Dopo Serpieri, Caradonna, Omodeo,Acquaviva e Di Vittorio non c’è ancora un’idea di futuro.
Con poche eccezioni
Quando al principio degli anni ‘90 si discuteva ancora con una certa serietà di piani regionali di sviluppo, la Capitanata divenne oggetto di studio, perché nessuno riusciva a spiegare le ragioni della sua controtendenza rispetto agli indicatori che davano in crescita tutte le altre province della dorsale adriatica. In quello stesso tempo fui coinvolto nell’enaudiana «Storia delle Regioni d’Italia». A me toccò descrivere le trasformazione delle gerarchie territoriali abruzzesi nel lungo periodo.
In quella occasione scoprii che gli abruzzesi erano riusciti ad uscire dalle regioni «povere» semplicemente ragionando in termini plurali. L’Abruzzo ritornava nei piani di sviluppo regionale a diventare gli antichi Abruzzi; per ogni provincia fu «decisa» una vocazione diversa, in modo da ottimizzare i flussi finanziari regionali. Oggi sappiamo dove è arrivato l’Abruzzo.
Ora che vivo fuori regione mi capita spesso di confrontare la Capitanata con la realtà in cui vivo oggi. Visto da lontano il quadro d’insieme, che mi viene restituito, è davvero inedito. Se volessi infatti sintetizzare, la sensazione che respiro è quella di un territorio rimasto legato al secolo passato, immemore delle politiche visionarie di uomini come il cattedratico Serpieri e il fascista Caradonna che prosciugarono le paludi, oppure l’ingegnere Omodeo che progettò i laghi per l’agricoltura, o il comunista Di Vittorio che volle la riforma agraria. O ancora il sociologo Sabino Acquaviva che vagheggiava il Gargano come la montagna del sole e l’archeologo Silvio Ferri che voleva spiegare al mondo intero il linguaggio segreto delle protostoriche stele daunie.
Visionari, che hanno tracciato percorsi di sviluppo per la Capitanata che si sono inverati. Dopo di loro sono state solo retroguardie a lavorare per tenere insieme le piccole e grandi comunità del foggiano senza riuscire però a dare un respiro strategico che portasse la Capitanata nel XXI secolo. Mi viene in mente solo Antonio Pellegrino, all’epoca presidente della Provincia, che di fronte all’affaticamento evidente provò ad indicare, deriso, nella valorizzazione dei beni culturali una prospettiva di più ampio respiro. Esattamente ciò che ha poi fatto Blasi con la Taranta. Credo che l’attuale ceto politico locale non sia nemmeno ancora arrivato a quelle conclusioni, tranne rare ed importanti eccezioni come Manfredonia e le belle esperienze dell’Orsara Jazz e del Carpino Folk Festival.
E queste eccezioni sono segnate tutte da un unico filo rosso: continuità, continuità, continuità!
Per il resto vedo un ceto politico fermo ad un individualismo sfrenato che cancella ciò che è stato fatto prima dagli avversari in una sorta di andirivieni autistico che non muove nulla. Come non ritracciare in questo immobilismo sociale, indotto dalla politica, il «foggianesimo» di Vendola o la folle idea di costruire un interporto fantasma a Cerignola o le ragioni di una battaglia inutile sull’aeroporto di Foggia, senza rendersi conto che nella mondializzazione delle relazioni umane la rete infrastrutturale locale è rimasta agli anni di Di Vittorio e che le città di pianura hanno svuotato le loro montagne del capitale umano?
Le straordinarie opportunità ambientali del Gargano, dei laghi costieri e delle aree appenniniche, l’eccezionale offerta archeologica (basti pensare a Herdonia, Arpi, Luceria e Sipontum) tutta da sperimentare, la ricchezza agroindustriale ancora inespressa sono in un mondo globalizzato giacimenti auriferi a portata di mano che si colgono solo a frammenti.
Occorrerà forse ragionare in termini di Puglie, secondo il paradigma abruzzese, dove il ceto politico della Capitanata si faccia classe dirigente, sconfigga gli individualismi, punti sul territorio senza ammiccare al voto di scambio, individui le sue eccellenze, le metta in rete e si presenti al tavolo regionale con una visione del futuro. Diversamente continuerà a prevalere l’individualismo, troppo contiguo alla furbizia, entrambi lontani da qualsiasi prospettiva.
Ex direttore della biblioteca provinciale di Foggia, attualmente dirigente del Mibact con l’incarico di direttore della biblioteca nazionale di Napoli
Tra i grandi protagonisti della XXII° edizione ci saranno l’artista ivoriano ALPHA BLONDY con i The solar system, formazione leggendaria del reggae africano; il chitarrista di etnia tuareg BOMBINO che incanta con il suo suono del deserto; e il cantautore VINICIO CAPOSSELA, interprete per l’occasione di un progetto speciale intitolato “Combat folk”. Accanto a loro la line up di concerti della ventiduesima edizione prevede la partecipazione del duo composto da CANIO LOGUERCIO & ALESSANDRO D’ALESSANDRO, recenti vincitori della Targa Tengo per il miglior album in dialetto, del giovane cantautore MALDESTRO e la presenza dei gruppi di riproposta regionale come SONIDUMBRA dall’Umbria, la MACINA dalle Marche, PIERO BREGA E ORETTA ORENGO del canzoniere del Lazio, KALASCIMA dal Salento ed infine come sempre I CANTORI DI CARPINO.
