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Antonio Basile (Ufficiale)

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EMOZIONI DOMENICA SCORSA PER IL CARPINO FOLK FESTIVAL PROTAGONISTA NELLA CAPITALE IN OCCASIONE DEL SUO VENTENNALE

La Montagna del Sole all’Auditorium Parco della Musica di Roma
di LUCIA PIEMONTESE (Attacco, 19 maggio 2015)

Foto di Anna Maria Savarese

Foto di Anna Maria Savarese

E’ stata una serata colma di emozione e gioia quella di domenica scorsa per il Carpino Folk Festival. In occasione del suo ventennale, il festival garganico, il primo grande evento pugliese dedicato alla musica tradizionale e alle sue contaminazione che riesce ad attirare sul Gargano ogni anno decine di migliaia di spettatori, ha avuto un’anteprima d’eccezione a Roma. L’atteso concerto de “La Montagna del Sole” nel prestigioso Auditorium Parco della Musica è stato un successo ed ha avuto numerosi apprezzamenti, compresa la gradita visita dello showman foggiano Renzo Arbore, che ha voluto salutare personalmente i cantori e suonatori del Gargano. Lo spettacolo, organizzato dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival in collaborazione con l’Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica e con il sostegno di Puglia Sounds, ha inteso perseguire, attraverso la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale immateriale del Gargano, la bellezza e la vitalità di un territorio unico per le sue espressioni musicali tradizionali, ma al tempo stesso universale per la straordinaria capacità di fascinazione intrinseca nei suoi cantori. Le liriche e le tarantelle garganiche, ma anche i cunti, i canti religiosi e della passione della Puglia garganica, ispirati ai valori e alla poetica dei suonatori e dei cantatori della tradizione, sotto la direzione scientifica dell’etnomusicologo Salvatore Villani, si sono alternati in maniera fluida al repertorio popolare italiano dell’Orchestra diretta da Ambrogio Sparagna, le une nelle altre senza interruzioni, in una festa di tammorre e tamburelli, nacchere, chitarre battenti e mandole, archi, organetti, zampogna. I Cantori di Carpino, le affascinanti voci delle donne di Ischitella, la confraternita di Vico, i suoni di Sannicandro e i canti arbëreshë di Chieuti, la tradizione di San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo e poi le voci di Mattinata e Apricena e altri ancora hanno fatto parte di questo viaggio e costituito un significativo esempio di come la musica popolare sia viva e varia e sempre pronta a rimettersi in gioco. “E’ stata una serata memorabile, partecipata e applauditissima. Nel tempio italiano della musica abbiamo reso onore alla musica di tradizione che è il fondamento e la storia di tutte le altre musiche”, spiega a l’Attacco il presidente del Carpino Folk Festival, Mario Pasquale Di Viesti.
“Ancora una volta la magia del Gargano ha stregato un pubblico non abituato a questo genere musicale, persone di tutte le età che hanno accompagnato l’intero concerto. Le parole del Maestro Sparagna nel descrivere la Montagna del Sole sono state splendide: un luogo mistico dove, una volta andati, non si può fare a meno di tornare. La compostezza di musici e cantori non abituati al pubblico e non abituati ai luoghi della musica colta è stata straordinaria.
Una magia partita con le confraternite di Vico del Gargano, che hanno letteralmente ammutolito il pubblico che è scoppiato in gioia all’arrivo dei cantori di Carpino, poi le parole delle immortali canzoni di Matteo Salvatore, le donne di Ischitella, l’unione mediterranea di Chieuti e poi il corpo di ballo di Monte S. Angelo, San Giovanni Rotondo e Rignano.
Infine la chiusura è stata all’insegna del novantenne Mike Maccarone da Carpino e del piccolo Manzo, che ha chiuso il concerto cantando Zi’ndrea sacco e la Muntanara del Gargano. Tutto lo spettacolo, a differenza di quanto era avvenuto a Carpino ad agosto dello scorso anno, durante il festival, è stato stavolta incentrato sui canti del Gargano”, prosegue Di Viesti.
“Se a Carpino in oltre 4 ore si era vista la commistione dei canti popolari italiani con quelli specificamente garganici, a Roma l’intero spettacolo è stato impregnato dalla musica garganica con il Maestro e l’Orchestra popolare a rilanciare ogni volta il cambio del testimone.
Per noi è stata una giornata lunghissima, iniziata alle 3 di mattina e chiusa alle 5 del giorno successivo”. Per i giovani ed adulti del CFF non si tratta solo di arte e intrattenimento: c’è uno scopo sociale,  una missione nel loro operato, tener stretti a sé e in vita le radici culturali del Promotorio Sacro, sottrandoli e salvandoli dall’oblìo imposto dalla società del consumo.

Appuntamento dal 3 al 9 agosto con l’edizione che celebra i primi 20, gloriosi anni del Carpino Folk Festival.

Echi popolari garganici

Un concerto che presenta la varietà della musica etnica, sotto la direzione di Ambrogio Sparagna

di Roberto Vigliotti (www.amadeusonline.net)

Foto di Anna Maria Savarese

Foto di Anna Maria Savarese

Bellissima serata di musica popolare garganica quella andata in scena ieri, 17 maggio, all’Auditorium Parco della musica di Roma con il titolo La montagna del sole, per la direzione artistica dell’etnomusicologo e musicista Ambrogio Sparagna, in collaborazione con il Carpino Folk Festival, che si tiene nell’omonima cittadina ogni prima decade di agosto.
Nel prologo al concerto, condiviso con Salvatore Villani, Sparagna ha augurato agli spettatori di sentirsi proiettati attraverso le musiche dinanzi alla Montagna del sole. Perché questo accadesse, ha ideato uno spettacolo privo di pause, ponendo la sua Orchestra Popolare Italiana a transizione tra le sonate delle confraternite e dei gruppi dei vari comuni Garganici alternatisi per circa novanta minuti sul palco: da Carpino a San Giovanni Rotondo, da Monte Sant’Angelo a San Nicandro Garganico, Vico del Gargano, Ischitella, Apricena.

