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Questa categoria contiene 180 articoli

Elezioni Amministrative 2017, Comune CARPINO

Le elezioni amministrative in Italia del 2017 si sono tenute domenica 11 giugno. A seguire i risultati del Comune di CARPINO

Elettori: M= 2253 F= 2191 TOT. 4444
Votanti: M= 1426 F= 1413 TOT. 2839
63,88%
Schede bianche: 14
Schede nulle: 39
Totale voti contestati e non attribuiti: 5

DI BRINA ROCCO Eletto sindaco con 1.468 voti

Riappacificate il paese. Facciamo tesoro delle migliori pratiche di realtà alla pari della nostra dove gli schieramenti lavorano sempre nell’interesse del proprio paese e del proprio territorio, mettiamo da parte la logica delle simpatie e delle antipatie, ascoltate chi vi critica e chi vi propone o suggerisce soluzioni diverse. Se posso dare un suggerimento è quello della raccolta differenziata, della sicurezza dei nostri cittadini e dei progetti per i ragazzi per tenerli continuamente impegnati. Il coinvolgimento, quindi, dell’opposizione. Mi permetto infine di segnalare ai miei compaesani che Carpino, grazie ad un fermento culturale latente, ha una dimensione che va ben oltre il proprio territorio di riferimento e questo dovrebbe sempre essere tenuto in considerazione quando si progettano e programmano politiche o semplici interventi anche quelli strettamente legati a dinamiche di rivendicazione identitaria e di valorizzazione delle risorse locali. Vedete i vostri progetti in un contesto ampio, in un area vasta quantomeno quanto il Gargano.
A tutti, veramente, un futuro contraddistinto da un positiva e straordinaria vitalità!
Antonio BASILE

Gargano: al di là del proprio spirito d’avventura e di scoperta

Il miracolo del Gargano
EPOCA di Alfonso Gatto e di Paul M. Pietzsch, 23.12.1950A San Severo il mare non si sente, è lontano, una continuazione della pianura, senza stacco e senza rumore. Eppure, salendo da Foggia, per la strada tracciata ancor più nella sua solitudine e nella sua dirittura dalla luce agra di quel giorno senza sole, il Gargano già appariva azzurro, freddo, di un’altezza intensa. «Un’altezza intensa», proprio ci dicevamo per significare che il Gargano soltanto montagna non era, e cielo nemmeno, e mare non più, ma l’idea di un mondo, un’isola forse. Poi, dopo Apricena, sulla strada di Lesina, quasi per contrasto, sentimmo che la strada si assottigliava, ed eravamo noi a passare quella soglia sensibile che la pianura porgeva già alla montagna. Dietro l’automobile lasciavamo la polvere, una piccola diligenza a un cavallo e poi il silenzio, quel silenzio che precede e quasi annunzia la pioggia.
Cominciò a piovere. Una dolcissima pioggia d’estate, quale solo la laguna può attendere. Lesina è un paese di piccole case, d’una fontana sotto la pioggia e tanti ombrelli d’uomini e donne che fanno la fila sotto l’acqua per attingere acqua. Lesina è una spiaggia fredda e ventilata di barche nere, d’uomini controluce e la distesa rabbrividita del lago salato s’appiglia ai bastoncelli di canne prima di finire insabbiata dall’orlo della sua sponda silente. Le case erano bianche e l’una nell’altra bisognose dell’unto della vita per non dirsi soltanto calcinate dalla disinfestazione: i panni di colore stesi ad asciugare e trasparenti di pioggia, per quei forti celesti, per quei rosa da sorbetto, davano in piena afa un brusco senso di freddo. Avevano acceso un fuoco di legna sotto la caldaia del bucato e i bambini, come sempre, s’affaccendavano interno, davanti a gridi e a salti il loro saluto al crepuscolo. Eravamo nel Gargano, dovevamo dircelo, ove è raro si giunga per rimanerci o in cerca di fortuna, sibbene per piccoli commerci o per incetta di legna e di pesce. Gli stessi pugliesi che arrivano a Manfredonia e si spingono in pellegrinaggio sino a Monte S. Angelo o a San Giovanni Rotondo credono di essere andati al di là del proprio spirito d’avventura e di scoperta: i militari e gli inquisitori della finanza o della polizia, sempre a mezzo fra il fastidio da dare o da ricevere, ne sanno di più, ma per Rodi, per Peschici o per Vieste, che hanno nomi di frutta e di fiori, non benediranno mai il giorno che li ha portati a vivere laggiù. Lasciamo ormai Lesina e dall’alto, tra le brume del primo crepuscolo, rivedevamo la laguna con gli esili banchi di terra prima del mare, col suo crespo d’argento. S’apriva allo sguardo già l’altra conca di Varano, impressionata di silenzio come un quadro di Cézanne e noi entravamo in un paesaggio forte che non aveva altro aiuto che la propria fermezza nello spazio. Gli abitanti lo spalleggiavano, sicuri tra loro d’esistere, d’occupare tutta la via per camminare al braccio in catena, come deportati o come coristi, quasi a rintuzzare sin dall’inizio ogni forma di nostalgia che potesse portarli ad altri orizzonti o ogni tentativo di compromesso verso il forestiero, così simile alla pietà. Erano « indigeni » veramente quegli uomini e quelle donne, quali raramente è dato di vedere. Nulla avevano da dare alla curiosità degli altri. La sera era fresca, le nuvole erano rimaste sulla laguna e dopo Cagnano la montagna si copriva di boschi, d’alberi, di giardini, sotto il cielo staccato dall’altro cielo che avevamo appena fuggito e messosi finalmente a far da cupola all’ « isola » del Gargano, ad avvicinarle le prime stelle e l’azzurro rigoglio della sua volta, ad accogliere i sospiri delle famiglie affacciate ai balconi di Rodi. Tutto era così fresco, più chiaro di un chiaro paese del Sud, caricato dalla nostalgia del vespero e sospeso alle blandizie della luminosa notte terrena.
Il giorno di lavoro, per tanti segni del ritorno, d’uomini avviati finalmente a casa o già seduti in manica di camicia sul parapetto della piazza, era finito, ma la luce durava e lungo la spiaggia di San Menaio, tra la pineta e il mare, affacciate alle piccole case tra gli alberi, le famiglie rispondevano ai ragazzi già sulla strada con un piede sulla bicicletta. L’unico binario che corre a Nord il Gargano da San Severo a Peschici, comparendo e scomparendo dai tunnel, ora, dopo Rodi, correva parallelo alla strada e al mare celeste, alla spiaggia intatta. Dell’unico albergo color mattone non restavano che le grandi lettere dell’antica insegna: anche a non leggere la nuova targa, si capiva che lì c’era una colonia e che i bambini avevano preso d’assalto la villa una volta aperta ai forestieri che non sono mai venuti. Eppure, pensavamo, dove trovare un’aria così benigna, un cielo così propizio? Ma in quel paradiso non si poteva dormire, in quella notte accogliente non c’era un letto. Ci indicarono una pensione nascosta tra i pini, ma, giunti che fummo a un piccolo belvedere, non trovammo che una casetta quasi chiusa e una donna bellissima che agucchiava sotto una pergola. Rispose e non rispose alla nostra domanda, non alzò mai gli occhi, già ai primi di luglio ci diceva che « non era ancora la stagione ». Evidentemente, per inaugurare così tardi l’estate, quella Venere pigra non si aspettava altri forestieri che dei dintorni. In cuor suo forse n’era contenta. Nel paese dei miracoli gli abitanti si tengono stretti alla consegna del calendario, temono i sogni e i presentimenti più del diavolo. Quella donna bellissima col suo sorriso indefinito, in quella sera che colmava il cuore di freschezza e di confidenza, rimaneva impassibile. La sua bellezza le bastava. Ingrandiva quasi al nostro sguardo ed era forse il simbolo stesso del Gargano, più remoto e più vergine di un’isola del Pacifico, inattaccabile dalla curiosità e dalla frenesia degli scopritori, inospite e alto come un luogo stesso del cielo. Bianco e azzurro, del colore di seta che veste le vergini, quell’isola di miracolo è ancora l’idea di un mondo. La sua implacabile luce, gli abitanti anneriti contro i lenzuoli sventolanti delle proprie case a specchio del mare, le montagne deserte e le strade sassose, ripide e attorte per raggiungere santuari e profeti, lasciano il senso d’una leggerezza ultima in cui brucia anche il cielo. Resta un’attesa eterna in cui s’odono i passi di Dio che cammina a piedi, fermandosi qualche volta per bere, come tutti gli uomini alla fontana della sua sete.

