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Ritorna CANTAR VIAGGIANDO sul treno delle Ferrovie del Gargano – 1,3,4,5 Agosto 2014

Mobilità lenta, creatività e sicurezza

Comunicato Stampa
Si prega la massima diffusione e divulgazione

Carpino, li 23 luglio 2014
Con CANTAR VIAGGIANDO, il Carpino Folk Festival e il Gal Gargano, con il sostegno logistico delle Ferrovie del Gargano, innestano all’interno dei vagoni del treno e nelle stazioni elementi di creatività e sostenibilità per promuovere un turismo attento alla lentezza, ai valori del territorio, alle tipicità facendo, quindi al fine di promuovere una mobilità sostenibile per godere a pieno gli squarci di bellezza straordinaria di cui è pieno il tragitto del Gargano.
“Cantar Viaggiando” è un viaggio slow a bordo dei vagoni delle Ferrovie del Gargano. Partire da San Severo, toccare San Nicandro e Cagnano Varano e poi dritti su fino ad arrivare agli spettacoli del Carpino Folk Festival dove lo sguardo spazia sul Lago di Varano e sulla lingua di terra che spacca l’azzurro in due, dividendo lo specchio lacustre da quello marino. Stesso obiettivo, da Calenella lungo il blu della costa per tuffarsi a San Menaio e a Rodi garganico, toccare da lontano Ischitella e quindi immergersi nei ritmi delle tarantelle garganiche accompagnati dai suoni del tamburello, delle castagnole e delle chitarre battenti.
L’idea è quella di stimolare l’utilizzo del servizio treno delle Ferrovie del Gargano per permettere al pubblico di spostarsi comodamente e in sicurezza all’interno del nostro territorio evitando l’uso della propria autovettura per raggiungere il festival della musica popolare e delle sue contaminazioni.
Un viaggio che viene impreziosito dalla presenza a bordo di microeventi tematici che renderanno, ne siamo certi, piacevole e originale il tragitto, cantando e raccontando e godendo appieno i paesaggi che si attraversano nel tramonto di un estate garganica.

PROGRAMMA
01 Agosto 2014
Ore 15.00 in viaggio tratta San Severo/Calenella
NELLO BISCOTTI – “Al Monte Gargano, tra mitologie, letteratura e
scienze naturali”
Conducono NELLO BISCOTTI e NICOLA GIULIANO
accompagnamento della chitarra battente di LUCA D’APOLITO
con degustazione di prodotti tipici regionali a bordo

03 Agosto 2014
Ore 19.12 in viaggio tratta San Severo/Calenella
GIOVANNI RINALDI – “Un cantastorie sul treno”
Antologia di voci della memoria popolare del Gargano per voce narrante, revox e musica
con degustazione di prodotti tipici regionali a bordo

04 Agosto 2014
“Un viaggio slow a bordo dei vagoni delle Ferrovie del Gargano”
Ore 19.12 in viaggio tratta San Severo/Calenella
NÁPOLES Y SICILIA – “Cocina y música itinerante”
con degustazione di prodotti tipici regionali a bordo

05 Agosto 2014
Ore 19.12 in viaggio tratta San Severo/Carpino
LUCA MORINO – “MorinoMigrante”
con degustazione di prodotti tipici regionali a bordo

Il treno si può prendere a San Severo e in tutte le stazioni in cui si ferma (capienza permettendo)
La partecipazione è gratuita (NON IL BIGLIETTO SUL TRENO)

Per gli orari di ritorno leggere attentamente il PROGRAMMA della 19ª edizione del CARPINO FOLK FESTIVAL
(https://www.facebook.com/CarpinoFolkFestivalUfficiale/app_190322544333196) e fare costantemente riferimento al portale delle Ferrovie del Gargano (http://www.ferroviedelgargano.com/)

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GRAZIE alla partnership fra l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival e il Gruppo di Azione Locale del Gargano (Gal Gargano) nell’ambito della XIX edizione del festival della musica popolare e delle sue contaminazioni verrà realizzato il progetto PIAZZA GAL/CARPINO FOOD FESTIVAL, un luogo dove il pubblico potrà vivere la nostra cultura rurale e le nostre tradizioni gastronomiche, artigianali e culturali, dove cioè si potranno degustare le nostre specialità gastronomiche, si potranno imparare a preparare i piatti della tradizione rurale, conoscere le nostre erbe selvatiche spontanee, scoprire e degustare i nostri vini e il nostro olio, ma anche ballare le nostre tarantelle garganiche e i concerti del Carpino Folk Festival.
Con la Misura 331 azione 2 del proprio PSL, il Gal Gargano infatti organizza, nell’ambito del Carpino Folk Festival, un dettagliato ed articolato programma di iniziative di informazione tese a diffondere la conoscenza delle produzioni locali, con l’obiettivo di sostenere e diffondere il consumo di prodotti tipici e di qualità.

PIAZZA GAL: FESTIVAL DELLA CULTURA RURALE
Gli eventi di informazione del Gal Gargano
“Quella che abbiamo messo in campo a Carpino, Monte Sant’Angelo e con gli altri comuni del territorio – ha dichiarato il presidente, Francesco Schiavone – è la dimostrazione della volontà del Gal Gargano di operare in sinergia con le realtà del territorio. Un lavoro che, con un’attenta programmazione e con le sinergie giuste, può dare nuovo valore alle aree interne ed alle tradizioni culturali del promontorio”.
“Gli obiettivi che ci eravamo prefissati nel PSL nella definizione di questa misura d’intervento erano: incentivare le attività turistiche dando continuità logico-fisica fra l’offerta turistica balneare e le risorse rurali; diffondere e valorizzare i prodotti, il patrimonio naturale e la cultura del territorio; sviluppare la creazione di un sistema a rete tra tutti gli operatori e le comunità. Riteniamo – ha concluso Schiavone – che con iniziative e programmi come questi siamo sulla strada giusta”.

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NELLO BISCOTTI – Al Monte Gargano, tra mitologie, letteratura e scienze naturali; conducono due coranati: Nello Biscotti, Nicola Giuliano.
Accompagnati dalla chitarra battente di Luca D’apolito “un racconto del territorio dal punto di vista del paesaggio botanico e storico”.

LUCA D’APOLITO
Nato ad Ischitella, nel cuore del Gargano, Luca D’Apolito, sin da piccolo, dal Sagrato della “Chiesa di San Cirillo” di Carpino , si appassiona alla musica e al suono della chitarra battente, cullato dalle note della musica del “Carpino Folk Festival” . E’ proprio dalla sua terra, uno dei centri fondamentali della musica popolare caratterizzato da tarantelle, da chitarra battente, da tamburello e dalla magia del ballo che Luca divora senza posa e fa sue, melodie e tecniche strumentali e vocali, di maestri assoluti, quali : Matteo Salvatore, Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno. Oggi, Luca studia al Conservatorio di Rodi G.co Chitarra e Contrabbasso, ma, il suo personale percorso di studio, ricerca e approfondimento sulla chitarra battente rimane continuo.

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NÁPOLES Y SICILIA – “Cocina y música itinerante”
El tacón è un’associazione culturale che nasce con l’obiettivo di divulgare e analizzare la cultura migrante del mediterraneo nei suoi aspetti più intimi.
Arte, musica e sapori, punti di partenza del viaggio.
La penisola italiana ed il suo “tacón”, come punto strategico del bacino mediterraneo.
Il Regno delle Due Sicilie come ponte di connessione tra Spagna e Italia.
La tradizione culinaria e musicale del sud, risultato di un via vai di antiche e nuove civiltà.
Intercambio tra culture avendo come obiettivo l’integrazione multiculturale ed il rispetto dei diritti umani.
Formazione e divulgazione mediante corsi e laboratori didattici.
Un viaggio attraverso un mare di sensazioni, del quale vista, udito, gusto, olfatto e tatto saranno il filo conduttore.
Con tre anni di esperienza, in eventi che hanno percorso Spagna, Francia e Italia, mescola musica e sapori, condividendo storia e tradizioni.
Nápoles y Sicilia, propone uno spettacolo musical-gastronomico.
Evento che pretende essere l’occasione per celebrare l’importanza ed il significato del cibo da un punto di vista sociale e culturale.:
Rito, gesto supremo di ospitalità, emblema della comunità che si riunisce per celebrare la vita e rinnovare la propria unità.

