Carpino abita una collina vista lago e da lì ama perdersi a guardare lontano le vaste distese di uliveti. Arrivo con mia moglie in auto e ci fermiamo davanti all’ampia balconata del bar della piazza centrale, dove Alessandro Sinigagliese, un cordiale giovanottone dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival, ha stabilito il luogo dell’incontro.
E lì era ad attendermi Antonio Piccininno, l’ultimo erede dei cantori di Carpino. Appena mi vede, con tanto di block notes e registratore tra le mani, solleva dalla sedia le sue gambe lunghissime, per mostrare una gentilezza nel volto e nei modi che riesce a metterci subito a nostro agio. Gli dico cosa intendo fare e lui ci propone di appartarci su un gradone che percorre tutto un lato di quella sorta di terrazza antistante il bar. Ma io gli chiedo di andare più in là, dove può far da corona una bella rampicante fiorita. Però, prima di sederci gli scatto qualche foto. E lui non si fa pregare, mostrandosi già abituato a simili approcci. Quindi pigio sul tasto del registratore per avviare l’intervista.
Senti Antonio, so che di solito ti rivolgono domande riguardanti i canti che tu porti in giro per il mondo. Io invece vorrei prima sapere qualcosa della tua infanzia.
Devi sapere che io sono nato il 1916 e a due anni ho perso la mamma ed il papà, morti per l’influenza spagnola. Così, rimasto orfano, fui affidato ai miei nonni materni. Ma i tempi di allora erano cattivi, c’era la fame, così a otto anni mi hanno mandato al bosco a guardare le pecore. Qui vi erano delle persone adulte che si tramandavano questi canti popolari. Erano solo canti orali ed io, non avendo altro da fare, passavo il tempo a cantarli, mentre guardavo le pecore. Quando poi sono diventato grandicello, ho lasciato il mestiere del pastore e mi sono dedicato alla coltura dei campi…
Come contadino o bracciante?
Come bracciante, perciò non stavo sempre in un posto, ma giravo per le campagne. Lì, a sera, si usava che quando un ragazzo s’innamorava di una ragazza faceva portare la serenata. Quindi quasi ogni sera venivo chiamato, ora per portare la serenata ad una ragazza, ora ad un’altra e siccome cantavo bene le richieste non mancavano. Mi chiamavano non solo i giovanotti in amore, ma anche ai matrimoni, al carnevale, durante la raccolta delle ulive, del grano, secondo le usanze della nostra zona. Così ci divertivamo.
A parte questo, c’erano allora nelle campagne di Carpino lotte bracciantili per la terra, per migliori salari, per migliorare le vostre condizioni di lavoro?
Eh, le cose allora non erano belle. Chi aveva qualche pezzo di terreno se lo teneva stretto, ma non dava molti soldi agli operai. Non avevamo luce, né acqua, che ci toccava prendere lontano in qualche campagna dov’e c’era.
Quindi voi non partecipavate alle grandi lotte per la terra, non conoscevate, ad esempio Giuseppe Di Vittorio?
No, no. Sentivamo parlare del suo impegno per i braccianti, ma da queste parti non si è visto.
A questo proposito, siccome Matteo Salvatore s’interessava nei suoi canti popolari soprattutto della situazione di oppressione nelle campagne e nei piccoli borghi rurali, mi vuoi spiegare quali furono i tuoi rapporti con lui.
Io ho conosciuto Matteo Salvatore tramite Teresa De Sio. Abbiamo fatto pure dei filmati insieme e l’anno scorso c’è stata una serata in suo onore ad Apricena, a quattro anni dalla morte. Abbiamo cantato al teatro davanti a sua figlia e a tutta la popolazione. Ho cantato con lui non moltissime volte, in tutto una quindicina. Lui ha il suo repertorio, io il mio, che è prevalentemente d’amore.
Insomma i canti d’amore ti hanno accompagnato per tutta la vita?
Non per tutta la vita. Questi canti li abbiamo portati avanti fino all’inizio dell’ultima guerra mondiale. Poi gli uomini sono andati tutti via. Dopo la guerra ci siamo ritrovati col grammofono, la radio e più tardi anche con la televisione, per cui i nostri canti sono stati messi da parte. Ognuno si è lanciato sulla modernità e quindi il ricordo dei canti e delle povere musiche spontanee si è perso. Però io ed altri abbiamo sempre tenuta attiva la fiamma dell’antichità, fino a che non è venuto a trovarci un giorno un uomo di spettacolo di Bologna che ci ha scoperto. Poi sono venuti Eugenio Bennato, Teresa De Sio e De Simone di Napoli e tutti sono stati interessati ai nostri canti, si sono presi i testi, i nostri nomi, ci hanno fatto le foto e se ne sono andati.
