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Quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano

“Caratteri della religiosità… che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano.”

Estratto dell’INTERVENTO DI LEONARDA CRISETTI

È un piacere per me rappresentare Cagnano nel programma “Gargano Letteratura”. Sono con noi tenaci seppur delicate “Le Gemme del Gargano”, accompagnate dall’infaticabile e crestivo direttore artistico Gianni Cerrone, dalle famiglie dei ragazzi e delle ragazze del gruppo folclorico, che seguono ogni evento culturale.

Sono, inoltre, Emanuele Sanzone, Tommaso Stefania e Costanza Schiavone, che ci declameranno i versi che andrò a commentare. È, infine, il cantore Antonio Di Cataldo che ci proporrà qualche canto popolare che bene si sposa con il tema di questa sera.
Vi condurrò – spero piacevolmente – sui caratteri della Religiosità popolare dei cagnanesi che attraversano il Gargano e il mondo, per quel comune sentire e voglia di sacro che caratterizza il genere umano. Religiosità che si radica a mio avviso nella paura della morte livellatrice che recide sul più bello il filo della vita. A questro riguardo non posso non ricordare che in quest’anno seno venute a mancare due personalità della cultura cagnanese molto attive: Francesco Bocale poeta e narratore e Francesco Ferrante giornalista e ricercatore storico. Ad essi va il nostro pensiero; alle loro famiglie il nostro cordoglio.