Fra le rappresentazioni, tutte degne di plauso, si segnalano quella della Confraternita di Vico del Gargano, con il Miserere, l’Inno alla croce, e il Cristus e respice, canti tipici della settimana santa rappresentati con le tipiche tuniche bianche che s’indossano durante la Via crucis, e l’esibizione dei Cantori di Carpino, “trainati” dalla suggestiva voce dell’ultranovantenne Mike Maccarone, che nel brano di chiusura è stato affiancato da un giovane cantore garganico, quasi a testimoniare passato, presente e futuro della musica popolare garganica. Va dato atto ad Ambrogio Sparagna di essere riuscito, ancora una volta, a ideare uno spettacolo coinvolgente e commovente, in cui le liriche e le tarantelle garganiche si sposano per dar vita una grande festa di tamburelli e nacchere, chitarre battenti e mandole, organetti e zampogne. Gli va anche riconosciuto di essere riuscito a preservare i canti e le musiche tradizionali del Gargano dalla contaminazione, e a traghettarle fino a noi com’erano state concepite molti decenni orsono. Non è scontato, infatti, lasciare che ritmi, suoni e voci ci arrivino intatti dopo un lungo viaggio in una moderna macchina del tempo…

Roberto Leydi e il Sentite buona gente – Radio3 Suite del 29/04/2015

Domenico Ferraro per la Squilibri, ha recentemente pubblicato il volume “Roberto Leydi e il Sentite buona gente. Musiche e cultura nel secondo dopoguerra”, con allegati un DVD e un CD con la riduzione televisiva dello spettacolo e una selezione dei brani raccolti sul campo dagli autori in otto regioni italiane.
http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-a2d482f5-8501-45db-8aed-2645a920b302.html?iframe
Salutato nel 1967 come una novità assoluta sulle scene italiane e fortemente voluto da Paolo Grassi e Giorgio Strehler nella programmazione del Piccolo Teatro di Milano, lo spettacolo Sentite buona gente accoglieva otto gruppi musicali, provenienti da sei regioni italiane, che al suono di launeddas e chitarre battenti svelarono l’esistenza di una meravigliosa varietà di musiche e danze, dalla pizzica salentina al ballo tondo della Sardegna fino alle tarantelle del Gargano. Tra loro anche i Tenores di Orgosolo e i Cantori di Carpino, sui quali anni dopo si appunterà l’attenzione di musicisti come Roberto De Simone e Peter Gabriel, nelle riprese audiovisive realizzate da Lino Procacci per la Rai di Milano ma mai apparse sugli schermi nazionali. Concepito in polemica con Gianni Bosio e il Nuovo Canzoniere Italiano, dal quale Leydi si era appena distaccato, il Sentite buona gente si contrapponeva al Ci ragiono e canto di Dario Fo in quanto intendeva testimoniare l’esistenza di una cultura musicale ‘altra’ attraverso la viva voce dei suoi protagonisti, senza tutele o mediazioni di interpreti borghesi. La messa in scena era di Alberto Negrin, allora giovane assistente alla regia di Giorgio Strehler, avviato a una fortunata carriera come uomo di teatro, cinema e televisione: sue alcune delle più seguite fiction degli ultimi anni, da Pane e libertà su Giuseppe Di Vittorio a Qualunque cosa succeda su Giorgio Ambrosoli. Consulente dello spettacolo era Diego Carpitella, considerato assieme a Leydi il fondatore della moderna etnomusicologia italiana.

Per tutta la durata della mostra, in programma fino al 17 maggio all’Auditorium Parco della Musica, presso il MUSA-Museo degli Strumenti musicali dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, incontri con testimoni e protagonisti di quegli anni e appuntamenti in musica con alcuni gruppi musicali, eredi dei protagonisti dello spettacolo del 1967, dai Tenores di Orgosolo ai suonatori e danzatori della Val Resia. Si inizia il 16 aprile, alle ore 18, con Alberto Negrin e i musicisti di Maracalagonis, guidati da Orlando Mascia, virtuoso di launeddas di fama internazionale, formatosi alla scuola dei Kalagonis, il gruppo che, nel 1967, apriva il Sentite buona gente. L’autore del Sentite buona gente era Roberto Leydi, poliedrico intellettuale capace di spaziare, con grande disinvoltura, tra ambiti e competenze diverse. Tra i protagonisti della diffusione del jazz in Italia dopo le chiusure del fascismo, con Luciano Berio e Bruno Maderna firma la prima opera italiana di musica elettronica. Alla RAI già nei primi anni ‘50, è tra gli esperti incaricati di preparare le domande di Lascia o raddoppia, dove tiene a battesimo la prima esibizione in TV di una giovanissima Mina. Dal 1958 è redattore e inviato de “L’Europeo”, dove stringe duraturi rapporti di amicizia e collaborazione con Mario Soldati, Giorgio Bocca e Ferdinando Scianna. Nel 1962 porta in scena Milanin Milanon giudicato da Umberto Eco uno “straordinario rinnovamento di costume”: tra gli interpreti anche Enzo Jannacci, ai suoi primi passi come interprete e autore. Suo anche il Bella Ciao che, nel 1964, suscita scandalo al Festival dei due mondi di Spoleto.

Sessant’anni fa Alan Lomax attraversò il promontorio registrando suoni e parole| Sotto gli ulivi e fra il grano arso la scoperta dei cantori di Carpino

Lomax e Carpitella furono i primi a rivalutare i canti della tradizione

La Gazzetta del Mezzogiorno del 12/01/2015

La Gazzetta del Mezzogiorno del 12.01.2015

Faceva caldo quando Alan Lomax e Diego Carpitella raggiunsero il Gargano per la loro ricerca. Quel Gargano, con cicale e caldo torrido dove suonare una chitarra battente o intonare una «strappuleta» era l’unico modo per dimenticare il peso della fatica nei campi. Era il 24 agosto del 1954 e, in pochi giorni, si sarebbero imbattuti in un feno­meno che di lì a poco avrebbe attratto ricercatori e musicisti di tutta Italia e non. Intuirono subito che a Carpino c’era qualcosa di unico. I suoi cantori riecheggiavano melodie particolari, sonetti e ballate che richiamavano bagagli culturali di un mondo che aveva conservato intatto la sua bellezza. A Carpino, Carpitella ci torna il 10 dicembre 1966 con Roberto Levdi. Sta allestendo uno spettacolo con cantori e suonatori tradizionali. Durante questa visita viene registrata la cosiddetta «Accomé j’èjafap’amà ‘sta donne», che tanto successo ha avuto presso i gruppi di riproposta, in realtà un sonetto nel­la forma di tarantella alla «muntànare». Dopo questa raccolta il gruppo dei Cantori di Carpino (Rocco Di Mauro, Andrea Sacco, Gaetano Basanisi, Giuseppe Conforte, Angela Gentile e Antonio Di Cosmo) viene invitato a Milano nel marzo del1967 a partecipare allo spettacolo «Sen­tite buona gente» presso il Teatro Lirico. Nasce allora il progetto che ha in questo gruppo il punto di riferi­mento di un movimento culturale che ha varcato i confini del Gar­gano e che ha coinvolto decine di artisti di fama internazionale.
[a.d.a.]