Così è arrivato il successo…
Macchè. Per alcuni anni non li abbiamo più visti né sentiti. Dopo sette otto anni ci hanno chiamati e siamo andati a Milano. Dopo Milano siamo andati a Napoli, al teatro “De Filippo”. E finalmente si è rifatto vivo anche Eugenio Bennato e quando lo abbiamo visto lo abbiamo rimproverato perché dopo averci promesso tanto non si era fatto più vedere. Lui si è scusato e ci ha avvertiti che voleva portarci con lui a Roma. E per diverse volte abbiamo fatto su e giù da Carpino a Napoli e a Roma per esibirci. In questo via vai la gente ha cominciato a conoscerci ed hanno preso ad invitarci con Bennato o senza Bennato. Poi ci siamo allargati e siamo usciti anche fuori dall’Italia. Siamo stati a Gerusalemme, siamo stati a Nazareth, insomma, in tutti i posti più belli del mondo. Abbiamo anche cantato a Tel Aviv, a Berlino, a Norinberga, a Bruxelles, a Barcellona, a Dubrovnik ed in moltissime città d’Italia. Insomma abbiamo passato un anno intero cantando.
Naturalmente in queste tournee non andavi da solo?
Andavo con i miei amici cantori, Andrea Sacco, Antonio Maccarone e qualche altro. Poi i compagni miei si sono fatti più anziani e allora si sono avvicinati dei giovani che volevano imparare come si canta per portare avanti gli antichi canti di Carpino. Ed ora è da una quindicina d’anni che giro l’Italia con questi giovani, tant’è vero che il 19 aprile passato siamo stati a Torino con i ragazzi a ritirare un premio, così cerchiamo ancora di portare avanti la nostra tradizione…
Senti Antonio, per tenere a mente i canti di Carpino hai dovuti scriverli. Quindi sei andato a scuola.
No, io a scuola non ci sono andato quando era il tempo, perché impegnato con le pecore e la vita di campagna. Però quando mi sono fatto grande sono andato qualche anno alla scuola serale. Ma già quando guardavo le pecore tenevo la penna ed il quaderno. Le persone mi dicevano di scrivere qualcosa, ad esempio scrivi Carpino, scrivi Foggia ed io scrivevo qualunque cosa mi dicevano e poi l’imparavo, così piano piano ho imparato a fare qualche cosa, non un granché, ma qualche cosa, le cose mie le so fare…
Allora in un primo momento ti sei avvalso del ricordo orale, poi invece piano piano ti sei esercitato…
Veramente tren’anni fa venne da Monte Sant’Angelo il professore Francesco Nasuti, che si occupa di teatro, e mi disse: “Antonio visto che sei abbastanza appassionato di canti antichi, perché non fai la raccolta di tutti i canti paesani”. Così io mi sono messo in giro per il paese e agli uomini più anziani domandavo: “Sai qualche canzone paesana?”, riuscendo a raccogliere due o trecento canzoni, che ho passato al professore Nasuti e lui ne ha fatto un libro.
C’è qualche canto che hai composto tu?
No, io sono solo cantante.
Nei tuoi canti spesso è presente il tema della donna…
Sì, è vero. Ma i canti popolari sono soprattutto dedicati alla donna. I nostri canti sono canti d’amore, che il giovane rivolge alla donna di cui è innamorato.
E com’era, ai tuoi tempi, il rapporto tra uomo e donna?
Eh, non era come oggi. Innanzitutto ai miei tempi l’uomo non la poteva vedere la propria ragazza realmente. La vedeva solo da lontano, quando quella andava in chiesa; qualche volta la vedeva un po’ di contrabbando, ma raramente perché se questo accadeva si riempiva il paese e per non farsi parlare ognuno si manteneva, dovendo conservare l’onestà fino al matrimonio. Io per esempio mi sono sposato a vent’anni e mia moglie ne aveva diciotto. Ho conosciuto mia moglie solo dopo il matrimonio. Prima non ci ho mai parlato.
Ma davvero?
Sì, le ho fatto solo la dichiarazione d’amore.
Ah, almeno quella l’hai rivolta a lei?
No, a lei no. L’ho fatta ad una zia, che abitava lì vicino, quella ha portato l’ambasciata, mi ha dato la risposta di sì e poi abbiamo preso a scriverci, sempre tramite la zia che dava la lettera alla mia fidanzata che mi rispondeva tramite questa donna….
Eh, però qualche contatto pure sfuggiva…
No, no, no, no, niente! Non ci ho mai parlato, solo la vedevo in chiesa o quando andava in campagna, perché tutti allora lavoravano, anche le donne. La mattina qui era una fiera, uomini e animali tutti in movimento per dirigersi alla campagna. In città rimanevano solo i cucitori, i barbieri e qualche negoziante. Il resto del paese, tutto in campagna. Quando poi ci siamo sposati, dopo la festa ci hanno portato alla casa nuova, sono venuti i compagni miei per la serenata e, quando sono andati via chiudendo la porta, io ci ho tirato giù la sbarra. Allora sono andato da lei, che stava pensierosa perché si vergognava, e presi ad accarezzarla, poi piano piano cominciai a toglierle qualche indumento da dosso e così, una volta spogliata, abbiamo fatto l’amore.
Ah!
Embè!
Antonio ho visto che suoni benissimo le nacchere. Chi ti ha insegnato?
Le nacchere sono uno strumento che si è sempre suonato. Io non saprei cantare senza le nacchere, perché quelle danno il tono al canto. Però la musica non me l’ha insegnata nessuno. Io sono un cantore con nacchere ed è l’uso che mi ha insegnato a suonarle; so anche fare qualcosa con la chitarra battente, però non sono bravo.
Hai cantato parecchie volte con Eugenio Bennato?