Saggio Religiosità popolare a CAGNANO VARANO (estratto)
Parlare di religiosità popolare e di devozione potrebbe sembrare anacronistico e demodé, ma non lo è. Discorrere su questo tema è utile perché i rituali e le festività religiose, attraverso cui si manifesta la devozione:
1. fanno parte delle nostre radici;
2. costituiscono momenti aggreganti, di coesione sociale, di terapia collettiva, anche quando dietro i cortei processionali si finisce con il chiacchierare anziché pregare;
3. sono occasioni per rivitalizzare il culto, i costumi, i valori, i piatti della tradizione, così contenendo gli effetti omogeneizzanti della globalizzazione;
4. offrono l’opportunità di gustare versi, canzoni, storie, attraverso cui si è espresso il sentimento umano e il rapporto con il sacro fino al recente passato;
5. appartengono anche al nostro mondo.
Le festività popolari influenzano, pertanto, la personalità globale, curando le dimensioni: religiosa, conoscitiva, estetica, socio-affettiva e morale. Ritengo, perciò, che sia conveniente conservare le forme devozionali della religiosità popolare e che le amministrazioni locali facciano bene a dare spazio a questi momenti culturali.
Prima di entrare nel vivo del tema, consentitemi di ricordare a tutti noi il significato di religione e religiosità popolare, accennare al rapporto tra religiosità popolare-folclore-devozione-superstizione-magia, parole che -come ciascuno sa – sono interrelate. […]
La religione è quell’istituzione universale – per il fatto che interessa tutti i cittadini-, che ha il potere di influenzare anche gli organi di potere dello stato, che si esprime attraverso manifestazioni e forme organizzative molto differenti, sia per quanto riguarda la ritualità, sia per quanto concerne l’oggetto del culto. L’espressione “religiosità popolare” riguarda le forme concrete e diverse con cui gli uomini si rapportano con il sacro, nelle differenti realtà di contesto e nei diversi periodi storici.
Riguardo al termine “popolare” va detto che se in passato ha significato tutto ciò che era ascrivibile ad uno stato sociale di basso livello, con il tempo, ripulito dalle incrostazioni ideologiche e classiste, ha assunto significati sempre più positivi. “Popolare” vuol dire “universale”, che appartiene al popolo devoto, quel popolo che in passato si è messo in cammno verso i luoghi sacri. Un popolo rappresentato da uomini e donne di ogni età e ceto sociale. Sotto questo profilo la religiosità popolare non è qualcosa di “apocrifo e bastardo”, da ridicolizzare e condannare anche attraverso la spettacolarizzazione.
[…] Il fenomeno della religiosità popolare va colto nella sua dinamicità storica, letto in chiave reticolare, analizzato alla luce della complessità. Ci si rende conto che “… la religione popolare non esiste allo stato puro; che in essa entrano, in varia misura, elementi folkloristici, pratiche superstiziose e magiche, sopravvivenze pagane”; che non è agevole tracciare i confini tra la religione popolare, da una parte, e il folklore, la superstizione e la magia, dall’altra; che “è anche molto difficile stabilire se una pratica sia una sopravvivenza pagana o sia invece una pratica cristiana più o meno deviata”.
Si comprende che i rituali, le cerimonie, le feste, le fiere, i pellegrinaggi attraversano il mondo dei credenti, che le forme devozionali sono da sempre esistite, anche prima del cristianesimo, perché da sempre l’uomo si è sentito fragile e impotente e ha avvertito il bisogno di protezione, di affidarsi alle forze soprannaturali in modo che queste potessero assicurare la salute materiale e spirituale dell’individuo e della collettività.
Nell’esprimere la propria devozione verso santi e divinità, inoltre, l’uomo ha utilizzato ogni tipo di linguaggio, manifestando la propria devozione con danze, gesti, canti, preghiere, addobbi, luci, colori, pellegrinaggi.
Incapace di dominare le forze occulte della materia e della vita, fatto ricorso alla magia, che pretende di controllare la morte, il dolore, il destino, di operare incantesimi, tramite persone speciali, che mediano tra la divinità e gli uomini.
[…] Nonostante il cristianesimo abbia condannato il magismo, ritenendolo espressione delle forze demoniache, le pratiche legate alla superstizione e alla magia non solo non sono cessate, ma hanno ripreso vigore proprio in concomitanza dell’affermarsi del cristianesimo e della nascita d’interesse verso il culto di Maria e di altri Santi.
Si pensi alle reliquie che hanno messo in moto tutto il popolo dei devoti in pellegrinaggio verso i luoghi, ove esse si conservano, per poterle vedere e così sperare di ricevere una grazia. Si pensi agli amuleti e alle formule magiche.
A Cagnano, ad esempio, molti credono ancora oggi che sia sufficiente invocare “Sande Martine”, per allontanare il malocchio . L’invocazione, però, per avere efficacia, deve essere accompagnata dal gesto di farsi toccare dalla persona ritenuta responsabile dello “sguardo” iettatore. Se invece la ragazza è già stata “affascenata” , c’è bisogno dell’intervento della comare che è a conoscenza della formula terapeutica. È, questa, una sorta di nenia che si pronuncia mentre si scioglie il malocchio; può essere appresa solo la sera di Natale e può essere insegnata solamente a due persone, per cogliere nel segno. Il bambino il “mal di vermi”? un dolore? Eccolo dalla comare ritenuta esperta-guaritrice dalla comunità. Era sufficiente che ella lo segnasse con il segno di croce, gli toccasse la parte dolorante e pronunciasse alcune parole, tra cui rientravano i nomi dei Santi, di Maria, di Cristo. L’immaginario collettivo cagnanese aveva, inoltre, conferito ad alcune donne – le fattucchiere – il potere speciale di fare la “fattura”, utile per riconquistare il fidanzato, per far scatenare l’odio o per far nascere l’amore. Donne ricercate e temute, le fattucchiere. Guai a mettersele contro!
Tra le manifestazioni popolari delle società contadine, c’erano riti augurali, propiziatori per sé, per le proprie messi e per le proprie greggi, legittimati dal bisogno di sicurezza, si soddisfare le sigenze primarie. Ed ecco, la massaia che, dopo aver impastato il pane, fa un segno di croce prima di coprirlo per bene, in modo che lieviti. Nel frattempo chi entra in casa è tenuto a dire: “Sande Martine”, oppure: “Bbenedica!” Ecco il massaro che, nel lavorare il latte per fare scamorze, caciocavalli e altri prodotti caseari, fa anch’egli il segno di croce sull’impasto. Ecco il pastore in grotta per entrare nelle grazie di San Michele, perché tenga lontano da sé e dal suo gregge peste e terremoti. Ecco il pescatore che implora i santi per augurarsi una pesca miracolosa.
Quando, da bambina, accompagnavo mio padre a buttare le reti nelle acque del Varano, ogni sera prima di tornare alla “torra”, m’invitava a ripetere con lui, che in chiesa era andato solo per sposarsi e per battezzare i figli: “Nda lu nome de Sand’Addècchia, ogni magghjia ‘na vurrecchia”. A mia madre, invece, continuano a illuminarsi gli occhi, quando mi racconta della pesca miracolosa dell’8 settembre: cinque quintali di anguille, di cui due e mezzo di capitoni. – “ E chija ce ne po’ scurdà! Vo jèsse bbenedètta la Madonna de li Grazije”.
L’olio era da tutti ritenuto “sacro”. Se accidentalmente se ne versava un po’ sul pavimento, bisognava buttarci sopra prontamente del sale, per neutralizzare gli effetti negativi dell’incidente, altrimenti la famiglia si sarebbe imbattuta in una disgrazia. Anche la rottura di uno specchio era ritenuta di maleaugurio.
Chi era stato graziato dalla Madonna, da San Michele o da Sant’Antonio, era tenuto a vestire un bambino della famiglia come la Madonna o come il Santo. Come buon auspicio, quasi tutti appuntavano sotto il vestito “l’abbetine”, un sacchettino che conteneva un santino piegato più volte, acini di sale e altri oggettini ritenuti scaramatici. Altri si appuntavano anche il “mazzetto”, che raggruppava un piccolo corno, un crocifisso, una manuzza.
“Mettendo insieme curnecèdde, sale e sandine, voi mischiate il sacro con il profano – protestava don Angelo Pasquarelli, parroco del paese negli anni Sessanta. Le donne, però, non lo ascoltavano e hanno continuato a mettere lu trappète sotto il letto, “nu poche de cudacchje” dietro la porta, un bel paio di corna all’ingresso, perché questi oggetti, le formule magiche, determinati gesti – dichiara convinta una signora da me intervistata – “vanno contro la malaggende, contro il malocchio, contro li nemici”.
Nel mondo in cui la scienza e la tecnica non registravano gli attuali progressi, nelle società in cui dominavano la precarietà, la miseria e l’ignoranza, nel mondo in cui anche l’emicrania e il mal di pancia erano inspiegabili, l’uomo faceva, dunque, ricorso ai Santi, alla superstizione e alla magia. La commistione di superstizione-magia e devozione cristiana, presente in ogni pratica popolare, era perciò finalizzata alla salute psico-fisica dell’individuo e della comunità.
Lo sconfinamento della religiosità nella magia è evidente nella tradizione di San Giovanni che cade in 24 giugno di ciascun anno. A questa festa religiosa erano particolarmente devote le donne da marito che, curiose di conoscere il proprio futuro, ricorrevano all’arte divinatoria interpellando, appunto, San Giovanni. Tenendo il setaccio sospeso con delle forbici, l’interrogante diceva:

