Un eremo in paradiso… i Cappuccini a Rodi Garganico
martedì 3 – Marzo – 2009 ore 18,00
Sala Mazza – Museo Civico – P.zza V.Nigri – Foggia
Ambiente e storia si fondono mirabilmente in uno dei tanti luoghi ricchi di arte e natura di cui è costellato lo stupendo paesaggio garganico, vero contenitore di tesori nascosti; un antico convento dei padri Cappuccini si erge ancora tra le verdi colline di ulivi che degradano verso il mare fino ad incorniciare il minuscolo promontorio su cui sorge Rodi Garganico.
Questo sarà l’argomento della conferenza multimediale con proiezione di cartine e circa un centinaio di immagini che terrà Carmine de Leo, Ispettore Onorario del Ministero dei Beni Culturali, giornalista e scrittore, già autore di varie pubblicazioni su Foggia ed il promontorio del Gargano.
La conferenza è stata organizzata dall’Assessorato ai Beni Culturali del Comune di Foggia e da quattro associazioni culturali impegnate nella difesa del territorio e dei suoi monumenti: Amici del Museo Civico, Italia Nostra, Archeoclub e F.A.I. ed è volta a far conoscere i preziosi gioielli di arte ed ambiente di cui è tanto ricca la nostra Capitanata.
La costruzione del monastero dei Cappuccini risale al 1538, anno in cui fu eretto con l’aiuto della comunità di Rodi G., su un precedente romitorio sorto nei pressi della fresca sorgente detta del Pincio lungo una mulattiera che da Ischitella scendeva verso il mare e Rodi Garganico. Le prime fabbriche conventuali furono costruite seguendo la semplice pianta degli altri monasteri Cappuccini, con un piccolo chiostro e l’annessa chiesa, che venne dedicata allo Spirito Santo.
Nelle antiche “Cronache” Cappuccine si sottolinea “l’amenità e delizie particolare con le quali nostro Signore, a similitudine del paradiso terrestre, si era degnato arricchire quella contrada, per essere da sé quasi naturalmente abbondantissima di belli e saporosi frutti, vistosa di mare et affluenti di belli e freschissimi fonti”.
Rispetto a questa magnifica descrizione, oggi, ben poco è cambiato!
Il monastero è raggiungibile da Rodi Garganico in auto con una comoda strada asfaltata, meglio se a piedi, data la poca distanza di meno di 2 Km. che lo separa dal centro abitato.
Entrati nel locale della sacrestia ci accolgono, nella poca luce dell’ambiente, varie tracce di affreschi e muti riquadri di pitture perdute, forse i sette doni dello Spirito Santo: sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio; quasi un percorso di iniziazione verso la Luce della chiesa, in cui accediamo rapiti da una misteriosa atmosfera di pace, ma anche di percezione di velati messaggi espressi da minori architetture e rilievi.
Nella chiesa, sull’altare maggiore, in legno e di fattura barocca, domina una bellissima tela della Pentecoste, attribuita al Mazzaroppi (1550-1620), oggi sostituita da una copia serigrafica donata dalla presidente dell’Archeoclub Santa Picazio, affezionata stimatrice delle memorie storiche della sua terra; il quadro raffigura lo manifestazione della Spirito Santo sotto forma di lingue di fuoco agli Apostoli riuniti intorno alla Madonna.
La simbologia collegata allo Spirito Santo si esprime ancora a sinistra dell’altare maggiore in una singolare rappresentazione che avvolge in alto una finestra, incorniciata da due braccia che allungano le proprie mani verso il visitatore, rimarcando l’antica tradizione cristiana della imposizione delle mani di Dio per ricevere il dono dello Spirito Santo.
Le pareti ed il soffitto della chiesa sono decorati con affreschi di varia simbologia su cui domina il sigillo dello Spirito Santo, che quasi ti rapisce nella mistica contemplazione della penombra della chiesa per subito rapirti con la sua Luce all’apertura del massiccio portale dell’ingresso, quando tutta la luminosa bellezza dello stupendo panorama che circonda la chiesa sembra penetrare in questo ambiente per fondere la natura con il sacro, in un connubio primordiale.
