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I nuovi componenti sindaci eletti nel consiglio direttivo della Comunità del Parco

PARCO: ECCO I SINDACI DEL CONSIGLIO DIRETTIVO
Angelo Iannotta (Mattinata), Giovanni Schiavone (Lesina), Peppino Calabrese (Isole Tremiti) per il centro destra, Gennaro Giuliani (San Giovanni Rotondo) e Nicola Tavaglione (Cagnano Varano) per il centro sinistra, sono i nuovi componenti sindaci eletti nel consiglio direttivo della Comunità del Parco riunitosi oggi pomeriggio a Montesantangelo.

Entro fine anno verranno nominati dal Ministero dell’Ambiente gli altri sette membri che andranno a completare l’organico insieme al presidente dell’Ente Parco, Giandiego Gatta. Alla riunione odierna hanno partecipato anche il presidente dell’Amministrazione provinciale di Foggia, Antonio Pepe, e il consigliere regionale Angelo Riccardi. Assenti i sindaci di Manfredonia, Apricena e San Nicandro Garganico.

Nella stessa riunione si è discusso delle dimissioni del direttore dell’ente, Filomena Tanzarella, accettate anche dal presidente Giandiego Gatta. E’ stato il presidente della Comunità del Parco, nonchè sindaco di Rodi Garganico, Carmine D’Anelli, a evidenziare che con la gestione Tanzarella, l’Ente ha subìto un brusco rallentamento nella gestione amministrativa.

“Da oggi si cambia registro – ha dichiarato il primo cittadino rodiano. – Il Parco del Gargano è stato per troppo tempo bloccato nei procedimenti burocratici. Dal punto di vista umano sono dispiaciuto, ma la Tanzarella in quasi cinque anni non ha prodotto nemmeno un atto. Gli enti hanno bisogno di burocrati pragmatici”.
Saverio Serlenga

Il malocchio a Vico del Gargano: tra sacro e profano nelle formule magiche e nelle pratiche rituali

Sabato 11 ottobre 2008 alle ore 15,00 presso il MEAB – Museo Entografico dell’Alta Brianza – a Lecco, in occasione dei cent’anni della nascita di De Martino, il prof. Fabietti renderà  omaggio al padre dell’antropologia italiana e al suo saggio "Il mondo magico" con la presentazione di una ricerca sul malocchio in Puglia.

Al fianco del Prof. Fabietti, uno degli antropologi piu’ importanti d’Italia, interverrà la nostra concittadina Garganica Silvia Frigerio col tema "Il malocchio a Vico del Gargano: tra sacro e profano nelle formule magiche e nelle pratiche rituali"; che così commenta: "Avrò l’onore e il piacere di parlare ancora una volta della mia ricerca sul malocchio a Vico del Gargano, argomento che sono certa desterà molta curiosità e interesse" .

Un Convegno interessantissimo e senz’altro da non perdere, seguito da un Buffet offerto dall’Associazione Amici del MEAB.

Per Info: meab.parcobarro.it – tel. 0341240193
                 meab@parcobarro.it       

da fuoriporta.it
Intervista del direttore Michele Lauriola a Silvia Frigerio

Quando si parla di malocchio, spesso non si riesce a nascondere un sorriso ironico: questa parola, infatti, evoca un mondo così lontano dall’uomo moderno che il fenomeno finisce sempre con l’essere etichettato come una bizzarra tradizione, se non addirittura una superstizione. In realtà, dietro questa antica, ma tutt’ora presente, usanza si nasconde una realtà viva e piena di significati.
Ho incontrato la neo dottoressa Silvia Frigerio, che ha discusso la sua tesi di laurea in Antropologia con indirizzo linguistico cinese presso l’Università Milano-Bicocca dal titolo “Il malocchio a Vico del Gargano: tra sacro e profano nelle formule magiche e nelle pratiche rituali”. Il particolare argomento mi ha suscitato interesse e curiosità. Inevitabile la chiacchierata con l’autrice.

Innanzitutto, ci tolga una curiosità: come mai la scelta dell’argomento della sua tesi è caduta proprio sul tema del malocchio a Vico del Gargano?

L’idea di fondo di questa tesi nasce, a dir la verità, in modo del tutto casuale. Avendo il ragazzo che abita a Vico, sono solita trascorrere parecchio tempo in questo paese. Una volta, durante le vacanze estive, fui colta da un sordo dolore alla pancia che non accennava a diminuire nonostante le medicine. In quel momento mi venne proposto di vedere se per caso il dolore non fosse dovuto al malocchio e così mi ritrovai davanti ad un piatto d’acqua, nel quale vennero gettate delle gocce d’olio. La mia guaritrice mi disse che era proprio malocchio, me lo tolse e cominciai subito a sentirmi meglio. Non avendo mai vissuto prima l’esperienza di “malocchiata”, ho cominciato a pormi, ma soprattutto a porre domande alla gente di Vico. E così, piano piano è nata la mia tesi. Anzi, approfitto di quest’occasione per ringraziare la redazione di Fuoriporta che ha deciso di dedicarmi questo spazio e soprattutto tutti coloro che hanno reso possibile la mia ricerca: le persone che si sono prestate con pazienza alle mie interviste e i bibliotecari che mi hanno aiutato con solerzia nella ricerca di materiale bibliografico locale su questo tema. E naturalmente non può mancare un grazie speciale alla mia famiglia e alla famiglia Giuseppe Dattoli che mi hanno sempre aiutata e sostenuta.

Spesso attorno a questo fenomeno si hanno le idee poche chiare. Proviamo a dare una definizione del malocchio. Che cos’è?

Come dice la parola stessa, l’occhio è un elemento di centrale importanza: esso è sia l’organo da cui l’influsso nefasto parte, ma al tempo stesso è anche il suo destinatario. Il malocchio nasce da un desiderio smisurato, sia nel bene sia nel male. Può essere legato ad uno sguardo carico di invidia o, come accade nel caso dei bambini, ad uno sguardo carico di troppo amore. Nella maggior parte dei casi si malocchia involontariamente, non c’è da parte del fascinatore una reale volontà di far del male all’altro.

Secondo lei, da quanto emerso nel corso della ricerca, si può parlare di malocchio come di un’antica superstizione tramandata dal passato?

Per quanto mi riguarda, è riduttivo e scorretto etichettare questo fenomeno come semplice superstizione. È più corretto parlarne in termini di credenza, una credenza che non è affatto sciocca ma che trova i suoi riscontri anche nella moderna scienza occidentale. Il malocchio deve essere letto in chiave sociale: è un meccanismo che permette ad una società piccola, come appunto quella vichese, di affrontare gli inevitabili conflitti sociali, evitando di portarli alle estreme conseguenze. Quando la comunità è relativamente piccola, come spesso si dice, “tutti sanno tutto di tutti” ed è proprio per questo che è facile suscitare delle invidie. Riconoscere di essere stati malocchiati significa, allora, prendere consapevolezza di un malessere sociale che viene risolto prima che possa trasformarsi in qualcosa di più serio, tanto più che obiettivo del rituale non è individuare con assoluta certezza un colpevole contro il quale vendicarsi. Incontrare delle persone che provano nei nostri confronti invidia, rivalità o semplice gelosia ha delle ripercussioni sul nostro status psico-fisico, tanto che oggi la medicina occidentale riconosce le malattie psico-somatiche come delle vere malattie. Ed è per questo che, ancora oggi, queste pratiche continuano ad essere vive.

Abbiamo parlato del malocchio in generale, proviamo ad entrare ora nella specificità del rituale.

Innanzitutto, bisogna premettere che non esiste un rituale unico ma una molteplicità di rituali, a cui ogni singolo guaritore conferisce uno specifico significato. In generale, il rituale, nella versione più comune, ha sempre inizio con un segno della croce: il guaritore segna se stesso, il piatto e la persona malocchiata. Poi getta in un piatto pieno d’acqua, tre gocce d’olio: se l’olio, impattando con l’acqua, non si scompone, come dovrebbe essere viste la sua proprietà idrofoba, ma tende a formare un’unica grande goccia, ecco che allora non ci sono dubbi: è malocchio. Il guaritore dirà delle formule, inafferrabili all’orecchio del suo paziente, e poi ripeterà l’operazione per altre due volte. La terza volta, se l’olio si scompone in tante goccioline, vuol dire che il malocchio è stato tolto. Altrimenti è necessario “cambiar mano” e a distanza di qualche ora, sottoporsi nuovamente al rituale cambiando guaritore.

A proposito delle formule magiche, è stato facile ottenerle dai guaritori?

Le formule del malocchio, proprio perché dotate di un potere magico-religioso, che va ben al di là della loro semplice interpretazione letterale, vengono custodite gelosamente dai guaritori. Solo alcuni di loro hanno accettato di rivelarmi le loro formule. La paura più grossa è quella che queste formule finiscano nelle mani di persone senza scrupoli che le sfruttino per estorcere denaro a chi è in difficoltà. È bene ricordare che si può credere nel malocchio e allo stesso tempo condannare i ciarlatani come Don Nascimento e simili. Il vero guaritore aiuta la persona malocchiata senza voler niente in cambio, in stretta sintonia con l’insegnamento cristiano dell’ “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Esiste un legame tra malocchio e religione? Come si pone la Chiesa nei confronti di questo fenomeno?