“San Giuuanne che vi ‘na vota all’anne,
dimme Mechèle me penza, si o no?

Se il setaccio ruotava verso destra o verso sinistra, era segno che Michele la pensava. La sera di San Giovanni, inoltre, queste giovani donne, per conoscere il mestiere del futuro sposo, solevano mettere “a llu serine” l’albume dell’uovo in un bicchiere d’acqua. Se al mattino seguente l’albume, rapprendendosi, assumeva la forma di una pecorella, era segno che la ragazza doveva sposare un pastore, se diventava una falce, il futuro sposo sarebbe stato contadino, se assumeva la forma di una scarpa, avrebbe sposato un calzolaio, se diventava un pesce, quella donna sarebbe diventata moglie di un pescatore. Altre donne, più impazienti, nel bicchiere insieme all’acqua, anziché l’albume, vi versavano del piombo fuso.. Le fidanzate, che desideravano informazioni sulla futura vita coniugale, interpellavano, invece, il cardo, che la sera di San Giovanni veniva bruciacchiato e lasciato all’aperto durante la notte. Se all’indomani avvizziva, non era di buon auspicio, se rinverdiva, prometteva una vita coniugale serena.
Comportamenti supersiziosi che hanno accompagnato l’uomo di sempre. E se San Giovanni e/o San Michele sembrano avere assorbito le funzioni di Calcante, l’indovino greco giunto a Roma per dare responsi dentro le grotte, e quelle di Asclepio guaritore, poi, sono subentrati l’oroscopo e i medium. Oggi i maghi, i morti, i Santi s’interpellano ancora, soprattutto per guarire da una malattia e … per aver un numero vincente da giocare, alimentando la speranza di potersi arricchire, mentre, di fatto, ci si finisce con l’indebitare di più. Anche nella società conoscitiva e tecnologica, caratterizzata dai progressi della scienza e della tecnica, atteggiamenti e comportamenti superstiziosi trovano, perciò, ancora spazio.
A fronte delle ragazze che consultavano San Giovanni di nascosto, i giovani di Cagnano, molto più concreti, attendevano ansiosi le feste religiose per conoscere e corteggiare le ragazze. Il motivo religioso è, perciò, associato anche al tema dell’amore. Lo dimostrano alcuni testi da me raccolti in Canti e storie di vita contadina. In sije bbèlla ca dumane è ffèsta, una canzone popolare che assume la struttura della manuetta, l’anonimo autore invita la ragazza a farsi bella per l’indomani, giorno dell’Ascensione o del Corpus Domini, ad affacciarsi alla finestra, a lanciare i fiori sul corteo processionale. Ascoltiamo questi versi, con la voce e l’interpretazione di Emanuele. A tradurli è Tommaso.

