Nato in una famiglia di cantori e musicisti, Andrea crebbe immerso nella musica tradizionale. Gli zii e il fratello Rocco Antonio gli trasmisero il sapere antico, ma fu il suo straordinario talento a trasformarlo in un cantore unico. La sua vita di contadino venne interrotta dalla chiamata al fronte durante la Guerra d’Etiopia, un evento che segnò profondamente la sua esistenza. Prigioniero per 13 anni, Andrea subìì la lontananza dalla sua terra e dalla moglie, un periodo che tuttavia rafforzò la sua determinazione a preservare e condividere la cultura del Gargano.
Al suo ritorno a Carpino, Andrea divenne messo comunale, ma il suo cuore rimase fedele alla musica. La sua memoria prodigiosa gli permise di custodire centinaia di sonetti tradizionali, tra cui il celebre Accomë j’eia fa’ p’ama ’sta donnë, noto anche come Tarantella del Gargano. Questo brano, diffuso a livello internazionale grazie alla Nuova Compagnia di Canto Popolare, rappresenta uno dei massimi esempi della tradizione musicale carpinese.
La figura di Andrea Sacco ha attirato l’interesse di numerosi studiosi, tra cui Roberto Leydi e Diego Carpitella, che nel 1966 documentarono il suo talento per il disco Folklore Musicale Italiano, vol.3. Negli anni successivi, anche Roberto De Simone e il gruppo Musicanova, composto da artisti come Eugenio Bennato e Teresa De Sio, si recarono a Carpino per registrare le sue interpretazioni. La sua abilità nel suonare la chitarra battente e nel reinterpretare antichi canti lo rese un punto di riferimento per gli studiosi e gli appassionati di musica popolare.
Andrea Sacco non fu solo un musicista, ma un narratore di emozioni. Le sue serenate, come Donna che stai affacciata alla finestra (“Garofano d’ammore”), erano il riflesso di una vita dedicata all’amore per la musica e per la sua comunità. Nel film Chi ruba donne di Maurizio Sciarra, Andrea raccontò con ironia e saggezza i momenti più significativi della sua carriera, lasciando un messaggio indelebile: “Io non morirò mai, perché chi canta non muore mai”.
Fino alla fine dei suoi giorni, Andrea continuò a essere il custode di una tradizione che rischiava di perdersi. Con la sua musica, ha dato voce a un’intera generazione e ha ispirato artisti e ricercatori a mantenere vivo il patrimonio culturale del Gargano. Il suo lascito non è solo nelle registrazioni o nei libri, ma nei cuori di chiunque abbia avuto il privilegio di ascoltare il suo canto.
Andrea Sacco non è solo una figura della tradizione musicale, ma un simbolo di resilienza e amore per la propria terra. Attraverso le sue melodie, continua a raccontare la storia di Carpino e del Gargano, dimostrando che la musica popolare è un patrimonio che unisce passato, presente e futuro. La sua voce riecheggia ancora oggi, un canto eterno che celebra la vita e la bellezza della cultura popolare italiana.
Nato a Carpino nel 1920, Antonio Maccarone è stato un uomo che ha trasformato un’esistenza segnata da tragedie e sacrifici in un monumento vivente alla cultura popolare del Gargano. La sua vita è un intreccio straordinario di resilienza, passione e dedizione alla musica, un filo conduttore che lo ha accompagnato dalla giovinezza fino agli ultimi anni trascorsi nella sua casa di campagna, alla periferia del suo amato paese natale.
Un Guardiano della Tradizione
Maccarone è stato un custode delle melodie e dei canti tradizionali carpinesi, appresi direttamente da maestri della tradizione come Pasquale Di Viesti, originario di Rodi Garganico. Le sue interpretazioni, accompagnate dall’inseparabile chitarra francese, erano un ponte tra il passato e il presente, un richiamo potente a un mondo che rischia di essere dimenticato.
Sul palco della XI edizione del Carpino Folk Festival, Maccarone lanciò un accorato appello ai giovani: “Riproporre i nostri canti, sì, ma senza inficiarli con strumenti moderni che nulla hanno a che vedere con la nostra tradizione secolare”. Quella sera, il pubblico lo applaudì non solo per la sua arte, ma per il suo spirito autentico, capace di trasmettere l’anima di un intero territorio.
Una Vita di Sacrifici e Riscatti
La vita di Maccarone non è stata priva di sofferenze. Reso cieco da un errore medico, era già sopravvissuto alla perdita della moglie Maddalena e dei suoi due nipoti. Durante la Seconda Guerra Mondiale, perse l’udito a un orecchio a causa di un bombardamento americano a Taranto, incidente che gli valse una pensione di guerra. Nonostante tutto, affrontò ogni sfida con una forza d’animo straordinaria.
Dopo la guerra, intraprese diversi mestieri, tra cui quello di vigile campestre a Carpino. Nel 1961, con Maddalena, emigrò a Milano in cerca di un futuro migliore. Qui riuscì a costruirsi una vita agiata, dedicandosi all’importazione di prodotti pugliesi e ottenendo nel 1968 il prestigioso “Leone d’Oro per il commercio”.
L’Incontro con i Giganti della Tradizione
A Milano, Maccarone ebbe l’opportunità di incontrare Andrea Sacco e partecipò al celebre concerto organizzato da Roberto Leydi e Diego Carpitella, pilastri della ricerca etnomusicale italiana. Questi incontri segnarono profondamente il suo percorso, rafforzando il legame con le sue radici musicali.
Il Ritorno alle Origini
Nel 1986, Maccarone tornò definitivamente a Carpino, dove trovò nella musica un rifugio e una missione. Con la sua voce e la sua chitarra, divenne un protagonista indiscusso del Carpino Folk Festival, conquistando il pubblico con la sua capacità di instaurare un dialogo diretto e appassionato. Era un cantore che viveva la musica non come spettacolo, ma come testimonianza viva di un’eredità collettiva.
Un’Eredità Immortale
Nel 1998, l’arrivo di Giovanna Marini sul Gargano confermò l’importanza del lavoro di Maccarone nel preservare la tradizione musicale locale. Egli divenne un punto di riferimento per tutti coloro che cercavano di comprendere e perpetuare l’autentico spirito dei canti popolari carpinesi.
Maccarone non era solo un musicista, ma un simbolo. Con la sua chitarra, trasformava ogni performance in un viaggio attraverso la storia e l’identità del Gargano. La sua comunità, che inizialmente lo sottopose al severo giudizio della tradizione, lo accolse infine come uno dei suoi rappresentanti più illustri.
Conclusione
La storia di Maccarone è un esempio di come le radici possano diventare ali. La sua vita, pur segnata dalle avversità, è stata un canto d’amore per Carpino e per la sua tradizione musicale. E anche oggi, nel ricordo di chi lo ha conosciuto e nelle note dei suoi canti, la sua voce continua a risuonare, un richiamo immortale che invita a non dimenticare le proprie origini.
Culture Sector
Division for Cultural Expressions and Heritage
Associazione Culturale Carpino Folk Festival
Via Mazzini 88
71010 Carpino (FG)
ITALY
7 March 2013
Oggetto: Accreditamento per la fornitura di servizi di consulenza al Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale
Gentile Signore / a,
Del 2003 la Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale attribuisce grande importanza al ruolo delle organizzazioni non governative. Quelli con riconosciuta competenza nei vari settori del patrimonio culturale immateriale possono essere accreditati, secondo i criteri e le procedure di cui ai paragrafi 91-99 delle Direttive Operative, per fornire servizi di consulenza al Comitato Intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, responsabile per l’attuazione della Convenzione a livello internazionale.
Ho il piacere di informarvi che l’Assemblea Generale degli Stati parte della Convenzione, nel corso della sua quarta sessione a Parigi, 4-8 giugno 2012, ha accreditato la vostro organizzazione insieme ad altre 58 nuove organizzazioni non governative per fornire tali servizi di consulenza. Mi scuso per la tardiva comunicazione.
Secondo il punto 26 delle Direttive Operative, le accreditate organizzazioni non governative possono essere selezionate dal Comitato come membri del Corpo consultivo incaricato di esaminare le candidature alla lista del patrimonio culturale immateriale che necessita di essere urgentemente salvaguardato e di esaminare le richieste di assistenza internazionale superiore a US $ 25,000.
Ai sensi dell’articolo 6 del Regolamento di procedura del Comitato, qualsiasi ONG accreditata può partecipare alle riunioni del Comitato con funzioni consultive. Alla sua quarta sessione, l’Assemblea Generale ha anche dedicato una certa percentuale del Fondo Patrimonio Culturale Immateriale per la partecipazione alle sedute del Comitato di esperti sul patrimonio culturale immateriale che rappresenta ONG accreditate provenienti dai paesi in via di sviluppo. Quando invieremo gli inviti alla ottava sessione del Comitato (4 a 8 dicembre 2013, Baku, Azerbaijan) vi segnaleremo gli ulteriori dettagli su questa opportunità.
Lo status di organizzazione presso la commissione non consente alle ONG di utilizzare l’emblema della Convenzione, né quello dell’UNESCO, senza essere specificatamente autorizzati in anticipo e per iscritto, ai sensi delle disposizioni di cui ai paragrafi 124-150 delle direttive operative. Inoltre, questo stato non conferisce l’ONG il diritto di rappresentare se stesso nei rapporti formali o di consultazione con l’UNESCO, che sono soggetti a norme e procedure specifiche.
A norma del paragrafo 94 delle Direttive Operative il Comitato esamina il contributo e l’impegno dell’organizzazione di consulenza, e le sue relazioni con essa, ogni quattro anni dopo l’accreditamento, tenendo conto del punto di vista del Organizzazione Non Governativa in questione. Pertanto, la prima verifica sulla vostra organizzazione sarà condotta nel 2016. Vi incoraggio quindi a informarci regolarmente delle vostre attività nel settore del patrimonio culturale immateriale.
Complimenti sinceri per l’accreditamento della vostra ONG, e grazie per il vostro interesse per la Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale.
