Si rinnova a gennaio 2009 l’appuntamento con uno dei festival più importanti in Italia nel panorama della musica popolare e world: 
passare per l’informazione per costruire partecipazione.
dopo l’incontro su chianca masitto il patto interassociativo per il rilancio e la salvaguardia di Monte Sant’Angelo chiama i cittadini a discutere di quelle che saranno le scelte più importati che dovranno essere fatte da palazzo di città
Lunedì 29 dicembre, ore 17, Museo Tancredi
coordina il dibattito Piero Paciello, direttore del quotidiano l’Attacco
interverranno: Franco Salcuni, segreteria regionale di Legambiente
Domenico Prencipe, direttore de “il diario Montanaro”
Domenico Ioli, responsabile dell’ “ARCI Nuova Gestione”
Il sindaco e i capogruppi consigliari di maggioranza e opposizione sono stati invitati a partecipare.
Tutti i cittadini, i partiti, i sindacati, le associazioni sono invitati a intervenire.
L’incontro sarà trasmesso in diretta video su www.ildiariomontanaro.it

Intanto a Carpino aperti i cancelli degli stabilimenti sciistici con tanto di skypass direttamente dalla piazza principale.
L’unico stabilimento del Gargano, aperto subito dopo le ultime elezioni amministrative, è preso d’assalto fin dalla prime ore del mattino per la gioia dei grandi e dei piccini.
Proprio un ottima inziativa, mai si erano visti tanti turisti da queste parti. Il tragitto preferito dagli habitué dello stabilimento è quello lungo 9 km da un manto bianco morbidissimo che parte dalla località "Lardicchia" e attraversando tutto Pastromele porta le migliaia di sciatori in soli 27 secondi in località Marasciallo per un breve rallentamento in una zona calda e accogliente e poi, dopo la dovuta visita alla caratteristica chiesetta della Santa Croce ci si infila nella via che porta fino a Piazza del Popolo. Qui vi aspettano i Cantori con le loro arcaiche tarantelle.
Ma la parte del tragitto più tortuoso inizia a questo punto quando si prende la discesa detta di "Sciaquett" dove tra locande e ristori vari si viene tentati dalle mille leccornie natalizie locali, fino alla fontana di "Sgrambin".
La discesa termina in località "Piano" dove gli scavi del 1953 portarono alla luce le terme e la necropoli altomedievale della villa romana di Avicenna.
Cosa consigliamo per questa stagione invernale? Naturalmente, una bella ed economica settimana bianca per sciare, per godersi il sole caldo della Gargano, per ammirare il panorama incredibile dei nostri laghi.
Un soggiorno all’insegna delle tradizioni culinarie, del confort e del relax in un elegante hotel di Carpino è quello che vi occorre per ritrovare la carica e iniziare con grinta il nuovo anno che è alle porte.
Carpino è diventata, senza ombra di dubbio, una delle mete più gettonate dei turisti che amano le vacanze sulla neve. Nota a tutti per essere "il paese dei cantori" e la "porta nord del Parco Nazionale del Gargano", Carpino vi aspetta per sciate indimenticabili lungo le pendici di Pastromele.
Ma il Sindaco di questo piccolo paese, contrariato da questo successo tutto suo, intima "La dovete finire di attribuire a me questa tragedia, – poi rivolto ai singoli visitatori – la gente di Carpino sale tutta sul Comune a protestare ed è da questa mattina che non riesco a fare null’altro. Siete in un luogo dove il silenzio è sacro e dove tutti devono rispetto". Da sindaco che non si lascia passare neanche una mosca sotto il naso dà ordine e disciplina alle 5 lunghissime fila di Snowboards. Contestualmente rivolgendosi a noi giornalisti ci invita a scrivere di far sapere agli italiani di rimanere a casa e di non mettersi in viaggio per Carpino in quando "il pane e pomodoro è ormai finito e il companatico rimasto è solo per i paesani che vivono nel paese. Sono loro i miei elettori e per loro metterò al bando chiunque disturba la nostra quiete pubblica".
Incredibile a credersi, questa cittadina, famosa per le sue tradizioni popolari, oggi si trova a combattere con il turismo di massa e i suoi problemi. Nessuno lo avrebbe detto solo qualche mese fa, neanche l’attuale amministrazione artefice di questo progetto, ma siamo convinti che non si deve assolutamente perdere questa nuova occasione per il benessere e l’economia di tutta la Capitanata, almeno cosi la pensano i colleghi Sindaci di Monte S. Angelo, San Giovanni Rotondo, Peschici e Vieste che assistono da lontano questa inaspettata ondata di turisti : siamo solidali con i cittadini di Carpino e non li lasceremo soli, per la prossima stagione invernale effettueremo tutti gli investimenti necessari per svuotare Carpino da questi vandali della neve, anche perché questa ridente cittadina non è proprio adeguata a questo tipo di sviluppo.