Sije bbèlla ca duman’è ffèsta
L’Ascinzijόne e llu corpo de Criste.
Gàvizite e vvatti mitti a lla funèstra,
mèna li fiori quanni passa Criste.
Tu li mini pi la mana dèstra
E lui li raccogli pi la sinistra.
Quillu ch’àvita fa, facitilu prèste.
Ca sinnò ce mèna e la funisce.

La funisce e la
Nzia ma’ nzia ma’
Vola palomma
E cu la pampena ti risponde.

E funisce e vvola
Si la fiamma di lu core
Quanne ce à ddà luuà
Quanne lui pi ttè po’ stà.

Di questo brano vi vorrei proporre la versione cantata. Prima, però, mi sia consentito un breve commento sul passaggio che recita “Tu li mine cu la mana dèstra e lui li piglia cu ma mana senistra”, nel quale c’è un senso che può essere colto solo andando con la mente alla cultura medievale. La donna qui lancia i fiori con la destra, sinonimo di forza, di grandezza, della mano di Dio, mentre a sé, essere debole, il cantore concede di afferrarli con la mano sinistra, simbolo della debolezza, della tentazione, del peccato. La donna rappresenta, pertanto, il mezzo che permette all’uomo di elevarsi. Nel canto, e solo nel canto, attraverso il corteggiamento, si riflette la visione angelicata della donna, paragonata alla Madonna, perché la realtà quotidiana della donna era molto diversa. Sul tema della condizione della donna ho scritto diversi articoli e con gli alunni del liceo abbiamo fatto una ricerca intervistando oltre venti nonne (vedi blog Dina Crisetti o il Gargano nuovo), mentre ora è giunto il momento di porporvi la versione cantata del testo appena presentato.

Nel riprendere il nostro tema, vorrei farvi notare che i canti popolari e, nel nostro caso, quelli che parlano di religiosità popolare non sono solo di Cagnano, ma appartengono a tutto il Gargano e vanno anche oltre. Lo verificheremo attraverso il testo che segue, di cui presenteremo tre versioni. Sono certa però che ne esistano altre. Verificate da voi, ad es., se è presente nel vostro dialetto. Il brano porta il titolo: “Quarandasètte jurne songh state uneste” e allude alla tradizione della penitenza, della preghiera, del digiuno e degli impedimenti, associata alla Quaresima. Il cantore, anonimo come in molti canti popolari, dice, infatti, di essere stato fedele alla sua donna per quarantasette giorni, che giunta la Pasqua, le ragioni del cuore non possono più tacere. Bisogna assolutamente incontrarsi.

Versione cagnanese

Quarandasètte jurne sònghe state unèste
E cce so state pe fféde e ppe propòsete
E mmo che ssò menute li sande fèste
raggiόne de cόre ce ne jèsce tòste.
Sàbbete sande sfèrrene li cambane
Jè lu jurne de Pasqua, nghiésa ce vedime.

A San Giovanni Rotondo i comportamenti da assumere durante la Quaresima si tramandavano così:

Bèlla mò ce ne vane la Quarandana
Mo nge fa l’amòre com’e pprima.
Mìttete ‘na crona longa mmane
E vvatte sinde la mèssa ògne mmatina.
Sàbbete sfàrrene li cambane
E allòra facime l’amòre com’e pprima.