Il Festival della musica popolare e delle sue contaminazioni #CARPINO – #GARGANO – #PUGLIA
#cff2017 #memoriedalsottosuolo
5 – 10 Agosto | Laboratori Musicali
Lezioni pratiche/teoriche in contesti non formali in cui vengono esplorate le caratteristiche della musica e del ballo tradizionale e la conoscenza degli strumenti musicali usati dai cantori.
https://t.co/WW4WlABVN7
5 – 10 Agosto | Concorso Filmmaker
Con la forza comunicativa di brevi docufilm dar luce alla diversità delle bellezze storico-culturali e delle tradizioni del territorio garganico.
https://t.co/UMc9jIIfBT
5 – 8 Agosto | Escursioni nel sottosuolo
Un calendario di escursioni realizzato in collaborazione con i gruppi speleologici del Gargano per scoprire alcune delle cavità più significative di questo territorio, provando l’esperienza dello stretto rapporto con il sottosuolo e con la natura.
https://t.co/k2XM6m9QMq
5 Agosto – 17.26 Staz. San Severo
✔CANTAR VIAGGIANDO – Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano, tratta Foggia – Peschici Calenella.
Musica, teatro, danza e narrazione con:
●Michele Morsilli, Geologo e Professore presso il Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Ferrara. Matteo Pelorosso, Geologo. Michele Villetti, Batterista, percussionista e compositore.
✔PAESAGGI SONORI – Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza la letteratura il teatro.
●Visita guidata nella necropoli di Monte Pucci, Vico del Gargano
● “E-Mago , i suoni della terra”. Il primo spettacolo scientifico-musicale dove i musicisti improvvisano direttamente con le frequenze emesse dalla Terra. Attraverso la tecnologia usata per le indagini geofisiche del territorio, è possibile trasformare i dati geofisici in frequenze musicali.
Matteo Pelorosso: geologo
Stefano Floris: geom. specialista acquisizione di dati geofici mediante tecniche EM
Michele Empler: Network Systems engineer – sonificazione dei dati geofisici
Riccardo Scorzino: sound engineer: sistema elettronico dei pedali per alimentazione
Michele Villetti: ideatore progetto EMAGO, percussionista e compositore
6 Agosto – 17.26 Staz. San Severo
✔CANTAR VIAGGIANDO – Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano, tratta Foggia – Peschici Calenella.
Musica, teatro, danza e narrazione con:
●Piero Brega e Oretta Orengo – Brega voce carismatica canzoniere del Lazio, Oretta del canzoniere internazionale, si ritrovano dopo trent’anni e iniziano a raccontare in musica la realtà del nostro paese come dei moderni cantastorie.
✔PAESAGGI SONORI – Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza la letteratura il teatro.
●Visita guidata a Bagno di Varano, Cagnano Varano
● Orchestra Bottoni, Un’orchestra e una voce, un viaggio tra la tradizione mediterranea e l’etnojazz
7 Agosto – 19.00 Staz. San Severo
✔CANTAR VIAGGIANDO – Un viaggio slow a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano, tratta Foggia – Peschici Calenella.
Musica, teatro, danza e narrazione con:
●Canio Loguercio & Alessandro D’Alessandro con Fabio Renzi (segretario generale Symbola)
“Canti, ballate e ipocondrie d’ammore”
Fra appunti sparsi, chiacchiere, ballate e canzoni d’ammore a fil’e voce, una storia intima e condivisa sulla memoria, la bellezza e l’abbandono, nel ricordo dell’amico fraterno Matteo Fusilli, figlio di questa terra garganica, con il quale abbiamo imparato a scrivere parole nuove.
✔PAESAGGI SONORI – Camminando… raccontando il paesaggio attraverso la musica, la danza la letteratura il teatro.
●Visita guidata centro storico di Carpino
●LA NOTTE DI CHI RUBA DONNE – Concerti della tradizione
Incontri, documentari, presentazioni editoriali e concerti di musica tradizionale e di riproposta nel centro storico di Carpino.
Con Alessandro Alessandro Portelli, Mimmo Squilibri , Piero Arcangeli, Omerita Ranalli, intervengono, in voce e in musica: Antonella Costanzo, Susanna Buffa, Sara Modigliani, accompagnati da Alessandro D’Alessandro e Gabriele Modigliani.