La Chiesa, a livello ufficiale, non solo non riconosce ma condanna queste pratiche come residuo di antiche superstizioni pagane, tanto che a partire dal Medioevo, ha dato vita a una dura battaglia contro quelle che definiva pratiche diaboliche ed eretiche Eppure, per i guaritori l’intero rituale è profondamente investito di significati religiosi: il rituale ha inizio con un segno della croce, le formule magiche contengono riferimenti continui al cristianesimo e le preghiere che le accompagnano, sono preghiere cristiane. “Sono cose di Dio” è l’espressione più ricorrente nel corso delle interviste. In questo modo i guaritori ribadiscono con fermezza la bontà della propria azione, tracciando una profonda linea di demarcazione tra sé e i, purtroppo sempre più numerosi, truffatori.

Infine, un’ultima curiosità: spesso quando si parla di malocchio e credenze simili si pensa che siano usanze solo del Sud Italia. Lei che viene da un paese del Nord (Lecco, ndr) ha riscontrato la diffusione di questo fenomeno anche dalle sue parti?

Quando si parla di malocchio non esiste alcuna distinzione geografica poiché esso è un fenomeno diffuso in tutto il mondo, dall’Europa, al Nord Africa, all’Asia… Anche in Italia, esso funge, se così si può dire, da filo di congiunzione tra le diverse regioni: è molto diffuso, oltre che al Sud, anche al Centro e al Nord. L’unica differenza riscontrata è che al Nord le persone sono fortemente restie a parlare di questi argomenti per paura di essere giudicati. Qui, invece, dopo un’iniziale e del tutto giustificata diffidenza, le persone hanno dimostrato una grande disponibilità nel raccontarmi un qualcosa di così delicato. La credenza nel malocchio continua ancora oggi a essere un fenomeno diffuso, anche se ben nascosto, proprio perché fornisce alle persone, ovunque esse si trovino, una risposta sempre attuale nei confronti della labilità dell’esistenza umana e della fragilità delle relazioni sociali. 

– Grazie, e buon ritorno sul Gargano.
Michele Lauriola

SPORTELLO INFORMATIVO PER IL RICONOSCIMENTO DELLE MASSERIE DIDATTICHE

E’ attivo, presso la sede della CCIAA di Foggia in via Dante n. 27 (7° piano), un nuovo servizio per il supporto alle aziende agricole che intendono avviare la pratica di riconoscimento di "Masseria Didattica".

Lo sportello informativo per il riconoscimento delle masserie didattiche, attivo presso la Camera di Commercio, offre i seguenti servizi:

  • assistenza e consulenza alle aziende per la compilazione della istanza di riconoscimento delle masserie didattiche così come previsto dalla Legge Regionale 2/2008
  • monitoraggio delle opportunità di finanziamento a valere sulle misure della nuova programmazione 2007/2013

La terra dei ricordi, dei racconti, dei campi, delle stagioni…
Le antiche masserie mostrano un pezzo della nostra storia quando essa si ricongiunge alle tradizioni dei saperi e dei sapori della nostra terra, alla naturalità dei movimenti, degli affetti, della convivialità.
La "didattica" nelle masserie responsabilizza la pratica agricola, assegnandole un ruolo pedagogico che valorizza e consolida la nuova era della multifunzionalità rurale: ad esse il compito di "fare scuola" a piccoli e grandi attraverso la promozione dei valori legati all’ambiente, all’alimentazione sana e consapevole, all’agricoltura ed allo spazio rurale.

La Legge Regionale n. 2 /2008 regola il riconoscimento, l’accreditamento e le attività del percorso didattico delle masserie didattiche. La procedura individuata dalla legge stabilisce criteri e caratteristiche che le aziende agricole devono possedere per richiedere il riconoscimento e lo svolgimento conseguente delle attività socio educative.
Lo sportello attivato presso la Camera di Commercio mira, in tal senso, a fornire assistenza e consulenza alle aziende.
L’iniziativa intende contribuire alla promozione e valorizzazione della natura polifunzionale delle attività che può svolgere un imprenditore agricolo e a rafforzare il dialogo tra il cittadino consumatore e fruitore dei servizi e delle attività ricreative e le strutture agricole che tutelano l’agro diversità e promuovono il turismo rurale.

Orari sportello: lunedì e mercoledì dalle 10,00 alle 12,00

Sede: 7° piano c/o Camera di Commercio di Foggia, via Dante 27

A chi rivolgersi

Hai visto un ecomostro? Segnalalo a Ecoradio

Tu insieme ad Ecoradio e all’Osservatorio Nazionale Ambiente e Legalità di Legambiente per denunciare le violazioni e l’incuria che concorrono al degrado del nostro paese. Invia la tua segnalazione per dare voce al Pianeta.

Hai Visto un EcoMostro?“, la nuova iniziativa promossa da Ecoradio e l’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente nasce dalla volontà di entrare in più stretta relazione con il territorio al fine di monitorare abusi, disservizi, violazioni e attività illecite che concorrono al degrado del patrimonio artistico e ambientale del nostro paese. L’iniziativa vuole sensibilizzare i cittadini e predisporre i mezzi tecnologici e d’informazione utili alla denuncia delle suddette situazioni di fatto.

Tuttavia Hai visto un EcoMostro? non vuole essere un’operazione isolata con fini sensazionalistici limitati ad un breve periodo d’attività, ma cerca anzi una continuità temporale in grado di raggiungere lo scopo di monitorare costantemente, grazie all’intervento consapevole e attivo dei cittadini, tutto il territorio nazionale. L’iniziativa non si ferma alla sola individuazione di quelle situazioni di fatto capaci di essere lesive di interessi diffusi, ma si pone come obiettivo anche la ricerca di una soluzione drastica ed efficace per l’annullamento degli effetti nocivi per il nostro patrimonio artistico ambientale, dall’albergo costruito proprio sulla costa alla pista ciclabile sotto casa invasa dai rifiuti.

Invia la tua segnalazione a mezzo foto o video con due righe di spiegazione di abusi, attività illegali e situazioni di fatto che ostacolano la conservazione del nostro ecosistema. Tutte le segnalazioni pervenute saranno esaminate e verificate per accertarne l’autenticità prima di essere pubblicate sul sito www.ecoradio.it

Per inviare la tua segnalazione scrivi a  ecomostri@ecoradio.it oppure a  onal@legambiente.eu

In alternativa puoi chiamare il NUMERO VERDE 800029727

Dalla Puglia – fanno sapere – è arrivata una denuncia, corredata da un ampio servizio fotografico, di “una serie di abitazioni dall’architettura obsoleta, dal cemento facile, prive di qualsiasi criterio di ecosostenibilità, edificate sul territorio del Parco Nazionale del Gargano”. Aspettiamo di vedere la pubblicazione per capire di cosa si tratti.

Il 17 ed il 24 ottobre primo Forum Provinciale sul Turismo

Due giorni di confronto ed analisi sulle potenzialità e le prospettive dei comparti turistici Dauni.

Si svilupperà lungo questa direttrice il primo Forum Provinciale sul Turismo, in programma il 17 ottobre a Pietramontecorvino ed il 24 ottobre a Vieste. Il forum, organizzato dall’assessore provinciale al Turismo Nicola Vascello, è la prima iniziativa di questa natura realizzata sul territorio per affrontare un maniera analitica e diffusa le questioni inerenti il rilancio del turismo.
“Questo momento di incontro – spiega l’assessore Vascello – era un impegno assunto sin dal momento dell’insediamento della nuova Giunta, che considera il turismo non soltanto uno dei maggiori punti di forza del sistema provinciale, ma anche il comparto trainante della sua economia. Il nostro obiettivo è quello di trasformare questo appuntamento in un tavolo permanente; una sorta di cabina di regia finalizzata a creare una rete dell’offerta turistica che abbandoni dispersioni o sovrapposizioni di competenze”.
Il Forum, come detto, si articolerà in due giornate di dibattito che si svolgeranno nei due sistemi turistici in cui si prevede di comprendere l’intero territorio provinciale: quello dei Monti Dauni e quello del Gargano. “Oggi più che mai – aggiunge l’assessore provinciale al Turismo – è necessario voltare pagina rispetto alle politiche del passato, soprattutto alla vigilia del varo della legge regionale di riordino del sistema turistico pugliese, attraverso la quale, tra l’altro, si istituzionalizza la costituzione dei cosiddetti ‘sistemi turistici locali’ e dei ‘sistemi turistici di prodotto’.
Occorre dunque una razionalizzazione degli interventi ed una maggiore valorizzazione delle peculiarità del territorio, intervenendo nei campi della promozione paesaggistica, culturale ed enogastronomia; oltre che operando, sulla scorta della positiva esperienza dei ‘Five Festival Sud Sisyem’, per la costruzione di ‘brand’ che possano essere dei significativi attrattori turistici”.
Relatori della prima giornata del Forum a Pietramontecorvino saranno il presidente della Provincia Antonio Pepe, il presidente della Camera di Commercio Eliseo Zanasi, il Rettore dell’Università degli Studi di Foggia Giuliano Volpe, l’assessore provinciale all’Agricoltura Savino Santarella, l’assessore provinciale alla Programmazione Leonardo Di Gioia, il direttore del Cotup Michele Patano, il direttore dell’Apt di Foggia Matteo Minichillo. Sempre nel corso della prima giornata di dibattito sarà poi presentato da Carmine Clemente, docente di Sociologia presso la Facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Bari, il volume ‘Il Turismo in Puglia. Un approccio sistemico e sostenibile”.
Nella tappa di Vieste del Forum, invece, vi saranno i contributi dell’assessore provinciale alla Cultura Maria Elvira Consiglio, dell’assessore provinciale all’Ambiente Giandiego Gatta, del presidente del Consorzio ‘Gargano Mare’ Vittoria Vescera, del componente del direttivo nazionale di Legambiente Franco Salcuni.

