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A Carpino hanno raggiunto la perfezione

Una mia scherzosa teoria è che a Carpino ci sono dei superuomini, persone forse venute da Marte. C’è, infatti, quasi un abisso tra la poetica di Carpino e quella degli altri paesi del Sud. Secondo me. A Carpino hanno raggiunto la perfezione.
Eugenio Bennato
Gazzetta del Mezzogiorno 26 Giugno 1983, p.18

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Carpino Folk Festival: All Are Welcome

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Abigail King is a writer and photographer who swapped a career as a doctor for a life on the road. Now published by Lonely Planet, the BBC, CNN, National Geographic Traveler & more, she feels most at home experimenting here: covering unusual journeys, thoughtful travel and luxury on http://www.insidethetravellab.com

Yes, you’re invited.
Every year the tiny town of Carpino throws a party for anyone who’s interested during the first week of August. It’s called the Carpino Folk Festival, and perhaps unsurprisingly, it focuses on folk music.

But depending on where you’re from, folk music can mean different things. In England, it frequently means restrained dancing around a Maypole during broad daylight once a year. In Carpino, it means dancing until dawn with a punchy, near frenetic ensemble of accordions, drums, guitars and most of all vocals.

In 21st century terms, Carpino is not remote. It sits within a two hour drive, along smooth tarmac and winding roads, of the busy international airport Bari. It welcomes thousands of people to its white-washed piazzas and narrow cobbled lanes each summer for an explosion of song. And it overlooks the twinkling Lake Varano which spills on down through the olive groves to the popular beach resorts of the Gargano National Park.

Yet when it comes to foreign visitors, remote does appear to be the word.
You won’t find throngs of art history students bent over sketchpads, reciting dates and lines and the pedigrees of powerful Italian families. You won’t find crowds of Americans searching for roots or Europeans with insufficient sunscreen.

In fact, there’s a completely different pilgrimage come August in Carpino.
This village of 5000 welcomes back its travelling sons and daughters, those who left to find work. What began as a family sing-song and long stories told over deep red bottles of wine has evolved into the region’s biggest folk festival, attracting crowds from all around. The multi-generation spirit remains, though, as grandmas and grandpas (nonnas and nonnis) take to the stage belting out haunting melodies and giving accordions a good work out as darkness falls.

Abi King – Inside The Travel Lab
http://mustlovefestivals.com/2014/10/19/carpino-italy

“ ‘Stu criato” di Enzo Gragnaniello è ispirata alla Tarantella del Gargano

“La Tarantella del Gargano è un giro armonico del Sud Italia, come il giro armonico del blues, composto da 4 accordi, ognuno poi ci scrive la sua canzone. Io mi sono ispirato alla Tarantella, ma ho ridotto gli accordi da 5 a 2, ho scritto io il testo, l’ho resa più cantautorale, usando un linguaggio diverso, e ho reso il ritmo e il cantato meno sincopato.” (Enzo Gragnaniello)

Il coinvolgimento della tarantella del Gargano in “Stu criato” è un aspetto particolarmente interessante e arricchente. La tarantella, in generale, è un ballo tradizionale del sud Italia, spesso associato a ritmi vivaci e a una funzione terapeutica che tradizionalmente veniva utilizzata per “curare” chi era colpito dalla tarantola, attraverso un’intensa danza che permetteva di liberarsi da un malessere fisico e psicologico.

Nel caso specifico della tarantella del Gargano, essa è una variante di questa danza tipica della zona del Gargano (nord della Puglia), che presenta un ritmo e uno stile distintivi rispetto ad altre tarantelle. È particolarmente intensa, vivace, e molto carica emotivamente, con una forte componente di ripetizione ritmica e accelerazione che crea una sensazione di ansia e rilascio. Questo ritmo ipnotico e travolgente è spesso accompagnato da strumenti tipici come il tamburello e la chitarra, che caratterizzano la danza.

Nel brano di Gragnaniello, la tarantella del Gargano non è presentata in forma di danza vera e propria, ma come un elemento ritmico e sonoro che infonde energia e intensità emotiva alla canzone. Questo tipo di ritmo, pur essendo più lento e meditativo rispetto a una tarantella tradizionale, mantiene comunque quel carattere ipnotico e ritmico che riflette il conflitto interiore e il dramma espresso nel testo. Il coinvolgimento della tarantella del Gargano si manifesta anche nella struttura ritmica: un andamento che alterna momenti più veloci e intensi a pauses più riflessive, simbolizzando il dolore e la speranza, temi centrali nel brano.

Gragnaniello riesce a mescolare questa tradizione con un linguaggio musicale più contemporaneo, dando una nuova veste alla tarantella, pur mantenendo il suo carattere profondo e radicato nella cultura del sud Italia. La ripetizione ritmica e la dinamicità della tarantella del Gargano creano un forte impatto emotivo, contribuendo a rafforzare l’intensità del messaggio che il brano vuole trasmettere.

Il contrasto tra il ritmo tradizionale della tarantella e il messaggio struggente della canzone arricchisce l’esperienza di ascolto, creando una sorta di dialogo musicale tra le radici popolari e la narrazione contemporanea di Gragnaniello.

‘O saccio, ‘o saccio je sulamente
chello c’aggio passato
quanno l’angelo e’ vulato,
chello c’aggio passato
quanno l’angelo e’ vulato
c’aggio passato.

‘Na voce, ‘na voce m”o ripete
nun perdere cchiu’ tempo
cerca d’essere felice,

nun perdere cchiu’ tempo
cerca d’essere felice,
cerca d’essere felice
nun ce sta tempo.

E cantano, e cantano l’aucielli
e cantano sultanto
quanno e’ santo ‘nu pensiero,
e cantano sultanto
quanno e’ santo ‘nu pensiero,
quanno e’ santo ‘nu pensiero
canta l’auciello.

‘A notte, ‘a notte tene ‘e stelle
‘e stelle hanno brillato
fino a quanno l’e’ guardate,
‘e stelle hanno brillato
fino a quanno l’e’ guardate,
fino a quanno l’e’ guardate
hanno brillato.

‘A pace, ‘a pace e’ comme ‘a pece
e ‘a mette ‘ncopp”o fuoco
chillo ca nun e’ capace,
chillo ca nun e’ capace
mette ‘o fuoco sotto ‘a pace,
mette ‘o fuoco sotto ‘a pace
chi nun e’ capace.

‘A vocca, ‘a vocca e’ comm”e rose
quanno parle d’ammore
leva ‘e spine a dint”e parole,
quanno parle d’ammore
leva ‘e spine a dint”e parole,
leva ‘e spine a dint”e parole
si dice ammore.

‘A vita, ‘a vita e’ comme ‘a morte
stanno vicine ‘e casa
nun se ponno appicceca’
stanno vicine ‘e casa
nun se ponno appicceca’,
nun se ponno appicceca’
songo una cosa.

E tu, e tu figlio ‘e Maria
tu nun si manco nato
gia’ si stato cundannato,
tu nun si manco nato
gia’ si stato cundannato,
gia’ si stato cundannato
appena nato.

‘E figli, ‘e figli songo ‘e Dio
e nun se tocca niente
‘e chello ca e’ stato criato,
chello ca e’ stato criato
nun ce l’ammo maje ‘mparato,
nun ce l’ammo maje ‘mparato
chistu criato.

“La fava di Carpino dal Gargano allo spazio” di Nello Biscotti

Tra dieta spaziale e etnobotanica

Tutti i segreti e la storia di un legume antico che è stato riportato all’attenzione mondiale dalla missione spaziale di Samantha Cristoforetti. Oggi i semi si comprano facilmente ovunque e si tratta di semi prodotti altrove, generalmente ibridi; soluzioni facili che hanno accattivato ogni contadino che ha smesso di prodursi i suoi semi, così il germoplasma va definitivamente perduto: ecco l’importanza della fava di Carpino, ultimo testimone di un germoplasma che aveva nutrito per secoli una vasta comunità rurale come quella del Gargano

Nicola Ortore, pensionato (74 anni), agricoltore, testimone in primis della storia agricola del Comune di Carpino (Foggia) e della sua fava nel particolare, oggi elemento della dieta per la missione spaziale di Samantha Cristoforetti. Le fave di Carpino: circa 10 ettari di superficie investita, una produzione media annua intorno ai 300 quintali. 10 ettari salvano oggi dall’estinzione un’accessione (collezioni di risorse genetiche agrarie) che diversamente avrebbe seguito il destino di tante specie e «cultivar» (erosione genetica) delle agricolture tradizionali.