Con Salvatore Villani e l’ensemble La Montagna del Sole “Vociantaur” (prima assoluta)
8 Agosto
Concerti della musica popolare e delle sue contaminazioni in Piazza del Popolo
● Sonidumbra, gruppo di riproposta Umbro
● Maldestro, nuovo cantautorato partenopeo
● Bombino, il blues del deserto
9 Agosto
Concerti della musica popolare e delle sue contaminazioni in Piazza del Popolo
● LA MACINA, gruppo di riproposta Marche
● Kalàscima , Psychedelic Trance Tarantella
● Alpha Blondy & The Solar System (Official), la leggenda del Reggae dell’Africa occidentale in positive energy Alpha Blondy
10 Agosto
Concerti della musica popolare e delle sue contaminazioni in Piazza del Popolo
●VINICIO CAPOSSELA, “Combat folk” (progetto speciale)
●I CANTORI DI CARPINO stile ,storia e musica ” ALLA CARPINESE “
Qui la presentazione ufficiale https://t.co/dDoO5EtRtG
Qui invece la locandina da avere sempre a portata di mano http://www.carpinofolkfestival.com/images/2017/locandina.png
Le elezioni amministrative in Italia del 2017 si sono tenute domenica 11 giugno. A seguire i risultati del Comune di CARPINO
Elettori: M= 2253 F= 2191 TOT. 4444
Votanti: M= 1426 F= 1413 TOT. 2839
63,88%
Schede bianche: 14
Schede nulle: 39
Totale voti contestati e non attribuiti: 5
DI BRINA ROCCO Eletto sindaco con 1.468 voti


Riappacificate il paese. Facciamo tesoro delle migliori pratiche di realtà alla pari della nostra dove gli schieramenti lavorano sempre nell’interesse del proprio paese e del proprio territorio, mettiamo da parte la logica delle simpatie e delle antipatie, ascoltate chi vi critica e chi vi propone o suggerisce soluzioni diverse. Se posso dare un suggerimento è quello della raccolta differenziata, della sicurezza dei nostri cittadini e dei progetti per i ragazzi per tenerli continuamente impegnati. Il coinvolgimento, quindi, dell’opposizione. Mi permetto infine di segnalare ai miei compaesani che Carpino, grazie ad un fermento culturale latente, ha una dimensione che va ben oltre il proprio territorio di riferimento e questo dovrebbe sempre essere tenuto in considerazione quando si progettano e programmano politiche o semplici interventi anche quelli strettamente legati a dinamiche di rivendicazione identitaria e di valorizzazione delle risorse locali. Vedete i vostri progetti in un contesto ampio, in un area vasta quantomeno quanto il Gargano.
A tutti, veramente, un futuro contraddistinto da un positiva e straordinaria vitalità!
Antonio BASILE
Il miracolo del Gargano
EPOCA di Alfonso Gatto e di Paul M. Pietzsch, 23.12.1950
A San Severo il mare non si sente, è lontano, una continuazione della pianura, senza stacco e senza rumore. Eppure, salendo da Foggia, per la strada tracciata ancor più nella sua solitudine e nella sua dirittura dalla luce agra di quel giorno senza sole, il Gargano già appariva azzurro, freddo, di un’altezza intensa. «Un’altezza intensa», proprio ci dicevamo per significare che il Gargano soltanto montagna non era, e cielo nemmeno, e mare non più, ma l’idea di un mondo, un’isola forse. Poi, dopo Apricena, sulla strada di Lesina, quasi per contrasto, sentimmo che la strada si assottigliava, ed eravamo noi a passare quella soglia sensibile che la pianura porgeva già alla montagna. Dietro l’automobile lasciavamo la polvere, una piccola diligenza a un cavallo e poi il silenzio, quel silenzio che precede e quasi annunzia la pioggia.
Cominciò a piovere. Una dolcissima pioggia d’estate, quale solo la laguna può attendere. Lesina è un paese di piccole case, d’una fontana sotto la pioggia e tanti ombrelli d’uomini e donne che fanno la fila sotto l’acqua per attingere acqua. Lesina è una spiaggia fredda e ventilata di barche nere, d’uomini controluce e la distesa rabbrividita del lago salato s’appiglia ai bastoncelli di canne prima di finire insabbiata dall’orlo della sua sponda silente. Le case erano bianche e l’una nell’altra bisognose dell’unto della vita per non dirsi soltanto calcinate dalla disinfestazione: i panni di colore stesi ad asciugare e trasparenti di pioggia, per quei forti celesti, per quei rosa da sorbetto, davano in piena afa un brusco senso di freddo. Avevano acceso un fuoco di legna sotto la caldaia del bucato e i bambini, come sempre, s’affaccendavano interno, davanti a gridi e a salti il loro saluto al crepuscolo. Eravamo nel Gargano, dovevamo dircelo, ove è raro si giunga per rimanerci o in cerca di fortuna, sibbene per piccoli commerci o per incetta di legna e di pesce. Gli stessi pugliesi che arrivano a Manfredonia e si spingono in pellegrinaggio sino a Monte S. Angelo o a San Giovanni Rotondo credono di essere andati al di là del proprio spirito d’avventura e di scoperta: i militari e gli inquisitori della finanza o della polizia, sempre a mezzo fra il fastidio da dare o da ricevere, ne sanno di più, ma per Rodi, per Peschici o per Vieste, che hanno nomi di frutta e di fiori, non benediranno mai il giorno che li ha portati a vivere laggiù. Lasciamo ormai Lesina e dall’alto, tra le brume del primo crepuscolo, rivedevamo la laguna con gli esili banchi di terra prima del mare, col suo crespo d’argento. S’apriva allo sguardo già l’altra conca di Varano, impressionata di silenzio come un quadro di Cézanne e noi entravamo in un paesaggio forte che non aveva altro aiuto che la propria fermezza nello spazio. Gli abitanti lo spalleggiavano, sicuri tra loro d’esistere, d’occupare tutta la via per camminare al braccio in catena, come deportati o come coristi, quasi a rintuzzare sin dall’inizio ogni forma di nostalgia che potesse portarli ad altri orizzonti o ogni tentativo di compromesso verso il forestiero, così simile alla pietà. Erano « indigeni » veramente quegli uomini e quelle donne, quali raramente è dato di vedere. Nulla avevano da dare alla curiosità degli altri. La sera era fresca, le nuvole erano rimaste sulla laguna e dopo Cagnano la montagna si copriva di boschi, d’alberi, di giardini, sotto il cielo staccato dall’altro cielo che avevamo appena fuggito e messosi finalmente a far da cupola all’ « isola » del Gargano, ad avvicinarle le prime stelle e l’azzurro rigoglio della sua volta, ad accogliere i sospiri delle famiglie affacciate ai balconi di Rodi. Tutto era così fresco, più chiaro di un chiaro paese del Sud, caricato dalla nostalgia del vespero e sospeso alle blandizie della luminosa notte terrena.