Il 2014 che è appena ter­minato segna il 60.mo anniversario di una ricerca sistematica sulle tradizioni popolari realizzata dallo statunitense Alan Lomax e dall’etnomusicologo calabrese Diego Carpitella. Lavorò com­missionato dalla Columbia World “Library and Primitive Music, che li porterà a registrare circa tremila docu­menti. La raccolta conservata presso gli Archivi di etnomusicologia di Roma comprende documenti sonori, con vari or­ganici vocali e strumenta­li, registrati in ogni ango­lo d’Italia, con particola­re attenzione alla Puglia, e al Gargano. “Alan Lo­max, antropologo statunitense questo impegno lo aveva assunto in pieno: a bordo di uno sgangherato furgone, con l’ausilio di un magnetofono «Magnerecord» e in compagnia di Carpitella. Un inquieto viaggiatore della cultura – come è stato definito – costretto a ripercorrere le strade d’Europa, suo esilio volontario per sfuggire alle liste di proscrizione del «maccartiste», ma anche per censire e raccogliere documenti sonori di tradizione orale da responsabile della se­zione musicale della Biblioteca del Congresso. In quella sua ricerca sul Gargano c’è di tut­to. Immagini sbiadite dal tempo, uomini e donne che sembrano usciti da un mondo lontano e accumunati da modi di vivere, costumi, abiti tradizionali; contadini, pastori, cavamonti, pescatori di tonno, tutti tenuti insieme dal filo conduttore di un unico disegno culturale. Quello legato alla tradizione e alla musica popolare, e nella fattispecie la “tarantella garganica”. Piccole enclavi di un patrimonio folkoristico di ineguagliabile bellezza. Note raccolte su una cinquantina di taccuini su cui si leggono i messaggi culturali di un mondo che da lì a poco sarebbe stato minacciato é di­menticato dal boom economico. È questo il valore aggiunto dei diari di Alan Lomax. Ap­punti di un viaggio senza soste, fagocitato dalle emozioni e del­la passione che solo un cultore – vero – della materia può avere. Alan Lomax ha lasciato un importante insegnamento di questa sua ricerca “on road” sul Gargano e cioè l’atteggiamento che ogni antropologo della musica dovrebbe tenere: riuscire a parlare con tutti tenendo fermo allo allo spirito di umiltà propria e di rispetto per l’altro. Lomax seppe farlo come pochi. Trattò alla pari le tabaccaie del Salento, i pastori e i caprai dell’ Aspromonte, registi cinematografici come De Sica e De Seta, produttori radiofonici come Nataletti, studiosi come De Martino” e Cinese e tanta altra gente incontrata. Viaggio che, cinque anni fa, la casa editrice il Saggiatore ha riproposto pubblicando il libro «L’anno più felice della vita. Un viaggio in Italia 1954-1955» che raccoglie i diari di quell’iter italicum insieme alle foto struggenti di un paese popolato da pescatori di tonni, montanari, raccoglitrici di tabacco, cavapietre e mondine prima dell’irruzione della modernità. Il tutto con la fazione di Martin Scorsese
[Antonio d’Amico]

A Carpino hanno raggiunto la perfezione

Una mia scherzosa teoria è che a Carpino ci sono dei superuomini, persone forse venute da Marte. C’è, infatti, quasi un abisso tra la poetica di Carpino e quella degli altri paesi del Sud. Secondo me. A Carpino hanno raggiunto la perfezione.
Eugenio Bennato
Gazzetta del Mezzogiorno 26 Giugno 1983, p.18

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Carpino Folk Festival: All Are Welcome

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Abigail King is a writer and photographer who swapped a career as a doctor for a life on the road. Now published by Lonely Planet, the BBC, CNN, National Geographic Traveler & more, she feels most at home experimenting here: covering unusual journeys, thoughtful travel and luxury on http://www.insidethetravellab.com

Yes, you’re invited.
Every year the tiny town of Carpino throws a party for anyone who’s interested during the first week of August. It’s called the Carpino Folk Festival, and perhaps unsurprisingly, it focuses on folk music.

But depending on where you’re from, folk music can mean different things. In England, it frequently means restrained dancing around a Maypole during broad daylight once a year. In Carpino, it means dancing until dawn with a punchy, near frenetic ensemble of accordions, drums, guitars and most of all vocals.

In 21st century terms, Carpino is not remote. It sits within a two hour drive, along smooth tarmac and winding roads, of the busy international airport Bari. It welcomes thousands of people to its white-washed piazzas and narrow cobbled lanes each summer for an explosion of song. And it overlooks the twinkling Lake Varano which spills on down through the olive groves to the popular beach resorts of the Gargano National Park.

Yet when it comes to foreign visitors, remote does appear to be the word.
You won’t find throngs of art history students bent over sketchpads, reciting dates and lines and the pedigrees of powerful Italian families. You won’t find crowds of Americans searching for roots or Europeans with insufficient sunscreen.

In fact, there’s a completely different pilgrimage come August in Carpino.
This village of 5000 welcomes back its travelling sons and daughters, those who left to find work. What began as a family sing-song and long stories told over deep red bottles of wine has evolved into the region’s biggest folk festival, attracting crowds from all around. The multi-generation spirit remains, though, as grandmas and grandpas (nonnas and nonnis) take to the stage belting out haunting melodies and giving accordions a good work out as darkness falls.

Abi King – Inside The Travel Lab
http://mustlovefestivals.com/2014/10/19/carpino-italy

“ ‘Stu criato” di Enzo Gragnaniello è ispirata alla Tarantella del Gargano

“La Tarantella del Gargano è un giro armonico del Sud Italia, come il giro armonico del blues, composto da 4 accordi, ognuno poi ci scrive la sua canzone. Io mi sono ispirato alla Tarantella, ma ho ridotto gli accordi da 5 a 2, ho scritto io il testo, l’ho resa più cantautorale, usando un linguaggio diverso, e ho reso il ritmo e il cantato meno sincopato.” (Enzo Gragnaniello)

Il coinvolgimento della tarantella del Gargano in “Stu criato” è un aspetto particolarmente interessante e arricchente. La tarantella, in generale, è un ballo tradizionale del sud Italia, spesso associato a ritmi vivaci e a una funzione terapeutica che tradizionalmente veniva utilizzata per “curare” chi era colpito dalla tarantola, attraverso un’intensa danza che permetteva di liberarsi da un malessere fisico e psicologico.

Nel caso specifico della tarantella del Gargano, essa è una variante di questa danza tipica della zona del Gargano (nord della Puglia), che presenta un ritmo e uno stile distintivi rispetto ad altre tarantelle. È particolarmente intensa, vivace, e molto carica emotivamente, con una forte componente di ripetizione ritmica e accelerazione che crea una sensazione di ansia e rilascio. Questo ritmo ipnotico e travolgente è spesso accompagnato da strumenti tipici come il tamburello e la chitarra, che caratterizzano la danza.

Nel brano di Gragnaniello, la tarantella del Gargano non è presentata in forma di danza vera e propria, ma come un elemento ritmico e sonoro che infonde energia e intensità emotiva alla canzone. Questo tipo di ritmo, pur essendo più lento e meditativo rispetto a una tarantella tradizionale, mantiene comunque quel carattere ipnotico e ritmico che riflette il conflitto interiore e il dramma espresso nel testo. Il coinvolgimento della tarantella del Gargano si manifesta anche nella struttura ritmica: un andamento che alterna momenti più veloci e intensi a pauses più riflessive, simbolizzando il dolore e la speranza, temi centrali nel brano.

Gragnaniello riesce a mescolare questa tradizione con un linguaggio musicale più contemporaneo, dando una nuova veste alla tarantella, pur mantenendo il suo carattere profondo e radicato nella cultura del sud Italia. La ripetizione ritmica e la dinamicità della tarantella del Gargano creano un forte impatto emotivo, contribuendo a rafforzare l’intensità del messaggio che il brano vuole trasmettere.