Eh, ho cantato tante volte. Ultimamente ho cantato insieme a lui a San Vito dei Normanni. E ho cantato pure con Teresa De Sio, parecchie volte. Purtroppo non posso cantare più con i miei vecchi amici cantori. Tutti deceduti. È morto prima Andrea Sacco, poi Maccarone, l’anno scorso.
Essere rimasto l’ultimo dei cantori di Carpino ti fa ricordare con nostalgia i tempi passati?
Sì, mi dispiace per i compagni che non ci sono. Ma io non mi faccio prendere dalla nostalgia perché ho sempre voglia di cantare, se fosse possibile vorrei cantare tutte le sere, quello è il mio divertimento.
Però Antonio, ora occorre lanciare nei canti anche qualche giovane bravo di Carpino.
Mo’ ti voglio dire una cosa. I giovani amano sentire i canti popolari, ma non amano impegnarsi molto in questo lavoro. Qualche donna invece si sente cantare bene. Io sono anche stato chiamato parecchie volte a scuola per insegnare qualcosa ai ragazzi e farli appassionare ai canti della tradizione. Il mio desiderio è che i giovani portino avanti i nostri canti popolari.
Un’ultima domanda. La bellissima Ninna Nanna di Carpino, secondo te, com’è nata?
Ascolta. A Carpino non tutte le madri avevano una culla. Allora chi non ce l’aveva, usava una mezza sedia, si metteva il figlio in braccio e cantava la ninna nanna, facendo avanti e dietro sulle gambette di legno fino ad addormentare il bambino. Questa ninna nanna io la canto sempre, l’ho imparata da bambino e non manco mai, mai, mai di cantarla.
Quando te la sento cantare mi faccio prendere dalla commozione…
E pure io. Mentre la canto devo stare attento giacché sono in pubblico e se non mi trattengo mi scappa il pianto… perché mi ricordo che sono vissuto senza la mamma e a me la ninna nanna non me l’ha mai cantata nessuno.
Finisce qui, con il fazzoletto che raccoglie le lacrime di un uomo buono, la mia intervista ad Antonio Piccininno, 95 anni (luglio 2011), ultimo cantore di Carpino, memoria storica della tradizione popolare. Sto per augurargli lunga vita fino a cent’anni, ma per lui non posso farlo e debbo allungarla almeno fino a centocinquanta. Con la fibra e la lucidità che si ritrova potrebbe anche arrivarci.
Ritmi mediterranei, sonetti provenzali, suggestive serenate, tenere ninne nanne, lo struggente planctus Mariae del Giovedì santo: sono i motivi suonati dai Cantori di Carpino.
Nel loro repertorio si ritrovano i vari generi di tarantella tipici della zona del Gargano. Dalla Montanara, eseguita in tonalità minore, alla Rodianella squillante in tonalità maggiore, per finire alla Viestasana. L’esecuzione dei Cantori s’impone all’attenzione degli ascoltatori per il suo carattere estemporaneo, che lascia trasparire come questi canti sgorghino naturalmente dalla vita di campagna, nutrendosi della sua ritualità.
Questa musica, pur conservando l’essenza delle sue antiche radici, riesce anche a manifestare un incredibile carattere contemporaneo. I Cantori di Carpino all’occorrenza si riuniscono per prestare la loro opera anche per le semplici serenate e le feste di paese.
Per l’autenticità e il valore culturale del loro lavoro sono stati contattati, fin dagli anni ’50, da studiosi di tradizioni popolari, i quali hanno iniziato un lavoro di approfondimento dei contenuti e dello stile di alcune forme musicali garganiche.
Sulle ali dell’angelo dal Gargano all’Europa / Bari – Gelsorosso, 2008.
Premiata di recente con la medaglia del Presidente della Repubblica a riconoscimento della sua lunga carriera cinematografica, Cecilia Mangini è considerata da molti la “madre” del cinema documentario italiano. Fin dall’esordio alla fine degli anni Cinquanta, la regista pugliese ha caratterizzato infatti il suo lavoro al cinema con un costante interesse alle problematiche sociali unito ad un sentimento di partecipazione politica e umana alle vicende degli ultimi, riuscendo a tracciare, negli anni del nascente boom economico, un ritratto inedito del nostro Paese. Nasce così la collaborazione con Pier Paolo Pasolini, con cui realizza due documentari che raccontano le grandi periferie della capitale, Ignoti alla città (1958), La canta delle marane e Stendalì – Suonano ancora (1960), girato in un piccolo paese di lingua grika del Salento, Martano, che ricostruisce uno degli ultimi esempi di lamentazione funebre.
Affascinata dallo straordinario e personale modo di Dassin di “trattare” il Realismo nel 1959 fu redattrice di un libro sul Film “La Legge”, in cui racconta l’esperienza italiana del regista francese.
Cecilia Mangini ha esplorato in trent’anni la condizione delle lavoratrici di Essere donne, mediometraggio del 1965: tabacchine, braccianti, emigranti che vedevano nella fabbrica un salto di qualità per la propria esistenza; con Brindisi ’66 (1966), l’impatto del grande petrolchimico Monteshell sulla città di Brindisi e la nascita di una classe operaia, accompagnando nelle sue lunghe fughe in motorino, Tommaso (1965), giovane brindisino con il sogno di entrare nella grande fabbrica appena impiantata. Il mito della boxe, occasione per uscire da una condizione di marginalità, in Domani vincerò (1969), il rischio di un ritorno della dittatura nel nostro Paese, con il celebre All’armi siam fascisti, fino a Comizi d’amore ’80, lunga inchiesta in cui si traccia uno straordinario affresco dei cambiamenti di mentalità in materie come l’amore e la sessualità.