È qui evidente la contaminazione di culti pagani e cristiani. È chiaro che la Quaresima è andata a sotituire la Quarandana (nna). Da un mio saggio”, ho scoperto che quello della Quarandanna era un rito tutto femminile riconducibile ai greci, che rifletteva la condizione difficile, subalterna della donna, incerta soprattutto in età adolescenziale, quando era in attesa di “sistemazione”. Il rituale voleva che si costruisse una pupa di pezza, chela si vestisse con gli abiti tradizionali femminili (gonna, gunnèdda e tuccate in testaù), che in una mano portasse lu fuse e nell’altro la chenocchia (fuso e rocca). Questa pupa nel periodo della Quaresima era appesa a una corda, tesa tra due pali della strada, oppure sulla mezza porta, o ancora alla finestra. Là restava sospesa per quaranta giorni. Il sabato santo veniva, slegata e, infine, bruciata o impiccata. Il rituale della Quarandana fu poi assorbito dalla cultura cristiana, che ne ha mutuato il nome [solo in parte modificato] e ne ha fatti coincidere i tempi di celebrazione. Nella versione sangiovannese oltre alla variante della "Quarandanna” al posto dei “Quarantasette giorni” della Quaresima, si registra l’imperativo dell’innamorato che ordina alla donna di recarsi in chiesa, a pregare.

A San Marco in Lamis, i comportamenti da assumere in Quaresima si tramandavano con questi versi:

Quarandasètte jurne jè la Quarèseme.
Non è ttèmbe cchiù de fa l’amόre.
Mìttete ‘na crona jinde li mane,
decème uammarije e rrazione.
La matina che te jàveze da lu lètte,
vàttela sinde ‘na prèdeca devine.
Sàbbete Sande a sciolate d’è cambane
Ce vedème arrète com’e pprime.

Il brano di San Marco in Lamis è quello che, oltre a meglio evidenziare il tema della religiosità associato all’amore, è più completo. Negli otto versi [quelli tipici dello strambotto], l’autore dice espressamente che durante i quarantasette giorni della Quaresima non è tempo di amoreggiare, che bisogna recitare lunghe preghiere (la corona del rosario deve essere, perciò, con molti grani), che bisogna andare in chiesa ogni mattina, che solamente il sabato santo, allorché saranno state slegate le campane – una volta cessato il periodo di “lutto”- sarà possibile incontrarsi in chiesa e rivedersi come un tempo. In tutte e tre le versioni è, comunque, presente il motivo dell’astensione dei rapporti sessuali durante il periodo quaresimale.
In genere erano i maschi a esprimere la propria devozione verso le ragazze, cogliendo le opportunità offerte dalle feste religiose. Ho trovato, tuttavia, un testo che ha come protagonista una voce femminile. Ci troviamo di fronte a una giovane donna che si rivolge a un giovanotto e lo fa con molta delicatezza, con devozione – oserei dire- religiosa.

Àveza quidd’occhje, giuvinotte galande,
Ch’èia vède li bbillizzi di lu tuo visu.
Tu sumigghje a doi viole bianghe
O puramende a lu fiore de lu paravisù.
E guarda bellù, a chi ti rassumigghi?
A la spèra de lu solu, a ‘nu friscu ggigliu.
E guarda, bellu, a chi àssumigghiate?
Alla spèra di lu solu, quannu jè levate.

Un brano che ricorre alla figura retorica dell’analogia per indicare la nobiltà d’animo del giovanotto, che si coglie con gli elementi indicanti la luminosità, lo splendore, tutto ciò che è bianco. Nel testo, infatti, la donna paragona il bel giovanotto alle viole bianche, al fresco giglio, al fiore del paradiso, alla sfera sole.

Proseguendo il nostro viaggio sulla religiosità popolare così come si è sincretizzata a Cagnano Varano, un paese del Gargano nord, che ha i piedi puntati sull’anfiteatro di colline e le spalle rivolte alla laguna e al mare, un territorio dai mille volti, che riflette la civiltà dinamica del mare e del lago e quella più chiusa ma non meno interessante della realtà agro-silvo-pastorale, un paese che presenta le anime religiosa e turistica, proprio come quella garganica, di cui rappresenta un piccolo ma prezioso tassello, non posso non soffermarmi sulle figure di due santità molto significative: quella angelicata dell’Arcangelo Michele e quella tutta umana, della Madonna delle Grazie, nella quale molte donne del posto si sono identificate. Figure molto apprezzate, per altro, in tutta la Capitanata, come dimostra la frequenza dei pellegrini ai loro santuari. […]

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