Il contrasto tra il ritmo tradizionale della tarantella e il messaggio struggente della canzone arricchisce l’esperienza di ascolto, creando una sorta di dialogo musicale tra le radici popolari e la narrazione contemporanea di Gragnaniello.

‘O saccio, ‘o saccio je sulamente
chello c’aggio passato
quanno l’angelo e’ vulato,
chello c’aggio passato
quanno l’angelo e’ vulato
c’aggio passato.

‘Na voce, ‘na voce m”o ripete
nun perdere cchiu’ tempo
cerca d’essere felice,

nun perdere cchiu’ tempo
cerca d’essere felice,
cerca d’essere felice
nun ce sta tempo.

E cantano, e cantano l’aucielli
e cantano sultanto
quanno e’ santo ‘nu pensiero,
e cantano sultanto
quanno e’ santo ‘nu pensiero,
quanno e’ santo ‘nu pensiero
canta l’auciello.

‘A notte, ‘a notte tene ‘e stelle
‘e stelle hanno brillato
fino a quanno l’e’ guardate,
‘e stelle hanno brillato
fino a quanno l’e’ guardate,
fino a quanno l’e’ guardate
hanno brillato.

‘A pace, ‘a pace e’ comme ‘a pece
e ‘a mette ‘ncopp”o fuoco
chillo ca nun e’ capace,
chillo ca nun e’ capace
mette ‘o fuoco sotto ‘a pace,
mette ‘o fuoco sotto ‘a pace
chi nun e’ capace.

‘A vocca, ‘a vocca e’ comm”e rose
quanno parle d’ammore
leva ‘e spine a dint”e parole,
quanno parle d’ammore
leva ‘e spine a dint”e parole,
leva ‘e spine a dint”e parole
si dice ammore.

‘A vita, ‘a vita e’ comme ‘a morte
stanno vicine ‘e casa
nun se ponno appicceca’
stanno vicine ‘e casa
nun se ponno appicceca’,
nun se ponno appicceca’
songo una cosa.

E tu, e tu figlio ‘e Maria
tu nun si manco nato
gia’ si stato cundannato,
tu nun si manco nato
gia’ si stato cundannato,
gia’ si stato cundannato
appena nato.

‘E figli, ‘e figli songo ‘e Dio
e nun se tocca niente
‘e chello ca e’ stato criato,
chello ca e’ stato criato
nun ce l’ammo maje ‘mparato,
nun ce l’ammo maje ‘mparato
chistu criato.

“La fava di Carpino dal Gargano allo spazio” di Nello Biscotti

Tra dieta spaziale e etnobotanica

Tutti i segreti e la storia di un legume antico che è stato riportato all’attenzione mondiale dalla missione spaziale di Samantha Cristoforetti. Oggi i semi si comprano facilmente ovunque e si tratta di semi prodotti altrove, generalmente ibridi; soluzioni facili che hanno accattivato ogni contadino che ha smesso di prodursi i suoi semi, così il germoplasma va definitivamente perduto: ecco l’importanza della fava di Carpino, ultimo testimone di un germoplasma che aveva nutrito per secoli una vasta comunità rurale come quella del Gargano

Nicola Ortore, pensionato (74 anni), agricoltore, testimone in primis della storia agricola del Comune di Carpino (Foggia) e della sua fava nel particolare, oggi elemento della dieta per la missione spaziale di Samantha Cristoforetti. Le fave di Carpino: circa 10 ettari di superficie investita, una produzione media annua intorno ai 300 quintali. 10 ettari salvano oggi dall’estinzione un’accessione (collezioni di risorse genetiche agrarie) che diversamente avrebbe seguito il destino di tante specie e «cultivar» (erosione genetica) delle agricolture tradizionali.

I protagonisti

Protagonisti di questo percorso, prima un Consorzio (Sloow food, Ente Parco nazionale del Gargano), oggi un’associazione di 5 cinque agricoltori, presidente, Maria Antonietta Di Viesti, moglie di Michele Cannarozzi, 41, anni, figlio di Antonio Cannarozzi che insieme al nostro Nicola Ortore rappresentano oggi gli ultimi biopatriarchi di questo legume con una indiscutibile identità storica e culturale e probabilmente anche genetica. L’interesse pertanto per questo legume è anche scientifico, poiché rappresenta un patrimonio genetico che ha rischiato concretamente di perdersi definitivamente.
Chi è la fava di Carpino? Quale la sua storia? Domande che rientrano nel campo di studio dell’etnobotanica, dalla quale è necessario partire. Prezioso, pertanto, il contatto con Nicola Ortore.
Gli attuali 10 ettari sono il risultato di un percorso di recupero che parte negli anni novanta del 900, quando la coltura aveva conosciuto il suo minimo storico (culturale, produttivo, alimentare); a Carpino gli ultimi contadini rimasti a coltivarla erano appunto Nicola Ortore e Antonio Cannarozzi e qualche altro sicuramente; insieme continuavano a seminare (non più di 3-4 ettari) quelle stesse fave (germoplasma) che avevano seminato i loro padri. La faticosa e sempre meno remunerativa coltura della fava sarà gradualmente sostituita dai nuovi impianti di ulivo soprattutto, poi dalle orticole.
Chi era questa fava non è facile rispondere, ma è una questione di grande interesse scientifico oggi (ci stiamo lavorando); risposte potrebbe venire dal progetto «Biodiverso» (Università di Foggia/Bari) nel quale abbiamo coinvolto con grande interesse anche la Fava di Carpino. Ricerche bibliografiche non sono di grande ausilio, se non una generale ma preziosa letteratura (Baselice, 1812; Nardini, 1914) che attesta il Gargano tutto come un’importante area produttiva per il foggiano e, probabilmente, per l’intera Puglia, della fava. Per le comunità rurali garganiche particolarmente, la fava, insieme ad altri legumi (ceci, fagioli, cicerchie) era l’alimento fondamentale, prezioso del resto anche sul piano nutrizionale (nobili proteine vegetali); fondamentale anche per nutrire la variegata fauna domestica, specialmente muli, asini, cavalli, la forza motrice per l’agricoltura tradizionale e ancor di più per lo «scosceso» e arido Gargano.
A cavallo tra la fine dell’800 e i primi anni del 900 le fave costano, diventano quasi un alimento di lusso, e così «tendono ad abbandonare – scrive Nardini – il desco del contadino garganico…; e alla pignatta di fave … va sostituendosi la pentola delle patate. Triste sostituzione – conclude – in quanto che la fecola non vale la legumina». È un prodotto che già ha un mercato, un prodotto che si esporta: circa 40mila ql che devono far fronte ad un consumo locale di circa 9mila ql., evidentemente al di sotto del fabbisogno, se circa 39mila erano destinati all’esportazione. La patata invece aveva raggiunto livelli produttivi di circa 150mila quintali (Nardini, 1914).