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GIOVANNI RINALDI – “Un cantastorie sul treno”
Antologia di voci della memoria popolare del Gargano per voce narrante, revox e musica
Dal suo archivio sonoro Giovanni Rinaldi estrae storie, frammenti di autobiografie, canti lirici, religiosi e sociali, poesie e musiche, provenienti dalle registrazioni effettuate alla fine degli anni ’70 sul Gargano. Il filo conduttore è dato dal diario giornaliero che il ricercatore rilegge ricordando momento per momento i luoghi e le occasioni di incontri con i suoi interlocutori.
A San Nicandro Garganico: le occupazioni delle terre guidate dall’anarchico Gualano, la tradizione drammaturgica carnevalesca del “ditt” e le mascherate e le canzoni di Francesco Solimando e Giuseppe Russo, alias Cosimicchio e Trippetta, giganteschi alberi della memoria.
A San Marco in Lamis: i canti dei pellegrini di San Matteo.
Ad Apricena: Matteo Salvatore
A Vico del Gargano: il suono e le voci delle confraternite nei riti della Settimana Santa.
Al centro della scena il ricercatore, un grande libro da sfogliare (il diario giornaliero del ricercatore), un tavolino con il registratore a nastro magnetico
Revox.
Il suo intervento sarà corredato da grandi fotografie di alcuni dei protagonisti delle sue registrazioni, stampate su grandi fogli di carta.
Come un cantastorie, appunto.

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MORINO MIGRANTE
E’ una mente illuminata, uno sperimentatore curioso Luca Morino. Il compositore, cantante, chitarrista, fondatore dei Mau Mau torna protagonista con un nuovo progetto che vede ancora più in luce il suo talento di story teller e la sua cosmopolita sensibilità musicale. Si chiama Morino Migrante e nonostante si tratti del suo progetto solista Luca non rinuncia a dinamiche collettive, ad approdi innovativi e meticci.
Un lavoro spumeggiante, fresco, intrigante dal punto di vista delle sonorità, intenso e insinuante da quella dei testi, che disegnano storie senza confine, derive metropolitane, racconti di vita. Il tutto con un sound energetico in cui rumba, electro-cumbia, reggae, rock, ma anche spaghetti western e steampunk.

Il Carpino Folk Festival è un grande gesto d’amore per la Puglia e il Gargano

Una grande festa di popolo divenuta una delle principali attrazi oni della estate pugliese

Comunicato Stampa
Si prega la massima diffusione e divulgazione

Carpino, li 20 luglio 2014

“La XIX edizione del festival della musica popolare e del sue contaminazioni è un grande gesto d’amore di alta rilevanza simbolica. E’ una scommessa per tutto il Gargano che vogliamo portare avanti, nonostante i vergognosi tagli per la cultura e gli spettacoli dal vivo degli ultimi anni”.
Così il Presidente dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival Mario Pasquale Di Viesti ha annunciato il programma del Festival 2014 agli oltre 15mila fan di facebook.
“Ringrazio la Regione Puglia, il Gal Gargano, il Parco Nazionale del Gargano e il Comune di Carpino e di Vico del Gargano per aver riconfermato la fiducia nella nostra ambizione di rompere la catena di provincialismo per far vedere un Gargano diverso. Il Carpino Folk Festival che ogni anno si conferma presidio permanente di cultura ben rappresenta il simbolo del futuro della nostra terra.
Grazie ai partner e sponsor Fondazione Banca del Monte “Domenico Siniscalco Ceci”, Bcc San Giovanni Rotondo, Hotel Gran Paradiso, Ferrovie del Gargano, e ai piccoli sostenitori privati senza i quali il festival non sarebbe lo stesso”.

“Ed eccoci al Carpino Folk Festival, uno degli eventi di punta della estate pugliese – cosi Silvia Godelli, Assessore alla Cultura, Turismo e Mediterraneo della Regione Puglia.
Un festival che è tanto di più che un semplice festival, e somiglia assai meglio a una grande festa di popolo nella quale i tamburelli e le chitarre battenti, le voci antiche delle musiche di tradizione, i cantori, uomini e donne, fanno risuonare il Gargano dei suoni di una terra antica e generosa. La Daunia e il Gargano ogni agosto ci invitano a partecipare a questo tripudio collettivo, ci offrono i cibi tipici, gli aromi e le storie che parlano delle radici contadine a cui si ispirano musiche e danze. Riti millenari, volti scavati dal sole, voci aspre e profonde, ritmi che evocano un mondo arcaico e autentico: una suggestione straordinaria che avvolge il promontorio, risuona verso la sua foresta, evoca cerimonie pagane e tradizioni religiose, attraversa i campi e i piccoli centri storici con il fremito della musica e l’incanto delle voci.”

Per il direttore artistico Luciano Castelluccia “la XIX edizione non è solo una festa, ma tante notti magiche che rappresentano gli aspetti gioiosi e culturali del nostri artisti, dei nostri paesaggi e della nostra comunità. Il Carpino Folk Festival è diventato ormai uno dei brand del Gargano, diffuso in Italia e nel mondo per la sua capacità di evocare storie e tradizioni arcaiche che si incrociano con i tanti mondi contemporanei. E’tanto comunemente apprezzato, da essere quasi un dovere esserci se non si vuol essere (considerati)…out. E’ una delle principali attrazioni del nostro territorio”.
Nel corso del tempo il festival ha saputo rinnovarsi coniugando la musica con altre espressioni artistiche e anche con la cultura eno-gastronomica del territorio arricchendo ulteriormente la proposta. Fondamentale in questa direzione è il partenariato stipulato con il Gruppo di Azione Locale del Gargano attraverso cui il CFF 2014 sarà anche Piazza Gal, un luogo dove il pubblico potrà vivere la nostra cultura rurale e le nostre tradizioni gastronomiche, artigianali e culturali, dove cioè si potranno degustare le nostre specialità gastronomiche, si potranno imparare a preparare i piatti della tradizione rurale, conoscere le nostre erbe selvatiche spontanee, scoprire e degustare il nostro olio, ma anche come sempre ballare le nostre tarantelle garganiche.
Grazie al Gal Gargano e al supporto logistico delle Ferrovie del Gargano, il CFF per la quarta volta ripropone  “Cantar Viaggiando“, ossia l’idea di inserire all’interno delle ferrovie elementi di creatività e sostenibilità per promuovere un turismo attento alla lentezza, ai valori del territorio, alle tipicità agroalimentari pugliesi, quindi alla mobilità sostenibile, per godere a pieno gli squarci di bellezza straordinaria di cui è pieno il tragitto del Gargano.

Dal primo al 10 agosto un concorso videomaker, un laboratorio musicale di tamburello, visite guidate alla necropoli paleocristiana di Monte Pucci e nei centri storici dei paesi del Gargano, diciotto performance con oltre 200 artisti, proiezioni di docu-film, presentazione di CD, paesaggi sonori nei luoghi della transumanza garganica, percorsi gustativi e sensoriali a cura delle aziende agricole del Consorzio Fava di Carpino, tre rappresentazioni teatrali, una conferenza sulla comunità agro-pastorale e i sessantanni dal viaggio di Alan Lomax e Diego Carpitella, lezioni concerto dell’etnomusicologo Villani, la notte magica dello spettacolo speciale LA MONTAGNA DEL SOLE con l’Orchestra Popolare Italiana diretta da Ambrogio Sparagna che incontra i suoni e i canti della Puglia Garganica, ancora la tradizione siciliana con Matilde Politi, quella napoletana con l’ensemble di Antonio Marotta, la Zampognorchestra con la cornamusa asturiana di Hevia, la World Music della galiziana Mercedes Peòn, sul treno il cantastorie di Giovanni Rinaldi, tutti i sunatori e cantatori garganici, il fondatore dei Mau Mau Luca Morino in acustico, la Cucina tipica di Donpasta e quella dell’anima di Franco Arminio, le botti di Enzo Avitabile con Daby Tourè per un grande omaggio a Carpino e la festa di chiusura con i Cantori di Carpino.
Un festival tutto da vivere, dal 01 al 10 Agosto in Puglia.

