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B.T.G., IL GARGANO FA BRECCIA NEL NORD EUROPA ED IL WORKSHOP ENTUSIASMA GLI IMPRENDITORI

ImageFonte ondaradio.info

Come già accaduto in altre occasioni, il fascino del Promontorio ha sciolto la presunta ritrosia commerciale dei buyers del Nord Europa alla prima edizione della Borsa del Turismo del Gargano (BTG). Tutti, senza distinzione di nazionalità, si sono detti disposti a commercializzare la vacanza di questo territorio.

L’evento, svoltosi a Vieste dal 14 al 17 settembre scorsi, è stato organizzato da quattro consorzi di aziende turistiche di Vieste («Promozione Gargano», «Fantastico Gargano», «Idea Gargano» e «Itinerario Gargano») in collaborazione con il consorzio turistico, di più lunga tradizione, «Gargano Mare».
Momento clou della BTG, che ha previsto anche delle escursioni sul territorio per i buyers con visita alle aziende ricettive, è stato il workshop svoltosi fra la mattina ed il pomeriggio di martedì 15 settembre presso l’Hotel Oasi Club di Vieste in due sale appositamente allestite.
Numerosa e di prestigio la partecipazione di aziende turistiche provenienti da tutto il Gargano che, in rappresentanza dei più importanti imprenditori, hanno aderito alla disponibilità offerta dai consorzi organizzatori di partecipare a costo zero ad un evento che per molti ha riservato importanti risvolti commerciali. Sempre affollate le due sale riservate alla contrattazione fra i 29 buyers del Nord Europa ed i rappresentanti delle aziende del Gargano accreditatesi per tempo alla BTG secondo una procedura già sperimentata da anni al TTI di Rimini.
«Per noi questa BTG è stata soprattutto un’occasione di crescita imprenditoriale. — ha spiegato Vittoria Vescera, presidente del consorzio «Gargano Mare» — Stiamo cercando di educarci ad offrire un prodotto appetibile per nuovi flussi, diversi da tutto ciò che finora, generosamente ci si ritrovati facilmente disponibile. Oggi il turista dobbiamo andarcelo a cercare e per questo bisogna prima apprendere le opportune tecniche di seduzione per poterlo soddisfare a pieno».   
A curare la scelta del «portafoglio» dei buyers (in rappresentanza di Inghilterra, Francia, Germania, Svezia, Danimarca, Norvegia e Finlandia) alla BTG ha provveduto la «TTG Italia», società di Rimini, leader nel settore dell’organizzazione di eventi di promozione e commercializzazione turistica, la stessa che a metà ottobre allestisce alla Fiera di Rimini l’appuntamento del TTI (Travel Trade Italy), divenuto ormai un appuntamento immancabile per nel settore turistico.
«Il prodotto turistico del Gargano — ha detto Antonio Dell’Aquilano, responsabile della divisione eventi della TTG Italia — ha un fascino innegabile. Ora però è fondamentale far conoscere meglio l’entroterra, la gastronomia, la cultura. Intorno a queste peculiarità siamo sicuri che i buyers partecipanti sapranno confezionare a giusta proposta per la loro clientela».
Nel corso del workshop, negli incontri b2b ed a margine dell’evento si è spesso sottolineata la necessità di avere un aeroporto più vicino al Gargano così da portare con maggior comodità attraverso collegamenti diretti turisti proprio dal Nord Europa.
Così al workshop della BTG c’era anche la Darwin Airlines per presentare un quinto aereo dal «Gino Lisa» di Foggia, un Saab da 50 posti, da usare come charter nell’ambito di accordi con i buyers presenti alla manifestazione. Fra l’altro anche la società Aeroporti di Puglia si è interessata alla BTG per valutare possibili sviluppi di collegamenti.
Allo stesso tempo i buyers presenti hanno evidenziato come per soddisfare la loro clientela sia necessario potenziare i servizi e valorizzare il territorio curandone la vivibilità. Soprattutto si è detto dell’importanza di rendere il soggiorno un qualcosa di esclusivo e speciale evitando soprattutto la facile omologazione in modo da privilegiare la vendita del prodotto-territorio, realtà esclusiva, e non del prodotto-struttura ricettiva, realtà non esclusiva e ritrovabile in altre realtà turistiche.

Club Unesco di Foggia propone la candidatura delle Tarantelle del Gargano

UFFICIALIZZATA L’ALTRA MATTINA A PALAZZO DOGANA DAL CLUB UNESCO DI FOGGIA E DALLA PRESIDENTESSA FLOREDANA ARNO’ IL PROGETTO PER LA REALIZZAZIONE DEL DOSSIER PER LA PROPOSTA DI CANDIDATURA DELLE "TARANTELLE DEL GARGANO"
Fonte: garganopress

FOGGIA. E’ stato ufficializzato l’altra mattina presso la sala giunta della Provincia di Foggia il progetto del Club Unesco di Foggia per la realizzazione del dossier, necessario per la proposta di candidatura delle Tarantelle del Gargano da presentare al Ministero dei Beni Culturali. A fare da bigliettino da visita saranno le tarantelle, gli strumenti musicali, i canti e le danze popolari della Montagna del Sole.

L’annuncio è stato dato da Floredana Arnò, presidentessa del Club Unesco di Foggia, alla presenza del vice-presidente dell’Ente Provincia Maria Elvira Consiglio, degli assessori provinciali Leonardo Di Gioia, Leonardo Francesco Lallo e Pasquale Pazienza e di numerosi rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni culturali del Promontorio. A coordinare il progetto, ribattezzato per l’occasione “Le tarantelle del Gargano”, sarà il giornalista Angelo De Luca; la direzione artistica è stata affidata, invece, al regista, autore e attore Germano Benincaso, mentre la direzione scientifica all’etnomusicologo Salvatore Villani. Come risaputo, la Conferenza generale dell’Onu per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco), riunitasi nella sua trentaduesima sessione a Parigi nel 2003, ha adottato una convenzione per la salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale.

I punti salienti della convenzione evidenziano: l’importanza culturale immateriale in quanto fattore principale della diversità culturale e garanzia di uno sviluppo duraturo, come sottolineato dalla Raccomandazione Unesco sulla salvaguardia della cultura tradizionale e del folklore del 1989; il bisogno di creare sempre maggiore consapevolezza sull’argomento soprattutto tra i giovani, educandoli alla tutela e alla salvaguardia del loro passato; la considerazione dei programmi Unesco relativi alla proclamazione del patrimonio orale e immateriale dell’umanità; il rilevante ruolo del patrimonio culturale immateriale in quanto fattore per riavvicinare gli esseri umani e assicurare gli scambi e l’intesa fra loro.