La luce entra possente nella chiesa dal suo portale d’ingresso, studiato momento di architetture e giochi di luce che avvicinano i fedeli alla bellezza del creato, ricordandoci pure un’altra luce, protagonista nel Seicento, di un evento miracoloso descritto nelle ”Cronache” cappuccine, quando il duca Cesare Sanfelice, signore di Rodi, dalla loggia del suo palazzo… “alzando gli occhi vidde dal cielo calare sopra il convento alcuni raggi risplendenti, che tutto irradiano”.
“Costruire un nuovo rapporto tra la società ed il progresso scientifico, avvicinando a questo tema soprattutto le giovani generazioni perché diventino protagoniste di un processo di costante sensibilizzazione e partecipazione”. Così Billa Consiglio, assessore alle Politiche Culturali della Provincia di Foggia, sintetizza la finalità del cartellone di iniziative organizzate dall’Amministrazione provinciale nell’ambito della XIX Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica, l’ambizioso progetto elaborato e sostenuto dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca per la diffusione di una solida e critica cultura tecnico-scientifica.
Le manifestazioni si svolgeranno dal 3 al 9 marzo “come anticipazione per conferire ancora più rilievo ad un evento che riveste, oggi più che mai, un’importanza strategica per il riscatto culturale del territorio e più in generale dell’intero Paese”.
Gli appuntamenti presso il Museo Provinciale Interattivo delle Scienze ‘Via Futura’, il Museo Provinciale di Storia Naturale ed ‘ilDock’, Centro di Documentazioni Multimediali della Biblioteca Provinciale, infatti, si svolgeranno prima dell’apertura ufficiale dell’evento, previsto dal 23 al 29 marzo prossimi.
“Il programma della manifestazione – spiega l’assessore Consiglio – è particolarmente ricco e mira a favorire la partecipazione dei giovani in età scolare, provvedendo nel contempo alla valorizzazione del patrimonio tecnico-scientifico del nostro territorio”. Per il vicepresidente della Provincia è infatti “soprattutto ai giovani che possono essere affidate le speranze di un radicale rinnovamento e di un proficuo arricchimento della cultura di base del nostro Paese. Per questa ragione, le Settimane sono promosse nel periodo primaverile, quando si verifica la massima mobilità della scuola”.
“La Provincia di Foggia – evidenzia Franco Mercurio, responsabile dei Serivi Bibliotecari e Museali della Provincia di Foggia, che nel corso della conferenza stampa di presentazione delle iniziative tenutasi questa mattina all’interno dei locali del Museo Provinciale di Storia Naturale ha mostrato ai giornalisti in anteprima il diorama antropologico della Grotta di Manaccore – ha disposto che l’ingresso, la visita guidata, i laboratori didattici e gli eventi siano gratuiti per tutti coloro che vorranno prenotare la propria presenza. Siamo fiduciosi che il nostro ‘cartellone’ saprà ottenere una massiccia partecipazione soprattutto degli studenti più giovani”. La XIX Settimana della Cultura Scientifica e Tecnologica sarà anche l’occasione per una piena rivalutazione dei musei provinciali, in particolare quello Interattivo e quello di Storia Naturale. “Il Museo Interattivo delle Scienze – aggiunge l’assessore Consiglio – sarà presto al centro di un intenso lavoro di ristrutturazione finalizzato a migliorare l’offerta culturale dell’Amministrazione provinciale guidata dal presidente Antonio Pepe. Un’offerta che si sta significativamente e progressivamente arricchendo e potenziando, nella convinzione che la crescita e lo sviluppo di una comunità non possano prescindere da un’attenzione per la promozione culturale”.