Il perché di un successo

Il centro agricolo garganico di maggior produzione delle fave era Manfredonia (15.000 ql), ma se consideriamo il solo Promontorio, si distingue Carpino (9.000 ql). I dati, gli unici disponibili, sono frutto di stime fornite dai singoli comuni, per motivare e rafforzare la necessità di un progetto di Ferrovia garganica e pertanto, precisa Nardini, sono anche «esagerati in più». Al di là dei numeri reali, quelli indicati sono sufficienti a delineare un quadro produttivo comunque significativo, rilevante. Le produzioni variavano a seconda dei terreni dai 10 ql per ettaro ai 18; ipotizzando una produzione media di 12 ql/ha, il Gargano coltiva fave su circa 2.700 ettari, dei quali circa la metà nell’agro di Manfredonia (terreni pianeggianti) e circa 700 nel solo territorio di Carpino. Un primato storico a Carpino va dunque riconosciuto. Le fave di Carpino sono anche cottoie, si cuociono facilmente (ottima cuocibilità), la ragione del loro successo commerciale.
Le altre fave del Gargano non erano cottoie? Tutto dipendeva dal tipo di terreno! I contadini dicono ancora oggi che nel Gargano il «terreno cambia a palmo»: era possibile che nello stesso fondo vi fossero parcelle di «terra cucevole», tra quelle «crudevole», cioè in grado di indurre alle fave o a qualsiasi altro legume la difficile cottura. I contadini sapevano riconoscere una «terra cucevole», dalla presenza di una pianta velenosa: Sambucus ebulus; abbiamo potuto verificare che i suoli che la ospitano sono freschi, profondi, argillosi, calcarei certamente, ma con un ph più basso (specie tendenzialmente acidofila) che riduce l’assorbimento del calcio. Quanto ne sanno più della «scienza» i nostri contadini!
La fortuna o il coraggio, la lungimiranza, delle fave di Carpino è di aver utilizzato «terre cucevole», concentrati tutti nella Piana di Carpino, ottimi suoli, investiti in parte a vigne e uliveti e, soprattutto, al seminativo ove occuperà un posto d’onore la fava. La piana di Carpino, è una piana alluvionale, con terreni profondi, freschi e, soprattutto, con un basso (o normale) tenore di calcio, poiché è proprio questo elemento che è determinante nel decidere il livello di cottura delle fave. Nella maggior parte dei casi i suoli garganici sono ricchi di calcio, disponibilità che induce le piante ad un maggior assorbimento rendendo, soprattutto il tegumento più duro, quasi cuoioso; di qui la non facile cottura del seme, in termini più semplici, della scarsa o bassa permeabilità all’acqua del tegumento soprattutto. Le terre «cucevole» avendo un ph più basso riducono la disponibilità di calcio e l’assorbimento da parte delle piante.
La cuocibilità o meno pertanto è, sostanzialmente, un problema di idratazione del seme. Tra le pratiche quasi quotidiane delle nostre nonne vi era quella di preparare le fave da cuocere: rompere il tegumento almeno alla base («moccicare» le fave) a colpi di denti o con l’ausilio di un coltello e lasciarle per ore in ammollo. L’unico modo per rendere cottoie tante fave, che diversamente sarebbero state non cuocibili.
Se consideriamo però la notevole presenza di seminativo che interessava soprattutto il Gargano interno, con suoli, specialmente nell’altopiano carsico (da Sannicandro, a Cagnano alla Foresta Umbra) freschi, profondi, ricchi di sostanza organica, la fava cottoia era possibile ottenerla un po’ ovunque. Carpino invece raggiungeva livelli di produzione di prodotto cottoio considerevole; la superficie a fave, secondo quanto ci ricorda Nicola Ortore, è importante (60/70 ettari) ancora negli anni 50 e 60 del 900 e motiva ancora fermenti economici e commerciali: «a giugno – precisa Ortore – Carpino era invasa di mediatori del barese (Acquaviva delle Fonti, Castellanata) che comprano quasi tutta la produzione per venderla nei mercati pugliesi fino a Taranto; la riconoscibilità e il valore commerciale delle fave di Carpino raggiunti sono cosi forti che “sono quotate nella borsa merci di Bari (anni 50/60 del 900)”», aggiunge. Mi fa vedere la «pignatella» che ancora conserva, quella che i mediatori utilizzavano per saggiarne non solo le caratteristiche organolettiche in generale, ma soprattutto la cuocibilità, per poi procedere all’acquisto della partita; il valore economico del prodotto, infatti era indissolubilmente legato al livello di cuocibilità (oggi può essere sufficiente il coefficiente di idratazione, per la stretta correlazione fra grado di cuocibilità e tempo di idratazione).

La tecnica colturale

Ma la fava e, non solo di Carpino, aveva anche un intenso consumo allo stato fresco, nella forma di companatico. «Allorché son tenere si mangiano col pane» è quanto si trova in una relazione di Luigi Baselice (1812), botanico foggiano, allievo di Michele Tenore (fondatore Orto Botanico di Napoli) per sottolineare il forte legame delle comunità foggiane con le fave. Sempre Baselice può confermarci l’intenso uso alimentare riportandoci quelle che dovevano essere le ricette più diffuse in Capitanata: «cotte all’acqua con aglio non trito e condite con olio; cotte con la cotenna a piccoli pezzi; cotte a minestra nel brodo di carne».
La tecnica colturale ancora oggi si basa in gran parte su lavori manuali (non può essere diversamente); si semina ancora entro la prima decade di dicembre. Oggi può esserci una seminatrice, ma almeno fino agli anni 60/70 del 900, la semina si faceva lasciando cadere il seme in fondo al solco da una mano femminile che seguiva un aratro prima a chiodo e poi in ferro (con vomere); un solco successivo provvedeva a colmare il solco precedente e a interrare il seme. Tecnica consolidata da tempo, come si faceva già 150 anni prima: «Le fave si seminano – scrive Baselice – in fila ad uno ad uno, seguendo l’aratro». E come ieri si devono falciare ancora mano e, soprattutto, sgranare «a mano» (una trebbiatrice romperebbe tanti semi).
La fava storicamente entrava in regolari rotazioni nella coltura del grano: una rotazione almeno triennale che cominciava con il grano, al primo anno, avena nel secondo anno, ci ricorda Ortore, e poi la fava; senza di essa la produzione di grano (non vi era nessuna concimazione) non sarebbe stata possibile nei magri e difficili suoli garganici. Ma la fava entrava anche nelle consociazioni di colture arboree, dagli agrumeti di Rodi, Vico e Ischitella, agli uliveti e ai mandorleti delle colline costiere del Promontorio. Dopo qualche mese dalla semina (febbraio/marzo) una/due sarchiature manuali, poi la raccolta, con mietiture manuali, essiccazione in campo con i tipici «Manucchi» (quattro/cinque manipoli del mietitore) disposti in fila; infine, la «trebbiatura con giumente» (Baselice, 1812).
La fatica non era finita poiché bisognava separare i semi da paglia e tutto il resto. Come? Il vento! si cercavano posti ventosi, le cosiddette aie (ariòle, ariìl), spesso luoghi anche pubblici, molti divenuti poi toponimi importanti anche di quartieri di centri abitati. A colpi di forche prime e pale il vento favoriva l’allontanamento dei resti vegetali e la caduta del seme tutta da una parte. Lavoro faticosissimo, la paglia «bruciava», più estenuante quando il vento si faceva desiderare. Di questi scenari che potrebbero animare oggi folcloristiche rubriche televisive, ci restano solo memorie.