L’ultima ninna nanna del Gargano

tmp_1351-fb_img_1483892100227961581452Antonio Piccininno, il più longevo dei Cantori di Carpino che hanno portanto nel mondo le tarantelle di questa terra, è morto il 9 dicembre. Si è spento dopo aver intonato i versi che nessuno, orfano a due anni, gli aveva mai intonato. Nè qualcuno lo farà ora. perche la bara è stata rubata

la Lettura 8 Jan 2017

CARLO VULPIO

«Per ritornare a Monte/ Lucia saliva piano/ Di fronte tramontava/ Il sole del Gargano». Lucia, nella sua «salita» a Monte Sant’Angelo, incontra la Luna. Lei pensa a una fattura, a una magia, e invece è proprio la Luna che le parla e le dice che lei, Lucia, ha tre ricchezze rare, che «Non hanno a che fare/ Coi soldi o col potere». La prima ricchezza, dice la Luna, è il nome di Lucia. La seconda è la bellezza. E la terza? La Luna non dice qual è, ma, prima di sparire, la descrive così: «È una ricchezza/ Che viene da lontano/ E fa da sempre ricca/ La terra del Gargano».
Questi sono i versi di uno dei sonetti più belli della tradizione popolare del Gargano, che Eugenio Bennato ha trasformato in una canzone altrettanto bella e toccante, Lucia e la Luna. Un sonetto e una canzone che con le altre centinaia della tradizione popolare garganica sono state riscoperte negli ultimi trent’anni e apprezzate ovunque. Grazie a un artista come Eugenio Bennato — ma vanno ricordati anche Teresa De Sio e Vinicio Capossela —, che fin dal primo momento ha creduto nella potenza musicale e poetica di questi sonetti. Grazie a un musicologo come Roberto De Simone, che ha rintracciato le origini nobili delle strutture armoniche delle tarantelle garganiche nelle composizioni del Seicento napoletano e di Gaetano Greco, maestro di Giovanni Battista Pergolesi. E grazie all’antropologo Ernesto De Martino e agli etnomusicologi Diego Carpitella e Alan Lomax, c h e c o n l e l o r o a c c u r a t i s s i me ricerche hanno letteralmente disseppellito ciò che sembrava condannato a essere dimenticato. Ma soprattutto grazie a un giovane percussionista di Carpino, Rocco Draicchio, che ideò il Carpino Folk Festival (giunto alla ventunesima edizione) poco prima di morire in un incidente stradale, a Nicola Gentile e Pasquale Di Viesti, che ne hanno raccolto l’eredità, e ai tre «vecchi terribili» Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno, i Cantori di Carpino, che, ottuagenari, negli ultimi vent’anni hanno can- tato questi sonetti sui palchi e nei teatri di tutto il mondo. E hanno conquistato ogni tipo di pubblico con la Viestesana, la Rodianella e la Montanara, le tarantelle di Vieste, di Rodi Garganico e di Monte Sant’Angelo.
Il più longevo dei tre Cantori, Antonio Piccininno, avrebbe compiuto 101 anni il prossimo 18 febbraio e ha cantato fino al giorno prima di morire, quando nella casa di riposo di Rodi Garganico ha voluto eseguire per l’ultima volta la struggente Ninna nanna di Carpino. Una nenia molto simile a un lamento funebre che, diceva Piccininno, commuovendosi ogni volta che la intonava, «a me non ha mai cantato nessuno, perché a due anni avevo già perso entrambi i genitori». E che invece lui ha cantato a tutti e dappertutto, persino nel l a grot t a del l a Nati v i t à , a Betlemme. Perché lui, Zì Antonio, come lo chiamavano per una regola antica di rispetto tributato alle persone autorevoli, quella ninna nanna e quei sonetti li aveva nel sangue, proprio come dice la Luna a Lucia: «Il passo di chi danza/ La danza tarantata/ Tu ce l’hai nel sangue/ Sei nata già imparata».