Frate francescano, compositore di musica sacra, etnomusicologo, autore nel 1966 della Raccolta 104 degli Archivi di Etnomusicologia dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, un’incredibile testimonianza storica della cultura e della musica popolare agro-pastorale del Gargano.
(Ischitella 1.10.1921, Fiesole 22.1.2014)
Ritorna sul Gargano la famosa “Raccolta 104″, rilavamento sonoro dei canti e delle musiche popolari del Gargano, effettuato nel lontano 1966 da Padre Remigio de Cristofaro, originario di Ischitella, per conto del Centro Nazionale Studi di Musica Popolare di Roma e della Rai – Radio Televisione Italiana. E’ lo stesso padre francescano, guardiano del Convento dell’Osservanza in quel Siena ed esperto etnomusicologo e compositore di musica sacra, oggi ottantacinquenne, a donarlo al Centro Studi di Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata, diretto dal ricercatore Salvatore Villani. La consegna delle bobine è avvenuta l’altra mattina in quel di Siena, alla presenza dei soci del sodalizio, dello stesso Villani e del costruttore di chitarre battenti di Carpino, Rocco Cozzola. La raccolta, come spiega lo stesso de Cristofaro, che quest’anno sarà premiato nel corso dell’edizione 2005 del Tarantella Fest Gargano (24 luglio – 20 agosto), contiene un centinaio di brani registrati in quasi tutti i centri della Montagna del Sole (fatta eccezione per Carpino, Cagnano, Lesina, Tremiti e San Marco in Lamis). Rientrano, invece, nella “Raccolta 104″ i canti e le musiche di Ischitella, San Giovanni Rotondo, Rignano Garganico, Sannicandro, Vico del Gargano, Rodi Garganico, Vieste, Peschici, Mattinata, Monte Sant’Angelo e Manfredonia. Dal 26 settembre 1966 al 5 ottobre dello stesso anno sono state registrate le voce e le musiche di tanti informatori (quasi tutti scomparsi), portatori diretti di una tradizione popolare che rischia di sparire nei meandri della dimenticanza e nella caoticità della riproposta. Tra gli altri sono stati immortalati nella “Raccolta 104″: Antonietta Del Duca (Vieste), Giulio D’Errico (Peschici), Michele Stuppiello e Alberto Cavallini (Monte Sant’Angelo), Rosa Civitavecchia e Francesco Turzo (Sannicandro Garganico), Francesco Della Malva e Pietro Lombardi (Vico del Gargano), Lilla D’Errico (Rodi Garganico), Maria Moritti, Lucrezia Rinaldi, Giuseppe Pepe e Colomba Coccia (Ischitella), Rocco Bettua, Rosa Tancredi e Michele Saracino (Rignano Garganico), Salvatore Ricciardi, Luigi Longo, Antonietta De Padova, Arcangela Marchesani e Domenico Rinaldi (San Giovanni Rotondo), Donato Del Vecchio e Elisabetta Rignanese (Manfredonia), Matteo Di Mauro, Raffaele Silvestri e Michele Ciccone (Mattinata). Nella raccolta rientrano anche due “vaccari anonimi” della Foresta Umbra, incontrati per caso in una radura. L’intera “impresa” è durata 10 giorni. Le registrazioni originali, non sono mai state trasmesse per radio, ma conservate, gelosamente, negli archivi del Centro Nazionale Studi di Musica Popolare e da qualche giorno in quelli del Centro Studi di Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata (Rignano Garganico). Per concludere, quella di Padre de Cristofaro è senza ombra di dubbi la più completa raccolta ralizzata sul Promontorio (altre sono state effettuate da Alan Lomax e Diego Carpitella nel 1954 e da Ernesto De Martino e Carpitella nel 1958)
Angelo Del Vecchio per Garganopress, 2005.
La Puglia ha saputo porsi negli ultimi 20 anni come un territorio in controtendenza rispetto al resto del Meridione. Ma occorre che si interroghi su cosa farà da grande
Alessandro Leogrande Corriere del Mezzogiorno del 18 novembre 2013
Per capire le molte sfumature della Puglia contemporanea bisogna andare con la mente al 1991, anno-spartiacque che segna il collasso del vecchio sistema e l’inizio di qualcosa di nuovo. Come ha scritto Franco Cassano in un libretto pubblicato una quindicina di anni fa, Mal di Levante, è intorno a due eventi avvenuti in quell’anno fatidico a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro, lo sbarco dei ventimila albanesi nel porto di Bari in agosto e il rogo del teatro Petruzzelli in ottobre, che si dipana il rapporto dell’Italia sud-orientale con la post-modernità. Ed è interessante notare come alcune opere recenti si interroghino ancora su quegli accadimenti cruciali, a oltre vent’anni di distanza. Nel cinema, Daniele Vicari con «La nave dolce» e Roland Sejko con «Anija (La nave») hanno raccontato l’approdo della Vlora e il successivo trasferimento di quella ingente massa umana all’interno dello Stadio della Vittoria. Più in generale, i due film hanno raccontato il tracollo del regime stalinista albanese e il successivo irrompere dei boat people nel nostro immaginario collettivo. Tale evento, come più volte ricordato, segna la caduta del Muro di Berlino nell’Europa meridionale, un evento dalla portata geopolitica che non può essere ridotto al solo fenomeno migratorio verso le nostre coste, benché esso sia una delle conseguenze più visibili.
