La mandria di podoliche come scelta alternativa di vita a contatto con gli animali e la natura

Foto Di Domenico Sergio Antonacci
Il prossimo 24 aprile la Famiglia Facenna, pastori garganici, riporteranno la loro mandria di vacche podoliche dalla piana alla montagna. Uno degli ultimi esempi di un rito destinato a scomparire oppure un rituale che riemerge dal passato come alternativa alla frenetica e continua evoluzione del mondo moderno?
Non ci è dato sapere. ANTONIO FACENNA, però, ci credeva e rappresentava con dignità la figura del nuovo allevatore: immenso amore per gli animali, grande passione per le tradizioni più antiche e la voglia di comunicare lo stile di vita podolico attraverso i social network. Il direttore artistico, Luciano Castelluccia, se ne innamora subito e da qui l’idea della cena-spettacolo LA TRANSGARGANICA e la prima FESTA della TRANSUMANZA DEL GARGANO. Ma proprio quell’amore per gli animali e le piogge torrenziali del settembre 2014 si portano via Antonio.
Resta l’idea di rivivere la storia e le attività tradizionali del mondo rurale che diventa il progetto dell’Ass.Cult. Carpino Folk Festival della RETE DELLE ANTICHE MASSERIE GARGANICHE: evocare le tradizioni e i fattori culturali del recente passato e promuovere e valorizzare uno sviluppo territoriale centrato sulle caratteristiche endogene ambientali, culturali, paesaggistiche e artigianali tipiche del Gargano. La MASSERIA FACENNA con la FESTA della TRANSUMANZA DEL GARGANO diventa, pertanto, la tappa obbligata dei futuri percorsi di fruizione del territorio.

Foto Di Domenico Sergio Antonacci
Si parte, quindi, alle prime luci dell’alba di domenica 24 aprile e si va su. Alle 6 del mattino alle porte di Carpino è previsto il raduno di quanti desiderano accompagnare gli animali lungo tutto il percorso. Per gli altri sarà possibile in qualsiasi momento aggregarsi al cammino. Dopo caffè e cornetto, varie istruzioni saranno fornite ai partecipanti per il successo della giornata. Alle 6.30 ci si trasferirà con la navetta al punto di partenza. Dal paesino basta un quarto d’ora. Alle 7, la mandria composta da capre, pecore, vacche podoliche, cavalli, cani e pastori si incamminerà dal podere della famiglia Facenna in località TARTARETA (Agro Ischitella). È un tragitto impegnativo, che però si fa con molta tranquillità, a passo di animale. Da Ischitella si costeggia Poggio Pastromele di Carpino percorrendo le vie naturali dei tratturi. Lungo il percorso le emozioni non mancano. Si entra per un breve tratto nel paese dove gli anziani si commuovono nel sentire lo scampanio delle vacche che attraversano il loro borgo, un suono che ridesta in loro ricordi incancellabili. Quindi, lungo la piana, attraversando i terreni in cui stanno crescendo le famose fave di Carpino, tutti su fino a contrada MINIZZO presso la Masseria didattica dedicata ad Antonio Facenna. Con la vista panoramica del lago di Varano, del mare Adriatico e delle incantevoli isole Tremiti partirà la lunga programmazione della festa che prevede la mungitura della capra garganica per la colazione podolica, quindi la preparazione comunitaria del pranzo sociale. Nel pomeriggio la lavorazione del caciocavallo podolico a cura di Giacomo Facenna e l’intreccio dei cesti tipici “Panarë e Panareddë”. Contemporaneamente i vecchi giochi d’una volta, la musica e le ballate dei suonatori e cantatori della tradizione del Molise (Giuseppe Spedino Moffa), di San Giovanni Rotondo (Cantatori e Suonatori) e di Carpino (Cantori). Alle 18 l’escursione per raggiungere il pascolo delle nere capre garganiche e la raccolta delle erbe spontanee selvatiche. In serata la festa si conclude risiedendosi a tavola per la cena podolica e la transumanzaroots dei più rinomati dj selecta reggae, dub e hip-hop della Puglia: Zaio, Mimmo Superbass, MC Papa Buju.
La FESTA della TRANSUMANZA DEL GARGANO – 24 aprile 2016, prodotta dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival, ideazione e direzione artistica Luciano Castelluccia, in collaborazione con la Masseria Facenna – Carpino ha visto la partecipazione di Slow Food Gargano Nord e delle aziende agricole facenti parte dell’Associazione “Fave DiCarpino” (Francesco Cannarozzi, Michele Cannarozzi, Domenico Pio Di Mauro e Mario Di Nunzio). La FESTA inoltre è stata scelta come caso di studio dall’Università del Salento ed ha ricevuto il patrocinio e il supporto logistico del COMUNE DI CARPINO, dell’Università degli Studi di Foggia e della Fondazione Apulia Film Commission. La quota podolica di partecipazione è di 28 euro.
Al momento si registrano il doppio dei partecipanti dell’ultima edizione con provenienze da tutt’Italia, Belgio e Francia. Per informazioni consultare i siti www.carpinofolkfestival.com e www.facebook.com/CarpinoFolkFestivalUfficiale e contattare le guide Sara Di Bari +39 327.2940882 e Domenico Antonacci Tel: +39 393.1753151.
Qui il video dell’ultima edizione: https://www.youtube.com/watch?v=QI7UFg-VqXY
Evento FB: https://www.facebook.com/events/246160005729822
Hashtag: #transumanzaroots
A seguire il MENÙ EMOZIONALE della FESTA con gli odori, i profumi e i sapori d’una volta.
COLAZIONE PODOLICA
– Latte di Capra Garganica con Puparati
PRANZO PODOLICO
– Saporito antipasto con Pecorino primo sale e Fave tenere di Carpino
– Fave e Zucca alla Carpinese
– Zuppa di Fave di Carpino con cicorie selvatiche e patate
– Passata di Cicerchie su pane tostato
– Recchietelle alla Carpinese con pomodoro fresco, basilico e cacioricotta di Capra Garganica
– Ziffë e zaffë di Vitello Podolico con cipolla, patate, carote e sedano
CENA PODOLICA “MINIMALISTA”
– Carne arrëstutë a base di maiale nostrano e vitello podolico
– Caciocavallo Podolico
– Cacioricotta
– Mozzarella
Pane, Acqua e Vino quanto basta
Il film è girato in un paese del Gargano, vicino alla laguna di Lesina e documenta la vita della popolazione di questo paese, a soli 350 km da Roma, nella loro mondo di vita quotidiana. Nel film si snodano due storie, quella di Zaruccio e quella di Nicandro, entrambi pescatori d’anguille, ma che nel film avranno destini diversi. Inoltre vengono documentata la Scuola del pianto, e la festa di San Primiano.
Mio padre scrive nei suoi appunti quando nel 1963 andò da Cristaldi e gli disse: “Voglio girare nel Gargano”. Non aveva una sceneggiatura e nemmeno un soggetto. Cristaldi gli rispose: “Qui ci sono i soldi. Torna quando hai finito.”
Prima di girare il film, in questo paese dell’italia a soli 350 Km da Roma, papà ha vissuto tre mesi con la popolazione del Gargano, conducendo la stessa vita quotidiana di quella gente perchè: “Solo così avrei compreso quel regime di esistenza contraddittorio nel quale, il vecchio e il nuovo, ciò che muore e ciò che nasce caratterizzano l’oggi della società meridionale. Mi interessava lo scontro tra tradizione e innovazione… uno scontro complesso ma era questa contraddittorietà ciò che volevo filmare consapevole che “riprendere” usando un’angolazione, un obiettivo….. è sempre dare un’interpretazione della realtà.”
In questo paese del Gargano, esemplificativo di tanti altri, era possibile documentare la precarietà dei beni elementari della vita, l’incertezza delle prospettive concernenti il futuro, la pressione esercitata sugli individui dalla forze naturali e sociali non controllabili, la carenza di assistenza sociale. Inoltre era possibile documentare quel folklore religioso del Sud per cercare di capire, di dare un senso, per far comprendere agli italiani i significati impliciti che esso conteneva.
“Mi trovavo di fronte a della gente che aveva conservato una vita arcaica. La presenza di antichi comportamenti rituali rischiava di far vedere al pubblico questa terra, del nostro paese, come una terra fuori dalla storia, ancora legata a pure “superstizioni” pagane, divertenti e pittoresche nelle loro manifestazioni…”.
L’ obiettivo di mio padre era un altro riportare questo “mondo” nella nostra storia culturale perché “Le immagini corrono ma noi che viviamo nel “miracolo” economico non possiamo rimanere estranei rispetto a questa terra… non ho voluto fare un film-inchiesta o un film di propaganda; ho soltanto voluto imprimere sulla pellicola, naturalmente con immagini calibrate e formalmente selezionate, uno stato di fatto, una realtà qual è. Il film è indubbiamente crudele, spietatamente vero, crudelmente reale e scomodo per un certo tipo di borghesia.”
Le riprese sono durate un anno nel quale papà con la macchina da presa sotto il braccio e senza una “troupe” gira 20 mila metri di pellicola. Determinante era la scelta di impiegare attori non professionisti e di conservare i dialoghi originali.
Per realizzare questo progetto utilizzò come attori i pescatori del lago di Lesina e obiettivi a lungo fuoco per non generare “timore” o “controllo” dovuti alla vicinanza della macchina da presa.
Durissimo è stato il lavoro di montaggio e di sincronizzazione del parlato al momento della ripresa.
La storia di due pescatori
Nel film vengono raccontate due storie: quella di Nicandro e quella di Zaruccio. Entrambi fanno parte della comunità di pescatori del lago di Lesina, ma vogliono progettare le loro vite in maniera diversa. Vivono in condizioni di assoluta miseria economica ed esistenziale, tuttavia vogliono impadronirsi del loro destino per non restare immobili di fronte al divenire della storia che li consumerebbe in un semplice stato di indigenza senza orizzonte di progettualità. Essi vogliono che le loro giornate senza luce, vissute in tane immonde che sembrano stalle o grotte, diventino case. Essi vogliono che il loro sforzo, per emanciparsi, dal fondo delle loro spelonche, giunga a noi protagonisti del cosiddetto “miracolo” economico.