Zì Antonio è proprio uno di quelli «nati già imparati». Ma non ha fatto in tempo a morire, il 9 dicembre scorso, che nove giorni dopo, di notte, la sua bara è stata rubata dal cimitero di Carpino. Mentre ancora la gente canticchiava i suoi sonetti, quelli che Zì Antonio aveva cominciato a cantare fin da bambino, quando governava le pecore sulle montagne della Fore- sta Umbra, e che ha continuato a eseguire per tutta la vita allo stesso modo, senza fare studi particolari. Anche perché sono canti in cui gli strumenti vengono accordati sulla voce del cantore. E sono potenti, coinvolgenti, sia quando celebrano l’amore, sia quando lanciano la sfida o la maledizione, o esprimono la rabbia e lo sdegno. Se non nascono «da dentro», non nascono, non possono nascere. Come spiegare altrimenti l’invocazione rivolta a Dio di un altro monumento della musica popolare garganica e italiana, Matteo Salvatore, che nel Lamento dei mendicanti dice: «Gesù Cristo mio falli murì» (i ricchi, ndr)? Bisognerà aspettare Jude Law-Pio XIII, The Young Pope di Paolo Sorrentino, per sentire qualcuno, nel caso della serie tv il Papa in persona, pregare per la morte di qualcun altro (una suora affarista). Mentre non potrebbe esserci più esplicito invito a non interferire con la vita altrui del semplice Gente, facitevi li cazza vostra, sempre di Matteo Salvatore. «La musica del Gargano — sostiene Eugenio Bennato — è molto più forte di quella del Salento. Lo dico rischiando l’impopolarità, ma rispetto per esempio alla progressione armonica di una Montanara o alla specialità di una Viestesana, la pizzica salentina è armonicamente più semplice, meno sofisticata».
La chitarra battente e le nacchere fanno cantare e danzare le donne e gli uomini, li fanno «dialogare» con parole, gesti e cenni d’intesa come mai sarebbe concesso nella vita quotidiana di comunità agropastorali in cui le regole, specialmente quelle che governano i rapporti tra i mondi maschile e femminile, non possono essere violate e dove è bene che tutti e ciascuno stiano al proprio posto. In questo senso, le storie che il Gargano rac- conta non sono dissimili da tante storie siciliane, o da quelle della Barbagia in Sardegna, dell’Aspromonte in Calabria, o delle Murge nella stessa Puglia. Così come il codice barbaricino non è molto diverso dal Kanun albanese, il codice consuetudinario centrato sulla Besa, la parola data, la parola d’onore, che se tradita può giustificare anche la vendetta di sangue. Ora, tra tutti i patti umani, il patto d’amore è quello più rivoluzionario, più sovversivo, quello per il quale si può osare di più anche in una società rigida, arcaica, e proprio per questa ragione è anche il patto che, se infranto, può con la massima probabilità trasformare l’amore in dolore, tragedia, lutto.
A Zì Antonio capitò nel 1947. Non aveva ancora trent’anni, e gli dissero che sua moglie lo tradiva con suo fratello maggiore. Lui affrontò il fratello e gli disse di andarsene via per sempre, di non farsi più vedere. Quello non lo prese sul serio e Zì Antonio gli sparò. Due anni di latitanza, poi il processo con il caso rubricato come delitto d’onore, la condanna a quattro anni di carcere, il ritorno alla libertà, la moglie perdonata. Ma soprattutto, l’approvazione della comunità e il rispetto della gente, quella che tutti i giorni incontri a ogni angolo del paese, oppure in quel bar, in piazza, che ha pure un nome beffardo, «La Legge». Dolci ninne nanne e pene d’amore, serenate e fatti di sangue, è la vita in tutti i suoi aspetti la linfa di cui si nutrono i canti e i cantori del Gargano. Zì Antonio, come Andrea Sacco e Antonio Maccarone, e come tutti gli altri, non poteva non metterci dentro anche i suoi dispiaceri e, forse, il suo pentimento. Però di quella vicenda, negli anni successivi, avrà parlato sì e no un paio di volte, mai in pubblico, solo con gli amici più intimi. I suoi sentimenti più profondi li affidava alle canzoni. E anche se erano tarantelle («La gente — diceva — vuole sentire l’allegria»), la sua faccia era sempre una faccia da ninna nanna, da «sonno ingannatore», quel sonno così simile alla morte che sempre permette al lupo di «magnarse la pecurella».

“TARANTELLA DEL GARGANO” del ‘600 in “Quanno nascette Ninno a Betlemme”

Come noto “Tarantella del Gargano” è la rielaborazione di Roberto De Simone di uno dei suoi “sonetti” carpinesi più famosi eseguito su ritmo della montanara da Andrea Sacco: “Accomë j’eia fa’ p’ama ’sta donnë”.