I protagonisti

Protagonisti di questo percorso, prima un Consorzio (Sloow food, Ente Parco nazionale del Gargano), oggi un’associazione di 5 cinque agricoltori, presidente, Maria Antonietta Di Viesti, moglie di Michele Cannarozzi, 41, anni, figlio di Antonio Cannarozzi che insieme al nostro Nicola Ortore rappresentano oggi gli ultimi biopatriarchi di questo legume con una indiscutibile identità storica e culturale e probabilmente anche genetica. L’interesse pertanto per questo legume è anche scientifico, poiché rappresenta un patrimonio genetico che ha rischiato concretamente di perdersi definitivamente.
Chi è la fava di Carpino? Quale la sua storia? Domande che rientrano nel campo di studio dell’etnobotanica, dalla quale è necessario partire. Prezioso, pertanto, il contatto con Nicola Ortore.
Gli attuali 10 ettari sono il risultato di un percorso di recupero che parte negli anni novanta del 900, quando la coltura aveva conosciuto il suo minimo storico (culturale, produttivo, alimentare); a Carpino gli ultimi contadini rimasti a coltivarla erano appunto Nicola Ortore e Antonio Cannarozzi e qualche altro sicuramente; insieme continuavano a seminare (non più di 3-4 ettari) quelle stesse fave (germoplasma) che avevano seminato i loro padri. La faticosa e sempre meno remunerativa coltura della fava sarà gradualmente sostituita dai nuovi impianti di ulivo soprattutto, poi dalle orticole.
Chi era questa fava non è facile rispondere, ma è una questione di grande interesse scientifico oggi (ci stiamo lavorando); risposte potrebbe venire dal progetto «Biodiverso» (Università di Foggia/Bari) nel quale abbiamo coinvolto con grande interesse anche la Fava di Carpino. Ricerche bibliografiche non sono di grande ausilio, se non una generale ma preziosa letteratura (Baselice, 1812; Nardini, 1914) che attesta il Gargano tutto come un’importante area produttiva per il foggiano e, probabilmente, per l’intera Puglia, della fava. Per le comunità rurali garganiche particolarmente, la fava, insieme ad altri legumi (ceci, fagioli, cicerchie) era l’alimento fondamentale, prezioso del resto anche sul piano nutrizionale (nobili proteine vegetali); fondamentale anche per nutrire la variegata fauna domestica, specialmente muli, asini, cavalli, la forza motrice per l’agricoltura tradizionale e ancor di più per lo «scosceso» e arido Gargano.
A cavallo tra la fine dell’800 e i primi anni del 900 le fave costano, diventano quasi un alimento di lusso, e così «tendono ad abbandonare – scrive Nardini – il desco del contadino garganico…; e alla pignatta di fave … va sostituendosi la pentola delle patate. Triste sostituzione – conclude – in quanto che la fecola non vale la legumina». È un prodotto che già ha un mercato, un prodotto che si esporta: circa 40mila ql che devono far fronte ad un consumo locale di circa 9mila ql., evidentemente al di sotto del fabbisogno, se circa 39mila erano destinati all’esportazione. La patata invece aveva raggiunto livelli produttivi di circa 150mila quintali (Nardini, 1914).

Il perché di un successo

Il centro agricolo garganico di maggior produzione delle fave era Manfredonia (15.000 ql), ma se consideriamo il solo Promontorio, si distingue Carpino (9.000 ql). I dati, gli unici disponibili, sono frutto di stime fornite dai singoli comuni, per motivare e rafforzare la necessità di un progetto di Ferrovia garganica e pertanto, precisa Nardini, sono anche «esagerati in più». Al di là dei numeri reali, quelli indicati sono sufficienti a delineare un quadro produttivo comunque significativo, rilevante. Le produzioni variavano a seconda dei terreni dai 10 ql per ettaro ai 18; ipotizzando una produzione media di 12 ql/ha, il Gargano coltiva fave su circa 2.700 ettari, dei quali circa la metà nell’agro di Manfredonia (terreni pianeggianti) e circa 700 nel solo territorio di Carpino. Un primato storico a Carpino va dunque riconosciuto. Le fave di Carpino sono anche cottoie, si cuociono facilmente (ottima cuocibilità), la ragione del loro successo commerciale.
Le altre fave del Gargano non erano cottoie? Tutto dipendeva dal tipo di terreno! I contadini dicono ancora oggi che nel Gargano il «terreno cambia a palmo»: era possibile che nello stesso fondo vi fossero parcelle di «terra cucevole», tra quelle «crudevole», cioè in grado di indurre alle fave o a qualsiasi altro legume la difficile cottura. I contadini sapevano riconoscere una «terra cucevole», dalla presenza di una pianta velenosa: Sambucus ebulus; abbiamo potuto verificare che i suoli che la ospitano sono freschi, profondi, argillosi, calcarei certamente, ma con un ph più basso (specie tendenzialmente acidofila) che riduce l’assorbimento del calcio. Quanto ne sanno più della «scienza» i nostri contadini!
La fortuna o il coraggio, la lungimiranza, delle fave di Carpino è di aver utilizzato «terre cucevole», concentrati tutti nella Piana di Carpino, ottimi suoli, investiti in parte a vigne e uliveti e, soprattutto, al seminativo ove occuperà un posto d’onore la fava. La piana di Carpino, è una piana alluvionale, con terreni profondi, freschi e, soprattutto, con un basso (o normale) tenore di calcio, poiché è proprio questo elemento che è determinante nel decidere il livello di cottura delle fave. Nella maggior parte dei casi i suoli garganici sono ricchi di calcio, disponibilità che induce le piante ad un maggior assorbimento rendendo, soprattutto il tegumento più duro, quasi cuoioso; di qui la non facile cottura del seme, in termini più semplici, della scarsa o bassa permeabilità all’acqua del tegumento soprattutto. Le terre «cucevole» avendo un ph più basso riducono la disponibilità di calcio e l’assorbimento da parte delle piante.
La cuocibilità o meno pertanto è, sostanzialmente, un problema di idratazione del seme. Tra le pratiche quasi quotidiane delle nostre nonne vi era quella di preparare le fave da cuocere: rompere il tegumento almeno alla base («moccicare» le fave) a colpi di denti o con l’ausilio di un coltello e lasciarle per ore in ammollo. L’unico modo per rendere cottoie tante fave, che diversamente sarebbero state non cuocibili.
Se consideriamo però la notevole presenza di seminativo che interessava soprattutto il Gargano interno, con suoli, specialmente nell’altopiano carsico (da Sannicandro, a Cagnano alla Foresta Umbra) freschi, profondi, ricchi di sostanza organica, la fava cottoia era possibile ottenerla un po’ ovunque. Carpino invece raggiungeva livelli di produzione di prodotto cottoio considerevole; la superficie a fave, secondo quanto ci ricorda Nicola Ortore, è importante (60/70 ettari) ancora negli anni 50 e 60 del 900 e motiva ancora fermenti economici e commerciali: «a giugno – precisa Ortore – Carpino era invasa di mediatori del barese (Acquaviva delle Fonti, Castellanata) che comprano quasi tutta la produzione per venderla nei mercati pugliesi fino a Taranto; la riconoscibilità e il valore commerciale delle fave di Carpino raggiunti sono cosi forti che “sono quotate nella borsa merci di Bari (anni 50/60 del 900)”», aggiunge. Mi fa vedere la «pignatella» che ancora conserva, quella che i mediatori utilizzavano per saggiarne non solo le caratteristiche organolettiche in generale, ma soprattutto la cuocibilità, per poi procedere all’acquisto della partita; il valore economico del prodotto, infatti era indissolubilmente legato al livello di cuocibilità (oggi può essere sufficiente il coefficiente di idratazione, per la stretta correlazione fra grado di cuocibilità e tempo di idratazione).

