Santoro, un modo per difendersi da quello che Pasolini chiamava “Genocidio culturale” della violenta modernizzazione. Santoro, attivo anche in corsi di pizzica (teorica e pratica) precisa: “Il movimento musicale salentino non è una eredità naturale e diretta di un passato ricco di tradizione, ma è il risultato di un’operazione di ri-costruzione, in cui una parte della tradizione è stata ripresa, modificata e adattata ad un consumo culturale del tutto contemporaneo”. Santoro ripercorre l’esperienza pisana negli ambienti della “Pantera”, un movimento studentesco molto attivo, prosegue con le suggestioni di Ernesto De Martino studiato all’istituto di Sesto Fiorentino, dove si esibì anche il poeta sindacalista Peppino Marotto. Ha condotto un’interessate ricognizione dal sapore quasi filologico delle vecchie e nuove feste di area salentina arrivando fino all’approdo perugino della taranta.
Pioniere della riscoperta, Santoro porta un po’ di Puglia nella Capitale e non solo, infatti i suoi libri son stati presentati in varie zone d’Italia, ma anche in Svizzera.
Collabora al bimestrale pubblicato dall’ANCI, dove spesso analizza lo stato di salute della cultura nei Comuni, soprattutto del Mezzogiorno.

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