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Stanotte altro attentato mafioso a Gianni Lannes

Ennesimo attentato incendiario di stampo mafioso ai danni del giornalista Gianni Lannes. Ignoti alle ore 23,40 circa del 5 novembre hanno dato fuoco ad un’altra automobile (non assicurata contro gli incendi) del cronista impegnato nell’inchiesta sulle navi dei veleni e recentemente nell’indagine sull’inceneritore che la Caviro vuole realizzare illegalmente a Carapelle in Puglia! Nella mattinata del 5 novembre  il dottor Lannes si era recato e trattenuto in tribunale a Lucera (FG) per visionare la documentazione inerente il mercantile giapponese ET SUYO MARU affondato nel basso Adriatico il 16 dicembre 1988 in circostanze nebulose. Nel pomeriggio ai parenti delle vittime del peschereccio Francesco Padre, alla presenza del cronista è stata donata la pubblicazione del libro d’inchiesta NATO:COLPITO E AFFONDATO. Il primo attentato risale al 2 luglio scorso. L’8 luglio era stata presentata un’interrogazione parlamentare dal deputato Leoluca Orlando al presidente del consiglio Berlusconi e al ministro dell’interno Maroni. A tutt’oggi non è pervenuta alcuna risposta governativa. Il giornalista e la sua famiglia non godono di alcuna protezione da parte dello Stato.

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“Navi a perdere” la sfida lanciata dall’AAG – Sintesi audio del convegno a Sannicandro

Uscirne insieme, colmando la distanza fra il territorio, la gente che lo abita e le istituzioni è la sfida lanciata dal convegno sulle “navi a perdere” organizzato dall’Associazionismo Attivo del Gargano composto da decine di associazioni dei vari paesi del promontorio.

Una sfida lanciata fin da questa prima uscita pubblica del movimento, caratterizzandosi con la scelta di un argomento complesso e difficile, vinta con la massiccia partecipazione che ha evidenziato una consapevolezza nuova, quella dell’appartenenza, dell’essere legati ad un comune destino. Qualcuno le considera prove generali di “Città Gargano”, augurandosi che sia davvero iniziata la svolta per le comunità del promontorio, da sempre distanti, imbrigliate nei campanilismi e negli egoismi di ruolo. Qui di seguito, suddiviso in cinque parti, la sintesi del convegno svoltosi a Sannicandro Garganico.

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I giovani dell’associazionismo a Monte S. Angelo e a San Nicandro Garganico

Vieste, 3 novembre 2009
Michele Eugenio Di Carlo

Una città, una storia: Monte S. Angelo

"Negli ultimi dieci anni, abbiamo vissuto e viviamo tuttora una situazione di relativa tranquillità. Tutto quello che stiamo vedendo nell’ultimo periodo sono cose che succedono dappertutto… Non esiste un’emergenza criminalità, sono cose che comunque succedono. E’ chiaro che se non succedono è meglio", queste le parole del Sindaco di Monte S. Angelo, all’indomani dell’ennesimo fatto di sangue, che gli sono valse le accuse di non essere consapevole del proprio ruolo istituzionale e di non essere all’altezza di guidare la comunità di fronte a problemi del genere. Accuse mosse dalle Associazioni del Patto per Monte S. Angelo: Arci Nuova Gestione, Legambiente, Obiettivo Gargano.
Una polemica sostenuta e avvalorata da Giuseppe Ciuffreda dell’IDV, attutita da Pasquale Renzulli e Antonio Rignanese del PD, i quali sostengono che bisogna essere uniti per contrastare il fenomeno della criminalità e dell’illegalità, mettendo da parte ogni strumentalizzazione politica con la piena collaborazione tra istituzioni, forze dell’ordine, associazioni, partiti politici.

Che si avviino pure le strade dei percorsi condivisi, dove sia realmente e razionalmente possibile aprire spiragli di democrazia e di partecipazione.
E’ ancora possibile a Monte Sant’Angelo? Se sì, vorrà dire che la politica e la società sono ancora sane.
Ma l’ eventuale insuccesso non costituisca la resa per quei pochi che nelle istituzioni, nella politica, nell’associazionismo, nella cultura, nelle forze dell’ordine, hanno finora costituito il vero e autentico baluardo a difesa della legalità, della giustizia, del buon governo.

Lasciata Monte S. Angelo alle sue decisioni, resta l’occasione per alcune riflessioni più generali sulla società in cui viviamo e sulla classe politica ed imprenditoriale che assume l’onere e l’onore di guidarla.