Promesse d’aiuto arrivano anche dal presidente del Parco del Gargano. Con tutti gli investimenti che stiamo operando a Vieste e Manfredonia, non doveva proprio accadere quello che si sta verificando a Carpino. E’ una vera sciagura. Carpino e i Carpinesi non sono preparati, troppo legati alle tradizioni per poter sopportate questo tipo di turismo. Adesso speriamo solo che questa gente non si riversi nei paesi immediatamente vicini, penso a Cagnano, Vico, Ischitella. Il progetto di Carpino si è mostrato vincente, ci ha mostrato come il Gargano può competere con le alpi e gli appennini per il turismo invernale ed allora dobbiamo esportare lo stabilimento a Peschici e poi a Vieste fino a Mattinata. Per questa stagione quello che possiamo fare è organizzare altri grandi eventi lontano da qui. Ormai si pone il problema del riflusso dei turisti dall’entroterra al mare, bisogna riequilibrare la situazione nel più breve tempo possibile. Il Governo e la Regione Puglia ci devono dare una mano è da tempo che dico che abbiamo bisogno di Canader, se ne fossimo dotati potremmo spostare tutta questa gente in poco tempo e in un tempo ancora minore potremmo far sciogliere tutta questa neve.
Ancora una volta siamo lasciati soli, conclude il sindaco di Carpino, adda veni baffone!
Buon Natale a tutti, Belli e Brutti, Buoni e Cattivi
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I primi studi sulle tradizioni popolari del Gargano ci restituiscono immagini di grande fascino, dalle pettole di Peschici alla messa nel santuario scavato nella roccia a Monte Sant’Angelo
Le zampogne di Natale nella grotta dell’Angelo
di TERESA ANNA RAUZINO
Le atmosfere natalizie degli anni Trenta erano molto più suggestive di quelle di oggi. Saverio La Sorsa in ”Usi, costumi e feste del popolo pugliese”(1930) ci racconta che, in alcune città della Puglia, le prime note del Natale si avvertivano fin dal 6 dicembre.
Era la festa di San Nicola e nelle varie chiese l’organo suonava per la prima volta “La pastorella” o una ninna nanna. In alcuni paesi nella cattedrale venivano accese dodici lampade: dal giorno di Santa Lucia se ne spegneva una al giorno; l’ultima veniva smorzata nel momento in cui nasceva Gesù Bambino.
Nella notte di Natale nelle ampie e patriarcali cucine pugliesi la fiamma del ceppo non doveva ardere soltanto sotto la cenere, ma brillare gaia e scoppiettante. Per questa occasione, venivano riservati i tronchi d’albero più grossi e pesanti, in grado di illuminare la casa per tutta la notte.
Il ceppo simboleggiava l’albero del peccato originale. Solo consumandosi la notte di Natale, avrebbe annullato la colpa di Adamo ed Eva. La cenere prodotta dal ceppo veniva sparsa nei campi, per propiziare un buon raccolto.
In ogni famiglia pugliese, nel periodo natalizio, si dedicava molto tempo ed attenzione alla cucina. Si preparavano dolci e pasti degni dell’evento e i garzoni dei fornai andavano in giro per la città facendo baccano a più non posso con marmitte, campane di bovi, tamburelli e fischietti, intonando per le strade il perentorio comando: «Alzàteve megghjere de cafune/ E tembrate pèttele e calzune/ Alzàteve, megghjere d’artiste/ E tembrate u pane a Criste./ Alzàteve donne belle / E mettite la calddarèlle». Invitavano quindi le massaie a servirsi del loro forno per cuocere pane, dolci e ciambelle: avrebbero avuto un buon trattamento, ed a un prezzo conveniente. Anche allora esisteva la concorrenza.
A Peschici, per tutto il tempo di Natale, le case erano allietate da canzoni sul tema, intonate a varie riprese da tutti i componenti della famiglia, e in particolare dai bambini. Una nenia, in particolare, riguardava la preparazione del corredino di Gesù, non prima, ma dopo la sua nascita: «Ninna nanna /o Bammnell’/ che Maria vò fatjà/ gli vò fa la camicina/ ninna nanna Gesù bambin’». Questa strofa era seguita da altre simili, con l’elenco di tutti i capi del cambio del neonato. Alla camicina seguivano le scarpette di lana (i’ scarpitell’), la cuffietta (a’ cuffiett’), il vestitino (u’ v’stitin’). La Madonna li confezionava a mano, approfittando dei momenti in cui il suo bambino dormiva.
Una canzoncina di Vico del Gargano recita: «Mò vene Natale/ mò vene Natale/ e vene a’ fest’ di quatràre/ e nà pett’l e nà ’ranoncke/ mamma li stenne e tate l’acconcke». (Ora viene Natale, ora viene Natale, e viene la festa dei bambini/ una pettola e una ranocchia/ mamma le stende e papà dà loro la forma). La ranoncke era un piccolo pane spruzzato di mandorle tritate, confezionato apposta per i bambini in occasione della festa di Natale.
La Sorsa ci documenta che a Peschici le donne facevano le pettole lunghe mezzo braccio. In effetti, ancora oggi, le pett’l sono una specialità natalizia, oltre che nuziale. Le massaie sono abilissime nello stendere la massa lievitata. Le frittelle raggiungono lunghezze considerevoli, e vengono intinte nel mosto-cotto di fichi, che attesta le origini slave degli abitanti. Un proverbio, ancora oggi, invita i peschiciani non saltare questo rito propiziatorio: «I pett’le che nun cj fanne à Natale/ nun ce fanne manch’ à Cap’danne» (le pettole che non si fanno a Natale, non si faranno neppure a Capodanno).