Ma cos’è il Patrimonio Culturale Immateriale? In pratica le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, gli oggetti, gli strumenti, le esperienze, le arti dello spettacolo, la gastronomia, le consuetudini sociali, gli eventi rituali, l’artigianato tradizionale, le espressioni orali e il linguaggio. A tal proposito il Club Unesco di Foggia, come ha ricordato in Provincia la presidentessa Floredana Arnò, ha elaborato un progetto per la valorizzazione di b.c.i. del Gargano e della Capitanata, individuando in particolare le “Tarantelle del Gargano”, in quanto la musica, la danza, la coralità e lo spettacolo sono linguaggi universali che esaltano tre importanti obiettivi: la partecipazione, la condivisione, la memoria. Il progetto prevede la realizzazione di un dossier da inviare all’Unesco che metta in evidenza le peculiarità di 16 comunità del Promontorio di San Michele: Carpino, Rignano Garganico, Cagnano Varano, Ischitella, San Marco in Lamis, San Giovanni Rotondo, San Nicandro Garganico, Monte Sant’Angelo, Vico del Gargano, Vieste, Rodi Garganico, Peschici, Apricena, Mattinata, Manfredonia e Lesina. Previsti, inoltre, momenti di studio e di approfondimento, spettacoli itineranti, concorsi riservati a solisti e gruppi della tradizione canoro-musicale pura del Gargano, corsi di conoscenza e costruzione degli strumenti musicali a fiato, a percussione e a corda della Montagna del Sole, gemellaggi con altri Paesi del Mediterraneo, manifestazioni gastronomiche e fiere dell’artigianato strumentale. Il vice-presidente della Provincia Maria Elvira Consiglio e i suoi colleghi di giunta, che per l’occasione hanno informato e convocato tutti e 16 i sindaci dei comuni garganici interessati, si sono detti entusiasti dell’iniziativa messa in piedi dal Club Unesco di Foggia, che per la prima volta parte da un comitato di esperti conoscitori della materia per arrivare ad una proposta di candidatura al Ministero che potrebbe portare un ottimo risultato nel giro di alcuni anni. Oltre ad Arnò, De Luca, Villani e Benincaso, compongono il comitato promotore de “Le tarantelle del Gargano”: Angelo Del Vecchio, giornalista e direttore dell’Agenzia di Stampa Garganopres.net; Gennaro de Biase coordinatore tecnico Giuseppe Del Vecchio, musicista professionista; Domenico Ioli, costruttore di strumenti musicali; Gabriele Orlando, costruttore di chitarre battenti; Angela Bisceglia, cantatrice ed esperta di danze popolari; Pio Gravina, musicista e ricercatore; Bernardo Bisceglia, musicista professionista; Mimmo Impagnatiello, musicista ed esperto di strumenti musicali a percussione. Nei prossimi giorni, per concludere, sarà “on line” un apposito sito internet (www.tarantelledelgargano.com) dedicato al progetto che fornirà maggiori informazioni su “Le tarantelle del Gargano” e su una candidatura che dovrà interessare per forze di cose tutti i rappresentanti del popolo garganico, dalla società civile alle Istituzioni comunali, dagli Enti territoriali sovra-municipali alle associazioni culturali, dai custodi della tradizioni ai giovani che credono nella salvaguardia di un bene collettivo dell’umanità.

TURISMO, L’OASI PUGLIESE

Lo stesso Gargano è una pagina tutta da scrivere
articolo di Antonio V. Gelormini
foto di Domenico S. Antonacci

Nell’arido scenario di un’estate grama di risultati per il turismo mondiale in genere, italiano in forma specifica e per quello del Mezzogiorno più in particolare, la Puglia si staglia come un’oasi, in apparenza surreale, e fa registrare dati confortanti in decisa controtendenza. Non si tratta di un miraggio. Ma del concreto consolidarsi di una performance, riscontrata dalla totalità degli indicatori economici, frutto di un’azione allargata e di concerto da anni perseguita dalla regione levantina.
 
L’industria del turismo è in calo dappertutto, gli effetti di una crisi diffusa e niente affatto passeggera, malgrado i flebili segnali di ripresa, lasciano il segno su multinazionali come il Club Med (-13%) o su mete balneari come la Sicilia, la Campania e la Sardegna. Le cinghie da tempo continuano a stringersi, e non sono molti quelli che possono ancora contare su qualche foro residuo. Flessioni a due cifre percentuali delle presenze nelle strutture ricettive. Riduzione vistosa dei fatturati e ulteriore concentrazione dei flussi nei picchi centrali di stagione. C’è solo la Puglia che tiene. E i suoi incrementi tra il 7 e il 10%, in Salento specialmente e sul Gargano in parte, sono gli unici a ravvivare il desolante quadro d’insieme.
 
I gestori dei lidi balneari confermano l’incremento di presenze in spiaggia, ma denunciano il sofferto contenimento di spese accessorie (bar e ristorazione). Lamentano l’inclemenza climatica del mese di giugno e continuano a sollecitare una revisione dei calendari scolastici. Contare su un’appendice estiva più lunga a settembre, magari a scapito di qualche settimana a giugno (da dedicare ad attività più pratiche), non solo aiuterebbe in concreto gli sforzi di destagionalizzazione nel comparto turistico, ma andrebbe incontro alle stesse esigenze delle famiglie, per cui giugno rappresenta spesso un problema.
 
La Puglia tiene. In un Italia che doveva essere “magica”, ma che si rivela inadeguata a realizzare politiche e azioni per trattenere. Mettendo a frutto quel suo straordinario potere d’attrazione, che le deriva dal privilegio di essere “unica”. La Puglia tiene perché, con caparbietà, sta riappropriandosi della sua antica attitudine alla fidelizzazione degli ospiti. Favorita dalla versatilità e dalla varietà di declinazioni della sua offerta turistica. Ma anche dai germogli di una riscoperta logica di sistema.
 
Per cui se il Salento traina, l’incremento esponenziale degli approdi crocieristici nel porto di Bari e la crescente attenzione del mondo del cinema a una location ricca di umori, sapori, luce e colori, diventano il palcoscenico di una destinazione con la maggior parte dei suoi tesori ancora nascosti. Per cui, il potenziale inespresso tra costa, entroterra e colline si rivela il valore aggiunto qualificante a una più larga offerta di turismo culturale. Funzionale a una proposta rinnovata, che individua nei convegni, nei congressi e nei servizi relativi, la moderna frontiera del turismo d’affari.
 
L’oasi può e vuole farsi più accogliente. Lo stesso Gargano è una pagina tutta da scrivere nei margini di riqualificazione e di sviluppo dell’industria alberghiera di Puglia. Se solo non ci si accontentasse più di un turismo di campeggio e non ci si facesse più confondere dagli arrivi senza presenze di un turismo di prossimità, puntando a servizi alberghieri più performanti, più variegati e ovviamente più redditizi.
 
E ancora. Se solo non ci si cullasse troppo, e soprattutto non ci si illudesse più tanto, sui ritorni di un turismo religioso da “toccata e fuga”, da integrare magari con dosi massicce di turismo culturale e turismo da diporto. A tal proposito, l’inaugurazione della moderna infrastruttura portuale di Rodi Garganico apre nuove prospettive di scambi e di flussi, sul tratto di mare più corto con la Croazia.
 
L’oasi Puglia non si nasconde tra le dune del deserto. E’ ben visibile al centro del Mediterraneo. E’ come un trabucco affascinante con i suoi pali a tentacoli, che si allungano come antenne sensibili di crostaceo. L’anima portante di un agile sistema di canapi e gomene. Riuscire a governarne la ragnatela di intrecci e diramazioni è l’opportunità che si offre all’Assessore al Turismo Magda Terrevoli. Se lo farà con maestria, la pesca continuerà ad essere senz’altro proficua.

Quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano

“Caratteri della religiosità… che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano.”

Estratto dell’INTERVENTO DI LEONARDA CRISETTI

È un piacere per me rappresentare Cagnano nel programma “Gargano Letteratura”. Sono con noi tenaci seppur delicate “Le Gemme del Gargano”, accompagnate dall’infaticabile e crestivo direttore artistico Gianni Cerrone, dalle famiglie dei ragazzi e delle ragazze del gruppo folclorico, che seguono ogni evento culturale.

Sono, inoltre, Emanuele Sanzone, Tommaso Stefania e Costanza Schiavone, che ci declameranno i versi che andrò a commentare. È, infine, il cantore Antonio Di Cataldo che ci proporrà qualche canto popolare che bene si sposa con il tema di questa sera.
Vi condurrò – spero piacevolmente – sui caratteri della Religiosità popolare dei cagnanesi che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano. Religiosità che si radica a mio avviso nella paura della morte livellatrice che recide sul più bello il filo della vita. A questro riguardo non posso non ricordare che in quest’anno seno venute a mancare due personalità della cultura cagnanese molto attive: Francesco Bocale poeta e narratore e Francesco Ferrante giornalista e ricercatore storico. Ad essi va il nostro pensiero; alle loro famiglie il nostro cordoglio.