L’approccio di De Simone è quello della compenetrazione tra fonti diverse. Egli si avvale delle sue ricerche condotte sul campo o di quelle realizzate da altri, nel caso specifico di quelle realizzate da Roberto Leydi, confronta i canti raccolti con quelli documentati da fonti scritte (sicuramente Charles Camille Saint-Saëns, vedi https://t.co/LqdqyhQjn3) e poi li rielabora, con il gusto e la grande competenza compositiva che lo contraddistingue, secondo il modello stilistico della tradizione. Infine, terminato il lavoro, usa la finzione scenica della rappresentazione teatrale, nel caso della Tarantella del Gargano della Nuova Compagnia di Canto Popolare, per procedere alla divulgazione in modo che risulti più aderente possibile al contesto popolare originale.
Tra i musici impegnati che Roberto De Simone deve aver ascoltato e riutilizzato nelle sue rielaborazione vi deve essere sicuramente Cristoforo Caresana (1640 circa – Napoli, 1709) cosi come tutti gli altri compositori legati alle Pastorali che ha dovuto studiare per comporre La Cantata dei Pastori.
Fu a partire dal secolo XVII che in tutta l’area meridionale, dalla Puglia, alla Campania alle Calabrie, si diffuse un’ampia produzione musicale di canti natalizi ispirata appunto alla tradizione pastorale. Tali produzioni facevano espliciti riferimenti al ritmo delle tarantelle come rappresentazione dello spirito infernale che con la nascita di Gesù bambino viene sprofondato negli abissi.
Tutti questi canti e componimenti legati alle Pastorali, sono caratterizzati da un ritmo pacato e cullante che piano piano si trasforma in ninna nanna.
Anche nel Settecento ci fu una cospicua produzione delle cantate natalizie, con componimenti influenzati dal gusto del melodramma: la figura più rappresentativa di questo secolo fu Sant’Alfonso dè Liguori. Il Santo, pur in possesso di una grande cultura musicale, deve la sua notorietà al canto “Tu scendi dalle stelle” e “Quando nascette o ninno a Betlemme”. Quest’ultimo canto in realtà riprenderebbe sia il tema popolare della pastorale di Cristoforo Caresana composta nel ‘600 che le musiche di Cimarosa, cosi come ci informa Guglielmo Cottrau.
Secondo Roberta Catello, inoltre, la linea melodica di Tu scendi dalle stelle, e quindi della sua gemella Quando nascette o ninno a Betlemme, avrebbe caratterizzato ( o sarebbero stati caratterizzati da?) altri canti natalizi tra cui quelli «diffusisi nel Gargano definiti genericamente “a laudanne”».
Abbiamo cercato tali composizioni e i riscontri li abbiamo trovati in un’antica e scherzosa usanza carpinese, che, come ricorda Giuseppe Trombetta, si praticava soprattutto durante le festività natalizie, di lodare (“lavüdà”) qualcuno allo scopo di chiedergli un’offerta: in genere alimenti che poi erano consumati in baldoria tra amici. Spesso, dunque, un gruppo di buontemponi, dopo essere stato in cantina e alzato il gomito, si recava sotto la casa di un parente o di un conoscente e, nella più totale allegria, cominciava a cantare le lodi sulla melodia del notissimo “Tu scendi dalle stelle”. La prima strofa era d’indirizzo e variava a seconda del destinatario del canto.
Vënímö da mòndë Autìnö,
vënímö a llavüdà a Ccàrlö Travagghjínö.
E jjàvïzätï da lu llèttö, va ‘llu masciónë,
se no ng’è la ġallínä, cï sta lu capónë.
Se no g’è lu capónë, sta lu prösuttö.
Se no ng’è lu curtèddö, dàccëlu tùttö!
Quindi si tratterebbe sicuramente di canti di questua.
La dott.ssa Leonarda Crisetti Grimaldi scrive che secondo una signora di Carpino chiamata Carmela i laudanne venivano usati dalla sua famiglia nel periodo di Capodanno per portare la serenata. La signora Carmela, infatti, racconta che all’arrivo dei cantori, se il fidanzato era “accredendate” il padrone apriva la porta e li faceva entrare e sua suocera offriva da mangiare e da bere per dare inizio ai festeggiamenti.
Il canto che riporta la signora Carmela alla Crisetti Grimaldi è il seguente:
Menime a llaudà
A mMaria Francesca neinè
Menate la mane a llu mascjóne:
se ne ng’è la galline c’è lu cappóne,
se ne ng’è lu cappóne c’è lu prescjutte
se ne ng’è lu curtèlle acchiàppele tutte.
Riscontri importanti ritroviamo in Salvatore Villani che riporta una conversazione con Andrea Sacco che gli racconta che questi tipo di canto li eseguiva nel periodo di questua tra Santo Stefano e Carnevale compreso “quando andavo a lavëdànnë”.
Vënimë da montë Fërnonë
Vënimë a lavdà a ‘Ndonië Farfonë
Javzëtë dallu lettë va’ ‘llu mascionë
se non c’è la gallina c’è lu capponë
se non c’è lu capponë c’è lu prësuttë
se non c’è lu curtellë daccëllu tuttë
facitë prestë ‘chè lu tempë è pochë
che jamma jì cantà a n’atu lochë
vënimë da Patrumelë
facitë prestë che cë ‘ngennënë li pedë.
Significativo per la sua completezza è il canto che segue riportato a Villani da Antonio Piccininno.
E mò jè passatë Natalë
hammë fënutë li dënarë
vënimë a lavdà a questa portë
e javzëtë dallu lettë va’ allu mascionë
se non c’è la gallinë c’è lu capponë
se non c’è lu capponë c’è lu prësuttë
se non c’è lu curtellë datacillë tuttë
e nujë vënimë dallu Puntonë dëllu Vinëlë
vënimë a lavdà a Piccëninnë
e nujë vënimë da Patrumelë
e vujë facitë prestë cë fannë friddë li pedë
‘na grastë jë dë garofëlë e n’avtë jè dë ngiglië
venimë a lavdà a tuttë la famiglië
e nujë vënimë da Patrumelë
e vujë facitë prestë cë fannë friddë li pedë
cë fannë friddë li pedë…
E ma volë e Dijë e là
vë simë vënutë a lavdà
vë simë vënutë a lavdà
la gallinë c’avita dà
A Capëdannë cë l’hamma magnà.
Piccininno nel suo manoscritto annota: usanza antica / ci divertivamo tra amici a poi quello che ci davano per dietro le porte gli amici ce lo mangiavamo tutti uniti / una usanza antica di 50 anni fa prima della guerra.
Augurandoci che i balordi che hanno profanato la tomba di zi Antonio Piccininno si rinsaviscano e ci riconsegnino le sue spoglie, vi proponiamo l’ascolto di uno dei lavëdànnë carpinesi cantato con voce solista da Andrea Sacco, che suona la battente, ed è accompagnato dal coro composto da Antonio e Mike Maccarone, Nunzio Perfetto, Matteo Scanzuso e Carlo Trombetta ( Registrazione di Salvatore Villani, 1997 )
Associazione Culturale Carpino Folk Festival / AB
Biografia
1997, Canti e strumenti musicali tradizionali di Carpino / a cura di Salvatore Villani
2004, Bbèlla, te vu’ mbarà a fa l’amóre. Canti e storie di vita contadina / a cura di Leonarda Crisetti Grimaldi
2007, Il successo mondiale della tradizione del presepe, le grandi collezioni, i media e il nuovo collezionismo / a cura di Roberta Catello
2008, Antonio Piccininno. Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino Cd allegato al libro / a cura di Salvatore Villani
2012, I cantori e musici di Carpino. Le tarantelle del Gargano / Salvatore Villani
2013, Passatempi musicali: Guillaume Cottrau e la canzone napoletana di primo ‘800 / a cura di Pasquale Scialò, Francesca Seller
2015, Tírä che vénë Carpínö ‘ndö lu chiénö / a cura di Giuseppe Trombetta