Il giorno di lavoro, per tanti segni del ritorno, d’uomini avviati finalmente a casa o già seduti in manica di camicia sul parapetto della piazza, era finito, ma la luce durava e lungo la spiaggia di San Menaio, tra la pineta e il mare, affacciate alle piccole case tra gli alberi, le famiglie rispondevano ai ragazzi già sulla strada con un piede sulla bicicletta. L’unico binario che corre a Nord il Gargano da San Severo a Peschici, comparendo e scomparendo dai tunnel, ora, dopo Rodi, correva parallelo alla strada e al mare celeste, alla spiaggia intatta. Dell’unico albergo color mattone non restavano che le grandi lettere dell’antica insegna: anche a non leggere la nuova targa, si capiva che lì c’era una colonia e che i bambini avevano preso d’assalto la villa una volta aperta ai forestieri che non sono mai venuti. Eppure, pensavamo, dove trovare un’aria così benigna, un cielo così propizio? Ma in quel paradiso non si poteva dormire, in quella notte accogliente non c’era un letto. Ci indicarono una pensione nascosta tra i pini, ma, giunti che fummo a un piccolo belvedere, non trovammo che una casetta quasi chiusa e una donna bellissima che agucchiava sotto una pergola. Rispose e non rispose alla nostra domanda, non alzò mai gli occhi, già ai primi di luglio ci diceva che « non era ancora la stagione ». Evidentemente, per inaugurare così tardi l’estate, quella Venere pigra non si aspettava altri forestieri che dei dintorni. In cuor suo forse n’era contenta. Nel paese dei miracoli gli abitanti si tengono stretti alla consegna del calendario, temono i sogni e i presentimenti più del diavolo. Quella donna bellissima col suo sorriso indefinito, in quella sera che colmava il cuore di freschezza e di confidenza, rimaneva impassibile. La sua bellezza le bastava. Ingrandiva quasi al nostro sguardo ed era forse il simbolo stesso del Gargano, più remoto e più vergine di un’isola del Pacifico, inattaccabile dalla curiosità e dalla frenesia degli scopritori, inospite e alto come un luogo stesso del cielo. Bianco e azzurro, del colore di seta che veste le vergini, quell’isola di miracolo è ancora l’idea di un mondo. La sua implacabile luce, gli abitanti anneriti contro i lenzuoli sventolanti delle proprie case a specchio del mare, le montagne deserte e le strade sassose, ripide e attorte per raggiungere santuari e profeti, lasciano il senso d’una leggerezza ultima in cui brucia anche il cielo. Resta un’attesa eterna in cui s’odono i passi di Dio che cammina a piedi, fermandosi qualche volta per bere, come tutti gli uomini alla fontana della sua sete.
Antonio Piccininno, il più longevo dei Cantori di Carpino che hanno portanto nel mondo le tarantelle di questa terra, è morto il 9 dicembre. Si è spento dopo aver intonato i versi che nessuno, orfano a due anni, gli aveva mai intonato. Nè qualcuno lo farà ora. perche la bara è stata rubata
la Lettura 8 Jan 2017
CARLO VULPIO
«Per ritornare a Monte/ Lucia saliva piano/ Di fronte tramontava/ Il sole del Gargano». Lucia, nella sua «salita» a Monte Sant’Angelo, incontra la Luna. Lei pensa a una fattura, a una magia, e invece è proprio la Luna che le parla e le dice che lei, Lucia, ha tre ricchezze rare, che «Non hanno a che fare/ Coi soldi o col potere». La prima ricchezza, dice la Luna, è il nome di Lucia. La seconda è la bellezza. E la terza? La Luna non dice qual è, ma, prima di sparire, la descrive così: «È una ricchezza/ Che viene da lontano/ E fa da sempre ricca/ La terra del Gargano».