Nel giorno della ricorrenza dei Santi Pietro e Paolo, la “pësaturë” delle fave di Carpino

La Festa della Pesatura delle Fave di CarpinoSarà dedicata alla Vicia Faba Major, quella che si celebrerà a Carpino, in provincia di Foggia, il 29 giugno, in una giornata che si annuncia carica di significati ed esperienze e che si preannuncia come un’occasione per molti di entrare in contatto con il mondo ancora vivo e vitale delle antiche tradizioni contadine.
Un Festa carica di fascino, tradizioni, cultura dedicata ad uno dei prodotti più rinomati della tradizione gastronomica pugliese: la fava di Carpino, prodotto autoctono e presidio Slow Food.
«L’idea di questa iniziativa», assicurano gli organizzatori, «è quella di una lunga festa in campagna, un’occasione per stare insieme direttamente con i contadini e le aziende agricole locali produttrici di questo fantastico legume dalle ottime proprietà nutrizionali come ridotto valore calorico, elevato contenuto di proteine, carboidrati, vitamine, sali minerali e fibre». La fava di Carpino, infatti, presenta una buccia sottile, molto friabile, con polpa dal gusto ed aroma intenso, con un elevato contenuto di sali minerali, antiossidanti, in particolare dopamina, sostanza che svolge un ruolo importantissimo sul sistema nervoso e nella terapia del morbo di Parkinson.
La manifestazione, che si terrà grazie all’Associazione “Fava di Carpino” in collaborazione con l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival e la Proloco locale e che gode del patrocinio gratuito del Parco Nazionale del Gargano, del Gruppo d’Azione Locale del Gargano e del Comune di Carpino, vedrà i partecipanti muoversi nel piano di Carpìno per raggiungere le arijë, aree dove il terreno viene arato, bagnato, coperto di paglia e pressato e dove nei giorni precedenti le piante di fave ingiallite, falciate a mano, sono state legate in covoni detti “manocchijë“. Sarà qui che i partecipanti e gli agricoltori eseguiranno l’antica tradizione della “pësaturë” che si articola in diverse fasi: la 1° consiste nello schiacciare le piante di fave, un tempo questo avveniva con l’ausilio di cavalli che giravano in tondo nell’arijë governati da un agricoltore che stazionava al centro di essa; la fase successiva consiste nel separare con forche di legno la paglia dai legumi mediante l’eliminazione della paglia dall’arijë; l’ultima fase consiste nel separare le fave da residui di vegetazione molto piccole, quindi le fave con la pula, mediante pale di legno, vengono gettate in aria in modo che l’azione della brezza separi il legume dalla pula.
Al centro della giornata le due principali occasioni gastronomiche – il pranzo e la cena – largamente caratterizzati dall’eccellenza della cultura locale.
Il pomeriggio sarà dedicato alle attività sociali e divulgative sui legumi di Carpino a cura delle 5 aziende agricole coorganizzatrici Cannarozzi M., Di Nunzio, Ortore, Cannarozzi F. e Di Mauro D.

A sera la rivisitazione dei piatti tipici da parte di Peppe Zullo, Domenico Cilenti e Simone Biso, 3 degli chef fra i più famosi della Puglia, e lo spettacolo teatrale di VOLARE – Io, Domenico Modugno “sogno di un ragazzo del Sud” di e con Nazario Vasciarelli.

L’unico neo, quantomeno per chi tardi arriva: la Festa è a numero chiuso, e i posti sono limitati. Gli interessati non perdano tempo.

Per prenotazioni e informazioni:
Associazione “Fava di Carpino”
Maria Antonietta DI VIESTI 392.1195508
Associazione Culturale Carpino Folk Festival
mail: info@carpinofolkfestival.com
website: http://www.carpinofolkfestival.com

La pagina dell’evento, su facebook, è qui: https://www.facebook.com/events/718647114840331

Il programma
Ore 8:00 Raduno e colazione presso l’azienda Agrituristica L’oasi
Ore 9:00 Camminata attraverso la Piana di Carpino
(abbigliamento consigliato: pantaloni leggeri, maglia a maniche corte, scarpe comode, consigliate quelle da trekking, e cappellino)
Ore 10:30 Arrivo nell’arijë e inizio della pesatura secondo le antiche tradizioni

Ore 12:30 Aperitivo/Pranzo alla frescura degli ulivi secolari dell’azienda agrituristica L’oasi
Ore 15:00 Siesta

Ore 17:00 Laboratori didattici e formativi sui legumi di Carpino a cura delle aziende agricole: Cannarozzi M., Di Nunzio, Ortore, Cannarozzi F. e Di Mauro D.

Ore 19:00 Cena – Percorso gustativo e sensoriale a cura delle aziende agricole di Carpino con abbinamenti di vini a cura di Daunia Enoica
Az. Agr. Cannarozzi Michele – crostini con fave e cicoria e con passata di cicerchie
Az. Agr. Ortore Mario – zuppa di fave con origano e cipolla
Az. Agr. Di Nunzio Mario – riso con fave
Az. Agr. Cannarozzi Francesco – fave con zucca
Az. Agr. Di Mauro Domenico – pancotto con fave e patate

Ore 20:00 3 Chef X 3 Legumi – Gli chef rivisitano i legumi (fava, ceci e cicerchie) di Carpino con: Peppe Zullo (Villa Jamele – Orsara di Puglia), Domenico Cilenti (Porta di Basso – Peschici), Simone Biso (Cucina Meridiana – Carpignano Salentino)

Ore 21:00 Teatro in Musica con Lo spettacolo: VOLARE – Io, Domenico Modugno “sogno di un ragazzo del Sud” di e con Nazario Vasciarelli.