Cordiali saluti,
Cécile Duvelle
Secretary, Convention for the Safeguarding of the Intangible Cultural Heritage
Chief, Intangible Cultural Heritage Section
Il villaggio dove i contadini furono più bravi degli urbanisti
A Carpino Roger Vailland ha voluto girare il suo romanzo La legge, ridotto in film – Lo scrittore, che frequenta le spiagge garganiche, fu attratto dall’inconsueta scenografia, da questo singolare gruppo di case a dadi policromi sovrapposti, con terrazze e altana – Un veccio racconta l’avventura cinematografica che scolvolse l’assonnata quiete estiva del paese – Gina Lollobrigida e gli stivali dell’attore Pierre Brasseur
Foresta Umbra, 1 settembre 1959. La grande foresta incomincia dagli ultimi contrafforti del Gargano e chi sale da Vico se la trova dinanzi improvvisa, come un alto muro verde oltre il quale sembra impossibile procedere. Si vorrebbe che cosi fosse, per il piacere di sorprendere e violentare questa esistenza arborea rimasta immutata nei secoli, ma la strada asfaltata s’avventa con spavalda sicurezza a facilitare il cammino nell’ombroso segreto del bosco. Tuttavia, anche ferita dalla lucida strada, la Foresta Umbra ha conservato quasi intatto il fascino di recesso misterioso, le automobili che la solcano sono poche, e scarsi i clienti che sostano nel piccolo albergo-rifugio costruito in una radura erbosa. Tra i molti itinerari italiani, quello del Gargano è, forse, il più suggestivo, ma a scoprirlo sono stati gli stranieri i quali, pur essendo in numero esiguo, costituiscono ancora una maggioranza fra i turisti che compiono il periplo dello Sperone d’Italia. Ero partito da San Severo nel tardo mattino, ma il traffico era scarso sulla bella strada che srotola i suoi chilometri costeggiando i laghi di Lesina e Varano, divisi dall’Adriatico più dallo svariante azzurro delle acque che non dai fragili istmi. Il sole era già rovente e tra le stoppie si scatenava la follia canicolare delle cicale. In cima ai colli, aridi ulivi rilucevano come d’alluminio. Fatta una breve deviazione, sostai a Carpino attratto dalla inconsueta architettura del villaggio che dalla provinciale appare come un bizzarro gioco di dadi policromi sovrapposti. Ma salendo il colle in cima al quale Carpino è arroccato, le prospettive si definiscono ed i cubi azzurri, gialli, bianchi diventano case tutte quadrate ed uguali, con terrazze e altane che si rincorrono in un’aerea, ininterrotta scalinata verso il cielo. Camminavo lungo ripide stradine, sovrastate da cascate di gerani che traboccavano dalle terrazze, dai davanzali, dai panciuti, spagnoleschi balconi in ferro battuto, ignaro di avventurarmi fra scenografie che hanno fatto il’giro del mondo col film “La legge”. Un vecchio che passava il tempo a cacciar mosche seduto in un angolo d’ombra della piazzetta, mi raccontò ogni dettaglio dell’avventura cinematografica che l’anno scorso sconvolse l’assonnata quiete estiva di Carpino. Egli sapeva tutto di Gina Lollobrigida, e si dilungò sui dissidi fra la ex Bersagliera e l’attore francese Pierre Brasseur, al quale l’attrice non voleva togliere gli stivali come esigeva il copione considerando il gesto una diminuzione artistica. Brasseur chiamava la Lollo “ attrice di miei stivali” e provocava scene che Yves Montand ed il regista Jules Dassin faticavano a placare. “Alla fine ci hanno truffati tutti – disse il vecchio afferrando a volo una mosca- ci davano mille lire al giorno per fare le comparse, mentre la tariffa sindacale è di cinque mila lire”. Intorno s’era formato un gruppo di curiosi che ascoltavano ed approvavano le parole del vecchio. Erano stati tutti comparse, ed erano andati a vedersi quando il film era stato proiettato a Carpino, ma questo non li aveva consolati del denaro perduto, la gloriola cinematografica gli era costata troppo cara. Un giovanotto, dall’aria vissuta, il proprietario del « Bar Vittoria» dove mi ero fermato per bere un caffè mi spiegò poi che Roger Vailland, l’autore del romanzo “La legge”, trascorre ogni anno le vacanze sulle spiagge garganiche, e che Carpino gli era piaciuto per l’architettura cubista e lo stile unitario che sembra elaborato da un solo urbanista, non dal libero estro di molti contadini, ed aveva preteso che il suo soggetto fosse realizzato in quella cornice. Anche in questo caso è stato uno straniero a giungere in avanscoperta e se oggi si arriva agevolmente a Carpino lo si deve in buona parte a Roger Vailland, la strada di raccordo è stata allargata ed asfaltata per facilitare i viaggi ai suoi cinematografari. Lungo tutto l’arco dello sperone, la presenza degli stranieri è costante, le poche automobili che si incrociano hanno targhe svizzere, francesi, tedesche e inglesi, nei piccoli alberghi risuonano molte favelle, pochissimo l’italiana. Per una inesplicabile deformazione del gusto, i villeggianti nostrani aborrono dai luoghi poco frequentati, quasi temono la solitudine ed il prolungato colloquio con una natura che nemmeno il progresso tecnico è riuscito ad alterare sensibilmente. Da Carpino a Rodi Garganico il tragitto è breve, la strada a mezza costa è come una lunga balaustra sospesa tra il giallo delle stoppie crepitanti sotto il sole ed il refrigerio azzurro dell’Adriatico. A San Menaio, piccola insenatura chiusa fra verdi pini e lucidi strapiombi, il nero basalto, la strada incomincia a salire, ai campi di stoppie si alternano gli uliveti, alberi di fico immensi allargano l’ombrello delle foglie metalliche tra cui pendono i frutti morati che trasudano dolcissimo umore. Poi la vegetazione cede alla roccia irta di ciuffi di lentischio. Con affilati falcetti, gruppi di uomini tagliavano gli arbusti che ammucchiavano ai margini della strada prima di caricarli sui camion in attesa. Intorno, l’aria era greve di odore amaro. Domandai ad un uomo a che servisse quella ruvida messe. « Per i morti, rispose, si fa il traliccio delle corone funebri». Quella evocazione della morte sotto il sole alto e spietato non aveva nulla di tetro, entrava nel ciclo delle attività umane non diversamente dal mietere grano e intridere il pane. La serena compostezza che la gente del Gargano rivela dinanzi ad ogni manifestazione naturale gli deriva, penso, dalla dura esistenza che conducono sull’arido altopiano spazzato dal vento e dalla presenza incombente della grande foresta che domina sull’acrocoro come un gran tempio arboreo destinato ai riti per misteriose divinità antropomorfiche. Superato Vico Garganico, la strada continua fra rocce arroventate e magre siepi di rovi. Di lassù, l’occhio spazia sul panorama vasto e mutevole, fino a Peschici tutto d’oro nella luce meridiana, fino alla visione azzurra delle Isole Trèmiti. Non annunciata dall’infittirsi della sterpaglia, la Foresta Umbra si erge improvvisa ad una svolta della strada come una verde barriera. Si subisce un urto passando dal gran sole all’ombra umida del bosco e per prolungare il refrigerio si procede lentamente sotto le arcate di verdura che faggi secolari intessono fino ad altezze vertiginose. La luce piove filtrata dal fogliame fitto, si attenua a poco a poco fino a spegnersi nel sottobosco, tra le felci alte come un uomo, dove l’ombra è folta, indicibile. Quando la trama delle fronde si dirada, i raggi del sole penetrano come sciabolate fra i tronchi immensi, simili ai fasci luminosi nelle navate ombrose delle cattedrali. Si avanza per chilometri e chilometri in una luce rarefatta, nel silenzio lievitante del bosco, ascoltando il mormorio di polle d’acqua che gorgogliano a fior di terra tra felci e ligustri, alzando gli occhi richiamati dallo svolare degli uccelli che lanciano acuti richiami da fronda a fronda. La Foresta Umbra, la più vasta d’Italia, sta come un umido cuore verde nel giro di arsura del Tavoliere delle Puglie. Per miracolo si è salvata dalla furia, nostra e altrui, di distruggitori di boschi, ma non è riuscita a difendere la sua fauna. Pochi daini e caprioli errano sperduti nell’immenso regno arboreo a ricordare i tempi in cui, a branchi, correvano le piste subito cancellate tra le felci alte. Un guardacaccia incontrato lungo la strada mi ha raccontato di ecatombi fatte nella foresta dalle truppe alleate durante la guerra. « Arrivavano con camion e rimorchio – diceva l’uomo tenendo il fucile imbracciato, sempre a difesa – e per tutto il giorno il bosco risuonava di spari. Non c’era scampo per daini e caprioli, la sera gli autocarri ripartivano per Foggia e San Severo col loro carico sanguinante». Ora, delle timide bestiole è rimasto qualche esemplare su cui i guardacaccia vigilano come su figli proprii, il trasalire improvviso tra le felci del sottobosco è certo provocato da un daino curioso che ci osserva diffidente dal suo nascondiglio. Quando ripartii dal piccolo albergo-rifugio annottava, ma era una notte chiara, trasparente, come se il giorno non volesse morire su quella immensa cupola verde. Era sorta la luna, grande e luminosa, ma fredda e remota fra la trama fitta delle fronde. La foresta si rinserrò, gli uccelli già dormivano nei loro nidi di frasche, daini e caprioli sognavano i pascoli verdi nel fondo dei loro covili tra le foglie. Sulla foresta, il plenilunio aveva riverberi magici, alberi e luce avevano ripreso il loro eterno colloquio notturno, in un linguaggio che noi non comprendiamo più.
Francesco Rosso
Pagina 3 (02.09.1959) LaStampa – numero 208
Il testo non è nuovo, già Teresa Maria Rauzino lo aveva ritrovato l’anno scorso.
La novità è il ritrovamento della pagina del giornale.
Per gli interessati la copia della pagina del giornale è presso l’associazione culturale carpino folk festival.
…Mentre prende forma la tradizione di domani.
“Contemporary folk art”, arte folk contemporanea; un’espressione che si comincia ad incontrare con una certa frequenza. Può definire una corrente artistica legata al popolare, o può indicare una moda, una “way of doing” radical chic… In ogni caso, costituisce l’occasione per alcune riflessioni, per chi si occupa di folk, non prive di una certa importanza.
di Gabriele Di Stefano
Tra tutte le Istituzioni, il Parlamento Europeo è certamente quella meno sclerotica; da sempre, si colloca all’avanguardia nel coniugare qualsiasi ambito della sapienza e delle attività umane con la lotta all’esclusione sociale e la promozione dell’integrazione europea.
In armonia con questa linea, mediante la Decisione n.58/2000/CE del 14 febbraio 2000, ed istituendo il Programma “Cultura 2000”, il Parlamento Europeo ha indicato la funzione delle “culture nazionali” in relazione alla “cultura comunitaria”.
Circa i particolari della Decisione, rimando al sito dell’Unione Europea – www.eu.int – chi ha la pazienza e la voglia di ricercare. Circa le linee generali, invece, ritengo sia opportuno mettere in evidenza alcuni aspetti fondamentali del documento, emblematici, a mio parere, di una politica culturale – e, imprescindibilmente, sociale – che, considerati i tempi che corrono, ha qualcosa di miracoloso.