Così Nicandro, in questi anni del boom economico e delle grandi migrazioni dal Sud verso il Nord, compie una scelta coraggiosa.
I soldi che ha guadagnato lavorando all’estero li utilizza per costruirsi una barca e restare nella sua “patria culturale”: quella dei pescatori del lago di Lesina. Nicandro si immerge, come gli altri pescatori, nella laguna e strappa l’erba che rende impossibile pescare le anguille. Con un lavoro estenuante apre la sua “carrara”; ma sotto la sferza del sole e della fatica drammaticamente annega nella laguna.
Ancora una volta la natura potente, devastante mette in scacco il progetto di Nicandro di trasformare con il suo lavoro, seppur per un breve periodo, la laguna informale in cultura.
Zaruccio è in bilico fra la trasmissione di una memoria culturale, quella di essere un pescatore, e la volontà di un progetto innovativo che cambi la sua situazione esistenziale. Egli vuole dunque sfuggire la schiavitù della laguna e tentare di realizzare un campo coltivabile per diventare agricoltore.
Con l’aiuto della moglie affondando nell’acqua, giorno dopo giorno , porta con la barca secchi di terra in mezzo alla laguna. A mano a mano il suo pezzo di terra emerge dall’acqua. Ma a stagione avanzata l’opera è quasi impossibile e un temporale violentissimo distrugge in pochi attimi il suo piccolo campo. Mesi di duro lavoro vengono spazzati via in pochi minuti. E l’acqua della laguna torna padrona del suo destino.
Il destino dei protagonisti dell’Antimiracolo è un destino drammatico che testimonia la provvisorietà e la caducità dell’esistere in determinate situazioni storiche e culturali.
Questi uomini tentano disperatamente di trasformare la natura informale per creare un “mondo” domestico, utilizzabile. Ma la loro volontà di esser-ci in un mondo viene meno di fronte alla natura. La natura ha dunque il sopravvento e mette in scacco l’uomo nella sua volontà di emergere e progredire oltre la naturalità.
L’urlo di Zaruccio, il suo dibattersi nell’acqua della palude, così come il lamento funebre della moglie di Nicandro raccontano il flettersi radicale di quello che De Martino definisce ethos del trascendimento:
L’ ethos del trascendimento è valore precategoriale e non già nel senso della pura e semplice vita, ma nel senso della vita colta nell’atto di aprirsi ai valori categoriali, cioè alle forme di coerenza culturale. Questo ethos del trascendimento, questo doveroso andar oltre secondo valori categoriali è il valore dei valori, la condizione del loro dispiegarsi: un andar oltre primordiale che non può essere mai oltrepassato perché ogni oltrepassare secondo valori categoriali si compie in esso e per esso. L’ethos del trascendimento può tuttavia passare fondando il rischio estremo di tutti i valori che risultano in tal modo colpiti alla radice: è questo il chiudersi del ventaglio della vita culturale, il non poterci essere in nessun mondo culturale possibile” (Ernesto de Martino “La Fine del Mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali” a cura di C.Gallini, Einaudi, 1977, pag.675)
La “Scuola del Pianto”
Il film presenta un documento di grande importanza etno-antropologica: la “Scuola del Pianto”. Purtroppo le riprese della “Scuola del Pianto” sono state ampiamente tagliate dalla censura e nel film rimane poco di questo raro documento etno-antropologico. Ora l’intervento del cristianesimo ha sì riplasmato la concezione della morte e dell’al di là ma non ha sradicato in questa terra del nostro meridione, l’antico rituale del lamento funebre.
Qui seguiremo la rigorosa analisi teorica, del lamento funebre, compiuta da Ernesto de Martino in “Morte e Pianto rituale: dal lamento funebre antico al pianto di Maria” (1958). Inutile ricordare lo spessore di questo grande studioso italiano che ha dedicato gran parte della sua vita a comprendere alcuni orizzonti mitico-rituali del nostro meridione d’Italia che, senza il suo contributo, sarebbero rimasti dei puri fenomeni di superstizione popolare. Inoltre per lo studioso italiano si trattava di guardare al folklore religioso del Sud per cercare di capire perchè il cattolicesimo sembra parlare un linguaggio non sufficientemente allineato con i veri bisogni di quelle comunità. Del resto qualunque persistenza insita nel folklore popolare e vista da noi come arcaizzante (o “superstizione”) se c’è e persiste, vuol dire che agisce, funziona. Si tratta dunque di spiegare e capire in che senso funziona e dunque perchè persiste. De Martino in “Morte e pianto rituale” si domanda proprio questo: perché il lamento funebre persiste in alcune zone del Sud d’Italia?
Accenni sulla teoria del sacro di Ernesto de Martino di Natalia Piccon
In tutta la sua produzione teoretica, Ernesto de Martino, ha sempre sostenuto che il compito della storiografia religiosa consiste nel ricostruire il senso culturale di una determinata esperienza religiosa.
Infatti secondo l’autore la storia delle religioni ha per oggetto specifico l’analisi del sacro. Il sacro è inteso come quell’insieme di miti e di riti che si esprimono per mezzo di un linguaggio simbolico. La speculazione demartiniana sul sacro è estremamente complessa, frutto di lunghi anni di ricerca e di studio. Pertanto in questa sede non possiamo affrontarla interamente ma solo darne alcuni accenni. I saggi “Fenomenologia religiosa e storicismo assoluto” (1953-54) e “Storicismo e irrazionalismo nella storia delle religioni” (1957) sono determinanti per il nostro percorso. Inoltre il concetto di presenza e la dialettica cisri-riscatto sono indispensabili per capire l’interpretazione demartiniana dei fenomeni mitico-religiosi.
Il concetto di presenza ricalca il dasein di Martin Heidegger (“Essere e Tempo”, Longanesi, 1927).
L’ “uomo demartiniano” come presenza o esser-ci è un uomo in situazione, un soggetto storico-psicologico.
In quanto essere-nel-mondo, l’uomo è quell’ente che si trova procedente da un certo passato. In particolare possiamo dire che il sistema psichico dell’uomo si struttura sulla memoria di sé come soggetto di atti passati e sul senso di appartenenza ad un determinato mondo culturale e storico. In questa prospettiva, il sentimento dell’unità dell’io e della presenza di sé a se stessi, come bene primario affinché l’uomo possa effettivamente vivere in un mondo, necessita di una dimensione sincronica e di una dimensione diacronica.
Questo significa che ogni individuo ha bisogno di essere in un territorio geografico, domestico, nel quale si ritrova. Dall’altro sono necessari determinati significati simbolici, facenti capo al sistema della cultura alla quale l’individuo appartiene, per mezzo dei quali il mondo acquista un senso e un valore. Tuttavia la struttura della soggettività è estremamente precaria, vulnerabile. Il suo mantenersi come presenza al mondo dipenderà infatti, dalla sua capacità di controllare, rispondere e riconferire un nuovo significato alle continue modificazioni della realtà.
Il nesso dialettico crisi-riscatto consente di sottrarre il sacro ad un piano metafisico per ricondurlo al piano umano della storia: il sacro è un prodotto culturale che in determinati momenti consente di superare la crisi e reimboccare la strada dell’esser-ci.
La dinamica crisi-crollo della presenza e reintegrazione si struttura sulla distinzione posta da De Martino tra destorificazione religiosa o istituzionale e destorificazione irrelativa:
“Tutto il movimento della ripresa religiosa è dominato da una tecnica fondamentale che può essere concettualmente formulata come tecnica di destorificazione istituzionale dai rischi di alienazione attuali o possibili….tale tecnica protegge dalla destorificazione irrelativa, senza orizzonte di cultura, che ha luogo nella alienazione radicale o perdita della presenza.” (“Storicismo e irrazionalismo nella storia delle religioni” in Studi e Materiali di Storia delle religioni, 1957, pag.94).
Il lamento funebre di Natalia Piccon
Ad un primo sguardo il lamento funebre, come esperienza religiosa in atto, può apparire un rituale assolutamente irrazionale.
Ma l’obiettivo di De Martino è quello di distinguere tra esperienza religiosa in atto (concretamente vissuta) e esperienza religiosa rigenerata dalla ragione storica. Si tratta dunque, anche per il pianto rituale, di individuare e riportare alla luce, la sua interna razionalità, la sua funzione culturale, la sua rigorosa necessità storica.
Il rituale della lamentazione ha una funzione precisa: esso si innesta nella crisi psicologica di fronte alla morte di un proprio caro e la sblocca mediante un pianto ritualizzato. Il cordoglio può sfociare in una pericolosa crisi che investe l’io nella sua integrità psichica. Ma la cultura mette a disposizione un istituto per oltrepassare l’evento luttuoso.
Ora il lamento funebre è un pianto “artificiale”. Ciò significa soltanto che il lamento si svolge secondo regole stabili sia nei moduli verbali, sia nella mimica e sia nella melodia. L’alternativa ermeneutica artificio-sincerità non ha senso. Ciò che appare come pianto senza anima, convenzionale, automatico è in realtà destorificazione intenzionale del momento critico della morte, o quanto meno attenuazione della sua storicità.
In sostanza possiamo dire che il lamento funebre è un “discorso” che permette il passaggio da un pianto senza orizzonte a un pianto ritualizzato, ossia ad un discorso protetto e “destorificato” mediante il quale è possibile dar sfogo al proprio dolore in modo controllato.
Come documenta il regista questo antico prodotto culturale, ormai ridotto a “relitto”, è ancora, per questa gente, l’unico strumento che rende possibile il passaggio dalla morte naturale ad una “seconda morte” accettabile: quella culturale. Infatti il lamento “artificiale” è spesso tendenzialmente “epico”.
Inteso nella sua specifica qualità e funzione storicamente e culturalmente determinate il pianto rituale dimostra dunque tutta la sua efficacia: sblocca la singolarizzazione del dolore e il pericolo di una crisi psicologica senza orizzonte e ridischiude un discorso nel quale “il planctus irrelativo è riplasmato in ritornelli emotivi periodici che danno un orizzonte protetto nel qual dar sfogo al proprio dolore” (Ernesto de Martino “Morte e Pianto Rituale: dal lamento funebre antico al pianto di Maria”, Bollati Boringhieri, 1983, pag.110).
