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1803 Carpino il paese dei deformi, dei brutti e dei delinquenti di Manicone Michelangelo

In una ricerca sistematica sulle condizioni sociali e ambientali che hanno determinato il divenire dei canti e delle tradizioni musicali di Carpino e del Gargano mi sono imbattutto in uno dei massimi rappresentanti della Capitanata del suo tempo Manicone Michelangelo e sulla sua opera "La fisica daunica / Gargano".

Chi vi scrive ha passato tutta la sua infanzia in Piazza del Popolo a Carpino, prima in un Forno, poi in un Alimentare e quindi in Bar, tutti esercizi di vendita e quindi di contatto col pubblico gestiti da mio padre.
I luoghi dei giochi sono stati il Municipio Vecchio, la Chiazzetta dove adesso è collocato Padre Pio e nello spazio poco sotto la cantina di Sciaquetta, la discesa a sinistra della piazza guardando di fronte la Chiesa di S.Cirillo. Poi il passo successivo è stato Via Mazzini e la Piazzetta scoperta, il corso di Carpino.
E’ quindi ha sostanzanzialmente vissuto nei luoghi in cui avvengono i maggiori scambi sociali di Carpino.
Non potete immaginare neanche lontanamente quante persone e quante volte ho dovuto ascoltare la storia del Carpino che fu.

La cosa che più di ogni altro mi ha forgiato è stata la convinzione che i Carpinese fossero stati gentili, sia nel senso di nobilità d’animo che in fattezze e in comportamenti, e che fossero stati mediamente benestanti anche con riferimento ai paesani vicinanti, diciamo cosi autosufficienti.

Mi ricordo che molti mi parlavano di una moltitudine di mulini e che Carpino fosse il centro per la macinazione del grano.
A dimostrazione del benessere, che da sempre Carpino aveva avuto, mi veniva continuamente portato ad esempio il fatto che le Carpinese mai avevano dovuto lavorare fuori casa (molte non lo facevano neanche in casa ed ancora oggi questo è considerato segno di signorilità) e che viceversa le Cagnanese, ad esempio, per mantenere i loro figli dovessero "addirittura" adoperarsi nel lavoro edile.

A partire da questo articolo questa storiella dovrà essere quantomeno rivista dal momento che Manicone a conclusione dice "..ho però scritto la verita lealmente ed onestamente. Morirei di dolore, se venissi a risaper mai che alcuno ritrovasse nella mia opera un tratto solo nemico del buon costume". Il sottoscritto non ha motivo di dubbitare sulle condizioni sociali che Manicone descrive cosi crudamente anche perchè la situazione non è molto diversa da quella che trova il Beltramelli esattamente un secolo dopo.

Articolo a cura di Antonio Basile

Carpino
Situazione ed Etimologia

Questa Terra ch’è posta sopra un colle, si trova situata tra i gradi 33 e 27 di longitudine, e tra i gradi 42 e 2 di lat.Set.: tiene all’Est Vico, all’Ovest Cagnano, al Nord il Lago di Varano, da cui distante 2 miglia circa, ed al Sud S. Giovannirotondo.
Le strade interne di Carpino sono strette e sordide, e le case affumicate e piene d’immondezze. Se voi domandate ad un Carpinese perché non ispazi la casa, vi risponde, che l’immondizia significa abbondanza.
Taluni avvisano, che questa Terra abbi ricevuto il suo nome dai carpini, che abbondano nel suo bosco. Altri poi, che Caprile la chiamano, pretendono, che derivi dalla capre. Io non esaminerò qual di queste due opinioni sia la vera: perchè tutte e due possono essere segni di Etimologisti, e perchè questa quistione nè giova, nè diletta. Dico solo, che sono pure mal consigliati i Carpinesi, perchè colla pazza cesinazione distruggono tutti i loro carpini. Primieramente, il carpino dopo il faggio è il più atto a far fuoco, ed a produrre ottimo carbone. secondariamente, la sua corteccia tinge di giallo. terzamente, alzandosi egli nel gargano a formar albero d’alto fusto, perciò s’adopera a far le palombe delle barche, ed altri arnesi. Finalmente, se noi trovassimo sul nostro carpino, quella specie di cocciniglia, che Linneo trovo sul carpino del Nord, quando non avvantaggeremmo l’arte tintoria? Molti vantaggi speran dunque si possono dal carpino; eppure si distruggono. Oh follia! Carpinesi, voi dovete lasciare ai vostri nipoti l’ombra sacra de’boschi, che vi trasmisero i vostri avi.