Alla ricerca del quadro di Sant’Anna, rubato – di Mimmo Delle Fave

Foto: Domenico Sergio Antonacci

Foto: Domenico Sergio Antonacci

Alla fine degli anni ’60, nella notte del 5 settembre 1969 (quasi mezzo secolo fa), veniva perpetrato, da delinquenti rimasti ignoti, il furto del prezioso quadro di San’Anna: un olio su tela di buona fattura settecentesca, raffigurante Sant’Anna con San Gioacchino, la Madonna con in grembo il Bambino Gesù e alle sue spalle San Giuseppe; le figure di questa sacra famiglia erano sovrastate da alcuni angeli putti e, sullo sfondo in alto a destra guardando, si scorgeva la figura di Dio o forse di un Profeta. Sembra che il dipinto fu letteralmente tagliato e sradicato dalla sua cornice poiché, evidentemente, il furto sarà avvenuto in tutta fretta. Da allora di quella tela se ne persero completamente le tracce. Il quadro era posto sopra l’altare maggiore di stile barocco, della omonima chiesetta rurale immersa nell’omonima contrada dell’agro carpinese. L’altare era sormontato da due colonne vitinee che incorniciavano il dipinto, aveva ai lati un’arma gentilizia che presentava su campo azzurro una banda rossa trasversale da sinistra a destra, e a destra, in alto, una stella rossa a cinque punte. Tale edificio fu costruito, presumibilmente, all’inizio del 1700. Infatti il 26 Luglio del 1736 , in occasione  della consacrazione e dedicazione a Sant’Anna (ecco perchè il dipinto lo si faceva risalire alla stessa epoca),  la nuova chiesa fu meta della visita pastorale  dell’allora Arcivescovo di Manfredonia Marco Antonio De Marco. La stessa chiesetta, definita rurale insieme a quella della Santa Croce sul Poggio Pastromele (di cui citerò in seguito), era già considerata e mappata sullo “Stato della Chiesa Parrocchiale di Carpino del 1818”, in cui sono elencate ben 8 chiese: La Chiesa Madre di San Nicola (centro storico), San Cirillo (Piazza del Popolo), Purgatorio (centro storico, ormai se ne sono perse quasi del tutto le tracce; sul sito sorge oggi il centenario Istituto “Suore Ancelle del Sacro Cuore”, prima delle “Suore Discepole Gesù Eucaristico”), Sant’Antonio Abate (centro storico, oggi è rimasta solo la denominazione della via dove prima sorgeva la chiesetta), Chiesa dell’Assunta o del Cimitero (centro storico, ivi vi si seppellivano anche i morti, oggi è rimasta la denominazione della strada “Via Arco Cimitero” e il suo edificio, prima ceduto all’Amministrazione comunale dell’epoca per la nuova sede municipale, fu successivamente e presumibilmente demolito per far posto a nuove case per civili abitazioni), San Giorgio (centro storico, oggi è rimasta solo la denominazione della strada e piccole tracce dell’edificio), ed infine le due chiesette rurali di Sant’Anna e Santa Croce.  Ai giorni nostri, dunque, esistono solo le due chiese parrocchiali di San Nicola e San Cirillo e quella della Santa Croce. Dei santi titolari di dette chiese, a parte la vetrata di San Nicola molto recente, esistono e vengono custodite nella Chiesa Madre le relative statue molto antiche di Sant’Antonio Abate e della Madonna dell’Assunta, mentre quella di San Cirillo (patrono di Carpino) si trova nella omonima chiesa parrocchiale; non vi è traccia, invece, della statua o di un eventuale quadro di San Giorgio.
La presenza della chiesetta di Sant’Anna, proprio per la sua prerogativa rurale, prima del furto del quadro era diventata tanto necessaria alla popolazione carpinese, prevalentemente agricola, specialmente in tempo di trebbia: infatti i tanti agricoltori e contadini di tutte le contrade della zona attorno alla chiesetta,  la domenica fermavano il loro lavoro per un’ora per ascoltare la Messa. Ma non solo. Il 26 Luglio di ogni anno, in cui la Chiesa ricorda appunto i Santi Anna e Gioacchino, era tradizione che gran parte della popolazione di Carpino  – fermando ogni sua attività più che in un giorno festivo – si recasse in pellegrinaggio, a piedi ovviamente, alla chiesetta dove venivano officiate due Messe, una al mattino alle 11 ed una nel tardo pomeriggio alle 19 , entrambe celebrate dal Parroco all’aperto, fuori della chiesetta d’avanti al sagrato. All’ora di pranzo, ogni famiglia preparava ciò che aveva portato dal paese e veniva consumato sui prati circostanti (allora privi di vegetazione, oppure veniva tagliata prima). Al termine del pranzo, prima della messa vespertina, si intonavano non solo canti religiosi, ma anche musiche, danze, canzoni e stornelli popolari del paese, accompagnati dai suoni di chitarre, nacchere, tamburelli e mandolini (non mancava mai la classica tarantella carpinese); uomini e donne vestivano con  i costumi che oggi fanno parte della tradizione e vengono rivisitati, ma che all’epoca erano gli abiti della festa e non solo della festa, di uso comune. Una festa veramente popolare, del tutto diversa da quelle che si svolgono oggi nei nostri paesi, come quelle patronali o le “sagre”. E, comunque, questa tradizione cominciò a venir meno a Carpino, quasi inspiegabilmente da un anno all’altro, già da alcuni anni prima del furto del quadro di Sant’Anna e fu proprio a causa dell’abbandono, di qualche crollo  e dell’isolamento a cui andava incontro la chiesetta  che nel 1969 fu perpetrato il misfatto, nè si pensò di portare il quadro in Chiesa Madre…  L’unica altra festa religiosa e popolare oggi simile, sul Gargano, è forse quella del 23 Aprile del Crocefisso di Varano; mentre un’altra chiesa, come quella di Sant’Anna, ha dovuto subire l’abbandono ed è ormai in rovina, e vani sono stati, fin’ora, i tentativi per la sua ricostruzione: l’Abbazia di Kàlena nel territorio di Peschici.
Ormai da oltre mezzo secolo la chiesetta di Sant’Anna è totalmente abbandonata e diroccata ed il suo rudere lo si può scorgere nella pianura di Carpino, dalla Superstrada Garganica giungendo da Cagnano Varano, o andando direttamente sul sito. Intorno al sacro edificio è avanzata inesorabilmente la vegetazione e sono stati piantati molti alberi di ulivo dai conduttori del terreno dove sorgeva la chiesetta. E’ utopistico pensare che Sant’Anna possa essere ricostruita (per Kàlena, quanto meno, sono stati fatti degli sforzi e dei tentativi in tal senso, anche se inutilmente), ma anche se ciò possa essere possibile mancherebbe ciò che più configurava l’esistenza stessa della chiesetta e che la rappresentava totalmente, e cioè l’Icona rubata. Quindi, semmai, prima di poter pensare alla ipotetica eventuale ricostruzione, tutti: Autorità ecclesiali, Forze dell’Ordine, Esperti nel Settore dei Beni Culturali ed Artistici, Enti Locali (Regione, Comune) ed ogni singolo cittadino dovrebbero adoperarsi per mettersi alla ricerca di quel dipinto. Quella tela aveva il suo valore, non solo economico, ma anche storico e culturale per Carpino. E’ questo l’appello che si intende far partire con questo contributo, affinchè una ricerca inizi, sia fattiva, seria, coraggiosa, profonda. E qualora  venisse miracolosamente ritrovato, il quadro farebbe bella mostra di se sopra l’altare maggiore della Chiesa Madre, o nella cappella laterale di essa, e solo dopo l’eventuale ricostruzione della chiesetta verrebbe riportato al suo posto originale.
La storia della ricostruzione dell’altra chiesetta rurale della Santa Croce merita di essere portata ad esempio ed all’attenzione. L’originale, pure secolare, andò in rovina, anche questa, per l’abbandono ed a causa di terremoti (in essa però non vi furono mai oggetti di valore). Agli inizi degli anni ’80 fu poi fatta ricostruire sul medesimo sito di quella diroccata, ma, per motivi vari, con una struttura del tutto diversa dall’originale, ma sapete da chi, grazie alla iniziativa di un “Comitato di Anziani Pensionati” appositamente costituitosi (oggi tutti deceduti), in collaborazione con il Parroco, la popolazione e un equipe di artigiani e professionisti locali che hanno offerto gratuitamente la loro opera, e con un piccolo contributo dell’Amministrazione Comunale di allora che, però, nel contempo, dovette denunziare e perseguire il Comitato con Ordinanze di sospensione e di demolizione “delle opere edili abusivamente realizzate”.  Il fatto, naturalmente, suscitò un grande scalpore tra la popolazione e all’interno di quel Comitato.  I lavori furono ugualmente portati a termine, ma il Presidente del Comitato degli Anziani finì d’avanti al Pretore che però lo assolse. Al termine dei lavori, un cittadino di Carpino che trovò tra le macerie della vecchia chiesetta della Santa Croce, dopo l’ultimo terremoto che la rasa completamente al suolo, la campana originale della torretta, la prelevò e la portò presso la sua abitazione dove la custodì gelosamente per tanti anni, sperando proprio in una eventuale sua ricostruzione. E dopo che ciò avvenne riportò la campana consegnandola al Parroco ed al Comitato per essere ricollocata sul nuovo edificio. Nessuna autorità locale ha ritenuto, fino ad oggi, dover ringraziare ufficialmente quel Comitato di Anziani, magari con una targa ricordo in loro memoria da deporre sui muri della nuova chiesetta.
Auspichiamo una storia di così a lieto fine anche per la chiesetta di Sant’Anna, ecco il motivo dell’appello che parte dalle pagine di questo giornale di cui si ringrazia per la pubblicazione di questo contributo. Ringrazio anche la cara memoria del compianto amico, scrittore e maestro Avvocato Giuseppe d’Addetta, del quale ho tratto alcune notizie dal suo libro “Carpino” (Editrice C.Catapano –Lucera, 1973) relative alle approfondite e preziose ricerche storiche da lui stesso effettuate sul quadro di Sant’Anna e le chiese di Carpino, ma non
solo.