Rubata la salma di ANTONIO PICCININNO

Non ci sono parole per commentare l’accaduto. Durante la notte è stato portato via il sarcofago con la salma di ANTONIO PICCININNO.

Profanata e rubata la bara contenente la salma del maestro Antonio Piccininno, scomparso il 9 dicembre scorso all’età di 100 anni, ultimo patriarca della musica popolare garganica. Durante la notte, persone non ancora identificate hanno scardinato la porta d’ingresso della tomba di famiglia dei Piccininno, divelto la lapide e portato via il sarcofago dell’artista. Sul caso indagano i carabinieri della locale stazione e della tenenza di Vico del Gargano, oltre ai reparti scientifici dell’Arma. I ladri-profanatori non hanno avuto difficoltà nel compiere il loro abominevole gesto: il camposanto è distante dal paese e il silenzio ha favorito il loro agire. Inutile ogni tentativo di recuperare la bara e la salma: tutti i controlli esperiti nell’area cimiteriale e nelle zone circostanti hanno dato esito negativo*.

Per la memoria, le nostre tradizioni e la nostra cultura, chiediamo a tutte le istituzioni, alle forze dell’ordine e a chiunque sappia qualcosa di risolvere questa situazione e di consentire ai suoi cari e a chiunque lo voglia di andare a trovare e portare un fiore sulla tomba del cantore di Carpino.

*tratto dal comunicato dei cantori di carpino

++ Ciao zï ‘Ndònïjö! GRAZIE per tutto

Il cantore più famoso delle Puglie ci ha lasciati oggi pomeriggio.

Foto: Pasquale D'apolito

Foto: Pasquale D’apolito

ANTONIO PICCININNO (18 febbraio 1916 – 9 dicembre 2016), patriarca centenario del canto alla carpinese. Figura filiforme, tratto asciutto e austero, occhi intensi di chi ha trascorso una vita dura. Ultimo dei grandi cantatori, padrone delle serenate, dei sonetti e degli stornelli, di espressioni sonore complesse, contraddistinte da off-beat, alternanze ritmiche, voci che vanno oltre il sistema temperato. La sua storia coincide con quella della ricerca etnomusicologica e delle diverse stagioni del folk revival nostrano*.

Ci sono uomini che posseggono i talenti per rappresentare, oltre se stessi, una intera epoca.
La prima esibizione conosciuta di Antonio Piccininno fuori dai contesti tradizionali risale all’8 aprile 1980 presso il Teatro San Ferdinando di Napoli.
Sempre presente sul palco del Carpino Folk Festival insieme ai Cantori di Carpino, Piccininno è oggetto di studi sulle tradizioni musicali italiane; Antonio in particolare viene interessato per la prima volta da tali studi nei primi anni 80 da Roberto Lèydi, considerato tra i fondatori dell’etnomusicologia scientifica in Italia, ed è portato alla ribalta nazionale dai cantautori e musicisti Eugenio Bennato e Teresa De Sio.
Segue un breve elenco delle ricerche, dei documenti sonori e dei film in cui appare come protagonista.
Ricerche scientifiche
1980/tuttora, Salvatore Villani
1980/1987, Michele Giuseppe Gala
1984, Gabriele Leggieri, Giovanni Canistro
1987, Ettore De Carolis
1988, Roberto Leydi con Salvatore Villani (monografia)
2001/2009 Adriano Castigliego
2010/2011 Enrico Noviello e Pio Gravina