L’importanza del germoplasma

Le fave vi sono ancora nel Gargano, per consumi familiari, ma anche per alimentare i mercati locali di «fave fresche», ma i semi non sono più «quelli di una volta»; si comprano facilmente ovunque, confezionati in belle e pratiche scatole colorate, che riproducono baccelli lunghissimi, ricchi di semi; facile immaginare che si tratta di semi prodotti altrove, generalmente ibridi; soluzioni facili che hanno accattivato ogni contadino, per cui da tempo il Gargano (e non solo) ha smesso di prodursi i suoi semi di fave, un altro germoplasma andato definitivamente perduto: ecco l’importanza della fava di Carpino, l’ultimo testimone di un germoplasma che aveva nutrito per secoli una vasta comunità rurale come quella del Gargano (160/180mila abitanti).

Fava-Carpino

Ma torniamo al nostro interesse: di quale fava doveva trattarsi? Di un unico tipo che si era diffuso in tutto il Promontorio? O la secolare tradizione colturale aveva determinato una differenziazione di biotipi? Nicola Ortore, riconoscerebbe anche ad occhi chiusi la «fava di Carpino» e, se gli chiedi quali sono le sue caratteristiche, ti dice che la fava di Carpino è «piccola, piatta, con apice troncato (seme compresso), baccello stretto e corto con non più di 4/5 semi; e poi la “fossetta” all’apice» (piccola incavatura). Elementi sufficienti a caratterizzare sul piano morfologico la Fava di Carpino? Sono i primi ma fondamentali indizi da cui certamente partire. C’è poi, il colore con leggere sfumature verdastre, anche quando secca.
Le fonti letterarie potrebbero darci qualche altra indicazione utile? Per quanto non esaustiva, è ancora una volta il Nardini che parla in proposito di due varietà: la fava da granella, a seme grosso e a seme mezzano e poi la favetta (da foraggio). Nardini aveva ben colto la diversità colturale della fava. La moderna botanica, infatti, classifica le fave in due varietà: Vicia faba var. major, fava grossa e Vicia faba var. equina, favetta o fava cavallina, la prima per l’alimentazione umana, la seconda per il bestiame. Ci sarebbe anche il favino, Vicia faba var. minor, favino o fava piccola (semi rotondeggianti e relativamente piccoli) utilizzato per il sovescio (forma di concimazione). Nel Gargano vi era la fava grossa e quella mezzana; qualche anziano ci ricorda che quella grossa, generalmente meno cottoia, era destinata spesso all’alimentazione del bestiame. Le mezzane, invece, erano le preferite, perché generalmente più cottoie. La fava di Carpino è riconducibile al tipo mezzano.

L’importanza delle varietà locali

La botanica si ferma qui. Volendo procedere in una ulteriore classificazione, sono da considerare le categorie agronomiche quali le cultivar (varietà coltivate), gli ecotipi, infine le accessioni. La fava di Carpino è oggi riconosciuta come «varietà locale», per l’utilizzo agronomico locale, quindi non ha il valore di una cultivar (es. Aguadulce, Aprilia, Reina Blanca, Supersimonia) ma ha almeno i caratteri di un ecotipo, cioè evidenzia un insieme di caratteri che la rendono diversa, unica, ma dipendenti strettamente dalle condizioni pedoclimatiche a cui si è legata (Piana di Carpino).
Un ecotipo si distingue in primo luogo su caratteri morfologici: lunghezza dei baccelli, numero di semi, forma e colorazione del seme a maturazione; e poi caratteri agronomici (es. epoca di raccolta); ebbene alcune di queste informazioni per le fave di Carpino sono note, ma tante altre ancora da acquisire, necessario percorso per pensare di poterla elevare ad un rango superiore (es. cultivar). Il fatto di essere cottoia è caratteristica acquisita nel contesto pedologico: ciò non esclude che i caratteri morfologici (numero semi, forma, colore, ecc.) possano essere divenuti invece una condizione genetica.
Intanto continuiamo a considerarla una «varietà locale», una logica che ha discriminato fino a semplificarla, la diversità di fave (e non solo le fave) creata dai nostri nonni; nelle facoltà di Agraria si distinguevano cultivar importanti e cultivar meno; queste ultime erano quelle «locali» sulla base del livello di utilizzo colturale. Già negli anni 70 del 900, le industrie sementiere offrivano cultivar produttive, grosse, e belle. Perché continuare a farsi i semi di varietà «locali» quando si possono direttamente comprare? Quale contadino avrebbe potuto resistere a questa tentazione? Nessuno! Soprattutto nella prospettiva che avrebbe potuto produrre più fave e, non per fare più soldi, ma per non essere costretto a cambiare mestiere. Perché le fatiche dei contadini, si sa, specialmente in Italia (mancanza assoluta di politiche agrarie da almeno 40 anni) non valgono niente. Infatti anche producendo di più, niente è cambiato, senza considerare che abbiamo inquinato falde, banalizzato il paesaggio agrario.
Per concludere, la fava di Carpino, come tante altre risorse agricole che abbiamo perso per sempre, è un eccellente testimone anche di queste storie, che sarebbe bello sentirle raccontare qualche volta a Quark o Superquark. Testimone soprattutto della difficile storia del seminativo granario nel Gargano (circa 60mila ettari). Un contadino di Vico del Gargano (Michele Del Viscio) ha «buttato» qualche anno fa l’ultimo sacco pieno di fave «mezzane» che il padre (anni 70 del 900) aveva conservato per seminarle. Reperti oggi preziosissimi, per comprendere meglio anche la stessa Fava di Carpino. Qualche altro seme di fave garganiche è necessario trovare!
Prima buttiamo e poi dobbiamo necessariamente recuperare, è un paradosso, ma è una condizione oggi obbligata per non perdere biodiversità che non è solo un fatto scientifico, ma è la premessa perché possiamo continuare a nutrirci. Expo Milano 2015 è Alimentazione! Di qui, finalmente, il Progetto Biodiverso (biodiversitapuglia.it) a cui tutti possiamo e dobbiamo collaborare, perché la Fava di Carpino, e tante altre orticole del Gargano, possano tornare ad essere risorse agricole, senza le quali non si vede futuro per queste «terre».
Tanti giovani, spesso laureati, in tante parti d’Italia scelgono di essere «contadini». Non è solo un ritorno alla terra o una scelta di vita, ma volersi spendere scientificamente in un’attività produttiva che abbiamo visto storicamente come condizione di «cafoni» e «bifolchi» senza avere la consapevolezza che l’agricoltura, rimane ancora oggi, il settore ove si ha il massimo livello di applicazioni scientifiche.