In letteratura, l’ultimo romanzo di Antonella Lattanzi, Prima che tu mi tradisca (appena edito da Einaudi), parte proprio dal rogo del Petruzzelli, da quello che Cassano indicava come «il segno di una crisi dura, innegabile, profonda delle classi dirigenti della città», per scandagliare la vita di due adolescenti che crescono «dopo» quei fatti.
Ci si interroga ancora sui due Eventi, benché nel ventennio successivo la Puglia sia molto mutata, perché tale mutazione — come testimoniato anche da altre opere non solo appartenenti al campo cinematografico e letterario — in un certo senso ha a che fare con essi. Se negli ultimi anni si è spesso parlato di rinascimento pugliese, lo si deve ad alcuni fattori di cui quegli eventi e le loro conseguenze (innanzitutto, una nuova presa di coscienza) possono essere percepiti come punte dell’iceberg. Caduto il Muro, la Puglia è tornata a essere una porta conficcata nell’Adriatico. Da periferia della periferia dell’Impero occidentale, è ridiventata crocevia tra Est e Ovest. Il meglio della cosiddetta «primavera pugliese», non solo nel campo delle arti, è riuscita a cogliere tale apertura verso oriente. Soprattutto ha compreso che l’Adriatico può essere uno dei mari- chiave dell’Europa. Quanto al rogo, molte delle migliori energie successivamente liberate a Bari (e non solo a Bari) sono nate dalla constatazione che il territorio regionale andava liberato dalle pulsioni autodistruttive.
Cosa rimane oggi di questa energia che ha reso la Puglia innegabilmente cool agli occhi dei non pugliesi, e che ha fatto parlare di riscatto di questa parte di Sud, proprio nel momento in cui Napoli, Palermo e più in generale il Meridione tirrenico parevano annaspare e avvitarsi su se stessi?
A prima vista tanto. Tuttavia credo che la «primavera pugliese» debba interrogarsi su cosa farà da grande. Essa ha in parte influito, a suo tempo, sul nuovo corso politico tracciato dal successo di Nichi Vendola alle elezioni regionali nel 2005; e in parte è stata sostenuta — non certo diretta — da alcune misure prese dal governo regionale, specie nell’ambito delle politiche giovanili e culturali. Più in generale c’è stato un rapporto dialettico tra le due cose, non univoco, anche se esso non può certo spiegare da solo l’enigma della «primavera». Oggi si è davanti a un bivio e, per evitare che nei prossimi anni quanto di buono è stato seminato o creato o vi è nato spontaneamente possa andare disperso, occorrerà tenere a mente alcune cose.
La prima è che le primavere non sono eterne. Per evitare i grigi autunni e i rigidi inverni, bisognerebbe irrobustire gli spazi di autonomia e porsi — come dicevo — il problema della maturità. Dopo l’innegabile rottura, il decisivo primo passo, vanno create le condizioni perché i passi successivi, più complessi, non siano ostacolati.
La seconda è che la crisi economica che colpisce l’intero Mezzogiorno (come riportato ad esempio dagli ultimi due Rapporti dello Svimez) interessa anche la Puglia. Gli indici di disoccupazione giovanile e di desertificazione produttiva sono notevoli. Decine di migliaia di ragazzi vanno fuori in cerca di lavoro e non tornano più.
Dagli anni novanta in poi, spesso quando si è parlato dei Sud (al plurale) si è adottata la metafora della pelle di leopardo. Il Sud non è tutto uguale, si diceva: accanto al solito degrado, al solito sconquasso, vi sono aree di eccellenza, aree che si sottraggono al pantano. Molte di queste aree erano pugliesi. In parte lo sono ancora oggi; però andrebbe capito che, di fronte a una crisi dura come quella che si sta attraversando, le oasi si stanno indebolendo. In assenza di un progetto di lungo periodo (che dia sostegno, ad esempio, alle imprese innovative, ai distretti virtuosi), sono aggredite dall’avanzare del deserto.
Di questo sguardo di lungo periodo ha bisogno, ad esempio, anche la crisi pugliese più nota: quella della città di Taranto. Non è solo una crisi industrial- ambientale, quella jonica. È una crisi di sistema che affonda le sue radici nell’ultimo trentennio. In un celebre reportage apparso sul Corriere nel 1979, Walter Tobagi colse perfettamente i nodi irrisolti dello sviluppo industriale nel Sud, il rischio che le «cattedrali nel deserto» (dopo aver amalgamato una stramba classe operaia fatta di «metalmezzadri», in bilico tra città e campagna) potessero rimanere tali, anziché alimentare un indotto produttivo intorno a loro. Ancora oggi, il futuro di Taranto, altra faccia della medaglia rispetto alla Puglia adriatica, si gioca intorno a tale nodo irrisolto. Non basta garantire alla città una complicatissima via d’uscita dal disastro ambientale, che tenga insieme lavoro e salute. Occorre gettare le basi per una fuoriuscita da quella che in riva allo Jonio viene spesso additata come «monocultura siderurgica». Anche accanto a una fabbrica trasformata, occorre fare altro. Purtroppo gli enormi ritardi nel completamento dei lavori infrastrutturali del porto, le recenti crisi della Vestas (che produce turbine eoliche) e di Marcegaglia (che qui produce pannelli fotovoltaici), rivelano quanto tutto ciò sia complicato.