Carpino durante una “transumanza” di vacche podoliche i partecipanti arrivano a centinaia da tutt’Italia

Foto di Antonello Vigliaroli

Foto di Antonello Vigliaroli

Transumanza, l’altopiano di Carminizzo sul Gargano fa il pieno di turisti

La festa è iniziata venerdì 25 aprile alle ore 6.00 con l’arrivo al punto d’incontro prestabilito degli appassionanti che volevano conoscere da vicino le tradizioni pastorali del Gargano raccontate dagli stessi esperti protagonisti.
Dopo un breve tragitto in navetta si è giunti in località Tartareta nel territorio di Ischitella. Qui i partecipanti percorrendo le vie erbose piene di fango a causa della forte piogge cadute sul Gargano per tutta la notte hanno raggiunto la masseria utilizzata dalla famiglia Facenna per pascolare le vacche podoliche durante l’inverno.
All’inizio regna il silenzio. Poi di colpo l’arrivo dei pastori e più lentamente, da lontano, ecco scorgere la mandria di bovini anticipata dal frastuono di centinaia di zoccoli, campanacci e muggiti che letteralmente avvolgono i partecipanti come in un caloroso abbraccio. Segue la tradizionale consegna dei campanacci tipici e più grandi che grazie ai cinturoni vengono appesi al collo delle mucche più anziane e al torello della mandria.
Parte il corteo composto da 45 bovini e fin da subito non mancano le difficoltà dovute alla presenza di noi curiosi. Dietro la transumanza c’è una organizzazione perfetta che richiede mesi di preparazione: uno sforzo collettivo che si affida all’esperienza e al lavoro dei “transumanti”. La presenza di uomini non esperti complica il passaggio delle mucche e rende ancora più faticosa la transumanza degli animali, ma anche dei transumanti. Il percorso da compiere non è molto lungo perché è una transumanza di tipo verticale dal piano alla montagna di soli 8,75 km. Nel nostro caso dal piano si raggiunge Carpino ruotando intorno a poggio Pastromele, il colle sul quale è appoggiato il paese. Qui si compie un breve tragitto interno dove lungo le strade si fermano tutti: curiosi, famiglie, gente che si è data appuntamento per non perdere l’evento; e poi ci sono gli anziani che salutano e accolgono questo rito con un sorriso perso tra i ricordi, quando da bambini erano loro a mungere il latte con le mani. A questo punto si è percorsa la metà della transumanza e si aggregano i ritardatari e coloro che per motivi diversi hanno preferito un tragitto più breve. Lungo la pianura di Carpino e nel percorso sul quale si svolgono durante le festività locali le tradizionali corse dei cavalli si giunge ai piedi di Monte Vernone. Iniziano i quasi due km più tosti con salite che raggiungono punte del 20%. Ma va là sono solo cazzate, la verità è che sono stanco e se quelle macchine non si fossero aggregate al pulmino che trasporta bambini e chi proprio non ce la fa a salire a piedi avrei fatto l’ultimo pezzo con più facilità e con meno nervosismo. Ma tempo di raccogliere gli ultimi spariji e finalmente in Località CAMINIZZO avvisto l’Azienda Zootecnica FACENNA. Ce l’ho fatta!!!

Foto di Domenico Sergio Antonacci

Foto di Domenico Sergio Antonacci

Il paradiso in terra. Tutt’intorno è verde spezzato dall’azzurro del cielo e del lago di varano e dell’adriatico. Vicino a noi galline e galli, mamma maiale e i suoi 8 piccolini, cavalli, conigli, pecore in lontananza e capre garganiche sui pascoli che vedremo scendere nel pomeriggio.
I bovini sono liberi di pascolare nei verdi prati senza mai però entrare in contatto con la piccola mandria che era rimasta su per far crescere i vitelli più piccoli. Il tempo ha cancellato gli affetti ed adesso le due mandrie sono “nemiche” ci spiega la massara Olga. Ci vuole un po di tempo ed un particolare rituale di avvicinamento prima di metterli a dormire di nuovo insieme.
Siamo in ritardo di oltre un ora e quindi Luciano e Michele ci avvertono che verrà subito servita la colazione a base di latte di pecora e di taralli al vinecotto che in quest’angolo di Puglia si ricava dalla spremitura dei fichi che avviene nel mese di settembre. In contemporanea i massari Giacomino Facenna con i suoi due figli, Marco e Antonio insieme a Luigi Giordano mostrano ai turisti la mungitura delle vacche. Intanto è arrivato il ricercatore di canti popolari Pio Gravina che mostra la costruzione dei cesti tipici. E’ già ora di pranzo. Viene servito il panecotte dei montanari con pane, cime di rape, verza, patate e olio di oliva, segue la zuppa di ceci servita con pane abbrustolito.
Quindi si passa velocemente alla dimostrazione della produzione dei formaggi e della ricotta. E’ la volta delle trecce e dei nodini di mozzarella. Il sole è forte sopra il cielo di Carpino. La sveglia all’alba, il percorso, il sole e le ripetute emozioni mi ubriacano i sensi. Tocca alla musica popolare diventare protagonista con una rappresentanza dei Cantori di Carpino capitanati da Nicola Cifronne, Mike Maccarone, Pio Gravina e i cunti di Carlo Ziccocche intervallati dal podolico Luciano, lo studioso Giovanni Rinaldi, il botanico Nello Biscotti e da un breve saluto del paesologo Franco Arminio. Tocca ai cascavadde podolici ristabilire il primato dei sapori ed avviarci verso Monte Vernone alla scoperta dei pascoli della capra garganica e delle erbe spontaneee commestibili. Ma voi lo sapevate che il Gargano è il territorio in cui vive la popolazione che mangia più verdura in Europa? Io non lo sapevo, cosi come non sapevo che i garganici mangiano circa l’80% delle erbe che crescono nel proprio territorio. Con franchezza sapevo dell’esistenza della cicoria selvatica molto differente dalla cicoria addomesticata ma non avrei mai immaginato che un stelo di erba con due o tre trifoglie potesse essere l’originario sedano della nostra zona. Va bene me ne faro una ragione, tanto sono infinite le cose di cui non sono a conoscenza e che spero di imparare. Oggi ho già dato e le mie gambe non tengono più. Il sole e Matteo mio figlio mi danno il colpo finale. Sono costretto a ritornare sui miei passi. Ma prima un’ultima emozione il gregge di capre garganiche con il loro lungo pelo. Scendono dall’alto e non trovo le parole per descrivere la gioia che provo. Sbagliano tratturo e finiscono in un recinto diverso da quello di destinazione. Un giorno dovrò approfondire il meccanismo di recinzione e le aperture e chiusure dei cancelli. Insieme alle macere sono la parte più ricca dell’ingegneria umana in questo paradiso.
Sono solo le 19,00 ma le bolle ai piedi mi suggeriscono di prendere la navetta per tornare a casa paterna. Mi spiegheranno dopo che la serata è continuata con la grigliata di carne, vino e musica fino alle 2 di notte al buio pesto perché nel frattempo è venuta meno l’elettricità alimentata per l’occasione da un generatore a benzina.

Tutto questo solo per i primi 200 fortunati che hanno prenotato e solo per 20 euro a testa. Sono pazzi questi garganici.

*La festa della transumanza sul Gargano ideata dall’eccentrico Luciano C. è stata organizzata dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con la fam. Facenna. L’evento ha ottenuto il patrocinio del Parco Nazionale del Gargano, del Gal Gargano e del Comune di Carpino.
Un grazie mio personale va a Giovanni, l’autista del pulmino del Comune di Carpino, che senza tregua ha fatto da spola tra il punto d’incontro e la masseria Facenna consentendomi di
portare alla festa anche il mio piccolo Matteo di soli 21 mesi.