Per cominciare, una attenta lettura del documento lascia intuire che la politica comunitaria non voglia tendere alla creazione o alla definizione di una “cultura europea”, bensì di una “cultura dell’Europa”. Può sembrare una questione di lana caprina, ma, credetemi, non lo è.
Se, infatti, raccogliamo tutte le “culture” dei paesi europei, abbiamo sostanzialmente due modi di utilizzarle.
Il primo è quello di infilarle tutte in un crogiolo, in percentuali differenti (di quelle che vogliamo “dominanti” ce ne metteremo di più…), riscaldarle e fonderle insieme grazie all’energia fornita da un manipolo di intellettuali opportunamente scelti ed istruiti, farne una lega e, colandola, ricoprire il continente. Un po’ come quanto è accaduto, nel nostro Paese, in seguito all'”imposizione” dell’italiano – lingua sostanzialmente “artificiale”, ma questo è un altro argomento, che pure prima o poi dovremo deciderci a trattare un po’ più approfonditamente -, la conseguente diffusione “imposta” di una siffatta cultura europea genererebbe esclusione, emarginazione, “drop out”. Cioè conseguirebbe i risultati esattamente opposti a quelli cui dovrebbe tendere la diffusione culturale.
Il secondo modo è quello di fascicolarle attentamente una per una, rilegarle in un bel librone, fotocopiarlo, e distribuirne una copia ad ogni cittadino europeo. Dicendogli, all’atto della consegna: “Tieni, questa è la cultura dell’Europa.”.
Mi potreste obiettare che ogni fascicolo “nazionale” custodito all’interno del librone costituirebbe la prova di un autentico delitto, perpetratosi, più o meno lontano nel tempo, in ogni Stato nazionale, ai danni delle culture “altre” del luogo. In tal caso, vi risponderei “Ma allora che ci state a fare, voi, signori che del folk avete fatto pane e missione?”. E vi (ci) chiederei di scrivere di quanto resta delle nostre culture “subalterne”, anche perché a sconfiggere il concetto di cultura “dominante” si fa un piacere alla “Cultura e basta”. Proporrei, infine, di pubblicare il tutto come complemento del librone di cui sopra.
Mi rendo conto che qui si aprirebbe, allora, un’altra questione. Ma come, “scrivere” gli oggetti popolari non equivale ad “ucciderli”? Credo di no, se si è bravi a limitarsi a raccontarli e a fornire indicazioni a chi voglia fruirne personalmente, piuttosto che irrigidirli in semplici canoni e stilemi. Il “rito”, la “liturgia”, senza la divinità, sono solo recite a memoria o forme di ginnastica…
Ora, pare proprio che, nonostante i venti gelidi di globalizzazione forzata che solcano, cupi, il mondo, la Commissione Europea, con la Decisione relativa a Cultura 2000, piuttosto che fare la colata, intenda muoversi in direzione del librone e dei suoi complementi.
Ammetterete che la faccenda riveste la sua importanza. E vi dirò di più. Aborrendo i concetti di “sistema recettivo”, “parco emozionale”, e altre amenità meramente commerciali, artificiali, virtuali del genere, la Commissione Europea ha istituito i “sistemi di accoglienza” quali unità elementari del sistema turistico comunitario. Cos’è un sistema di accoglienza? E’ un luogo “logico” in cui possa avvenire l’incontro tra la cultura di chi è ospitato (il turista) e chi ospita. A che serve? Serve a favorire l’integrazione europea.
La commozione, che mi coglie spontanea nel pensare agli intenti del Parlamento continentale, sparisce, e lascia il posto allo sbalordimento, quando penso che, conseguentemente, il Governo italiano (quello del centro-sinistra, all’epoca), ha immediatamente e completamente recepito il concetto, approvando la legge 135/2001 ed istituendo i sistemi turistici locali, traduzione nostrana di “sistema d’accoglienza”.
A buon intenditor…: in quanto a legittimazione, ce n’è d’avanzo per riscattare la “subalternità” dei nostri oggetti della tradizione, e limitare la differenza tra cultura “ufficiale” e “popolare” al solo fatto che la prima è scritta, mentre la seconda si trasmette agli eredi detentori mediante “tradizione orale” (generalizzando una definizione abbastanza accettata per la musica).
La legittimazione, però, non basta. Ad essa dovrebbe aggiungersi, ora, l’agire con purezza, solerzia ed intelligenza di chi studia o racconta gli oggetti popolari, sia allo scopo di sensibilizzare le Amministrazioni locali, sia per illuminare agli ospiti le strade che conducono a chi quegli oggetti li detiene, sia per consentire ai “viaggiatori”, agli “stranieri”, di raccontarsi, di dire la loro.
A questo punto avremmo quasi tutto: le direttive europee, le leggi nazionali… Poi, noi tutti europei abbiamo nel sangue la modalità conviviale (intorno al fuoco, ad un tavolo, ad una bottiglia…), che permette anche a chi non è “sacerdote” di raccontare, alla gente che lo ospita, i “riti” della sua Terra. Ma cosa racconterà? E cosa gli sarà mostrato da chi lo ospita? Quale sarà il contenuto della comunicazione? Chiaramente, la “contemporary folk art”, l’arte folk contemporanea. Ma per convenire su questa risposta ci serve un’altra piccola riflessione.
La “Tradizione” è un concetto caro sia al pensiero conservatore che progressista. Degli ambienti “di destra” si dice che “sono tradizionalisti”; d’altra parte, alla base della ricerca degli oggetti della tradizione popolare vi è stata l’esigenza di sconfiggerne la subalternità, di eliminare le “ragioni del rimorso”, di rendere protagonista l’emarginato, di riconoscere che le culture locali sono da sempre veicolo di protesta e di denuncia del disagio: esigenza chiaramente “di sinistra”.
La “destra” riconosce sovranità ad una tradizione nata in altri tempi, la idealizza ed istituzionalizza, e poi tende ad incarnarla, a viverla. La “sinistra” individua la tradizione nei modi di vivere che incontra, quando ricerca, tra coloro che non vogliono saperne di abbandonarli.
In entrambi i casi, la tradizione è vista “come modo di vivere”; in entrambi i casi, chi vive i suoi oggetti lo fa in maniera certamente differente, rispetto a quanto facevano coloro che li “inventarono”. Differenze dovute a ragioni ideologiche o esoteriche, a sincretismi, “errori di trasmissione”, contaminazioni spaziali e temporali… Insomma, è evidente che, in un modo o nell’altro, siamo noi a modificare gli oggetti culturali che abbiamo ereditato, e ad assemblarli nella “tradizione”. E siamo sempre noi che, acquisendo o negando in tutto o in parte l’insieme assemblato (dal quale è impossibile prescindere), ed aggiungendovi i nostri “elementi”, creiamo il folk dei nostri posteri (dei quali, del resto, siamo gli antenati).
Ritengo, di conseguenza, anzitutto che il ricercare tra le tradizioni popolari, o il farlo tra le attività artistiche “di massa e di base” contemporanee, emergenti, “innovative”, siano due operazioni sostanzialmente analoghe. Sfido chiunque a non individuare, nelle rappresentazioni folk, contaminazioni con “maniere” contemporanee, e, viceversa, nell’arte di strada, dei murales et similia, oggetti di chiara provenienza tradizionale.
Ricordo, ancora, che più volte si è sostenuto che il folk, se non vuole scadere nell’oleografia, deve conservare la sua dimensione di rito. Ma il rito non rappresentato bensì celebrato, risulta inevitabilmente deformato da chi lo celebra. Nella raccolta dei sonetti dei Cantori di Carpino, ad esempio, si trova una versione dell’”ancestrale” “’E spingule francesi”, ma ritroviamo anche storie quotidiane, o pezzetti biografici riferiti agli stessi autori: i Cantori non hanno mai smesso di scrivere sonetti. Matteo Salvatore racconta la sua esperienza, la povertà quotidiana che ha fatto compagnia giorno per giorno alla sua vita; quindi, in ogni momento, ha parlato di un “presente” – il suo – non di un passato.
Sono tantissimi gli esempi che permettono di individuare la “contemporaneità evolutiva” del folk; la caratteristica, cioè, che rende il folk “contemporary art” di ogni tempo. E sono tanti gli elementi che permettono di individuare un’altra caratteristica della tradizione: essa “nasce” grazie ad una “proprietà dinamica degli oggetti culturali”, e muore in seguito ad una malattia che potremmo definire “istituzionalizzazione”.
In una cultura giovane accade che ogni nuovo uso, costume, rito, o oggetto culturale in genere in grado di permanere, nel tempo, nella memoria della collettività, va ad aggiungersi ad un patrimonio omogeneo già esistente, arricchendolo. Per un certo periodo della propria vita, così, la tradizione di un luogo è un insieme di elementi che, epoca per epoca, hanno tanto interessato le persone del passato da venire trasmesso a quelle del futuro; formandosi mediante l’aggregazione di nuovi elementi “interessanti”, o l’eliminazione di elementi non più ritenuti tali, la tradizione è poi una realtà dinamicà ed in continua evoluzione.
Ad un certo punto, per svariate ragioni, la tradizione finisce per perdere il proprio dinamismo, e diviene “istituzione”; subisce, cioè, una cristallizzazione che fa perdere di vista il filo continuo (di conseguenzialità causa – effetto) che lega la cultura contemporanea di una collettività con il suo passato. Si determina, così, una soluzione di continuità tra passato e presente – e conseguentemente futuro – i cui effetti sono culturalmente, socialmente ed economicamente nocivi, e si condensano nelle tendenze più estreme – e spesso del tutto prive di fondamenti e ragioni – di “conservazione” o “modernismo” ad oltranza.
In seguito all’istituzionalizzazione accade che alcuni, negando la tradizione, la dimenticano e la perdono, smarrendo con essa ogni ricchezza “ereditaria”; altri, proponendo la tradizione quale unico serbatoio di risposte, ipotizzano l’impiego di soluzioni di altri tempi a problemi nati o sussistenti nella realtà di oggi, caratterizzata da una velocità di variazione senza eguali in passato. Il più delle volte, così, la triste sorte della tradizione è quella di essere dimenticata, arrestata, misconosciuta, ingiuriata; nella migliore delle ipotesi, male utilizzata.
Avendo già una certa percezione di queste dinamiche, nel 1999 decisi di tentare un esperimento, a mio parere riuscito, di cui proprio la città di Carpino costituì la prestigiosa sede.
Nell’estate del 1999, attratti dal locale Folk Festival, Roberto Iannuzzi ed io ci recammo a Carpino, città il cui valore culturale ci era noto dall’aver ascoltato i suoi Cantori in tanti concerti del nostro illustre concittadino Eugenio Bennato. Con Roberto, del resto, avevamo anche intenzione di trascorrere sul Gargano le vacanze estive: al mattino Rodi, sole e mare, e alla sera Carpino, fresco e musica popolare. Il periodo di vacanza si trasformò ben presto in ricerca fruttuosa di storie e leggende, musiche e luoghi.