Saggio Religiosità popolare a CAGNANO VARANO (estratto)
Parlare di religiosità popolare e di devozione potrebbe sembrare anacronistico e demodé, ma non lo è. Discorrere su questo tema è utile perché i rituali e le festività religiose, attraverso cui si manifesta la devozione:
1. fanno parte delle nostre radici;
2. costituiscono momenti aggreganti, di coesione sociale, di terapia collettiva, anche quando dietro i cortei processionali si finisce con il chiacchierare anziché pregare;
3. sono occasioni per rivitalizzare il culto, i costumi, i valori, i piatti della tradizione, così contenendo gli effetti omogeneizzanti della globalizzazione;
4. offrono l’opportunità di gustare versi, canzoni, storie, attraverso cui si è espresso il sentimento umano e il rapporto con il sacro fino al recente passato;
5. appartengono anche al nostro mondo.
Le festività popolari influenzano, pertanto, la personalità globale, curando le dimensioni: religiosa, conoscitiva, estetica, socio-affettiva e morale. Ritengo, perciò, che sia conveniente conservare le forme devozionali della religiosità popolare e che le amministrazioni locali facciano bene a dare spazio a questi momenti culturali.
Prima di entrare nel vivo del tema, consentitemi di ricordare a tutti noi il significato di religione e religiosità popolare, accennare al rapporto tra religiosità popolare-folclore-devozione-superstizione-magia, parole che -come ciascuno sa – sono interrelate. […]
La religione è quell’istituzione universale – per il fatto che interessa tutti i cittadini-, che ha il potere di influenzare anche gli organi di potere dello stato, che si esprime attraverso manifestazioni e forme organizzative molto differenti, sia per quanto riguarda la ritualità, sia per quanto concerne l’oggetto del culto. L’espressione “religiosità popolare” riguarda le forme concrete e diverse con cui gli uomini si rapportano con il sacro, nelle differenti realtà di contesto e nei diversi periodi storici.
Riguardo al termine “popolare” va detto che se in passato ha significato tutto ciò che era ascrivibile ad uno stato sociale di basso livello, con il tempo, ripulito dalle incrostazioni ideologiche e classiste, ha assunto significati sempre più positivi. “Popolare” vuol dire “universale”, che appartiene al popolo devoto, quel popolo che in passato si è messo in cammno verso i luoghi sacri. Un popolo rappresentato da uomini e donne di ogni età e ceto sociale. Sotto questo profilo la religiosità popolare non è qualcosa di “apocrifo e bastardo”, da ridicolizzare e condannare anche attraverso la spettacolarizzazione.
[…] Il fenomeno della religiosità popolare va colto nella sua dinamicità storica, letto in chiave reticolare, analizzato alla luce della complessità. Ci si rende conto che “… la religione popolare non esiste allo stato puro; che in essa entrano, in varia misura, elementi folkloristici, pratiche superstiziose e magiche, sopravvivenze pagane”; che non è agevole tracciare i confini tra la religione popolare, da una parte, e il folklore, la superstizione e la magia, dall’altra; che “è anche molto difficile stabilire se una pratica sia una sopravvivenza pagana o sia invece una pratica cristiana più o meno deviata”.
Si comprende che i rituali, le cerimonie, le feste, le fiere, i pellegrinaggi attraversano il mondo dei credenti, che le forme devozionali sono da sempre esistite, anche prima del cristianesimo, perché da sempre l’uomo si è sentito fragile e impotente e ha avvertito il bisogno di protezione, di affidarsi alle forze soprannaturali in modo che queste potessero assicurare la salute materiale e spirituale dell’individuo e della collettività.
Nell’esprimere la propria devozione verso santi e divinità, inoltre, l’uomo ha utilizzato ogni tipo di linguaggio, manifestando la propria devozione con danze, gesti, canti, preghiere, addobbi, luci, colori, pellegrinaggi.
Incapace di dominare le forze occulte della materia e della vita, fatto ricorso alla magia, che pretende di controllare la morte, il dolore, il destino, di operare incantesimi, tramite persone speciali, che mediano tra la divinità e gli uomini.
[…] Nonostante il cristianesimo abbia condannato il magismo, ritenendolo espressione delle forze demoniache, le pratiche legate alla superstizione e alla magia non solo non sono cessate, ma hanno ripreso vigore proprio in concomitanza dell’affermarsi del cristianesimo e della nascita d’interesse verso il culto di Maria e di altri Santi.
Si pensi alle reliquie che hanno messo in moto tutto il popolo dei devoti in pellegrinaggio verso i luoghi, ove esse si conservano, per poterle vedere e così sperare di ricevere una grazia. Si pensi agli amuleti e alle formule magiche.
A Cagnano, ad esempio, molti credono ancora oggi che sia sufficiente invocare “Sande Martine”, per allontanare il malocchio . L’invocazione, però, per avere efficacia, deve essere accompagnata dal gesto di farsi toccare dalla persona ritenuta responsabile dello “sguardo” iettatore. Se invece la ragazza è già stata “affascenata” , c’è bisogno dell’intervento della comare che è a conoscenza della formula terapeutica. È, questa, una sorta di nenia che si pronuncia mentre si scioglie il malocchio; può essere appresa solo la sera di Natale e può essere insegnata solamente a due persone, per cogliere nel segno. Il bambino il “mal di vermi”? un dolore? Eccolo dalla comare ritenuta esperta-guaritrice dalla comunità. Era sufficiente che ella lo segnasse con il segno di croce, gli toccasse la parte dolorante e pronunciasse alcune parole, tra cui rientravano i nomi dei Santi, di Maria, di Cristo. L’immaginario collettivo cagnanese aveva, inoltre, conferito ad alcune donne – le fattucchiere – il potere speciale di fare la “fattura”, utile per riconquistare il fidanzato, per far scatenare l’odio o per far nascere l’amore. Donne ricercate e temute, le fattucchiere. Guai a mettersele contro!
Tra le manifestazioni popolari delle società contadine, c’erano riti augurali, propiziatori per sé, per le proprie messi e per le proprie greggi, legittimati dal bisogno di sicurezza, si soddisfare le sigenze primarie. Ed ecco, la massaia che, dopo aver impastato il pane, fa un segno di croce prima di coprirlo per bene, in modo che lieviti. Nel frattempo chi entra in casa è tenuto a dire: “Sande Martine”, oppure: “Bbenedica!” Ecco il massaro che, nel lavorare il latte per fare scamorze, caciocavalli e altri prodotti caseari, fa anch’egli il segno di croce sull’impasto. Ecco il pastore in grotta per entrare nelle grazie di San Michele, perché tenga lontano da sé e dal suo gregge peste e terremoti. Ecco il pescatore che implora i santi per augurarsi una pesca miracolosa.
Quando, da bambina, accompagnavo mio padre a buttare le reti nelle acque del Varano, ogni sera prima di tornare alla “torra”, m’invitava a ripetere con lui, che in chiesa era andato solo per sposarsi e per battezzare i figli: “Nda lu nome de Sand’Addècchia, ogni magghjia ‘na vurrecchia”. A mia madre, invece, continuano a illuminarsi gli occhi, quando mi racconta della pesca miracolosa dell’8 settembre: cinque quintali di anguille, di cui due e mezzo di capitoni. – “ E chija ce ne po’ scurdà! Vo jèsse bbenedètta la Madonna de li Grazije”.
L’olio era da tutti ritenuto “sacro”. Se accidentalmente se ne versava un po’ sul pavimento, bisognava buttarci sopra prontamente del sale, per neutralizzare gli effetti negativi dell’incidente, altrimenti la famiglia si sarebbe imbattuta in una disgrazia. Anche la rottura di uno specchio era ritenuta di maleaugurio.
Chi era stato graziato dalla Madonna, da San Michele o da Sant’Antonio, era tenuto a vestire un bambino della famiglia come la Madonna o come il Santo. Come buon auspicio, quasi tutti appuntavano sotto il vestito “l’abbetine”, un sacchettino che conteneva un santino piegato più volte, acini di sale e altri oggettini ritenuti scaramatici. Altri si appuntavano anche il “mazzetto”, che raggruppava un piccolo corno, un crocifisso, una manuzza.
“Mettendo insieme curnecèdde, sale e sandine, voi mischiate il sacro con il profano – protestava don Angelo Pasquarelli, parroco del paese negli anni Sessanta. Le donne, però, non lo ascoltavano e hanno continuato a mettere lu trappète sotto il letto, “nu poche de cudacchje” dietro la porta, un bel paio di corna all’ingresso, perché questi oggetti, le formule magiche, determinati gesti – dichiara convinta una signora da me intervistata – “vanno contro la malaggende, contro il malocchio, contro li nemici”.
Nel mondo in cui la scienza e la tecnica non registravano gli attuali progressi, nelle società in cui dominavano la precarietà, la miseria e l’ignoranza, nel mondo in cui anche l’emicrania e il mal di pancia erano inspiegabili, l’uomo faceva, dunque, ricorso ai Santi, alla superstizione e alla magia. La commistione di superstizione-magia e devozione cristiana, presente in ogni pratica popolare, era perciò finalizzata alla salute psico-fisica dell’individuo e della comunità.
Lo sconfinamento della religiosità nella magia è evidente nella tradizione di San Giovanni che cade in 24 giugno di ciascun anno. A questa festa religiosa erano particolarmente devote le donne da marito che, curiose di conoscere il proprio futuro, ricorrevano all’arte divinatoria interpellando, appunto, San Giovanni. Tenendo il setaccio sospeso con delle forbici, l’interrogante diceva:

“San Giuuanne che vi ‘na vota all’anne,
dimme Mechèle me penza, si o no?