Cernali, e Cammini toffoliani
In questa Terra poche sono le case coi cammini. In tutte le altre non v’è che un semplice foro praticato superiormente nel tetto, per cui se n’esce il fumo, e che dagli abitanti Cernale è chiamato. Detto foro tiensi chiuso nel verno: il perchè le case empiosi di fumo, e l’aria interna rendesi mefitica, ed insalubre. Diffatti dal legno in combustione non si sprigiona che un mescuglio di gas acido carbonico, e di gas idrogeno. Mettetevi nell’atmosfera del fumo: de’ forni pizzicori vi obbligheranno a chiudere gli occhi, ed una violenta soffocazione c’impedirà di respirare, il che è proprio del velenoso gas carbonico. Forse i Carpinesi diventeranno un giorno culti, ed eleganti. Allora si torrano i Lapponici cernali, e si faranno gli utili cammini. Sono cammini utili quelli che non fumano; e sono tali i cammini inventati dal signor Toffoli. Accenniamoli, per lo bene del Prossimo.
I cammini presenti sono tutti fatti a guisa d’imputo rovescio, cioè larghi abbasso, e ristretti alla cima. Or il Signo Toffoli dimostra colle leggi de’ fluidi, che i cammini fabbricati in tal guisa sono contrari alla natura del fumo; giacché in tal cammini deve discendere, e retrocedere nella stanza, e non gia ascendere. Quindi vorrebbe, che i cammini si facessero a quisa di un cono rovescio, ovvero piramide colla base all’insù: che il cammino avesse l’imboccatura inferiore ristretta; che la canna, come si alza, si andasse dilatandola sino alla metà circa della sua lunghezza: e che il rimanente della canna si andasse dilatando fino alla sua estremità superiore in modo, che dalla sua imboccatura inferiore fino alla cima si andasse gradatamente crescendo il diametro dell’interna parte della canna.
Il Siggnor toffoli dimostra pure colle Leggi de’ fluidi, che in tali cammini il fumo ne si arresterà per la via nelle canne, nè retrocederà nelle stanze, ma uscirà superiormente dai cammini. Ne assicura pranco, che in simili cammini non si formerà quella quantità di fuliggine, la quale oltre di essere incomoda cadendo il più delle volte ne’ tempi assai ventosi sopra le pentole, si accende eziandio all’interno della canna con pericolo per la casa, e de’ vicini: del che abbiamo frequenti e funesti esempi. Io qua riferir non debbo ragioni, colle quali il Signor Toffoli dimostra l’utilità de’ suoi cammini, perchè troppo dal mio soggetto mi allontanerei. Solo dico, che i cammini toffoliani sono altrove ben riusciti: che i Carpinesi sostituir gli dovrebbonsi i perniciosi cammini all’antica e surrogarsi i novlli da me brevemente descritti.