Questi sono i versi di uno dei sonetti più belli della tradizione popolare del Gargano, che Eugenio Bennato ha trasformato in una canzone altrettanto bella e toccante, Lucia e la Luna. Un sonetto e una canzone che con le altre centinaia della tradizione popolare garganica sono state riscoperte negli ultimi trent’anni e apprezzate ovunque. Grazie a un artista come Eugenio Bennato — ma vanno ricordati anche Teresa De Sio e Vinicio Capossela —, che fin dal primo momento ha creduto nella potenza musicale e poetica di questi sonetti. Grazie a un musicologo come Roberto De Simone, che ha rintracciato le origini nobili delle strutture armoniche delle tarantelle garganiche nelle composizioni del Seicento napoletano e di Gaetano Greco, maestro di Giovanni Battista Pergolesi. E grazie all’antropologo Ernesto De Martino e agli etnomusicologi Diego Carpitella e Alan Lomax, c h e c o n l e l o r o a c c u r a t i s s i me ricerche hanno letteralmente disseppellito ciò che sembrava condannato a essere dimenticato. Ma soprattutto grazie a un giovane percussionista di Carpino, Rocco Draicchio, che ideò il Carpino Folk Festival (giunto alla ventunesima edizione) poco prima di morire in un incidente stradale, a Nicola Gentile e Pasquale Di Viesti, che ne hanno raccolto l’eredità, e ai tre «vecchi terribili» Andrea Sacco, Antonio Maccarone e Antonio Piccininno, i Cantori di Carpino, che, ottuagenari, negli ultimi vent’anni hanno can- tato questi sonetti sui palchi e nei teatri di tutto il mondo. E hanno conquistato ogni tipo di pubblico con la Viestesana, la Rodianella e la Montanara, le tarantelle di Vieste, di Rodi Garganico e di Monte Sant’Angelo.
Il più longevo dei tre Cantori, Antonio Piccininno, avrebbe compiuto 101 anni il prossimo 18 febbraio e ha cantato fino al giorno prima di morire, quando nella casa di riposo di Rodi Garganico ha voluto eseguire per l’ultima volta la struggente Ninna nanna di Carpino. Una nenia molto simile a un lamento funebre che, diceva Piccininno, commuovendosi ogni volta che la intonava, «a me non ha mai cantato nessuno, perché a due anni avevo già perso entrambi i genitori». E che invece lui ha cantato a tutti e dappertutto, persino nel l a grot t a del l a Nati v i t à , a Betlemme. Perché lui, Zì Antonio, come lo chiamavano per una regola antica di rispetto tributato alle persone autorevoli, quella ninna nanna e quei sonetti li aveva nel sangue, proprio come dice la Luna a Lucia: «Il passo di chi danza/ La danza tarantata/ Tu ce l’hai nel sangue/ Sei nata già imparata».
Zì Antonio è proprio uno di quelli «nati già imparati». Ma non ha fatto in tempo a morire, il 9 dicembre scorso, che nove giorni dopo, di notte, la sua bara è stata rubata dal cimitero di Carpino. Mentre ancora la gente canticchiava i suoi sonetti, quelli che Zì Antonio aveva cominciato a cantare fin da bambino, quando governava le pecore sulle montagne della Fore- sta Umbra, e che ha continuato a eseguire per tutta la vita allo stesso modo, senza fare studi particolari. Anche perché sono canti in cui gli strumenti vengono accordati sulla voce del cantore. E sono potenti, coinvolgenti, sia quando celebrano l’amore, sia quando lanciano la sfida o la maledizione, o esprimono la rabbia e lo sdegno. Se non nascono «da dentro», non nascono, non possono nascere. Come spiegare altrimenti l’invocazione rivolta a Dio di un altro monumento della musica popolare garganica e italiana, Matteo Salvatore, che nel Lamento dei mendicanti dice: «Gesù Cristo mio falli murì» (i ricchi, ndr)? Bisognerà aspettare Jude Law-Pio XIII, The Young Pope di Paolo Sorrentino, per sentire qualcuno, nel caso della serie tv il Papa in persona, pregare per la morte di qualcun altro (una suora affarista). Mentre non potrebbe esserci più esplicito invito a non interferire con la vita altrui del semplice Gente, facitevi li cazza vostra, sempre di Matteo Salvatore. «La musica del Gargano — sostiene Eugenio Bennato — è molto più forte di quella del Salento. Lo dico rischiando l’impopolarità, ma rispetto per esempio alla progressione armonica di una Montanara o alla specialità di una Viestesana, la pizzica salentina è armonicamente più semplice, meno sofisticata».
La chitarra battente e le nacchere fanno cantare e danzare le donne e gli uomini, li fanno «dialogare» con parole, gesti e cenni d’intesa come mai sarebbe concesso nella vita quotidiana di comunità agropastorali in cui le regole, specialmente quelle che governano i rapporti tra i mondi maschile e femminile, non possono essere violate e dove è bene che tutti e ciascuno stiano al proprio posto. In questo senso, le storie che il Gargano rac- conta non sono dissimili da tante storie siciliane, o da quelle della Barbagia in Sardegna, dell’Aspromonte in Calabria, o delle Murge nella stessa Puglia. Così come il codice barbaricino non è molto diverso dal Kanun albanese, il codice consuetudinario centrato sulla Besa, la parola data, la parola d’onore, che se tradita può giustificare anche la vendetta di sangue. Ora, tra tutti i patti umani, il patto d’amore è quello più rivoluzionario, più sovversivo, quello per il quale si può osare di più anche in una società rigida, arcaica, e proprio per questa ragione è anche il patto che, se infranto, può con la massima probabilità trasformare l’amore in dolore, tragedia, lutto.