I riti della Settimana Santa a Carpino tra Fede vera e devozionalismo religioso nella tradizione

Domenico Sergio Antonacci

Foto di Domenico Sergio Antonacci

Tra vera Fede e devozionalismo che, a volte, sfiora in un inevitabile fanatismo, ancora presente, purtroppo, specialmente nella religione cattolica (come  accade in queste circostanze in molti luoghi del mondo, ed in Italia, quella del Sud soprattutto), i tradizionali riti della Settimana Santa a Carpino iniziano (come ovunque) dalla Domenica delle Palme, dove si fa memoria dell’ingresso solenne e trionfale del Cristo a Gerusalemme. Dopo la benedizione delle palme e dei rami di ulivo, sul sagrato della chiesa di San Cirillo, in Piazza del Popolo, da parte del Parroco,  una processione osannante si snoda verso la chiesa Madre di San Nicola. Le stesse due chiese, tra il Giovedì pomeriggio (dopo la Santa Messa in “Caena Domini”) e il Venerdì Santo mattina sono mete dei fedeli ai cosiddetti ed impropriamente definiti “sepolcri” (non solo a Carpino ovviamente) approntati nelle stesse chiese. Nella notte tra il Giovedì ed il Venerdì Santo si possono udire, per le vie principali del paese (specialmente lungo la zona storica), a ricordo degli eventi della passione dall’ultima cena all’orto degli ulivi, al tradimento di Giuda e all’arresto del Cristo, al rinnegamento di Pietro,  i passi della cosiddetta “Turba” preceduta dalla Croce, quella che porta sopra i simboli della crocifissione, e una  fiaccolata. Turba che rappresenta, in un certo senso,  la folla che accompagnava rumorosamente Gesù tra i soldati davanti ai palazzi di Caifa,  Erode e Pilato. Il Venerdì Santo, nel tardo pomeriggio, si tiene la tradizionale processione con il suggestivo e commovente incontro, in Piazza del Popolo, tra il Cristo morto e la madre Maria Addolorata (che vuole essere – in fondo – la rievocazione di una delle quindici stazioni della “Via Crucis” ed il naturale proseguimento degli avvenimenti vissuti nella notte precedente). Questa sentita processione veramente di popolo, parte dalla Chiesa Madre di San Nicola e si snoda per due vie diverse ed opposte: da una, Corso Vittorio Emanuele, viene portato a spalla da ragazze del luogo, la statua del Cristo morto preceduta da una croce di legno nero (in grandezza naturale e abbastanza pesante, secolare)letteralmente  trascinata sulle spalle da due-tre devoti incappucciati, che si danno il cambio lungo il percorso processionale (essi rappresentano il Cireneo); mentre la zona storica a ridosso della Chiesa, quella della Torre Normanna o del Calvario (per restare in tema), viene percorsa dall’altra processione dove sono portate le statue della Madonna Addolorata  accompagnata da San Giovanni l’Apostolo ed Evangelista e da Maria Maddalena. I due percorsi confluiscono, in modo naturale,  in Piazza del Popolo dove, appunto, avviene l’incontro delle figure dei Santi personaggi del Calvario. Lungo quet’ultimo percorso,  della zona storica, anziani e giovani accompagnano il cammimo processionale con lo straziante e tradizionale canto popolare (molto antico e di autore carpinese ignoto) “Giuvdija Sant” in cui, in pratica, viene rievocata quasi tutta la passione di Cristo, dall’arresto all’incontro con la Madonna e San Giovanni, alla Crocifissione. La stessa tradizione racconta che questo canto, affinchè venisse intonato e cantato nel modo più giusto, opportuno ed efficace, i cantori prima di avviarsi alla processione libavano vino per essere volutamente…un pò brilli…Ed oggi si può affermare che senza di questo Canto popolare, la stessa Processione del Venerdì Santo a Carpino, paradossalmente, non avrebbe luogo. Mentre, la processione che scende lungo Corso Vittorio Emanuele viene accompagnata dai tradizionali canti e preghiere quaresimali della Chiesa.  In Piazza del Popolo la manifestazione si conclude con l’omelia del Parroco, o di un sacerdote o religioso cosiddetto “Predicatore”(invitato dal Parroco e che giunge, in genere, da fuori anche della stesa Diocesi), che parla ai fedeli e al popolo dal sagrato della Chiesa di San Cirillo che domina tutta l’intera piazza sempre, ogni anno,  gremitissima.
Da ricordare che nello stesso Corso Vittorio Emanuele esiste, da oltre cento anni, una piccolissima cappellina (dove tre persone riescono appena ad entrarvi e rimanervi in piedi)denominata come la strada a cui è addossata “La Madonnella”. Sul piccolo altare di detta cappellina è posta una Icona della Madonna Addolorata. Questo luogo viene aperto, dai privati e devoti proprietari, per tradizione, nella sola Settimana Santa, ma anche quando è chiuso e l’Icona può essere scorta dalla grata sulla porticina, molte persone, da sempre e non solo nella quaresima e nella settimana santa, passandovi davanti si segnano con il segno della Croce.
La processione del Venerdì Santo, infine, fa rientro verso la Chiesa Madre dove tutti i fedeli e partecipanti, anche se molto stanchi,  vanno a prendersi “la pace” (quella pace che ci si è iniziato a scambiare con i rami degli ulivi la Domenica delle Palme) davanti alle statue della processione appena conclusa e dove il Parroco benedice il Popolo con quella Croce con su i simboli della crocifissione del Cristo, che all’alba del terzo giorno “… Risorgerà, come aveva Annunciato…”(Mc.9,31-32).

Mimmo Delle Fave

Viaggiatori lungo i sentieri del Gargano

caforio«È necessario sfatare l’idea dei garganici riservati, poco accoglienti. Io ho sempre trovato persone aperte al dialogo e pronte a raccontare il loro territorio, le loro usanze, le loro tradizioni. Ricordo con particolare emozione un paio di episodi. Una volta arrivammo a Carpino con un pullman di visitatori da nord e sulla piazza incontrammo Antonio Piccininno, uno dei cantori. Fermai il mezzo e raccontai chi era. Lui iniziò a cantare… i viaggiatori si sciolsero in lacrime per l’emozione. Un’altra volta assistemmo casualmente alla spremitura dell’uva in una cantina e la persona che lo stava facendo prese delle bottiglie, le riempì di mosto e le regalò agli escursionisti. L’emozione che regalano questi episodi non la si può raccontare»

La nuova Farmacia di Carpino

Foto da Ekofarma

Foto da Ekofarma

La dottoressa Paola Niro ha inaugurato la nuova Farmacia a Carpino.
Strutturata in ampi locali, in precedenza adibiti a vecchio frantoio, nasce, con una precisa idea di condivisione, un ambiente ricco di riferimenti socio culturali.
Lo staff tecnico di Ekofarma ha studiato un insieme di messaggi visivi finalizzato alle vendite utilizzando l’immediatezza dei visual multicolor abbinati ad un sistema illuminotecnica di ultima generazione che utilizza un mix di led ed alogenati metallici del tipo master-color.Il layout generale ed il “total white” degli arredi, che accoglie il cliente già all’ingresso con aree a libero servizio, accompagna il visitatore, con un filo conduttore cromatico, fino al banco per poi giungere visivamente ad una curatissima sala espositiva che raffigura e rappresenta la tradizione locale dell’antica arte del tessile.
La nuova Farmacia Niro ospita, infatti, al suo interno una installazione di arte contemporanea di ben 13 metri x 2,50 metri visitabile tutti i giorni negli orari di apertura della farmacia. Uno spazio di 35 metri quadri circa dedicato all’arte della tessitura di Carpino.
Un’opera di “textile art” realizzata grazie alle abili mani di esperte tessitrici Carpinesi in cui il collegamento diretto con i colori che rappresentano i vari settori merceologici svolgono a pieno il proprio compito cioè quello di “vendere” armonizzandosi in un’unica soluzione di continuità con le meravigliose trame esposte nel museo.
Dunque uno spazio commerciale i cui strumenti comunicativi si adattano poeticamente a rappresentare la storia del luogo in cui si colloca la sede.