Un tavolo tecnico per avviare l’analisi scientifica delle cause che sono alla base della presenza dell’aga ‘Planktothrix rubescens’ nella diga di Occhito. L’annuncio è stato fatto dell’assessore all’Ambiente della Provincia di Foggia, Stefano Pecorella, al termine della riunione dell’Unità di crisi regionale tenutasi questo pomeriggio a Bari. Il tavolo tecnico si riunirà mercoledì, alle 10.30 presso gli uffici dell’assessorato provinciale all’Ambiente della sede di via Telesforo, e vedrà la partecipazione dei rappresentanti del Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), dell’Università degli Stud
i di Foggia, dell’Asl Foggia e dell’Arpa. ‘La nostra iniziativa – spiega l’assessore Pecorella – vuole essere un supporto di studio all’attività dell’Unità di crisi regionale, tesa ad individuare le ragioni della presenza dell’alga e le soluzioni più idonee a scongiurare rischi per la popolazione della Capitanata’.’Al momento – prosegue Pecorella – tutti i dati relativi alle analisi effettuate fortunatamente ci consegnano una situazione non ancora d’emergenza. Tuttavia – conclude l’assessore provinciale – occorre tenere alta la guardia e lavorare per comprendere le cause di questo fenomeno rispetto al quale la Provincia di Foggia, anche grazie alla sua presenza autorevole al tavolo regionale, sta mettendo in campo tutta la propria azione di puntuale ed attenta vigilanza’.
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Ricordiamo che la sostanza prodotta dall’alga è altamente tossica per l’uomo (provoca tumori).Casi del genere in Italia si sono già verificati in passato e spesso sono stati seguiti da un’interruzione dell’approvigionamento idrico dal bacino interessato.Io ,personalmente, sono molto preoccupato anche dalla possibile diffusione dell’alga nel fiume Fortore che sarebbe un ulteriore gravissimo problema di difficilissima (se non impossibile) risoluzione.
A Peschici è andata in onda domenica 22 (e lo sarà anche oggi martedì 24) una riedizione di quello che era il Carnevale di una volta sul Gargano. Dopo trent’anni di oblio, Lucrezia D’Errico e Stefano Biscotti hanno lanciato l’idea di rappresentare l’antica sceneggiata della “Zeza-Zeza” in uno spettacolo itinerante per le vie di Peschici, coinvolgendo gli studenti del Liceo Fazzini, per ridare fiato alle tradizioni ed insegnare ai ragazzi di oggi come i giovani di ieri erano soliti divertirsi. A chi non conoscesse la storia della ZEZA, gliela ricordiamo noi. Durante il Ventennio fascista, precisamente nel 1931, in occasione della festa del Carnevale, venne inviata a tutti i Podestà della Capitanata, da parte della Regia Questura di Foggia, una circolare che ribadiva l’assoluto divieto ai cittadini di “comparire mascherati in luoghi pubblici”; si potevano usare maschere soltanto nei teatri e in altri luoghi strettamente privati. Questa ordinanza, nel Gargano nord, non veniva rispettata. I Peschiciani, anche in tempi magri come quelli degli anni Trenta, festeggiavano il Carnevale con grande entusiasmo: gli uomini si travestivano da donna e le donne da uomo ed andavano girando per il paese, fermandosi in tutte le case dove c’erano allegre feste da ballo. A Peschici ogni quartiere preparava il suo fantoccio di Carnevale, si usava paglia, carta e abiti, i più malandati che ci fossero in circolazione. La mattina di martedì, ultimo giorno di Carnevale, tutti i fantocci, vestiti di tutto punto, con in braccio l’immancabile bottiglione di vino, venivano appesi ai crocevia, sostenuti da robuste corde. Dopo aver mangiato e bevuto, ci si mascherava e si girava in gruppo per il paese; non mancava chi si improvvisava attore e si esibiva in scenette umoristiche. Fra le drammatizzazioni, degna di nota era “l’Operazione”, un vero e proprio intervento chirurgico cui veniva sottoposto Carnevale. Si preparava un fantoccio nella cui pancia si metteva di tutto, scarpe vecchie, cipolle, corde, patate, ecc., lo si caricava su di un asino al cui seguito c’era un chirurgo, accompagnato da un corteo di gente mascherata da madre, moglie, figli e