La prima sera di Festival conoscemmo i ragazzi della Pro Loco di Carpino; loro ci accolsero in paese, e con loro abbiamo vissuto il tempo e i luoghi (e i cibi, il vino et similia) di Carpino e del Gargano.
“Zio” Antonio Piccininno, dei Cantori di Carpino, che canta – e così conserva – la muntanara, la viestesana e la rurjanella, (che sono forme compositive del grande insieme “Tarantella del Gargano”) ci raccontò della “sua” tarantella (che ormai gira il mondo), e ci diede l’onore – a noi, profani stranieri – di farci suonare e cantare con lui.
Ascoltammo dalla gente i racconti della tradizione, fatta di riti che, pur risalendo all’inizio del XX secolo nella forma che ci veniva descritta, denunciavano origini remote, lasciando intravedere ombre italiche preesistenti i Greci. Ci rendemmo conto che racconti simili li avremmo potuti ascoltare anche a Monte S.Angelo, o in tutto il Gargano, o forse in tutta la Puglia. In questo senso, Carpino mostrò il proprio aspetto di “operazione di marketing”, innescata e poi utilizzata da tanti “nomi famosi” del folk e dintorni. Ma ormai eravamo lì, e così decidemmo di accettare la sfida ad evocare altri oggetti che i “professoroni”, evidentemente interessati al solo “immediatamente commerciabile”, se pure consapevoli della loro esistenza, avevano completamente omesso di diffondere.
Tra questi oggetti emerse immediatamente il Carnevale.
Pare che il Carnevale “venisse portato” da compagnie di artisti di strada provenienti – ci dissero – da Napoli; io ritengo che che queste provenissero dall’agro nocerino-sarnese, perché portavano la “tammurriata” (faccia campana della medaglia la cui faccia pugliese è la tarantella), rito rurale mai davvero appartenuto al capolugo campano, da sempre “metropoli”. Di strettamente partenopeo, forse, portarono la storia o canzone di “Pulc’nell'” (maschera che, in verità, colloca la propria origine preromana ad Acerra, e non a Napoli, forse all’epoca neanche edificata), che inizia in napoletano e prosegue in dialetto carpinese..
Carpino non si faceva trovare impreparata; montava una scenografia in ogni quartiere, in cui un vecchio “Carnevale” di paglia aspettava la sua morte, seduto ad una mensa, il “buffettuolo”; sul tavolo, vino, fave, olive, pane, ed altro da mangiare, di cui i passanti si servivano.
Allo scopo di morire in modo credibile – e scenograficamente grazioso -, Carnevale nascondeva nel suo petto una boccia di vino; così poteva versare sangue alla sua trafittura, la sera del martedì grasso. Altre sorti che gli toccavano potevano essere il finire bruciato, o gettato nel fosso di raccolta del letame. O tutto questo insieme. Bel ringraziamento a chi, con occhi fissi ed immobile pazienza, ascoltava gli “stramuorti”, pettegolezzi, lagnanze o maledizioni, a lui rivolte dalle persone del quartiere, ma indirizzate ai vicini.
Carnevale aveva anche una moglie, naturalmente di paglia anche lei, dentro il cui tronco era sapientemente collocato un ceppo di legno; così, sempre il martedì grasso, poteva essere segata mantenendo una certa consistenza e, perché no, dignità; poi via, a seguire le sorti del marito.
La cantilena sui mesi dell’anno (che ritroviamo, guarda un po’, analoga nella fascia del Monte Somma/Vesuvio), i gruppi di persone in maschera che visitavano le case, di sera, e non potevano restare inospitati; il ballo: tarantella e tammurriata a scontrarsi, incontrarsi, contaminarsi; attori, giocolieri, mostri e bellezze… Attrici le compagnie; regista ed attrice la gente di Carpino, a riprova che la festa è spettacolo interattivo. Questo ed altro i ragazzi, gli uomini e le donne, gli anziani di Carpino ci raccontarono.
Fu in seguito a tanta mole di dati e sollecitazioni che, ad un certo punto, dissi: “-Robè, e se si mettesse in scena Carpino, magari a Carnevale? -“. Lui rispose: “-Grande!!”-.
Parlammo dell’idea con i ragazzi della Pro Loco, e chiedemmo loro se gli andava di cominciare a sobbarcarsi l’onere di una ricerca – quanto più sistematica possibile – di tutto ciò che appartiene alla tradizione; in caso di quantità significativa di ritrovamenti, avremmo proposto l’idea alle Autorità competenti. Cominciammo a lavorare insieme, fin quando non venne il giorno del nostro rientro a Napoli.
In ottobre, Roberto ed io tornammo a Carpino; quello che i ragazzi della Pro Loco avevano già ritrovato era tanto, bello, ed interessante: musica, filastrocche, storie per tante messinscene…; c’era di tutto.
Nell’atmosfera più serena e tersa di ottobre, Carpino si mostrò come “coesistenza di possessi e perdite di passato”. E’ vero che ogni luogo ha questa caratteristica, e meriterebbe attenzione, cura ed affetto per il suo passato ed il suo presente; spero che Carpino abbia finalmente risolto questo bisogno.
Ad ottobre conoscemmo (e suonammo, bevemmo, recitammo con) i ragazzi dei gruppi musicali del luogo che, giovanissimi, hanno due musiche: quella della tradizione, e la stessa, rivisitata, contaminata, riproposta da loro che ne sono i legittimi eredi. Ad ottobre “Zio Antonio” ci raccontò ancora di sé, di Carpino, del Gargano e della sua musica.
Ai Cantori l’idea di Carnevale piacque. Piacque anche ai giovani dei gruppi locali, e ad ottobre i ragazzi della Pro Loco erano quasi già pronti. L’Amministrazione Comunale era pronta a legittimare (e legittimò) mediante delibera tutta l’operazione e, soprattutto, le Scuole locali si mobilitarono nella ricerca di altri oggetti tadizionali. Carpino si avviava ad essere pronta.
A quel punto mancava un “progetto artistico” di liberazione e riappropriamento della tradizione da parte dei Carpinesi; e mancavano le “compagnie”, gli esterni.
Roberto ed io eravamo i primi “artisti” provenienti da fuori. Ma fondamentali si rivelarono i contributi eroici del collega – e amico – Ciro Pellegrino, regista napoletano, dei Rua Port’Alba, di Raffaele Inserra e della Paranza dei Monti Lattari che, a fronte di un ben magro rimborso spese – pena l’infattibilità economica dell’esperimento – vennero a Carpino nei giorni del Carnevale, e improvvisarono insieme a noi pomeriggi e sere di spettacolo in pieno “spirito medioevale”.
Difatti, nel frattempo avevo trovato un percorso artistico “sostenibile”, cioè tale da modificare il meno possibile lo spirito del Carnevale, e quindi la sua trasmissione nel futuro dopo una pausa di circa venticinque anni (da tanto, infatti, i Carpinesi non celebravano più coralmente questo rito).
Ragionai così. Lo spettacolo medioevale era interattivo, ed era legato alla festa; l’interazione, in teatro, può funzionare grazie all’improvvisazione, e quindi grazie, per esempio, al metodo Stanislawskij; le tradizioni di Carpino, legate o meno al Carnevale, sono quanto meno di origine medioevale. Visto e considerato questo (ed altro, di cui poi si dovrebbe parlare con calma), proposi di fare l’esperimento utilizzando gli artisti del luogo (i Cantori, i gruppi locali, i ragazzi delle scuole, e quanti avevano ricercato) e quelli “che venivano da fuori”, dando alla gente la possibilità di organizzare e curare il Carnevale del proprio quartiere, dando al pubblico (carpinese, garganese, pugliese e italiano) presente la possibilità di rivivere il proprio diritto atavico di intervenire decisamente sullo spettacolo.
Il Carnevale poteva essere ricordato come evento di inizio secolo (il XXI, in quanto si sarebbe celebrato nel 2000). Poteva entrare nella tradizione e rimetterla in moto. Poteva far sorgere la voglia di riuscire a mantenere dinamica la tradizione riavviata, perché non si fermasse di nuovo.
Il Carnevale del 2000 si tenne, con spettacolo interattivo dal giovedì al martedì grasso, e l’esperimento riuscì. La Comunità di Carpino – tutta – recuperò la consapevolezza del suo serbatoio di risorse ereditario; la dinamica di formazione della tradizione si riavviò (ho notizia del Carnevale del 2001, che, ritengo, si sia discostato dal precedente, si sia evoluto; probabilmente, si sarà anche tenuta l’edizione del 2002).
Il Carnevale di Carpino del 2000 fu “contemporary folk art”. Un’immagine che non dimenticherò mai è quella del viso di una donna, ospite del locale centro di accoglienza, che, in piazza, leggeva la storia del Carnevale pensata e scritta da lei insieme ai suoi “esclusi” compagni.
La domenica successiva al martedì grasso del 2000, Roberto ed io eravamo a Montemarano ad assistere ad un altro Carnevale, che ritenevamo “istituzionale”; ci rendemmo però subito conto che eravamo di fronte ad una realtà in piena evoluzione, della quale alcuni aspetti ci inquietarono non poco. “Sua maestà” la Montemaranese, piuttosto che governare la festa ed ospitare la presenza garbata di altri generi, era evidentemente soffocata dalla proposta invadente e poco educata di generi quali la tammurriata o la pizzica, “forti” in quanto ormai divenuti, in tutto il nostro sud, la proposta commerciale di sedicenti artisti – alcuni anche molto famosi – dallo stage/”progetto culturale” facile e dal disco pronto.
La Montemaranese, e chi si occupa della sua proposta e diffusione, sono invece soggetti “deboli” ed ignorati da chi detiene il “potere di pubblicazione”, e sfrutta il revival solo come periodo “di grande spolvero” di oggetti riproposti in maniera digeribile al pubblico più superficiale. Ma Montemarano merita spazio autonomo.
Per concludere, vorrei farvi raccontare dall’amico Marco Molino, giornalista de “Il denaro” di Napoli, e collega nelle avventure professionali di sviluppo locale, un caso urbano di arte folk contemporanea, riportato nel suo articolo: “Arti & Cultura, incontri sotto l’albero. Dodicimila spettatori nelle prime due serate. Le tradizioni di Posillipo rivivono nella magia del presepe vivente.”, pubblicato il 29 dicembre 2001.