Anche Giovanni Tancredi in “Folklore garganico” nel 1938 descrisse le dolci atmosfere della festa più attesa dell’anno. Verso i primi giorni di dicembre, Monte Sant’Angelo, città dell’Arcangelo Michele, come i più piccoli e sperduti centri del Gargano si animava più del solito: l’avvenimento straordinario era costituito dall’arrivo dei pifferai con la zampogna e la ciaramella. Giungevano dall’Abruzzo e dalla Basilicata, in piccoli gruppi di due o tre persone. Il costume tradizionale di questi robusti zampognari dal viso abbronzato era in seguente: cappelli a cono con le fettucce attorcigliate, corpetto di vello di capra, “robone” bruno (un’ampia veste di drappo pesante aperta dinanzi), camicia aperta sul collo taurino, calzoni di velluto marrone o verde abbottonati sotto il ginocchio, calze di lana grossa, lavorate a mano, e cioce che salgono attorno ai polpacci.
Erano avvolti nei loro tipici e inseparabili mantelli a ruota di pesante lana blu, con due o tre pellegrine (corte mantelline) una sopra l’altra.
Uno anziano, l’altro più giovane, attorniati e seguiti da ragazzini festanti, suonavano le loro allegre novene innanzi a ogni porta della città; si fermavano dappertutto: davanti alle botteghe, agli angoli delle vie, sulla soglia delle case, dove le famiglie erano raccolte attorno al focolare.
«Il più vecchio, dai capelli bianchi e dalla barba incolta, suonava la classica zampogna di legno di olivo a tre pive, stringendo l’ampio otre gonfiato fra il braccio destro ed il corpo; il ragazzo imbottava il piffero esile e snello fatto di olivo per metà e di ceraso per l’altra metà con la pivetta di canna marina». Dopo la suonata di ringraziamento, gli zampognari facevano una scappellata, salutando il capofamiglia con un «addio, sor padrò », con l’intesa di rivedersi l’anno dopo. «Il suono melanconico, dolce della zampogna ed il trillo stridulo ed allegro del piffero – racconta Tancredi – si spandevano per l’aria rigida sotto l’arco limpido del cielo».
La notte di Natale, con un certo anticipo sulla funzione sacra, donne e ragazzi, con sedie e sedioline impagliate, portate sulla testa o sotto il braccio, si avviavano verso la Basilica di San Michele, dove una folla immensa si pigiava, urtandosi lungo la scalinata di ottantotto gradini e dietro la Porta del Toro ancora chiusa.
Essa veniva spalancata solo quando, dal antico campanile angioino, le grosse campane spandevano il loro armonioso suono. La millenaria Grotta in pochi minuti era gremita di gente. Tancredi ci visualizza l’idea di quello stare tutti insieme, accalcati nella Sacra Grotta: «In questa Santa Notte nella Reale Basilica fermentavano gli amori in un dolce contatto di fianchi, di braccia, di piedi. Saltavano inevitabilmente gli austeri e puritani tabù di quel tempo, che impedivano ai giovani innamorati di stare a stretto contatto fisico.
Gli zampognari suonavano la pastorella, sulle note della bellissima pastorale di Bach.
Questa semplice melodia commuoveva profondamente vecchi e giovani. Toccava soprattutto la sensibilità, ed ogni fibra, delle popolane brune e fiorenti».
L’intuizione fu del compianto Filippo Fiorentino, splendido educatore, intellettuale lucido e lungimirante. La intuì da Garganico doc. E come tutte le intuizioni sono geniali perché semplici e semplici perché geniali. Che altro si può dire quando si intuisce di una “Città Gargano”? Semplice e nello stesso tempo geniale. “Il Gargano – chiosava Fiorentino – in fondo è una città dove i nostri paesi non sono altro che i suoi quartieri”.
Può sembrare un utopia, ma non lo è affatto in quanto non sarebbe certo irrealizzabile, ad esempio, un divertimentificio nel “quartiere Rodi” (perché aiutato dalla sua viabilità). E che dire del turismo economico, congressuale alle porte del Gargano cioè nel “quartiere Manfredonia”. Poi i “quartieri residenziali” per intenderci una sorte di Nottigh Hill, Beverly Hills, Bois de Boulogne a Vieste, Peschici, Vico. La marcata tradizione a Carpino, Ischitella, il turismo lagunare di Cagnano; quello agreste di Sannicandro, senza dimenticare quello religioso di San Giovanni Rotondo o Monte Sant’Angelo. Dulcis, ma non in fundo, il mare e i bagliori delle Isole Tremiti. Eccola la “Città Gargano”, semplice e geniale, come solo qualche mente eccelsa può abbracciarla con la sua acuta immaginazione.
Gargano, una città in continuo movimento e fermento. Un sogno? Certo, fin quando si continuerà a parlare in nome e per conto del proprio campanile. Eppure a portata di mano e di bocca visto che mai come in questo periodo è tutto un passaparola “sistema”. Lo si invoca ad ogni piè sospinto, ad ogni latitudine e longitudine del Promontorio. Si evoca e si augura la “Città Gargano”, le categorie imprenditoriali che la auspicano strizzano l’occhio ad un altro mito: la destagionalizzazzione.
Il mercato globale bussa alla porta, impone una sterzata e, solleticandoci un po’, ci fa scoprire che un brand, un marchio unitario, un segno riassuntivo esiste ed è quello garganico.