La Festa di San Primiano
La festa in onore di San Primiano Martire, patrono di Lesina, si svolge ogni anno dal 14 al 16 maggio ed il paese garganico si veste a festa per questo straordinario evento. Il 14 maggio, la processione della statua dell’Assunta parte dalla Cattedrale e ad essa seguono i festeggiamenti pirotecnici e musicali; il 15 maggio si svolge una seconda processione che percorre tutte le vie cittadine, con la statua di San Primiano, accompagnata dai fedeli.
Anche per la festa di San Primiano il Cristianesimo sembra non corrispondere in pieno ai bisogni della comunità per cui si assiste ad un sincretismo pagano-cattolico. Non possiamo, in questa sede, entrare nel merito del complesso fenomeno dell’incontro-scontro, trasmissione-innovazione tra due diversi orizzonti religiosi.
In primo luogo la festa abolisce il tempo profano e fa entrare la collettività in un tempo “fuori dalla storia”: il tempo sacro. Durante il tempo della festa si può far esplodere, secondo moduli controllati, l’angoscia per la precarietà dei beni elementari della vita, per l’incertezza del futuro, per l’indomabile divenire della natura. Così nel corso della festa si assiste ad un ribaltamento dei normali comportamenti quotidiani: comportamenti che rispettano la cultura ufficiale rappresentata dalla chiesa cristiana.
Caratteristico del periodo festivo è il tabu del lavoro e la comparsa di elementi chiaramente pagani. Divertimenti orgiastici, gare a base di cibo, danze, …, tutti comportamenti che non sono certo rispettosi della licenziosità propria della chiesa cattolica; la povertà di cibo propria della quotidianeità viene “annullata” con una gara dove si assiste ad una vera orgia di cibo: un enorme piatto di spaghetti deve essere mangiato velocissimamente per mostrare a tutti il piatto completamente pulito e vincere la gara. Fiumi di birra scorrono nelle locande dei pescatori. E ancora chi, con la faccia coperta di farina come un fantasma, cerca di raccogliere con l’uso della sola bocca le cinquecento lire nascoste in una ciotola colma di farina.
E in un paese dove le donne vestono perennemente di nero “rinchiuse” in una condizione di castità e subalternità, gli uomini durante la festa potranno vedere altre donne… donne venute dalla città, donne “odalische” che baciano serpenti con evidenti riferimenti sessuali. Ma l’elemento centrale della festa consiste in una raccolta di soldi che avviene in un modo particolare: per entrare in “contatto” con il “sacro” la comunità attacca dei soldi di carta sulla statua del santo utilizzando degli spilli. E una volta raccolti i soldi (che sono ben di più delle tasse!), la tradizione vuole che le donne reclamino a gran voce i “sacri” spilli che, entrati in contatto con il sacro, sono diventati “reliquie”.
Chi può si paga un giro sulla giostra dove una voce dice: “…sempre più veloci col progresso!”.
Il ritorno della bella stagione segna l’arrivo di un tempo nuovo e il rinnovarsi della secolare TRANSUMANZA del Gargano
24 aprile 2016 raduno ore 6.00
[Masseria Facenna – Contrada Minizzo|Carpino]
Food ● Art ● Move ● Entertainment
La Festa della Transumanza del Gargano che si svolgerà il prossimo 24 aprile 2016 a Carpino è l’occasione per rivivere la storia e le attività tradizionali del mondo rurale, favorendo la ricerca di un rapporto antico tra uomini, animali e ambiente.
Una via di scambio di sapori e saperi antichi e universali tra campagna e città al ritmo lento degli animali.
Qui il video dell’ultima edizione: https://www.youtube.com/watch?v=QI7UFg-VqXY
Il CARPINO FOLK FESTIVAL nasce nel 1996 con l’intento di valorizzare la tradizione musicale agropastorale di Carpino e del Gargano. Nel solco di questa tradizione si inserisce l’organizzazione della TRANSUMANZA DEL GARGANO presso la MASSERIA FACENNA. Lo scopo è quello di evocare le tradizioni e i fattori culturali del recente passato e di promuovere e valorizzare uno sviluppo territoriale centrato sulle caratteristiche endogene ambientali, culturali, paesaggistiche e artigianali tipiche del Gargano.
Natura, Movimento, Enogastronomia, Eventi per suscitare lo stupore e la voglia di partire per soggiorni brevi nel Gargano come esploratori al centro di un’esperienza inusuale rispetto all’immagine tradizionale della Puglia.
Trasformare la visita del Gargano da un semplice momento di svago in un’esperienza da vivere unica, autentica e non massificata, in cui la transumanza è il pretesto per conoscere non solo luoghi nascosti e fuori dai circuiti tradizionali, ma anche per apprendere la cultura e le tradizioni delle comunità del Parco Nazionale del Gargano, godere della salubrità dell’aria e scoprire l’incredibile tasso di biodiversità del più grande polmone verde della Puglia che altro non è che una sorta di ecomuseo diffuso e vivente da vivere tutto l’anno.
La MASSERIA FACENNA per riprendere ad avviare le maglie di un discorso interrotto bruscamente dall’alluvione del settembre 2014 e tessere la RETE DELLE ANTICHE MASSERIE GARGANICHE come tappe di percorsi di fruizione del territorio.
La festa della TRANSUMANZA DEL GARGANO, ideata da Luciano Castelluccia, è, quindi, parte di un più ampio programma dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival per contribuire allo sviluppo endogeno del sistema territoriale garganico, in considerazione delle importanti ricadute economiche, sociali e turistiche che esso può produrre.
Il 24 aprile 2016, nell’anfiteatro naturale costituito da Capoiale, San Nicola di Varano, Cagnano Varano, Ischitella, Vico del Gargano fino a Rodi Garganico, mandrie di vacche podoliche, pecore, capre garganiche e pastori animeranno e invaderanno le strade pedecollinari che lambiscono Poggio Pastromele di Carpino e che si sono cristallizzate nel corso dei secoli nelle vie transumanti dal piano alla montagna secondo caratteristiche e organizzazione simili al fenomeno della grande transumanza che dagli Abruzzi portava greggi e mandrie verso il Tavoliere e il Gargano percorrendo le vie naturali dei tratturi.
Nel passato sulla montagna del sole la zona più adatta alle pecore era quella di San Giovanni Rotondo, il paese dei pastori, dove la pastorizia, in genere, era totalizzante rispetto agli altri paesi del Gargano. Di pecore se ne trovavano anche a San Marco, ad Apricena, a Rignano, a Sannicandro, a Carpino, a Cagnano, ecc. Moltissimi erano gli allevamenti di capre sul Gargano. Assai diffusi lo erano nei paesi confinanti con la Foresta Umbra, cioè vicino Monte Sant’Angelo, Mattinata, Vieste, Vico, ma ce n’erano molti anche a Sannicandro, a San Marco in Lamis e in genere su tutto il territorio garganico, dove la capra nera era forse l’animale più diffuso.
Nelle Puglie ed in particolare su tutto il promontorio era particolarmente diffusa la Vacca podolica. La Podolica del Gargano è una razza allevata allo stato brado e che quindi offre carni sapide, sane, ricche di sali minerali dal suo latte vengono prodotti ricotte e formaggi dai sapori unici, come il caciocavallo podolico.
PROGRAMMA
Ore 6:00 RITROVO presso ampio parcheggio Bar Caffè – Distributore Carburante Varano Petroli – posto all’entrata di Carpino (subito dopo l’uscita della SS 693 – strada a scorrimento veloce del Gargano)
Ore 6:30 TRASFERIMENTO con navetta in Località TARTARETA (Agro Ischitella)
Ore 7:00 PARTENZA della TRANSUMANZA, percorso 8km a piedi su un sentiero sterrato, ma agevole (Si consiglia abbigliamento pratico e comodo possibilmente dai colori non vivaci ed idoneo alla stagione, scarpe da trekking, cappellino, acqua, snack)
Ore 9:30 ARRIVO Località MINIZZO Azienda Zootecnica FACENNA
La vista panoramica del lago di Varano, del mare Adriatico e delle incantevoli isole Tremiti vi regaleranno emozioni uniche.
Ore 10:00 Mungitura della Capra Garganica e Colazione Podolica
Ore 11:30 Preparazione comunitaria del pranzo sociale
Ore 12:00 PRANZO PODOLICO SOCIALE
Ore 15:00 Laboratori Didattici
– Lavorazione del Caciocavallo Podolico a cura di Giacomo Facenna
– Intrecci dei cesti tipici “Panarë e Panareddë” a cura di Pio Gravina e Luisa Martino
Ore 16:00 Musica e Balli con Suonatori e Cantatori
– Giuseppe Spedino Moffa di Riccia (Campobasso)
– I Cantatori e Suonatori di San Giovanni Rotondo
– I Cantori di Carpino
Ore 17:00 Escursione – Pascolo della capra Garganica e raccolta delle erbe spontanee selvatiche.
Ore 18.00 Giochi Tradizionali: Mazzë a Curtë e Savëza n’goddë
Ore 19:30 CENA PODOLICA SOCIALE
Ore 20:30 TRANSUMANZAROOTS
– Zaio (San Giovanni Rotondo)
– Mimmo Superbass (Bari)
– MC Papa Buju (Altamura)
QUOTA PODOLICA DI PARTECIPAZIONE
€. 28,00 adulti >16 anni – €. 20,00 ragazzi 12/15 anni – €. 15,00 bambini 4/11 anni – Gratis infant < 3 anni – Qui tutte le informazioni.
Quando si pensò a VIAGGIAR CANTANDO non c’era niente di simile in giro per l’Italia e se c’era non ne eravamo a conoscenza. C’erano
state esperienze artistiche sui treni storici che attraversano la Valle dei Templi in Sicilia e Time in jazz di Paolo Fresu a Berchidda in Sardegna (che scoprimmo due anni dopo). Forse perchè il Gargano è notoriamente un isola, decidemmo quindi di caratterizzare il Carpino Folk Festival in termini di mobilità lenta e quindi di ecosostenibilità con piccoli eventi di riproposta della musica tradizionale (e che volete? Uno fa quello che sa fare) sulle Ferrovie del Gargano che dovevano avere uno scopo promozionale per il festival e di accoglienza con la somministrazione delle produzioni tipiche locali e allo stesso tempo valorizzare la rete ferroviaria per lo sviluppo, la promozione turistica e la partecipazione sociale del territorio.