Fonte: http://vglobale.it/cultura/17061-la-fava-di-carpino-dal-gargano-allo-spazio.html

LE STORIE CANTATE, Viaggio tra i cantastorie di Puglia di Nicola Morisco e Daniele Trevisi

Il progetto rientra nell’ambito di una ricerca più ampia delineata dagli autori sulle tracce della tradizione musicale pugliese, scritta e  non scritta.  Nel tracciare le figure artistiche dei musicisti cantastorie emergono le diverse influenze di interesse etnomusicologico che hanno attraversato nel tempo un territorio morfologicamente singolare come la Puglia.

Il linguaggio dei protagonisti del documentario è pieno di “coloriture”, come la loro voce, con inflessioni e cadenze dialettali. Ultimi testimoni e conservatori della tradizione o studiosi e ricercatori di una misticità musicale tra le sonorità spontaneamente liriche e l’attaccamento alle radici ancora vive di una cultura tradizionale “a rischio” di estinzione i protagonisti del documentario “Le storie cantate – Viaggio tra i Cantastorie di Puglia” offrono una sensazione di appartenenza alle proprie radici e alla propria terra.

Una dimensione originaria, che mescola i rapporti tra la Magna Grecia e l’elaborazione culturale tipica di una regione meridionale, ancora per certi versi identica a se stessa. I versi di Virgilio (Eneide, Libro III), ad incipit del documentario servono ad introdurre la narrazione del viaggio nella conoscenza della cultura arcaica pugliese, prendendo a simbolo Enea che giunge sulle sponde salentine di Porto Badisco (Otranto), sulla rotta per raggiungere Roma.

In questo viaggio musicale a tracciare il percorso sono le testimonianze dei cantori della meridionalità, da Uccio Aloisi a Tonino Zurlo, da Enzo Del Re alla formazione corale dei Cantori di Carpino, per concludere con Matteo Salvatore. Accanto agli interpreti-autori, cantastorie antesignani dei cantautori (è il caso di Salvatore) spiccano i contributi dell’etnomusicologo e musicista Antonio Infantino, del regista, attore e autore Moni Ovadia, del jazzista napoletano Daniele Sepe e del regista e attore Michele Placido.

Carpino nel cinema, il cinema a Carpino

Effetto Puglia. Guida cineturistica a una regione tutta da girare

Effetto Puglia. Guida cineturistica a una regione tutta da girare

Carpino nella guida cineturistica “Effetto Puglia”, Edizione Laterza
pref. di A. Gaeta, itinerari di A. Benvenuto, C. Foschini, A. Gaeta, G. Indennitate, T. Pepe: 2012

Sopra un’altura folta di olivi, s’incontra poi la sede del noto Folk Festival Carpino, le cui storie e melodie di tradizione contadina sono narrate e celebrate da Thierry Gentet ne I cantori di Carpino (2008), attraverso voci, musica e parole di due di loro: Antonio Maccarone e Antonio Piccininno. Da qui, in Craj – Domani (2005) di Davide Marengo, parte Teresa De Sio per un viaggio musicale sulle tracce delle autentiche radici popolari garganiche, incontrando, pure lei, i cantori prima e il foggiano Matteo Salvatore poi. Tra la piazza del paese e la vicina Peschici si mossero però pure Marcello Mastroianni e Gina Lollobrigida, dietro i ciak del film La legge (1959), tratto dall’omonimo romanzo di Roger Vailland che il regista Jules Dassin scovò fresco di stampa in una libreria parigina.

I cantori di Carpino
Maurizio Sciarra
Carpino, Italia, provincia di Foggia…» così comincia una canzone di Eugenio Bennato che parla di questo paesino del Gargano, noto per l’olio ma più ancora per la tarantella. È con lui che nel 2000 scoprii Carpino ma soprattutto il fantastico terzetto dei Cantori, Sacco Andrea, Maccarone Antonio, Piccininno Antonio, tutti rigorosamente con il cognome prima del nome. Tra i 91 e gli 85 anni, cantavano serenate e tarantelle che parlavano d’amore, di passione, dei cicli della terra legati ai cicli della vita. Con loro ho girato Chi ruba donne, che racconta la loro ricchezza, che diventa ricchezza della loro terra: la poesia inconsapevole di chi canta per non sentire la fatica. È stata un’esperienza indimenticabile, la prima volta che ho raccontato un pezzo di Puglia, io da sempre spaventato di cadere nel folklore, nell’agiografia dei territori e dei sentimenti. Lì era tutto così vero e naturale che il pericolo non c’era! «Chi ruba donne non si chiama ladro ma si chiama giovinotto innamorato…», «Donna che stai affacciata alla finestra, mìname un garofano dalla grasta», «Sei ragazzetta di 14 anni, da piccolina tu mi hai stregato lu core»… Questi i versi che diventano ritmo trascinante e sfrenato, lontano dalle «mode» giunte dopo, con la scoperta «colta» della pizzica e delle notti della taranta… Carpino conserva le sue tradizioni e le trasmette al mondo in un festival che ogni anno riunisce cantori di tutto il mondo, nelle sue incantevoli notti d’agosto. Gli anni sono passati, e del terzetto rimane soltanto Piccinino. Maccarone si sarà ricongiunto con tutte le donne della sua vita, quelle che sua moglie e tutto il paese scoprirono pubblicamente durante la prima proiezione del film in piazza. Anche Andrea Sacco non c’è più, lui è stato il primo ad andarsene. Lo ricordo quando siamo andati al cimitero a trovare sua moglie, e abbiamo girato una delle scene più commoventi del film: la sua serenata all’innamorata morta, sopra quella che sarebbe stata la sua tomba. E lì Andrea disse: «Ma io non morirò, perché chi canta non muore mai».

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Carpino, Pasquale Farnese, il Veltro e altri giornali garganici