Non si diceva fino a qualche tempo fa che la Puglia era nel Gargano? Cosa manca? Il coraggio di osare. Non possono essere solo i problemi ad accomunarci, quasi a formare solamente un minimo comune denominatore di negatività: rifiuti, sanità, viabilità, solo per citare i più eclatanti. Non possiamo continuare a sgranare gli occhi quando sentiamo parlare di “Grande Salento” e sentirci degli eterni incompiuti o figli di un Dio minore.
Può essere questa nostra economia a sospingere le lancette dell’orologio verso la sveglia della “Città Gargano?” Ipotesi azzardata, se non destituita di fondamento. Anche perché un finissimo pensatore oltre che statista come Churchill ci ammoniva, giustamente, che l’economia era troppo importante per lasciarla trattare agli economisti. E da sola l’economia non spiega nulla dei cambiamenti in atto e di quelli possibili se la stessa non si affida alla partoriente cultura.
Come non intuirlo se si scrutano a fondo e non solamente in superficie fenomeni come la formula della Coca Cola, dell’orologio Swatch o l’eruzione telematica di Bill Gates e della sua Microsoft o anche il motore di ricerca Google. Appaiono in forma di numeri e/o di algoritmi, ma impossibili da concepire senza il fondo di un’idea, di un approdo dello spirito di finezza (l’esprit de finesse di Pascaliana memoria) che ha poco a che spartire con la mera logica aritmetica tipica dell’economia. Ecco dunque il grimaldello, la chiave di volta. Se il nostro turismo non assume quei connotati, ahinoi, resta solo compravendita di posti letto. Ma di emozioni, intuizioni, modelli di sviluppo nulla, solo la promessa di consegnarsi ad un chissà quale viaggio sabbatico nella riflessione. Ma la modernità corre troppo veloce e di tempo per riflettere ce ne poco. Tranne per i finissimi d’ingegno come Filippo Fiorentino, garganico fino in fondo.
Ecco allora lo spunto per la proposta/provocazione fatta da Ondaradio.
Rifacendosi così a questo prestigioso méntore, nelle migliori tradizioni, quando a fine anno si tracciano i consuntivi, la redazione giornalistica di Ondaradio, ispirandosi alla sua linea editoriale racchiusa nello slogan “per le vie della Città Gargano”, ha indetto da quest’anno un sondaggio/inchiesta fra gli abitanti del Gargano.
Ad un ampio gruppo di garganici è stato chiesto di indicare quale fra i sindaci dei Comuni del Gargano nord (ovvero Vieste, Peschici, Rodi, Vico, Ischitella, Carpino, Cagnano, Sannicandro, Isole Tremiti) fosse stato percepito nel corso del 2008 come quello che meglio avesse rappresentato/operato per una (per ora) virtuale/ideale “Città Gargano”.
Questa sorta di sondaggio/inchiesta, partito il 15 ottobre 2008 e terminato lo scorso 15 dicembre, pur non volendo avere parvenze di scientificità statistica, ha interessato una selezione di ascoltatori di Ondaradio, per un totale di 600 contatti distribuiti proporzionalmente fra le varie località (“vie della città Gargano”).
Due le domande proposte.
La prima per l’indicazione diretta del sindaco prescelto:
1) “Tra i sindaci di Vieste, Peschici, Rodi, Vico, Ischitella, Carpino, Cagnano,
Sannicandro, Isole Tremiti chi vedrebbe come sindaco di una “Città Gargano”
di cui tutti i Comuni ne sono i quartieri?”
La seconda per delineare la caratteristica peculiare che aveva portato a tale scelta:
2) “Ha scelto quel sindaco perché:
– ha spinto di più per una “Città Gargano” (A)
– ha mostrato più attenzione all’identità garganica (B)
– si è mostrato meno campanilista (C)?”
Al termine del rilevazione, questi sono stati i risultati:
domanda 1 domanda 2
(A) (B) (C)
1) Luigi Damiani 27% 65% 24% 11%
(Vico)
2) Peppino Calabrese 18% 27% 58% 15%
(Isole Tremiti)
3) Costantino Squeo 14% 32% 65% 3%
(Sannicandro)
4) Ersilia Nobile 13% 30% 62% 8%
(Vieste)
5) Mimmo Vecera 9% 28% 65% 7%
(Peschici)
6) Carmine D’Anelli 7% 36% 58% 6%
(Rodi)
7) Nicola Tavaglione 5% 25% 68% 7%
(Cagnano)
8) Rocco Manzo 4% 24% 71% 5%
(Carpino)
9) Pietro Colecchia 3% 28% 62% 10%
(Ischitella)
Ma le neviere non esistevano soltanto in Sicilia. Anche qui da noi, in tutti i centri della Puglia, vennero creati dei depositi, le neviere appunto, da dove il prodotto veniva regolarmente distribuito al dettaglio dai nevaroli, che avevano avuto l’appalto del prodotto per i vari paesi.
Lucia Lopriore, con la sua minuziosa ricerca “Le neviere in Capitanata. Affitti, appalti, legislazione ” proietta un fascio di luce su questa vitale tradizione, sottraendola al silenzio e alla preziosa “muffa” dei documenti dell’Archivio di Stato di Foggia. I contratti d’appalto, documentati paese per paese, aprono uno spaccato su un mondo forse perduto. Il linguaggio “notarile”, burocratico, ostico per i non addetti ai lavori, acquista un senso.