Se il setaccio ruotava verso destra o verso sinistra, era segno che Michele la pensava. La sera di San Giovanni, inoltre, queste giovani donne, per conoscere il mestiere del futuro sposo, solevano mettere “a llu serine” l’albume dell’uovo in un bicchiere d’acqua. Se al mattino seguente l’albume, rapprendendosi, assumeva la forma di una pecorella, era segno che la ragazza doveva sposare un pastore, se diventava una falce, il futuro sposo sarebbe stato contadino, se assumeva la forma di una scarpa, avrebbe sposato un calzolaio, se diventava un pesce, quella donna sarebbe diventata moglie di un pescatore. Altre donne, più impazienti, nel bicchiere insieme all’acqua, anziché l’albume, vi versavano del piombo fuso.. Le fidanzate, che desideravano informazioni sulla futura vita coniugale, interpellavano, invece, il cardo, che la sera di San Giovanni veniva bruciacchiato e lasciato all’aperto durante la notte. Se all’indomani avvizziva, non era di buon auspicio, se rinverdiva, prometteva una vita coniugale serena.
Comportamenti supersiziosi che hanno accompagnato l’uomo di sempre. E se San Giovanni e/o San Michele sembrano avere assorbito le funzioni di Calcante, l’indovino greco giunto a Roma per dare responsi dentro le grotte, e quelle di Asclepio guaritore, poi, sono subentrati l’oroscopo e i medium. Oggi i maghi, i morti, i Santi s’interpellano ancora, soprattutto per guarire da una malattia e … per aver un numero vincente da giocare, alimentando la speranza di potersi arricchire, mentre, di fatto, ci si finisce con l’indebitare di più. Anche nella società conoscitiva e tecnologica, caratterizzata dai progressi della scienza e della tecnica, atteggiamenti e comportamenti superstiziosi trovano, perciò, ancora spazio.
A fronte delle ragazze che consultavano San Giovanni di nascosto, i giovani di Cagnano, molto più concreti, attendevano ansiosi le feste religiose per conoscere e corteggiare le ragazze. Il motivo religioso è, perciò, associato anche al tema dell’amore. Lo dimostrano alcuni testi da me raccolti in Canti e storie di vita contadina. In sije bbèlla ca dumane è ffèsta, una canzone popolare che assume la struttura della manuetta, l’anonimo autore invita la ragazza a farsi bella per l’indomani, giorno dell’Ascensione o del Corpus Domini, ad affacciarsi alla finestra, a lanciare i fiori sul corteo processionale. Ascoltiamo questi versi, con la voce e l’interpretazione di Emanuele. A tradurli è Tommaso.

Sije bbèlla ca duman’è ffèsta
L’Ascinzijόne e llu corpo de Criste.
Gàvizite e vvatti mitti a lla funèstra,
mèna li fiori quanni passa Criste.
Tu li mini pi la mana dèstra
E lui li raccogli pi la sinistra.
Quillu ch’àvita fa, facitilu prèste.
Ca sinnò ce mèna e la funisce.

La funisce e la
Nzia ma’ nzia ma’
Vola palomma
E cu la pampena ti risponde.

E funisce e vvola
Si la fiamma di lu core
Quanne ce à ddà luuà
Quanne lui pi ttè po’ stà.

Di questo brano vi vorrei proporre la versione cantata. Prima, però, mi sia consentito un breve commento sul passaggio che recita “Tu li mine cu la mana dèstra e lui li piglia cu ma mana senistra”, nel quale c’è un senso che può essere colto solo andando con la mente alla cultura medievale. La donna qui lancia i fiori con la destra, sinonimo di forza, di grandezza, della mano di Dio, mentre a sé, essere debole, il cantore concede di afferrarli con la mano sinistra, simbolo della debolezza, della tentazione, del peccato. La donna rappresenta, pertanto, il mezzo che permette all’uomo di elevarsi. Nel canto, e solo nel canto, attraverso il corteggiamento, si riflette la visione angelicata della donna, paragonata alla Madonna, perché la realtà quotidiana della donna era molto diversa. Sul tema della condizione della donna ho scritto diversi articoli e con gli alunni del liceo abbiamo fatto una ricerca intervistando oltre venti nonne (vedi blog Dina Crisetti o il Gargano nuovo), mentre ora è giunto il momento di porporvi la versione cantata del testo appena presentato.

Nel riprendere il nostro tema, vorrei farvi notare che i canti popolari e, nel nostro caso, quelli che parlano di religiosità popolare non sono solo di Cagnano, ma appartengono a tutto il Gargano e vanno anche oltre. Lo verificheremo attraverso il testo che segue, di cui presenteremo tre versioni. Sono certa però che ne esistano altre. Verificate da voi, ad es., se è presente nel vostro dialetto. Il brano porta il titolo: “Quarandasètte jurne songh state uneste” e allude alla tradizione della penitenza, della preghiera, del digiuno e degli impedimenti, associata alla Quaresima. Il cantore, anonimo come in molti canti popolari, dice, infatti, di essere stato fedele alla sua donna per quarantasette giorni, che giunta la Pasqua, le ragioni del cuore non possono più tacere. Bisogna assolutamente incontrarsi.

Versione cagnanese

Quarandasètte jurne sònghe state unèste
E cce so state pe fféde e ppe propòsete
E mmo che ssò menute li sande fèste
raggiόne de cόre ce ne jèsce tòste.
Sàbbete sande sfèrrene li cambane
Jè lu jurne de Pasqua, nghiésa ce vedime.

A San Giovanni Rotondo i comportamenti da assumere durante la Quaresima si tramandavano così:

Bèlla mò ce ne vane la Quarandana
Mo nge fa l’amòre com’e pprima.
Mìttete ‘na crona longa mmane
E vvatte sinde la mèssa ògne mmatina.
Sàbbete sfàrrene li cambane
E allòra facime l’amòre com’e pprima.

È qui evidente la contaminazione di culti pagani e cristiani. È chiaro che la Quaresima è andata a sotituire la Quarandana (nna). Da un mio saggio”, ho scoperto che quello della Quarandanna era un rito tutto femminile riconducibile ai greci, che rifletteva la condizione difficile, subalterna della donna, incerta soprattutto in età adolescenziale, quando era in attesa di “sistemazione”. Il rituale voleva che si costruisse una pupa di pezza, chela si vestisse con gli abiti tradizionali femminili (gonna, gunnèdda e tuccate in testaù), che in una mano portasse lu fuse e nell’altro la chenocchia (fuso e rocca). Questa pupa nel periodo della Quaresima era appesa a una corda, tesa tra due pali della strada, oppure sulla mezza porta, o ancora alla finestra. Là restava sospesa per quaranta giorni. Il sabato santo veniva, slegata e, infine, bruciata o impiccata. Il rituale della Quarandana fu poi assorbito dalla cultura cristiana, che ne ha mutuato il nome [solo in parte modificato] e ne ha fatti coincidere i tempi di celebrazione. Nella versione sangiovannese oltre alla variante della "Quarandanna” al posto dei “Quarantasette giorni” della Quaresima, si registra l’imperativo dell’innamorato che ordina alla donna di recarsi in chiesa, a pregare.

A San Marco in Lamis, i comportamenti da assumere in Quaresima si tramandavano con questi versi:

Quarandasètte jurne jè la Quarèseme.
Non è ttèmbe cchiù de fa l’amόre.
Mìttete ‘na crona jinde li mane,
decème uammarije e rrazione.
La matina che te jàveze da lu lètte,
vàttela sinde ‘na prèdeca devine.
Sàbbete Sande a sciolate d’è cambane
Ce vedème arrète com’e pprime.