L’impressione, consigliata dai tanti fatti negativi che accadono e che si susseguono senza sosta in Capitanata e in Puglia, solo per non uscire da confini non più definibili nitidamente, è che il vero problema sia la debolezza della politica e delle istituzioni, quando si toccano i delicati e sensibili nodi irrisolti della cultura della legalità, della tutela dell’ambiente e del territorio, della difesa della salute pubblica e dei molteplici interessi diffusi ma poveri.
Problemi che configgendo con interessi e affari, in genere, le istituzioni delle nostre latitudini soffrono non solo a risolvere ma anche solo ad affrontare, intrise e sopraffatte dall’altro grande problema: la sempre più irrisolta “Questione morale” di una classe politica da tempo non più all’altezza di affrontare le sfide che possono generare un futuro migliore. Una classe politica che, sull’altare del consenso facile, ha ceduto anche rispetto alla richiesta di un semplice sistema di regole, indispensabile alla chiara esigenza di convivenza civile; in altre parole, una classe politica forte con i deboli e debole con i forti, che ha saldamente in mano le leve del potere e che, al fine di continuare a detenerlo, non si cura di come riottenerlo e con chi, rigenerando ad ogni occasione un sistema più debole e più fragile.
Il vero problema è che una stretta oligarchia composta da falsi politici, burocrati improvvisati, imprenditori senza etica gestisce gli interessi pubblici come fossero affari privati, cedendo la necessaria credibilità su una strada spesso lastricata di clientelismi, nepotismi, affarismi e favoritismi vari.
Certo, avviare il percorso della via condivisa per raggiungere obiettivi comuni è la strada maestra per raggiungere e consolidare quei difficili equilibri sociali e culturali di cui necessita una società moderna e progredita.
Ma non bisogna fingere di non sapere, o peggio dimenticare, che è proprio l’assenza di una convergenza comune su questi obiettivi, da parte della classe dirigente politica ed imprenditoriale italiana e locale, ad aver determinato gli squilibri sociali, economici e culturali di cui tanto si discute.

Un’altra città, un’altra storia: San Nicandro Garganico.
Il giorno dopo il fatto criminale di Monte S. Angelo, a San Nicandro Garganico, significativamente assenti le istituzioni del Gargano, Costantino Squeo ospitava e patrocinava il convegno “Le navi affondate al largo del Gargano. Quali risposte istituzionali a tutela della salute pubblica?”, organizzato da associazioni di tutto il Gargano costituite da tanti giovani, definiti da Squeo “talenti così forti e liberi”da far pensare al domani con meno angoscia e da far sperare che una nuova idea di cittadinanza e partecipazione abbia preso corpo e sostanza nei nostri territori. Giovani che, alcune ore dopo, hanno fatto esclamare al convinto relatore del convegno, l’Assessore regionale alla cittadinanza attiva Guglielmo Minervini,: “ Bella pagina, ieri a San Nicandro Garganico. La cittadinanza attiva rompe il velo del silenzio e osa la verità. Navi di veleni affondate nei nostri mari. Traffici illeciti di rifiuti tossici. La Puglia del crimine come terra di scarto. Ieri il coraggio del popolo ha vinto sulla paura del singolo.”

A Monte S. Angelo, come a San Nicandro Garganico, i giovani dell’associazionismo attivo, della cultura autentica, dell’informazione libera hanno deciso semplicemente di prendere la parola e affrontare le problematiche, quelle vere.
La politica e le istituzioni si facciano coraggio, non hanno scelta: con i giovani “talenti” o senza (contro) di loro.
A Monte S. Angelo, come a San Nicandro Garganico, i giovani hanno detto che non è più il tempo di tacere, perché è il tempo di dare senso alle parole e valore alla vita.
I giovani delle associazioni del Gargano hanno “donato una goccia di spendore in un deserto abitato dalle tenebre”.
Semplicemente, grazie.

La grotta stregata dall’ oro del brigante

Nel Gargano il bottino di Jalarde rimane inviolato ma torna alla luce un tesoro di resti preistorici La serie «Amori e misteri» si conclude nelle profondità della Puglia, nella grotta Paglicci a Rignano Garganico dove nell’ Ottocento il brigante Briele Jalarde avrebbe nascosto il suo bottino. Un tesoro cercato per decenni anche con l’ esplosivo, sfidando le leggende sulle presenze demoniache. Ma quella caverna custodiva un altro tesoro, riportato alla luce dalle campagne di scavo degli archeologi: utensili, armi di pietra, incisioni e affreschi risalenti a ventimila anni fa. Per decenni un uomo lo ha cercato, anche con la dinamite

 