Entrambe le giornate vedranno gli interventi dei rappresentanti istituzionali del territorio, delle imprese, delle organizzazioni ed associazioni del settore

Capitanata 2020, si entra nella fase delle scelte concretamente finanziabili

Cabina di Regia convocata in permanenza: oggi il RUP ha riferito sugli indirizzi della task force regionale, venerdì nuova riunione. Mercoledì prossimo Assemblea del Partenariato

Foggia – È stata fissata a venerdì 10 ottobre prossimo la Cabina di Regia che stabilizzerà la “vision” di Capitanata 2020. Mercoledì 15 ottobre, invece, è stata convocata l’Assemblea del Par-tenariato economico sociale per illustrare il quadro delle progettualità del Piano strategico di area vasta. Sono passaggi che stanno dentro il terzo sottoprocesso della pianificazione strategica, cominciato dal 1° ottobre scorso. Il 30 settembre, infatti, il Responsabile Unico del Procedimento e Project Manager, Francesco Paolo Affatato, aveva trasferito, a Bari, le risultanze del secondo sot-toprocesso, terminato con le determinazioni assunte dai tre organi della pianificazione: Cabina di Regia, Assemblea del Partenariato e Consiglio delle Istituzioni. I primi importanti indirizzi operativi scaturiti dall’incontro di Affatato con la “task force” regionale sono stati, stamattina, oggetto di una riunione della Cabina di Regia alla quale hanno partecipato il vicesindaco di Foggia, Potito Salatto (nella foto), il presidente del Consiglio delle Istituzioni Leonardo Di Gioia, il presidente dell’Assemblea del Par-tenariato Eliseo Zanasi, i sindaci di Cerignola Matteo Valentino, di Manfredonia Paolo Campo, di San Severo Matteo Valentino, il presidente dell’Ente Parco nazionale del Gargano Giandiego Gatta, l’assessore ai Lavori pubblici della Comunità montana del Gargano Giuseppe Columpsi, il rap-presentante di CGIL, CISL e UIL Salvatore Castrignano, il RUP-Project manager, il Coordinatore del Tavolo tecnico Potito Belgioioso e il segretario della Cabina Antonio Giglio. «C’è da incardinare, secondo gli obiettivi di indirizzo del Piano, il centinaio di progettualità selezionate in base ai di-versi fondi che devono finanziarle – spiega il vicesindaco di Foggia, presidente della Cabina di Re-gia-. La Cabina si ritiene convocata in permanenza in modo da essere aggiornata passo dopo passo sulle indicazioni che si scambiano il RUP del Piano e la task force regionale che è stata isti-tuita proprio allo scopo di non rendere pletorico lo sforzo che il territorio sta compiendo a valere sul ciclo di programmazione 2007-2013». La Cabina di Regia ha deciso di serrare le tappe in modo da costruire i percorsi di finanziamento più adeguati rispetto a un portafogli costituito da Fondi struttu-rali europei e Fondi nazionali. Una scelta che si coordina con la necessità di armonizzare tale di-segno con la pianificazione regionale che sta entrando in una fase esecutiva: ciò riguarda tanto il Piano regionale dei trasporti, particolarmente influente sulle scelte relative all’obiettivo di indirizzo “Reti e Mobilità”, tanto il momento della definizione del DUP (Documento Unitario di Programma-zione) con cui la Regione, evitando la frammentazione riconosciuta come handicap del ciclo 2000-2006, disegnerà il quadro completo della dotazione finanziaria e delle progettualità che si incardi-neranno sugli organismi intermedi dell’Area vasta, sulle Province, sui Comuni e su altri enti pubbli-ci e privati. 

Il Grecale

Gli ulivi nell’arte

L’Accademia Internazionale “Il Convivio”, il “Consorzio Matinum”, col patrocinio del Comune di Mattinata, promuovono la 2.a edizione della Mostra-Concorso “Ulivi e olio del Gargano” con un concorso artistico a tema "Ulivi e olio” visti attraverso la cultura e l’arte, in tutte le sue sfumature. Per le categorie “Gargano” e la categoria “Regioni d’Italia”, possono partecipare rispettivamente adulti e studenti garganici e delle restanti regioni d’Italia. La manifestazione si svolgerà il 6 dicembre in occasione delle iniziative promosse dal Consorzio Matinum di Mattinata. L’Accademia Internazionale “Il Convivio”, sede di Mattinata, invita persone comuni e artisti a creare opere poetiche, dipinti, fotografie, disegni a tema “ulivi e olio” e tutto ciò che rappresenta questi elementi.

Categorie:
1) Cittadini di Mattinata e Gargano – con opere a tema “Ulivo e olio” del territorio di Mattinata e Gargano.
2) Cittadini del resto d’Italia. – con opere a tema “Ulivo e olio” del proprio territorio o di fantasia.

Quota Adesione: 10,00 euro (per spese di segreteria e organizzazione da inviare in contanti insieme alle opere; nessuna per soci del Convivio, cittadini di Mattinata e studenti fino a 18 anni. Sezioni: 1) Poesia; 2) Fotografia; 3) Dipinti; 4) Disegni. Per tutte le sezioni inviare da una a tre opere.

Copie da inviare per ogni opera presentata:
Dipinti – due fotografie dei dipinti; opere fotografiche – due copie (per i dipinti inviare una foto piccola e una formato A4, in caso di vincita il pittore può inviare, dopo accordi con gli organizzatori, il dipinto originale per la mostra); per le opere fotografiche inviare una copia piccola e una formato A4).
Opere di poesia: tre copie di ogni poesia di qualsiasi lunghezza, in italiano o dialetto (con traduzione), di cui una con i propri dati, le altre anonime.

Dopo selezione saranno scelte e premiate le opere più meritevoli. I Premi consistono in targhe, medaglie, diplomi; questi ultimi dovranno essere ritirati personalmente. Possono partecipare opere che hanno già vinto premi o sono state pubblicate. La partecipazione al concorso implica la piena accettazione del regolamento. La Mostra verrà allestita con le opere più meritevoli. Premiazione e mostra sono previste per il 6 dicembre 2008.

Opere e quota devono essere spedite a: Concorso “Ulivi di Mattinata”, c/o La Torre Maria Cristina, Via Madonna Incoronata 103, 71030 Mattinata (Fg). Ulteriori informazioni: Maria Cristina La Torre, via Madonna Incoronata 103, 71030 Mattinata (Fg), tel.0884/552091. E-mail: m.cristina@ilconvivio.org – mattinata.ilconvivio.org

Roman Vlad tra i ricercatori che si sono occupati delle musiche del Gargano

Roman Vlad nel 1977

Un pomeriggio al telefono con Roman Vlad di Antonio Basile
A 50 anni dalle riprese de La legge / di Jules Dassin

Nel giugno 1956, uno scrittore in piena crisi ideologica trascorreva le sue vacanze nel Gargano, cercando la solitudine e la pace; nel giugno 1957, un romanzo di ambiente italiano “La Loi” compariva nelle librerie parigine; nel giugno 1958, Jule Dassin dava il primo giro di manovella al film che era stato tratto dal film. Interpreti del film sono Gina Lollobrigida, Pierre Brasseur, Marcello Mastroianni, Melina Mercouri, Yves Montand e Paolo Stoppa. Il luogo principale in cui viene girato il il film è Piazza del Popolo di Carpino.

Nel dicembre 2005 siamo venuti in possesso di un testo curato da Cecilia Mangini – La legge / di Jules Dassin ; a cura di Cecilia Mangini – Dal soggetto al film; Tratto dal romanzo [La loi] di Roger Vailland, Sceneggiatura di Françoise Giraud e Diego Fabbri, In copertina: Il romanzo di Roger Vailland e la nuova storia di Dassin, un paese a disposizione della “troupe” – in cui è presente un’intervista che potrebbe modificare la sequenza e l’elenco dei ricercatori che furono a Carpino e sul Gargano e che pertanto possono essere in possesso o possono essere d’aiuto al mondo accademico per l’individuazione di uno dei rari materiali sonori e video raccolto quando la televisione non aveva ancora contaminato completamente le tradizioni musicali dei nostri territori.

L’intervistato in questione nel raccontarci le difficoltà nella realizzazione delle musiche del film “La loi” di Jules Dassin afferma “In tutti questi paesi, radunavamo la sera, sulla piazza o in qualche casa, dei giovani e dei vecchi disposti a farci sentire i canti che sapevano”. “Tornai con ore di musica registrata della quale mi sarei poi ampiamente servito come della più preziosa e autentica fonte d’ispirazione”.

Come sappiamo molti sono gli studiosi che si sono recati nelle nostre terre per scopi più o meno nobili, in questo caso stiamo parlando del periodo 1957/1958 e di Roman Vlad, insigne intellettuale cosmopolita e motore artistico di tanti teatri, dalla Scala a Firenze.

Abbiamo contattato il maestro, che, gentilissimo, ci ha richiamato per telefono una domenica pomeriggio di questo autunno.

La telefonata è durata quasi un’ora, durante la quale Roman Vlad, emozionato e stupito della nostra trovata, ci ha raccontato di aneddoti, persone e paesaggi pieni di bellezza e schiettezza, di suoni, di sogni e di fatiche spesso indescrivibili e della veridicità di quanto riportato nell’intervista della Mangini.

Prima di chiamarmi, il maestro aveva già lavorato per noi cercando di recuperare il materiale.

