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La libertà del canto è la libertà dell’uomo

Intervista resa a Jano giugno/settembre2011
La musica, una delle principali forme di comunicazione ed espressione dell’uomo e Carpino ne diventa l’emblema.
Esistono luoghi simbolici, quasi mitici, in ogni settore tematico, in ogni disciplina.
Nella storia dell’Etnomusicologia italiana, Carpino, grazie ai suoi cantori e all’intera comunità, è divenuto una sorta di santuario simbolico dell’«altra musica» per aver creato, conservato e oggi valorizzato un linguaggio musicale originalissimo che, per le sue particolarità melodiche, ritmiche e timbriche, hanno
incuriosito prima e affascinato dopo musicologi, ricercatori e artisti.
Tre sono le principali forme musicali tradizionali nel Gargano e di Carpino, quali le derivazioni etnomusicali?
Tre sono le forme principali di tarantelle a Carpino (Viestesana, Mundanara, Ruriana), ma sia a Carpino (Rurianella e Cagnanese) che nel resto del paesi del Gargano esistono molteplici gamme espressive. Tutte queste forme musicali vengono utilizzate indifferentemente per cantare i «Sunette» accompagnandosi con la chitarra battente, la chitarra francese, la tammorra e le castagnole. Diversa invece è la forma della «Canzone» che, accompagnata dalla sola chitarra battente, rappresenta il punto più alto delle serenate. A Carpino questo repertorio, recitato a cappella, era funzionale ai lavori nei campi e, accelerato e accompagnato con gli strumenti musicali, era funzionale ai balli durante le occasioni festive, e a portare la serenata per rendere pubblico un fidanzamento.
Le sue origini?
Nel campo delle tradizioni orali il periodo di riferimento documentale è 100 anni. Ma certi evidenti caratteri arcaici ci indicano radici risalenti a molto tempo prima. Questi canti, ora praticamente scomparsi, si ascoltavano quotidianamente nelle campagne del nostro promontorio, conosciuto anche come
una terra musicale. Di recente, grazie anche allo studio di Roberto De Simone, è stata individuata la struttura colta della tarantella del Gargano che girava in Italia e in Europa nell’800: Saint-Saëns, op. 6, «Tarantelle in A minor for flute, clarinet, and orchestra» (1857). Dando per scontato che Saint-Saëns, che visitò Roma, non venne mai sul Gargano, possiamo dedurre che nei circoli musicali di Roma nei primi dell’800 dovevano circolare manoscritti che riportavano la «muntanara» del Gargano e quindi desumere che già nel 700 le forme principali delle nostre tarantelle erano sostanzialmente come oggi le conosciamo. Molto sarebbe ancora da indagare. A esempio Ettore De Carolis sosteneva che il canto di Andrea Sacco non fosse molto diverso dalle prime forme di flamenco prima ancora dell’aggiunta dei virtuosismi delle chitarre. Questo potrebbe significare che scambi importanti vi siano stati durante il regno dei Borbone anche grazie alla diffusione della chitarra battente in tutt’Europa. Ahimè! Il flamenco è stato riconosciuto patrimonio dell’umanità, le tarantelle del Gargano, cosi come tutti i canti della tradizione orale italiana, sono ben lontani da questo riconoscimento.
La libertà del canto è la libertà dell’uomo, dai gospel al CFF, quanta storia…
Oggi non si usa più cantare, ma cantare in passato svolgeva un’importante funzione umana, tra le più normali e quotidiane. Non si cantava solo davanti ad un pubblico.
Cantavano un po’ tutti, dovunque e nelle più disparate occasioni: di mattina, di giorno e di notte; in casa, per strada e durante i lavori. Era lo stimolo primordiale ad esprimersi localmente, più o meno, connaturale all’uomo. Quel qualcosa in forte vibrazione che partiva dalla fronte e coinvolgeva il naso, la mandibola, i denti, la gola e giù per il petto fino alla pancia. Il tutto finalizzato all’emissione di suoni che tendono a sublimarsi e che forse per imitazione corrispondono al canto degli uccelli o ai versi degli animali in genere. Poi la radio e la televisione hanno snaturato questa funzione e l’hanno sostituita quasi completamente. Oggi la stagione dei festival, dei grandi raduni e la voglia di stare insieme stanno facendo, forse, riscoprire questa voglia di cantare. Il Carpino Folk Festival è questo, oltre ad avere l’ambizione di essere uno strumento di mediazione nella trasmissione della cultura orale.
Rocco Draicchio e i Cantori, davvero un fortunato incontro.
Rocco Draicchio era un artista e un carpinese. Non aveva bisogno di incontrare i cantori. Era impregnato della musica degli anziani di Carpino, come lo sono ogni angolo e ogni campo del nostro Gargano. Dovette solo prendere coscienza di tutto ciò, dopodiché fece in modo che per noi altri tutto questo fosse naturale. Oggi appare ovvio che il Carpino Folk Festival si svolga puntualmente ogni anno, anche se non sarà mai scontato. È auspicabile che le nostre amministrazioni si accorgano dell’esistenza della nostra musica popolare e della sua vitalità, anche ai fini turistici.
Siamo alla XVI edizione, che sappiamo essere anche itinerante. Gioie e dolori di questo Festival.
La gioia è di far parte di un progetto portatore di valori, di legami con il territorio, di passione, tradizione, identità e credibilità. Il più grande dolore è quello di non essere ancora riusciti a far comprendere pienamente l’importanza della cultura popolare del nostro ambiente geografico, l’importanza del nostro festival anche come strumento di marketing territoriale e di essere identificati, ancora dopo quindici anni, come coloro che vedono le istituzioni come vacche da mungere.

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