RIGNANO GARGANICO (Foggia) – Aveva la faccia scura come quella di un carbonaio, lo sguardo torvo e un’ idea fissa: il tesoro nascosto nella grotta. E per trovarlo aveva una mappa che indicava il luogo dove un brigante dell’ Ottocento aveva sepolto un baule pieno d’ oro. Gliela aveva data un compagno di cella mentre si trovava in galera e quando per lui era arrivata la fine della pena, l’ altro – che non sarebbe mai tornato libero – decise di rivelargli quel segreto che valeva davvero un tesoro. Dovevano essere gli anni Trenta del secolo scorso quando Leonardo Esposito uscì dal carcere con in tasca quel pezzo di carta e un pensiero solo: andare a Rignano Garganico, cercare la Grotta di Jalarde (Grotta Paglicci), trovare il punto preciso e scavare. A otto metri di profondità – gli aveva detto l’ ergastolano – c’ era il tesoro del brigante Briele Jalarde (Gabriele Galardi), che negli ultimi decenni dell’ Ottocento aveva scorazzato rapinando e uccidendo fino ad ammucchiare una vera ricchezza. Che nascose in quella grotta, dove andava a rifugiarsi con la sua banda. Poi erano arrivati i Piemontesi e come tanti briganti meridionali anche Jalarde era finito in galera. Anno dopo anno i sogni di libertà e di tesori da recuperare erano svaniti nel nulla e così il brigante decise di confidare il suo segreto a qualcun altro che anni dopo, sempre in galera, lo regalò a Esposito. Appena libero Esposito s’ arrampicò sui gradoni calcarei del Gargano sentendosi già ricco come un re. Nella sua mente brillavano monete, collane, calici, anelli, bracciali; tutti d’ oro naturalmente. Ma le cose si rivelarono più complicate del previsto. Scavò nel punto indicato dalla mappa, poi un po’ più in là, un po’ più a fondo. Niente. Riprese a scavare, sbriciolò a mazzate macigni da far paura, spostò mucchi di terra alti come montagne, scavò gallerie come una talpa. Niente. Per settimane e mesi, finché estati e inverni cominciarono a rincorrersi anno dopo anno. Niente. Esposito capì che a forza di braccia non ce l’ avrebbe mai fatta. Così ricorse alla dinamite e cercò di sbriciolare quella montagna di pietra con botti che facevano tremare mezzo Gargano. In quegli anni fu tutto un andare e venire da Sannicandro, dove abitava con la famiglia, per accumulare picconi, micce, polvere da sparo, corde, candele, dinamite, torce e mazze. Passavano gli anni e Esposito era sempre lì a frugare sottoterra, mentre pastori e contadini ridacchiavano di quell’ uomo nero come un diavolo che cercava un tesoro che forse non c’ era nemmeno. Ma altri dicevano che aveva trovato un Crocefisso, che nessuno aveva mai visto, ma era grande così e tutto d’ oro. «Nel 1960, quando arrivai alla Grotta Paglicci col collega Franco Mezzena – racconta Arturo Palma di Cesnola, archeologo dell’ università di Siena e specialista di preistoria – trovammo Esposito al lavoro. Ci disse che cercava asparagi, anche se dappertutto si vedevano i danni dei suoi scavi. Un anno dopo il professor Francesco Zorzi, direttore del museo di storia naturale di Verona, cominciò le ricerche all’ interno della grotta incontrando strati molto ricchi di materiale preistorico. Ma nessun tesoro». Era l’ inizio di una grande scoperta che in quasi mezzo secolo di ricerche ha fatto di Grotta Paglicci uno dei «santuari» della preistoria italiana. «I guai con Esposito cominciarono subito – continua Palma di Cesnola -. Lui era convinto che noi cercassimo il suo tesoro e per questo, appena possibile, distruggeva le nostre trincee di scavo. Non c’ era modo di fermarlo e allora Zorzi lo assunse come scavatore in modo che vedesse coi proprio occhi che noi cercavamo schegge di pietra, frammenti d’ ossa e non il tesoro del brigante. Ma l’ espediente non servì. Appena noi ce ne andavamo, lui riprendeva a scavare in proprio. Quando nel 1971 io assunsi la direzione degli scavi e i lavori ripresero, cominciò un braccio di ferro estenuante – ricorda Palma di Cesnola -. Esposito doveva avere più di sessant’ anni, ma era instancabile: lui distruggeva le nostre sezioni di scavo, io riempivo i cunicoli che lui scavava. Una lotta senza fine. Finché un giorno venne a farmi una proposta: "Tu hai i soldi e gli operai, io ho la mappa. Mettiamoci d’ accordo e facciamo a metà dal tesoro". Il mio rifiuto non lo scoraggiò affatto. Anzi, con tre compari fissati come lui, scavò un pozzo profondo otto metri e con la dinamite fece crollare il tetto della grotta. Era il 1972 e ricordo quell’ anno come quello di un disastro». A quel punto l’ archeologo chiese l’ intervento dei carabinieri che in un paio di occasioni misero Esposito in galera per «impiego non autorizzato di esplosivi». A ogni amnistia, però, usciva di galera e ricominciava. Ma con sempre meno lena perché a forza di comprare esplosivi e non fare altro che cercare il tesoro, aveva dovuto vendere un po’ di terra che aveva e s’ era ridotto sul lastrico. Oggi a Rignano qualcuno è pronto a giurare che il tesoro è ancora lì. E molti l’ hanno anche cercato. Un anziano signore ricorda qualcosa. «Sono passati più di cinquant’ anni – dice cercando tra i ricordi con qualche prudenza -. Tre compari di Rignano fecero venire un tale da Bari con un librone dove c’ era scritto il modo di far parlare i diavoli. L’ uomo disse che dovevano trovarsi davanti alla grotta portandoci anche una ragazzina "innocente". Per questo uno dei tre si presentò con una figliola, poco più che una bambina. L’ uomo la ipnotizzò e sparse nella grotta tanti foglietti numerati. A quel punto l’ "innocente" disse che vedeva una cassa piena d’ oro sotterrata proprio vicino al foglietto col 70. I tre compari e il mago entrarono nella grotta – prosegue il mio informatore – e accesero delle candele per mettersi a scavare, ma sentirono un lamento profondo e un soffio d’ aria spense i lumi. Tutti scapparono. Il mago si arrabbiò molto e disse che qualcuno di loro