Non era più in suo possesso e man mano che, pieno di gioia, per telefono ci parlava, gli venivano in mente quei lontani giorni a più di 40° gradi all’ombra e di quelle serate trascorse ad ascoltare e vedere danzare le musiche folkloristiche da giovani e anziani rigorosamente maschi.

Roman Vlad intraprese sul Gargano tre viaggi e la troupe di Dassin rimasse a Carpino per circa due mesi.

Secondo il maestro le musiche dovrebbero essere in possesso della Gite film – Monica film (dalle nostre informazioni risulta che le Musiche furono di Roman Vlad dirette da Marc Lanjean, il Fonico fu William R. Sivel, i Direttori di produzione sono stati Baccio Bandini – Luciano Perugia – Walter Rupp e la Produzione è quella di Maleno Malenotti e Jacquer Bar per la GESI cinematografia, la Titanus spa- Roma e Le Groupe des Quatres – Paris) due editori uno francese e uno italiano – e non si tratterebbe di solo materiale sonoro, ma anche video, anche se non raccolto per scopi scientifici nei territori di Carpino, Ischitella, Peschici, Rodi Garganico e Monte Sant’Angelo.

Questo vuole essere l’ennesimo grido di dolore per fare appello a tutti coloro che possono farlo di provvedere al recupero di questo materiale, anche perché ormai sono passati quasi 50 anni e le loro condizioni sicuramente necessitano di un urgente restauro.

Autore: Antonio Basile

1803 Carpino il paese dei deformi, dei brutti e dei delinquenti di Manicone Michelangelo

In una ricerca sistematica sulle condizioni sociali e ambientali che hanno determinato il divenire dei canti e delle tradizioni musicali di Carpino e del Gargano mi sono imbattutto in uno dei massimi rappresentanti della Capitanata del suo tempo Manicone Michelangelo e sulla sua opera "La fisica daunica / Gargano".

Chi vi scrive ha passato tutta la sua infanzia in Piazza del Popolo a Carpino, prima in un Forno, poi in un Alimentare e quindi in Bar, tutti esercizi di vendita e quindi di contatto col pubblico gestiti da mio padre.
I luoghi dei giochi sono stati il Municipio Vecchio, la Chiazzetta dove adesso è collocato Padre Pio e nello spazio poco sotto la cantina di Sciaquetta, la discesa a sinistra della piazza guardando di fronte la Chiesa di S.Cirillo. Poi il passo successivo è stato Via Mazzini e la Piazzetta scoperta, il corso di Carpino.
E’ quindi ha sostanzanzialmente vissuto nei luoghi in cui avvengono i maggiori scambi sociali di Carpino.
Non potete immaginare neanche lontanamente quante persone e quante volte ho dovuto ascoltare la storia del Carpino che fu.

La cosa che più di ogni altro mi ha forgiato è stata la convinzione che i Carpinese fossero stati gentili, sia nel senso di nobilità d’animo che in fattezze e in comportamenti, e che fossero stati mediamente benestanti anche con riferimento ai paesani vicinanti, diciamo cosi autosufficienti.

Mi ricordo che molti mi parlavano di una moltitudine di mulini e che Carpino fosse il centro per la macinazione del grano.
A dimostrazione del benessere, che da sempre Carpino aveva avuto, mi veniva continuamente portato ad esempio il fatto che le Carpinese mai avevano dovuto lavorare fuori casa (molte non lo facevano neanche in casa ed ancora oggi questo è considerato segno di signorilità) e che viceversa le Cagnanese, ad esempio, per mantenere i loro figli dovessero "addirittura" adoperarsi nel lavoro edile.

A partire da questo articolo questa storiella dovrà essere quantomeno rivista dal momento che Manicone a conclusione dice "..ho però scritto la verita lealmente ed onestamente. Morirei di dolore, se venissi a risaper mai che alcuno ritrovasse nella mia opera un tratto solo nemico del buon costume". Il sottoscritto non ha motivo di dubbitare sulle condizioni sociali che Manicone descrive cosi crudamente anche perchè la situazione non è molto diversa da quella che trova il Beltramelli esattamente un secolo dopo.

Articolo a cura di Antonio Basile

Carpino
Situazione ed Etimologia

Questa Terra ch’è posta sopra un colle, si trova situata tra i gradi 33 e 27 di longitudine, e tra i gradi 42 e 2 di lat.Set.: tiene all’Est Vico, all’Ovest Cagnano, al Nord il Lago di Varano, da cui distante 2 miglia circa, ed al Sud S. Giovannirotondo.
Le strade interne di Carpino sono strette e sordide, e le case affumicate e piene d’immondezze. Se voi domandate ad un Carpinese perché non ispazi la casa, vi risponde, che l’immondizia significa abbondanza.
Taluni avvisano, che questa Terra abbi ricevuto il suo nome dai carpini, che abbondano nel suo bosco. Altri poi, che Caprile la chiamano, pretendono, che derivi dalla capre. Io non esaminerò qual di queste due opinioni sia la vera: perchè tutte e due possono essere segni di Etimologisti, e perchè questa quistione nè giova, nè diletta. Dico solo, che sono pure mal consigliati i Carpinesi, perchè colla pazza cesinazione distruggono tutti i loro carpini. Primieramente, il carpino dopo il faggio è il più atto a far fuoco, ed a produrre ottimo carbone. secondariamente, la sua corteccia tinge di giallo. terzamente, alzandosi egli nel gargano a formar albero d’alto fusto, perciò s’adopera a far le palombe delle barche, ed altri arnesi. Finalmente, se noi trovassimo sul nostro carpino, quella specie di cocciniglia, che Linneo trovo sul carpino del Nord, quando non avvantaggeremmo l’arte tintoria? Molti vantaggi speran dunque si possono dal carpino; eppure si distruggono. Oh follia! Carpinesi, voi dovete lasciare ai vostri nipoti l’ombra sacra de’boschi, che vi trasmisero i vostri avi.

Cernali, e Cammini toffoliani
In questa Terra poche sono le case coi cammini. In tutte le altre non v’è che un semplice foro praticato superiormente nel tetto, per cui se n’esce il fumo, e che dagli abitanti Cernale è chiamato. Detto foro tiensi chiuso nel verno: il perchè le case empiosi di fumo, e l’aria interna rendesi mefitica, ed insalubre. Diffatti dal legno in combustione non si sprigiona che un mescuglio di gas acido carbonico, e di gas idrogeno. Mettetevi nell’atmosfera del fumo: de’ forni pizzicori vi obbligheranno a chiudere gli occhi, ed una violenta soffocazione c’impedirà di respirare, il che è proprio del velenoso gas carbonico. Forse i Carpinesi diventeranno un giorno culti, ed eleganti. Allora si torrano i Lapponici cernali, e si faranno gli utili cammini. Sono cammini utili quelli che non fumano; e sono tali i cammini inventati dal signor Toffoli. Accenniamoli, per lo bene del Prossimo.
I cammini presenti sono tutti fatti a guisa d’imputo rovescio, cioè larghi abbasso, e ristretti alla cima. Or il Signo Toffoli dimostra colle leggi de’ fluidi, che i cammini fabbricati in tal guisa sono contrari alla natura del fumo; giacché in tal cammini deve discendere, e retrocedere nella stanza, e non gia ascendere. Quindi vorrebbe, che i cammini si facessero a quisa di un cono rovescio, ovvero piramide colla base all’insù: che il cammino avesse l’imboccatura inferiore ristretta; che la canna, come si alza, si andasse dilatandola sino alla metà circa della sua lunghezza: e che il rimanente della canna si andasse dilatando fino alla sua estremità superiore in modo, che dalla sua imboccatura inferiore fino alla cima si andasse gradatamente crescendo il diametro dell’interna parte della canna.
Il Siggnor toffoli dimostra pure colle Leggi de’ fluidi, che in tali cammini il fumo ne si arresterà per la via nelle canne, nè retrocederà nelle stanze, ma uscirà superiormente dai cammini. Ne assicura pranco, che in simili cammini non si formerà quella quantità di fuliggine, la quale oltre di essere incomoda cadendo il più delle volte ne’ tempi assai ventosi sopra le pentole, si accende eziandio all’interno della canna con pericolo per la casa, e de’ vicini: del che abbiamo frequenti e funesti esempi. Io qua riferir non debbo ragioni, colle quali il Signor Toffoli dimostra l’utilità de’ suoi cammini, perchè troppo dal mio soggetto mi allontanerei. Solo dico, che i cammini toffoliani sono altrove ben riusciti: che i Carpinesi sostituir gli dovrebbonsi i perniciosi cammini all’antica e surrogarsi i novlli da me brevemente descritti.