Il brano di San Marco in Lamis è quello che, oltre a meglio evidenziare il tema della religiosità associato all’amore, è più completo. Negli otto versi [quelli tipici dello strambotto], l’autore dice espressamente che durante i quarantasette giorni della Quaresima non è tempo di amoreggiare, che bisogna recitare lunghe preghiere (la corona del rosario deve essere, perciò, con molti grani), che bisogna andare in chiesa ogni mattina, che solamente il sabato santo, allorché saranno state slegate le campane – una volta cessato il periodo di “lutto”- sarà possibile incontrarsi in chiesa e rivedersi come un tempo. In tutte e tre le versioni è, comunque, presente il motivo dell’astensione dei rapporti sessuali durante il periodo quaresimale.
In genere erano i maschi a esprimere la propria devozione verso le ragazze, cogliendo le opportunità offerte dalle feste religiose. Ho trovato, tuttavia, un testo che ha come protagonista una voce femminile. Ci troviamo di fronte a una giovane donna che si rivolge a un giovanotto e lo fa con molta delicatezza, con devozione – oserei dire- religiosa.

Àveza quidd’occhje, giuvinotte galande,
Ch’èia vède li bbillizzi di lu tuo visu.
Tu sumigghje a doi viole bianghe
O puramende a lu fiore de lu paravisù.
E guarda bellù, a chi ti rassumigghi?
A la spèra de lu solu, a ‘nu friscu ggigliu.
E guarda, bellu, a chi àssumigghiate?
Alla spèra di lu solu, quannu jè levate.

Un brano che ricorre alla figura retorica dell’analogia per indicare la nobiltà d’animo del giovanotto, che si coglie con gli elementi indicanti la luminosità, lo splendore, tutto ciò che è bianco. Nel testo, infatti, la donna paragona il bel giovanotto alle viole bianche, al fresco giglio, al fiore del paradiso, alla sfera sole.

Proseguendo il nostro viaggio sulla religiosità popolare così come si è sincretizzata a Cagnano Varano, un paese del Gargano nord, che ha i piedi puntati sull’anfiteatro di colline e le spalle rivolte alla laguna e al mare, un territorio dai mille volti, che riflette la civiltà dinamica del mare e del lago e quella più chiusa ma non meno interessante della realtà agro-silvo-pastorale, un paese che presenta le anime religiosa e turistica, proprio come quella garganica, di cui rappresenta un piccolo ma prezioso tassello, non posso non soffermarmi sulle figure di due santità molto significative: quella angelicata dell’Arcangelo Michele e quella tutta umana, della Madonna delle Grazie, nella quale molte donne del posto si sono identificate. Figure molto apprezzate, per altro, in tutta la Capitanata, come dimostra la frequenza dei pellegrini ai loro santuari. […]

E’ morto Luciano Emmer, il regista che amava i Cantori di Carpino e la Capitanata

Il padre delle commedie all’italiana e di Carosello

Parlando di "Foggia non dirle mai addio" aveva detto : la Capitanata è anche la sua musica, in cui colori, sapori e passato si ritrovano per diventare espressione artistica vera. L’ho scoperta nello sguardo dei Cantori di Carpino, le cui canzoni concludono il film assieme ad una canzone di Bennato. Uno sguardo profondo che guarda lontano, la canzone popolare vola ad abbracciare e ad inventare il futuro.

Due i film girati in provincia di Foggia: ‘Foggia non dirle mai addio’ e ‘Il Cardo Rosso’. Quest’ultimo mai andato in distribuzione
articolo di Marzia Campagna di teleradioerre.it

A 91 anni si è spento il regista e sceneggiatore Luciano Emmer. E’ morto stamattina al policlinico Gemelli di Roma, era in gravi condizioni dall’estate, in seguito a un brutto incidente stradale. Proprio nei giorni scorsi la Mostra del Cinema di Venezia gli aveva dedicato nella sezione retrospettiva ‘Questi Fantasmi’ e la proiezione di ‘La ragazza in vetrina’, una sua pellicola del 1960. Luciano Emmer è ricordato per aver girato la prima sigla di ‘Carosello’, quella con i siparietti che si aprivano uno dopo l’altro. Un’intera generazione di artisti è passata davanti alla sua macchina da presa per interpretare gli spot mandati in onda dalla celebre trasmissione preserale: da Totò a Walter Chiari, da Mina a Carlo Dapporto, fino a Dario Fo. Un regista legato alla Capitanata e soprattutto a Foggia a cui ha dedicato il film "Foggia non dirle mai addio" girato nel 1996. Un territorio che lo ha affascinato a tal punto da diventare location di un altro film, girato nel 2005, ‘Il Cardo Rosso", dedicato ai terrazzani e ambientato nel tardo Ottocento. Un film che non è mai andato in distribuzione, perchè ancora in fase montaggio e alla cui prima il suo regista non potrà più assistere. Un film che è anche un po’ figlio di Teleradioerre che ha collaborato alla sua produzione fornendo materiali, attrezzature e supporto finanziario. Dopo ‘Il Cardo Rosso’ Emmer si è dedicato al suo ultimo lavoro ‘Masolino’, un vero cortometraggio d’arte.

Il senso vero dello spazio e del tempo
Luciano Emmer, il suo amore racconta la nostra terra

articolo di Gaetano Berthoud da garganonews.it
Ero ancora forestiero per questa terra quando ho imparato a conoscerla nel profondo e ad amarla. Mi legava ad essa prima del film un’antica amicizia con le persone. Ma non ancora un rapporto vero con la terra, quel rapporto che ad un certo punto ti fa smettere di essere forestiero e ti fa scoprire amico, fratello, amante.
Ho dovuto salire sull’elicottero per le prime riprese di “Foggia, non dirle mai addio” per scoprirla del tutto. Per le esigenze del film, giravamo in giugno, nei giorni intensi della mietitura del grano, quando le colline sono un mare giallo oro e già nel Tavoliere si alternano ai campi ancora gravidi di spighe quelli già mietuti, neri per la bruciatura delle stoppie. Sull’elicottero pareva non vi fosse confine tra la terra ed il cielo, tra la piana e le alture tutte coperte d’oro. A Castelfiorentino, tra i ruderi del luogo dove Federico II concluse la sua vita terrena, mi ha colto una sensazione di infinito: è come se la millenaria storia della Capitanata s’intrecciasse d’incanto con la distesa senza fine del Tavoliere che prorompe improvviso dalle balze del castello.
La Capitanata dei due mari: il mare azzurro del Gargano e quello giallo del Tavoliere. La Capitanata è i suoi colori, ma non in un senso oleografico o bozzettistico. Per dipingerla occorre armarsi di una tavolozza infinita. I colori di questa terra ne  disvelano l’identità profonda. Il film stesso è un incredibile alternarsi di colori, che solo questa terra è in grado di offrire: l’oro del grano, l’azzurro del mare, il verde delle olive “Belle di Cerignola”, il rosso dei pomodori stesi ad essiccare, il bianco delle piramidi di sale di Margherita di Savoia.  Il paesaggio trasuda la storia di cui questo territorio è intriso: i campi, le colline, i santuari, i castelli raccontano secoli di vita. Le spigolatrici, i braccianti, i pastori e le greggi transumanti, i terrazzani che da Borgo Croci partivano in cerca di erbe selvatiche, di funghi, di allodole, perfino la spiritualità dell’arcangelo Michele a Monte S.Angelo e di Padre Pio a S.Giovanni Rotondo, lo hanno plasmato e modellato.
L’uomo ha cambiato il territorio e ne è stato cambiato, e da questo continuo rapporto è scaturita la storia, il mito, come racconta la leggenda di Vieste e Pizzomunno, amanti sfortunati, il cui amore si ammanta d’eternità nel faraglione di Vieste. Ha ragione Eugenio Bennato quando canta: “Foggia è quello che è stato, e quello che ancora deve venire”. La Capitanata è anche la sua musica, in cui colori, sapori e passato si ritrovano per diventare espressione artistica vera. L’ho scoperta nello sguardo dei Cantori di Carpino, le cui canzoni concludono il film assieme alla poesia di Bennato. Uno sguardo profondo che guarda lontano, la canzone popolare vola ad abbracciare e ad inventare il futuro.
Il Gargano riesce ad essere contemporaneamente ieri, oggi e domani. L’invito che rivolgo a quanti la visitano ma anche a quanti la abitano è di lasciarsi contagiare da questo spirito che solo qui può ritrovarsi, in un’epoca in cui tutto sembra vivere fuori tempo, sempre più in fretta. Perché solo qui, si può ritrovare il senso vero dello spazio e del tempo.