“Riceve sempre nuovi consensi il presepe vivente che si anima tra i vicoli del Casale, a Posillipo, nella notte di Santo Stefano, ormai da quattro anni. Per questa edizione anche il Comune di Napoli e la Regione hanno assicurato il loro sostegno allo sforzo organizzativo del comitato promotore, che opera in stretta collaborazione con la parrocchia di Santo Strato di padre Gian Pietro Camotti, per un evento che coinvolge un’intera comunità per diversi mesi prima di Natale. Circa duecento comparse, quasi tutti abitanti della zona, edifici e strade trasformati in set cinematografici, una vasta area liberata dalle auto. Senza la partecipazione attiva e convinta della popolazione, risulterebbe impossibile mettere su uno spettacolo che in due sere ha fatto registrare circa dodicimila visitatori. Il pubblico, diviso in piccoli gruppi guidati da un estroso Pulcinella, intraprende un affascinante viaggio nel tempo che, grazie a un’accurata scenografia e giochi di luci, per mezz’ora lo fa vagare in una dimensione sospesa nella quale diviene normale imbattersi, lungo la via, in un minaccioso centurione, o cedere il passo a una pecorella smarrita. Il presepe è suddiviso in otto quadri, posti su un percorso che si snoda tra vicoletti e cortili, e che si animano all’approssimarsi di ogni gruppo, rendendo l’atmosfera presepiale con scene di vita quotidiana, canti e balli caratteristici. Fino all’ultimo quadro dove, davanti a una povera capanna, in un clima di rispettoso silenzio, si assiste alla nascita di Gesù bambino. «È un appuntamento che diviene momento di aggregazione – sottolinea Marcello Matrusciano, consigliere circoscrizionale e membro del comitato presieduto da Anna Luongo – e che dà modo al popolo di questo quartiere nel quartiere di riscattarsi da negativi luoghi comuni che in passato ne hanno messo in ombra la maturità civica».”
Quanti altri esempi di arte folk contemporanea che chiedono diritto di parola, sapremmo individuare, nei nostri luoghi? Ne abbiamo facoltà, e possiamo provare a reperire i mezzi per farlo. Soprattutto, individuandoli, reperiremmo risorse endogene e rinnovabili per eccellenza, immediatamente spendibili nella diffusione dell’identità e nello sviluppo dei luoghi stessi.
http://www.facebook.com/notes/gabriele-di-stefano/contemporary-folk-art/10151344590608731
Negli stessi giorni alcuni racconti.
Grazia Martino: Il carro con le palma ha alla guida un pupazzo e improvvisamente mi è tornata in mente la filastrocca carpinese: “Carnuval mpuss all’oghj c’è magnat pane e (oghj?) non m’ha vulut da na zich che ti vonn stuccà nu dit” penso sia giusta.
Pietro Menonna: Ji’ so nat la nott d la pignat…Negli anni 50,la maschera piu famosa di Carpino era mio fratello…Pasqual Sandaloj…Ricordo da bambino come lui si preparava e scriveva le sue prediche,aiutato da mio padre…Ricordo vagamente che una volta c’era uno vestito da sposa e quello che portava il velo era uno bassotto…Mio fratello vestito da vedova,faceva la sua predica e dopo tirava fuori quello che portava il velo ( Savin sd’rlazz )e diceva…Mo v’apprsent nu giuvnott javt quand nu varlott…La gente si faceva addosso dal ridere.
Dante Di Giacomo: …nell ‘infanzia ricordo nella strada( via madonna) dove abitavo..in mezzo la strada sotto l’arco a fianco la casa di ”capiton” si faceva il famoso carnevale di paglia..seduto su una vecchia sedia lo chiamavano ”lu paprascian”, che poi in tarda serata veniva bruciato..
La costruzione del mito Salento, modello anche per altre zone d’Italia. A colloquio con Vincenzo Santoro dell’ANCI
di Dorella Cianci
da L’Attacco, 21 febbraio 2013
“Sulle pianure del Sud del Sud non passa mai un sogno/ sostantivi e le capre senza musica”, questi versi del poeta salentino Vittorio Bodini potevano riferirsi ad un Salento di un po’ di tempo fa, non di certo a quello glamour di oggi, quello del turismo anche elitario e di un circuito internazionale. Della costruzione del mito Salento, modello anche per altre zone d’Italia, ci parla Vincenzo Santoro, responsabile dell’Ufficio Cultura dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, da anni impegnato nel recupero delle culture popolari nel Mezzogiorno, in particolare legate al Salento. Santoro rilascia un’intervista all’Attacco, iniziando la sua analisi dagli inizi della costruzione di questo mito, anzi da prima che divenisse un mito, da quando essere figli dei contadini “del Sud del Sud” voleva anche dire liberarsi dalle tradizioni popolari ed emanciparsi, migliorarsi, andar via, in alcuni casi.
Dal liberarsi delle proprie radici, dr. Santoro, fino a giungere ad un ritorno ad esse. Qual è il passaggio? Cosa vuol dire ad un certo punto essere salentini?
Ho studiato a Pisa all’università, figlio di commercianti a loro volta figli di contadini. Partivamo dal Salento verso una prestigiosa università, fondando anche movimenti studenteschi impegnati nel nuovo tessuto sociale nel quale ci ambientavamo. Venivamo educati dai nostri genitori ad un rifiuto, ad esempio, anche del dialetto, per crescere. Ad un certo punto, lontano dal Salento, mi sono imbattuto in una musica ‘altra’, una musica tradizionale, non ancora quella pugliese. Una musica che si proponeva come contemporanea ed era dialettale. Allora, fra gli anni ’80 inizi anni ’90, essere del Salento, ma anche di altre parti della Puglia, voleva dire sentirsi molto lontani, provenire da paesini di cui non si conoscevano neanche i nomi. Il mio era Alessano. Per far capire ai miei colleghi di università da dove provenivo citavo Santa Maria di Leuca, soltanto perché alcune volte la sua temperatura era indicata nelle previsioni meteorologiche. Si immagina oggi cos’è, nell’immaginario del Nord e non solo, Santa Maria di Leuca? Ad un tratto poi c’è stata la riscoperta di Ernesto De Martino da parte degli antropologici, la sua opera è circolata notevolmente. Il quotidiano Il Manifesto cominciò a porre l’attenzione su questi temi e in particolare sul Salento e così, pian piano, è cominciata la risalita della mia terra.
E la sua esperienza personale? Come si colloca all’interno di questa rivalutazione?
Nel ’97 mi candidai ad Alessano in una coalizione di centro-sinistra, vinsi le elezioni come consigliere comunale e ricevetti la delega alla cultura. Fu allora che cominciai a mettere in pratica, nel mio comune, in accordo con altri della mia zona, le letture degli anni pisani, la riscoperta della musica tradizionale come modello contemporaneo, un elemento di postmodernità del tutto inedito. In quegli anni uscì Il Pensiero Meridiano, una lettura lungimirante di Cassano, che per la prima volta guardava ai nostri territori anche come un modello per un vivere più umano, più lento, ma più profondo. Dal ’96 in poi si sono sagomate le identità meridiane della Grecía salentina, luogo da sempre molto sfortunato, che però ad un certo punto ha avuto l’intuizione di ripartire da quella sfortuna di bilinguismo e di marginalità geografica.
C’è un intellettuale che individua più di altri le potenzialità del Salento? Uno che per primo ha l’intuizione del rilancio?
Certamente i testi di Franco Cassano, ma non si può parlare di un solo intellettuale. Inizialmente il merito va a Rina Durante, ma la sua rivalutazione del Salento è soprattutto legata a motivi politici, a una doppia visione classe contadina/classe borghese. Il rilancio estetico-identitario invece è merito di Edoardo Winspeare con il famoso film Pizzicata. Ma dietro tutto questo non si può non pensare al poeta Bodini, il quale colloca nel Salento il fascino dell’altrove, di terre arse dal sole a metà strada fra l’Oriente e la luce dell’Andalusia. Questo oggi immaginano i turisti venendo da noi, mentre prima era un poso trascurato, al massimo meta di qualche intellettuale naïf.
La riscoperta antropologica delle radici come è percepita nel mondo accademico, a volte asfittico?
Sul mio blog (http://www.vincenzosantoro.it/dblog/) mi scrivono molti studenti appassionati all’argomento o magari tesisti in cerca di informazioni o bibliografia, ma dall’altra parte segnalo l’anomalia dell’assenza, negli atenei pugliesi e non solo, di corsi di etnomusicologia. Vi sono tuttavia molte pubblicazioni significative.
Tra queste pubblicazioni segnalo molte delle sue, fra cui Il ritorno della taranta, un percorso di “storia della rinascita della musica popolare”, dove lei cita anche una nota frase di Faulkner, “Il passato non è morto. In realtà non è nemmeno passato”. Come si giunge alla grandiosa manifestazione della Notte delle taranta?
Inizialmente si comincia collaborando fra comuni, fra cui io volli inserire anche Alessano, pur se collocato un po’ a margine geograficamente rispetto agli altri aderenti. Venivamo finanziati dai fondi per le minoranze linguistiche, poi con il governo Fitto riuscimmo ad ottenere appena mille euro. Con l’attenzione del governo Vendola, la manifestazione si è istituzionalizzata.
Immagino ci siano pregi e difetti.
Come in tutte le cose. Principalmente ci sono pregi, soprattutto nel grande motore economico che si è messo in moto, proprio sulla scia di quello che oggi propone il Manifesto della Cultura del Sole 24 Ore. Una felice sintesi di pubblico e privato. Io oggi non faccio più parte dell’organizzazione, sono un po’ critico verso l’eccessivo legame fra la manifestazione e la politica, quasi come se si fosse vittima di una certa impostazione data dal governo regionale.
Come mai nel foggiano questa spinta non parte? Eppure le potenzialità del Gargano, ad esempio, sono emerse prima del Salento e poi vi sono comunque manifestazioni importanti, penso a quella di Carpino.
Problema foggiano. Qua si rischia di diventare banali, ma ovviamente il problema è delle istituzioni, della politica che non riesce a valorizzare certe manifestazioni, come accade anche a Carpino. Il problema non è diventare contenitore di grandi nomi nazionali, la questione nel Salento è stata impostata diversamente. Si valorizzano le potenzialità del luogo e anche quando si invitano grandi nomi, specchietto per le allodole ovviamente, queste si devono adeguare al “modello Salento”, al suo progetto. Nel foggiano questo non accade, anche perché non c’è ancora un vero e proprio recupero delle radici e poi non si fa rete. Non la fanno gli alberghi, non si modernizzano i musei, penso per esempio a tutto quello che c’è a Lucera, eppure non si investe in comunicazione, elemento oggi fondamentale.
Con la sua attività nell’Anci riesce bene a monitorare la situazione culturale italiana, di posti piccoli e grandi. Cosa pensa di Cerignola?