parenti di Carnevale. Il dottore tagliava la pancia del pupazzo e ne estraeva stracci, indumenti, verdure: solo alla fine estraeva il gigantesco maccherone che aveva provocato l’indigestione del Signor Carnevale. Durante l’operazione, la gente che si ammassava intorno cantava lo stornello Il piede del porco. L’Operazione veniva ripetuta in diverse strade del paese, accompagnata da urla, frastuono e risate degli astanti. All’imbrunire, l’asino con il suo carico e tutto il seguito si dirigevano verso il Castello, dove il fantoccio di Carnevale veniva gettato in mare dalla Rupe antistante. I Carnevali appesi nei vicoli, invece, venivano bruciati. Le alte fiamme illuminavano la notte, segnando l’avvento della Quaresima. Durante il Carnevale, fino agli anni Settanta, nella cittadina garganica si usava rappresentare la “Zeza Zeza”, un “pezzo” di antico teatro popolare di origine settecentesca, importato da Napoli. La rivista napoletana delle tradizioni popolari, il «Giambattista Basile», riporta la definizione della Zeza napoletana come «cantata vernacola… sul gusto delle atellane che successero alle feste Bacchiche, alle Dionisiche e, quindi, ai fescennini e alle satire. Trae argomento dagli amori di un Don Nicola, studente calabrese, con Vincinzella, figlia di Zeza e Pulcinella». I fescennini sono l’esempio più arcaico di teatro nella cultura latina, caratterizzati da versi mordaci, pungenti, espressioni spinte e a doppio senso che dovevano suscitare ilarità in chi li ascoltava. Nella Zeza di Peschici i personaggi erano quattro: Zeza (la madre), il Padre, Vincenzella (la figlia) e Don Nicola (il giovane avvocato innamorato della ragazza). C’erano anche il Coro, formato da un folto gruppo di maschere, ed i suonatori. Di sfondo, un elemento caratteristico della società feudale: lo jus primae noctis che i padroni esercitavano sulle ragazze del popolo, debitrici sempre di qualcosa (qui è l’affitto arretrato della casa) nei loro confronti, a causa dell’estrema povertà. Ma nella logica del mondo alla rovescia, di cui è espressione il Carnevale, le classi popolari, con l’unica ricchezza gratuita che posseggono, cioè la bellezza delle loro donne, vincono sull’altro mondo, attirandolo, sfruttandolo e traendone profitto. Il sogno popolare sembra finalmente realizzarsi in quei magici giorni. Il personaggio del Padre, anticamente interpretato da Pulcinella, è un ruolo patriarcale caratteristico della tradizione meridionale: chiuso in una falsa mentalità puritana, ponendosi come retto difensore dell’ “onore” della figlia, la tiene segregata in casa, impedendole di “praticare” con chiunque. Emerge con chiarezza l’importanza della sua figura, chiamato da Vincenzella “Gnor padre”, ma anche il fatto che ad averla vinta su di lui è sempre Zeza, la moglie, che sa bene come blandirlo. Zeza è una popolana che cerca di sbarcare il lunario. Per questo, pressata dalla paura di essere sfrattata in quanto l’affitto è ancora da pagare, non esita a far entrare in camera di Vincenzella don Nicola, il padrone di casa. Il marito di Zeza, rientrato all’improvviso, trova Don Nicola nascosto sotto il letto della figlia. Accecato dall’ira, accusa la moglie di non aver vigilato sull’onore della ragazza. Zeza, a questo punto, si ribella: fa notare al marito che la pigione è arretrata di tre mesi, che Don Nicola è venuto a esigerla e che, se non fosse stato per la “generosità” di Vincenzella, lui sarebbe già in carcere. Zeza, tutta presa dal suo ruolo matriarcale, rivendica per la figlia il diritto di praticare l’amore "liberamente" con cento innamorati e con tutti quelli che le garbano: con principi, marchesi e persino con gli abati che bazzicano spesso nei dintorni della casa. La chiusa della farsa è a lieto fine. Il padre, convinto dalle argomentazioni di Zeza, acconsente alle nozze riparatrici. In fondo, imparentarsi con chi frequenta la Vicaria significa risolvere in modo indolore i pressanti problemi economici della famiglia. Resta il dubbio se sia stata tutta una messa in scena per costringere il giovane al matrimonio