Se questa è una Comunità

PAURA, DISORIENTAMENTO E
RASSEGNAZIONE IN COMUNITA’ MONTANA A MONTE SANT’ANGELO

L’ARRINGA DI NICOLA PINTO, PRESIDENTE SENZA PASSWORD

di Angelo Del Vecchio

MONTE SANT’ANGELO. E’ stato ribattezzato il "Presidente senza password". Si
tratta di Nicola Pinto, responsabile politico della rinata Comunità Montana
del Gargano che stamane, nel corso di una lunga arringa difensiva presso la
sala consiliare dell’Ente, ha dichiarato di essere talmente in contrasto con
una parte della dirigenza della Comunità da vedersi negare persino la password
per fare delle fotocopie istituzionali.

I litigi vengono da lontano e riguardano astii che si sono acuiti all’indomani
dell’avvio di una inchiesta da parte della Procura della Repubblica di Foggia
per presunte tangenti intascate dallo stesso presidente Pinto e dal suo vice
Peppino Maratea.

Pinto oggi in aula se l’è presa frontalmente con una parte dei suoi
dipendenti, rei a suo dire di nascondergli atti e documenti utili alla sua
difesa nel suddetto processo e soprattutto per la corretta prosecuzione della
conduzione amministrativa dell’Ente.

L’assemblea rappresentativa era stata convocata per discutere del seguente
ordine del giorno: Comunicazioni del Presidente; Articolo apparso sul
quotidiano l’ATTACCO in data 08/08/09 a firma del dott. Nicola Taglione
Sindaco del Comune di Cagnano Varano – Determinazione; Articolo apparso sul
quotidiano l’ATTACCO in data 28/07/2009 a firma del “Curiosone” –
Determinazione; Prot. 2010 del 26/08/09, prot. 2014 del 26/08/09, prot. 2042
del 27/08/09, prot. 2049 del 27/08/09, prot. 2099 del 02/09/09 –
Determinazione; Prot. 1999 del 24/08/09 – Determinazione; Legge Regionale n.
10 del 30/04/09, adempimenti ai sensi dell’art. 44.

Quest’ultimo accapo è stato rinviato.
Di questo e di altro ne parleremo nelle prossime ore nell’ambito di un
apposito servizio di cronaca da cui trasparirà chiaramente lo stato di disagio
in cui versavano i consiglieri presenti in aula, spauriti da una inchiesta in
corso, preoccupati per un probabile non ritorno in Comunità dopo le
indicazione dei 13 sindaci del Gargano e rassegnati per uno stato latente di
confuzione tutta intestina all’area tecnico-amministrativa della struttura
montana.

Fonte Garganopress.net

Intervento del vice-presidente della Comunità Montana del
Gargano, Luigi Vergura – Seduta del 14/09/2009

 

Non tutte le istituzioni vengono per nuocere

Quando si dice “facciamo sistema”. Certo, ma quante volte abbiamo utilizzato impropriamente questo termine? C’è davvero qualcuno che possa dire di fare sistema oltre ai soliti incontri, conditi di tante promesse, tante strette di mano, belle parole, grandi consorzi e poi? Poco più del nulla.
Ma c’è un Gargano che si muove, che ha voglia di fare aldilà di tutto, che esprime passioni sincere verso il nostro territorio,
un Gargano che si muove “lento”, silenzioso e concreto nelle sue iniziative.
Oggi abbiamo avuto un ulteriore prova di questo Gargano meno blasonato, ma che, nello stesso tempo, guarda più lontano, dove nella sede Io Sono Garganico  a Vico del Gargano, si sono riunite ancora una volta
tutte le agenzie e associazioni che propongono escursioni turistiche alla scoperta del “Gargano Segreto”, alla presenza dell’Assessore allo sport e turismo provinciale Nicola Vascello.
I protagonisti sono stati ancora loro,
tanti giovani ma anche esperti del territorio, dove ancora una volta hanno ribadito la fiducia in questa sinergia e collaborazione verso nuove strategie (cosa già avvenuta attraverso il catalogo turistico “Città Aperte”).
La novità di questo nuovo incontro è stata la presenza dell’agenzia Gtours che, dopo aver conosciuto le varie attività escursionistiche,
ha prospettato una collaborazione più fattiva, proponendo a tutte loro di entrare a far parte del catalogo turistico da loro prodotto con tiratura di 300.000 copie, distibuito in tutti i mercati turistici internazionali.
La strategia consiste nel
proporre a mercati di nicchia, ma non per questo meno importanti, vacanze nel Gargano di un certo livello culturale e naturalistico, come dire “quel” mercato che tanto rivendichiamo per poter finalmente destagionalizzare la nostra offerta turistica.
Proviamo quindi ad immaginare un catalogo distribuito in Finlandia che propone un week end ad Aprile sul Gargano a 199 euro “alla scoperta delle Orchidee”, con un’ esperta guida turistica, pronta ad accogliere gli ospiti,
in accordo con la struttura ricettiva? Questo è esattamente un esempio calzante di quello che si vuol fare.
Tante le agenzie e associazioni,
delle diverse località del Gargano, interessate e disponibili da subito a condividere l’iniziativa, cosa molto apprezzata dall’assessore Vascello, dove ha anche auspicato la realizzazione di una brochure specifica di queste attività, da proporre all’interno di pacchetti turistici già dal prossimo appuntamento di un certo rilievo, la fiera TTG di Rimini in programma il prossimo Ottobre.
E’ certo è che queste attività sono già largamente organizzate in altri territori turistici, ma è importante avviare anche nel nostro Gargano iniziative che inducono a riflessioni sulle condivisioni di sistema turistico ed organizzativo.

di Gaetano Berthoud

E’ partita ieri la prima edizione della Borsa del Turismo del Gargano

Benvenuti nella terra dei cantori e della serenata con chitarra battente.
Welcome to the land of singers and serenade with guitar swing.
Willkommen im Land der Sänger und Ständchen mit Gitarre Gange.
Fáilte chuig an talamh amhránaithe agus serenade le swing ghiotár.
Velkommen til jorden af sangere og serenade med guitar swing.
Välkommen till landet av sångare och serenad med gitarr swing.
Bienvenue au pays des chanteurs et des sérénades avec balançoire guitare.
Tervetuloa maa laulajien ja Serenade kitaristi vauhdissa.


E’ iniziata la prima "Borsa del Turismo del Gargano" (BTG)
L’evento, promosso da cinque Consorzi turistici di Vieste (Gargano Mare, Promozione Gargano, Fantastico Gargano, Idea Gargano, Itinerario Gargano) si propone di far entrare fattivamente in contatto il mondo dell’impresa turistica del Gargano con i tour operator di Germania, Inghilterra, Irlanda, Danimarca, Svezia, Finlandia, Francia, Finlandia.
Dal turismo balneare all’enogastronomia, dai tour storico-culturali al turismo benessere e offerte ad hoc per i vari segmenti: sono queste le risposte alle esigenze dei propri clienti che i tour operator internazionali cercheranno di trovare tra le città, le strutture turistiche e i paesaggi del Gargano.

Numerossime le aziende turistico-ricettive del Gargano che si sono accreditati per incontrare i 30 tour operator del Nord Europa che sono arrivati nel pomeriggio di ieri.

Le aziende che partecipano al BTG sono strutture alberghiere, residence, villaggi, agriturismi, bed and breakfast, campeggi così da offrire un’ampia selezione dell’offerta turistica garganica. Ai buyers stranieri saranno proposte degustazioni di prodotti tipici locali, per favorire anche la promozione delle aziende agroalimentari del territorio, in un’ottica sempre più orientata a sottolineare il connubio tra cibo e turismo.