Ciera e Costumi
I più de’ Carpinesi sono di deformi fattezze, e di ceffo brutto. Ingentil potrebbonsi maritandosi colle vaghe donzelle o di Viesti, o di Vico, o di S. Marco in Lamis, o di altri paesi garganici, che non iscarseggiano di angelici sembianti. In alcune specie di animali sembra avere maggior influenza nelle qualità e nella bellezza o deformità della prole la madre che non il padre. Si vuole, che il mulo il quale è prodotto da una cavalla e da un asino rassomigli più alla prima che al secondo, e che l’altra specie di mulo, il quale nasce da una madrea asina e da un padre stallone, si avvinci più a quella che a questo ma checché di ciò siane, certa cosa è, che i deformi Persiani seppero rabbellire i loro sconci lineamenti col ripetuto innesto delle leggiadre vergini Giorgiane.
L’elegante Abate Bertola ne assicura che viaggiando egli per l’Elvezia, e che essendo stato dal chiarissimo Meister suo intimo amico introdotto in molte case di contadini, osservo dapperttutto una nettezza maravigliosa e vi trovò libri scelti non pur di agricoltura, ma eziando di belle lettere, e di medicina. Entrate nelle case de’ i Carpinesi: voi ci troverete succidezza, ed armi proibite. E di qui quella ferocità di costumi, per cui da lungo tempo hanno i Carpinesi cosi mala voce nel Gargano.
In questa Contrada chiamasi Carpino la Terra degli omicidi e de’ ladri. Di tali facinorosi ve n’han sempre degli sciami, che infestano non che il proprio paese, ma eziandio le laboriose e pacifiche Terre d’Ischitella, Rodi e Vico. Or perchè v’han tanti facinorosi a Carpino? Forse perchè i Carpinesi non hanno di come vivere? Ma essi sono generalmente industriosi e faticatori. Sono forse feroci e ladri per natura? Ma l’uomo nasce mansueto, amichevole, compassionevole. I Carpinesi sono ruvidi e malviventi per cattivo esempio, e per mancanza di educazione. i giovani fanno omicidi e di danno alla campagna perchè veggono gli sgherri grattarsi la pancia e sguazzare non v’ha chi loro insegni il pregio della fatica, della virtù e della pietà.
E chi ce lo insegnerebbe? Forse l’Arciprete. L’attuale arciprete di Carpino catechizza sempre ma un solo Arciprete non basta ad una popolazione di circa quattro mila anime. Forse i Religiosi? Ma a Carpino non vi sono Conventi di Frati, che nello Spirituale non poco giovano al Pubblico. I frati per quanto vogliono immaginare inosservanti, sono senza dubbio nell’esercizio del sacro ministerio molto utili. Predicano, istruiscono, esortano, confessano; e cosi influiscono con vantaggio spirituale negli animi della moltitudine la quale per ordinario ascolta la parola di Dio, sanza badare al costume di chi la predica.
Sarebbe quindi desiderabile che s’introducesse, e si estendesse per la campagna la divozione a S. Isidoro Agricoltore, la cui festa cade secondo i Bollandisti nel 15 Maggio. Egli era pio, devoto, specialmente di Maria Santissima, paziente, caritatevole ma non lasciava un momento il lavoro delle sue terre. Può dirsi che coll’innocente penoso esercizio dell’agricoltura si guadagnava il pane e divenne Santo. Ne accerta il Signor Canonico Zucchini, che in Toscana nella diocesi di Fiesole, di Arezzo e di Cortona già se ne celebra l’Uffizio. L’arciprete di Manfredonia dovrebbe con pastorale dolcezza raccomandarne ai suoi Parrochi il culto e la devozione. Carpino felice, se ne giorni festivi vi saranno catechisti in più chiese e se il parroco metterà sotto gli occhi del popolo le virtù di S. Isidoro Agricoltore. Certo che allora il villano sarà religioso, leale, dabbene.

Inquisiti
Essendo qui i frequentissimi gli omicidi, si intende perchè vi debban esser sempre inquisiti assai. Gl’inquisiti di Carpino vivono di rapine e di qui il proverbio: Carpino, rapina. Le loro rapine hanno per oggetto le capre, i porci, le pecore e gli animali bovini, onde avere di che nutrirsi, e far provvisione di cuoio per gli Scarponi. E’ certamente un tratti di barbara indiscretezza l’uccidere il bue di un poveruomo per servirsi solamente di una piccla porzione di carne e della pelle. E’ vero che gli scarponi sono per gli inquisiti un affare di prima necessità, da che trovansi condannati a trarre una vita errante per luoghi aspri e sassosi: ma il bue, perchè il Ministro Cerere, essendo il più utile, ed il più necessario, essere dovrebbe intangibile. Presso gli Egiziani i buoi per tal tradizione si aveano per animali sacri, e chi li uccideva, era ucciso. E’ presso i Romani era tanto capitale l’uccidere uni di questi animali, tanto quanto l’ammazzare un uomo. A Carpino vengono impunemente scorticati e dagl’inquisiti e da altri. Questo barbaro scorticamento bovino è il termometro della civilizzazione di questa Terra garganica.
Qui evv l’uso, che gli inquisiti custodiscano nel verno gli agghiacci degli Apruzzesi; e per ogni agghiaccio esigono da’ Locati ducati sei, grano, olio, sale ed altre cose. Questo è un uso scellerato. Il Locato paga l’erba al proprietario del terreno a pascolo e paga il salario a’ pastori che le sue mandre custodiscono: perchè dee pagare eziando agl’inquisiti?
Dicesi che se non pagasse agl’inquisiti questi gli scorticherebbeno tutte le pecore. Dunque, rispond’io, il Locato gli paga per timore e non già per giustizia. Eppoi perchè gl’inquisiti di Carpino esigono anche ducati sei per ogni agghiaccio di quelle pecore che pascolano ne’ demani di Vico, Ischitella e Rodi? Può darsi assassinio maggior di questo? Finalmente rubano le pecore i custodi delle pecore, dunque gli inquisiti sono lupi e non custodi.
tali reati punir dovrebbonsi con pene afflittive di corpo. Ne tali pene esser dovrebbon dolci e blande. Le pene debbono essere adattate all’indole ed ai costumi de’ popoli. Il Gargani ha diversi grasi si coltura negli abitanti secondo i vari paesi e Carpino relativamente ad Ischitella, Vico a Rodi, è ancora nel calcolo cronologico politico sette secoli addietro. Quindi certe pene blande, che io credo proporzionate per le dette tre Terre, non le credo proporzionate per i Carpinesi. E’ de’ mali politici, come de’ mali fisici. Or altra è la cura de’ morbi de’ Letterati, altra quella dela gente di lusso ed altra quella della gente di campagna. Dunque le pene proporzionate ei feroci carpinesi debbon essere severe insieme e pronte. La pena che si dà sull’atto del delitto o poco dopo muove il terrore e desta nel popolo l’indignazione contro al delinquere ed una pena che si dà dopo lungo tempo, o quando si è perduta del tutto la memoria del delitto, sveglia nel popolo la compassione verso il reo, e l’indignazione contro la Legge. ma qui i delitti restano impuniti, perchè sono protetti i delinquenti. Epperò disse pur bene scherzando un bello spirito di Ischitella che per estirpare da Carpino i malviventi dovea carcerarsi prima S.Cirillo protettore del paese e poi parecchie Parrucche.
Ma oggi 13 dicembre del 1803 evvi in Carpino la santa Missione. i missionari sono gl’instancabili e dissinteressati Padri di S.Martino, Convento di Ritiro del mio Ordine. Spero dunque sentire conversioni assai e famose; i motivi spirituali sono più efficaci de’ motivi sensibili. Che i motivi spirituali siano più efficaci deì motivi sensibili, cioè che la speranza della felicità eterna ed il timore delle pene interminabili possano più sull’animo umano, che la speranza della felicità terrestre ed il timore de’ gastighi temporali, il dimostro cosi: sieno due uomini egualmente disposti ai delitti, de’ quali uno creda l’altra vita e l’altro l’abbia per una favola. Ciò supposto, ecco come ragioneranno.
La morte violenta dirà il primo non è già come descriversi, una scena terribile, ma un cattivissimo quarto d’ora; l’inferno poi non è già un affare di momento, ma una eternità infelice: dunque se io sarò un ladro, non finirò colla forca i miei mali, ma li comincerò. Ah! lo voglio piuttosto languir nella miseria, ce viver felice col latrocinio. E’ vero, dirà l’altro, che il morire impiccato è una scena spaventevole, ma finalmente ciò non è che un punto doloroso. Se io dunque sarò assassino, se io spoglierò il viandante, si renderò lo spirito su di un infame patibolo, am con questa vergognosa morte io sortio di miseria, io finirò i miei mali: non vè niente dopo il trapasso, il trapasso non è nulla. Ritornerò dunque nello stato di natura e vivrò felice per qualche tempo co’ frutti del mio coraggio.
L’inferno è adunque un freno più forte della forca. L’animo umano resiste più a un violento, ma passeggier dolor, che al tempo, ed alla incessante noia. Or la forca è un dolor passeggiero, e l’inferno una eterna noiosa. Agiscon dunque con più forza sull’animo nostro i motivi spirituali, che i sensibili. Difatti i piaceri di questa vita non sono essi il mobile più potente dell’uomo? Or i fanatici solitari d’Oriente hanno in abbominazione tutti i piaceri de’ sensi. Il piacere dell’esistenza non e egli im massimo de’ piaceri sensibili? Or S. Paolo desidera la morte per vivere con Cristo. Le dolcezze dell’imeneo non sono esse un potentissimo motivo sensibile? Or i Romani avevano le loro Vestali, e noi i nostri Frati, e le nostre Suore. La speranza sella salute eterna, ed il timore delle pene interminabili fanno adunque su di noi una più forte impressione, che tutte le fortune, e le delizie di questa Terra.
Egli e ben vero, che la più parte degli uomini antepongono i piaceri sensibili ai piaceri spirituali: ma perchè ciò? Perchè il maggior numero non medita seriamente i piaceri, o i dolori dell’altra vita. Facciasi da tutti questa seria meditazione e i motivi spirituali saranno de’ delitti il freno più grande. Carpinesi, i Novissimi sono più efficiaci delle carceri di Lucera, della galera e della forca. Dunque pensate sempre a’ Novissimi e voi per un poco di carne fresca e per un paio di scarponi non iscorticherete più nè vacche e nè buoi.
In questo articolo sono stato breve assia, perchè mi ha nauseato il soggetto e mi è quindi mancata la lena al discorso. Ho però scritto la verità lealmente ed onestamente. Morirei di dolore, se venissi a risaper mai che alcuno ritrovasse nella mia opera un tratto solo nemico del buon costume. Ho riprovato e riproverò sempre la rabbiosa maldicenza e l’amara ironia. Nelle Lettere Persiani di Montesquieu quell’Usbeck che calunnia sempre le nazioni e quei giudei, quei cinesi e quegli Spiriti Cabalistici che d’Argens introduce nelle sue Lettere per fare livorose satire contra Genere umano, mi nauseano, me fanno vomitare, m’insultano. Or il mio Spiciliegio ha per principale l’avviamento alla virtù e lo allontanamento dal vizio e dal delitto; ed ecco perchè ho detto de’ mali morali e politici de’ Carpinese soltanto quanto basta per fargli abbominare.
Io non ho voluto parere di ricrearmi nella loro esposizione e pretendo che nè meno altri il faccia, leggendoli. Tanto maggiormente che a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate.