INTERVISTA AD ANTONIO PICCININNO ULTIMO CANTORE DI CARPINO di Italo Magno

1920303_584778978275075_1515235057_n[1]Carpino abita una collina vista lago e da lì ama perdersi a guardare lontano le vaste distese di uliveti. Arrivo con mia moglie in auto e ci fermiamo davanti all’ampia balconata del bar della piazza centrale, dove Alessandro Sinigagliese, un cordiale giovanottone dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival, ha stabilito il luogo dell’incontro.
E lì era ad attendermi Antonio Piccininno, l’ultimo erede dei cantori di Carpino. Appena mi vede, con tanto di block notes e registratore tra le mani, solleva dalla sedia le sue gambe lunghissime, per  mostrare una gentilezza nel volto e nei modi che riesce a metterci subito a nostro agio. Gli dico cosa intendo fare e lui ci propone di appartarci su un gradone che percorre tutto un lato di quella sorta di terrazza antistante il bar. Ma io gli chiedo di andare più in là, dove può far da corona una bella rampicante fiorita. Però, prima di sederci gli scatto qualche foto. E lui non si fa pregare, mostrandosi già abituato a simili approcci. Quindi pigio sul tasto del registratore per avviare l’intervista.

Senti Antonio, so che di solito ti rivolgono domande riguardanti i canti che tu porti in giro per il mondo. Io invece vorrei prima sapere qualcosa della tua infanzia.
Devi sapere che io sono nato il 1916 e a due anni ho perso la mamma ed il papà, morti per l’influenza spagnola. Così, rimasto orfano, fui affidato ai miei nonni materni. Ma i tempi di allora erano cattivi, c’era la fame, così a otto anni mi hanno mandato al bosco a guardare le pecore. Qui vi erano delle persone adulte che si tramandavano questi canti popolari. Erano solo canti orali ed io, non avendo altro da fare, passavo il tempo a cantarli, mentre guardavo le pecore. Quando poi sono diventato grandicello, ho lasciato il mestiere del pastore e mi sono dedicato alla coltura dei campi…

Come contadino o bracciante?
Come bracciante, perciò non stavo sempre in un posto, ma giravo per le campagne. Lì, a sera, si usava che quando un ragazzo s’innamorava di una ragazza faceva portare la serenata. Quindi quasi ogni sera venivo chiamato, ora per portare la serenata ad una ragazza, ora ad un’altra e siccome cantavo bene le richieste non mancavano. Mi chiamavano non solo i giovanotti in amore, ma anche ai matrimoni, al carnevale, durante la raccolta delle ulive, del grano, secondo le usanze della nostra zona. Così ci divertivamo.

A parte questo, c’erano allora nelle campagne di Carpino lotte bracciantili per la terra, per migliori salari, per migliorare le vostre condizioni di lavoro?
Eh, le cose allora non erano belle. Chi aveva qualche pezzo di terreno se lo teneva stretto, ma non dava molti soldi agli operai. Non avevamo luce, né acqua, che ci toccava prendere lontano in qualche campagna dov’e c’era.

Quindi voi non partecipavate alle grandi lotte per la terra, non conoscevate, ad esempio Giuseppe Di Vittorio?
No, no. Sentivamo parlare del suo impegno per i braccianti, ma da queste parti non si è visto.

A questo proposito, siccome Matteo Salvatore s’interessava nei suoi canti popolari soprattutto della situazione di oppressione nelle campagne e nei piccoli borghi rurali, mi vuoi spiegare quali furono i tuoi rapporti con lui.
Io ho conosciuto Matteo Salvatore tramite Teresa De Sio. Abbiamo fatto pure dei filmati insieme e l’anno scorso c’è stata una serata in suo onore ad Apricena, a quattro anni dalla morte. Abbiamo cantato al teatro davanti a sua figlia e a tutta la popolazione. Ho cantato con lui non moltissime volte, in tutto una quindicina. Lui ha il suo repertorio, io il mio, che è prevalentemente d’amore.

Insomma i canti d’amore ti hanno accompagnato per tutta la vita?
Non per tutta la vita. Questi canti li abbiamo portati avanti fino all’inizio dell’ultima guerra mondiale. Poi gli uomini sono andati tutti via. Dopo la guerra ci siamo ritrovati col grammofono, la radio e più tardi anche con la televisione, per cui i nostri canti sono stati messi da parte. Ognuno si è lanciato sulla modernità e quindi il ricordo dei canti e delle povere musiche spontanee si è perso. Però io ed altri abbiamo sempre tenuta attiva la fiamma dell’antichità, fino a che non è venuto a trovarci un giorno un uomo di spettacolo di Bologna che ci ha scoperto. Poi sono venuti Eugenio Bennato, Teresa De Sio e De Simone di Napoli e tutti sono stati interessati ai nostri canti, si sono presi i testi, i nostri nomi, ci hanno fatto le foto e se ne sono andati.

Così è arrivato il successo…
Macchè. Per alcuni anni non li abbiamo più visti né sentiti. Dopo sette otto anni ci hanno chiamati e siamo andati a Milano. Dopo Milano siamo andati a Napoli, al teatro “De Filippo”. E finalmente si è rifatto vivo anche Eugenio Bennato e quando lo abbiamo visto lo abbiamo rimproverato perché dopo averci promesso tanto non si era fatto più vedere. Lui si è scusato e ci ha avvertiti che voleva portarci con lui a Roma. E per diverse volte abbiamo fatto su e giù da Carpino a Napoli e a Roma per esibirci. In questo via vai la gente ha cominciato a conoscerci ed hanno preso ad invitarci con Bennato o senza Bennato. Poi ci siamo allargati e siamo usciti anche fuori dall’Italia. Siamo stati a Gerusalemme, siamo stati a Nazareth, insomma, in tutti i posti più belli del mondo. Abbiamo anche cantato a Tel Aviv, a Berlino, a Norinberga, a Bruxelles, a Barcellona, a Dubrovnik ed in moltissime città d’Italia. Insomma abbiamo passato un anno intero cantando.

Naturalmente in queste tournee non andavi da solo?
Andavo con i miei amici cantori, Andrea Sacco, Antonio Maccarone e qualche altro. Poi i compagni miei si sono fatti più anziani e allora si sono avvicinati dei giovani che volevano imparare come si canta per portare avanti gli antichi canti di Carpino. Ed ora è da una quindicina d’anni che giro l’Italia con questi giovani, tant’è vero che il 19 aprile passato siamo stati a Torino con i ragazzi a ritirare un premio, così cerchiamo ancora di portare avanti la nostra tradizione…

Senti Antonio, per tenere a mente i canti di Carpino hai dovuti scriverli. Quindi sei andato a scuola.
No, io a scuola non ci sono andato quando era il tempo, perché impegnato con le pecore e la vita di campagna. Però quando mi sono fatto grande sono andato qualche anno alla scuola serale. Ma già quando guardavo le pecore tenevo la penna ed il quaderno. Le persone mi dicevano di scrivere qualcosa, ad esempio scrivi Carpino, scrivi Foggia ed io scrivevo qualunque cosa mi dicevano e poi l’imparavo, così piano piano ho imparato a fare qualche cosa, non un granché, ma qualche cosa, le cose mie le so fare…

Allora in un primo momento ti sei avvalso del ricordo orale, poi invece piano piano ti sei esercitato…
Veramente tren’anni fa venne da Monte Sant’Angelo il professore Francesco Nasuti, che si occupa di teatro, e mi disse: “Antonio visto che sei abbastanza appassionato di canti antichi, perché non fai la raccolta di tutti i canti paesani”. Così io mi sono messo in giro per il paese e agli uomini più anziani domandavo: “Sai qualche canzone paesana?”, riuscendo a raccogliere due o trecento canzoni, che ho passato al professore Nasuti e lui ne ha fatto un libro.

C’è qualche canto che hai composto tu?
No, io sono solo cantante.

Nei tuoi canti spesso è presente il tema della donna…
Sì, è vero. Ma i canti popolari sono soprattutto dedicati alla donna. I nostri canti sono canti d’amore, che il giovane rivolge alla donna di cui è innamorato.

