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Panni e tessuti realizzati al telaio a mano su Gargano

L’allevamento degli ovini e di conseguenza l’abbondanza della lana, insieme alla presenza passata della coltivazione del lino, del cotone e della canapa ha supportato da sempre la lavorazione al telaio dei tessuti nell’area garganica. I segni di questa attività si perdono nella notte dei tempi come dimostra il ritrovamento dei pesi di telai negli scavi archeologici degli insediamenti Dauni.
E da quell’epoca, per secoli, sino a pochi decenni fa, quasi in ogni casa, il ritmico suono dei telai ha accompagnato il passaggio delle stagioni. Si filava a mano soprattutto il corredo della sposa e dello sposo. Nel 1866, mentre iniziava il declino di questa attività domestica, sul Gargano erano ancora presenti 1800 telai.
Telai storici ed esempi di tessiture si possono ammirare nei musei storico-antropologici di Monte Sant’Angelo, Sannicandro G. e Foggia. Ma filati moderni confezionati secondo le tradizionali tecniche si possono osservare ed acquistare a Carpino e Vico del G.
Alcuni anni fa infatti per iniziativa dell’Ente Parco è nato il progetto Penelope e le ultime artigiane del telaio hanno insegnato a giovani tessitrici l’antica arte. Ne sono nate due cooperative “Telaio di Carpino’ e ‘Penelope’ che, dopo un periodo di formazione professionale, hanno incominciato a produrre i manufatti in fibre naturali. Ma il vero motore del progetto sono state le anziane tessitrici di Vico e di Carpino che hanno conservato l’abilità nel realizzare le originali tecniche artigiane.

Lenzuola, tovaglie, tunacedde, stoffa per il materasso, indumenti vari si confezionavano con la tela che veniva prodotta dalle tessitrici. La loro bottega era la loro casa, per cui i loro attrezzi erano mescolati, spesso in ambienti piccoli, alla buffetta (tavolo lungo e stretto su cui mangiare, stirare, ecc.), al comò e ad altri mobili, magari vicino alla cemmeneia (caminetto).
Ma quali erano gli attrezzi che servivano oltre al telaio? C’era lu vinnele, la jurdeture, la ‘ndruvola, li cannedde ed altro.
La jurdeture era composto da due tavole strette e grosse con molti buchi sulla facciata con dentro un piolo per parte. Si appoggiava al muro e su quei pioli si faceva passare il cotone che andava a sua volta arrotolato su di un cilindro dalla parte posteriore del telaio.
La vinnele, invece, serviva a tenere su la matassa del cotone o della lana da cui si formavano i gomitoli, srotolando i quali, poi, si riempivano li cannnedde, che, a loro volta, s’inserivano nella ‘adruvola, attrezzo fondamentale nella tessitura. Era fatto a mo’ di barchetta, lungo una quindicina di centimetri per sei circa. Era un pezzo di legno scavato all’interno, con due buchi ciechi alle estremità che servivano ad accogliere un filo di ferro, il quale passava attraverso un sottile pezzo di canna su cui era avvolta una piccola quantità di filo che, passando attraverso la trama del telaio, formava, filo dopo filo, la tela. Ogni volta che passava il filo, la tessitrice, con un piede, azionava su di una pedacchia (pedale) per combinare la trama. Passato il filo, con una mano prendeva la ‘ndruvola e con l’altra tirava a sé, con una certa energia, lu pottene. Dopo di che azionava l’altro piede e contemporaneamente lanciava la ‘ndruvola nella trama, facendola passare dall’altra parte e ancora giù il piede e via con altri colpi per assestare bene il filo nella trama. Quando poi la tela cresceva, la donna srotolava il cotone dal cilindro posteriore, lo bloccava e arrotolava la tela al cilindro anteriore e via sempre così fino alla conclusione del lavoro ordinato.
Il telaio, invece, era formato da due grossi pezzi di trave lunghi circa due metri, poggianti su quattro “piedi” per trave, due avanti e due dietro. Sulle travi erano innestate due robuste tavole di legno duro, attraversate da un’altra tavola che le univa, sia da una parte che dall’altra. Quelle tavole verticali avevano due fori per parte di circa venti centimetri di diametro nei quali si inserivano i cilindri cui abbiamo accennato prima. Di sotto c’erano due (o quattro) pedacchie (pedali), pigiando sui quali con i piedi si permetteva l’apertura o la chiusura delle fasce di cotone provenienti dal cilindro posteriore. Lavorando con due pedali, si produceva tela liscia e leggera, mentre con quattro si produceva panno più duro e forte, detto “a spiga”: c’era, quindi, la tela a duje pede e la tela a quattre pede.

Testo dal sito del Parco Nazionale del Gargano

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