Tutto gratisse, si intende.
Il progetto come sempre nacque complesso con tappe, fermate, visite guidate, spettacoli nelle stazioni e microeventi sui binari. In origine doveva essere il modo di tenere insieme il festival a Carpino e le anteprime nei paesi del Gargano, ma poi di necessità bisogna fare virtù e quindi quello che si intendeva fare tutto insieme è stato fatto a pezzi in più edizioni acquistando una propria autonomia dal resto del festival della musica popolare.
Avrà un futuro? Non credo. Campanilismo esasperato e competenza territoriale nosense non aiutano ed anche le Ferrovie del Gargano preferiscono di più messaggi mediocri e banali.
– NELLO BISCOTTI – “Al Monte Gargano, tra mitologie, letteratura e scienze naturali” con l’ ACCOMPAGNAMENTO di NICOLA GIULIANO e LUCA D’APOLITO
– GIANFRANCO PIEMONTESE “Il Gargano nelle impressioni di una viaggiatrice statunitense degli anni Venti: Katharine Hooker” con ACCOMPAGNAMENTO DELL’ARPA DI GIULIANA DE DONNO, HARPS TO HARPS
– PATRIZIA RESTA ” Dalla natura alle culture. Nascere e rinascere nel tempo, nello spazio e nei luoghi” con ACCOMPAGNAMENTO DEL QUINTANA ENSEMBLE CON ARPA BAROCCA E VOCE, ARCILIUTI, UD E PERCUSSIONI
– GIANNI LANNES “Gargano: la madre terra daunia” con ACCOMPAGNAMENTO DI REDI HASA E MARIA MAZZOTTA CON PROGETTO “URA”
– NICOLA GIULIANO “La magna mater e la Daunia” con ACCOMPAGNAMENTO DI ELENA RUZZA E MATTEO CANTAMESSA CON PROGETTO “DAMATIRA DUB”
– LUCA MORINO – “MorinoMigrante”
– NÁPOLES Y SICILIA – “Cocina y música itinerante”
– GIOVANNI RINALDI – “Un cantastorie sul treno”
– NOMAD set – AFF IN CFF
– DONPASTA- Emigrante con dispensa occupata da passata di pomodoro fatta in casa e vinile
– LE MUIERES GARGANICHE- “Stornelli e tarantelle”
– SALVATORE LUCA TOTA – “Trik e trak e stoffa da vendere
– NAZARIO VASCIARELLI – “Terra, pane e liberta’ ” La cantata di Michele Sciarra
– TARANTULA GARGANICA
– I TRENI DELLA FELICITA’ di Giovanni Rinaldi
– PUGLIA BITE – “L’ideale unione della Puglia attraverso le musiche dei suoi estremi”
– PROGETTO CALA LA SERA – La luna aggira il mondo e voi dormite!
Il cantore secolare più famoso delle Puglie ancora in attività per diffondere quella che fu la sua cultura
Pecceninne pe nn’àvete e ccènd’anne!

Fotografia di Mariano Iorio, 2012
Temperamento forte, amore per la vita, per la famiglia, per i compagni e un forte attaccamento al paese che gli ha dato i natali un secolo fa, Antonio Piccininno (Pecceninne), il cantore con le nacchere, è nato il 18 febbraio 1916 a Carpino, in provincia di Foggia.
All’età di due anni perde entrambi i genitori a causa dell’influenza spagnola e viene affidato ai nonni materni. A otto anni deve già contribuire al mantenimento della famiglia ed è mandato a guardare le pecore. Nei boschi di quello che oggi è il Parco Nazionale del Gargano i pastori adulti gli tramandano i canti popolari che lui ripete ossessivamente guardando le pecore. Diventato adulto lascia il mestiere del pastore e si dedica alla coltura dei campi. Pastore e, contadino, con le sue 100 primavere rappresenta una delle “personalità più interessanti, autentiche e complesse della tradizione musicale del Gargano. Cantatore eccellente, tra i più anziani del paese, porta con sé un bagaglio di conoscenze che lascia quale eredità culturale alle nuove generazioni. La sua testimonianza di vita, la sua interpretazione canora e la sua raccolta di canti sono punti di riferimento imprescindibili per un’adeguata comprensione della sua unicità. Il suo percorso si colloca in un ambito intermedio tra oralità e scrittura, frutto di stratificazioni in progress di apprendimento, dalla fase mnemotecnica orale del periodo giovanile, alla fase della partecipazione diretta ai riti collettivi delle serenate e dei balli (quando non ancora defunzionalizzati), alla fase dell’appropriazione autodidattica della scrittura per la raccolta dei canti popolari (Villani S., 2008)”.
In occasione dei festeggiamenti per i suoi cent’anni, giovedì pomeriggio 18 febbraio al “Centro Culturale Andrea Sacco”, Palazzo Barone di Carpino, con inizio alle ore 17.00 si svolgerà l’incontro IL PASTORE CANTORE organizzato dal Carpino Folk Festival insieme al Comune di Carpino e al Parco Nazionale del Gargano con gli studiosi e gli artisti che hanno attinto dal suo bagaglio di conoscenze popolari per narrarne la vita artistica attraverso il repertorio, le esperienze, le preferenze, gli atteggiamenti, le abilità, in una parola l’identità del cantore che instancabilmente continua a tramandare quella che fu la sua cultura: tra gli altri, son attesi lo studioso Francesco NASUTI, l’etnomusicologo Salvatore VILLANI, l’attrice Caterina PONTRANDOLFO, Eugenio BENNATO e Teresa De SIO.
Interverranno: Rocco MANZO (Sindaco di Carpino), Stefano PECORELLA (Presidente Ente Parco Nazionale del Gargano), Pasquale Mario Di VIESTI (Presidente Ass. Cult. Carpino Folk Festival), Michele ORTORE (Fondatore Ass. Cult. Carpino Folk Festival).
In mattinata, alle ore 9.30, la Messa per i 100ANNI nella Chiesa di S. Cirillo.
Dopo l’incontro, invece, la presentazione di “CHI SONA E CANTA NO NMORE MAJE”, il nuovo CD dei Cantori di Carpino con la voce di Pecceninne.
In serata, in Piazza del Popolo, la famiglia ha organizzato il taglio della torta con brindisi augurale e successivamente il live gratuito dei CANTORI DI CARPINO E DEGLI AMICI DI PECCENINNE che coriaceo ha già stabilito che canterà a sua volta per i presenti. Quindi, tutti ancora una volta ad aspettare il momento quando si alzerà e si recherà sul palco per esibirsi in colorite e applaudite introduzioni alla personalità del Cantore. Inizierà con la descrizione delle origini del canto popolare carpinese e racconterà la sua storia personale come esempio di quelle di altri cantori. Verseggerà le strofe che andrà poi a cantare intercalandole con curiose spiegazione della vita di una volta e quando ormai col suo parlare schietto avrà accattivato le simpatie e gli animi, trascinerà il suo pubblico in una vertiginosa tarantella in modalità rudianella.
Non esistono parole per significare la realtà di un nonno che canta la ninna nanna ad un pubblico in religioso silenzio e non esiste cantore in attività più anziano. Per questa ragione il 18 febbraio 2016 sul Gargano avverrà qualcosa di unico con quest’artista particolare che a 100anni, con un vigore sorprendente ed una serenità contagiosa, va ancora in giro a cantare sonetti d’amore.
Sempre presente sul palco del Carpino Folk Festival, Piccininno come tutti i Cantori di Carpino è oggetto di studi sulle tradizioni musicali italiane; Antonio in particolare viene interessato per la prima volta da tali studi nei primi anni 80 da Roberto Lèydi, considerato tra i fondatori dell’etnomusicologia scientifica in Italia, ed è portato alla ribalta nazionale dai cantautori e musicisti Eugenio Bennato (la prima esibizione fuori dai contesti tradizionali risale all’8 aprile 1980 presso il Teatro San Ferdinando di Napoli) e Teresa De Sio.
Segue un breve elenco delle ricerche, dei documenti sonori e dei film in cui appare come protagonista.
Ricerche scientifiche
1980/tuttora, Salvatore Villani
1980/1987, Michele Giuseppe Gala
1984, Gabriele Leggieri, Giovanni Canistro
1987, Ettore De Carolis
1988, Roberto Leydi con Salvatore Villani (monografia)
2001/2009 Adriano Castigliego
2010/2011 Enrico Noviello e Pio Gravina
Documenti sonori rilevanti
1997, I cantatori e suonatori di Carpino / Salvatore Villani, NOTA/EDT
1997, Guitares “battente” du Gargano / Salvatore Villani, Nanterre (France), CD Al Sur
1997, La voce del Gargano
1999, Canti della memoria. Canti tradizionali del Gargano Francesco Nasuti, Centro Grafico Francescano
2000, Lezioni di tarantella / Eugenio Bennato, DVF
2000, La tarantella del Gargano / Giuseppe Michele Gala, Ethnica
2001, Tarantella del Gargano / Eugenio Bennato, DVF
2002, Ragnatele: Antologia di voci e suoni della Puglia / Antonello Lamanna
2004, Alla carpinese: il sonetto garganico nei canti popolari di Carpino / F.Nasuti, edizioni FN
2006, Stile, storia e musica alla carpinese / I Cantori di Carpino, Mea Sound
2007, Le tribù italiche. Puglia, EDT
2007, Canti, poeti, pupi e tarante / Valter Giuliano, Squilibri
2008, Antonio Piccininno. Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino Cd allegato al libro / Salvatore Villani, Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata
2011, Canti e suoni della tradizione di Carpino / E.Noviello-P.Gravina. Kurumuny
2012, I cantori e musici di Carpino. Le tarantelle del Gargano, Salvatore Villani, NOTA/EDT
2016, Chi sonä e càntä no nmore màji / I Cantori di Carpino
Film da (co)protagonista:
1996, Foggia, non dirle mai addio, Luciano Emmer (con Eugenio Bennato)
2000, Chi ruba donne, Maurizio Sciarra (con Eugenio Bennato)
2005, Craj, Davide Marengo (con Teresa De Sio, Giovanni Lindo Ferretti)
2007, Les Chanteurs de Carpino, Thierry Gentet
2010, Buon giorno Zi Antò, Aldo di Russo (con Roberto De Simone)
2015, Le storie cantate. Viaggio tra i Cantastorie di Puglia, Trevisi-Morisco
Dalla mattina alla sera con il popolo, i suoi fan, con i danzatori, con i suoi amici e tutti le persone arrivate a Carpino! Antonio Piccininno sei uno spettacolo!!!