E com’era, ai tuoi tempi, il rapporto tra uomo e donna?
Eh, non era come oggi. Innanzitutto ai miei tempi l’uomo non la poteva vedere la propria ragazza realmente. La vedeva solo da lontano, quando quella andava in chiesa; qualche volta la vedeva un po’ di contrabbando, ma raramente perché se questo accadeva si riempiva il paese e per non farsi parlare ognuno si manteneva, dovendo conservare l’onestà fino al matrimonio. Io per esempio mi sono sposato a vent’anni e mia moglie ne aveva diciotto. Ho conosciuto mia moglie solo dopo il matrimonio. Prima non ci ho mai parlato.

Ma davvero?
Sì, le ho fatto solo la dichiarazione d’amore.

Ah, almeno quella l’hai rivolta a lei?
No, a lei no. L’ho fatta ad una zia, che abitava lì vicino, quella ha portato l’ambasciata, mi ha dato la risposta di sì e poi abbiamo preso a scriverci, sempre tramite la zia che dava la lettera alla mia fidanzata che mi rispondeva tramite questa donna….

Eh, però qualche contatto pure sfuggiva…
No, no, no, no, niente! Non ci ho mai parlato, solo la vedevo in chiesa o quando andava in campagna, perché tutti allora lavoravano, anche le donne. La mattina qui era una fiera, uomini e animali tutti in movimento per dirigersi alla campagna. In città rimanevano solo i cucitori, i barbieri e qualche negoziante. Il resto del paese, tutto in campagna. Quando poi ci siamo sposati, dopo la festa ci hanno portato alla casa nuova, sono venuti i compagni miei per la serenata e, quando sono andati via chiudendo la porta, io ci ho tirato giù la sbarra. Allora sono andato da lei, che stava pensierosa perché si vergognava, e presi ad accarezzarla, poi piano piano cominciai a toglierle qualche indumento da dosso e così, una volta spogliata, abbiamo fatto l’amore.
Ah!
Embè!

Antonio ho visto che suoni benissimo le nacchere. Chi ti ha insegnato?
Le nacchere sono uno strumento che si è sempre suonato. Io non saprei cantare senza le nacchere, perché quelle danno il tono al canto. Però la musica non me l’ha insegnata nessuno. Io sono un cantore con nacchere ed è l’uso che mi ha insegnato a suonarle; so anche fare qualcosa con la chitarra battente, però non sono bravo.

Hai cantato parecchie volte con Eugenio Bennato?
Eh, ho cantato tante volte. Ultimamente ho cantato insieme a lui a San Vito dei Normanni. E ho cantato pure con Teresa De Sio, parecchie volte. Purtroppo non posso cantare più con i miei vecchi amici cantori. Tutti deceduti. È morto prima Andrea Sacco, poi Maccarone, l’anno scorso.

Essere rimasto l’ultimo dei cantori di Carpino ti fa ricordare con nostalgia i tempi passati?
Sì, mi dispiace per i compagni che non ci sono. Ma io non mi faccio prendere dalla nostalgia perché ho sempre voglia di cantare, se fosse possibile vorrei cantare tutte le sere, quello è il mio divertimento.

Però Antonio, ora occorre lanciare nei canti anche qualche giovane bravo di Carpino.
Mo’ ti voglio dire una cosa. I giovani amano sentire i canti popolari, ma non amano impegnarsi molto in questo lavoro. Qualche donna invece si sente cantare bene. Io sono anche stato chiamato parecchie volte a scuola per insegnare qualcosa ai ragazzi e farli appassionare ai canti della tradizione. Il mio desiderio è che i giovani portino avanti i nostri canti popolari.

Un’ultima domanda. La bellissima Ninna Nanna di Carpino, secondo te, com’è nata?
Ascolta. A Carpino non tutte le madri avevano una culla. Allora chi non ce l’aveva, usava una mezza sedia, si metteva il figlio in braccio e cantava la ninna nanna, facendo avanti e dietro sulle gambette di legno fino ad addormentare il bambino. Questa ninna nanna io la canto sempre, l’ho imparata da bambino e non manco mai, mai, mai di cantarla.

Quando te la sento cantare mi faccio prendere dalla commozione…
E pure io. Mentre la canto devo stare attento giacché sono in pubblico e se non mi trattengo mi scappa il pianto… perché mi ricordo che sono vissuto senza la mamma e a me la ninna nanna non me l’ha mai cantata nessuno.

Finisce qui, con il fazzoletto che raccoglie le lacrime di un uomo buono, la mia intervista ad Antonio Piccininno, 95 anni (luglio 2011), ultimo cantore di Carpino, memoria storica della tradizione popolare. Sto per augurargli lunga vita fino a cent’anni, ma per lui non posso farlo e debbo allungarla almeno fino a centocinquanta. Con la fibra e la lucidità che si ritrova potrebbe anche arrivarci.

Carpino. Musica popolare di Cristina La Bombarda

2008710115241carcarp05[1]Ritmi mediterranei, sonetti provenzali, suggestive serenate, tenere ninne nanne, lo struggente planctus Mariae del Giovedì santo: sono i motivi suonati dai Cantori di Carpino.
Nel loro repertorio si ritrovano i vari generi di tarantella tipici della zona del Gargano. Dalla Montanara, eseguita in tonalità minore, alla Rodianella squillante in tonalità maggiore, per finire alla Viestasana. L’esecuzione dei Cantori s’impone all’attenzione degli ascoltatori per il suo carattere estemporaneo, che lascia trasparire come questi canti sgorghino naturalmente dalla vita di campagna, nutrendosi della sua ritualità.
Questa musica, pur conservando l’essenza delle sue antiche radici, riesce anche a manifestare un incredibile carattere contemporaneo. I Cantori di Carpino all’occorrenza si riuniscono per prestare la loro opera anche per le semplici serenate e le feste di paese.
Per l’autenticità e il valore culturale del loro lavoro sono stati contattati, fin dagli anni ’50, da studiosi di tradizioni popolari, i quali hanno iniziato un lavoro di approfondimento dei contenuti e dello stile di alcune forme musicali garganiche.

Sulle ali dell’angelo dal Gargano all’Europa / Bari – Gelsorosso, 2008.

Quella volta di Cecilia Mangini a Carpino

$(KGrHqNHJFYFGWdWFU1gBRrMGsK1dQ~~60_57[1]Premiata di recente con la medaglia del Presidente della Repubblica a riconoscimento della sua lunga carriera cinematografica, Cecilia Mangini è considerata da molti la “madre” del cinema documentario italiano. Fin dall’esordio alla fine degli anni Cinquanta, la regista pugliese ha caratterizzato infatti il suo lavoro al cinema con un costante interesse alle problematiche sociali unito ad un sentimento di partecipazione politica e umana alle vicende degli ultimi, riuscendo a tracciare, negli anni del nascente boom economico, un ritratto inedito del nostro Paese. Nasce così la collaborazione con Pier Paolo Pasolini, con cui realizza due documentari che raccontano le grandi periferie della capitale, Ignoti alla città (1958), La canta delle marane e Stendalì – Suonano ancora (1960), girato in un piccolo paese di lingua grika del Salento, Martano, che ricostruisce uno degli ultimi esempi di lamentazione funebre.

Affascinata dallo straordinario e personale modo di Dassin di “trattare” il Realismo nel 1959 fu redattrice di un libro sul Film “La Legge”, in cui racconta l’esperienza italiana del regista francese.

Cecilia Mangini ha esplorato in trent’anni la condizione delle lavoratrici di Essere donne, mediometraggio del 1965: tabacchine, braccianti, emigranti che vedevano nella fabbrica un salto di qualità per la propria esistenza; con Brindisi ’66 (1966), l’impatto del grande petrolchimico Monteshell sulla città di Brindisi e la nascita di una classe operaia, accompagnando nelle sue lunghe fughe in motorino, Tommaso (1965), giovane brindisino con il sogno di entrare nella grande fabbrica appena impiantata. Il mito della boxe, occasione per uscire da una condizione di marginalità, in Domani vincerò (1969), il rischio di un ritorno della dittatura nel nostro Paese, con il celebre All’armi siam fascisti, fino a Comizi d’amore ’80, lunga inchiesta in cui si traccia uno straordinario affresco dei cambiamenti di mentalità in materie come l’amore e la sessualità.

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