Lì si dovrebbe trasformare la produzione dell’oliva in qualcosa di importante, mettendo insieme arte culinaria, cultura contadina, non per produrre sagre, ma per mettersi nel circolo di un certo turismo culturale, che passi anche per le bellezze di Cerignola, ma che sia poi transitante verso il Gargano o verso il turismo di San Giovanni Rotondo. Stando isolati certamente non accade nulla. Ovviamente c’è la Fiera del Libro, di questo mi è giunta notizia, un segnale ottimo per una cittadina senza librerie o con una sola libreria. Io non mi occupo di festival legati al libro, ma comunque mi sembra un segnale incoraggiante. Molto ci sarebbe da fare anche a Foggia.
Dal Salento a Roma. Lei è anche promotore di molte iniziative nella capitale legate alla cultura di Puglia, ponendo soprattutto l’accento sul Salento.
Presentiamo un gran numero di libri legati al tema, ma soprattutto organizzo, con Franca Tarantino, corsi di pizzica, i quali prevedono anche un corso teorico per capire cos’è il tarantismo vero e non solo le sue pallide imitazioni o la sua vulgata.
Se dovesse consigliare come accostarsi alle tradizioni del Salento, cosa consiglierebbe?
Nel mio ultimo libro sottolineo spesso la centralità del ruolo di Winspeare e del suo film. Winspeare si è formato in maniera cosmopolita ed è stato affascinato dalla cultura salentina, dalla sua cultura contadina, che stava scomparendo sotto i colpi del consumismo. Egli è profondamente segnato dagli Scritti corsari di Pasolini ed è rimasto fortemente attratto dal tarantismo, sui cui, nell’ ’89 realizza un documentario ancora molto artigianale, San Paolo e la tarantola, esperienza che gli permette di incontrare famosi cantori come Uccio Aloisi e Uccio Bandello di Cutrofiano. Egli smuove il Salento, come dicevo prima, ha le idee chiare: utilizzare la pizzica e il tarantismo come strumento di mobilitazione, come chiave per far ritrovare ai salentini la coscienza perduta della ricchezza della propria tradizione culturale. Questa chiave dovrebbe essere applicata anche in provincia di Foggia, un modo di promuovere la propria terra che sappia unire varie esperienze e realtà per un fine comune, “una coscienza del passato e una speranza per il futuro”:
Vincenzo Santoro è responsabile dell’Ufficio Cultura dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, impegnato da anni nel Mezzogiorno nell’organizzazione di iniziative circa le musiche popolari. Coniuga la sua attività romana all’Anci con la sua passione per le culture tradizionali, pubblicando diversi saggi, fra cui l’ultimo Il ritorno della taranta, pubblicato per i tipi di “Squi[libri]”, casa editrice romana dai temi ricercati. Il volume, con un prezioso cd allegato, ripercorre una storia non lontana nel tempo, una storia di “poco meno di quaranta anni fa”, come precisa Santoro, un modo per difendersi da quello che Pasolini chiamava “Genocidio culturale” della violenta modernizzazione. Santoro, attivo anche in corsi di pizzica (teorica e pratica) precisa: “Il movimento musicale salentino non è una eredità naturale e diretta di un passato ricco di tradizione, ma è il risultato di un’operazione di ri-costruzione, in cui una parte della tradizione è stata ripresa, modificata e adattata ad un consumo culturale del tutto contemporaneo”. Santoro ripercorre l’esperienza pisana negli ambienti della “Pantera”, un movimento studentesco molto attivo, prosegue con le suggestioni di Ernesto De Martino studiato all’istituto di Sesto Fiorentino, dove si esibì anche il poeta sindacalista Peppino Marotto. Ha condotto un’interessate ricognizione dal sapore quasi filologico delle vecchie e nuove feste di area salentina arrivando fino all’approdo perugino della taranta.
Pioniere della riscoperta, Santoro porta un po’ di Puglia nella Capitale e non solo, infatti i suoi libri son stati presentati in varie zone d’Italia, ma anche in Svizzera.
Collabora al bimestrale pubblicato dall’ANCI, dove spesso analizza lo stato di salute della cultura nei Comuni, soprattutto del Mezzogiorno.
Sarebbe stato questo il titolo – sensazionale – di un avvenimento che, magari, passò del tutto inosservato in quel laborioso e ridente borgo dell’entroterra garganico. E invece fu proprio così: Federico II passò e soggiornò (e sicuramente non fu l’unica volta), tra una guerra e l’altra e da un maniero all’altro, proprio a Carpino nel cui territorio si dedicava alla caccia (sua grande passione, anche per tradizione di famiglia) e dove – in questo episodio che qui viene presentato – festeggiò addirittura il suo 40° compleanno che ricorreva il giorno di Santo Stefano (26 Dicembre, stessa data di un altro grande postero personaggio della storia, se pur discusso specialmente nel moderno mondo occidentale, Mao Tse Tung), quindi nel pieno delle festività natalizie. Questo lo si rileva dal libro: “Il Puer Apuliae – Rielaborazioni romanzate delle gesta guerresche, politiche, amorose e tragiche di Federico II di Svevia (1194-1250)”, di N.Popolizio, per le Edizioni Laterza-Bari 1974. Nella citazione, riportata integralmente, viene scomodato persino il biblico “Ecclesiaste”, mentre si chiarisce, una volta per tutte (?) la derivazione etimologica del nome “Carpino”: qui vi troviamo scritto, infatti, che il suo nome deriva “…dalle selve di càrpini circostanti…” e non già – dubbiamente – “dalla presenza di capri o caprioli…” , come si legge in altri testi. Ed ecco la citazione del “Puer Apuliae”, che, com’è noto, è uno dei più conosciuti sostantivi con cui veniva definito il Personaggio Federico II:
“”Nasce una cittaduzza (e nascerà dell’altro): Carpino. Parafrasando l’Ecclesiaste, diremo che una va e l’altra viene, mentre il malizioso difetto dell’Aquila resta in perpetuo. Ecco un episodio che stigmatizza una festività nazionale. Ieri si festeggiava il Signore Celeste, oggi si glorifica il Signore della Terra: infatti è il 26 Dicembre, giorno del 40° genetliaco di Sua Maestà l’Imperatore. Federico (forse per purificarsi dall’insincero incontro avuto con Gregorio IX a Rieti, presente anche il piccolo Re titolare di Gerusalemme, Corrado), s’è goduto il compleanno con una faticata venatoria nelle foreste attorno a Carpino, una borgata affacciata sul Lago di Varano. La Contrada, che piglia il nome dalle circostanti selve di càrpini, è cara a Federico perché nel 1229 i contadini del luogo accolsero con simpatia, ristorandoli, i soldati di un suo esercito sbandati dalla improvvisa e negativa risoluzione di una battaglia. A Carpino c’è un Castello ed una rustica Chiesetta vecchia di cent’anni; nel Maniero l’Imperatore bandisce un concorso: premierà con ricco dono il cacciatore che porterà la preda più vistosa. Prima di avviarsi, i concorrenti libano vino bollente insaporito di spezie: il Castellano profonde le proprie sostanze a gloria del Puer Apuliae e gli presenta, principalmente, la propria figliuola, bella come ninfa mitologica, e, pare, arrendevole più di una pantera affiatata. Alle galanterie segue un eloquente duello di sguardi allusivi, supplicanti, consenzienti…Cosicché quando tutti partono ad ammazzar bestiole, il Vincitore è già designato, in quanto la preda più splendida (sospirando il biblico distico “…ho desiderato d’essere all’ombra tua e mi ci son posta…e il tuo frutto sarà dolce al mio palato…”) casca tra le braccia del biondo Monarca in men che non si dica. A sera la metamorfosi. Nel Palazzo del Magister Bartolomeo c’è stato un ricevimento: file di sudditi devoti, sorrisi, frasi cortesi, giuochi, danze, cenone. Poi la quiete, centellinata con gli intimi, infine la riflessione. La mano del Puer Apuliae scivola con lentezza sulla fronte umida. Benché sia Dicembre e l’aria fuori gelida, nello stanzone il caldo è piacevole. A nome dei più vicini al Sovrano, Berardo rinnova gli Auguri per il compimento delle quaranta primavere. “Metà esistenza, dice Federico, consumata quasi senza avere visto il pieno esaurimento delle speranze vagheggiate sin dall’età infantile.” Appoggia il dorso allo schienale della seggiola, abbassa le palpebre, leva il viso alle ombre tremolanti sul soffitto e riprende con voce bassa e piena di malinconia: “Riflettere. E’ l’esercizio che può rigenerare la mente, anche se gli si accompagnano l’inesorabile tristezza e l’angosciante senso della perenne nullità di tutto quello che è. Ciò è pessimismo, ma il pessimismo riesce spesso a ridimensionare entro i suoi precisi ambiti l’esistenza. Perché viviamo il nostro tempo quasi prigionieri d’un sistema prestabilito? Passano i giorni e gli anni, ne assorbiamo la lietezza e il dispiacere, assecondiamo i disegni dell’intimo e ne forgiamo altri per l’esaudimento dei quali ci distruggiamo in un’attesa trepida e dolorosa. Cosa aspettiamo? Perché non è diversa la vita? Perché l’Universo assomiglia a uno schema ossessivamente monotono, che nel suo esplicare altro non fa che ripresentare per l’eternità la medesima nefasta consolazione?” Berardo fissa con insistenza l’Imperatore, quasi volesse vedergli il cuore, quindi parla: “Cercate Colui che ha fatto le stelle; Colui che muta le tenebre della morte in aurora…Non è difficile, Sire.” Federico riapre gli occhi, dà uno sguardo ai presenti (oltre il Vescovo e me: Giovanni da Procida, Michele Scoto e Pier delle Vigne) ed esclama: “Agere et pati fortia; così commenterebbe il nostro amico d’infanzia: forza nell’azione e nella sofferenza; inconsolabile tumulto. Non esiste alternativa? Bisogna proprio subire questo assurdo imperativo che pur facendo della nostra vita e del nostro animo una dicotomia oscillante tra sublimazione e oppressione, indica ai più estremi aneliti dello spirito l’assioma irrimediabile: nulla di diverso sotto il sole?” “Se un re si pone domande simili, intervengo, cosa dovrebbe chiedersi quell’anonima schiera di viventi per la quale il quesito è a priori inammissibile? Voi, Maestà, potete opporre alle acute iterazioni delle ansie dell’animo una volontà regolatrice di quelle conseguenze desiderate dall’intelletto o dal sentimento; ma per i molti per i quali importano solo l’oggi e il domani, estremamente pratici, null’altro conta che il principio: a ciascun giorno il suo affanno e il suo pane.” “E’ anche nel Vangelo questa verità, Sire”, incalza Berardo, che s’alza e sembra proseguire, interrotto però da Federico, che volgendosi a tutti chiede: “Prescindendo dalle consolazioni dogmatiche e dalle labirintiche speculazioni nelle quali religione e filosofia blandiscono i furori dello spirito, in che consiste alla fin fine la vita?” I presenti si guardano l’un l’altro. Il Presule barese, rivolto verso di me, atteggia il viso nell’espressione di chi è tenuto a indovinare il contenuto di una cassa chiusa; lo scozzese si liscia il naso fissando il vuoto; il Capuano si gratta la fronte e lancia occhiate attente oltre la finestra; il Medico picchia aritmicamente con le dita sul lungo tavolo della mensa, mentre il suo labbro inferiore è impegnato a catturare quello superiore. Entrano le Odalische, con brocche e vassoi. Alcune di loro (dalle scollature abissali), ancheggiando non meno armoniosamente delle capre lisce del monte Gallad, s’inchinano allo Svevo porgendogli dei dolci; l’Imperatore, con gesto cortese, le invita a servir prima l’Arcivescovo, ma costui, turbatissimo, ringrazia e volge lo sguardo altrove, poiché le giovani sono reclinate in modo che par debbano perdere qualcosa dalla cima del busto. Lo “Stupor Mundi” allora accenna il gesto del comando, e le fate vanno ad accoccolarsi ai suoi piedi, mostrandogli ogni dovizia: egli sceglie un pasticcio d’orzo e, volgendosi agli astanti suggella così il giorno del quarantesimo anniversario della sua nascita: “Meglio, tante volte meglio è vedere con gli occhi, anziché errare senza speranza con l’anima; anche questo è tormento dello spirito” (e aggiunge sospirando) “e non solo dello spirito…” (ch’è una postilla non propriamente tratta dall’Ecclesiaste)“”.