Corriere delle Puglie

Cerignola 21 aprile 1888
(L.) Pasquale Farnese mi manda Il Veltro da Carpino. Ora bisogna che io vi parli di queste tre cose: Carpino, Pasquale Farnese e Il Veltro.
Carpino è un paesello del Gargano, il monte di S. Michele, intorno a cui la leggenda si allarga, e ondeggia tra il bibblico e il romanzesco; il monte dei pellegrini, che traggono dagli angoli più remoti delle Puglie e della Lucania, e passano in lunga fila salmodiando, attraversando, citta e campagne, sotto il sole del meriggio, tra umidità delle paludi; il monte aspro e fragante, per cui clivi auliscono gli armenti, declinando al mare. Carpino è un paesello insalubre, messo fuori della grazia di Dio, presso il palude di Varano: dove gli uomini son cacciatori, e si arrampiacano su per le balze a inseguire lepri; dove gli uomini son poeti, e sangono sulle vette per mirarvi di là lo spettacolo della natura, e lanciar strofe libere all’aria.
Cosi Pasquale Farnese, fibra forte di artista e lottatore, temprata alle battaglie della vita, sognante sempre, come un uterno fanciullo, tante cose belle, tante cose nobili e grandi.
Io lo conobbi a Napoli nell’ottantatre, e diventammmo subito amici. Piccolo, tozzo, bruno, col gran cappello calabrese in testa, congiurava per la repubblica, questo grande ideale dei giovani, questo stupendo miraggio, che seduce. Allora era cessata da poco l’epopea patriottica della Spira, un giornale intorno a cui, come ad unico vessillo si raccoglievano tutti i maggiori repubblicani d’Italia; da poco era cessata la campagna irredenta del Pro patria, e i giovani pensavano a qualche pubblicazione più modesta a sostituirvi. Pasquale Farnese mise fuori un giornalettuccio domenicale chiamato il titolo?, una povera cosa; ma subito dopo venne fuori la Bandiera, che usciva tutti i giorni, e meritava di viver più lungamente. Venne Ettore Vollo da Roma a dirigerla, e si raccolse un gruppo di giovani arditi che questa colta cominciava ad avere veramente una forza nelle mani; ma alcuni mesi dopo Ettore Vollo se ne andò a Roma, e poi in America, dove trapianto la Bandiera di Napoli; e questa per allora rimase a Pasquale Farnese, che vi dedico tutte le sue forze, v’infuse tutta la sua vitalità. Poi la Bandiera fini e Pasquela Farnese se ne andò a Carpino.
Intanto era venuto seminando su pei giornali di Napoli e di fuori i suoi sonetti pieni di fuochi, poi riuniti nei Pampini, ed era diventato quasi celebre con l’inno al canape, un’ardita e felice risposta all’inno al canape di quel fiero spirito, che di Vittorio Jmbriani.
Ed allora Pasquale Farnese mi manda il Veltro, monito della democrazia pugliese: e mi pare che l’intendimento sia buono, che lo scopo sia lodevole.
Ma, ohimè ! quanto” durerà questo Veltro.’ E dov’ è , e che cos’è la democrazia in Puglia? E come, e quando si manifesta e si afferma?
Io son forse scettico; ma, mi perdoni il mio carissimo Farnese, questa democrazia io non la vedo. Io vedo una borghesia, per metà aristocratica, che eredita e sostiene il pregiudizio di casta, e pensa ad afferrare il potere, e si agita per esso (né mi si parli di eccezioni, che ne conosco anch’io qualcuna ); per metà contadinesca, ancora curva sulla terra, da cui deriva, a null’altro pensando che al modo di sfruttarla in proprio vantaggio.
Restano gli operai? Via non parliamo neanche di questi: sono troppo ignoranti ancora.
Pensano (e fanno bene) a formare associazioni di mutuo soccorso, e prender parte con la loro bandiera (e in ciò fanno male) a tutti i ricevimenti politici, e a tutte le commemorazioni, senza capir mai il come e il perché, guidati da un aristocratico, da un intrigante o da un farabutto. Ciò è forse duro, mio caro Farnese, ma è vero; e di verità dure a me pare che ce ne siano molte da constatare in questi poveri e disgraziati paesi.
Con tutto ciò questo Veltro potrà essere utile, molto utile se mirerà ad uno scopo veramente pratico, e se i mezzi vi corrisponderanno; se l’ottimo Farnese saprà bandire dal suo giornale la rettorica declamatoria, che fa ridere, e le dissertazioni dottrinarie dell’alta politica, se non darà troppo campo alla letteratura sgrammaticata, che aumenta il numero dei pretensiosi, e discredita il giornale; se cercherà d’escludere completamente le corrispondenzucce piene di pettegolezzi, che destano inutili malumori, e non cavano mai un ragno da un buco.
Dica Pasquale Farnese, poiché egli ne ha la forza e il coraggio, dicano gli altri egregi i mali, che affliggono la nostra provincia: ne mettano le piaghe chiaramente a nudo; ne indichino i rimedi con franchezza e pertinacia, e vadano avanti senza riguardi e senza renitenze. I buoni non potranno che fare plauso alla nobile iniziativa: gli altri, se non l’ameranno questo Veltro, lo temeranno certamente. Prenda esempio ( mi permetta signor Direttore, e non lo tenga per un complimento ); prenda esempio dal Corriere delle Puglie, che ha apparenza così modesta, e pochissime pretese; ma va attuando lealmente e coraggiosamente il suo programma, e corre diritto e sicuro alla meta.
FARNESE Pasquale Poeta e giornalista, nato a Carpino nel 1857

Il Veltro – monito settimanale della democrazia pugliese, nato nel 1888 a Carpino, direttore P. Farnese.
Tra i primi periodici garganici insieme a «Il Gargano» e «Il Risveglio».

Inno al canape / Vittorio Imbriani, Pasquale Farnese, Roma : Loescher, 1881 – In cui si rivolge al re Umberto I, perchè “si riscuota dalla sua sonnolenza”.
Pampini, Carmi esecrati (Napoli, Tipografia Artistica 1884)

pampini

Aggiornamento 27 novembre 2017 – Grazie a Michele Lauriola veniamo in possesso di un’immagine del settimanale.

ilveltro

Dall’immagine di Domenico Sergio Antonacci del volume “Viaggio tra giornali e giornalisti garganici” Giuseppe De Cato, C.Grenzi Editore si legge “Il Veltro” iniziò le sue pubblicazioni il 28 maggio 1885 (dall’immagine di cui sopra essendo riferita al I anno sono portato a credere che la prima pubblicazione è quella del 24 maggio 1888) e aveva come sottotitolo “Monito settimanale della democrazie pugliese” (lo stesso che tre anni prima era stato utilizzato per “il corriere di Capitanata”). Il foglio ebbe una vita “intermittente e stentata, nel carattere battagliero che gli si riconosceva (…) usciva il giovedi a Carpino, mentre era stampato dalla tipografia Vecchi e de Girolamo in San severo. Di Formtato 48×68 (…) le tre colonne su larga giustezza (…) erano in corpo di 12 e 10 (…) l’Abbonamento annuo era di cinque lire; ogni numero costava dieci centesimi” cosi D’addetta in Giornali e giornalisti garganici.
Michele Ferri negli atti del “Il 35° Convegno nazionale sulla Preistoria, Protostoria, Storia della daunia” tenutosi a San Severo 15 – 16 novembre 2014 scrive: Il reperimento dei due periodici (“Il Risveglio municipale” e “Lo Sprone”) ha permesso di accertare che anche Rodi rientra, insieme con Apricena, Cagnano, Carpino, Ischitella, Manfredonia, Monte Sant’Angelo, San Marco in Lamis e Sannicandro, tra i Comuni garganici che possono vantare la presenza di una tipografia (più o meno importante) tra Ottocento e novecento.
Michele Lauriola infatti conferma che Giuseppe d’Addetta scrisse che “Ai primi di settembre 1903 Pasquale Farnese si presenta ancora con un nuovo giornale, stampato questa volta a Carpino, dal titolo “La Rupe”. Aveva egli stesso impiantata una tipografia nella sua patria nell’odierna via Palestro (sotto la cosiddetta Madonnella)”.
(M. Ferri, Editori e tipografi di Capitanata, pag. 380) Carpino in via Palestro era ubicata la tipografia Rupe (La), Gazzetta della democrazia garganica (1903-1904), direttore Pasquale Farnese, responsabile Nicola De Cata.

Alessandro Sinigagliese a Milano recupera il numero del Il Veltro del 13 settembre 1888

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