Già dall’inizio dell’Ottocento, l’illuminista vichese Michelangelo Manicone, ne “La Fisica Appula”, attestò la presenza di neviere: “A San Marco (in Lamis) è ben vero, che nella state havvi molta neve conservata ne’ boschi”. “Quanto è caldo di està il clima Sammarchese, altrettanto è rigido nella invernale stagione. Cinta essendo questa popolazione all’Est, al Nord, ed all’Ovest da eccelse aspre montagne, vi cade spesso molta neve, che vi resta molti giorni; e di qui l’algente freddo di San Marco”. Rignano Garganico aveva un clima ancor più rigido: “Giace Arignano su di una grossa e nuda rupe, ed è dappertutto circondato da un suol pietroso. Più freddo di quello di San Marco è poi nel verno il suo clima”. E Manicone raccomandava caldamente allo sprovveduto “forestiere”: “Stattene qua solo nella stagione de’ fiori!”.
A quel tempo, in Capitanata, luoghi come San Marco in Lamis e Rignano, tradizionalmente vocati alla caduta degli “algidi cristalli”, alimentarono quindi una vera e propria catena del freddo. Dalle neviere, la neve veniva smistata nel Gargano Nord, dove i bianchi fiocchi non cadevano quasi mai, ma anche nei paesi in cui il prodotto locale non era sufficiente al bisogno. Come nel Palazzo Ducale di Urbino, le neviere erano spesso presenti negli ambienti ipogei dei palazzi. I Loffredo, signori di Sant’Agata, Bovino e Guevara ne possedevano due. La famiglia che ebbe la “privativa” della neve su Foggia fu quella dei Marchesi Cavaniglia, nobili “illuminati”, provenienti da San Marco dei Cavoti. In Capitanata detenevano i feudi di San Giovanni Rotondo e di Rodi Garganico. Già dal Settecento, mandavano i loro trabaccoli carichi di agrumi, non sappiamo se stipati anche di neve compressa, fino a Trieste. A Foggia i due prodotti vennero sicuramente smistati assieme. Anche nel caso della nobile famiglia rodiana, come per i siciliani principi Alliata, duchi di Buccheri, il cerchio si chiudeva, probabilmente, sul nesso: Neviere/agrumi/commercio. Un’ipotesi ancora tutta da sondare.
Anche in molte masserie fortificate nobiliari sparse nel Salento, vi erano delle neviere. Una “…neviera atta a conservar la neve…” è riscontrabile presso la masseria Favarella, di Acaya, di proprietà nel 1674 del pizzimicolo di Lecce Andrea Favarella, dal quale, poi, prese il nome attuale. Una delle neviere più grandi che si conosca è quella che si trova sotto il castello Carlo V, costruito dall’architetto militare Gian Giacomo dell’Acaya di Lecce. Anche Caprarica ebbe le sue neviere; una era posta, lo testimonia il Catasto Onciario del 1744, presso una casa-torre, di proprietà di Diego Brunetti, patrizio di Lecce (p. 244 del catasto). Il documento recita: “…Possiede il Palazzo con più e diverse camere superiori ed inferiori, stalle, rimesse e nivera con piccolo giardino di delizia, sito fuori l’abitato per uso proprio e del suo agente”.
UN TREKKING FRA LE ANTICHE NEVIERE DEL GARGANO
Le neviere sono dei monumenti non di arte ma della tecnica umana, degne di restauro e recupero, nelle loro tre tipologie a groppa, a dammuso e a cupola. Sarebbe auspicabile che, a livello di singolo comune, gli Uffici tecnici effettuassero un censimento delle neviere tuttora esistenti in Capitanata, per poi procedere al “restauro”, nell’ambito di una proposta di “archeologia industriale”. Il libro della Lopriore può far loro da guida, per individuare e localizzare i siti ormai interrati. Forse nel Subappennino, a Faeto, qualche presenza c’è ancora. Come ci sarà sicuramente in qualche luogo d’altura del Promontorio del Gargano o della Foresta Umbra. Affascina l’idea, già realizzata in certe realtà turistiche dei monti Iblei, di un “Trekking fra le antiche neviere”. Qui da noi si potrebbe creare un itinerario nell’ambito dei “percorsi” del Parco Nazionale del Gargano. Partire dalle neviere di Monte Sant’Angelo, di San Marco in Lamis, o della Foresta Umbra, di Cagnano Varano o di Vico del Gargano, per arrivare all’oasi agrumaria di Rodi, Ischitella e Vico del Gargano. Un percorso, completamente da inventare, quello del Trekking nelle neviere di Capitanata. Archeologia industriale, e percorso del gusto. Insieme. Da proporre ai numerosi turisti alla ricerca di tour diversi da quelli incentrati su sole e mare. Nulla di nuovo sotto il sole: è stato già “testato” in Sicilia. Nel 2001 Italia Nostra, sezione di Siracusa, per illustrarlo, ha pubblicato un libro dal titolo emblematico: “La neve degli Iblei. Piaceri della mensa e rimedio dei malanni”. Vi hanno contribuito autori vari, che hanno giostrato a tutto campo su questo tema monografico, mettendo in risalto anche il collegamento neve/ medicina omeopatica, oltre che neve/arte del sorbetto.