La tecnica colturale

Ma la fava e, non solo di Carpino, aveva anche un intenso consumo allo stato fresco, nella forma di companatico. «Allorché son tenere si mangiano col pane» è quanto si trova in una relazione di Luigi Baselice (1812), botanico foggiano, allievo di Michele Tenore (fondatore Orto Botanico di Napoli) per sottolineare il forte legame delle comunità foggiane con le fave. Sempre Baselice può confermarci l’intenso uso alimentare riportandoci quelle che dovevano essere le ricette più diffuse in Capitanata: «cotte all’acqua con aglio non trito e condite con olio; cotte con la cotenna a piccoli pezzi; cotte a minestra nel brodo di carne».
La tecnica colturale ancora oggi si basa in gran parte su lavori manuali (non può essere diversamente); si semina ancora entro la prima decade di dicembre. Oggi può esserci una seminatrice, ma almeno fino agli anni 60/70 del 900, la semina si faceva lasciando cadere il seme in fondo al solco da una mano femminile che seguiva un aratro prima a chiodo e poi in ferro (con vomere); un solco successivo provvedeva a colmare il solco precedente e a interrare il seme. Tecnica consolidata da tempo, come si faceva già 150 anni prima: «Le fave si seminano – scrive Baselice – in fila ad uno ad uno, seguendo l’aratro». E come ieri si devono falciare ancora mano e, soprattutto, sgranare «a mano» (una trebbiatrice romperebbe tanti semi).
La fava storicamente entrava in regolari rotazioni nella coltura del grano: una rotazione almeno triennale che cominciava con il grano, al primo anno, avena nel secondo anno, ci ricorda Ortore, e poi la fava; senza di essa la produzione di grano (non vi era nessuna concimazione) non sarebbe stata possibile nei magri e difficili suoli garganici. Ma la fava entrava anche nelle consociazioni di colture arboree, dagli agrumeti di Rodi, Vico e Ischitella, agli uliveti e ai mandorleti delle colline costiere del Promontorio. Dopo qualche mese dalla semina (febbraio/marzo) una/due sarchiature manuali, poi la raccolta, con mietiture manuali, essiccazione in campo con i tipici «Manucchi» (quattro/cinque manipoli del mietitore) disposti in fila; infine, la «trebbiatura con giumente» (Baselice, 1812).
La fatica non era finita poiché bisognava separare i semi da paglia e tutto il resto. Come? Il vento! si cercavano posti ventosi, le cosiddette aie (ariòle, ariìl), spesso luoghi anche pubblici, molti divenuti poi toponimi importanti anche di quartieri di centri abitati. A colpi di forche prime e pale il vento favoriva l’allontanamento dei resti vegetali e la caduta del seme tutta da una parte. Lavoro faticosissimo, la paglia «bruciava», più estenuante quando il vento si faceva desiderare. Di questi scenari che potrebbero animare oggi folcloristiche rubriche televisive, ci restano solo memorie.

L’importanza del germoplasma

Le fave vi sono ancora nel Gargano, per consumi familiari, ma anche per alimentare i mercati locali di «fave fresche», ma i semi non sono più «quelli di una volta»; si comprano facilmente ovunque, confezionati in belle e pratiche scatole colorate, che riproducono baccelli lunghissimi, ricchi di semi; facile immaginare che si tratta di semi prodotti altrove, generalmente ibridi; soluzioni facili che hanno accattivato ogni contadino, per cui da tempo il Gargano (e non solo) ha smesso di prodursi i suoi semi di fave, un altro germoplasma andato definitivamente perduto: ecco l’importanza della fava di Carpino, l’ultimo testimone di un germoplasma che aveva nutrito per secoli una vasta comunità rurale come quella del Gargano (160/180mila abitanti).

Fava-Carpino

Ma torniamo al nostro interesse: di quale fava doveva trattarsi? Di un unico tipo che si era diffuso in tutto il Promontorio? O la secolare tradizione colturale aveva determinato una differenziazione di biotipi? Nicola Ortore, riconoscerebbe anche ad occhi chiusi la «fava di Carpino» e, se gli chiedi quali sono le sue caratteristiche, ti dice che la fava di Carpino è «piccola, piatta, con apice troncato (seme compresso), baccello stretto e corto con non più di 4/5 semi; e poi la “fossetta” all’apice» (piccola incavatura). Elementi sufficienti a caratterizzare sul piano morfologico la Fava di Carpino? Sono i primi ma fondamentali indizi da cui certamente partire. C’è poi, il colore con leggere sfumature verdastre, anche quando secca.
Le fonti letterarie potrebbero darci qualche altra indicazione utile? Per quanto non esaustiva, è ancora una volta il Nardini che parla in proposito di due varietà: la fava da granella, a seme grosso e a seme mezzano e poi la favetta (da foraggio). Nardini aveva ben colto la diversità colturale della fava. La moderna botanica, infatti, classifica le fave in due varietà: Vicia faba var. major, fava grossa e Vicia faba var. equina, favetta o fava cavallina, la prima per l’alimentazione umana, la seconda per il bestiame. Ci sarebbe anche il favino, Vicia faba var. minor, favino o fava piccola (semi rotondeggianti e relativamente piccoli) utilizzato per il sovescio (forma di concimazione). Nel Gargano vi era la fava grossa e quella mezzana; qualche anziano ci ricorda che quella grossa, generalmente meno cottoia, era destinata spesso all’alimentazione del bestiame. Le mezzane, invece, erano le preferite, perché generalmente più cottoie. La fava di Carpino è riconducibile al tipo mezzano.

L’importanza delle varietà locali

La botanica si ferma qui. Volendo procedere in una ulteriore classificazione, sono da considerare le categorie agronomiche quali le cultivar (varietà coltivate), gli ecotipi, infine le accessioni. La fava di Carpino è oggi riconosciuta come «varietà locale», per l’utilizzo agronomico locale, quindi non ha il valore di una cultivar (es. Aguadulce, Aprilia, Reina Blanca, Supersimonia) ma ha almeno i caratteri di un ecotipo, cioè evidenzia un insieme di caratteri che la rendono diversa, unica, ma dipendenti strettamente dalle condizioni pedoclimatiche a cui si è legata (Piana di Carpino).
Un ecotipo si distingue in primo luogo su caratteri morfologici: lunghezza dei baccelli, numero di semi, forma e colorazione del seme a maturazione; e poi caratteri agronomici (es. epoca di raccolta); ebbene alcune di queste informazioni per le fave di Carpino sono note, ma tante altre ancora da acquisire, necessario percorso per pensare di poterla elevare ad un rango superiore (es. cultivar). Il fatto di essere cottoia è caratteristica acquisita nel contesto pedologico: ciò non esclude che i caratteri morfologici (numero semi, forma, colore, ecc.) possano essere divenuti invece una condizione genetica.
Intanto continuiamo a considerarla una «varietà locale», una logica che ha discriminato fino a semplificarla, la diversità di fave (e non solo le fave) creata dai nostri nonni; nelle facoltà di Agraria si distinguevano cultivar importanti e cultivar meno; queste ultime erano quelle «locali» sulla base del livello di utilizzo colturale. Già negli anni 70 del 900, le industrie sementiere offrivano cultivar produttive, grosse, e belle. Perché continuare a farsi i semi di varietà «locali» quando si possono direttamente comprare? Quale contadino avrebbe potuto resistere a questa tentazione? Nessuno! Soprattutto nella prospettiva che avrebbe potuto produrre più fave e, non per fare più soldi, ma per non essere costretto a cambiare mestiere. Perché le fatiche dei contadini, si sa, specialmente in Italia (mancanza assoluta di politiche agrarie da almeno 40 anni) non valgono niente. Infatti anche producendo di più, niente è cambiato, senza considerare che abbiamo inquinato falde, banalizzato il paesaggio agrario.
Per concludere, la fava di Carpino, come tante altre risorse agricole che abbiamo perso per sempre, è un eccellente testimone anche di queste storie, che sarebbe bello sentirle raccontare qualche volta a Quark o Superquark. Testimone soprattutto della difficile storia del seminativo granario nel Gargano (circa 60mila ettari). Un contadino di Vico del Gargano (Michele Del Viscio) ha «buttato» qualche anno fa l’ultimo sacco pieno di fave «mezzane» che il padre (anni 70 del 900) aveva conservato per seminarle. Reperti oggi preziosissimi, per comprendere meglio anche la stessa Fava di Carpino. Qualche altro seme di fave garganiche è necessario trovare!
Prima buttiamo e poi dobbiamo necessariamente recuperare, è un paradosso, ma è una condizione oggi obbligata per non perdere biodiversità che non è solo un fatto scientifico, ma è la premessa perché possiamo continuare a nutrirci. Expo Milano 2015 è Alimentazione! Di qui, finalmente, il Progetto Biodiverso (biodiversitapuglia.it) a cui tutti possiamo e dobbiamo collaborare, perché la Fava di Carpino, e tante altre orticole del Gargano, possano tornare ad essere risorse agricole, senza le quali non si vede futuro per queste «terre».
Tanti giovani, spesso laureati, in tante parti d’Italia scelgono di essere «contadini». Non è solo un ritorno alla terra o una scelta di vita, ma volersi spendere scientificamente in un’attività produttiva che abbiamo visto storicamente come condizione di «cafoni» e «bifolchi» senza avere la consapevolezza che l’agricoltura, rimane ancora oggi, il settore ove si ha il massimo livello di applicazioni scientifiche.