Ma la Puglia, non può certo essere ridotta alle evoluzioni o involuzioni delle sue due città più grandi. La sua peculiarità è nella complessità, nella poliedricità delle sue molte province, nella vitalità dei borghi di media grandezza. Il Salento, ad esempio, è entrato nel ventunesimo secolo puntando sul nesso turismo-cultura.
Non tutto è andato per il verso giusto. Come già lamentava la scrittrice Rina Durante negli anni novanta, la fisionomia di molti piccoli paesi è profondamente mutata, alcuni angoli di costa sono stati saccheggiati. Tuttavia, nel complesso, in Salento molto più che altrove, la bianca pietra di Puglia ha resistito eroicamente ai possibili assalti del brutto. A ogni angolo, specie seguendo gli itinerari meno battuti, è possibile imbattersi in quei segni della «antica armonia» di cui parlava Cesare Brandi. Anche qui, quando si è favorito il turismo senza cedere alla «monocultura turistica», invasiva quanto fragile, il territorio non è stato stravolto.
Non solo. Da Otranto ad Acaya a Melpignano a Carpino, così come da Conversano a Polignano a Mare, la Puglia è attraversata da intelligenti festival culturali, che non si limitano unicamente alla rilettura del proprio passato. Al contrario, hanno svolto e svolgono una costante opera di collegamento tra la Puglia e il resto d’Italia, la Puglia e l’Europa, la Puglia e l’altra sponda dell’Adriatico, molto più che nei decenni precedenti. Il riscatto pugliese è nato anche da qui. Ho sempre pensato che il rapporto con il passato, ad esempio con i canti e i balli generati dalla tradizione contadina, come la pizzica, debba essere liberato da una doppia tenaglia, un doppio rischio. Da una parte il rischio di esaltare acriticamente quella tradizione, scivolando in un passatismo nostalgico, privo di increspature. Dall’altra il rischio di edulcorare quella stessa tradizione, riducendola a una componente dell’eterno presente levantino, celando in realtà proprio il mondo che quella cultura ha prodotto.
Ogni tanto occorre spazzolare la storia contropelo. La più grande definizione dell’essenza pugliese l’ha data probabilmente Carmelo Bene, anche se — a dirla tutta — quando parlava di «sud del sud d’Italia» (la «sua» Mancha) intendeva più il Salento che l’intera Puglia. «Abbiamo avuto la Magna Grecia e l’Islam», diceva Bene. «È tutto un fatto speciale, un fatto a sé, una cultura-bordello con un cattolicesimo tollerante che poggia sul vuoto».
Quanto rimane di questo bordello tollerante che poggia sul vuoto? Quanto rimane della sua anima profonda, che per secoli ha impregnato le pietre delle chiese e dei palazzi, e finanche quelle dei muretti a secco che costeggiano i campi?
Hussein, 35 anni, è arrivato a Milano dieci anni fa dal Senegal. È lui il Caronte che ci guida nelle campagne della Capitanata che in estate diventano una spugna di braccia robuste e instancabili. Strappano pomodori in cambio di 3,5 euro in media al giorno. Devono riempire più cassoni possibili che pesano fino a cinquecento chili. Lui è arrivato nel ghetto dopo il fallimento della fabbrica del Nord dove ha lavorato come operaio pantografatore. Dalla fabbrica metalmeccanica alla fabbrica verde: il cerchio si chiude. Hussein è diventato un bracciante a tempo pieno pagato a giornata. Dal 2012 raccoglie pomodori in Capitanata, olive a 5 euro all’ora a Carpino, mandarini e arance a 5 euro all’ora a Rosarno. Questa è la «transumanza», metafora brutale quando viene usata per gli esseri umani, che da Saluzzo in Piemonte lo porta in Sicilia. E viceversa. Questi salari, modestissimi, sono il risultato dell’estorsione operata dai «capi neri», i caporali neri ingaggiati dagli intermediari italiani. Sono loro che raccolgono dal paniere le braccia offerte dal ghetto e utili per la raccolta. Ogni canale è valido: dai rapporti amicali a quelli comunitari. Basta una telefonata, la voce rimbalza e in pochi giorni arrivano gruppi con zaini e materassi disponibili a tutto. Dalla paga dei braccianti i «capi bianchi» sottraggono il costo del trasporto e del pranzo. A fine giornata i lavoratori tornano anche con un euro in tasca. I caporali, invece, ne guadagnano migliaia. Loro sono gli indisturbati custodi della piramide di potere che garantisce l’ordine nel campo.