Non mancheranno, ovviamente, i momenti istituzionali, con la presenza dei rappresentati degli Enti locali, provinciali e regionali, per un momento di riflessione e di programmazione riguardo al "brand Gargano" che può aprirsi a nuovi mercati proprio con la "Borsa del Turismo del Gargano" che ambisce a divenire un appuntamento fisso sul territorio.

Compito nostro è quello di rammentare agli organizzatori e ai tour operator, che dal 14 al 17 settembre dialogheranno per trovare le migliori soluzioni possibili, che il Gargano ha anche un patrimonio reale di idee. Ed è proprio su questo che occorre investire.
Gli investimenti in cultura non sono solo celebrazione dell’effimero, ma riappropriazioni del patrimonio culturale locale.
La cultura in genere rappresenta, molto spesso, un fattore chiave di sviluppo, soprattutto per un territorio come il nostro ricco di testimonianze storiche e con un’economia fortemente condizionata dal turismo e dal settore primario.
La valorizzazione della vocazione turistica del territorio passa anche attraverso una più attenta tutela del patrimonio culturale materiale e immateriale.
Fino ad oggi sul Gargano i privati si sono visti poco. Questa borsa rappresenta un nuovo inizio.
E’ giunto il momento che le amministrazioni pubbliche e il mondo delle imprese guardino i risultati degli eventi che tradizionalmente vengono realizzati ed insieme ai loro organizzatori realizzino finalmente il marketing sul e per il territorio garganico promuovendo il suo patrimonio e le sue eccellenze artistiche e culturali.

Alluvione sul Gargano, Amati: “Intervento in tre fasi”

Regione Web News – Notiziario istituzionale di sintesi dei fatti
d’attualità della Regione Puglia.

Al via i campionati italiani di fotografia subacquea alle Isole Tremiti

Stamane a Palazzo Dogana la presentazione

Foggia – “Ospitare in provincia di Foggia l’edizione 2009 dei campionati italiani di fotografia subacquea è per noi un motivo di orgoglio ed insieme un’occasione per proseguire sulla strada di una politica finalizzata ad una valorizzazione del nostro patrimonio naturalistico e ad piena e reale destagionalizzazione dei flussi turistici”. Così Nicola Vascello, assessore provinciale allo Sport e al Turismo, ha introdotto la conferenza stampa di presentazione dei campionati nazionali di fotografia subacquea in programma dal 19 al 27 settembre nella straordinaria cornice delle Isole Tremiti. “Siamo convinti – ha affermato l’assessore Vascello – che questa iniziativa rafforzi le strategie che l’Amministrazione provinciale ha messo in campo fino ad oggi. Lo sport è infatti un veicolo importante per l’attrazione di nuovi flussi turistici in periodi dell’anno non propriamente ‘canonici’, come dimostrano le risposte che ci sono arrivate in relazione alla pratica dell’Orienteering, disciplina di cui siamo certi la provincia di Foggia riuscirà ad ospitare i campionati mondiali. Molti, non a torto , hanno definito le Isole Tremiti isole ‘selvagge’. Il loro paesaggio incontaminato, i variopinti colori del mare, dei coralli e delle stelle marine, hanno reso le cinque isole, diventate Parco Marino nel 1989, un’attrazione unica.
isole_tremiti.jpgL’opportunità che ci viene offerta dai campionati mondiali di fotografia subacquea, dunque, ci consente di attivare una vera e grande azione di marketing territoriale”. Una tesi, quella dell’assessore provinciale allo Sport e al Turismo, condivisa anche dal sindaco delle Isole Tremiti, Giuseppe Calabrese, secondo il quale “questi campionati ci permettono di rilanciare l’immagine ambientale dell’intera provincia di Foggia”. Ringraziando le istituzioni che hanno sostenuto e creduto in questa iniziativa, il primo cittadino delle Isole Tremiti ha sottolineato la valenza di un evento “che ricorda a tutti noi quanto sia fondamentale saper coniugare la pratica sportiva con la tutela e la difesa del nostro meraviglioso patrimonio ambientale”. Il sindaco Calabrese ha annunciato inoltre che proprio in vista di questa competizione, e nella prospettiva di un sempre maggiore rafforzamento del rapporto tra le Isole Tremiti e Foggia, sarà attivato dal capoluogo dauno un collegamento aereo con le cinque isole attraverso un velivolo da 17 posti.

Saranno in tutto 130 i concorrenti che parteciperanno ai campionati, come ha spiegato Arturo Santoro, già campione mondiale di pesca subacquea, tra i quali alcuni componenti della squadra che ha recentemente partecipato ai campionati mondiali tenutisi in Cina. “Siamo fiduciosi – ha concluso Santoro – del fatto che questi campionati possano inaugurare una stagione che veda il nostro territorio protagonista in questa disciplina, magari anche candidandoci ad ospitarne i mondiali”.

http://www.ilgrecale.it

Ritrovo in un paese sperduto

Jonas era appena arrivato con la sua moto a vedere il lago di quella che una volta chiamavano Lesina, diretto nel luogo dove da decenni viveva, e gli venne in mente della sua prima volta che raggiunse il Gargano da ragazzo: era un ragazzo ventenne che viveva ad Harlem, pieno di disagio per quella che era la società e le regole che imponeva, allora decise di affrontare il viaggio della sua vita. Aveva visto molti partire e non ritornare, ed ora sentiva che toccava anche a lui, era il suo turno. Doveva affrontare il suo viaggio, quello che trovare se stesso.

Decise allora di prendere il primo volo verso la vecchia Europa che le sue tasche permettevano. Giunse a Roma, quella città che nei millenni era stata la capitale del mondo intero. In viaggio per l’Italia senza una meta precisa, cerco’ di andare a vedere quella città tanto nominata dai suoi genitori una volta, per la tragedia delle case che crollarono a causa di un terremoto, inghiottendo centinaia di persone, e di lì scese verso il mare eppoi verso le coste del piccolo Molise. Giunto agli inizi della Puglia scorse in lontananza levarsi in mare modesti rilievi verdeggianti, così decise di visitare il promontorio. E mentre si inoltrava il sole sorgente gli prometteva di riscaldargli la giornata, i riflessi sulle acque del lago di Lesina emulavano i colori del cielo albeggiante.

Alle spalle il lago e monte Delio si ritrovò un altro lago, quello di Varano a riflettargli forse l’azzurro del cielo. Di lì in avanti seguì sempre più stupito il succedersi dei paesaggi, a destra irti rilievi, a sinistra il lago ed in lontananza delle isole. Ad un tratto un mucchio di case che suggerivano un vecchio indumento intimo femminile usato per contenere il traboccare mammellare. Tali case abbarbicate su una piatta collina ne avevano invece ricoperto una più modesta. Non fù per un motivo preciso che, appena giunto un vecchio cartello, decise di uscire dalla strada, per raggiungere questo piccolo paesino.

Una lunga ma leggera salita prima di giungere in una piccolissima piazza avvolgente. Persone che camminavano in quel ristretto anfiteatro, vecchietti sulle panchine a fissarlo per qpogliarlo dei suoi segreti più intimi, il tutto molto lontano dal caos delle città nordamericane. Si fece coraggio ed armato del suo scarso italico idioma, si diresse verso uno dei tanti bar che riempivano la piccola piazza, ordinando una birra locale. Al barista chiese informazioni sul luogo, quali erano i monumenti e i luoghi da visitare, ma ben presto si accorse che essi scarseggiavano nella conoscenza comune. Il ragazzo chiamo’ il più maturo proprietario che gli rispose: “vai a parlare con quel vecchio seduto là fuori che ti saprà ben indirizzare”. Incoraggiato Jonas si avvio’ mentre alle spalle il barista avvertiva il ragazzo ed alcune persone al bancone:”godiamoci la scenetta, l’ho mandato dal visionario Giotto, che gli dirà una delle sue fesserie. Appensa giunto al suo cospetto Jonas, si presentò dicendo:”Buongiorno sono un visitatore d’oltreoceano e vorrei sapere che cosa c’è da vedere qui in loco”.

Il canuto Giotto rispose disturbato dal torpore iperglicemico: ”qui non c’è alcuna cosa che possa stimolare appieno il tuo nervo ottico, tranne i paesaggi di campagna”. Insoddisfatto, Jonas continuo’: ”scusi intendevo chiedere quali sono i monumenti e i posti di interesse da visitare”.