Fonte: http://vglobale.it/cultura/17061-la-fava-di-carpino-dal-gargano-allo-spazio.html

LE STORIE CANTATE, Viaggio tra i cantastorie di Puglia di Nicola Morisco e Daniele Trevisi

http://www.youtube.com/watch?v=nMDZ1sG5hEw

Il progetto rientra nell’ambito di una ricerca più ampia delineata dagli autori sulle tracce della tradizione musicale pugliese, scritta e  non scritta.  Nel tracciare le figure artistiche dei musicisti cantastorie emergono le diverse influenze di interesse etnomusicologico che hanno attraversato nel tempo un territorio morfologicamente singolare come la Puglia.

Il linguaggio dei protagonisti del documentario è pieno di “coloriture”, come la loro voce, con inflessioni e cadenze dialettali. Ultimi testimoni e conservatori della tradizione o studiosi e ricercatori di una misticità musicale tra le sonorità spontaneamente liriche e l’attaccamento alle radici ancora vive di una cultura tradizionale “a rischio” di estinzione i protagonisti del documentario “Le storie cantate – Viaggio tra i Cantastorie di Puglia” offrono una sensazione di appartenenza alle proprie radici e alla propria terra.

Una dimensione originaria, che mescola i rapporti tra la Magna Grecia e l’elaborazione culturale tipica di una regione meridionale, ancora per certi versi identica a se stessa. I versi di Virgilio (Eneide, Libro III), ad incipit del documentario servono ad introdurre la narrazione del viaggio nella conoscenza della cultura arcaica pugliese, prendendo a simbolo Enea che giunge sulle sponde salentine di Porto Badisco (Otranto), sulla rotta per raggiungere Roma.

In questo viaggio musicale a tracciare il percorso sono le testimonianze dei cantori della meridionalità, da Uccio Aloisi a Tonino Zurlo, da Enzo Del Re alla formazione corale dei Cantori di Carpino, per concludere con Matteo Salvatore. Accanto agli interpreti-autori, cantastorie antesignani dei cantautori (è il caso di Salvatore) spiccano i contributi dell’etnomusicologo e musicista Antonio Infantino, del regista, attore e autore Moni Ovadia, del jazzista napoletano Daniele Sepe e del regista e attore Michele Placido.

Carpino nel cinema, il cinema a Carpino

Effetto Puglia. Guida cineturistica a una regione tutta da girare

Effetto Puglia. Guida cineturistica a una regione tutta da girare

Carpino nella guida cineturistica “Effetto Puglia”, Edizione Laterza
pref. di A. Gaeta, itinerari di A. Benvenuto, C. Foschini, A. Gaeta, G. Indennitate, T. Pepe: 2012

Sopra un’altura folta di olivi, s’incontra poi la sede del noto Folk Festival Carpino, le cui storie e melodie di tradizione contadina sono narrate e celebrate da Thierry Gentet ne I cantori di Carpino (2008), attraverso voci, musica e parole di due di loro: Antonio Maccarone e Antonio Piccininno. Da qui, in Craj – Domani (2005) di Davide Marengo, parte Teresa De Sio per un viaggio musicale sulle tracce delle autentiche radici popolari garganiche, incontrando, pure lei, i cantori prima e il foggiano Matteo Salvatore poi. Tra la piazza del paese e la vicina Peschici si mossero però pure Marcello Mastroianni e Gina Lollobrigida, dietro i ciak del film La legge (1959), tratto dall’omonimo romanzo di Roger Vailland che il regista Jules Dassin scovò fresco di stampa in una libreria parigina.

I cantori di Carpino
Maurizio Sciarra
Carpino, Italia, provincia di Foggia…» così comincia una canzone di Eugenio Bennato che parla di questo paesino del Gargano, noto per l’olio ma più ancora per la tarantella. È con lui che nel 2000 scoprii Carpino ma soprattutto il fantastico terzetto dei Cantori, Sacco Andrea, Maccarone Antonio, Piccininno Antonio, tutti rigorosamente con il cognome prima del nome. Tra i 91 e gli 85 anni, cantavano serenate e tarantelle che parlavano d’amore, di passione, dei cicli della terra legati ai cicli della vita. Con loro ho girato Chi ruba donne, che racconta la loro ricchezza, che diventa ricchezza della loro terra: la poesia inconsapevole di chi canta per non sentire la fatica. È stata un’esperienza indimenticabile, la prima volta che ho raccontato un pezzo di Puglia, io da sempre spaventato di cadere nel folklore, nell’agiografia dei territori e dei sentimenti. Lì era tutto così vero e naturale che il pericolo non c’era! «Chi ruba donne non si chiama ladro ma si chiama giovinotto innamorato…», «Donna che stai affacciata alla finestra, mìname un garofano dalla grasta», «Sei ragazzetta di 14 anni, da piccolina tu mi hai stregato lu core»… Questi i versi che diventano ritmo trascinante e sfrenato, lontano dalle «mode» giunte dopo, con la scoperta «colta» della pizzica e delle notti della taranta… Carpino conserva le sue tradizioni e le trasmette al mondo in un festival che ogni anno riunisce cantori di tutto il mondo, nelle sue incantevoli notti d’agosto. Gli anni sono passati, e del terzetto rimane soltanto Piccinino. Maccarone si sarà ricongiunto con tutte le donne della sua vita, quelle che sua moglie e tutto il paese scoprirono pubblicamente durante la prima proiezione del film in piazza. Anche Andrea Sacco non c’è più, lui è stato il primo ad andarsene. Lo ricordo quando siamo andati al cimitero a trovare sua moglie, e abbiamo girato una delle scene più commoventi del film: la sua serenata all’innamorata morta, sopra quella che sarebbe stata la sua tomba. E lì Andrea disse: «Ma io non morirò, perché chi canta non muore mai».