Il Parco Nazionale del Gargano accoglie l’appello del Carpino Folk Festival per la realizzazione del «Distretto della musica e dell’artigianato artistico sul Gargano».
Lo scorso 30 dicembre Mario Pasquale Di Viesti e Luciano Castelluccia, nel corso dell’incontro con le associazioni culturali locali per la definizione delle linee strategiche di Promozione e Valorizzazione culturale del Gargano, hanno formalizzato al Presidente Pecorella la richiesta per attivare le procedure previste dalla Legge regionale pugliese 3 agosto 2007, n. 23 “Promozione e riconoscimento dei distretti produttivi”, anticipata il 28 dicembre all’Assemblea dei propri tesserati.
Di seguito il testo della richiesta dell’Ass.Cult. Carpino Folk Festival
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Apprendiamo con soddisfazione che il nostro auspicio affinchè i Comuni e il Parco Nazionale del Gargano facciano sistema insieme sta divenendo realtà e che i Partner del SAC “Gargano” hanno nei giorni scorsi stipulato l’Accordo di valorizzazione del SAC – Sistema Ambientale e Culturale del Gargano.
Con il SAC “Gargano” l’Ente Parco si pone l’obiettivo di promuovere un sistema integrato di accoglienza per migliorare l’attrattività e il godimento dei beni, valorizzando l’autenticità e l’unicità del patrimonio ambientale e culturale, materiale ed immateriale del nostro territorio.
Per realizzare un insieme organico di interventi volti a promuovere lo sviluppo e il turismo di qualità del nostro territorio, l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival mette a disposizione l’esperienza e la concretezza del proprio staff e le proprie competenze e le proprie proposte progettuali.
Dalle notizie in nostro possesso, tuttavia, ad oggi non troviamo molti riferimenti al tema delle tradizioni ed in particolare a quello delle musica e dei nostri cantatori e sunatori.
Per questa ragione chiediamo al Presidente del Parco di spiegare meglio quest’aspetto del progetto se presente o altrimenti di farsi carico della realizzazione di un progetto complementare al Sac che è il Distretto della Musica.
E’ questo quello che noi chiediamo.
L’Associazione CFF chiede che il Parco si faccia Promotore di un progetto di marketing territoriale che promuova la tradizione di eccellenza del territorio garganico nel campo della musica in generale, della liuteria e quindi delle antiche botteghe artistiche in genere e del festival della musicale popolare in particolare.
Un DISTRETTO DELLA MUSICA E DELL’ARTIGIANATO ARTISTICO per:
• Valorizzare e rafforzare le risorse a cominciare da quelle che più identificano il territorio, creando un sistema di strutture e servizi attorno al tema “musicale”;
• Dare maggiore identità all’offerta turistica del territorio e dunque maggiore visibilità, e attrattività;
• Mettere in rete i soggetti del sistema locale (filiera turistica intesa come insieme di tutte le aziende ed istituzioni legate alle tematiche dell’accoglienza e dell’intrattenimento) intraprendendo un percorso di qualità e specifica tematicità;
• Trattenere più a lungo i turisti e i visitatori, generando un effetto “spugna” grazie alla messa in rete e valorizzazione delle diverse risorse presenti nel territorio;
• Consolidare la domanda turistica nel territorio, grazie alle azioni di marketing, agli interventi gestionali e di animazione.
Un Distretto coordinato dall’Ente Parco in collaborazione con tutti gli enti istituzionali del nostro territorio a partire dalla Camera di Commercio di Foggia, dal Comune di Carpino e da tutti i comuni all’interno del Parco, dalle associazione di categoria del sistema locale (ASCOM, CNA, Confartigianato, Confesercenti ecc.ecc.), dagli operatori del settore, ma anche dai teatri, i ristoranti, gli hotel, i negozi e i locali d’intrattenimento del territorio del Parco che, aderendo a questo ambizioso progetto, dimostrano di voler offrire al visitatore la possibilità di vivere nel territorio esperienze multisensoriali di qualità e valore.
Con il DISTRETTO DELLA MUSICA E DELL’ARTIGIANATO ARTISTICO, chiediamo al Presidente del Parco e ai Sindaci del territorio di avere coraggio e di puntare maggiormente sulla cultura, sul turismo e sulla cultura come sostegno al turismo, chiediamo di puntare sui giovani e sulla loro creatività, ma anche sulla loro capacità di aggregazione e di coinvolgimento.
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Infine lo scorso 7 gennaio l’Associazione rafforzava la proposta formalizzando al Parco la propria adesione al patto per la costituzione del distretto.
Adesione al Patto per lo Sviluppo del
«DISTRETTO DELLA MUSICA E DELL’ARTIGIANATO ARTISTICO SUL GARGANO»
Il sottoscritto Mario Pasquale Di Viesti in qualità di legale rappresentante dell’ASSOCIAZIONE CULTURALE CARPINO FOLK FESTIVAL con sede in CARPINO, via MAZZINI, 201
• Vista la Legge regionale della Puglia 3 agosto 2007, n. 23; “Promozione e riconoscimento dei distretti produttivi”
• Viste le prescrizioni della citata Legge che riconosce al Distretto quote di azioni e misure previste dalla legislazione regionale vigente e specifici accordi di programma.