non aveva seguito le raccomandazioni che lui aveva fatto. Infatti si scoprì che uno dei tre paesani aveva all’ interno della coppola un’ immaginetta della Madonna col Bambino e questo aveva fatto arrabbiare il Maligno. Così il tesoro non venne trovato e il mago disse che per almeno una quindicina d’ anni sarebbe stato inutile riprovare». Carmine, un uomo che nelle vicinanze della grotta di Jalarde c’ è nato e ancora ci vive, ha qualcos’ altro da raccontare. «Il vecchio custode della Madre di Cristo – dice indicandomi una chiesina su uno sperone roccioso assediato dagli ulivi – mi disse che alla Grotta di Jalarde ci si arrivava anche passando dalla Grotta Nera, un buco nascosto tra pietre e cespugli vicino alla chiesa. Ma una volta ho visto strane cose laggiù ed è meglio stare alla larga». Insisto, anche se non serve, e Carmine continua a raccontare. «Successe una notte di una decina d’ anni fa. I cani si misero ad abbaiare e non smettevano più, mi guardai attorno e vidi una luce laggiù, vicino alla chiesa. Decisi di andare a vedere e mentre mi avvicinavo piano piano, sentii delle voci, come una cantilena. Mi affacciai da un muro e guardai nel cortile: c’ erano delle persone incappucciate che stavano in cerchio attorno a un fuoco e cantavano, pregavano. Ebbi paura e scappai. Chissà, forse facevano qualche rito per trovare il tesoro». Più difficile trovare notizie del brigante Jalarde perché solo i più vecchi possono raccontare quello che sentivano dire dai loro nonni e così, a forza di passaparola, i racconti arrivano come favole sbiadite. La signora Raffaela, ormai vicina all’ ottantina, ne racconta una proprio bella. «Quand’ era bambino, mio nonno abitava accanto alla
casa della moglie di Jalarde. Spesso la donna preparava un fagotto di vestiti puliti e li dava a mio nonno ragazzetto che senza farsi vedere da nessuno scendeva lungo i sentieri della montagna e li portava alla grotta dove il brigante e la sua banda si nascondevano coi loro cavalli. Un giorno, però, venne preso da uno dei briganti che non lo conosceva e che lo picchiò forte, dicendogli poi di non farsi più vedere da quelle parti. Proprio in quel momento arrivò Jalarde insieme ad altri briganti e visto quello che era successo, ordinò a uno dei suoi di sparare un colpo in testa all’ uomo che aveva picchiato mio nonno. Lo ammazzarono all’ istante – continua la signora Raffaela mettendosi le mani nei capelli – e mio nonno, spaventato, disse che non sarebbe più tornato a portare i vestiti puliti. Jalarde capì e per compensarlo di tutto quello che aveva fatto fino allora gli regalò un calice d’ oro che mio nonno portò a casa e suo padre nascose all’ interno di un muro. Io non so dove venne murato, ma in casa se ne parlava sempre. Poi sono passati tanti anni, i nonni sono morti, io sono diventata vecchia e la casa è stata venduta e rivenduta. La famiglia che ci vive ora non sa nulla di quel calice d’ oro, ma se dovessero trovarlo dovranno ridarcelo. Appartiene alla mia famiglia, ce lo regalò Jalarde, il brigante della grotta». Io alla Grotta Paglicci ci vado di giorno e accompagnato da due guide un po’ speciali, anche nei nomi: Paolo Gentile e Enzo Pazienza, fondatori delle due associazioni che per anni si sono combattute in nome della valorizzazione del patrimonio culturale di Paglicci. Ora hanno fatto fronte comune e inseguono lo stesso sogno: far conoscere la grotta e attirare visitatori. La strada per Paglicci è franata da mesi e così bisogna fare un giro largo con l’ auto, poi risalire a piedi il pendio sassoso tra gli ulivi e finalmente s’ arriva alla grotta. L’ ingresso è dietro grandi massi e cespugli fitti, una pesante porta di ferro sbarra l’ entrata. Nel pavimento dell’ atrio, accanto alla parete sinistra, si apre un pozzo quadrangolare profondo 13 metri. L’ hanno scavato gli archeologi in oltre quarant’ anni di ricerche ed è un vero pozzo del tempo. I primi strati di terreno, quelli a livello del pavimento, hanno restituito oggetti antichi di circa 11 mila anni, ma scendendo di strato in strato, di metro in metro, gli archeologi hanno trovato testimonianze di 20 mila anni, 50 mila, 100 mila, 250 mila anni fa, e sotto ci sono ancora livelli intatti che promettono storie ancora più antiche. Una sequenza stratigrafica imponente che racconta quando c’ erano altri uomini e altri climi, attraverso ossa di animali che non vivono più qui, utensili e armi di pietra, ossa incise con belle figure di animali, incisioni che fanno pensare a una forma di «scrittura» già oltre 15 mila anni fa. Ci sono anche due sepolture, una donna e un ragazzo, che raccontano riti funebri complessi e sepolture di corpi smembrati che evocano a rituali raccapriccianti. E, in fondo a tutto, nascosti nell’ ultima sala dove la luce non può arrivare, ci sono due cavallini rossi dipinti sulla parete e impronte di mani aperte che dicono «io sono stato qui», ventimila anni fa. Per tutto questo Paglicci è la vera grotta del tesoro ma, come quello del brigante, anche quello preistorico non si fa vedere perché in quasi mezzo secolo di ricerche nessuno è riuscito a fare in modo che il pubblico possa almeno affacciarsi in questo scrigno. Non per i sortilegi di Satana in questo caso, ma per quelli piccini piccini dei burocrati. vdomenici@corriere.it (5 – fine. Puntate precedenti: La ragazza dell’ harem, 3 agosto; Amore a fumetti, 11 agosto; La spada nella roccia, 15 agosto; Il paese delle streghe, 24 agosto). La mappa IL PAESE LA STRADA, IL LIBRO La Grotta Paglicci si trova a 8 chilometri da Rignano Garganico, 34 da Foggia. In paese, presso il Centro Studi Paglicci, è aperta una mostra con foto, oggetti originali e calchi. Informazioni: tel. 368/7505314, oppure Comitato Pro Grotta Paglicci: www.paglicci.com L’ unico libro divulgativo è «Paglicci», di A. Palma di Cesnola, distribuito gratis dalla Regione Puglia: 0882/832524