riparatore. L’ipotesi viene avvalorata considerando la resa del padre. Nella Zeza solofrana Pulcinella si arrende solo quando il giovane gli consegna un capace portafoglio. Nella Zeza di Peschici il motivo della resa del padre è diverso: non è solo la paura del fucile o del fucilone imbracciati dal giovane don Nicola che lo minaccia di scaricargli una schioppettata tra le gambe per togliergli la sua virilità (e qui il dubbio del complotto sembra sciogliersi) a costringerlo ad arrendersi. Ma è Vincenzella che scioglie l’intreccio, interponendosi tra i due e inducendoli alla ragione, con argomentazioni forti: «Mio caro Don Nicola non ammazzare mio padre, non farmi ricordare per sempre questa giornata! Ti dico di lasciarlo andare, di lasciarlo stare. Lui, per forza, deve darmi a te!». La ragazza si rivolge con toni irati verso il genitore: «Che hai signor padre? Perché non vuoi farmi sposare? Dopo ti farò vedere io cosa ti combino!». Il padre, offeso dal suo parteggiare per chi sembra averla plagiata come un diavolo tentatore, arriva a minacciarla di morte insieme al suo amante. L’amore, alla fine, vincerà e Don Nicola potrà sposare liberamente la sua Vin
cenzella. Il giovane invita tutti alla festa: «E adesso faccio un invito a tutti questi signori, perché a casa di Don Nicola si mangiano i maccheroni, anche quello lungo (cannaruto) oinè!». A Peschici, il giorno del martedì grasso, il menu prevedeva i maccheroni fatti in casa, “tirati” dalle massaie con un ferro a sezione quadrangolare. Li si condiva con il sugo di carne per i ricchi e con il sugo di polpette e ventresca per poveri. Era usanza stendere un maccherone più lungo degli altri. Poiché si usava mettere in tavola un unico piatto, chi, per sorte, mangiava questo maccherone, veniva canzonato come cannaròute, cioè il “goloso” della famiglia. Evidenti concordanze con la Zeza Zeza di Peschici si trovano nelle versioni di alcuni centri della pianura irpina come San Potito, in provincia di Salerno e Galluccio, in provincia di Caserta. I nomi dei personaggi sono gli stessi con qualche piccola variante. Don Nicola si chiama ’0 si’ Ronnicola (il signor don Nicola). Questa antica farsa popolare è oggi rappresentata a Solofra, elaborata e fatta propria dal popolo irpino con il titolo di Canzone di Zeza. Durante il Carnevale viene presentata da vari gruppi che la cantano nelle vie della città, accompagnandosi con nacchere, triccheballacche e tamburelli. Segue l’immancabile tarantella cui partecipano tutti gli spettatori. La Zeza è interpretata solo da attori uomini poiché alle donne, come nell’antica commedia, l’esposizione al pubblico è vietata. C’è un capozeza-regista che guida la presentazione, dialoga con il pubblico e dà inizio alla sfrenata tarantella finale. E’ presumibile che anche le modalità di presentazione, gli strumenti musicali d’accompagnamento e il ballo di chiusura fossero gli stessi anche a Peschici. La Zeza Zeza ormai da un trentennio non si rappresentava più, ma il testo della farsa, ricostruito nel 1987 grazie alla testimonianza orale di Giulio D’Errico, oggi è stato rappresentato dagli studenti del Liceo Scientifico di Peschici guidati dalla prof.ssa Lucrezia D’Errico e da Stefano Biscotti. La Zeza potrebbe ritornare ad essere cantata dagli amanti delle tradizioni. Inserito nel repertorio dei gruppi di musica popolare del Gargano, potrebbe essere proposto come “borgo narrante” all’attenzione dei turisti che visitano il Promontorio.
Album fotografico
Video
Teresa Maria Rauzino
In anteprima on line il Fuoriporta di Febbraio.
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Redazione: Corso Umberto, 83 Vico del Gargano
Wolfgang Hamm e Cristiana Coletti ne discuteranno su WDR3 con i nuovi giovani protagonisti e l’ex pastore grigio Antonio Piccininno.
Vecchie canzoni salvate dall’oblio, la divulgazione, il fenomeno tarantella boom, la moda e il marketing turistico saranno esaminate in due puntate che partiranno da Ernesto de Martino, Alan Lomax e Diego Carpitella per giungere al "Carpino Folk Festival" e a "La Notte della Taranta".