A Zì Antonio capitò nel 1947. Non aveva ancora trent’anni, e gli dissero che sua moglie lo tradiva con suo fratello maggiore. Lui affrontò il fratello e gli disse di andarsene via per sempre, di non farsi più vedere. Quello non lo prese sul serio e Zì Antonio gli sparò. Due anni di latitanza, poi il processo con il caso rubricato come delitto d’onore, la condanna a quattro anni di carcere, il ritorno alla libertà, la moglie perdonata. Ma soprattutto, l’approvazione della comunità e il rispetto della gente, quella che tutti i giorni incontri a ogni angolo del paese, oppure in quel bar, in piazza, che ha pure un nome beffardo, «La Legge». Dolci ninne nanne e pene d’amore, serenate e fatti di sangue, è la vita in tutti i suoi aspetti la linfa di cui si nutrono i canti e i cantori del Gargano. Zì Antonio, come Andrea Sacco e Antonio Maccarone, e come tutti gli altri, non poteva non metterci dentro anche i suoi dispiaceri e, forse, il suo pentimento. Però di quella vicenda, negli anni successivi, avrà parlato sì e no un paio di volte, mai in pubblico, solo con gli amici più intimi. I suoi sentimenti più profondi li affidava alle canzoni. E anche se erano tarantelle («La gente — diceva — vuole sentire l’allegria»), la sua faccia era sempre una faccia da ninna nanna, da «sonno ingannatore», quel sonno così simile alla morte che sempre permette al lupo di «magnarse la pecurella».
Non ci sono parole per commentare l’accaduto. Durante la notte è stato portato via il sarcofago con la salma di ANTONIO PICCININNO.
Profanata e rubata la bara contenente la salma del maestro Antonio Piccininno, scomparso il 9 dicembre scorso all’età di 100 anni, ultimo patriarca della musica popolare garganica. Durante la notte, persone non ancora identificate hanno scardinato la porta d’ingresso della tomba di famiglia dei Piccininno, divelto la lapide e portato via il sarcofago dell’artista. Sul caso indagano i carabinieri della locale stazione e della tenenza di Vico del Gargano, oltre ai reparti scientifici dell’Arma. I ladri-profanatori non hanno avuto difficoltà nel compiere il loro abominevole gesto: il camposanto è distante dal paese e il silenzio ha favorito il loro agire. Inutile ogni tentativo di recuperare la bara e la salma: tutti i controlli esperiti nell’area cimiteriale e nelle zone circostanti hanno dato esito negativo*.
Per la memoria, le nostre tradizioni e la nostra cultura, chiediamo a tutte le istituzioni, alle forze dell’ordine e a chiunque sappia qualcosa di risolvere questa situazione e di consentire ai suoi cari e a chiunque lo voglia di andare a trovare e portare un fiore sulla tomba del cantore di Carpino.
*tratto dal comunicato dei cantori di carpino
Il cantore più famoso delle Puglie ci ha lasciati oggi pomeriggio.
ANTONIO PICCININNO (18 febbraio 1916 – 9 dicembre 2016), patriarca centenario del canto alla carpinese. Figura filiforme, tratto asciutto e austero, occhi intensi di chi ha trascorso una vita dura. Ultimo dei grandi cantatori, padrone delle serenate, dei sonetti e degli stornelli, di espressioni sonore complesse, contraddistinte da off-beat, alternanze ritmiche, voci che vanno oltre il sistema temperato. La sua storia coincide con quella della ricerca etnomusicologica e delle diverse stagioni del folk revival nostrano*.
Ci sono uomini che posseggono i talenti per rappresentare, oltre se stessi, una intera epoca.
La prima esibizione conosciuta di Antonio Piccininno fuori dai contesti tradizionali risale all’8 aprile 1980 presso il Teatro San Ferdinando di Napoli.
Sempre presente sul palco del Carpino Folk Festival insieme ai Cantori di Carpino, Piccininno è oggetto di studi sulle tradizioni musicali italiane; Antonio in particolare viene interessato per la prima volta da tali studi nei primi anni 80 da Roberto Lèydi, considerato tra i fondatori dell’etnomusicologia scientifica in Italia, ed è portato alla ribalta nazionale dai cantautori e musicisti Eugenio Bennato e Teresa De Sio.
Segue un breve elenco delle ricerche, dei documenti sonori e dei film in cui appare come protagonista.