Ciera e Costumi
I più de’ Carpinesi sono di deformi fattezze, e di ceffo brutto. Ingentil potrebbonsi maritandosi colle vaghe donzelle o di Viesti, o di Vico, o di S. Marco in Lamis, o di altri paesi garganici, che non iscarseggiano di angelici sembianti. In alcune specie di animali sembra avere maggior influenza nelle qualità e nella bellezza o deformità della prole la madre che non il padre. Si vuole, che il mulo il quale è prodotto da una cavalla e da un asino rassomigli più alla prima che al secondo, e che l’altra specie di mulo, il quale nasce da una madrea asina e da un padre stallone, si avvinci più a quella che a questo ma checché di ciò siane, certa cosa è, che i deformi Persiani seppero rabbellire i loro sconci lineamenti col ripetuto innesto delle leggiadre vergini Giorgiane.
L’elegante Abate Bertola ne assicura che viaggiando egli per l’Elvezia, e che essendo stato dal chiarissimo Meister suo intimo amico introdotto in molte case di contadini, osservo dapperttutto una nettezza maravigliosa e vi trovò libri scelti non pur di agricoltura, ma eziando di belle lettere, e di medicina. Entrate nelle case de’ i Carpinesi: voi ci troverete succidezza, ed armi proibite. E di qui quella ferocità di costumi, per cui da lungo tempo hanno i Carpinesi cosi mala voce nel Gargano.
In questa Contrada chiamasi Carpino la Terra degli omicidi e de’ ladri. Di tali facinorosi ve n’han sempre degli sciami, che infestano non che il proprio paese, ma eziandio le laboriose e pacifiche Terre d’Ischitella, Rodi e Vico. Or perchè v’han tanti facinorosi a Carpino? Forse perchè i Carpinesi non hanno di come vivere? Ma essi sono generalmente industriosi e faticatori. Sono forse feroci e ladri per natura? Ma l’uomo nasce mansueto, amichevole, compassionevole. I Carpinesi sono ruvidi e malviventi per cattivo esempio, e per mancanza di educazione. i giovani fanno omicidi e di danno alla campagna perchè veggono gli sgherri grattarsi la pancia e sguazzare non v’ha chi loro insegni il pregio della fatica, della virtù e della pietà.
E chi ce lo insegnerebbe? Forse l’Arciprete. L’attuale arciprete di Carpino catechizza sempre ma un solo Arciprete non basta ad una popolazione di circa quattro mila anime. Forse i Religiosi? Ma a Carpino non vi sono Conventi di Frati, che nello Spirituale non poco giovano al Pubblico. I frati per quanto vogliono immaginare inosservanti, sono senza dubbio nell’esercizio del sacro ministerio molto utili. Predicano, istruiscono, esortano, confessano; e cosi influiscono con vantaggio spirituale negli animi della moltitudine la quale per ordinario ascolta la parola di Dio, sanza badare al costume di chi la predica.
Sarebbe quindi desiderabile che s’introducesse, e si estendesse per la campagna la divozione a S. Isidoro Agricoltore, la cui festa cade secondo i Bollandisti nel 15 Maggio. Egli era pio, devoto, specialmente di Maria Santissima, paziente, caritatevole ma non lasciava un momento il lavoro delle sue terre. Può dirsi che coll’innocente penoso esercizio dell’agricoltura si guadagnava il pane e divenne Santo. Ne accerta il Signor Canonico Zucchini, che in Toscana nella diocesi di Fiesole, di Arezzo e di Cortona già se ne celebra l’Uffizio. L’arciprete di Manfredonia dovrebbe con pastorale dolcezza raccomandarne ai suoi Parrochi il culto e la devozione. Carpino felice, se ne giorni festivi vi saranno catechisti in più chiese e se il parroco metterà sotto gli occhi del popolo le virtù di S. Isidoro Agricoltore. Certo che allora il villano sarà religioso, leale, dabbene.