La seconda puntata andrà in onda su WDR3 il 24 febbraio a partire dalle 23.05
L’ascolto in streaming è raggiungibile da qui:
http://www.wdr.de/wdrlive/radio.phtml?channel=wdr3
http://www.carpinofolkfestival.com
http://carpinofolkfestival.splinder.com
Di seguito la PLAYLIST della trasmissione:
(1) Luna Calante: Tarantella da’ fatica (2:40)
Luna Calante: Demo live (tr.4) (ohne nähere Angaben)
(2) Pizzica degli Ucci (La Notte della Taranta 2003) (3:01)
La Notte della Taranta – Live in Melpignano tr. 1, ponderosa CD 022
(3) Aremu rindineddha (La Notte della Taranta 2003) (1:48)
La Notte della Taranta – Live in Melpignano, tr. 6, ponderosa CD 022
(4) Orchestra Popolare La Notte della Taranta: Nu baciu ‘ncanna (4:00)
La Notte della Taranta 2006 (tr.10) Parco della Musica Records MPR 007 CD
(5) Malicanti: Pizzica di San Vitu (6:27)
La Pizzica Taranta in Puglia, tr.2 (ohne nähere Angaben)
(6) Malicanti: Pizzica di San Vitu (2:23)
Atmo Carpino Folk Festival, Aufnahme der Autoren
(7) Atmo und Musik vom Carpino Folk Festival (2:05)
Aufnahme der Autoren
(8) Antonio Piccininno: Accome j’eja fa’ p’ama ‘sta donne (2:00)
Centro Studi di tradizioni popolari del Gargano e della Capitanata, Buch/CD
(9) Antonio Piccininno: Eje camenate lu munne a palme a palme (1:23)
Aufnahme der Autoren
(10) Officina Zoé: Santu Paulu de le tarante (4:55)
Officina Zoé: Live in Japan, Label, tr. 8, Polosud PS 062
(10) Officina Zoé: Don Pizzica (6:39)
Officina Zoé: Live in Japan, tr. 12, Label Polosud PS 062
(11) Uaragniaun: Trinze Trinze (tr. 4) (3:10)
Uaragniaun: U diavule e l’acqua sante, dunya records 8021750812820
(12) Luna Calante: Pizzica minore (4:18)
Luna Calante: Demo live (tr.2) (ohne nähere Angaben)
Preso d’assalto lo stand della Regione Puglia, assessorato all’agricoltura
Fonte Garganopress.net
MILANO. Le fave di Carpino e il guanciale di Faeto stregano la Bit 2009. In migliaia all’assalto dello stand della Regione Puglia – Assessorato all’Agricoltura per assaporare le pietanze dei cuochi nostrani, basate sulla scoperta e riscoperta delle ricette tipiche del vasto territorio pugliese. Cicoria, pane, ottimo vino, olio di oliva, fave, riso e guanciale sono stati preparati in tutte le salse e fatte degustare a centinaia di visitatori.
Molto apprezzate le fave (di Carpino) e il guanciale (di Faeto), alla base dell’alimentazione tipica degli avi pugliesi.
E la cucina pugliese è stata alla base di diverse trasmissioni di Radiodue e di Ondaradio, l’emittente radiofonica di Vieste e del Gargano. Per l’occasione intervistati gli assessori regionali Enzo Russo (Agricoltura) e Massimo Ostillio (Turismo), che hanno invitato i milanesi, gli italiani e gli stranieri a venire a visitare l’intera Puglia, dallo sperone al tacco, dal mare ai monti, attraverso la riscoperta della cucina tipica della regione.
Va benissimo la promozione, ma dove hanno preso le nostre fave?
Non c’era un consorzio che doveva e deve provvedere alla loro tutela?
Si può fare un censimento dei terreni adoperati per questa nostra coltura?
Si possono quantificare le produzioni annuali?
Ma dobbiamo far sciaquare la bocca agli altri per le nostre eccellenze?
Ci sono incentivi e finanziamenti per queste cose, perchè non ci si organizza?
Facciamo un punto sulla situazione? Altrimenti poi è inutile lamentarsi!!!
Stiamo sempre a guardare l’erba del vicino, quant’è verde?