Domenici Viviano
(1 settembre 2003) – Corriere della Sera

Un convegno per capire,le navi affondate a largo del gargano ,video

Uscirne insieme, la sfida lanciata dall’AAG

Prove generali di "Città Gargano"

Foto di Michele Eugenio di Carlo – Gruppo degli organizzatori del convegno, rappresentanti delle tante Associazioni Attive del Garganico, a fine convegno all’esterno di Palazzo Fioritto

Uscirne insieme, colmando la distanza fra il territorio, la gente che lo abita e le istituzioni è la sfida lanciata dal convegno sulle “navi a perdere” organizzato dall’Associazionismo Attivo del Gargano composto da decine di associazioni dei vari paesi del promontorio.
Una sfida lanciata fin da questa prima uscita pubblica del movimento, caratterizzandosi con la scelta di un argomento complesso e difficile, vinta con la massiccia partecipazione che ha evidenziato una consapevolezza nuova, quella dell’appartenenza, dell’essere legati ad un comune destino. Qualcuno le considera prove generali di “città Gargano”, augurandosi che sia davvero iniziata la svolta per le comunità del promontorio, da sempre distanti, imbrigliate nei campanilismi e negli egoismi di ruolo. Il sasso di una società civile in fermento, intanto, è stato lanciato efficacemente, pur se le istituzioni non hanno ancora pienamente raccolto la sfida dell’unione che fa la forza in un territorio da sempre relegato ai margini delle strategie di sviluppo, se si considera l’assenza di tanti rappresentanti delle istituzioni che, nonostante invitati e sollecitati, non sono intervenuti.
A cominciare da quelli più vicini, Provincia e sindaci dei comuni garganici, dei quali (oltre a Squeo che ha fatto gli onori di casa), era presente solo il primo cittadino di San Marco in Lamis , Michelangelo Lombardi. La Regione ha assicurato, con l’assessore Gulglielmo Minervini, la sua vicinanza alle serie questioni sollevate nel convegno in materia di salute pubblica e di tutela ambientale con alcuni impegni che comunque dovranno trovare necessariamente sponde a livelli istituzionali ancora più ampi in termini di risorse finanziarie e di mezzi per il monitoraggio dei fondali e l’eventuale bonifica dai presunti rifiuti pericolosi. Nel silenzio dei ministeri interpellati e parlamentari italiani, invece, un’attenzione ritenuta significativa dagli organizzatori dell’incontro è arrivata invece dall’Europa con il messaggio del Presidente del Parlamento Europeo e l’interrogazione dell’eurodeputato pugliese del Pdl Sergio Silvestris che ha formulato un’apposita interrogazione scritta alla Commissione Europea per sollecitarne l’interessamento. Nell’interrogazione l’europarlamentare pugliese chiede che venga approfondita la questione delle navi affondate al largo del Gargano valutando anche l’opportunità di intraprendere iniziative efficaci per perseguire i responsabili e i complici degli eventuali affondamenti sospetti ed azioni dirette ad impedirne il ripetersi a salvaguardia dell’ambiente e della salute dei cittadini.
Anna Lucia Sticozzi