Inquisiti
Essendo qui i frequentissimi gli omicidi, si intende perchè vi debban esser sempre inquisiti assai. Gl’inquisiti di Carpino vivono di rapine e di qui il proverbio: Carpino, rapina. Le loro rapine hanno per oggetto le capre, i porci, le pecore e gli animali bovini, onde avere di che nutrirsi, e far provvisione di cuoio per gli Scarponi. E’ certamente un tratti di barbara indiscretezza l’uccidere il bue di un poveruomo per servirsi solamente di una piccla porzione di carne e della pelle. E’ vero che gli scarponi sono per gli inquisiti un affare di prima necessità, da che trovansi condannati a trarre una vita errante per luoghi aspri e sassosi: ma il bue, perchè il Ministro Cerere, essendo il più utile, ed il più necessario, essere dovrebbe intangibile. Presso gli Egiziani i buoi per tal tradizione si aveano per animali sacri, e chi li uccideva, era ucciso. E’ presso i Romani era tanto capitale l’uccidere uni di questi animali, tanto quanto l’ammazzare un uomo. A Carpino vengono impunemente scorticati e dagl’inquisiti e da altri. Questo barbaro scorticamento bovino è il termometro della civilizzazione di questa Terra garganica.
Qui evv l’uso, che gli inquisiti custodiscano nel verno gli agghiacci degli Apruzzesi; e per ogni agghiaccio esigono da’ Locati ducati sei, grano, olio, sale ed altre cose. Questo è un uso scellerato. Il Locato paga l’erba al proprietario del terreno a pascolo e paga il salario a’ pastori che le sue mandre custodiscono: perchè dee pagare eziando agl’inquisiti?
Dicesi che se non pagasse agl’inquisiti questi gli scorticherebbeno tutte le pecore. Dunque, rispond’io, il Locato gli paga per timore e non già per giustizia. Eppoi perchè gl’inquisiti di Carpino esigono anche ducati sei per ogni agghiaccio di quelle pecore che pascolano ne’ demani di Vico, Ischitella e Rodi? Può darsi assassinio maggior di questo? Finalmente rubano le pecore i custodi delle pecore, dunque gli inquisiti sono lupi e non custodi.
tali reati punir dovrebbonsi con pene afflittive di corpo. Ne tali pene esser dovrebbon dolci e blande. Le pene debbono essere adattate all’indole ed ai costumi de’ popoli. Il Gargani ha diversi grasi si coltura negli abitanti secondo i vari paesi e Carpino relativamente ad Ischitella, Vico a Rodi, è ancora nel calcolo cronologico politico sette secoli addietro. Quindi certe pene blande, che io credo proporzionate per le dette tre Terre, non le credo proporzionate per i Carpinesi. E’ de’ mali politici, come de’ mali fisici. Or altra è la cura de’ morbi de’ Letterati, altra quella dela gente di lusso ed altra quella della gente di campagna. Dunque le pene proporzionate ei feroci carpinesi debbon essere severe insieme e pronte. La pena che si dà sull’atto del delitto o poco dopo muove il terrore e desta nel popolo l’indignazione contro al delinquere ed una pena che si dà dopo lungo tempo, o quando si è perduta del tutto la memoria del delitto, sveglia nel popolo la compassione verso il reo, e l’indignazione contro la Legge. ma qui i delitti restano impuniti, perchè sono protetti i delinquenti. Epperò disse pur bene scherzando un bello spirito di Ischitella che per estirpare da Carpino i malviventi dovea carcerarsi prima S.Cirillo protettore del paese e poi parecchie Parrucche.
Ma oggi 13 dicembre del 1803 evvi in Carpino la santa Missione. i missionari sono gl’instancabili e dissinteressati Padri di S.Martino, Convento di Ritiro del mio Ordine. Spero dunque sentire conversioni assai e famose; i motivi spirituali sono più efficaci de’ motivi sensibili. Che i motivi spirituali siano più efficaci deì motivi sensibili, cioè che la speranza della felicità eterna ed il timore delle pene interminabili possano più sull’animo umano, che la speranza della felicità terrestre ed il timore de’ gastighi temporali, il dimostro cosi: sieno due uomini egualmente disposti ai delitti, de’ quali uno creda l’altra vita e l’altro l’abbia per una favola. Ciò supposto, ecco come ragioneranno.