Si terrà a Foggia, venerdì 27 Febbraio alle ore 18 presso la Sala Consiliare di Palazzo Dogana la conferenza organizzata dall’Associazione Qualità della Vita di Foggia dal titolo: "Arte e Cultura a Foggia: Opportunità di Lavoro"
Interverranno
-l’avv. Luigi Miranda Presidente dell’Associazione Qualità della Vita di Foggia
-l’on. Antonio Pepe Presidente della Provincia di Foggia
-l’avv. Maria Elvira Consiglio Assessore alla Cultura della Provincia di Foggia e Vice-Presidente della Provincia di Foggia
-la prof.ssa Eleonora Frattarolo Docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Accademia delle Belle Arti di Bologna.
Si è svolta oggi, alle 12.30, presso l’area convegni dello Regione Puglia, il dibattito dal titolo: “Puglia, terra di eventi”
dal nostro inviato Rocco D’Antuono
Conduceva Antonio Stornaiolo; partecipavano: Michele Placido, Massimo Ostillio (assessore al turismo della Regione Puglia), Mauro Mazza (direttore TG2), Dario Stefàno (presidente della quarta commissione consiliare “Sviluppo Economico” Regione Puglia).
La discussione è stata incentrata sul modo di “fare eventi” in Puglia (oltre che sulle principali kermesse che si svolgono nella nostra regione).
E’ stata sottolineata l’importanza delle iniziative, al fine di favorire l’afflusso turistico verso i territori pugliesi.
Come i presenti hanno fatto notare, il realizzare eventi è un’attività che ha buona influenza, non solo per comunicare l’idea di una regione “viva” e attiva dal punto di vista culturale, ma anche perché si possono sfruttare gli eventi per operare il recupero del patrimonio storico, quali possono essere aree, costruzioni antiche, monumenti, che assumono sempre più spesso la funzione di scenario ospitante (ad esempio la piazza di Carpino per il Festival , “anfiteatro naturale”).
Annesso al recupero, funzionale all’evento, potrebbe esserci quello non funzionale, come per esempio il recupero di reperti archeologici, di beni antichi, l’organizzazione di “occasioni artistiche” (realizzazioni di mostre con arte non locale etc.) che segnerebbe i territori interessati, caratterizzandoli per la loro vivacità culturale (un esempio, potrebbe essere ristrutturare la nostra chiesa di S. Anna, ed a livello più ampio realizzare l’Auditorium della Musica Popolare).
Un grande tema da trattare è quello delle infrastrutture: come rendere facile la mobilità regionale?
E’ stata ribadita l’importanza di una onesta offerta turistica, di offrire un buon rapporto qualità-prezzo e di investire molto per la giusta accoglienza, soprattutto nell’era di internet, in cui il passaparola riguardante l’espressione di soddisfazione dei visitatori, viene amplificato a dismisura, dai network sociali costruiti in rete: un visitatore insoddisfatto degli operatori locali, attraverso la rete puo’ inibire centinaia, se non migliaia di potenziali visitatori.
Placido ha ricordato che per “fare” cultura, non è necessario essere in una grande città. Anche in un piccolo paesino, possono essere create scuole artistiche ed in generale centri di attrazione culturale.
Bisogna ricordare che la Puglia ha bellezze paesaggistiche, patrimoni artistici e beni storici di inestimabile valore, che faticano ad essere conosciuti.
Le quattro università pugliesi sono riuscite a costituirsi in un progetto comune, che è quello di catalogare tutti i beni culturali regionali, la loro storia e la loro evoluzione ed uso antropico.
Perdere il senso del rapporto degli abitanti col loro territorio potrebbe avere gravi conseguenze.
La parola chiave, dei molti dibattiti tenuti è quella di intrecciare il patrimonio culturale, materiale (monumenti, edifici, siti archeologici etc.) ed immateriale (dalla musica popolare alla letteratura) per creare ponderata attrazione turistica e sviluppo, ma prima di tutto per migliorare la qualità della vita degli abitanti del nostro territorio.