Agricoltura
Carpino tiene al Nord una bella pianura fertile in grano, biade, legumi e lino; generi che sono il nerbo delle rendite de’ Carpinesi. Ne’ boschi cresce la barbare cesinazione, ed in tal guisa cresce d’anno in anno il prodotto del grano, del granodindia e de’ faggiuli e scema quello della legna e delle greggie.
Il prodotto dell’olio è lieve cosa. Potrebbe accrescersi di molto, se si innestassero tutti gli olivastri del vasto Pastromele, luogo poco distante dell’abitato. I contadini poveri estraggono dalle bacche di Lentisco l’olio per le lucerne e per condire le loro vivande. Tanto può l’uso che l’odore un pò forte di cosi tanto olio non gli disgusta punto. e bacche le vanno a raccorre dai lentischi, di cui abbonda l’isola di Varano.
Vi si raccoglie anche del vino, ma in misura non proporzionata al numero degli abitanti. Vi sono pochi frutti perchè il caro divertimento della feroce plebe è di sciantare o recidere i teneri arboscelli. Quindi di Vico provvede sempre i Carpinesi di vino e di frutta e Carpino provvede spesso i Viches di grano e di legumi.

SCHEDA SU MICHELANGELO MANICONE
Michelangelo Manicone (Vico del Gargano, marzo 1745 – aprile 1810) è stato un naturalista italiano, padre francescano.
È una delle personalità più caratteristiche della Capitanata
Viaggiò molto per l’Europa, studiando Medicina a Vienna e a Berlino, Scienze Fisiche a Londra e Scienze Naturali a Bruxelles.
È noto soprattutto per il suo trattato, La Fisica Appula (1806), un’opera di cinque tomi dove vengono analizzate le caratteristiche fisiche delle terre di Puglia e soprattutto del Gargano.
Al Manicone è intitolato il Centro Studi e Documentazione del Parco Nazionale del Gargano sito presso il Convento di San Matteo a San Marco in Lamis.

La fisica daunica / Gargano
Autore: Manicone Michelangelo
Curato da: Lunetta L., Damiani I

Carpino degli anni sessanta raccontato da Francesco Rosso

GARGANO MAGICO

Quando, finita la sconvolta discesa di Cagnano, si aggredisce il rettilineo lanciato attraverso la vasta pianura, l’occhio è attento solo all’asfalto che sfila sotto le ruote e, ingannato dall’uniforme piattezza che nasconde persino il lago, trascura Carpino, alto sul pinnacolo di una collina, mezzo nascosto dal movimentato scenario della stretta valle tagliata come una ferita nelle pietrose profondità garganiche.

Carpino è la risultante di una gara tra fantasie anarchiche, un gioco urbanistico realizzato senza regole che alla fine, benché ciò non rientrasse nelle previsioni, ha trovato una perfetta, compiutissima unità. Veduto dalla strada statale, sembra una bizzarra costruzione cubista eretta da bambini fantasiosi con dadi variamente colorati. Si potrebbe pensare ad un villaggio di nani, costruito sulla loro misura; eppure gli uomini che lavorano nei campi sono di taglia atletica, nerboruti, bisognosi di spazio anche quando crollano per il riposo.

Infatti, di mano in mano che si sale il colle in cima al quale è arroccato il paese, le prospettive di Carpino si definiscono. Il cilindro giallo che si vedeva in lontananza è il breve torrione di un castello ora trasformato in caravanserraglio per non so quanti nuclei familiari, i cubi azzurri, gialli, bianchi sono case tutte quadrate e uguali, con terrazze, balconi, altane a livelli diseguali che si rincorrono in aeree scalinate verso il cielo.

Le strette viuzze sembrano fenditure d’ombra nella gaiezza policroma delle abitazioni e ci si arrampica con le capre camminando sotto cascate di gerani che traboccano dalle terrazze, dai davanzali di aeree finestre raggentilite da cornici di lineare eleganza, da panciuti, spagnoleschi balconi in ferro battuto. Quale immaginoso architetto ha elaborato le improvvise scenografie delle ardite scalinate, le quinte policrome di case disposte con capricciosa asimmetria per limitare la vastità del paesaggio spalancato sulla valle, chiudere nel cerchio di raccolta intimità il villaggio battuto dai venti garganici?

Contadini analfabeti, e muratori altrettanto analfabeti furono gli ignari artefici del miracolo urbanistico; le cornici essenziali che chiudono le finestre, le porte ad arco sulle facciate disadorne, l’aggetto dei terrazzi su povere case, rivelano una civiltà del gusto certo non imparata a scuola, ma dall’armonia del paesaggio in cui questa gente vive, svariante fra montagna, pianura, lago e mare. E sono ancora contadini analfabeti ad ornare con festose ghirlande di gialle pannocchie, di peperoni scarlatti, disposte con inconscio gusto della decorazione, le facciate delle case esposte al sole, a chiudere con dorati fondali di granturco i vani terminali di stradette aperte sulla vallata.

Carpino gode immeritata fama di paese insicuro. Gliela procurò un libro, tradotto in film, che ha denigrato l’intero Gargano. Il signor Roger Vailland, quando, venne in vacanza da queste parti, raccolse come autentiche ed attualissime antiche vicende sepolte da secoli. Gli uomini che siedono al rezzo sulla quadrata piazzetta dominata dalla chiesa, limitata e definita come un palcoscenico su cui la domenica sì recita la piccola sagra delle modeste vanità locali, sono diversissimi da quelli che lo scrittore francese ha abbozzato nel romanzo « La legge », divulgato poi dal film omonimo.

Nelle ore che precedono il tramonto, quando l’aria estenuata dalla calura sfiora con le prime folate fresche i tetti delle case, i carpinesi si riuniscono in piazza, quelli che non lavorano, s’intende, perché gli altri tornano dai campi a notte piena. Il campionario è completo, tutte le classi sociali del paese sono rappresentate. C’è il ricco possidente, ma senza la iattanza del feudatario; c’è il professionista, ma senza la boria del colto fra gli analfabeti; c’è il maresciallo dei carabinieri, ma non la intimidatrice autorevolezza dell’autorità costituita; c’è il manovale povero e analfabeta, ma senza la falsa umiltà del debole angariato.

Formano una comunità ben definita, non afflitta da stridenti ingiustizie sociali. Anche il ricco, quando vi indicano le sue proprietà, risulta un ben povero nababbo; i suoi poderi sono distese di pietra su cui si affannano le capre in cerca di pascolo. Però, il signor Vailland era determinato a scrivere un romanzo ad effetto sull’Italia Meridionale, e poiché altri filoni erano già troppo sfruttati, si rivolse al Gargano, ancora poco noto alle platee avide di sensazioni forti.

Un vecchio feudatario sensuale, cinico, sterminatore di vergini, spietato sfruttatore di plebi sottomesse gli andava bene per un romanzo a tinte fosche impostato sulle differenze sociali nell’Italia Meridionale. Non si può negare che condizioni simili esistano nel Sud non nel Gargano, dove il ricco autentico non esiste. Sovente la ricchezza è più stracciona della povertà, per cui è difficile distinguere l’aristocratico dal manovale. Eppure, nel romanzo dello scrittore francese non c’è un personaggio pulito; prostitute, ruffiani, pervertiti, aguzzini si rincorrono in lubrico carosello nel perfetto scenario garganico ruotando attorno al tema di un vecchio gioco ormai in disuso, appunto « La legge ».

E’ un vecchio, abusato cliché cui ci ha abituati la letteratura sull’Italia Meridionale, ma il Gargano non può entrare nel gusto di scrittori criminal-folcloristici proprio perché nella sua storia non ci sono tradizione fosche. La gente è pacifica, di indole mite, forse un po’ pigra, aliena dalla violenza e dal delitto. Sono uomini di scorza ruvida, spinosi come i giganteschi fichi d’india che crescono nella pianura spalancata verso il lago, forse inclini a mettere le mani su piccole cose che non gli appartengono; capre, giumente, muli sorpresi liberi nel pascolo. Dopo averli conosciuti, si comprende che sarebbero generosi, ospitali, se lo potessero. Non potendo offrire altro, diventano amici di chi li avvicina, persino fastidiosi nelle manifestazioni di eccessiva cordialità non sempre disinteressata.