La morte violenta dirà il primo non è già come descriversi, una scena terribile, ma un cattivissimo quarto d’ora; l’inferno poi non è già un affare di momento, ma una eternità infelice: dunque se io sarò un ladro, non finirò colla forca i miei mali, ma li comincerò. Ah! lo voglio piuttosto languir nella miseria, ce viver felice col latrocinio. E’ vero, dirà l’altro, che il morire impiccato è una scena spaventevole, ma finalmente ciò non è che un punto doloroso. Se io dunque sarò assassino, se io spoglierò il viandante, si renderò lo spirito su di un infame patibolo, am con questa vergognosa morte io sortio di miseria, io finirò i miei mali: non vè niente dopo il trapasso, il trapasso non è nulla. Ritornerò dunque nello stato di natura e vivrò felice per qualche tempo co’ frutti del mio coraggio.
L’inferno è adunque un freno più forte della forca. L’animo umano resiste più a un violento, ma passeggier dolor, che al tempo, ed alla incessante noia. Or la forca è un dolor passeggiero, e l’inferno una eterna noiosa. Agiscon dunque con più forza sull’animo nostro i motivi spirituali, che i sensibili. Difatti i piaceri di questa vita non sono essi il mobile più potente dell’uomo? Or i fanatici solitari d’Oriente hanno in abbominazione tutti i piaceri de’ sensi. Il piacere dell’esistenza non e egli im massimo de’ piaceri sensibili? Or S. Paolo desidera la morte per vivere con Cristo. Le dolcezze dell’imeneo non sono esse un potentissimo motivo sensibile? Or i Romani avevano le loro Vestali, e noi i nostri Frati, e le nostre Suore. La speranza sella salute eterna, ed il timore delle pene interminabili fanno adunque su di noi una più forte impressione, che tutte le fortune, e le delizie di questa Terra.
Egli e ben vero, che la più parte degli uomini antepongono i piaceri sensibili ai piaceri spirituali: ma perchè ciò? Perchè il maggior numero non medita seriamente i piaceri, o i dolori dell’altra vita. Facciasi da tutti questa seria meditazione e i motivi spirituali saranno de’ delitti il freno più grande. Carpinesi, i Novissimi sono più efficiaci delle carceri di Lucera, della galera e della forca. Dunque pensate sempre a’ Novissimi e voi per un poco di carne fresca e per un paio di scarponi non iscorticherete più nè vacche e nè buoi.
In questo articolo sono stato breve assia, perchè mi ha nauseato il soggetto e mi è quindi mancata la lena al discorso. Ho però scritto la verità lealmente ed onestamente. Morirei di dolore, se venissi a risaper mai che alcuno ritrovasse nella mia opera un tratto solo nemico del buon costume. Ho riprovato e riproverò sempre la rabbiosa maldicenza e l’amara ironia. Nelle Lettere Persiani di Montesquieu quell’Usbeck che calunnia sempre le nazioni e quei giudei, quei cinesi e quegli Spiriti Cabalistici che d’Argens introduce nelle sue Lettere per fare livorose satire contra Genere umano, mi nauseano, me fanno vomitare, m’insultano. Or il mio Spiciliegio ha per principale l’avviamento alla virtù e lo allontanamento dal vizio e dal delitto; ed ecco perchè ho detto de’ mali morali e politici de’ Carpinese soltanto quanto basta per fargli abbominare.
Io non ho voluto parere di ricrearmi nella loro esposizione e pretendo che nè meno altri il faccia, leggendoli. Tanto maggiormente che a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate.