Pubblicato da Vincenzo de Pinto su Giovedì 18 febbraio 2016
PECCENINNE PE NN’ÀVETE E CCÈND’ANNE!
#100zendonjepecceninne
Il nostro paese è la culla di una delle più antiche e importanti tradizioni musicali dell’intero territorio nazionale, oggetto di campagne di registrazione, ricerca e studio da parte di etnomusicologi e studiosi di fama mondiale.
Questa tradizione musicale, che per ragioni legate a diversi fattori storici e socio-culturali era quasi stata dimenticata, grazie alla straordinaria caparbietà degli anziani depositari che sono riusciti a farla arrivare intatta sino ai nostri giorni, è stata oggetto di riscoperta da parte delle giovani generazioni di carpinesi che hanno preso coscienza dell’importanza identitaria e dell’altissimo valore culturale di quella musica.
L’attività ventennale dell’Associazione culturale Carpino folk festival volta alla ricerca ed alla valorizzazione di questo immenso patrimonio culturale ha contribuito affinchè ciò avvenisse.
Antonio Piccininno rappresenta la memoria viva di questa cultura e la sua presenza qui oggi è di un’importanza straordinaria. Significa che tutti siamo riusciti a non disperdere il patrimonio di sapere popolare da lui rappresentato.
Concludo con un’immagine che a mio parere rappresenta visivamente questo passaggio, un’immagine che personalmente mi commuove e mi tocca particolarmente: il religioso silenzio con il quale, a notte fonda, le migliaia di giovani presenti nella piazza del Carpino Folk Festival ascoltano Antonio Piccininno cantare la sua ninna nanna.
Ecco, in quel momento si realizza un vero e proprio miracolo: la tradizione popolare, incarnata da un cantore centenario, diventa punto di riferimento per i cuori di chi l’ascolta.
E allora Zi Antonio ti aspettiamo ad agosto sul palco.
Mario Pasquale Di Viesti – Presidente Ass. Cult. Carpino Folk Festival – AS
Lo storico e ricercatore non ha dubbi: A Melpignano la musica popolare è usata come merce, prodotto di marketing territoriale, tradendone i valori originari. Il CFF invece resiste.
di Lucia Piemontese, da l’Attacco, sabato 12 dicembre 2015
Parole, suoni e immagini, per raccontare “il lungo silenzio della gente del Sud”. Una serata unica e irripetibile registrata su un Uher 4400 da un giovane ricercatore, Giovanni Rinaldi, presente il 14 gennaio del 1978 nella Biblioteca Provinciale De Gemmis di Bari. Fu lì che Matteo Salvatore, il cantore di Apricena, prese parte ad un evento irripetibile, rendendolo ancora più unico con la sua musica e con le sue parole. È tutto in A Sud. Il racconto del lungo silenzio, edito da SquiLibri, straordinario documento audio, testuale e fotografico a cura dello storico e autore cerignolano Giovanni Rinaldi, protagonista giovedì sera nello spazio live della Ubik di Foggia, per la presentazione di questo lavoro editoriale. Testimone e autore delle registrazioni conservate nell’Archivio Sonoro della Puglia, Rinaldi ha ripercorso con i lettori della libreria questo appassionante reading multimediale che, oltre alla musica di Matteo Salvatore, accoglie anche la voce di Riccardo Cucciolla e le fotografie di Paolo Longo.
Per Matteo Salvatore si trattò del coronamento di un sogno: quello di suonare in una biblioteca e l’ascolto ci restituisce il confronto e l’incontro tra il punto di vista della ricerca meridionalistica, e la prospettiva di chi era parte di quel mondo popolare oggetto di studio. La voce di Cucciolla è lo strumento attraverso il quale De Martino incontra Matteo Salvatore, il quale non si risparmia nello snocciolare storie, ricordi e canzoni, partendo dalla forte senso religioso popolare, passando per il lavoro nei campi, e per concludere con un paio di classici del suo repertorio.
L’ascolto regala così perle rare come la dolce ninna nanna La leggenda di San Nicola, i canti devozionali Maria Santissima Incoronata, San Lazzaro e San Luca, pittoreschi spaccati della realtà di paese come Il Venditore Ambulante, l’ammiccante Il Pescivendolo, e Arrecunète, Lu Bene Mio e Il Forestiero. L’occasione per ascoltare una delle performance più intense ed ispirate di Matteo Salvatore.
“Matteo Salvatore è citato e ricordato sempre per le canzoni più conosciute e com- merciali, che non sono necessariamente le migliori”, ha spiegato Rinaldi a l’Attacco. “Le sue cose migliori stanno in dischi non più rieditati. E’ come se Sinatra fosse ricordato solo per My way. In questo libro, ad esempio, cito 3-4 canti religiosi conosciuti pochissimo, dedicati a San Nicola di Bari, alla Madonna dell’Incoronata, alla chiesa di San Nazario a Sannicandro. Ci sono pezzi di poesia pura in musica, buona parte dei quali fanno parte di archivi privati, o si trovano nell’Archivio sonoro di Puglia, o infine in questo mio libro. Sono molto contento anche perché nel ’78 Matteo Salvatore aveva ancora la sua voce, col famoso falsetto, come pure per il fatto che si tratta di una delle poche registrazioni dal vivo in un contesto collettivo, davanti a circa 200 persone. Erano gli anni in cui era preso a modello della cultura popolare, in un contesto intellettuale che lo amava e studiava”. Il giudizio di Rinaldi sulla maniera in cui oggi viene usata la musica popolare è netto. “Matteo Salvatore rappresentava tutta la cultura popolare, che non può essere utilizzata solo come strumento di marketing territoriale. Farlo significa svilirla a merce. Certo, da una parte tale uso è servito a conservare questi pezzi di storia, ma dall’altro si è verificato talvolta un eccesso di commercializzazione della cultura popolare. Il rischio è quello di proporre un prodotto finalizzato alla massima partecipazione e al ritorno economico, quando invece queste cose arcaiche vanno per prima cosa capite. E’ un fenomeno che la Notte della Taranta ha portato all’esasperazione, facendo diventare moda ciò che moda non era. Il 90% dei valori trasmessi non ha più nulla a che fare con l’origine, col serio rischio del livellamento di massa anziché recupero”. Non a caso sono state molteplici le polemiche suscitate dall’ultima edizione della fortunatissima manifestazione di Melpignano, sia per la presenza del rocker emiliano Ligabue sia per l’addio tumultuoso del suo inventore, Sergio Blasi.
“Certamente usare la musica popolare così come fa la Notte della Taranta porta posti di lavoro, ma così la si riduce a prodotto, a merce”, prosegue lo storico e ricercatore ceri- gnolano.
“Quanto al Carpino Folk Festival, vive di alti e bassi. Ma la cosa più importante è che riesce a resistere alla massificazione, un po’ perché non può permettersela, visti gli spazi contenuti a disposizioni, un po’ perché è stata fatta una scelta diversa. A Carpino la contaminazione non è solo musicale, ma fa parte del metodo di lavoro. Ci sono ad ogni edizione tanti eventi di vario tipo, che arrivano a più fasce di pubblico. Penso ad esempio all’idea della festa della transumanza, che trovo bellissima. Il Carpino Folk Festival riesce a non farsi travolgere dall’aspetto mass-mediatico, invece la Notte della Taranta vive dei mass media. Ma la cultura popolare racconta spesso il dolore, la sofferenza, la povertà. Ed è qualcosa di opposto al potere”.
Chi conosce il Gargano come luogo da anni apprezzato per la villeggiatura, forse non sa che questo territorio da lungo tempo è stato preferito anche per girare importanti film da parte di registi e produttori cinematografici. E cinema e turismo spesso si sono incontrati in questo bellissimo territorio del sud Italia. Quando nel 1958 Gina Lollobrigida partecipa – nel ruolo della giovane e sensuale Marietta – alle riprese a Porto Manacore ed a Rodi Garganico del film «La Legge (La loi)», diretta da Jules Dassin, estratto dal romanzo di Roger Vailland, arriva sul promontorio una troupe del cinegiornale ‘’Caleidoscopio Ciak’’ e realizza un servizio relativo alla pellicola, poi proiettato nelle sale Italiane il 6 Novembre. Appaiono le (antiche) macchine da presa, il ciak e le attrezzature. È inquadrato anche Marcello Mastroianni. Ma l’attrice – qui nel suo unico set in Puglia – aveva rapporti con questa regione già da lungo tempo, tanto che nel 1950 era stata la protagonista del film «Alina», diretta dal regista Giorgio Pàstina, nativo di Andria, e prodotto da Arrigo Atti, per la casa cinematografica barese ‘’Acta Film’’ dei fratelli Atti.
Ma la storia della cinematografia nel promontorio era iniziata oltre un secolo fa ed ha coinvolto progressivamente Manfredonia, Vico del Gargano, Monte Sant’Angelo, Peschici, Carpino, Mattinata, Lesina e Sannicandro Garganico, oltre alla stessa Rodi ed alle Isole Tremiti. Al di fuori del Gargano si è iniziato a girare anche in altre due località della Daunia: Lucera e Cerignola. Questo per fermarci al 1968, anno che segna il punto finale di questa breve storia. Ma andiamo per ordine ed esaminiamo i primi dieci film ed un documentario, tutti girati in provincia di Foggia in questo arco di tempo.