Complimenti a Mimmo della Fave, un ritrovamento importantissimo, conferma la voce di popolo secondo cui l’imperatore usasse Carpino come sua residenza di caccia.
P.S. Grazie al Professore Raffaele Licinio ordinario di Storia medievale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari si è appurato che in realtà il ritrovamento di Mimmo Delle Fave è parte di una elaborazione romanzesca di Nicola Popolizio, come da lui stesso precisato nel titolo, ambientato in un medioevo inesistente. Non che nei romanzi non ci siano elementi di verità, ma quando presenti debbono essere suffragati dall’indicazione della fonte originale che nel testo di Popolizio manca.
Quindi in attesa di ulteriori ritrovamenti quanto riportato non può essere considerato un documento storico.
Resta quanto riporta oralmente la comunità carpinese e la citazione di Carpino nel romanzo.
Il prof. Raffaele Licinio inoltre mi ha fatto presente anche che il busto da me utilizzato (me ne assumo la responsabilità) per veicolare la notizia è un falso accertato; NON è opera di Nicola Pisano a cui è attribuito.
Quanto dovuto per la precisione.
Qui tutta la discussione con Licinio: http://www.facebook.com/photo.php?fbid=10200334045582077&set=a.1046204083667.2008869.1482601386
Il 13 Gennaio 1968 si partiva da Carpino per l’Australia Giggino Ottaviano ci doveva portare con la sua macchina a Bari, la sera prima ci ha informato che per la neve che era caduta non poteva garantirci l’arrivo ha Bari per il volo per Roma, cosi siamo partiti alle 5 di mattina con l’autobus per la stazione di Carpino e poi preso la Garganica fino a San Severo. A Bari ci siamo arrivati solo per trovare l’aereoporto chiuso con le piste ghiacciate, tornati di nuovo a Foggia prendemmo il treno per Roma, arrivati a Roma in tempo per il volo alle 23.40 di sera, quanta neve, fino ha Ariano Irpino sugli Appennini poi arrivati a Roma con un freddo che ti tagliava in due, partiti da Roma 6 ore di volo atterrati a
Bombay (Mubay) India 100 gradi di caldo che bellezza, giorni brutti ma anche bei ricordi, 45 anni Carpino mi manca sempre di piu.
Ho avuto il piacere di conoscerlo allorquanto, grazie al Carpino Folk Festival, abbiamo visitato Melbourne. Ho di lui un ricordo bellissimo soprattutto per il suo attaccamento alle origini. Ricordo ancora i suoi brividi nel rivedere Carpino nei filmati che abbiamo avuto modo di fargli vedere presso il Club di San Marco in Lamis.
Devo confessare che uno delle mie paure ricorrenti è quella di vivere la sua stessa sofferenza per l’allontamento dal nostro paese.
Tra il 1880 e il 1915, circa nove milioni di emigranti italiani attraversarono l’oceano alla volta delle Americhe. La maggior parte, circa il 70%, proveniva dal Sud Italia.
Le ragioni di questa massiccia emigrazione furono molteplici: la crisi agraria che colpì il paese a partire dal 1880, il peso crescente delle imposte nelle campagne meridionali dopo l’unificazione, il declino delle attività artigianali e delle industrie domestiche, la crisi della piccola proprietà, delle aziende montane e delle manifatture rurali. Tutti questi fattori spinsero milioni di meridionali a cercare fortuna oltreoceano.
Tra gli emigranti vi furono anche molti carpinesi. Nel 1901 Carpino contava 4.421 residenti, un numero destinato a diminuire sensibilmente a causa del flusso migratorio. Tra il 1900 e il 1924, oltre 1.400 concittadini giunsero a Ellis Island, di cui appena 88 donne. Nei primi dieci anni del Novecento partirono circa 840 carpinesi, seguiti da 451 tra il 1910 e il 1919 e infine 65 tra il 1920 e il 1924. La maggior parte si imbarcò a Napoli, mentre alcuni, pur di partire, raggiunsero Palermo per trovare un passaggio verso il Nuovo Mondo.
L’emigrazione rappresentò un fenomeno epocale che segnò profondamente Carpino e molti altri paesi del Meridione, modificandone la struttura sociale ed economica. I carpinesi, come tanti altri italiani, partirono con la speranza di costruire un futuro migliore per sé e per le loro famiglie, affrontando sacrifici e difficoltà in terre lontane.
Di seguito solo un parte dei carpinesi che sbarcarono tra il 1905 e 1907 a New York – fonte www.ellisisland.org
Francesco Paolo Gallo, Giovanni Gallo, Michele Gallo, Carlantonio Gallo, Nicola Maria Gentile, Matteo Di Giacomo, Nicola Giangualano, Antonio Giangualano, Francesco Giangualano, Giuseppe Gioffreda, Matteo Giordano, Nicola Di gregorio, Leonardo Lamenafia, Francesco Paolo Lamonica, Domenico Di Lella, Domenico Lella, Francesco Dilello, Nicola Maria Di Lella, Pasguale Di Lella, Cirillo Di Lella, Donato Lombardi, Francesco Maccarone, Nicola Maccarone, Nicola Maccarone, Giuseppe Maccarone, Giuseppe Maccarone, Carlo Maccarone, Carlo Maccarone, Nicola Maccarone, Rocco Macero, Michele Maiorano, Domenico Manobianco, Cestantino Manobianco, Domenico Manzo, Antonio Manzo, Michele Manzo, Michele Di Maria, Giovanni Di Maria, Antonio Martino, Matteo Menonna, Francesco Merotta, Luigi Mitriane, Nicola Mitrione, Onofrio Di Monte, Francesco Di Monte, Romando Morosini, Matteo Di Nicola, Pasquale De Silvestri, Antonio Simone, Giuseppe Trovano, Antonio, Francesco, Antonacci Angelo, Costanzo Sacco, Michele Pizzarelli, Carlo Pelusi, Donato Azzarone, Gaetano Basanini, Michele Basile, Nicola Basile, Nicola Basile, Leonardo Basile, Matteo ??Betta, Rocco Braicoti, Costanzo Bramante, Rocco Bramante, Domenico Bramante, Antonio Cacolla, Michele Campagna, Matteo Cannorozzi, Domenico Ceddio, Matteo Ciuffredo, Giovanni Corlerte, Leonardo ??co, Matteo Daddetta, Antonio Daddetta, Guilia D Addetto, Michele D’Addotta, Matteo D’Amico, Francesco Debalo, Carmine Debata, Antonio De Cota, Michele Delgiudice, Giuseppe Del Giudice, Matteo Del Forno, Michele De Maris, Francesco Di Addetta, MA Rosa Di Addetta, MA Raffaela Di Addetta, Pasquale Di Cosmo, Matteo Di Cosmo, Pietro Dilddesto, Domenice Dilella, Matteo Dinicola, Matteo Diperna, Antonio Di Vieste, Antonio Draicchio, Matteo Draicchio, Donato Draiechio, Rocco ??Ino, Francesco Difiore, Guiseppe Difiore, Nicola Difiore, Luca Gallo, Michele Gallo, Antonietta Giuffreda, Francesco Ronghi, Giovanni Gianealano, Francesco Gioffi, Antonio Gramosio, Michele De Meis, Teodoro Judelli, Cartantonio Labriola, Leonardo Lasorma, Di Gregorio Leonardo, Antonio Maccarone, Vincenzo Maccarone, Franca Manobianca, Angelo Manzo, Michelantonio Menonna, Francesco Mischitelli, Domenico Mitrione, Michele ??Nte, Matteo Di Nunzio, Vito Sitta, Domenico Speraddio, Domenico Terracina, Francesco Trombetta, Domenico Trombetta, Antonio Vicidomini, Francesco Vivoli, Giuseppe Vivoli, Michelantonio, Matteo Son, Matteo Agrigola, Leonardo Luigi Alfarone, Leonardo Luigi Alfarone, Matteo Antonacci, Antonio Antonacci, Vincenzo Antruacci, Leonardo Azzarone, Antonio Bananis, Michele Basile, Michele Barnese, Cirillo Basania, Giuseppe Basanisi, Antonio Basanisi, Rocco Basanisi, Domenico Basanisi, Francesco Basanisi, Antonio Basinise, Ginseppe Basile, Giuseppe Basile, Michale Basile, Matteo Basile, Meola Evla Belase, Biagio Braicchio, Silvestro Bramante, Silvestro Bramante, Gaetano Bramante, Nicola MA Bramante, Francesco Bramante, Matteo Bramante, Matteo Bramante, Matteo Bramante, Angelo Bramante, Matteo Bramonle, Cirilo Bramante, Silvestro Bremonte, Matteo Brina, Matteo Di Brina, Giuseppe Bruscoli, Matteo Camarozzi, Michele Cannarozzi, Onofrio Cannarozzi, Antonio Cannarozzi, Angela Cannarozzi, Nom Co Cannarozzi, Leonardo Cannarozzi, Parquale Caputo, Cirillo Caputo, Domenico Caputo, Michele Caputo, Donalo Carapreso, Ermina Cardone, Giuseppe Carsdeo, Nicola Catu, Luco Ceriacin, Nicola Coccia, Matteo Coccia, Matteo Coccia, Rocco Coccia, Nicola Crombetta, Eugenio Daddetta, Michele Daddetta, Leonardo Damico, Michele Dantuono, Matteo Dantuono, Vincenzo Dantuono, Matteo Dantuono, Nicola Dantuono, Luca M Darnese, Giuseppe Decata, Michele Delcito, Antonio Delforno, Rocca Delforno, Antonio Delforuo, Luca Delgiudice, Michele Del Gindice, Tommaso Del Forno, Domenico Dellefave, Michele De Meis, Michele De Nigris, Nicola Denigris, Guiseppe Denigris, Giuseppe Di fiore, Michele D’Autuono, Francesco Di