La ricerca di Lucia Lopriore potrebbe essere da noi tutti “rilanciata” con lo spoglio dei Catasti Onciari pugliesi. Potrebbero sicuramente riservare inedite sorprese.
TERESA MARIA RAUZINO
recensione al volume di LUCIA LOPRIORE, "Le neviere in Capitanata. Affitti, appalti, legislazione", Edizioni del Rosone, Foggia 2003, euro 18.
Il discorso del presidente della Associazione “Punto di Stella” di sabato 20: cerimonia di presentazione sodalizio ed elenco delle categorie distintesi per coraggio e solidarietà il 24 luglio 2007. “Per non dimenticare ma neanche piangerci addosso”
UNA SERATA COME POCHE!
“Questa che stiamo per vivere sarà una serata molto particolare, non tanto per l’ufficialità della presentazione del sodalizio che abbiamo voluto fortemente fondare, quanto per ciò che seguirà. Adesso, però, devo spendere quattro parole sull’Associazione rispondendo a qualche domanda che di sicuro alcuni si stanno facendo. Cos’è questa associazione… cosa vuole questa associazione, cosa si propone. E’ presto detto: l’Associazione culturale “Punto di Stella” è nata, debitamente registrata, il 29 agosto di quest’anno, per tre o quattro necessità imprescindibili: 1) dare una nuova proprietà al mensile omonimo che molti di voi conoscono; 2) utilizzare l’entusiasmo di alcuni giovani e giovanissimi vogliosi di impegnarsi in una avventura diversa e costruttiva; 3) “inventarsi” di sana pianta attività culturali legate al territorio, alle tradizioni, a un passato da rispettare per aver prodotto il presente trampolino di lancio verso il futuro; 4) dare un’impronta più – lasciatemelo dire – acculturata a un’area che finora ha sofferto un certo abbandono (e a questo proposito, l’Assessorato competente di questa nuova Amministrazione sta facendo la sua parte). Mai dimenticherò l’osservazione fatta da un preside del circondario quando gli portai il primo numero di Punto di Stella nell’ottobre 2007: “Evviva, anche Peschici si è svegliata!”
“L’Associazione, dunque, che per Statuto è non lucrativa (cioè soldi in tasca non ce ne mettiamo), di utilità sociale, indipendente, apartitica, aconfessionale, in buona sostanza non siamo legati a NESSUNO, e ripeto: NESSUNO, si propone di perseguire esclusivamente finalità di solidarietà sociale e di tutela, conservazione e valorizzazione dei beni culturali, di promuovere ed esperire attività culturali… Non sto a elencarvi quali per non annoiarvi, ma i curiosi possono conoscerle andando sul nostro sito. Dico solo che l’obiettivo che le sintetizza, all’apparenza ma solo all’apparenza “esagerato”, è creare punti (da qui, anche, il suo nome) di riferimento interessanti per il turismo non estivo. Al di fuori della bella stagione non abbiamo nulla da offrire, nessun richiamo, nessun autentico attrattore, se si escludono le segrete del Castello e qualche chiesa, poco reclamizzate fra l’altro (come il Santuario della Madonna di Loreto) e decisamente non ricche. Certo, avremo Calena, ottimo specchietto, ma quando? Abbiamo la chiesa del Purgatorio, ma se non s’interviene subito chissà fino a quando l’avremo… Noi vogliamo colmare questo vuoto, quindi, e nel frattempo, ci adopereremo per “costruire” qualcosa. Idee ce ne sono, qualche progetto è già allo studio. E noi ce la mettiamo, e ce la metteremo tutta.
“Ultimo cenno ai soci. L’Associazione comprende varie categorie di soci: – Fondatori (chi vi parla-presidente, Leonardo Lagrande-vicepresidente, Domenico Michele Martino-segretario, Maria Rosaria Tavaglione-vicesegretario, Antonella Carano-tesoriere), – Ordinari – Sostenitori, – Onorari. Socio Ordinario si diviene a seguito dell’accettazione della richiesta di adesione e in seguito al versamento di una quota minima di adesione pari a 60 euro annui; Sostenitore, in seguito al versamento di una quota di adesione pari a 150 euro sempre annui o per erogazione di contribuzioni volontarie straordinarie; Onorario, per qualcuno che si distingua nel sociale, nel culturale, nel professionale o in altri settori del lavoro.
“E ora passiamo alla seconda parte della nostra serata. Visioneremo un video arrivato da turisti europei. Non il solito video, ma qualcosa di veramente professionale. Già sappiamo che a qualcuno darà fastidio, a qualche altro sembrerà insopportabile, a qualche altro ancora apparirà come un voler insistere su qualcosa che ormai ci è alle spalle e va ricordata soltanto perché è avvenuta e non per piangerci addosso. Allora vi diciamo che: I – anche a noi il video ha fatto male, veramente; II – anche per noi è stato insopportabile; III – non vogliamo piangerci addosso, ma strumentalizzarlo, finalizzarlo, piegarlo ai nostri scopi. (A questo punto è stato proiettato il video in questione.)