Documenti sonori rilevanti
1997, I cantatori e suonatori di Carpino / Salvatore Villani, NOTA/EDT
1997, Guitares “battente” du Gargano / Salvatore Villani, Nanterre (France), CD Al Sur
1997, La voce del Gargano
1999, Canti della memoria. Canti tradizionali del Gargano Francesco Nasuti, Centro Grafico Francescano
2000, Lezioni di tarantella / Eugenio Bennato, DVF
2000, La tarantella del Gargano / Giuseppe Michele Gala, Ethnica
2001, Tarantella del Gargano / Eugenio Bennato, DVF
2002, Ragnatele: Antologia di voci e suoni della Puglia / Antonello Lamanna
2004, Alla carpinese: il sonetto garganico nei canti popolari di Carpino / F.Nasuti, edizioni FN
2006, Stile, storia e musica alla carpinese / I Cantori di Carpino, Mea Sound
2007, Le tribù italiche. Puglia, EDT
2007, Canti, poeti, pupi e tarante / Valter Giuliano, Squilibri
2008, Antonio Piccininno. Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino Cd allegato al libro / Salvatore Villani, Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata
2011, Canti e suoni della tradizione di Carpino / E.Noviello-P.Gravina. Kurumuny
2012, I cantori e musici di Carpino. Le tarantelle del Gargano, Salvatore Villani, NOTA/EDT
2016, Chi sonä e càntä no nmore màji / I Cantori di Carpino, STUDIOUNO

Film da (co)protagonista:
1996, Foggia, non dirle mai addio, Luciano Emmer (con Eugenio Bennato)
2000, Chi ruba donne, Maurizio Sciarra (con Eugenio Bennato)
2005, Craj, Davide Marengo (con Teresa De Sio, Giovanni Lindo Ferretti)
2007, Les Chanteurs de Carpino, Thierry Gentet
2010, Buon giorno Zi Antò, Aldo di Russo (con Roberto De Simone)
2015, Le storie cantate. Viaggio tra i Cantastorie di Puglia, Trevisi-Morisco

Antonio Piccininno (Pecceninne), il cantore con le nacchere, era nato il 18 febbraio 1916 a Carpino, in provincia di Foggia.
All’età di due anni perse entrambi i genitori a causa dell’influenza spagnola e venne affidato ai nonni materni. A otto anni dovette contribuire al mantenimento della famiglia ed fù mandato a guardare le pecore. Nei boschi di quello che oggi è il Parco Nazionale del Gargano i pastori adulti gli tramandarono i canti popolari che lui ripetette ossessivamente guardando le pecore. Diventato adulto lasciò il mestiere del pastore e si dedicò alla coltura dei campi.
Pastore e, contadino, con le sue 100 primavere rappresenta una delle “personalità più interessanti, autentiche e complesse della tradizione musicale del Gargano. Cantatore eccellente, tra i più anziani del paese, porta con sé un bagaglio di conoscenze che lascia quale eredità culturale alle nuove generazioni. La sua testimonianza di vita, la sua interpretazione canora e la sua raccolta di canti sono punti di riferimento imprescindibili per un’adeguata comprensione della sua unicità. Il suo percorso si colloca in un ambito intermedio tra oralità e scrittura, frutto di stratificazioni in progress di apprendimento, dalla fase mnemotecnica orale del periodo giovanile, alla fase della partecipazione diretta ai riti collettivi delle serenate e dei balli (quando non ancora defunzionalizzati), alla fase dell’appropriazione autodidattica della scrittura per la raccolta dei canti popolari (Villani S., 2008)”.

Ass. Cult. Carpino Folk Festival

*Ciro De Rosa

Antonio Piccininno: Il custode della tradizione musicale garganica

Antonio Piccininno, nato a Carpino il 18 febbraio 1916, è una figura leggendaria della musica popolare italiana, nonché un simbolo vivente della tradizione garganica fino alla sua scomparsa, avvenuta il 9 dicembre 2016. La sua lunga vita, scandita da sacrifici, amore per la terra e passione per la musica, è un esempio di dedizione alla cultura e alle radici di una comunità.

Un’eredità tra terra e musica

Nato in una famiglia di pastori e contadini, Antonio trascorse gran parte della sua giovinezza nei campi, imparando a conoscere il ritmo della natura e il suono della sua terra. La musica entrò presto nella sua vita: i canti tradizionali, tramandati oralmente di generazione in generazione, divennero per lui una seconda lingua. Fu proprio questa passione a fare di Piccininno non solo un cantore, ma un vero e proprio archivio vivente della cultura musicale del Gargano.

I Cantori di Carpino

Antonio Piccininno è stato uno dei fondatori dei “Cantori di Carpino”, un gruppo di artisti locali che ha portato alla ribalta nazionale e internazionale la tarantella garganica. Insieme a figure come Andrea Sacco e Antonio Maccarone, ha contribuito a preservare e diffondere il ricco repertorio musicale del Gargano, fatto di canti d’amore, serenate e ballate popolari. Con la sua voce potente , Antonio sapeva trasmettere emozioni profonde, catturando l’attenzione e il cuore di chiunque lo ascoltasse.

Una vita di resilienza

La vita di Antonio non fu priva di difficoltà. Durante la Guerra d’Etiopia, fu fatto prigioniero e trascorse 13 anni lontano dalla sua terra e dalla sua famiglia. Al suo ritorno a Carpino, riprese il lavoro nei campi e iniziò a dedicarsi con rinnovata passione alla musica. La sua resilienza e il suo spirito indomabile lo resero un punto di riferimento per la comunità e per le generazioni future.

L’eredità culturale

Grazie ad Antonio Piccininno, molti canti tradizionali del Gargano sono stati documentati e salvati dall’oblio. Collaborò con numerosi etnomusicologi e artisti, partecipando a festival e progetti di ricerca che hanno fatto conoscere la tarantella garganica al grande pubblico. Le sue registrazioni e le sue esibizioni hanno lasciato un’impronta indelebile nel panorama musicale italiano.