• Certo che non esiste alcun obbligo o impegno a partecipare a progetti, se non per propria libera scelta;
Dichiara di:
1. aderire, come promotore, al Patto per lo Sviluppo del “DISTRETTO DELLA MUSICA E DELL’ARTIGIANATO ARTISTICO SUL GARGANO”;
2. delegare il Presidente dell’Ente Parco Nazionale del Gargano il ruolo di coordinatore per la costituzione del necessario nucleo promotore del distretto mediante la sottoscrizione di un protocollo di intesa e per l’avvio della costituzione del comitato di distretto, formato dai rappresentanti degli imprenditori, delle istituzioni locali e delle parti sociali, nel rispetto di quanto indicato nel protocollo d’intesa.
Monte S.Angelo, li 07/01/2014
In fede
Mario Pasquale Di Viesti
…il lavoro fatto con le agenzie della Regione per il marketing e la promozione del nostro festival e del nostro paese.
Grazie a Puglia Events tutti coloro che sono partiti nel mese di maggio con Ryanair dagli aereoporti di Inghilterra, Belgio, Germania, Spagna, Francia, Malta, Olanda, Norvegia e Svezia hanno trovato nella rivista offerta gratuitamente in aereo la promozione di 8 eventi pugliesi. Il Carpino folk Festival era tra questi.
Per la parte nazionale il CFF era il 30 maggio e il 06 giugno su “Trova Repubblica” l’allegato nazionale di Repubblica dedicato agli eventi e alla cultura nelle edizioni di: Bologna, Roma, Milano e Firenze.
Siamo usciti anche sul trimestrale speciale estate di “Traveller” e su “Lonely Planet” che sono tra le maggiori riviste per chi viaggia nel mondo dei viaggi.
Nel mese Luglio eravamo su Cairo Editore – In Viaggio – N. 190.
Tutti coloro che hanno preso il Taxi nelle citta di Roma e Milano ci hanno trovato a bordo per tutto il mese di giugno.
Sempre in giugno si è svolta la campagna dei grandi Totem nelle grandi stazioni italiane. Il nostri simboli, la nostra chiesa di S. Cirillo è stata presente nelle stazioni di: Firenze, Bologna, Napoli Centrale, Bari Centrale, Milano Centrale, Torino P.N., Roma Termini, Venezia S.L., Venezia Mestre, Verona P.N., Palermo Centrale.
Nel mese di Luglio siamo usciti sul “Magazine Turisti per caso” e su una rivista di Puglia Events che ha distribuito gratuitamente in tutt’Italia.
Estratto dalla relazione di Luciano Castelluccia all’assemblea dei tesserati dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival del 28 dicembre 2013.
È l’appello lanciato, il 28 dicembre 2013, dall’associazione culturale Carpino Folk Festival in occasione della riunione con i sindaci del Gargano. Il presidente, Mario Pasquale Di Viesti, e il direttore artistico, Luciano Castelluccia, hanno lanciato l’appello al presidente del Parco Nazionale del Gargano, Stefano Pecorella.
La crisi si è abbattuta sul territorio italico senza risparmiare nessuno, tantomeno il Gargano, il quale, nonostante sia pieno di risorse come posti incantevoli, spiagge bellissime e mare cristallino, turismo religioso, si trova a fare i conti con altre zone, altrettanto belle, ma organizzate in maniera tale da suscitare l’interesse nel consumatore finale. L’associazione ha quindi proposto di unire tutte le attività finora svolte con tanta fatica dalle aziende a dai comuni del Gargano con la cultura e lo spettacolo, in un Distretto della musica e dell’artigianato artistico, per accrescere ulteriormente la forza di attrazione del nostro territorio.
«Un Distretto – racconta Castelluccia – che operi intensamente per razionalizzare l’offerta, individuare e coinvolgere i soggetti operanti in modo più stabile e programmato, rafforzare le capacità progettuali e la capacità di accedere a risorse finanziarie dedicate di livello nazionale e anche internazionale. Dal punto di vista strategico un Distretto che produca capacità di interazione con filiere diverse da quella culturale, facendo emergere possibili opportunità di ibridazione tra cultura tradizionale, saperi scientifici, saperi e pratiche produttive; un luogo dove integrare in modo più operativo servizi culturali e servizi turistici, consentire una maggiore apertura verso le esperienze di altri territori a livello nazionale e internazionale e dare anche a questi settori un impulso in termini creativi».
«L’associazione culturale Carpino Folk Festival – tramite Di Viesti – chiede all’Ente Parco di farsi promotore di un progetto corale che si proponga di definire un’identità e un coordinamento del nostro territorio con riferimento alla musica in generale e in particolare a quella tradizionale e alle botteghe dell’artigianato artistico locale. Un Distretto coordinato dal Parco in collaborazione con tutti gli Enti istituzionali a partire dalla Camera di Commercio di Foggia, dal Comune di Carpino e da tutti i Comuni all’interno del Parco, dalle associazione di categoria del sistema locale (ASCOM, CNA, Confartigianato, Confesercenti), dagli operatori del settore, ma anche dai teatri, i ristoranti, gli hotel, i negozi e i locali d’intrattenimento del territorio del Parco che, aderendo al progetto dimostrano di voler offrire al visitatore la possibilità di vivere nel territorio esperienze multisensoriali di qualità e valore».