“LA PUGLIA È DEI GIOVANI” : concorso per i giovani studenti

Il Concorso dedicato al Turismo Scolastico e Giovanile
“LA PUGLIA È DEI GIOVANI”
 “Individuazione di percorsi mirati alla valorizzazione del turismo   scolastico e giovanile”.
Il Concorso si inserisce nel quadro delle attività legate al progetto interregionale denominato “VALORIZZAZIONE DEL TURISMO SCOLASTICO E GIOVANILE” presentato dalla Regione Toscana, capofila del progetto, con Puglia – Umbria – Liguria – Emilia Romagna – Lombardia – Sicilia finanziato con l’ultima legge quadro sul Turismo la L. n.135 del 29/02/2001.
Come si partecipa:
Per registrare la tua scuola clicca qui.
Se sei già registrato e vuoi sottomettere il tuo elaborato clicca qui.
Per conoscere l’iniziativa clicca qui.
Per scaricare il bando clicca qui.
Validità: Entro e non oltre il 30 novembre 2009.

In caso di problemi tecnici, si prega di scrivere a concorso@viaggiareinpuglia.it o di contattare uno dei seguenti numeri: 080 4670249 – 080 4670359

Conferenza di servizi, in mare ci sono anche ordigni dei conflitti bellici

Una conferenza di servizi per approfondire la conoscenza della situazione, lo storno di una quota di risorse destinato all’Osservatorio epidemiologico per un’indagine anche su questa zona (come per quella di Taranto in cui sono in corso accertamenti per verificare la presenza di diossina) e l’istituzione di un tavolo istituzionale per rimuovere i simboli del fenomeno degenerativo (la Eden V e la Panayiota), sono i primi impegni istituzionali sulla questione “navi a perdere” presi dall’assessore regionale alla trasparenza e cittadinanza attiva, Guglielmo Minervini.
Questi i primi risultati ottenuti dalle associazioni garganiche che si sono date appuntamento a San Nicandro per affrontare lo spinoso tema “Le navi affondate al largo del Gargano. Quali risposte istituzionali a tutela della salute pubblica?”.
Straordinaria la partecipazione, da tutti i paesi del Gargano e non solo (c’era anche un’associazione di sommozzatori di Corato), un momento definito “storico” per il forte segnale di unità e di condivisione, lanciato per la prima volta dalla gente del Gargano.
“Questo è il Gargano migliore – ha commentato il sindaco Squeo nel suo saluto iniziale – quello della passione della gente libera e dei giovani di questo territorio, l’altra faccia del Gargano e non è un caso che questa presenza così importante si registri il giorno dopo l’omicidio di Libergolis, in una terra in cui tutti insieme dobbiamo riappropriarci degli spazi pubblici”.
Una “lettura” condivisa anche da Minervini che ha individuato nella “voglia di verità” la cifra della partecipazione all’incontro “di una comunità che vuole rialzare la testa e guardare in faccia la propria realtà”.
Inquietanti le immagini delle navi incagliate da più di venti anni, i cui rottami sono ancora lì, a Lesina (Eden V) e a Pianosa (Panayiota) e le notizie riferite da Gianni Lannes (con citazioni di fatti, persone, atti ufficiali con ricostruzione di rotte, cambi di nomi, carichi ed armatori) su quelle autoaffondate insieme a container sospetti al largo del Gargano, per i quali richiede un monitoraggio scientifico dei fondali con mezzi e competenze di cui solo lo Stato può disporre.
“Un tema complesso e delicato – ha argomentato l’assessore regionale -, una matassa in cui si aggrovigliano una serie di fili, alcuni dei quali provengono da un passato molto remoto (il basso Adriatico è stato utilizzato come discarica di ordigni bellici della seconda guerra mondiale) ed altri molto più recenti (traffici illeciti internazionali, eventi bellici più recenti). Ma l’idea che qui si possano scaricare rifiuti – ha proseguito Minervini – è strettamente collegata a quella dell’illegalità che viene spesso associata al Mezzogiorno, considerato come “riserva di scarto” (lo dimostrano anche i casi Enichem ed Ilva). Occorre rovesciare questo destino. Quel tipo di traffico avviene quando si crea una frattura tra il territorio e la comunità e probabilmente anche le istituzioni stanno in questa cultura ed hanno preferito girare la testa dall’altra parte. Ne usciremo solo quando ci renderemo conto che la salvaguardia del territorio è l’unica strada per il futuro.”
Una sfida non da poco, considerando l’assenza dei tanti altri rappresentanti delle istituzioni che, nonostante fossero stati invitati e sollecitati non sono intervenuti, a cominciare da quelli più vicini, i sindaci dei comuni garganici, dei quali (oltre a Squeo che ha fatto gli onori di casa), era presente solo il primo cittadino di San Marco, Michelangelo Lombardi. Un’attenzione significativa, invece, è arrivata dall’Europa con un messaggio del Presidente del Parlamento Europeo e l’interrogazione dell’eurodeputato pugliese del Pdl Sergio Silvestris che ha formulato un’apposita interrogazione scritta alla Commissione Europea per sollecitarne l’interessamento e valutare l’opportunità di intraprendere iniziative efficaci per perseguire i responsabili e i complici degli eventuali affondamenti sospetti ed azioni dirette ad impedirne il ripetersi a salvaguardia dell’ambiente e della salute dei cittadini.