La magia del palco

Sul palco, Antonio Piccininno era una forza della natura. Con la sua chitarra battente e il suo carisma unico, riusciva a creare un legame speciale con il pubblico, portando alla luce l’anima autentica della tradizione carpinese. La sua interpretazione di canti come Donna che stai affacciata alla finestra e Garofano d’ammore resta un esempio sublime di come l’arte popolare possa toccare corde universali.

Un’eredità senza tempo

Antonio Piccininno è stato un custode della memoria collettiva, un narratore di storie in musica che hanno attraversato i secoli. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto nella comunità di Carpino e nel mondo della musica popolare, ma il suo lascito continua a vivere nelle registrazioni, nei racconti e nell’ispirazione che ha dato a tanti artisti e appassionati.

Oggi, grazie al lavoro di Antonio e di altri maestri della tradizione, i canti del Gargano continuano a risuonare, ricordandoci l’importanza di custodire le radici per guardare al futuro con consapevolezza.

Il canto d’amore più bello mai scritto nella tradizione popolare dell’Italia Meridionale

In occasione dell’uscita del nuovo disco che festeggia i 50 anni della Nuova Compagnia di Canto Popolare, intervistata da Salvatore Esposito su Blogfoolk, Fausta Vetere a domanda cosi risponde.

Come mai avete deciso di rileggere “Tarantella Del Gargano”?
Io e Pasquale Ziccardi ci occupiamo di comporre la maggior parte dei brani, e abbiamo pensato che questo fosse il canto d’amore più bello mai scritto nella tradizione popolare dell’Italia Meridionale. E’ una visione onirica di un atto d’amore verso una persona incredibile. Volevamo rileggerla per farne una versione particolare, una versione quasi aristocratica con il quartetto d’archi, con un cambio di durezza senza usare una settima, ma ritornando con una cadenza ingannata che lascia in sospeso senza concludere il discorso musicale. Il brano è cantato da Pasquale e l’arrangiamento è iperclassico nel senso che abbiamo usato tutti gli strumenti della tradizione con l’aggiunta di questo elegant quartetto d’archi. Considero la musica popolare aristocratica perché è complessa e non si risolve mai con due accordi. Dietro ogni brano c’è una storia ed è sempre questa grande aristocrazia del mondo popolare ad ispirarci. Non aveva senso farlo uguale a quello dei Cantori di Carpino. Spero piaccia, ma i gusti nostri non sempre combaciano con quelli degli ascoltatori.

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LA TARANTELLA ALLA MUNDANARË DI CARPINO RIELABORATA DIVENTA LA TARANTELLA DEL GARGANO

Quarantacinque fa, gli Showmen, poco prima del loro scioglimento, ascoltano una registrazione della Tarantella del Gargano, riscrivono un nuovo testo, completamente estraneo al carattere del brano originale, e incidono nel 1971 ‘Che farai’, cantata da James Senese, sassofonista del complesso fondato insieme a Mario Musella.

45 giri – Che succede dentro me/Che farai (Storm, AR 4045)

Alla fine degli anni 60 quando la canzone italiana è caratterizzata da bassa creativa e molta superficialità. A Napoli tentano di mettere insieme il popolare con il pop. De gustibus non est disputandum. Ma se escludiamo il testo dall’analisi e ci concentriamo sulla musica allora questo brano diventa molto importante per Carpino perché può aiutarci a comprendere chi ha rielaborato la muntanara che suonava Andrea Sacco e i suoi amici facendola diventare per l’universo mondo la tarantella del Gargano. Fin’ora questa rielaborazione veniva attribuita per la sua competenza compositiva a Roberto De Simone e alla Nuova Compagnia di Canto Popolare (formazione: Eugenio Bennato, Patrizio Trampetti, Fausta Vetere, Carlo D’Angiò, Giovanni Mauriello, Giuseppe Barra) che nel 1971 pubblica LP “NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE (SIF/RAR)” che contiene appunto il brano “Tarantella del Gargano”. “Bellissimo esempio di viva tradizione orale osservato a Carpino in provincia di Foggia” [nota riportate nell’album].

Ssuccessivamente in un’intervista James Senese spiega che nel 1971 con gli Showmen “stavamo incidendo il nostro disco nello stesso studio in cui registrava la NCCP ed eravamento alla ricerca della nostra identità. Il tecnico del suono ci disse:” Ragazzi io ho un pezzo da farvi ascoltare di un gruppo locale, però mi raccomando!” Appena lo ascoltammo questo brano ci entusiasmò e cosi lo facemmo con un testo in italiano e una pronuncia funcky”.

Il brano degli Showmen è anch’esso del 1971 e James Senese non è l’ultimo arrivato.

D’Angiò, l’ingegnere che ricostruì il folk

Nel 1976 riscoprimmo Carpino, nel Gargano, la capitale della musica del futuro con uno straordinario passato.
Io e Carlo abbandonammo il conservatorio ufficiale e ci iscrivemmo all’università popolare di Carpino, il nostro docente inconsapevole era Andrea Sacco.
E già. Sacco ha una personalità affascinante. Da lui e dai suoi seguaci apprendemmo le varianti della tarantella melodica e gentile.

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Al Carpino Folk Festival 2016 Peppe Voltarelli in concerto

a conclusione di un’articolata riflessione su “L’Italia cantata dal sud”
(Otello Profazio, Matteo Salvatore, Enzo Del Re e Antonio Infantino)

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La programmazione del festival della musica popolare del Gargano questa sera, 8 agosto 2016, prevede la partenza alle ore 20.03 da San Severo sui treni delle Ferrovie del Gargano con CANTAR VIAGGIANDO – “Una valigia di ricordi – Un viaggio slow a bordo dei vagoni delle Ferrovie del Gargano” con Ciro Iannacone che descriverà il suo Gargano attraverso le proprie canzoni ed alcuni canti della tradizione popolare in chiave personalizzata.