Manfredonia. Cominciamo proprio dal turismo, perché nel 1912 la Cittadina (che ha già dodicimila abitanti) è la protagonista del documentario, destinato al mercato estero, «Manfredonia, Southern Italy», girato in formato 35mm. su 85 metri di pellicola (durata poi ridotta a dodici minuti), prodotto dalla Società Italiana Cines di Roma. La pellicola è molto importante perché è in assoluto la prima girata in Puglia. Ecco le case del centro, gli uomini seduti accanto al muretto; la piazza con la chiesa ed il grande campanile quadrato; uno zoom sul castello in rovina; una donna in posa per la macchina fotografica; altre scene di strada; un vecchio ed una donna; i ruderi di una chiesa, il particolare di una scultura; il palazzo del Comune e la Cattedrale. Non manca un viaggio al vicino e antichissimo Santuario di San Michele, a Monte Sant’Angelo, con “La Colonna dell’Arcangelo”, vista attraverso un arco e la celebre Grotta. Il film fa parte di una serie dedicata alle località turistiche Italiane e viene proiettato in Francia, Gran Bretagna e Stati uniti d’America. Bisogna attendere mezzo secolo per rivedere un set a Manfredonia, anche questo rivolto al mercato internazionale: è il regista inglese Ralph Thomas che gira «The High Bright Sun» (In Italia distribuito con il titolo ‘’Il Sole scotta a Cipro’’), con location nella base militare vicino al castello di Manfredi di Svevia ed anche al Monte Saraceno, a Monte Sant’Angelo, a Mattinata e dintorni, per ambientare le isole del Mediterraneo. Siamo nel 1964 ed arrivano sul Gargano grandi attori britannici come Dirk Bogarde e Denholm Elliot o americani come George Chakiris e Susan Strasberg.
Vico del Gargano. La seconda località nel promontorio coinvolta dal Cinema è San Menaio, borgo marinaro e frazione di Vico del Gargano: nel 1927 si gira uno degli ultimi film muti: «L’Intrusa (Una Straniera a San Menaio)» diretto da C. Louis Martini e prodotto dalla casa di produzione Garganica Film con sede a Lucera (lunghezza metri 2057). Protagonista è Pina Serena, della Scuola Azzurri.
Da segnalare che anche in questo Paese avviene la lavorazione del citato film «La Legge».
Monte Sant’Angelo. Arriviamo al 1940 con il film drammatico «La Morte civile» (distribuito nel 1942 da Generalcine) di Ferdinando Maria Poggioli, trasposizione cinematografica del dramma di Paolo Giacometti, girato interamente a Monte, comprese le scene in interni, che raffigurano il Penitenziario, realizzate nelle case di Monte. Nel cast: Renato Cialente, Carlo Ninchi, Dina Sassoli, Vittorio Sanni.
Nel film si esibisce il gruppo folkloristico ‘’La Pacchianella’’. Il prossimo film sarà ‘’Il sole scotta a Cipro’’. Vanno ricordate le immagini che raffigurano com’era un secolo fa il Santuario di San Michele Arcangelo, inserite nel citato documentario su Manfredonia.
Peschici. Siamo nel 1954 ed esce nelle sale «Il figlio dell’Uomo (Ecce homo. Il figlio dell’uomo)» film religioso in bianco e nero di Virgilio Sabel con Fiorella Mari, prodotto dalla San Paolo Film di Don Giacomo Alberione (il quale ha curato la sceneggiatura) e girato l’anno precedente (92’, distribuito sia in 16mm che in 35mm) tra Torre di Monte Pucci, Monte d’Elio, nella striscia di terra tra i laghi di Lesina e Varano e nella spiaggia di Capojale, poi all’Abbazia di Kàlena ed a Rodi Garganico. Nella lavorazione prende parte attiva la popolazione di Peschici; l’Ultima Cena avviene nella Chiesa della Madonna di Loreto; e sono coinvolti i pescatori della zona e i contadini dell’agro nelle casette a cupola del Borgo San Nicola, con gli asini e le mucche nelle grotte. Il prossimo film sarà «La Legge».
Rodi Garganico. Il piccolo Paese è coinvolto nel periodo 1954/58 in due film di cui si è già detto: «Il Figlio dell’Uomo» e «La Legge».
Carpino. Alcune scene del film «La Legge» sono girate a Carpino nel periodo in cui il Paese raggiunge il massimo della popolazione (settemila abitanti, che andranno poi diminuendo progressivamente).
Isole Tremiti. Anche le Diomedee sono coinvolte in varie produzioni. Le prime due sono: nel 1961 «The Guns of Navarone» di J. Lee Thompson con David Niven Gregory Peck, Antony Qeen, Irene Papas (‘’I Cannoni di Navarone’’), prodotto e distribuito dalla Columbia Pictures, con poche scene che risultano ambientate nelle isole Elleniche e – nel 1968 – «Violenza al sole (un’estate in quattro)», film di Florestano Vancini, girato ed ambientato interamente nelle isole al largo del Gargano, con Bibi Andersson, Giuliano Gemma, Gunnar Björnstrand, Rosemarie Dexter e con l’attore salentino Brizio Montinaro.
Mattinata. Paese coinvolto nelle riprese del citato film «Il Sole scotta a Cipro».
Lesina e Sannicandro Garganico. Ed eccoci nel 1965, anno in cui viene girato principalmente in questi due Paesi (ma anche nei centri vicini, ma ambientato tutto nel centro maggiore, Sannicandro) il documentario «L’antimiracolo» (87’) di Elio Piccon, con voce fuori campo del compianto attore barese Riccardo Cucciolla, film premiato alla XXVI Mostra del Cinema di Venezia con targa Leone di San Marco. Per concludere pare corretto inserire una nota relativa a due grandi centri della provincia di Foggia più volte coinvolti nella lavorazione di film, per citare i primi set allestiti.
Lucera. Già nel 1923 Gennaro Jovine gira interamente a Lucera il film muto dal titolo «Maria …vieni a Marcello», una commedia prodotta dalla Garganica Film, società con sede nello stesso Comune, con l’attore napoletano Gennarino Sebastiani e con Liana Vittori. Un reportage nel 1976 de ‘’Il Panorama Cinematografico’’ sul set de «Il Soldato di ventura», ispirato alla Disfida di Barletta e girato nella Fortezza Normanna di Lucera da Pasquale Festa Campanile, contiene una intervista al regista ed a Bud Spencer nel ruolo di Ettore Fieramosca, al fianco di Philippe Leroy.
Cerignola. Il primo film girato è nel 1958 «Gambe d’oro», commedia musicale di Turi Vasile con Totò, prodotto per la Titanus. Le scene mostrano lo stadio, la Cattedrale, il nuovo Cinema Corso (tuttora funzionante), una casa vinicola e le strade della Cittadina. La colonna sonora, con musiche di Lelio Luttazzi, è ‘’Questo è il fascino del football’’. Una parte è riservata a Jimmy il Fenomeno, attore nativo di Lucera.
Tantissimi film saranno girati a Foggia e provincia negli anni seguenti, soprattutto a partire dal 2007, con la Fondazione Apulia Film Commission.
Adriano Silvestri
Diari di Cineclub periodico indipendente di cultura e informazione cinematografica, n. 29 – giugno 2015
Che poi Piccininno non doveva esserci il 9 agosto scorso al CFFXX. Se il Carpino Folk Festival ha festeggiato il ventesimo anno, Ze ‘Ndònïjö era fermo a 18 edizioni. Infatti nel 2014 come ricorderete avvenne la prima esibizione dei Cantori senza nessuno degli anziani.
Tutti quindi davamo per scontato che il quasi centenario ormai non avrebbe mai più calcato il palco del festival nato per omaggiare la sua rodianella come tutti gli altri modi di cantare alla carpinese. Quando Michele Simone verso le 16.30 mi ha detto sto andando a Rodi a prendere papanonno pensavo quindi ad uno scherzo. Avevo visto negli ultimi mesi foto, di lui e familiari e non, che lo andavano a trovare e mai avrei pensato che si potesse riascoltarlo cantare in pubblico. Solo che quando gli hanno chiesto se fosse sicuro di quello che stava dicendo, Michele risponde che non era una sua idea ma di Ze ‘Ndònïjö che gli aveva imposto di andarlo a prendere e che di fronte a questa insistenza anche i dottori non se la sentivano di negargli la gioia di riabbracciare il suo pubblico. Il resto lo conoscete. Ze ‘Ndònïjö arriva in panda a Carpino. Sale le scale di casa sua. Fa una breve intervista e poi chiede di essere accompagnato dietro al palco per aspettare il suo turno. È mezzanotte passata e mentre i cantori iniziano il concerto lui sale sul palco, si siede a destra del pubblico e quando arriva il momento i suoi 99anni vengono dimenticati ed ancora una volta la piazza incredula balla con lui e per lui. Poi gli altri decidono che si deve abbindare e lui accondiscende, si risiede e riaspetta il suo turno che arriva minuti dopo. L’intera piazza in silenzio religioso si lascia nuovamente cullare da quella ninna nanna che sua madre gli cantava e che lui ha ricantato per noi.
Non credo che esista posto in cui questa magia sia capitata e non credo che vi sia cantore in attività più anziano.
Il festival iniziato con la polemica intorno ai big e alla tradizione non poteva trovare migliore interprete. A noi basta Ze ‘Ndònïjö Piccininno per tutto il resto c’è Mastercard.
La memoria storica della tradizione popolare carpinese, l’african jazzy soul e l’espiritu del sol a chiudere i festeggiamenti della ventesima edizione
Voci celebri e anziani cantori locali si sono alternati sugli strumenti della tradizione a evocare le storie e i desideri, la gioia e il dolore di un popolo della terra che riassume in sé alcuni tra i più importanti significati della Puglia, in dialogo con altre terre e altre musiche della nostra regione, ma poi il festival ha guardando oltre di sé, alla musica world, ai tanti altri messaggi musicali dei popoli del mondo per poi ritornare al Gargano. Un luogo di carnale coinvolgimento, ma anche di sognante simbolicità: questa piccola penisola protrusa nell’Adriatico, frastagliata da una scogliera di fascino, ricoperta di boschi e zone umide, punteggiata da borghi antichissimi di civiltà contadina, nelle sere d’estate che dalla calura cedono alle brezze del mare si anima delle voci pregnanti e delle martellanti sonorità del Carpino Folk Festival.
Il “Carpino Folk Festival” 2015 festeggia i suoi primi vent’anni il 9 agosto con l’african jazzy soul di GASANDJI, la spagnola AMPARO SANCHEZ e in chiusura i sonetti e la travolgente tarantella dei CANTORI DI CARPINO.
Venti anni non sono pochi per un festival, soprattutto alla luce di tempi difficili come gli attuali in cui altre rassegne e manifestazioni, certamente non meno prestigiose, registrano cali vertiginosi e chiusure clamorose. Il Carpino Folk Festival resiste all’interno dei grandi eventi della Puglia, contribuendo a dare qualità, ma soprattutto autenticità e tradizione.