Anna Lucia Sticozzi
tratto da "La Gazzetta del Mezzogiorno" ed. "La Gazzetta di Capitanata" del 30-10-09

foto Mario Gioiosa

“Una goccia di splendore” di Costantino Squeo

Bella pagina, ieri a Sannicandro Garganico. La cittadinanza attiva rompe il velo del silenzio e osa la verità. Navi di veleni affondate nei nostri mari. Traffici illeciti di rifiuti tossici. La Puglia del crimine come terra di scarto. Ieri il coraggio del popolo ha vinto sulla paura del singolo. Il giorno prima è stato ammazzato il boss Libergolis a Monte S. Angelo. Due simboli, uno di violenza, l’altro di futuro.

Guglielmo Minervini


Il Sindaco di San Nicandro Garganico Costantino Squeo in merito a "Un convegno per capire"
Foto di Teresa Maria Rauzino

Ci sono luoghi ed appuntamenti che possono segnare una svolta. Dare un senso anche al lavoro che si compie quotidianamente. Alludo al convegno sulle navi affondate, patrocinato dal Comune di San Nicandro, voluto dall’Associazionismo Attivo del Gargano. Sia Gianni Lannes che Guglielmo Minervini, relatori del convegno, hanno detto cose importanti.

Pensare che il nostro territorio abbia talenti così forti e liberi lascia pensare al domani con meno angoscia del presente. Nessuna palingenesi dietro l’angolo, ma la consapevolezza che una nuova idea di cittadinanza e di partecipazione prenda sostanza e fiato nei nostri territori. Non è stato irrilevante il tema: se ne è discusso in modo forte, dando il giusto rilievo alle legittime preoccupazioni di quanti hanno posto anche un problema di “tenuta” della problematica rispetto alle criticità – anche economiche – del contesto.

E’ stato decisivo, a mio avviso, il rilievo simbolico. Il convegno si è tenuto il giorno dopo l’omicidio di Ciccio Libergolis. Il procuratore di Bari, Laudati, non ha avuto problemi a leggere l’omicidio come un “attacco frontale alle Istituzioni”. In questo contesto un gruppo di giovani ha deciso di prendere la parola ed affrontare una delle problematiche più difficili, discusse e discutibili, in un luogo pubblico, dando parola alle ansie, ma anche alle risposte delle istituzioni. Questa è la democrazia, questo è il vero antidoto al degrado democratico del nostro territorio.

Più di uno ha inteso ringraziare l’Ente per la disponibilità. Non è così. Siamo noi a ringraziarvi. Anche per aver donato una goccia di splendore in un deserto abitato spesso da tenebre. Quelle dell’ignoranza e della stupidità sono le più refrattarie ad ogni forma di splendore.
Un abbraccio
Costantino

Siamo tutti montanari per combattere le faide del Gargano

"Adesso basta, il Sindaco si dimetta"
CHIEDIAMO LE DIMISSIONI DEL SINDACO DI MONTE SANT’ANGELO, ANDREA CILIBERTI, PER LE SUE AFFERMAZIONI DOPO L’OMICIDIO DI FRANCESCO LI BERGOLIS

Sbigottiti per quanto sta avvenendo nella nostra città, coinvolta, con l’omicidio Libergolis, in un’altra tappa dell’odissea mafiosa che terrorizza, ammutolisce e sconvolge questa parte del Gargano tra Monte Sant’Angelo, Manfredonia e Mattinata, ci chiediamo come mai non si riesca ad arginare un fenomeno sociale come quello mafioso. Leggiamo i giornali di oggi e troviamo le dichiarazioni del Procuratore antimafia per il distretto Bari-Foggia Antonio Laudati che interpreta gli omicidi di Franco Romito e Ciccillo Li Bergolis come "chiara una sfida alle istituzioni", intendendo, con una affermazione così forte e inequivocabile che le istituzioni devono dare una decisa risposta. E Laudati traccia un profilo convincente di questa risposta con l’annunzio dell’arrivo di un pool di magistrati. E allora cominciamo a scorrere le dichiarazioni delle altre istituzioni che dovrebbero cominciare a dare risposte decise. E saltiamo sulla sedia. Francamente abbiamo letto e riletto più volte le dichiarazioni che il Sindaco di Monte Sant’Angelo ha rilasciato sia alla Gazzetta del Mezzogiorno che al quotidiano l’Attacco, e abbiamo ascoltato e riascoltato più volte la video intervista rilasciata alla webTv dandrea_ciliberti_sindaco. jpgel sito di informazione http://www.ildiariomontanaro.it: increduli e sbigottiti.