A seguire il primo dei concerti all’aperto del Carpino Folk Festival, Voltarelli canta Profazio, chiuderà un’articolata riflessione attorno a due differenti stagioni del folk revival italiano, contrassegnate allo stesso modo da una spiccata vocazione civile. Un incontro unico, e urgente come le eterne questioni del sud, che prenderà a pretesto alcuni volumi dedicati dalla Squilibri a quegli anni e a quegli autori per entrare nel vivo con gli interventi –in voce e in musica- di due dei protagonisti di allora e di studiosi, artisti e musicisti che a quel periodo guardano con grande interesse, rinvenendovi elementi di ispirazione per una proposta artistica che coltiva ancora l’ambizione di raccontare in musica il nostro presente e la realtà che ci circonda.

Con Otello Profazio (l’antesignano del folk revival in Italia, Premio Tenco 2016), Giovanni Rinaldi (curatore del volume con cd allegato di Matteo Salvatore e Riccardo Cucciolla, A sud. Il racconto del lungo silenzio), Timisoara Pinto (autrice del volume con due cd allegati Lavorare con lentezza. Enzo Del Re, il corpofonista), Antonio Infantino (il fondatore dei Tarantolati di Tricarico che con Enzo Del Re condivise l’inizio della carriera oltre che speranze e progetti), Domenico Ferraro (curatore e promotore di diversi volumi su Profazio, nonché autore del monumentale lavoro su Roberto Leydi, altro protagonista di quegli anni), Salvatore Villani (ricercatore e studioso che a Matteo Salvatore ha dedicato molte delle sue registrazioni sul campo), Andrea Satta e Angelo Pelini dei Têtes de Bois (tra i primi a interpretare il canto della fatica e della rivolta, da Léo Ferré a Matteo Salvatore, e a offrire una ribalta nazionale a Enzo Del Re negli ultimi anni della sua vita), Peppe Voltarelli (già Premio Tenco per il miglior album in dialetto che con il suo recentissimo omaggio a Otello Profazio ha rimesso al centro dell’agenda culturale il confronto con quell’irripetibile stagione di impegno meridionalistico) e Anna Corcione (l’artista che assieme alla sorella Rosaria ha realizzato le opere che corredano il cd-book di Voltarelli).

 

Tra canti, parole e visioni si passeranno così in rassegna le piccole e grandi vicende che hanno segnato profondamente la canzone italiana che, con Otello Profazio e Matteo Salvatore, si apriva a temi del tutto inusuali in un panorama dominato da Paperi e papaveri e Grazie dei fiori. Sull’esangue tronco della tradizione canora nazionale, Otello immetteva la grande poesia civile di Ignazio Buttitta e il fatalismo e la rassegnazione di contadini ed emigrati traditi dalla storia, mentre Matteo Salvatore vi innestava la fatica e la miseria di popolazioni altrimenti condannate a un silenzio definitivo. I due cantori, legati anche da personali rapporti di amicizia e di lavoro, sono da intendersi come l’effettivo avvio di un folk revival che, contro ogni evidenza, ci si ostina a far iniziare un decennio dopo, quando la rivisitazione dei repertori popolari si sarebbe caricata di urgenze politiche e di entusiasmi ideologici: una nuova stagione del folk revival italiano della quale Enzo Del Re e Antonio Infantino sono forse le espressioni più emblematiche.

 

A sorprendere oggi, a distanza di decenni, è la sorprendente vitalità di molte delle istanze agitate in quegli anni al punto da costituire un motivo di ispirazione per molti dei protagonisti della scena musicale italiana: una perdurante attualità che sarà bene evidenziata dal concerto di Peppe Voltarelli, artista a dir poco eclettico –scrittore, attore e compositore per il cinema e il teatro-, considerato la voce più rappresentativa della cosiddetta ‘onda calabra’ assunta a vessillo di un meridionalismo al passo di tempi decisamente diversi da quelli di Nilla Pizzi e Cinico Angelini. Questo suo omaggio al “penultimo dei cantastorie”, in particolare, risponde all’urgenza di rivendicare con fierezza le proprie origini, senza lasciarsi tentare da fughe estetizzanti verso lidi lontani, per offrire al suo pubblico, senza inutili orpelli, alcune gemme del repertorio di Profazio e restituire così, a un paese senza memoria, pezzi significativi della sua storia culturale.

 

La tradizione dei cantastorie rivive infatti nella sua interpretazione, animando la rappresentazione dolente e stralunata di un meridione eternamente eguale a se stesso per cantare ancora, a passo di danza, le ferite sanguinolente della storia, il flagello della mafia, il dramma dell’emigrazione, la desolazione di periferie abbandonate senza mai cedere al lamento compassionevole o all’autocommiserazione pietosa. Un concerto carico di suggestioni che andranno a infittirsi con la proiezione sullo sfondo delle opere artistiche realizzate appositamente per lo spettacolo da Anna e Rosaria Corcione che, lavorando su materiali storici con strappi e stratificazioni, hanno reso a loro volta omaggio a un altro grande calabrese, Mimmo Rotella, dando vita a una riproposta dinamica e innovativa dei vecchi cartelloni da cantastorie.

 

A rendere in qualche modo unico il concerto di Carpino sarà la partecipazione straordinaria dello stesso Otello Profazio che affiancherà Voltarelli con la sua voce e la sua chitarra, quasi a suggellare sul palco il patto tra due generazioni di artisti accomunati da un viscerale amore per la propria terra ma ostinati a intendere il campanile del paese come veicolo di istanze universali per declinare in musica la consapevolezza e l’orgoglio di essere periferia che, in un panorama di tediosa uniformità, è un diritto da rivendicare e un valore da salvaguardare.

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