Bellissimo e scenografico, Carpino è forse il villaggio più povero del Gargano, con poca terra da coltivare, assai lontano, nella pianura sconfinante col lago di Varano, con greggi di capre sparse a brucare la scarsa erba sui petrosi pascoli della montagna. Se gli uomini fossero nati inclini alla violenza, nessuno se ne sarebbe stupito; l’ambiente e le condizioni in cui vivono li avrebbero giustificati.

Invece, come tutti i garganici, sono duri solo in apparenza, subito sciolti con coloro che cercano di comprenderli.

Giocano ancora alla « Legge »? Sì, giocano ancora, ma non nei modi con cui li ha descritti Roger Vailland. Si riuniscono in cinque o sei nell’osteria, ordinano alcune bottiglie di vino, o di birra, ed incominciano a puntare con le dita, chiusi in un cerchio di complicità impenetrabile. Si direbbe che congiurino, e giocano soltanto una specie di morra per eleggere il capo, colui che detterà legge. Egli ha il diritto insindacabile di far bere il vino, o la birra a chi vuole lui, mentre tutti gli altri pagano.

Una sola seduta mi convinse che « la legge » è un gioco noioso per chi, come me, non sa penetrare nell’atmosfera di mistero che i giocatori creano, senza comprendere che quel gioco può essere, per alcuni, l’occasione di bevute gargantuesche quasi gratuite. Inoltre, c’è il piacere della beffa, il sorriso agro degli esclusi, la gioia di risate irrefrenabili quando qualcuno si ribella alla « legge ». E’ un gioco molto diffuso nel Meridione, chiamato talvolta passatella, talvolta tocco, talvolta legge.

Un tempo, chi era eletto capo della piccola assemblea di bevitori, aveva il diritto di offrire il bicchiere a chi voleva, ma anche di processarlo dicendogli tutto ciò che pensava di lui, di sua moglie, dei suoi figli, delle sue sorelle, salvato dall’immunità che gli derivava dalla sua condizione di capo. Accuse di furto, adulterio, violenza carnale, pecoraggine erano pronunciate a mezza voce nel fumoso stanzone dell’osteria: cadevano come macigni sull’accusato cui il vino ricevuto dono si trasformava in fiele. Ma nessuno osava ribellarsi, quella era la legge.

Ciò accadeva un secolo addietro, anche i più anziani ne ricordano le movimentate notti invernali trascorse nel gioco della « legge », trasformatosi ora in modesto antagonismo bibitorio. Sempre più raramente, distratti da altri intere (il cinema, la televisione, una certa facilità di amoreggi con le ragazze), si seggono attorno al tavolo, eleggono il capo e attendono la designazione col pomo d’adamo che gli guizza sotto la pelle del collo, tutti in succhio nella speranza di bere quasi gratuitamente alcuni bicchieri di vino.

La sera quando gli uomini tornano dal lavoro nei campi, il palcoscenico della piazzetta si anima d’improvviso. Seduti sui bassi scranni, gli anziani che hanno trascorso le ore in silenzio, cacciando con pigre mani la molestia aggressiva delle mosche, si risvegliano dal letargo per commentare la vita di tutti coloro che sfilano sotto i loro occhi distratti, uomini di pelle scura, conciata e arrostita dal sole, gli sguardi allucinati dal lungo riverbero luminoso, la schiena stroncata dalla fatica della mietitura.

Nelle ore torride della canicola Carpino sembra un paese ubbriaco di luce, un paese stordito dalla vampa, reazioni con le viuzze deserte e la piazza devastata dal spietato. Sono le ore che preferisco in questo fantasioso villaggio, mi eccita il pensiero di camminare sul sonno della gente abbandonata alla siesta, fra le galline che chiocciolano razzolando fra la spazzatura della strada, fra gli asini legati al muro e con le frange inerti a sfiorare il suolo.

Tutto è immobile nella luce arroventata, il silenzio è profondissimo, il ronzìo delle mosche instancabili rimbomba con fragore. Da un’altana, dal terrazzo di uno scoglio, l’occhio ha tutto l’orizzonte per sé, domina la dilagante pianura gonfia di umori caldi. Dal torrioncino di pietra gialla del castello, su cui sventola l’afflitto pavese di povera biancheria intima stesa ad asciugare, il lago di Varano appare come sommerso dalla cateratta di luce che crolla dal cielo sterile.

L’acqua si stempera in tonalità grigio-azzurre, diversificandosi dall’Adriatico non per il sottile istmo di sabbia gialla ma per il variare dei colori; verde fondo il mare, grigio spento il lago.

Tra i campi gialli di stoppie, le cicale si eccitano stridendo con frenesia monotona, ubbriache di sole. Splendono i pomidoro come vampe nell’aria infuocata; sulle pale immense dei fichi d’india, un freddo metallico che non dà ristoro all’occhio abbacinato, gonfiano i frutti spinosi, grossi, polposi, dolcissimi.

Folgorato dal sole, Carpino attende il brivido delle prime ombre serali per ridestarsi; allora il «Caffè Vittoria» e la piazza incominciano a popolarsi per i quotidiani, pigri pettegolezzi, cui il cantilenante dialetto toglie ogni asprezza.

Dopo tanto sole, non si ha più l’energia necessaria alla cattiveria autentica; gli antagonismi, le avversioni, si esauriscono in placata maldicenza, tutti hanno coscienza di essere simili agli altri nei difetti e nelle qualità, di condividere un destino poco benevolo che tutti eguaglia.

Carpino è un paese bellissimo e malinconico. Qui nessuno canta, nemmeno le donne che al tramonto, strette nell’ombra avara delle case basse, rammendano panni lavati e rattoppati fino allo spasimo. L’esistenza non è gioconda per questi uomini, persino le cantilene per addormentare i bambini sembrano tramate di pianto; echeggiano la tristezza congenita di questa gente che ha come scenario il fantasioso villaggio arroccato sul pinnacolo di una collina battuta dal vento e folgorata dal sole.

Sono nenie che parlano di morte già vicino alla culla, una preparazione all’esistenza dura, quasi disumana, da incominciare subito; coloro che sono appena giunti devono abituarsi presto alla realtà della fatica tremenda cui, per sopravvivere, saranno dannati nel paesaggio di struggente seduzione, ma ostile all’uomo.

Al Salone del Gusto 2008 i sapori della Puglia

La cucina pugliese si caratterizza soprattutto per il rilievo dato alla materia prima di alta qualità, sia di terra che di mare. Al Salone del Gusto la regione Puglia, offre la possibilità di scoprire i prodotti e le materie prime che esaltano i sapori della sua cultura gastronomica locale. I Laboratori del Gusto. Iniziative ideate per far conoscere l’eccellenza della produzione artigiana, presentano abbinamenti e degustazioni illustrati direttamente da esperti, produttori, agricoltori, artigiani e viticoltori.
·    Dom 26 h. 15:00 – Allevatori e norcini della Calabria grecanica: capocollo (Presidio Slow Food), guanciale, soppressata, salsiccia, pancetta e ‘nduja abbinati ai vini di quattro cantine tra cui Rivera (BA). LS087

I Teatri del Gusto. Sul palcoscenico di un anfiteatro da 60 posti si avvicendano chef di fama internazionale che eseguono in diretta i loro piatti simbolo. Dalla Puglia:
·    Sab 25 h. 15:00 – Pasquale fa …centro: Pasquale Centrone gestisce il ristorante Da Tuccino a San Polignano a Mare (BA), un posto dove è ancora possibile gustare il sapore vero di tutto quello che si pesca dal mare. Grande conoscitore della materia prima, Pasquale, specializzato in pesce crudo, è un’artista del taglio classico “all’italiana” e propone un piatto abbinato a un vino della cantina Cavit di Trento. TSA09.

Gli appuntamenti a tavola. Venti cene a programma in ristoranti di Torino, nobili dimore e castelli del Piemonte. Dalla Puglia arriva Pietro Zito.
·    Ven 24 h. 20:30 – Zito è Murgia! : Pietro Zito è l’autore, nella sua osteria Antichi Sapori di Montegrosso (BA), della più alta espressione della cucina Murgiana. Rispettando la tradizione, il territorio e la stagionalità, Pietro ha a cuore la qualità delle materie prime, molte coltivate da lui stesso nell’orto antistante l’osteria. Al Salone del Gusto propone un ritorno agli “antichi sapori” della sua terra con una cena nella splendida cornice d’antan della Villa Contessa Rosa nella Tenuta Fontanafredda (CN). I vini della cantina padrona di casa accompagnano il menù della serata. AT07

Gli incontri con l’autore. I personaggi del mondo del vino e della gastronomia raccontano la loro storia facendo assaggiare i loro prodotti.
·     Gio 23 h. 18:00  – La Puglia in un bicchiere: qualcuno ha definito Severino Garofano il principe del Salento. A lui si deve molto dello sviluppo in questi anni della vitivinicoltura meridionale. Egli ha ricercato l’anima dei vini del Sud e, in particolare, della Puglia. E’ di storie e di racconti di Negroamaro, di ieri e oggi, che Severino parla in un appassionante incontro dove il vino diviene il "narratore" di un territorio. ICA02

Cucine e Isole del Gusto (Pad. 1-2-3)
Un viaggio culinario, un’occasione per i vari territori, italiani e internazionali, di rappresentare appieno le loro tradizioni gastronomiche attraverso i prodotti e i piatti che ne sono l’espressione. Le cucine rappresentano la possibilità di affrontare un’esperienza sensoriale. Gli spazi sono infatti spesso animati da spettacoli, conferenze o racconti che avvicinano e spiegano il mondo del cibo ai viaggiatori-degustatori del Salone. La Puglia è presente con la propria cucina a cura di: Unioncamere Puglia / Regione Puglia –Assessorato Risorse Agroalimentari.