Effetto Puglia Editori Laterza preview.pdf

Carpino, Pasquale Farnese, il Veltro e altri giornali garganici

Corriere delle Puglie

Cerignola 21 aprile 1888
(L.) Pasquale Farnese mi manda Il Veltro da Carpino. Ora bisogna che io vi parli di queste tre cose: Carpino, Pasquale Farnese e Il Veltro.
Carpino è un paesello del Gargano, il monte di S. Michele, intorno a cui la leggenda si allarga, e ondeggia tra il bibblico e il romanzesco; il monte dei pellegrini, che traggono dagli angoli più remoti delle Puglie e della Lucania, e passano in lunga fila salmodiando, attraversando, citta e campagne, sotto il sole del meriggio, tra umidità delle paludi; il monte aspro e fragante, per cui clivi auliscono gli armenti, declinando al mare. Carpino è un paesello insalubre, messo fuori della grazia di Dio, presso il palude di Varano: dove gli uomini son cacciatori, e si arrampiacano su per le balze a inseguire lepri; dove gli uomini son poeti, e sangono sulle vette per mirarvi di là lo spettacolo della natura, e lanciar strofe libere all’aria.
Cosi Pasquale Farnese, fibra forte di artista e lottatore, temprata alle battaglie della vita, sognante sempre, come un uterno fanciullo, tante cose belle, tante cose nobili e grandi.
Io lo conobbi a Napoli nell’ottantatre, e diventammmo subito amici. Piccolo, tozzo, bruno, col gran cappello calabrese in testa, congiurava per la repubblica, questo grande ideale dei giovani, questo stupendo miraggio, che seduce. Allora era cessata da poco l’epopea patriottica della Spira, un giornale intorno a cui, come ad unico vessillo si raccoglievano tutti i maggiori repubblicani d’Italia; da poco era cessata la campagna irredenta del Pro patria, e i giovani pensavano a qualche pubblicazione più modesta a sostituirvi. Pasquale Farnese mise fuori un giornalettuccio domenicale chiamato il titolo?, una povera cosa; ma subito dopo venne fuori la Bandiera, che usciva tutti i giorni, e meritava di viver più lungamente. Venne Ettore Vollo da Roma a dirigerla, e si raccolse un gruppo di giovani arditi che questa colta cominciava ad avere veramente una forza nelle mani; ma alcuni mesi dopo Ettore Vollo se ne andò a Roma, e poi in America, dove trapianto la Bandiera di Napoli; e questa per allora rimase a Pasquale Farnese, che vi dedico tutte le sue forze, v’infuse tutta la sua vitalità. Poi la Bandiera fini e Pasquela Farnese se ne andò a Carpino.
Intanto era venuto seminando su pei giornali di Napoli e di fuori i suoi sonetti pieni di fuochi, poi riuniti nei Pampini, ed era diventato quasi celebre con l’inno al canape, un’ardita e felice risposta all’inno al canape di quel fiero spirito, che di Vittorio Jmbriani.
Ed allora Pasquale Farnese mi manda il Veltro, monito della democrazia pugliese: e mi pare che l’intendimento sia buono, che lo scopo sia lodevole.
Ma, ohimè ! quanto” durerà questo Veltro.’ E dov’ è , e che cos’è la democrazia in Puglia? E come, e quando si manifesta e si afferma?
Io son forse scettico; ma, mi perdoni il mio carissimo Farnese, questa democrazia io non la vedo. Io vedo una borghesia, per metà aristocratica, che eredita e sostiene il pregiudizio di casta, e pensa ad afferrare il potere, e si agita per esso (né mi si parli di eccezioni, che ne conosco anch’io qualcuna ); per metà contadinesca, ancora curva sulla terra, da cui deriva, a null’altro pensando che al modo di sfruttarla in proprio vantaggio.
Restano gli operai? Via non parliamo neanche di questi: sono troppo ignoranti ancora.
Pensano (e fanno bene) a formare associazioni di mutuo soccorso, e prender parte con la loro bandiera (e in ciò fanno male) a tutti i ricevimenti politici, e a tutte le commemorazioni, senza capir mai il come e il perché, guidati da un aristocratico, da un intrigante o da un farabutto. Ciò è forse duro, mio caro Farnese, ma è vero; e di verità dure a me pare che ce ne siano molte da constatare in questi poveri e disgraziati paesi.
Con tutto ciò questo Veltro potrà essere utile, molto utile se mirerà ad uno scopo veramente pratico, e se i mezzi vi corrisponderanno; se l’ottimo Farnese saprà bandire dal suo giornale la rettorica declamatoria, che fa ridere, e le dissertazioni dottrinarie dell’alta politica, se non darà troppo campo alla letteratura sgrammaticata, che aumenta il numero dei pretensiosi, e discredita il giornale; se cercherà d’escludere completamente le corrispondenzucce piene di pettegolezzi, che destano inutili malumori, e non cavano mai un ragno da un buco.
Dica Pasquale Farnese, poiché egli ne ha la forza e il coraggio, dicano gli altri egregi i mali, che affliggono la nostra provincia: ne mettano le piaghe chiaramente a nudo; ne indichino i rimedi con franchezza e pertinacia, e vadano avanti senza riguardi e senza renitenze. I buoni non potranno che fare plauso alla nobile iniziativa: gli altri, se non l’ameranno questo Veltro, lo temeranno certamente. Prenda esempio ( mi permetta signor Direttore, e non lo tenga per un complimento ); prenda esempio dal Corriere delle Puglie, che ha apparenza così modesta, e pochissime pretese; ma va attuando lealmente e coraggiosamente il suo programma, e corre diritto e sicuro alla meta.
FARNESE Pasquale Poeta e giornalista, nato a Carpino nel 1857

Il Veltro – monito settimanale della democrazia pugliese, nato nel 1888 a Carpino, direttore P. Farnese.
Tra i primi periodici garganici insieme a «Il Gargano» e «Il Risveglio».

Inno al canape / Vittorio Imbriani, Pasquale Farnese, Roma : Loescher, 1881 – In cui si rivolge al re Umberto I, perchè “si riscuota dalla sua sonnolenza”.
Pampini, Carmi esecrati (Napoli, Tipografia Artistica 1884)

pampini

Aggiornamento 27 novembre 2017 – Grazie a Michele Lauriola veniamo in possesso di un’immagine del settimanale.

ilveltro

Dall’immagine di Domenico Sergio Antonacci del volume “Viaggio tra giornali e giornalisti garganici” Giuseppe De Cato, C.Grenzi Editore si legge “Il Veltro” iniziò le sue pubblicazioni il 28 maggio 1885 (dall’immagine di cui sopra essendo riferita al I anno sono portato a credere che la prima pubblicazione è quella del 24 maggio 1888) e aveva come sottotitolo “Monito settimanale della democrazie pugliese” (lo stesso che tre anni prima era stato utilizzato per “il corriere di Capitanata”). Il foglio ebbe una vita “intermittente e stentata, nel carattere battagliero che gli si riconosceva (…) usciva il giovedi a Carpino, mentre era stampato dalla tipografia Vecchi e de Girolamo in San severo. Di Formtato 48×68 (…) le tre colonne su larga giustezza (…) erano in corpo di 12 e 10 (…) l’Abbonamento annuo era di cinque lire; ogni numero costava dieci centesimi” cosi D’addetta in Giornali e giornalisti garganici.
Michele Ferri negli atti del “Il 35° Convegno nazionale sulla Preistoria, Protostoria, Storia della daunia” tenutosi a San Severo 15 – 16 novembre 2014 scrive: Il reperimento dei due periodici (“Il Risveglio municipale” e “Lo Sprone”) ha permesso di accertare che anche Rodi rientra, insieme con Apricena, Cagnano, Carpino, Ischitella, Manfredonia, Monte Sant’Angelo, San Marco in Lamis e Sannicandro, tra i Comuni garganici che possono vantare la presenza di una tipografia (più o meno importante) tra Ottocento e novecento.
Michele Lauriola infatti conferma che Giuseppe d’Addetta scrisse che “Ai primi di settembre 1903 Pasquale Farnese si presenta ancora con un nuovo giornale, stampato questa volta a Carpino, dal titolo “La Rupe”. Aveva egli stesso impiantata una tipografia nella sua patria nell’odierna via Palestro (sotto la cosiddetta Madonnella)”.
(M. Ferri, Editori e tipografi di Capitanata, pag. 380) Carpino in via Palestro era ubicata la tipografia Rupe (La), Gazzetta della democrazia garganica (1903-1904), direttore Pasquale Farnese, responsabile Nicola De Cata.

Alessandro Sinigagliese a Milano recupera il numero del Il Veltro del 13 settembre 1888

Una bellissima e magica Gina Lollobrigida nella bella Carpino!

L’attrice Gina Lollobrigida intervistata sul set del film “La Legge” di JULES DASSIN, 1958 – Piazza del Popolo, Carpino.

SONNY RAY – Fortune oscillanti di un italoamericano nato per il palcoscenico

Sonny Ray foto The Sydney morning heraldLa storia di Mario Ronghi, noto anche come Sonny Ray, in viaggio dall’Italia a New York, da Melbourne a Londra, da Hollywood a Sidney tra sogni ambiziosi e gioiose risate, cadute rovinose, dolore e disperazione.
A cura di Antonio Basile, Domenico Sergio Antonacci e Pierluigi Pelusi

Tra coloro che cercarono fortuna negli Stati Uniti nella grande emigrazione italiana avvenuta fra il 1880 e il 1915 vi fu Francesco Ronghi e Gioffreda Antonietta di Carpino (FG) che arrivano a New York il 4 giugno 1907. Qui ebbero due figli, Mario e Gino e poco dopo come molti altri emigrati fecero ritorno in Italia, nelle Puglie.
Gino, nato nel 1914, si sposo con Rosa D’addetta, si laureò in Legge, ma poiché non professava fece l’agricoltore nei molti terreni di proprietà della moglie.
Più grande di Gino era Mario che nato a Manhattan al 173 di Blecker Street, il 24 marzo 1908 passò la sua giovinezza a Carpino, dove i genitori volerò avviarlo all’arte di orefice e orologia. Ma la natura di Mario era un’altra, far ridere la gente, e man mano che cresceva, la sua ambizione si salire sui palchi prese saldamente radici nel suo cervello fertile, cosi riprese la nave e fece ritorno nelle americhe. Da questo momento in poi nel paese garganico si perdono le sue tracce.
Agli inizi degli anni 80 è in Italia, a Carpino, dove muore e viene sepolto.
Prima di morire, però, lascia la traccia del suo passaggio.
Assolutamente stravagante e con atteggiamenti femminili, su sollecitazione di un suo grande amico, Antonio Ermanno Santoro, organizza uno spettacolo per mostrare la sua arte e lasciare un suo ricordo ai carpinesi.
Non sono molte le notizie in proposito. Tuttavia molti parlano di un vero attore da avanspettacolo, particolarmente portato per le parti comiche alla “gastone” per intenderci. Cantava benissimo tant’è che nello spettacolo realizzato a Carpino interpretò (fra le altre cose) anche la parte di una sciantosa, truccato e vestito perfettamente (voci di popolo parlano di costumi presi a nolo a Napoli e di una valigia piena di trucci da far invidia a moltissime donne).
Niente di più.
Mario Ronghi con la sua morte scompare il 16 Novembre del 1984.