Domenica 09 Agosto 2015
CARPINO FOLK FESTIVAL – DAMATIRA
Ore 22.00 Piazza del Popolo / CARPINO
GASANDJI
AFRICAN JAZZY SOUL
AMPARO SANCHEZ
ESPIRITU DEL SOL
CANTORI DI CARPINO
STILE, STORIA E MUSICA ALLA CARPINESE
GASANDJI
AFRICAN JAZZY SOUL
Gasandji è “colei che risveglia la coscienza”. Ma è anche una voce, uno stile (testa rasata ornata da una sola treccia) e uno spirito. Sul palco si respira un’aria di classe, empatia e finezza. La sua band è composta da tamburi impreziositi da percussioni africane, una chitarra acustica e un flauto. I suoi sideman sono a sua completa disposizione, attenti e sempre pronti a seguirla in uno qualsiasi dei suoi molti mondi musicali, dal più intimo al più festoso. Sia il canto in lingala, francese o inglese, Gasandji è un’artista che tocca il suo pubblico con tutto il cuore. La sua ammaliante, magica voce può essere ascoltata in numerosi festival (Francofolies, Womad, Cully Jazz Festival) in tutto il circuito europeo così come in vari workshop, conferenze , concerti per bambini, Gasandji è sempre pronta a condividere i temi che le sono cari con tutte le parti del mondo. Una vera rivelazione.
AMPARO SANCHEZ
ESPIRITU DEL SOL
“Espìritu del Sol”, questo è il titolo del terzo album solista della cantante spagnola Amparo Sanchez. Dopo l’uscita di “Alma de Cantaora” (2012) ed il primo album solista “Tucson-Habana” (2010), in questo nuovo album sono contenute 12 coloratissime canzoni ed è uscito nell’ottobre 2014 per World Village/Harmonia Mundi. Come per ‘Tucson-Habana, anche questo nuovo album è stato registrato presso i Wavelab Studios a Tucson (Arizona) tra gennaio e febbraio 2014. Joey Burns (Calexico) non solo ha prodotto l’album ma ha anche invitato gli altri musicisti dei Calexico, John Convertino (batteria), Sergio Mendoza (tastiere e fisarmonica), Ryan Alfred (basso), Jacob Valenzuela (fiati), Brian Lopez (voce), Mona Chambers, Vicky Brown (strumenti a corda) e i Mariachi Luz de la Luna alle registrazioni. Inoltre, alcune delle canzoni sono state arrangiate durante i tour di Amparo attraverso Argentina e Messico. ‘El ultimo Cuarteto en Paris’ è nato dalla collaborazione con il leggendario Cordoba-cuarteto-star ‘La Mona Jimenez.’ Altri musicisti latinoamericani come Raly Barrionuevo, Malena de Alessio (Actitud María Marta) ed i messicani ‘Colectivo Tapacamino de Oaxaca’ hanno dato un tocco tipico a questo nuovo album.
“Espìritu del Sol” ci mostra ancora una volta come Amparo Sanchez abbia una delle più caratteristiche, allegre e calde voci della scena musicale spagnola. Da quando Amparo pubblicò il suo primo album “Amparanoia”, nel 1997, molte cose sono successe. E’ diventata una delle più leggendarie artiste “mestizo” del mondo, ha vinto nel 2005 il World Music Award della BBC ed è arrivata ad essere una brillante artista live capace di suonare ai grandi festival come nei piccoli club.
“Positivo” e “femminile” sono forse le parole giuste per descrivere l’ambientazione del nuovo album di Amparo Sanchez. Le nuove canzoni esprimono la forte convinzione di Amparo che le donne possono giocare un ruolo positivo ed importante nel nostro mondo. Come aveva già fatto in passato, anche in questo album si riflette la sua passione per il bolero, la rumba ed anche il “quarteto” argentino, tutto miscelato nella calda produzione desertica di Joey Burns. Nel disco sono presenti anche una cover originale di ‘Long Long Night’ di Mano Negra ed una di ‘Ultimo Trago’ di Chavela Varga’s.
L’8 agosto sul palco del festival della musica popolare del Gargano le pratiche magiche e le atmosfere ipnotiche della musica/medicina popolare pugliese e la moderna tradizione musicale dell0 Yemen
Si tratta di canzoni popolari secolari, create e cantate da donne, tramandate da donna a donna attraverso una tradizione orale. Ad ogni donna è permesso di aggiungere il proprio tocco personale. In questo modo, la tradizione è mantenuta viva e continua a trovare il suo posto in ogni nuova era.
CARPINO FOLK FESTIVAL – DAMATIRA
Ore 22.00 Piazza del Popolo / CARPINO
A-WA
YEMENITE FOLK SINGING
Quando si viene a sapere che Tomer Yosef dei Balkan Beat Box ha prodotto il loro album di debutto, si capisce immediatamente che c’è una buona probabilità che le A-WA saranno il prossimo grande prodotto di Israele. Le tre sorelle reinterpretano la musica delle proprie radici Yemenite con beat moderni, per creare un mix contagioso di canzoni arab-folk ed elettronica.
Tair, Liron e Tagel Haim sono cresciute in un piccolo villaggio chiamato Shaharut, nella Valle di Arava nel sud di Israele, ma le loro radici si trovano ancora più a sud, nello Yemen.
“I nostri nonni sono immigrati dallo Yemen ad Israele” dice Tair, la sorella maggiore. “Questa migrazione ha portato tante meravigliose tradizioni ad Israele: danza, musica e cerimonie coloratissime. Con noi è la donna che canta, nel dialetto arabo degli ebrei yemeniti” aggiunge Tair, la portavoce del gruppo che, con le tre sorelle cantanti, include quattro musicisti con basso/violino, batteria/loop, tastiera e chitarra elettrica.
Loro assorbono le radici di cui parlano con il latte materno. “Siamo cresciute in una famiglia di musicisti: cantiamo e ci esibiamo da sempre, vogliamo dare le nostre radici di un rinnovamento moderno”.
Quelle canzoni popolari hanno attirato l’attenzione di Tomer Yosef, cantante dei Balkan Beat Box di, anche lui di famiglia yemenita. “Abbiamo parlato con lui ed è stato subito incantato dai canti yemeniti.”
Fu solo nel 1960, quando gli yemeniti arrivarono in Israele, che Shlomo Moga un cantautore israeliano, ha iniziato a registrare quelle canzoni. Sono così belle, senza tempo, semplici e oneste. Abbiamo iniziato a mescolare queste fondamenta con la musica della nostra generazione: hip hop, reggae, ed elettronica. Così abbiamo pensato di prendere qualcosa dalle nostre radici familiari e dargli un tocco moderno”
FARAUALLA
OGNE MALE FORE
“Ogni Male Fore” è il titolo del nuovo progetto del quartetto vocale barese Faraualla (Serena Fortebraccio, Gabriella Schiavone, Maristella Schiavone, Teresa Vallarella) e rappresenta un ideale percorso nell’affascinante territorio della medicina popolare pugliese. Le formule di guarigione univano gli aspetti più pagani della cultura popolare ad una fervida religiosità, la pratica magica o taumaturgica ad una medicina legata alla reale conoscenza delle erbe curative in una unione che non risultava mai essere forzata. Il materiale relativo a questa ricerca è difficile da recuperare, in quanto nascosto in una parte della memoria popolare misteriosa e accessibile solo a pochi prescelti. In ogni brano le formule rivivranno nel canto e nel suono delle Faraualla, in un ideale percorso verso la guarigione fisica e spirituale. Faraualla presenta delle novità nel sound e nell’organico. Il quartetto vocale sarà accompagnato, oltre che dalle percussioni (Cesare Pastanella), da una sezione ritmica di basso (Angelo Pantaleo) e batteria (Pippo D’Ambrosio), che conferisce al suono del gruppo un carattere decisamente innovativo, pur non modificandone la forte identità. Il quartetto vocale FARAUALLA è nato nel 1995. Dopo aver approfondito singolarmente lo studio e la pratica della vocalità in ambiti musicali differenti, le quattro cantanti hanno trovato un interesse comune nella ricerca sull’uso della voce come “strumento”, attraverso la pratica della polifonia e la conoscenza delle espressioni vocali di diverse etnie e di periodi storici differenti. Gli esiti di questo lavoro si ritrovano nel repertorio Faraualla, nelle composizioni originali come nei brani tradizionali. Le suggestioni di un percorso attraverso culture tanto lontane fra loro si fondono in una sintesi originale in cui emergono con forza le radici culturali del gruppo. La Puglia, per secoli terra d’incontro e di passaggio di popoli, è presente nel “suono” che connota la formazione barese, negli strumenti che accompagnano l’esecuzione, nello stesso nome del gruppo. FARAUALLA è una delle cavità carsiche più profonde presenti sull’altopiano murgiano, a nord-ovest di Bari.
TRIACE
INCANTI E TRADIMENTI
Un progetto che da otto anni caratterizza la sua musica con giochi di stile e attenzioni al dettaglio, fondendo antico e moderno per costruire un nuovo sound carico di suggestioni della tradizione ma anche di sperimentazione, che spinge il progetto verso un’ambientazione sonora che va aldilà della popolarità dei testi.
Il linguaggio della cultura popolare lascia ampio spazio al jazz, all’improvvisazione, alle percussioni incisive e calde che portano Triace a caricarsi di atmosfere ipnotiche, pronte quasi a spezzare il rapporto melodico con la tradizione per poi, a tratti, ricongiungersi con esso.
Energia, carisma e innovatività sono le carte vincenti di Triace.
L’ultimo disco “Incanti e Tradimenti”, uscito nel 2012, prodotto da Elena Ledda e S’ard music e distribuito da Egea, sta avendo ottimi risultati sul territorio nazionale:
“La Tabaccara” è un brano selezionato nel 2013 per una compilation, distribuita in tutte le edicole nazionali, con TV SORRISI E CANZONI e CHI.
“Incanti” è un brano della colonna sonora del film “La Santa” di Cosimo Alemà selezionato al Festival del cinema di Roma.
“Pinguli Pinguli Giuvacchinu” è un brano utilizzato da Luciano Melchionna per lo spettacolo “Dignità Autonome di prostituzione”.