“Quali le motivazioni che ci hanno spinto a decidere di portarlo qui, questa sera. Quando lo abbiamo visionato ci siamo guardati in faccia e all’unisono abbiamo esclamato: “Questa è la svolta!” Cosa significa. Col video abbiamo percepito netta la sensazione che ci trovavamo su un crinale: da una parte quanto era accaduto, con ciascuna delle disponibilità umane che sul campo, mettendo a repentaglio la propria pelle, hanno dimostrato quale forza interiore posseggano dentro di sé; dall’altra… il domani, non costruito su vaghe promesse, parole di circostanza, programmi fatiscenti… DIMENTICATOIO … bensì sulla volontà di far fruttificare quelle stesse disponibilità, quelle stesse potenzialità che gli uomini di mare (intesi come gente che lo viva per vivere ma anche come abitante di un paese che si affacci su di esso, vedi Peschici, vedi Rodi, vedi Vieste) hanno ampiamente dimostrato.
“Le energie che sono in loro, che il dna non tradisce e delude, che finora sono state messe in secondo piano, che poco o male sono state utilizzate, salvo venir fuori, “spuntare” nel momento dell’estremo bisogno, manifestarsi senza alcuna sollecitazione dall’alto o per ordine ricevuto, spontaneamente, quelle stesse energie vanno considerate sotto una nuova luce. La luce della produttività, della messa in opera, del loro positivo utilizzo! E’ su queste energie, improvvisamente “scoppiate” in un giorno maledetto a contrastare un’altrettanto maledetta calamità, che la nostra Associazione ha deciso di fondare il proprio futuro, chiamandole in causa in ogni nostra futura iniziativa. E vi assicuriamo che offriremo loro ogni eventualità in grado di farle diventare “progetti esecutivi”.
“E’ su queste energie che quanto ci è accaduto nella disastrosa circostanza si trasformerà in un lontano ricordo. E’ su queste energie che faremo leva per ripristinare, se non addirittura creare ex novo un diverso rapporto con chi ha pretestuosamente voluto “affossarci” e con tutti gli altri che ancora non conoscono quanto di buono, e di pregnante, e di produttivo, e di esaltante, esista nella nostra gente, sonnecchi nella sua anima, latiti nel suo cuore, perché finora nessuno ne ha considerato le autentiche potenzialità, o non ci ha creduto, o le ha superficialmente sottovalutate, anche per colpa e responsabilità di chi, pensando solo al proprio orticello, non abbia preso al volo l’occasione d’inserirsi in quel circolo virtuoso che in altre zone turistiche italiane hanno impiantato con risultati eccellenti.
“E’ a queste energie che l’Associazione ha voluto fortemente pensare. Ed è perciò che s’è inteso dare a Cesare quanto sia di Cesare e oggi costituisce il nerbo della nostra seconda iniziativa, dopo quella di fine ottobre consumata nella scuola elementare di Peschici con la rivisitazione del culto dei morti com’era un tempo. Ed è sulle orme di tali considerazioni che diamo corso alla fase conclusiva del nostro incontro di stasera: la consegna di doverosi riconoscimenti a coloro che si distinsero, a rischio della vita – alcuni – e con grande professionalità – altri – il 24 luglio 2007. Abbiamo impiegato due mesi di riunioni allargate e sedute del Comitato Direttivo, per individuare le categorie da segnalare. Le difficoltà sono state tante, ma riteniamo di aver fatto un buon lavoro. Se ci siamo dimenticati di qualcuno o di qualche settore, gliene chiediamo scusa.
(E’ seguita la consegna di targhe e riconoscimenti alle categorie riconosciute meritevoli di attenzione, ritirati dai relativi, rappresentanti, la lettura delle motivazioni di cui vi daremo conto domani e il commiato del presidente:
1. CATEGORIA “INFORMAZIONE”:
– EMITTENTE RADIOFONICA “ONDARADIO” VIESTE
– SITO WEB “PESCHICI.COM”
2. CATEGORIA “SOCCORRITORI DI TERRA”:
– TERZO SETTORE COMUNE DI PESCHICI
– OPERATORI TURISTICI
– ESERCENTI COMMERCIALI
– SINGOLI PRIVATI
3. CATEGORIA “SOCCORRITORI DI MARE”:
– MARINERIA DI RODI GARGANICO: MOTOBARCA “MIRA”
– MARINERIA DI VIESTE: MOTONAVE “IRIS” E MOTOBARCHE “PALOMA”, “SANTALUCIA”, “VALENTINA”, “DESIRE”, “BENEDETTA” E “AVVENTURA”
– GOMMONISTI, DIPORTISTI E ASSISTENTI BAGNANTI
– MARINERIA DI PESCHICI: MOTOBARCHE “PESCHICI” E “NUOVA PESCHICI”.)
“Siamo giunti alla fine della serata. Non ci resta che ringraziare tutti voi che stasera, insieme a noi, avete voluto condividere questi momenti che è necessario consegnare alla memoria storica di questo nostro paese. Spesso su di noi, gente del sud, gente della piccola provincia, cadono le critiche più aspre e varie, ma noi, avete visto, avete sentito, siamo capaci di mantenere alto il nostro onore e la nostra dignità di “gens garganica”. Non vogliamo assolutamente fare di queste gesta eroiche robetta da sistemare in un album che poi verrà riposto nel dimenticatoio, ma un esempio che può essere uno stile di vita da adottare quotidianamente.
“Grazie… Grazie a tutti! E buona domenica, Buon Natale e Buon Anno.”