Cucine di strada. Il corridoio Verso Terra Madre che collega Lingotto Fiere e Oval accoglie tra gli altri spazi le cucine di strada, versione autentica del fast food, quella che piace a Slow Food perché espressione della diversità culturale dei popoli e delle loro tradizioni secolari. La Condotta di Alberobello (BA) prepara le famose bombette.

Mercato. Cuore pulsante del Salone, con le sue bancarelle e i suoi stand rappresenta l’occasione per tuffarsi in un mondo di prodotti da scoprire e riscoprire. Per la Puglia:
Birre:
·    Birrificio Svevo, Bari – Pad. 1, Stand A163
Cereali:
·    Pastificio Benedetto Cavalieri, Maglie (LE) – Pad. 2, Stand B35
·    Benagiano Pastificio srl, Santeramo (BA) – Pad. 2, Stand B33
·    Italian Taste Srl, Maglie (LE) – Pad. 2, Stand B87
Dolci:
·    Maglio Arte Dolciaria, Maglie (LE) – Pad. 3, Stand C61;
·    Mucci Giovanni srl, Trani (BA) – Pad. 3, Stand C62;
·    Schiraldi Arte Dolciaria, Minervino Murge (BA) – Pad. 3, Stand C93;
·    Pasticceria Povia Le Deliziose, Bisceglie (BA) – Pad. 3, Stand C89;
·    Ort. A.J Coop srl, Palagiano (TA) – Pad. 2, Stand B36
Formaggi e latticini:
·    Cooperativa Allevatori Putignano Soc. Coop., Putignano (BA) Pad. 2, Stand b214;
·    Caseificio Olanda Michele, Andria (BA) Pad. 2, Stand B213;
·    Capurso Azienda Casearia Spa, Gioia del Colle (BA) Pad. 2, Stand B238
Olio, preparazioni e conserve:
·    Antico Frantoio Oleario Intini, Alberobello (BA) Pad. 2, Stand B74;
·    Agricola Adamo, Altiste (LE) – Pad. 2, Stand B71;
·    Agricola De Carlo sas, Bitritto (BA) – Pad. 2, Stand B95;
·    Agricola Franco Tamborino Frisari, Maglie (LE) – Pad. 2, Stand B72;
·    Azienda Agricola Caposella, (LE) – Pad. 2; Stand B86;
·    Aziende Agricole di Martino sas, Trani (BA) – Pad. 2; Stand B76;
·    Azienda Agricola L’Alta Murgia, Bisceglie (BA) – Pad. 2, Stand B110;
·    Azienda Agricola Masseriola, Ascoli Satriano (FG) Pad. 2, Stand B96;
·    Azienda Agricola Sabatelli, Montalbano di Fasano (BR) – Pad. 2, Stand B77
·    Azienda Agricola Stajano Francesca, Alezio (LE) – Pad. 2, Stand B73;
·    Agricola Ing. Gregorio Minervini, Molfetta (BA) – Pad. 2; Stand B78;
·    Aziende Agricole Stasi – Oleificio Stasi, Torre S. Susanna (BR) – Pad. 2, Stand B79;
·    Azienda Agricola Caricato, San Pietro in Lama (LE) – Pad. 2, Stand B75;
·    Azienda Olivicola M.Cristina Bisceglia, Foggia (BR) – Pad. 2 stand B80
·    Cooperativa Olearia e Produttori Agricoli, Santeramo (BA) – Pad. 2; Stand B84;
·    C.O.V.AN Coop Olivocoltori Andriesi, Andria (BA) – Pad. 2, Stand B81;
·    F.lli Galantino Snc, Bisceglie (BA) Pad. 2, Stand B82;
·    Fratelli Ferrara sas, Foggia – Pad. 2, stand B71;
·    Graco snc, Torremaggiore  (FG) – Pad. 2, Stand B83;
·    Olearia Clemente Srl, Manfredonia (FG) – Pad. 2, Stand B85;
·    Oleificio Coop.vo Goccia di Sole,  Molfetta (BA) – Pad. 2; Stand B89;
·    Soc. Agr. Savoia di Attilio Savoia snc, Pezze di Greco (BR) – Pad. 2; Stand B94;
·    PR.ALI.NA srl, Melpignano (LE) – Pad. 2, Stand B90;
·    Primoljo, Casarano (LE) – Pad. 2, Stand B91;
·    Puglia Alimentare srl, Martina Franca (TA) – Pad. 2, Stand B92
Salumi:
·    SI.En snc, Minervino di Lecce (LE) – Pad. 2, Stand. B284
Spezie ed erbe aromatiche:
·    Finis Terrae srl, Alliste (LE) – Pad. 3, Stand C140
Vino e distillati:
·    F.lli Striccoli srl, Altamura (BA) – Pad. 2, Stand B244;
·    Terra del Sud, Melissano (LE) – Pad. 3, Stand C57
E inoltre sono presenti con uno stand:
·    Ciheam – Istituto Agronomico Mediterraneo, Valenzano (BA) – Pad. 1, Stand A128;
·    Unioncamere Puglia/Regione Puglia – Ass.to Risorse Agroalimentari, Bari – Pad. 2, Stand B139

Presìdi. All’interno dell’Oval, organizzati per aree geografiche, si trovano i Presìdi, prodotti tutelati da Slow Food. La Puglia è presente in forze.
·    Agrumi del Gargano, Vico del Gargano, Ischitella, Rodi Garganico (FG) – Coltivati nei ‘giardini’ (così sono chiamati i frutteti), questi agrumi maturano tutto l’anno: a Natale le durette, ad aprile-maggio le arance bionde, a giugno la limoncella, e così via.
·    Caciocavallo podolico del Gargano, Gargano (FG) – Prodotto con latte di vacca podolica, è caratterizzato dalla forma di fiasco panciuto con una testina.
·    Capocollo di Martina Franca, Valle d’Itria (TA), Cisternino (BR), Locorotondo (BA) – Dato il clima non favorevole alla norcineria, questo insaccato subisce una lieve affumicatura, una lunga marinatura in salamoia e la concia con vino cotto.
·    Capra garganica, territorio del Gargano (FG) – Razza particolarmente rustica, perfettamente adatta a crescere libera nei pascoli più aridi e nelle stoppie. Soltanto 15 anni fa questa razza contava ancora 30 mila capi, oggi ridotti drasticamente a meno di tre mila.
·    Cipolla Rossa di Acquaviva, Acquaviva delle Fonti (BA) – Dal sapore particolarmente dolce, anche se cruda. La forma è piatta, il colore carminio, che si schiarisce all’interno fino a diventare bianca.
·    Fava di Carpino, Carpino (FG) – Piccoline e con una fossetta nella parte inferiore, sono verdi al momento della raccolta ma col tempo diventano bianco sabbia.
·    Mandorla di Toritto, Toritto (BA) – In questa zona resistono alcune cultivar antiche, che hanno resistito all’invasione delle cultivar californiane più produttive.
·    Pane tradizionale di Altamura, Altamura (BA) – Prodotto con la semola rimacinata di grano duro dell’Alta Murgia Barese, mescolata con lievito naturale a pasta acida, acqua tiepida e sale marino.
·    Pomodoro fiaschetto di Torre Guaceto – Torre Guaceto (BR) Un ettaro di terra nella splendida riserva naturale ha accolto le prime 21 000 piantine del ritrovato pomodoro fiaschetto. Nel brindisino tutti ricordano il fiaschetto come una succulenta prelibatezza, un pomodoro dolcissimo, che grazie al Presidio è tornato sulle mense. La coltura è biologica e coinvolgerà in futuro altri coltivatori locali.
·    Vacca podolica del Gargano, Gargano (FG) – Razza brada che da un latte particolarmente aromatico e carni sapide, sane, ricche di sali minerali ma più fibrose e dal gusto molto intenso.

Mercati della Terra – Corridoio Verso Terra Madre
Il nuovo, ambizioso progetto di Slow Food lanciato proprio quest’anno è la creazione di una rete di mercati locali dove produttori agricoli e artigiani possono direttamente vendere al consumatore le loro produzioni, realizzando in un unico contesto i principi del cibo buono, pulito e giusto. Nel corridoio Verso Terra Madre che unisce Oval e Lingotto si ha la possibilità unica di vedere riuniti in un unico spazio i prodotti e i contadini di questi mercati.
Per la Puglia presentano in anteprima al Salone le loro produzioni, in vista dell’avviamento del Mercato della Terra locale, i produttori di Cisternino (BR).
 
Suoni di Terra Madre. Cinquantuno gruppi, trenta paesi rappresentati, una cinquantina di esibizioni al giorno all’interno del Lingotto Fiere e dell’Oval. Sono i numeri dei Suoni di Terra Madre, un altro elemento necessario nella costruzione del modello “comunità del cibo” a tutto tondo. Dalla Puglia:
Taricata
L’origine del nome va ricercata nel dialetto dove "taricata" sta per radice. La formazione di San Vito dei Normanni è storica e rappresenta un vero e proprio monumento per la cultura salentina. Il gruppo, che può contare musicisti di ben tre generazioni, nasce nel 1977 e scopre e propone musiche e canti popolari della terra del Salento e di Puglia, non scevri da contaminazioni con strumenti, tecniche e arrangiamenti sempre nuovi.

Il programma completo al sito http://www.salonedelgusto.it

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