Agricoltura
Carpino tiene al Nord una bella pianura fertile in grano, biade, legumi e lino; generi che sono il nerbo delle rendite de’ Carpinesi. Ne’ boschi cresce la barbare cesinazione, ed in tal guisa cresce d’anno in anno il prodotto del grano, del granodindia e de’ faggiuli e scema quello della legna e delle greggie.
Il prodotto dell’olio è lieve cosa. Potrebbe accrescersi di molto, se si innestassero tutti gli olivastri del vasto Pastromele, luogo poco distante dell’abitato. I contadini poveri estraggono dalle bacche di Lentisco l’olio per le lucerne e per condire le loro vivande. Tanto può l’uso che l’odore un pò forte di cosi tanto olio non gli disgusta punto. e bacche le vanno a raccorre dai lentischi, di cui abbonda l’isola di Varano.
Vi si raccoglie anche del vino, ma in misura non proporzionata al numero degli abitanti. Vi sono pochi frutti perchè il caro divertimento della feroce plebe è di sciantare o recidere i teneri arboscelli. Quindi di Vico provvede sempre i Carpinesi di vino e di frutta e Carpino provvede spesso i Viches di grano e di legumi.

SCHEDA SU MICHELANGELO MANICONE
Michelangelo Manicone (Vico del Gargano, marzo 1745 – aprile 1810) è stato un naturalista italiano, padre francescano.
È una delle personalità più caratteristiche della Capitanata
Viaggiò molto per l’Europa, studiando Medicina a Vienna e a Berlino, Scienze Fisiche a Londra e Scienze Naturali a Bruxelles.
È noto soprattutto per il suo trattato, La Fisica Appula (1806), un’opera di cinque tomi dove vengono analizzate le caratteristiche fisiche delle terre di Puglia e soprattutto del Gargano.
Al Manicone è intitolato il Centro Studi e Documentazione del Parco Nazionale del Gargano sito presso il Convento di San Matteo a San Marco in Lamis.

La fisica daunica / Gargano
Autore: Manicone Michelangelo
Curato da: Lunetta L., Damiani I

Discussione

39 pensieri su “1803 Carpino il paese dei deformi, dei brutti e dei delinquenti di Manicone Michelangelo

  1. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  2. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  3. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  4. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  5. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  6. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  7. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  8. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  9. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  10. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  11. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  12. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

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  13. Antonio, hai dato un titolo molto forte allo scritto di Padre Michelangelo Manicone.
    In fondo in fondo il suo intento era quello di scuotere le coscienze della popolazione migliore: infatti “a Carpino in mezzo a tanta ferocia vi hanno de’ preti morigerati pii ed esemplari, dei galantuomini puliti, di dolce ed onesto costume e protettori della virtù, e de’ contadini laboriosi, benaccostumati e nemici della guapperia e delle rodomontate».
    L’intento di Manicone in fondo in fondo era quello di scuotere un intero paese perchè si riscattasse dalla fama negativa data da pochi individui facinorosi che la facevano da padrone a Carpino.
    Un po’ come sta facendo oggi Roberto Saviano con “Gomorra”.
    Anche padre Manicone rischiò la vita per le sue idee rivoluzionarie.
    Fu uno di quelli che innalzarono l’albero della libertà sul Gargano, dopo la venuta di Napoleone e dei Francesi in Italia, nel 1799.

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 10:47 pm
  14. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 11:00 pm
  15. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 11:00 pm
  16. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

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  17. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

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  18. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

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  19. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

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  20. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 11:00 pm
  21. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 11:00 pm
  22. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

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  23. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

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  24. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

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  25. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

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  26. L’Albero della Libertà a Vico del Gargano

    La notte del 22 Dicembre 1798 i Borboni abbandonarono Napoli fuggendo su navi inglesi a Palermo. Il 3 gennaio 1799fu istituita la Milizia Nazionale, e il 23 fu proclamata laRepubblica Partenopea. Fu una fiammata travolgente: l’Albero della Libertà fu innalzato ovunque.
    Pubblichiamo quest’articolo di Antonio Maselli sull’albero della Libertà a Vico del Gargano per il suo importante valore documentario e storico, tratto dal giornale “Il Tabor” del marzo 1966.

    Il 14 febbraio 1799, nel Largo Fuoriporta si era eretto dai partigiani più sfegatati della repubblica l’Albero della Libertà, consistente in un piantato pel ritto nel terreno con sopra un berretto frigio da popolano, una scura nel mezzo per traverso e molte bandiere ricolorate a ciascun dei lati. Bandiere consimili si vedevano pure in gran numero sfarfallare dalle finestre e terrazze delle case d’intorno, sulle porte delle botteghe e sulle botti di vino, messe in pubblica piazza per più di comodità allo spaccio in quell’occasione favorevole, e insieme a tutto ciò volti ridenti, gioia, entusiasmo dappertutto.