Ma la memoria gioca brutti scherzi (in questo caso, uno scherzo bellissimo).
E’ il 03 Maggio 2010 e il social network facebook ci fa un regalo. Pierluigi Pelusi parla a Domenico Sergio Antonacci della storia delle radio libere di Carpino e tra i personaggi dell’epoca (ultimi anni 70) menziona un certo Sonni Rey, un attore di avanspettacolo che sosteneva di aver vissuto negli Stati Uniti e di aver lavorato a Hollywood.
Domenico mi contatta per chiedere lumi in proposito. Non ne so nulla, anche se la memoria va subito ad un certo Mario che viveva sopra l’alimentare di mio padre in Piazza del Popolo. Me lo ricordo solo perché lo vedevo girare con un maglione di cotone azzurro e in calzamaglie. Domenico mi conferma che si tratta di Mario Ronghi alias Sonni Rey.
Inserisco “Sonni Rey Carpino” in Google, ma non appare nulla che possa essere ricollegabile al nostro Mario Ronghi. Domenico e Pierluigi fanno lo stesso percorso, ma nulla. Raffino la ricerca e tutto ad un tratto nell’elenco di Google appare un Sonny Ray nei panni di The Artful Dodger nel film “Oliver Twist” del 1933.
Non faccio in tempo a dare la notizia a Domenico e a Pierluigi che ritorna a nascere il nostro Mario Ronghi, ossia “Sonny Ray”. Nel giro di pochi minuti è un accavallarsi di notizie e di emozioni fra noi tre. La notte passa insonne.
Era da non crederci: un carpinese a Hollywood negli anni 30 nei cast dei film che contavano. Emerse subito una vera è propria filmografia.
– Nel 1932 è nel cast di Jimmy’s New Yacht.
– Nel 1933 è in Oliver Twist, film americano diretto da William J.Cowen. Si tratta dell’adattamento cinematografico (la prima versione sonora) del popolare romanzo di Charles Dickens. Sonny Ray è nei panni di Jack Dawkins, meglio conosciuto come Artful Dodger, il capobanda dei bambini criminali addestrati dal vecchio Fagin. Artful Dodger tradisce Oliver Twist facendolo catturare da Fagin, ma poi ne diventa il suo più caro amico cercando di fare di lui un borseggiatore. Il Dodger è appunto un borseggiatore, così chiamato per la sua abilità e astuzia.
In verità con Sonny Ray la critica è molto feroce: considerato troppo plateale e troppo vecchio nel ruolo di Artful Dodger.
– Sempre nel 1933 partecipa a The Perils of Pauline di Ray Taylor, un serial movie in cui veste i panni comici di Willie Dodge.
– Nel 1934 è nel cast di The Gay Divorcee diretto da Mark Sandrich: il grande musical con Fred Astaire, Ginger Rogers e Alice Brady – Premio Oscar per la migliore canzone originale, The continental, cantata da Ginger che balla in coppia con Fred Astaire. Del Film anche la canzone Night and Day (di Cole Porter) cantata da Fred, sulla spiaggia di notte mentre danza con la Ginger.
– Nel 1935 è nel cast di The Personal History, Adventures, Experience, & Observation of David Copperfield the Younger (normalmente abbreviato in David Copperfield), l’adattamento cinematografico dell’altro popolare romanzo di Charles Dickens diretto questa volta dal regista George Cukor.
Nominato al Festival del Film di Venezia, ottiene tre nomination ai premi Oscar per la migliore direzione, miglior film e migliore fotografia.
A questo punto finisce la sua carriera cinematografica.
I paesani intervistati da Domenico pur non conoscendo la carriera holliwoodiana di Mario Ronghi, sostengono che, fino al suo rientro in Italia, Mario trovasse da vivere con piccoli spettacoli di burlesque in teatro, ma soprattutto cantando e danzando nei nightclub di New York.
E’ cosi, infatti spuntano gli articoli dei giornali dell’epoca: il New York Times, il Baltimore News, il Buffalo News, il Philadelphia Enquirer.
Tutti parlano di una star internazionale, un One-man show in viaggio tra Londra, Hollywood e Parigi.
Sonny Ray the showman of a million changes. Praticamente l’Arturo Brachetti del secolo scorso che in un batter d’occhio riusciva a cambiarsi d’abito, dalle scarpe alla parrucca, a diventare un altro.
In uno degli articoli si parla di una tournée in Italia ed infatti gli informatori, Carmine Mancini e Maria Vicedomini, concordano su una sua presunta carriera teatrale anche in Italia nelle riviste di avanspettacolo. In particolare a Napoli, ma non si trovano tracce.
Il suo atteggiamento stravagante – racconta Pierluigi – si prestava a valutazione da millantatore, lui ne era consapevole e poco ci diceva del suo passato, nonostante Antonio Ermanno Santoro ci ripeteva e assicurava, anche in sua presenza, che era stato veramente un artista holliwoodiano.

Ma ancora una volta la storia si ripete perché la memoria gioca il suo secondo scherzo.
Nei giorni scorsi infatti vengo contattato da Jessica, una ragazza australiana, proprio sulla fan page di facebook aperta nel 2010 come punto di ritrovo per chi come noi cerchi notizie su Sonny Ray. Jessica mi racconta un’altra storia ancora tutta da verificare, ma dalle prime conferme pare certa la presenza di Sonny Ray a Melbourne, in Australia. Qui il nostro eroe non si capisce come e non si capisce perchè ha l’identità di Albert Barr-Smith.
Jessica tempestata dalle mie domande in inglese googlerizzato, mi mostra la foto di Sonny Ray australiano e un articolo di giornale. La foto (un fotogramma) è quella di Sonny nei panni di Artful Dodger in Oliver Twist e il giornale, the Arrow, parla degli inizi della sua carriera.
Il pretesto sono la durezza delle leggi per l’immigrazione e l’arresto di Sonny Ray a Hollywood con l’accusa di essere entrato illegalmente negli Stati Uniti, quindi la difesa del perseguitato e punito per un reato che in Australia non esiste. Un vero e proprio speciale su Sonny Ray definito ‘il ragazzo più popolare alla festa’ per la sua danza eccentrica, la sua piacevole voce, il volto felice e sorridente e soprattutto per la sua personalità vivace, la vera chiave della sua popolarità.