Brina, Francesco Di Brina, Carlantonio Di Brina, Leonardo Di Cosimo, Leonardo Di Cosmo, Gabriel Di Giambattista, Franc Di Giambattista, Giuseppe Di Giambattista, Antonio Di Giambattista, Michele Dilella, Michele Dimauro, Orazio Disumma, Antonio Di Vicoti, Giuseppe Di Vieste, Michele Di Vieste, Antonio Di viesti, Michele Di viesti, Angelo Di Viesti, Antonio Diviesti, Michele Draicchio, Francesco Esposito, Michele Facenna, Antonio Faiello, Matteo Difiore, Ginseppe Di Fiore, Francesco Zitani, Giovanni Fruszio, Domenico Fusillo, Giuseppe Fusillo, Giovanni Gallo, Rocco Gallo, Leonardo Luigi Gallo, Leonardo Gallo, Pasquale De Silvestri, Antonio Simone, Giuseppe Trovano, Francesco Turlo, Nicola Valente, Michelantonio Valente, Michelantonio Valente, Carlo Valentie, Michele Di Viesti, Matteo Vicedomini, Gennaro Vicedomini, Gennaro Vicedomini, Carlo Di Vietti, Domenico Vitetta, Domenico Vitetta, Francesco Zurlo, Orario Zurlo, Antonio Zurlo, Giuseppe Zezza, Giuseppe D’andrea, Ciriaco Augelicchio, Giuseppe Baragnese, Domenico Basanisi, Michele Basanisi, Michele Basile, Giuseppe Basile, Marino Basile, Nicole Maria Basile, Michele Bastadomo, Antonio Belgrado, Gaetano Bramante, Matteo Bramante, Matteo Bramante, Leonardo Cabacco, Mallee Cabacco, Rocco Calvano, Guiseppe Caputo, Antonio Caputo, Frane Paolo Caputo, Giuseppe Caputo, Matteo Coccia, Leonardo Conforti, Francesco Paolo Cozzola, Antonio Criggiani, Antonio Criggiani, Domenico Croiano, Francisco Paolo Daddetta, Giuseppe Daddetta, Make Damico, Cirillo D’Antnono, Leonardo D Antriono, Matteo Dantuono, Michele D’Antuono, Domenico de Bergolis, Donato De Cato, Francesco Paolo De Cato, Vincenzo De Filippo, Matteo Derrico, Antonio Del Forno, Nicola De Nigris, K MA D’errico, Matteo Di cosimo, Matteo Di Giambattista, Pietro Di Mauro, Matteo Di Mauro, Michele Antonio Di Mauro, Rocco Dimonte, Leonardo Diperna, Angelo Di Viesti, Ragnanese Domenico, Antonio Draicchio, Michele Difiore, Francisco Fallo, Cirillo Finizio, Rocco Fusillo, Matteo Fusillo, Orazio Fusillo, Michele Fusillo, Giuseppe Fusillo, Giovanni Gallo, Matteo Gallo, Giovanni Gallo, Matteo Gallo, Giuseppe M Gallo, Luca Gentile, Nicola Gentile, Antonio Gentile, Francesco Giambattista, Francesco Giangualano, Michele Giangualano, Mattio Luigi Grossi, Giuseppe La Torre, Gennaro Di Lella, Domenico Maccarone, Giuseppe Maccarone, Carlo Maccarone, Commaro Maccarone, Orazio Maccarone, Antonio Manzo, Rocco Manzo, Antonio Menonna, Pasquale Merronne, Matteo Merronne, Salvatore Trombetta, Michel Trombetta, Michele Turlo, Matteo Valente, Michelautonio Valente, Domenico Vitetta, Antonio Agricola, Nicola Maria Di Brina, Onofrio Cannarozzi, Michele Caputo, Nicola Cannarozzi, Antonio Cesareo, Nicola Dantuono, Antonio Di mauro, Michele Dimauro, Giuseppe Draicchio, Rocco Fusillo, Matteo Gallo, Matteo Jurillo, Domenico Di Lella, Antonio Di Lella, Michele Di Lella, Francesco Maccarone, Matteo Menonna, Rosato Visocchi.
Sangue foggiano in Fronte del Porto
di RAFFAELE NIGRO – 24 Dicembre 2012 Gazzetta del Mezzogiorno
Nel 1948 Arthur Miller visitò, durante un viaggio in Italia, il Gargano e scrisse una short story, Monte Sant’Angelo. Si pensava che il racconto fosse frutto di fantasia finché Mariantonietta Di Sabato, docente foggiana appassionata di dialettologia e di letteratura, non scopre come andarono effettivamente le cose. Bisogna partire da Foggia dove vivono i parenti di un italo-americano che accompagnò Miller, tale Vincent Jim Longhi.
Raggiunge telefonicamente il 14 novembre 2005 l’americano e da lui seppe che si era trattato di un vero e proprio reportage e che durante l’ascesa erano andati a cercare un proprio avo ebreo sepolto a Monte. Nel 2005 Jim Longhi viveva a Manhattan, aveva novant’anni e aveva condotto una vita da sindacalista, avvocato e scrittore. Si disse autore di alcuni testi teatrali, di un romanzo pubblicato nel 1997 Woody, Cisco & Me. Seamen Three in the Merchant Marine (Woody,Cisco ed io. Tre marinai nella Marina Mercantile) e di una ponderosa Autobiografia.
Scritto tra il 1994 e il ’96, il romanzo, in forma memoriale, narra di avvenimenti che si collocano alla fine della seconda guerra mondiale. Con le voci e le chitarre dei due folk-singer, Jim è il terzo chitarrista e sia nel viaggio a Palermo che in quello in Inghilterra incappa nel siluramento della nave. Spigliato e veloce, Jim descrive con dettaglio concreto le azioni, non perde mai l’umorismo e tratteggia i caratteri dei suoi compagni di avventura con grande maestria. Al punto da presentarsi la sua come una delle più dirette e credibili biografie di Woody Guthrie e da ottenere nel 1998 il premio The Indipendent Publisher.
Le notizie raccolte convincono la Di Sabato ad abbandonare gli studi su Miller e a occuparsi con Cosma Siani della biografia del narratore garganico, giungendo a tracciare nel 2012 una avvincente e utilissima biografia, Jim Longhi. Un italoamericano tra Woody Gutrhie e Arthur Miller. Longhi come narratore è ignorato da tutti, è sfuggito persino alla capillare indagine condotta da Francesco Durante nel 2001, Italoamericana. Storia e letteratura degli italiani negli Stati Uniti.1776-1880.
Vinny Jim nasce a New York il 16 aprile 1916 da Giuseppe, originario di Lucera e da Rosa Zitani, nata a Carpino ed emigrati separatamente nove anni prima negli Stati Uniti. Iscritto al Columbia College per i corsi di medicina è costretto a mantenersi agli studi con le consegne di candeggina imbottigliata dai genitori. E’ a scuola che per darsi lustro aggiunge al proprio nome Vinny (Vincenzo) Longhi, quello di Jim e non a caso l’autobiografia inedita è intitolata Just don’t call me Vinny (Non mi chiamate Vincenzo). Sarà Fiorello La Guardia, appoggiato da Jim a sostenerlo negli studi,fino alla laurea in legge. Nel ’43, chiamato in Marina, conosce Gutrhie e Cisco Houston, che intrattengono le truppe in viaggio con concerti folk.
Insieme a loro affronta tre viaggi, in Sicilia, Nord Africa e Inghilterra. Nel ’47 sposerà Gabrielle Gold da cui avrà due figli. Intanto si occupa di sindacato e difende i portuali di Brooklyn che “erano trattati come bestie e la mafia controllava tutto”. Nel ’46 e poi nel ’48 si candida al Congresso, sostenuto persino da Frank Sinatra, ma senza fortuna. In quel torno di tempo conobbe Arthur Miller. L’autore di Uno sguardo dal ponte era stato colpito da alcune scritte che inneggiavano a Pete Panto, un sindacalista che la mafia portuale aveva assassinato.
Per saperne di più sulla vita degli scaricatori avvicinò Longhi. Ne nacque una bella amicizia e fu allora che decisero di intraprendere insieme il viaggio in Italia. Rientrato in America, Longhi abbandona l’attività sindacale, apre uno studio legale, la V.J.Longhi Associates e si dà alla scrittura drammaturgica, nel ’68 pubblica Climb the Greased Pole, ovvero L’albero della Cuccagna nella rivista “Plays and Players”, ma è un uomo inquieto, innamorato dei viaggi. Decide infatti di lasciare New York e trasferire lo studio legale a Londra,intraprendendo una serie di viaggi in Europa e in Africa. Il suo amico Miller così lo descrive:”
Alto più di un metro e ottanta,di una bellezza tenebrosa, era uno che sapeva parlare e ,almeno con me, cercava chiaramente di eliminare ogni traccia di accento italiano. Era un oratore efficace, dallo stile piuttosto melodrammatico e, nella foschia premattutina delle banchine, attraeva molti portuali che in Columbia Street attendevano la chiamata per un giorno d’ingaggio. Fendendo l’aria come Lenin in ottobre, sviluppava il suo tema fondamentale, la degradazione di onesti figli dell’Italia per mano di una macchina sindacale corrotta”.
Con l’aiuto di Longhi, Miller scrisse The Hook, un testo teatrale sulla vita degli scaricatori di porto. Il testo piacque molto a Elia Kazan che decise di farne un film. Ma i produttori chiedevano di cancellare la mafia e di addossare le colpe dei malumori operai all’infiltrazione del Comunismo. Miller rifiutò e Kazan realizzò con Budd Schulberg il film Fronte del porto . Tutto questo nell’Autobiografia di Longhi, un testimone oculare di un’America che poco conosciamo.