Ieri il 4° anniversario della scomparsa del grande intellettuale vichese
di Teresa Maria Rauzino
L’IRRE Puglia nel 2002 testò un percorso nei “luoghi della memoria” di Pietro Giannone, Michelangelo Manicone e Pasquale Soccio. Target: i corsisti del Laboratorio ”Lo sguardo del viandante” dell’IRRE Puglia. Guida d’eccezione: il prof. Filippo Fiorentino, che vogliamo ricordare così, nel quarto anniversario della sua morte (20 febbraio 2005).
Il viandante s’inerpica lassù, per strade tortuose di bosco. S’inerpica per strade di paesi. Lungo le strade che portano a Ischitella, a Vico del Gargano, alla Dolina Pozzatina, a San Marco in Lamis. Il suo sguardo si posa sulle sagome annerite delle case, delle chiese e dei palazzi di borghi antichi ancora intatti, su mura scandite da torri scrostate. Si attarda su scorci di borghi antichi unici per la loro singolarità. Furono questi i luoghi amati, dimenticati, rimossi e di nuovo amati, nel recupero memoriale o storiografico, da tre grandi intellettuali garganici: Pietro Giannone, Michelangelo Manicone e Pasquale Soccio.
Proprio qui ci ritrovammo noi, moderni viaggiatori, in una sorta di itinerario a tappe nei luoghi abitati, in un tempo lontano e recente, da coloro che resero grande il Gargano. Amato da Dio, ma dimenticato dagli uomini. Questo itinerario, inusuale per il turista dirottato dai tour operator lungo le spiagge assolate e le scenografiche scogliere del Gargano, fu snodato e vidimato nel mese di aprile del 2002 in un laboratorio didattico di grande valenza culturale (“lo sguardo del viandante” dell’IRRE Puglia) animato dal prof. Filippo Fiorentino.
Dei tre illustri personaggi che, con le loro idee innovative, incresparono di fulminanti bagliori il quadro piatto e statico del Gargano del Settecento/primo Ottocento e fine Novecento, egli tracciò il percorso esistenziale/valoriale. Con singolari intrecci/agganci con la cultura europea ed extra-europea coeva.
L’ascolto in streaming è raggiungibile da qui:
http://www.carpinofolkfestival.com e http://carpinofolkfestival.splinder.com
Non Mancate Di seguito la PLAYLIST della trasmissione:
(1) Luna Calante: Tarantella da’ fatica (2:40)
Luna Calante: Demo live (tr.4) (ohne nähere Angaben)
(2) Pizzica degli Ucci (La Notte della Taranta 2003) (3:01)
La Notte della Taranta – Live in Melpignano tr. 1, ponderosa CD 022
(3) Aremu rindineddha (La Notte della Taranta 2003) (1:48)
La Notte della Taranta – Live in Melpignano, tr. 6, ponderosa CD 022
(4) Orchestra Popolare La Notte della Taranta: Nu baciu ‘ncanna (4:00)
La Notte della Taranta 2006 (tr.10) Parco della Musica Records MPR 007 CD
(5) Malicanti: Pizzica di San Vitu (6:27)
La Pizzica Taranta in Puglia, tr.2 (ohne nähere Angaben)
(6) Malicanti: Pizzica di San Vitu (2:23)
Atmo Carpino Folk Festival, Aufnahme der Autoren
(7) Atmo und Musik vom Carpino Folk Festival (2:05)
Aufnahme der Autoren
(8) Antonio Piccininno: Accome j’eja fa’ p’ama ‘sta donne (2:00)
Centro Studi di tradizioni popolari del Gargano e della Capitanata, Buch/CD
(9) Antonio Piccininno: Eje camenate lu munne a palme a palme (1:23)
Aufnahme der Autoren
(10) Officina Zoé: Santu Paulu de le tarante (4:55)
Officina Zoé: Live in Japan, Label, tr. 8, Polosud PS 062
(10) Officina Zoé: Don Pizzica (6:39)
Officina Zoé: Live in Japan, tr. 12, Label Polosud PS 062
(11) Uaragniaun: Trinze Trinze (tr. 4) (3:10)
Uaragniaun: U diavule e l’acqua sante, dunya records 8021750812820
(12) Luna Calante: Pizzica minore (4:18)
Luna Calante: Demo live (tr.2) (ohne nähere Angaben)