Leggiamo e ascoltiamo: "Negli ultimi dieci anni, abbiamo vissuto e viviamo tutt’ora una situazione di relativa tranquillità. Tutto quello che stiamo vedendo nell’ultimo periodo sono cose che succedono dappertutto. Certo l’episodio di ieri è grave, ma non lo so se questo può essere legato alla faida garganica". "Non esiste un’emergenza criminalità, sono cose che comunque succedono. E’ chiaro che se non succedono è meglio". "E’ chiaro che quando ci sono questi tipi di episodi, la gente si preoccupi. Ma la gente si preoccupa anche quando c’è uno scippo … noi viviamo in una città tranquilla, dove sono presenti piccoli problemi legati alla microcriminalità. Monte Sant’Angelo non vive nel terrore".

Al procuratore Laudati e alle forze dell’ordine impegnate nel contrasto alla criminalità diciamo che la società civile di Monte Sant’Angelo è dalla vostra parte. Al Sindaco di Monte Sant’Angelo, senza rimembrare la trentennale storia della faida garganica, vogliamo ricordare che nell’ultimo anno, sotto il suo mandato, nel territorio comunale ci sono stati 3 degli otto omicidi imputabili alla recente recrudescenza dei delitti mafiosi in corso nel nostro territorio, che Alessandro Ciavarrella, 17 anni, dall’11 gennaio di quest’anno non ritorna a casa, che i commercianti sono vessati da un intensificarsi dei fenomeni estorsivi e che nell’ultimo mese è scoppiata l’emergenza rapine e furti ai danni degli operatori commerciali della città. Poi ci ricordiamo che il sindaco di Monte Sant’Angelo probabilmente sottovalutò, questa estate durante FestambienteSud, la manifestazione nazionale "Io non sono mafioso", coorganizzata da un ampio cartello di soggetti, conclusa dall’intervento don Luigi Ciotti e ci chiediamo se il Sindaco si renda conto di quello che dice, se sia consapevole del suo ruolo istituzionale e, infine, se sia all’altezza di guidare una comunità con i problemi che Monte Sant’Angelo sta vivendo.

Chiediamo pertanto le dimissioni immediate del Sindaco di Monte Sant’Angelo per manifesta inadeguatezza istituzionale.

Le associazioni Legambiente circolo FestambienteSud, Arci Nuova gestione, Obiettivo Gargano

Il Gargano ricorda i suoi defunti illustri

BenvenutiSi sta avvicinando la commemorazione dei defunti. Ogni anno questa giornata diventa occasione per rendere ancora più vivo il ricordo di chi ci ha lasciato. C’è chi è andato via lasciando un vuoto incolmabile e chi ha lasciato una traccia indelebile sul nostro territorio.
 
Figure notevoli di intellettuali e studiosi che operarono nel Gargano nella seconda metà del XVIII secolo, che fu caratterizzato da
un notevole risveglio culturale che portò alla fondazione di un cenacolo di intellettuali: ”l’Accademia degli Eccitati”.
 
Vico del Gargano, un centro minore del Regno Borbonico, si aprì agli stimoli provenienti da Napoli e da più lontane realtà culturali. Qui gli illuministi si riunirono nell’
Accademia degli Eccitati Viciensi, fondata il 3 maggio 1759 nella Chiesa di S. Maria del Rifugio (oggi detta del Purgatorio). E’ l’unico sodalizio illuminista di Capitanata di cui oggi si abbiano fonti documentarie.
 
Da ricordare, quindi, personaggi come:
Pietro De Finis, Michelangelo Manicone, Antonio Maselli, Giuseppe Del Viscio e tanti altri che direttamente o indirettamente, avvalendosi di un amore esimio per il Gargano, ognuno a suo modo, contribuirono al fine che esso potesse migliorare e crescere.
 
Il nostro pensiero va anche
a tutti coloro che con il Gargano nel cuore si sono battuti affinché la cultura potesse accrescere anche nel nostro territorio, come: Rocco Draicchio (ideatore del Carpino Folk Festival), Giuseppe Cassieri (scrittore e commediografo), Carlo Nobile (politico lungimirante) Matteo Salvatore (compositore e cantastorie), Enrico Mattei (Presidente Eni), Andrea Sacco e Antonio Maccarone (cantori di musica popolare), Andrea Pazienza (fumettista), Pasquale Soccio (scrittore e studioso), Giuseppe Ungaretti

Il nostro invito è rivolto a tutti i garganici affinchè in questa prossima ricorrenza abbiano un pensiero speciale per loro, per chi come (poeta). Persone illustri non sempre nati in questo angolo di paradiso ma che ci hanno lasciato testimonianze del loro attaccamento a questa terra. Filippo Fiorentino ha sempre pensato che il nostro sia “Un promontorio verdeggiante da scolpire…da vivere”.

articolo a cura di Maria Cilenti

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