Un ragazzo che desiderava cosi tanto il palcoscenico e il successo che busso alla porta di ogni manager teatrale di Melbourne, ma senza alcun risultato, così, presto, raccolse le sue poche cose e se ne andò a Sydney. Ma anche qui ebbe modo di constatare che il percorso dell’aspirante attore non è cosparso di rose, cosi aveva quasi rinunciato alla speranza di realizzare la sua ambizione quando gli venne offerto un posto di lavoro in un piccolo spettacolo che lo porto in giro per le cittadine del New South Wales. Colse subito l’occasione al volo, ma lo stipendio era appena sufficiente per tenerlo a pane e burro. Tuttavia gli servi per capire il suo valore e cambiato il suo nome per ragione di scena in Sonny Ray, gli permise di realizzare il suo primo tour.
Lo spettacolo in realtà fu un ‘flop’ e Sonny si trovò presto nuovamente arenato. Divenne, però, amico di altri due giovani australiani, Jack Edwards e Andy Patterson, che come lui stavano cercando di fare sentire la loro presenza nel mondo dello spettacolo.
I tre per un po’ girarono insieme e poiché il successo negli Stati dell’Est tardava a venire, decisero di andare a Perth, dove ricevettero un paio di impegni che gli permisero di sopravvivere per un po’. Ma venne presto il giorno, nel dicembre del 1926 a Moreton Bay, in cui i tre decisero che era arrivato il momento di salpare per l’Inghilterra. Quella sera sorrisero a lungo e cenarono col roast beef inglese, invece che col solito paio di aringhe affumicate.
Con lo spettacolo ‘The Sunshine Boys’, iniziarono la loro avventura a Mile End, e dal momento in cui il sipario si alzò il loro successo non fu più in dubbio. Alla fine dello spettacolo per ciascuno di loro ci furono solo applausi. Jack Edwards deliziò il pubblico con la sua chitarra in acciaio e la sua ricca voce; Andy Patterson provocò risate a crepapelle con le sue imitazioni di sesso femminile e la voce di soprano, mentre Sonny Ray fu il più grande di tutti con la sua danza eccentrica, la sua voce calma e piacevole, e la sua personalità. Bastò un sorriso a Sonny per conquistare subito tutto il pubblico. La mattina dopo i quotidiani di Londra acclamarono lo spettacolo, e paragonarono i tre a ‘The Australian Boys,’ lo spettacolo che in quel momento andava per la maggiore nella città.
Ma purtroppo ‘The Sunshine Boys’ andò in scena solo per due settimane. I tre nonostante il successo e forse a causa del successo non andarono più d’accordo come prima e così il gruppo si sciolse. Jack Edwards andò a lavorare in una trasmissione radio, dove ricevete 7,7 sterline a notte per il suo talento. Altre volte fece cabaret per lavoro, ed una volta, ebbe la possibilità di pagare 35 sterline per una settimana al Piccadilly Hotel. Andy Patterson entrò in “Splinters”, uno spettacolo di rivista, e ben presto divenne uno degli headliner. E apparso nella versione cinematografica di “Splinters” e anche lui fece bene la sua professione. A Sonny toccò la strada più difficile fra tutti. Dopo la separazione non riusciva nemmeno a trovare un lavoro durante i concerti del giovedì sera dedicati alle operaie e difficilmente si trovava in tasca qualcosa.
Quando Sonny Ray sbarcò in Inghilterra il 28 gennaio del 1927 era un freddo, nebbioso e tipico giorno inglese d’inverno. Egli non aveva un cappotto, le suole non c’erano nel suo unico paio di scarpe e niente di ciò che aveva addosso tintinnava.
Però era in possesso di una cosa importante. Possedeva il coraggio, e con esso l’ottimismo.
Per fortuna, agli inizi, il trio fu in grado di raccogliere un po’ di soldi, e cosi presero dei posti letto in una casa a Marylebone Road, proprio vicino a Baker Street. Ogni giorno provarono per due ore di fila, e poi in strada vicino alle agenzie teatrali in cerca di lavoro. Alla fine la ruota della fortuna girò. Un’agenzia gli diede un occasione per due settimane. Si esibirono cosi una settimana a Stamford Bridge Impero, e la seconda settimana a Mile End Empire. Ricevettero però solo un paio di sterline per il loro primo successo.
In questo modo era veramente molto difficile mantenere insieme il corpo e l’anima e i tre si separarono. Molti giorni Sonny passò senza un pasto. Poi incontrò Dorothy e Jack Seward Hooker, una coppia australiana, che stavano facendo bene sui palcoscenici inglese. Questo fu per lui un altro punto di svolta. Sonny ottenne un lavoro a 8 sterline a settimana in X.Y.Z. Revue Company, e girò la provincia.
Per diversi mesi Sonny rimase con quella compagnia, fino a quando gli si presentò un’occasione migliore che prese al volo. Gli venne offerto un posto nel ‘The Show World’, un’altra compagnia di rivista, con la quale girò Londra e dintorni. Saltò a 12 sterline a settimana.
Poi, proprio quando sembrava che le cose funzionassero, si ammalò e dovette lasciare lo show.
Successivamente la salute migliorò, ma ancora una volta la sfortuna lo perseguitò.
In quel periodo si legò affettivamente con Jane Moore, una giovane attrice americana, ma la coppia presto scoppiò. Successivamente Sonny incontra Helen Fay, una giovane attrice che aveva girato il mondo  con Lee White e Clay Smith. La coppia mise su un piccolo spettacolo con una troupe di sei ragazze. Fecero abbastanza bene, ma le serate non era abbastanza regolari. Ancora una volta Sonny è sul punto di perdere ogni speranza di carriera e in preda alla disperazione accetta un contratto per andare in India e in Estremo Oriente con una commedia musicale per poche sterline a settimana. Ma proprio prima di salpare la grande occasione di Sonny inaspettatamente arrivò. Un sabato mattina fa uno dei tanti provini al Teatro Pavilion di Londra con Cochran, il più grande produttore d’Inghilterra, e si può immaginare la sua sorpresa quando Cochran lo fermò a metà provino e gli fece cenno di scendere nella platea dove era seduto con Beatrice Lillie e due o tre altri artisti da 500 sterline a settimana.
‘Chi sei e dove sei stato nascosto?’ furono le parole del produttore. In quel preciso momento Sonny capì che i suoi sogni si sarebbero avverati.
Solo pochi giorni dopo il produttore gli chiese se voleva partire per New York per far parte dello spettacolo ‘This Year of Grace’ con uno stipendio triplicato. Sonny rimane a bocca aperta, ma non di fronte a Cochran. Chiese tempo per pensarci.
Il suo cruccio era il contratto firmato per andare in India. Non riusciva a trovare il modo di uscirne. Improvvisamente si rese conto che avrebbe potuto non essere fisicamente in forma per resistere a una torride estate orientale, e se così penso che forse avrebbe potuto chiedere un certificato medico che gli permettesse di annullare il viaggio. Con questo pensiero si fece visitare da un medico. Immaginate la sua sorpresa quando il medico una volta finita la visita gli disse che era per davvero un uomo molto malato, e che doveva fare un lungo periodo di riposo totale! Certo, questo gli fece risolvere il problema del contratto per l’India, ma dimenticò tutto il resto. Andò in America con la compagnia di Cochran, e fu subito un successo. Ma ancora una volta la malattia lo raggiunse. Fu costretto a lasciare lo show per essere operato di appendicite. La sua carriera fu di nuovo in pericolo. Ottimista, come sempre, Sonny che era fatto per Hollywood divenne ben presto amico di Jack Pickford, Georges Carpentier, Bessie Love, Bebe Daniels, Ramon Na Varrone, Arbuckle ‘Fatty’, e una miriade di altri. Nel 1930 con ‘Mr. Cinders” ritornò in Australia. Lo spettacolo ebbe un gran successo e la compagnia ritorno presto in America. Nel 1932 lo rividero di nuovo in Australia, ma questa volta in una piccola parte del film ‘Johnny’s New Yacht’ della Paramount che rappresentò per Sonny Ray la prima grande occasione nel grande cinema di cui abbiamo già detto, ma soprattutto Albert Barr-Smith diventa Mario Ronghi.

Il giornale The Arrow (Sydney, Friday 10 February 1933) essendo in fotocopia riporta tre foto annerite. In una di queste la didascalia riporta “Sonny Ray con Grazia Savieri, nota attrice australiana, che amoreggiano su una spiaggia di Sydney qualche anno fa”.
Proprio questa didascalia suggerisce che la memoria cela ancora molte altre sorprese sul pugliese che calcò le scene del centro dell’industria cinematografica americana.
Al momento possiamo solo svelare che la foto mostrata da Jessica, il fotogramma di Sonny Ray, ossia di Mario Ronghi, nei panni di Artful Dodger in Oliver Twist, era quella che gli mostrava sua nonna Grazia Savieri quando gli parlava di Albert Barr-Smith.
Infine Albert Barr-Smith al momento dell’arresto a Hollywood ha esattamente 24 anni come Mario Ronghi e non 28 come invece ritengono in Australia.

Sicuri di nuovi aggiornamenti chiudiamo con le parole che Sonny Ray, quando torno a Carpino, in occasione dello spettacolo prodotto prima di morire, scrisse rivolgendosi ai giovani per invocarli a “mettere su qualcosa di serio e di buono, perché la vita non è un patrimonio individuale, ma coralità e che la poesia, lo spettacolo e, in una parola, l’arte sono il momento e lo strumento per il trapasso dell’individuo alla comunità”.