9 i concerti che coniugheranno tradizione, autenticità, cultura e spettacolo dal 7 al 9 agosto
Il Carpino Folk Festival è abituato da 20 anni è abituato a stupire con i grandi numeri e procede senza mostrare segni di invecchiamento dimostrandosi festival longevo grazie alla programmazione e alla costante attenzione posta sia nei confronti della memoria orale di storie, canti e balli e quindi nei confronti dei suonatori e cantatori tradizionali, sia nei confronti dei gruppi di riproposta fedeli, che nei confronti degli artisti che si rifanno ai temi o alla musica di tradizione orale.
Anche in questa edizione è riuscito ad abbinare nomi ed etichette emergenti di grande interesse e attualità con alcuni artisti affermati e con i cantori della tradizione.
Al Carpino Folk Festival 2015 dopo le perfomance sperimentali sul treno delle Ferrovie del Gargano dello storico dell’arte Gianfranco Piemontese, dell’antropologa Patrizia Resta, il giornalista Gianni Lannes e l’attrice Elena Ruzza accompagnati dalle esibizioni di Giuliana De Donno, Quintana Ensemble, Redi Hasa, Maria Mazzotta e il dub di Matteo Cantamessa; dopo i concerti della tradizione di Giovanna Stifani, delle Cantatrici di Ischitella, di Angela Dell’Aquila, di Mariella Brindisi e dei Suonatori della Valle del Savena diretti da Dina Staro e dopo lo spettacolo sulle tessitrici della terra d’Arneo di Caterina Pontrandolfo, Assunta Zecca, Silvia Lodi, Elisa Murrone, Roberta Paladino, Benedetta Siciliano accompagnati dalla fisarmonica di Admir Shkurtaj e le voci delle sorelle Gaballo; è la volta, con partenza il 07 agosto, dei grandi concerti in Piazza del Popolo: i BUFU’ DI SEPINO, la brasiliana ROSALIA DE SOUZA, il progetto a sud del mondo di GIULIANA DE DONNO, MASSIMO CUSATO, RAFFAELLO SIMEONI, l’8 agosto le performance delle FARAUALLA, della TRIACE e delle Yemenite A-WA. il finale il 9 agosto con l’african jazzy soul di GASANDJI, la spagnola AMPARO SANCHEZ e in chiusura i sonetti e la travolgente tarantella dei CANTORI DI CARPINO.
Tutti gli spettacoli del Carpino Folk Festival sono ad ingresso gratuito
Venerdì 07 Agosto 2015
CARPINO FOLK FESTIVAL – DAMATIRA
Ore 22.00 Piazza del Popolo / CARPINO
BUFU’ DI SEPINO
IL RUMORE CUPO DELLA TRADIZIONE
GIULIANA DE DONNO, MASSIMO CUSATO, RAFFAELLO SIMEONI
A SUD DEL MONDO
ROSALIA DE SOUZA
OBRIGADO BRASIL
BUFU’ DI SEPINO
IL RUMORE CUPO DELLA TRADIZIONE
Nella notte di San Silvestro le strade di Sepino si affollano di suonatori che accompagnati dai loro strumenti, girano per le contrade del paese, portando a tutti l’augurio di buon anno, con le famose “serenate” (prima della mezzanotte) e le “matinate” (dopo). E’ questa una delle tradizioni più sentite dai sepinesi, una tradizione le cui origini si perdono nella notte dei tempi. I suonatori si riuniscono in diverse squadre chiamate appunto “bande di bufù” e circa un mese prima dell’atteso evento viene scelto un luogo, solitamente una vecchia casa, dove preparare i bufù.
Il Bufù è lo strumento musicale monopelle costituito da una botte di legno, con il fondo chiuso e con il lato superiore aperto intorno a cui è tesa una pelle di capra o di vitello, al centro della quale è inserita una canna. Lo strumento produce suono quando la canna viene “frizionata” dal suonatore con un panno umido, mettendo in tal modo in vibrazione la pelle che, utilizzando come camera di risonanza la botte, produce un rumore cupo, così caratteristico da averne preso il nome “bufù”.
GIULIANA DE DONNO, MASSIMO CUSATO, RAFFAELLO SIMEONI
A SUD DEL MONDO
Un affascinante viaggio musicale che parte dal nord Europa attraversando quei paesi (Irlanda, Francia, Spagna) dove le leggendarie popolazioni dei Celti si insediarono. Con gioiose danze, canzoni d’armi e d’amore, proseguirà il fantastico viaggio alla riscoperta del prezioso patrimonio musicale del sud Italia caratterizzato da tarantelle, tammorriate e ballate a cui si uniranno ed intrecceranno seducenti melodie di antico sapore mesopotamico. Un tuffo nell’Oceano ci condurrà laddove giunsero un tempo coraggiosi uomini e donne che sfidarono l’ignoto per conoscere nuove terre e nuovi sud del mondo: al Sud America sarà dedicata l’ultima parte dell’itinerante concerto, un omaggio alla “terra” che ha saputo creare una sua straordinaria ed originale identità fondendo sapientemente la propria storia all’esuberante cultura degli uomini giunti dal lontano Mediterraneo.
Il Trio è l’incontro di virtuosi musicisti che si sono divertiti a fondere le loro diverse culture ed esperienze musicali, creando un originalissimo connubio di ritmi e suoni; ha effettuato numerosi concerti in varie manifestazioni e Festivals di musica etnica e popolare, riscuotendo entusiasmanti consensi di critica e di pubblico.
Il primo Cd del Trio “A SUD DEL MONDO”, prodotto nel 2004, è stato acclamato dalla critica per l’originalità d’interpretazione e recensito da prestigiose riviste musicali specializzate ed è stato inoltre utilizzato come colonna sonora per cortometraggi nonchè per il video promozionale della Regione Basilicata (testimonial Francis Ford Coppola).
ROSALIA DE SOUZA
OBRIGADO BRASIL
Nata a Rio De Janeiro nel quartiere di Nilopolis, famoso per le scuole di samba, eredita la grande passione verso la musica dal padre, che ascoltava i Beatles, Dionne Warwick e tanti altri artisti internazionali. Nel 1988 Rosalia De Souza arriva in Italia e frequenta i corsi della Scuola di Musica Popolare del Testaccio a Roma ed inizia a studiare, da interprete, tutti i grandi autori della tradizione musicale brasiliana dei ’60 come Tom Jobim, Baden Powell, Joao Gilberto, Sergio Mendes, Edu Lobo, Vinicius de Moraes, Djavan, Caetano Veloso, Gilberto Gil, Chico Buarque, Milton Nascimento ed alcune nostre grandi dive di quell’epoca, come Mina ed Ornella Vanoni. Nel ’95 debutta come cantante del Quintetto X, una delle band più importanti della scena acid jazz del periodo. Il produttore artistico di “Novo Esquema De Bossa” è Nicola Conte, luogo del delitto il Fez di Bari, ed il jazz, soul, la musica afroamericana e brasiliana sono i linguaggi musicali sui quali si sviluppa questo prima esperienza discografica e prende forma l’immagine artistica di Rosalia De Souza, che ricorda così quell’epoca: “Il disco con il Quintetto X è stato fatto con la spensieratezza che quel tempo si lasciava concedere. Avevamo voglia di fare musica insieme e abbiamo fatto un ottimo lavoro,che ha dato gioia e speranze a tutti. Per me è il disco che mi ha dato modo di capire quale risultato avrei potuto ottenere da interprete, ed il vero punto di partenza per esprimere la mia musica e la mia cultura, di cittadina non italiana, in Italia.” Il Quintetto X inizia ad andare in tour all’estero portando, con grande successo, il nostro paese sulla mappa della scena musicale alternativa, allora etichettata come acid jazz.
Un’onda lunga che prosegue per molti anni, nonostante lo scioglimento della band, e che porta Rosalia ad esibirsi al Barbican Centre e al Jazz Cafè a Londra (nel 2000) e sul prestigioso palcoscenico del Montreux Jazz Festival, l’anno successivo. E’ il 2001, un anno che segna un ulteriore punto di svolta, che si concretizza con il debutto da solista di “Garota Moderna” un lavoro modellato ad arte per la sua voce e prodotto ancora da Nicola Conte, che perfeziona a livelli notevoli quel sottile gioco di specchi fra tradizione e modernità, usando un linguaggio modernissimo per una musica nata tanti decenni fa, e che viene etichettato dagli addetti ai lavori come Nu-Bossa.
Nel 2003 arriva “Garota Diferente”, disco che contiene le rivisitazioni di artisti e top dj’s come il Trüby Trio, Zero dB, Buscemi e gli italiani Gianluca Petrella, Gerardo Frisina e The Dining Rooms. Un disco che conferma il momento d’oro dell’artista brasiliana, che riceve stima anche dai più importanti dj’s della scena alternativa elettronica. Nel 2005, Rosalia De Souza calca nuovamente le scene internazionali più prestigiose, come l’Olympia di Parigi, il World Festival a Madrid ed il
Womad di Peter Gabriel, in scena a Las Palmas, nelle Gran Canarie. In Italia è scelta da Maurizio Giammarco come interprete vocale del Parco della Musica Jazz Orchestra, da lui diretta. Il 2006 è l’anno della consacrazione, la Schema Records pubblica “Brasil Precisa Balançar”. La giovane interprete brasiliana ha raggiunto una grande maturità artistica. Per Rosalia si corona il sogno di una vita: registrare un disco nel suo paese d’origine, con musicisti brasiliani e sotto la supervisione di uno dei pesi massimi della bossa nova, il leggendario Roberto Menescal, che insieme a Joao Gilberto e Tom Jobim, è stato protagonista dello storico Festival della Bossa Nova alla Carnegie Hall di New York, nel lontano 1962.
Il 26 gennaio 2009 è uscito “D’improvviso”, il nuovo album di Rosalia De Souza. Fascino e magia, sensualità e misticismo, queste alcune sensazioni emanate da questo nuovo
lavoro dell’artista brasiliana, che stavolta si è affidata alla produzione artistica di Luciano Cantone, co-fondatore della Schema e già produttore del pluripremiato “Handful Of Soul” di Mario Biondi. “D’Improvviso” conferma lo status di Rosalia De Souza come miglior cantante ed interprete della musica brasiliana che abbiamo nel nostro paese.