Ricerche scientifiche
1980/tuttora, Salvatore Villani
1980/1987, Michele Giuseppe Gala
1984, Gabriele Leggieri, Giovanni Canistro
1987, Ettore De Carolis
1988, Roberto Leydi con Salvatore Villani (monografia)
2001/2009 Adriano Castigliego
2010/2011 Enrico Noviello e Pio Gravina
Documenti sonori rilevanti
1997, I cantatori e suonatori di Carpino / Salvatore Villani, NOTA/EDT
1997, Guitares “battente” du Gargano / Salvatore Villani, Nanterre (France), CD Al Sur
1997, La voce del Gargano
1999, Canti della memoria. Canti tradizionali del Gargano Francesco Nasuti, Centro Grafico Francescano
2000, Lezioni di tarantella / Eugenio Bennato, DVF
2000, La tarantella del Gargano / Giuseppe Michele Gala, Ethnica
2001, Tarantella del Gargano / Eugenio Bennato, DVF
2002, Ragnatele: Antologia di voci e suoni della Puglia / Antonello Lamanna
2004, Alla carpinese: il sonetto garganico nei canti popolari di Carpino / F.Nasuti, edizioni FN
2006, Stile, storia e musica alla carpinese / I Cantori di Carpino, Mea Sound
2007, Le tribù italiche. Puglia, EDT
2007, Canti, poeti, pupi e tarante / Valter Giuliano, Squilibri
2008, Antonio Piccininno. Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino Cd allegato al libro / Salvatore Villani, Centro Studi Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata
2011, Canti e suoni della tradizione di Carpino / E.Noviello-P.Gravina. Kurumuny
2012, I cantori e musici di Carpino. Le tarantelle del Gargano, Salvatore Villani, NOTA/EDT
2016, Chi sonä e càntä no nmore màji / I Cantori di Carpino, STUDIOUNO
Film da (co)protagonista:
1996, Foggia, non dirle mai addio, Luciano Emmer (con Eugenio Bennato)
2000, Chi ruba donne, Maurizio Sciarra (con Eugenio Bennato)
2005, Craj, Davide Marengo (con Teresa De Sio, Giovanni Lindo Ferretti)
2007, Les Chanteurs de Carpino, Thierry Gentet
2010, Buon giorno Zi Antò, Aldo di Russo (con Roberto De Simone)
2015, Le storie cantate. Viaggio tra i Cantastorie di Puglia, Trevisi-Morisco
Antonio Piccininno (Pecceninne), il cantore con le nacchere, era nato il 18 febbraio 1916 a Carpino, in provincia di Foggia.
All’età di due anni perse entrambi i genitori a causa dell’influenza spagnola e venne affidato ai nonni materni. A otto anni dovette contribuire al mantenimento della famiglia ed fù mandato a guardare le pecore. Nei boschi di quello che oggi è il Parco Nazionale del Gargano i pastori adulti gli tramandarono i canti popolari che lui ripetette ossessivamente guardando le pecore. Diventato adulto lasciò il mestiere del pastore e si dedicò alla coltura dei campi.
Pastore e, contadino, con le sue 100 primavere rappresenta una delle “personalità più interessanti, autentiche e complesse della tradizione musicale del Gargano. Cantatore eccellente, tra i più anziani del paese, porta con sé un bagaglio di conoscenze che lascia quale eredità culturale alle nuove generazioni. La sua testimonianza di vita, la sua interpretazione canora e la sua raccolta di canti sono punti di riferimento imprescindibili per un’adeguata comprensione della sua unicità. Il suo percorso si colloca in un ambito intermedio tra oralità e scrittura, frutto di stratificazioni in progress di apprendimento, dalla fase mnemotecnica orale del periodo giovanile, alla fase della partecipazione diretta ai riti collettivi delle serenate e dei balli (quando non ancora defunzionalizzati), alla fase dell’appropriazione autodidattica della scrittura per la raccolta dei canti popolari (Villani S., 2008)”.
Ass. Cult. Carpino Folk Festival
*Ciro De Rosa
Antonio Piccininno, nato a Carpino il 18 febbraio 1916, è una figura leggendaria della musica popolare italiana, nonché un simbolo vivente della tradizione garganica fino alla sua scomparsa, avvenuta il 9 dicembre 2016. La sua lunga vita, scandita da sacrifici, amore per la terra e passione per la musica, è un esempio di dedizione alla cultura e alle radici di una comunità.
Nato in una famiglia di pastori e contadini, Antonio trascorse gran parte della sua giovinezza nei campi, imparando a conoscere il ritmo della natura e il suono della sua terra. La musica entrò presto nella sua vita: i canti tradizionali, tramandati oralmente di generazione in generazione, divennero per lui una seconda lingua. Fu proprio questa passione a fare di Piccininno non solo un cantore, ma un vero e proprio archivio vivente della cultura musicale del Gargano.
Antonio Piccininno è stato uno dei fondatori dei “Cantori di Carpino”, un gruppo di artisti locali che ha portato alla ribalta nazionale e internazionale la tarantella garganica. Insieme a figure come Andrea Sacco e Antonio Maccarone, ha contribuito a preservare e diffondere il ricco repertorio musicale del Gargano, fatto di canti d’amore, serenate e ballate popolari. Con la sua voce potente , Antonio sapeva trasmettere emozioni profonde, catturando l’attenzione e il cuore di chiunque lo ascoltasse.