    Si aspettava che finisse la funzione del pomeriggio in chiesa, dove P. Michelangelo Manicone teneva il pergamo per la lauda panegirica in onore del martire S. Valentino, e figuratevi se la Collegiata non fosse piena zeppa fino alla porta. Quando la funzione chiesastica finì, P. Manicone, fregiato dei colori repubblicani e con la bandiera in pugno, affiancato dal sindaco e da quasi tutti i componenti del decurionato, tra la popolare allegrezza, s’avanzò fino all’albero simbolico della nazionale indipendenza, dove, arringò il popolo, esortando a godere i benefizi del vivere libero, la santa gioia della libertà. E sostenendo la mano verso l’alto esclamò: “Difendete ad oltranza, sino all’ultimo sangue, quest’albero benefico, che da ora innanzi vi darà frutti abbondanti di prosperità e ricchezza. Difendetelo strenuamente perché se esso vacilla, vacillerete anche voi; se per causa vostra cade, cadrete anche voi, perdendo d’un tratto quanto finora avete acquistato: libertà e indipendenza!”.

    Un uragano di applausi tenne dietro all’infiammato dire del famoso concittadino; onde il popolo a gridare: Viva la libertà! Viva la Repubblica! Immediatamente intorno all’albero incominciarono le danze al suon della chitarra e degli organini. Le donne, le giovanette, vinto il natural pudore, furono viste insieme agli uomini far parte al chiasso, alla baldoria, si accesero gran fuochi di legno resinoso, che dissiparono le tenebre. Mercé un decreto di amnistia, emanato dal Direttorio napoletano, tutte le prigioni del regno erano state aperte così anche i liberati dalla prigione comparvero nella folla in visibilio, avvinazzata, gridando: Viva la repubblica! Viva la libertà!

    Le danze intorno all’Albero della Libertà divennero sempre più disordinate e scomposte, i canti più confusi e schiamazzanti; finalmente una frotta d’ebbri contadini, con fiaccole di legno di pino in mano, si die’ a percorrere le strade del paese, vociando e strepitando a tumulto. Al suono del tamburo e della grancassa si correva il paese a briglia sciolta; e , quando s’arrivava sotto le case dei patrioti, gli evviva alla libertà e alla repubblica salivano alle stelle; ma, quando invece si giungeva avanti all’abitazione di qualche borbonico dichiarato o creduto tale, allora il chiasso si faceva maggiore: urla grida, e voci di “abbasso gli oppressori, nemici del popolo e della libertà!” accompagnato da qualche sasso che mandava in frantumi i vetri delle finestre. Il tumulto popolare non ebbe fine se non allo spuntar dal giorno.

    da “Il Tabor” edizione del 3 marzo 1966, articolo di Antonio Maselli (ripubblicato a cura di Michele Lauriola su http://www.fuoriporta.info)

    Per Info: Biblioteca Comunale tel. 0884/994666

    Pubblicato da URIATINON | ottobre 7, 2008, 11:00 pm
  27. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

    Pubblicato da festival | ottobre 8, 2008, 9:32 am
  28. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

    Pubblicato da festival | ottobre 8, 2008, 9:32 am
  29. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

    Pubblicato da festival | ottobre 8, 2008, 9:32 am
  30. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

    Pubblicato da festival | ottobre 8, 2008, 9:32 am
  31. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

    Pubblicato da festival | ottobre 8, 2008, 9:32 am
  32. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

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  33. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

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  34. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

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  35. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

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  36. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

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  37. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

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  38. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

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  39. Il titolo è voluto visto poi quanto dico dopo e anche perchè ancora oggi c’è necessità di scuotere le coscienze di Carpino. Certo la situazione non è fortunatamente quella di allora, i problemi oggi non sono assolutamente quelli di ieri, ma fondare la dignità di un paese su un passato che non c’è stato e poi cullarsi su di esso senza avere una prospettiva e un grande progetto per il futuro (ma cosa si vuole da grandi, cosa deve essere Carpino fra 10 anni e poi fra 20 e 50 anni) è sconfortante.
    Se Manicone (un frate) ha sentito la necessità di affondare la spada, allora la situazione doveva essere proprio grave ed un secolo dopo le cose non erano cambiate come ci racconta Beltramelli, infine ricordiamo che omicidi e abigeati sono stati frequenti fino a 15 / 20 anni fa.

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