Giotto rispose: “ Qui non ci sono luoghi, qui si visitano cose non visibili”. Jonas meditò sulla risposta non trovandone significato. Forse non si era espresso bene oppure non aveva capito la risposta, quindi si girò in aiuto verso il barista, che vide sghignazzare attorniato da persone sorridenti. Allora ritornò da lui e gli chiese spiegazione, ottenendo un:” non fare caso a quello che dice e un visionario con qualche rotella in meno; lo era anche da giovane e nel tempo ha capito che immaginava sciocchezze”.Jonas per quel giorno decise di riposarsi cercando da dormire, si risveglio’ nel pomeriggio e decise di fare un giro in paese. Vide stradine anguste ed un fantasioso modo di addossare le case, salite e scale, tante scale, diseguali, a volte alte, a volte bassissime, spesso insidiose per lo straniero. La sera potè godersi lo spettacolo che forse una volta aveva visto nei film su Harlem, tutta la gente sedersi fuori e chiacchierare, godersi il fresco venticello serale.

Lui tento’ di socializzare e presentarsi nel migliore dei modi a quella gente. Avendo raccontato un po’ di sé chiese informazioni sul vecchio Giotto adoperando il compreso metodo di parlare di un argomento per indurre questa gente a commentare ed incentrare la discussione principalmente su di esso: aveva capito che era gente molto chiacchierona, a cui bastava uno spunto per scrivere epopee. Riuscì a capire che il vecchio Giotto era una persona diversa dalla maggior parte dei suoi coetani, non per gravi carenze fisiche o mentali, bensì per l’apertura mentale e la fulgida immaginazione. Egli aveva molte idee che voleva realizzare ma non vi era riuscito. Molti decenni fa lui faceva parte di un gruppo di giovani che organizzavano dei concerti popolati da persone agli occhi dei più poco raccomandabili, essi vestivano abiti usurati e facevano poco uso dell’acqua e del sapone. Perciò la gente del posto decise di riprendersi i suoi spazi impedendo ai forestieri di partecipare ai concerti, che poi furono annullati e sostituiti da musica più adatta all’epoca moderna. Jonas chiese che tipo di musica si eseguiva durante questi concerti e si sentì rispondere:”musica dei vecchi, con chitarre stonate e tamburi fatti con pelli di capra…”. Jonas aveva iniziato a capire che tra questa gente il disprezzo era la miglior arma per rendersi lindo agli occhi degli altri, ma che si potevano fare molte cose, a patto poi di criticare gli altri che lo fanno. L’immagine descritta gli fece ricordare che suo nonno gli suonava qualche volta quel blues ormai caduto in disgrazia tra il popolo ideatore,e questo da bambino lo rendeva molto felice, erano i pochi ricordi di suo nonno. Si chiese allora perché tanto disprezzo della gente per una musica del popolo. Quindi il giorno dopo cerco di intratterere discussione con il vecchio Giotto per capirne qualcosa in più: ”Mi scusi se disturbo, ieri le ho chiesto che cosa posso visitare e lei mi ha risposto che qui si visitano non luoghi, che cosa significa?”. Giotto rispose: “siediti, ma non prima di avermi potato qualcosa da bere”…”dunque, qui si visitano morti ed i loro lamenti..”. Dopo che Jonas ebbe chiesto chiarimenti, si sentì rimproverare: “sarai pure forestiero, ma non capisci proprio niente: qui si visitano morti e si odono i loro lamenti. Un tempo i lamenti dei morti erano ascoltati dai vivi, ma venne un giorno in cui i vivi seppellirono definitivamente i morti e non gli fecero più omaggio coi fiori…”.

Il gesto di onorare i morti coi fiori era ormai caduto in disuso da qualche decennio, che cosa intendeva con tutta questa storia Giotto?Jonas azzardò: ”scusi, ma io non parlo molto bene l’italiano, per cui chiedo se puo’ esprimersi più esplicitamente con me, per favore, mi spieghi le cose come farebbe ad un bambino”. Giotto rispose :” Povera Italia, allora un tempo qui i cafoni modulavano i loro lamenti accompagnandoli con una musica grezza eseguita da chitarre fatte con freni di biciclette e tamburi di pelle di capra; ma figlio mio, i loro lamenti, seppur espressi con strumenti musicali di fortuna, giungevano in cielo e con le loro serenate hanno rubato le donne più belle. Dopo la prima modernizzazione a seguito della fine della seconda Guerra nessuno faceva più quella musica e a nessuno piaceva, finché le visite frequenti di molti esploratori fecero rinascere l’apprezzamento e alla fine del millannio scorso i pochi conoscitori rimasti venivano osannati e i giovani erano avidi delle loro esibizioni. Ma quando divennero morti, la gente smise di ascoltare i loro lamenti e quella musica venne disprezzata fino ad esiliare dalla società i paesani che ancora la eseguivano. Ora ne sono rimasti pochi e fra poco i loro canti diventeranno lamenti di morti. Un tempo noi amavamo quella musica e quella cultura, tutti i nostri sforzi erano rivolti a garantirne una degna espressione, ma abbiamo fallito e perso nello scontro contro le forza modernizzatrici, che in realtà sono espressione del conservatorismo più estremo..uno scrittore antico diceva:tutto deve cambiare affinché tutto resti com’è. E’ una questione sociale, non solo prettamente musicale. Ha vinto l’omologazione alla cultura dominante, che ci vuole tutti uguali nei pensieri e nei comportamenti per garantirsi il futuro nel nostro consumismo”. Le parole di Giotto sembravano le parole di un vecchio socialista, uno di quelli che il secolo scorso avevano sfidato il capitalismo in imprese dalla riuscita molto improbabile, come realizzare società in cui vigeva la comunanza dei beni, ideetanto lontane dalla sua società occidentale….

Ma Jonas sentiva che Giotto poteva insegnargli molto, per cui decise di carpine quante più informazioni su chi fossero i sommersi dalla cultura moderna e potessero fargli sentire i canti proibiti. Capiì che Giotto non erano un grande esecutore, ma conosceva molti canti e molti aspetti della vecchia cultura e che in gioventù era stato una forza viva nel promuoverla, ma che si era scontrato contro l’insormontabile scoglio della integrazione sociale con gli altri paesani.

Jonas fece visita ai profughi della musica popolare e con una modesta videocamera ne fermò a futura memoria i gesti e le espressioni, nonché i lamenti.

Spesso nei discorsi di Giotto aveva sentito parlare di un vecchio edificio crollato ed abbandonato dall’interesse comune; tale costruzione era situata nella parte piana delle campagne cittadine e molto probabilmente era una chiesa qualche secolo prima. Un giorno decise di farne visita e s’inoltrò tra rovi e macerie: che scempio, un edificio di tal importanza per questo popolo, lasciato alla furia del tempo, abbandonato al succedersi delle stagioni, dimenticato dalla stessa gente che lo aveva costruito. Quel giorno decise che qualcosa si doveva fare, non riflettè molto su come usare i suoi pochi risparmi accumulati in qualche annetto di lavoro nel piccolo borgo, sotto copertura di un comportamento moralmente onesto e di una linda reputazione (aveva ben celato i suoi incontri con Giotto e gli altri diseredati), decise di comprare quel piccolissimo fazzoletto di terra desolata.

Con duro lavoro rimosse la vegetazione che copriva quella vecchia chiesa e ne tento di rimettere in piedi le macerie. Vi riusci, con imperturbabile dedizione e vi depose le memorie dei lamenti dei morti che negli anni aveva raccolto. Poi decise di rendere pubblico il suo lavoro e a decine nuovi esploratori si presentarono, da lui ospitati, e fecero risplendere la gloria dei morti. Il suo ruolo divenne quello di custode di questa nuova biblioteca di Alessandria, situata nei campi di uno sperduto paese del Sud Italia. E lì per decenni custodì il suo tesoro dell’archivio di Sant’Anna, avendo trovato finalmente il senso del suo viaggio. Ne era valsa la pena lasciare tutto quello che aveva nella moderna America, per salpare daoccidente ed approdare ad oriente e trovare il suo ruolo nel ricordare i lamenti dei morti.

Rocco D’Antuono

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