La vita di Antonio non fu priva di difficoltà. Durante la Guerra d’Etiopia, fu fatto prigioniero e trascorse 13 anni lontano dalla sua terra e dalla sua famiglia. Al suo ritorno a Carpino, riprese il lavoro nei campi e iniziò a dedicarsi con rinnovata passione alla musica. La sua resilienza e il suo spirito indomabile lo resero un punto di riferimento per la comunità e per le generazioni future.
Grazie ad Antonio Piccininno, molti canti tradizionali del Gargano sono stati documentati e salvati dall’oblio. Collaborò con numerosi etnomusicologi e artisti, partecipando a festival e progetti di ricerca che hanno fatto conoscere la tarantella garganica al grande pubblico. Le sue registrazioni e le sue esibizioni hanno lasciato un’impronta indelebile nel panorama musicale italiano.
Sul palco, Antonio Piccininno era una forza della natura. Con la sua chitarra battente e il suo carisma unico, riusciva a creare un legame speciale con il pubblico, portando alla luce l’anima autentica della tradizione carpinese. La sua interpretazione di canti come Donna che stai affacciata alla finestra e Garofano d’ammore resta un esempio sublime di come l’arte popolare possa toccare corde universali.
Antonio Piccininno è stato un custode della memoria collettiva, un narratore di storie in musica che hanno attraversato i secoli. La sua scomparsa ha lasciato un vuoto nella comunità di Carpino e nel mondo della musica popolare, ma il suo lascito continua a vivere nelle registrazioni, nei racconti e nell’ispirazione che ha dato a tanti artisti e appassionati.
Oggi, grazie al lavoro di Antonio e di altri maestri della tradizione, i canti del Gargano continuano a risuonare, ricordandoci l’importanza di custodire le radici per guardare al futuro con consapevolezza.
In occasione dell’uscita del nuovo disco che festeggia i 50 anni della Nuova Compagnia di Canto Popolare, intervistata da Salvatore Esposito su Blogfoolk, Fausta Vetere a domanda cosi risponde.
Come mai avete deciso di rileggere “Tarantella Del Gargano”?
Io e Pasquale Ziccardi ci occupiamo di comporre la maggior parte dei brani, e abbiamo pensato che questo fosse il canto d’amore più bello mai scritto nella tradizione popolare dell’Italia Meridionale. E’ una visione onirica di un atto d’amore verso una persona incredibile. Volevamo rileggerla per farne una versione particolare, una versione quasi aristocratica con il quartetto d’archi, con un cambio di durezza senza usare una settima, ma ritornando con una cadenza ingannata che lascia in sospeso senza concludere il discorso musicale. Il brano è cantato da Pasquale e l’arrangiamento è iperclassico nel senso che abbiamo usato tutti gli strumenti della tradizione con l’aggiunta di questo elegant quartetto d’archi. Considero la musica popolare aristocratica perché è complessa e non si risolve mai con due accordi. Dietro ogni brano c’è una storia ed è sempre questa grande aristocrazia del mondo popolare ad ispirarci. Non aveva senso farlo uguale a quello dei Cantori di Carpino. Spero piaccia, ma i gusti nostri non sempre combaciano con quelli degli ascoltatori.

Quarantacinque fa, gli Showmen, poco prima del loro scioglimento, ascoltano una registrazione della Tarantella del Gargano, riscrivono un nuovo testo, completamente estraneo al carattere del brano originale, e incidono nel 1971 ‘Che farai’, cantata da James Senese, sassofonista del complesso fondato insieme a Mario Musella.
45 giri – Che succede dentro me/Che farai (Storm, AR 4045)
Alla fine degli anni 60 quando la canzone italiana è caratterizzata da bassa creativa e molta superficialità. A Napoli tentano di mettere insieme il popolare con il pop. De gustibus non est disputandum. Ma se escludiamo il testo dall’analisi e ci concentriamo sulla musica allora questo brano diventa molto importante per Carpino perché può aiutarci a comprendere chi ha rielaborato la muntanara che suonava Andrea Sacco e i suoi amici facendola diventare per l’universo mondo la tarantella del Gargano. Fin’ora questa rielaborazione veniva attribuita per la sua competenza compositiva a Roberto De Simone e alla Nuova Compagnia di Canto Popolare (formazione: Eugenio Bennato, Patrizio Trampetti, Fausta Vetere, Carlo D’Angiò, Giovanni Mauriello, Giuseppe Barra) che nel 1971 pubblica LP “NUOVA COMPAGNIA DI CANTO POPOLARE (SIF/RAR)” che contiene appunto il brano “Tarantella del Gargano”. “Bellissimo esempio di viva tradizione orale osservato a Carpino in provincia di Foggia” [nota riportate nell’album].
Ssuccessivamente in un’intervista James Senese spiega che nel 1971 con gli Showmen “stavamo incidendo il nostro disco nello stesso studio in cui registrava la NCCP ed eravamento alla ricerca della nostra identità. Il tecnico del suono ci disse:” Ragazzi io ho un pezzo da farvi ascoltare di un gruppo locale, però mi raccomando!” Appena lo ascoltammo questo brano ci entusiasmò e cosi lo facemmo con un testo in italiano e una pronuncia funcky”.
Il brano degli Showmen è anch’esso del 1971 e James Senese non è l’ultimo arrivato.