Carpino, li 20/11/2014

SIAMO TUTTI «PODOLICI» NEL RICORDO DI ANTONIO

di FILIPPO SANTIGLIANO
Gazzetta del Mezzogiorno del 27 settembre 2014

Siamo tutti «podolici». E non potrebbe essere altrimenti se davvero guardiamo a questa terra non solo come ad una occasione perduta ma come ad una possibilità di riscatto.
Siamo tutti «podolici». E non potrebbe essere altrimenti se davvero vogliamo ricordare con l’affetto e l’ammirazione che gli è dovuta una giovane vittima dell’alluvione di inizio settembre sul Gargano, Antonio Facenna, morto perché travolto dalle acque mentre cercava di salvare il suo allevamento dalla furia della natura, quella natura che lui invece aveva deciso di rispettare puntando su un mestiere «antico», che non appartiene più a questi tempi, quello del pastore stanziale.
Siamo tutti «podolici» è una rassegna musicale ma anche un racconto di vita che si terrà domani al Teatro del Fuoco di Foggia.
Un evento musicale benefico in memoria di Antonio Facenna, organizzato dall’Associazione di Promozione Sociale e Culturale Jaco di Foggia, l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival e il Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata.
Una bella idea per rendere omaggio a questo giovanissimo di 24 anni che ci ha lasciato troppo presto. E’ una festa per Antonio anche se restano le cicatrici del dolore. Onoriamolo per il sentimento più nobile che ha lasciato a tutti noi nel suo testamento morale: la dignità.

Di seguito le informazioni relative alla festa di Antonio

ESSERE “PODOLICO” È UNO STILE DI VITA
La musica e la sua gente in ricordo di Antonio Facenna

Si terrà domenica 28 Settembre 2014, presso il Teatro del Fuoco di Foggia, l’evento musicale benefico in memoria di Antonio Facenna, organizzato dall’Associazione di Promozione Sociale e Culturale JACO di Foggia, l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival e il Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata.

10632708_10153152593165968_7156626791236803923_n[1]Si tratterà di un lungo concerto che si svolgerà a partire dal primo pomeriggio fino a tarda sera, in cui si alterneranno gruppi autentici di musica tradizionale con gruppi di riproposta e artisti che a loro modo hanno contaminato le tradizioni musicali del Gargano e di Carpino nonché le canzoni di Matteo Salvatore, cosi come piacevano ad Antonio.
Il concerto sarà intervallato da testimonianze audio/video su Antonio e diviso in due blocchi per dare la possibilità di partecipare al maggior numero di persone: uno il pomeriggio, dalle ore 16:00 alle 19:00, e l’altro la sera, dalle ore 20:00 alle 22:30.

L’idea è nata da una forte sinergia tra le associazioni e dalla volontà comune di rendere omaggio ad un giovane 24enne che ha dato la vita per la sua terra.
Grazie all’Associazione Culturale Carpino Folk Festival, dopo aver sentito Giacomo, il papà di Antonio che si è mostrato subito felice di questa iniziativa, le associazioni hanno attivato immediatamente l’organizzazione ricevendo adesioni da tutti i musicisti interpellati, cosi come l’adesione del Commissario della Provincia di Foggia a concedere, in via del tutto eccezionale, l’autorizzazione all’uso gratuito del Teatro del Fuoco.

Di seguito gli artisti che si esibiranno, suddivisi per momento pomeridiano e momento serale:

Spettacolo pomeridiano:
– Spedino Moffa
– Cantori di Carpino
– Nicola Briuolo (allievo del M.stro Matteo Salvatore)
– Nicola Scagliozzi
– Pio Gravina
– Tarantula Garganica
– Cantori di Monte Sant’Angelo
– Antonio Pizzarelli
– Antonio Manzo
– Angelo Pantaleo
– Ruggiero Inchingolo
– Traditional Sound Sistem
– Tarantelle del Gargano (Gino Annolfi, Nazario Di Tullio, Angelo Frascaria, Carmine Cipriani, Libera Lamacchia, Lorella Palermo)
– Franco Arminio

Spettacolo serale:
– OGM Organici Gezzisticamente Modificabili (Gina Palmieri, Luana Croella, Tiziano Paragone,
Luciano Pannese, Massimo Cianciaruso, Pucci Chiappinelli)
– Unza Unza Band (Pierluigi Vannella, Guido Paolo Longo, Giancarlo Leggieri, Mario Canfora)
– Klez Note (Elena De Bellis, Gianluigi Valente, Ermanno Ciccone, Francesca Scarano, Michele
Rampino, Marco Destino)
– Harlem Blues Band
– No Limits (Valeria Locurcio, Pucci Chiappinelli, Lello Dragone, Carmine Masciello)

In Teatro, tra il pubblico, saranno inoltre presenti i gruppi di danze popolari dell’Associazione ETHNOS, di Lucera e dell’Associazione AGORART di Biccari, che ringraziamo per la loro disponibilità.

Si ringrazia la Provincia di Foggia per la concessione in uso del Teatro del Fuoco, la Biblioteca Magna di Capitanata per il Patrocinio gratuito concesso, il Comune di Carpino, per il supporto logistico, Mottola Solutions per il service audio-luci, Artsolute creative Creative Hug di Foggia per il servizio fotografico, la Libreria UBIK di Foggia, che devolverà il 50% degli utili di sabato 27 settembre 2014 alla raccolta per la famiglia Facenna, e tutta la gente che interverrà.

Per l’ingresso sono state previste donazioni spontanee, che verranno raccolte dall’organizzazione. Tuttavia, dato il numero dei posti a sedere totali, si è deciso di procedere per prenotazioni, quindi:
– per lo spettacolo pomeridiano occorre prenotare chiamando: Mario Pasquale Di Viesti – 348.8102899.
– per lo spettacolo serale occorre prenotare chiamando: Alfonsina Spirito – 329.8484102.

Sarà in modo sobrio, “una festa per Antonio”, come dice suo padre.

Vendola, alla Fiera del Levante, ha tenuto un discorso da brividi dedicato ad Antonio Facenna

Foto di Gabriele Inglese

Foto di Gabriele Inglese

Non sono stato capace di scrivere niente dopo il ritrovamento del corpo di Antonio, per questo vi chiedo di permettermi di riportare le parole che il Presidente Vendola (in chiusura di mandato e non ricandidato) ha dedicato al nostro Antonio Facenna.

Signor Presidente del Consiglio, caro Matteo,
la rovina e la morte ci sono piovute addosso, con la furia di un evento alluvionale che ha ferito il nostro Gargano, insultando la sua bellezza, colpendo la sua ricchezza…

L’ho chiamata patria, per dire di un impegno corale, per dire della radicalità del cambiamento necessario. Ho incontrato qualcosa che somiglia a questa Patria, ne ho visto qualche traccia, proprio sul Gargano, in quei piccoli presepi incastonati sul monte. La gioventù di Vico e di Carpino, che organizza la festa della transumanza e un bellissimo folk festival, ha accompagnato con le chitarre e con i canti la bara di Antonio Facenna, 24 anni, travolto e ucciso dall’acqua. Antonio era corso alla sua masseria, dai suoi animali, per metterli al riparo dal maltempo. Dentro un pianterreno di gente umile e bella, la madre e il padre di Antonio raccontano di questo figlio che studia ma si fa contadino, pastore, allevatore (“non un mestiere, ma uno stile di vita” così scrive Antonio su Facebook). C’è una foto tenerissima che lo ritrae felice mentre abbraccia un maialino appena nato. Tanti ragazzi e ragazze come Antonio abbiamo incontrato in questi anni, una energia fresca e pulita a cui abbiamo offerto occasioni e percorsi per emergere: con i bollenti spiriti, con i principi attivi, con le start up innovative, con tutte le politiche giovanili, con il sostegno alla scuola e all’università, con gli incentivi all’auto-impresa, con un investimento strategico nel cinema, nella musica, nei teatri, nei laboratori urbani. Per queste politiche la Regione Puglia è stata premiata a Bruxelles dalla Commissione Europea. Abbiamo fatto una grande semina, e ovunque sono germogliate cose nuove e cose buone. Appunto, le tracce di una patria abitata da una nuova etica della responsabilità, magari tracce nel fango, quello delle alluvioni e quello dell’arroganza e del cinismo del potere.
Mentre mi accingo a congedarmi da un decennio che mi ha succhiato la vita, penso proprio ad Antonio e alla sua generazione e ai suoi sogni e alla sua masseria che diventerà – l’ho promesso ai genitori – una masseria didattica. Se ho fatto qualcosa di buono in questi dieci anni e in tutta una vita, vorrei dedicarlo proprio ad Antonio: è lui l’eroe della nostra storia.

http://www.youtube.com/watch?v=exjpSTIhK1Y?t=17m

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