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Abbiamo raggiunto Guccini, grazie alla fondamentale mediazione di Lele Chiodi e Carlo Pagliai, due componenti dello storico gruppo “I Viulan”, che nel corso di un’attività pluri trentennale, ha svolto, e svolge tuttora, un ruolo insostituibile nel recupero e nello studio di questa particolarissima forma d’arte. “Era quello – commenta Guccini – il grande serbatoio nel quale attingere; ricordo quando si andava a intervistare gli anziani e recuperare le vecchie canzoni della tradizione. Adesso, purtroppo, per motivi anagrafici, non si trova quasi più niente. Proprio per questo, quindi, è fondamentale l’opera delle persone e dei gruppi che tentano di preservare questa tradizione e a loro non deve mancare un adeguato sostegno. Questi appassionati, sono un po’ come gli archeologi, che scavano alla ricerca delle tracce del passato; anche loro, in un certo senso, svolgono un’attività analoga. Certo, le grandi scoperte archeologiche, sono più importanti di una canzone, ma anche quest’ultima ha la sua importanza all’interno di una cultura”.
La ricerca nell’ambito della cultura popolare, ha influito nel suo percorso artistico?
“No, anche se quando compongo, bene o male vado sempre a cercare la cosiddetta melodia in terza. Ho imparato a cantare seguendo una certa tradizione ed è inevitabile che la cosa venga fuori: viene spontaneo e naturale. Fra i cantautori, poi, credo di essere l’unico che proviene dalla tradizione popolare. Lo stesso De André, che ha fatto cose interessantissime, le ha comunque studiate. Gaber non amava particolarmente la musica popolare e De Gregori l’ha scoperta dopo molto tempo”.
“La perdita di questo immenso “mondo” sarebbe una sconfitta. Mi rendo conto che è difficile capire, per chi non è dentro a questo mondo del tutto particolare. Anche personaggi di cultura faticano e spesso lo rifiutano. C’è stata spesso la tendenza a considerare la cultura popolare inferiore a quella diciamo così ufficiale. In realtà e semplicemente diversa. Rischiamo di perdere un patrimonio molto importante e sarebbe un vero peccato”.
La corruzione inconsapevole che affonda il Paese
Roberto Saviano
La cosa enormemente tragica che emerge in questi giorni è che nessuno dei coinvolti delle inchieste napoletane aveva la percezione dell’errore, tantomeno del crimine. Come dire ognuno degli imputati andava a dormire sereno. Perché, come si vede dalle carte processuali, gli accordi non si reggevano su mazzette, ma sul semplice scambio di favori: far assumere cognati, dare una mano con la carriera, trovare una casa più bella a un costo ragionevole. Gli imprenditori e i politici sanno benissimo che nulla si ottiene in cambio di nulla, che per creare consenso bisogna concedere favori, e questo lo sanno anche gli elettori che votano spesso per averli, quei favori. Il problema è che purtroppo non è più solo la responsabilità del singolo imprenditore o politico quando è un intero sistema a funzionare in questo modo.
Oggi l’imprenditore si chiama Romeo, domani avrà un altro nome, ma il meccanismo non cambierà, e per agire non si farà altro che scambiare, proteggere, promettere di nuovo. Perché cosa potrà mai cambiare in una prassi, quando nessuno ci scorge più nulla di sbagliato o di anomalo. Che un simile do ut des sia di fatto corruzione è un concetto che moltissimi accoglierebbero con autentico stupore e indignazione. Ma come, protesterebbero, noi non abbiamo fatto niente di male!
E che tale corruzione non vada perseguitata soltanto dalla giustizia e condannata dall’etica civile, ma sia fonte di un male oggettivo, del funzionamento bloccato di un paese che dovrebbe essere fondato sui meccanismi di accesso e di concorrenza liberi, questo risulta ancora più difficile da cogliere e capire. La corruzione più grave che questa inchiesta svela sta nel mostrarci che persone di ogni livello, con talento o senza, con molta o scarsa professionalità, dovevano sottostare al gioco della protezione, della segnalazione, della spinta.
Non basta il merito, non basta l’impegno, e neanche la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno scambio di favori. In passato l’incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione. E ogni appalto comporta automaticamente un’apertura di assunzioni con cui sistemare i raccomandati nuovi.
Non credo sia il tempo di convincere qualcuno a cambiare idea politica, o a pensare di mutare voto. Non credo sia il tempo di cercare affannosamente il nuovo o il meno peggio sino a quando si andrà incontro a una nuova delusione. Ma sono convinto che la cosa peggiore sia attaccarsi al triste cinismo italiano per il quale tutto è comunque marcio e non esistono innocenti perché in un modo o nell’altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare come andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli. Però esiste un piano su cui è possibile pronunciarsi subito. Come si legge nei titoli di coda del film di Francesco Rosi "Le mani sulla città: "I nomi sono di fantasia ma la realtà che li ha prodotti è fedele".
Indipendentemente dalle future condanne o assoluzioni, queste inchieste della magistratura napoletana, abruzzese e toscana dimostrano una prassi che difficilmente un politico – di qualsiasi colore – oggi potrà eludere. Non importa se un cittadino voti a destra o a sinistra, quel che bisogna chiedergli oggi è esclusivamente di pretendere che non sia più così. Non credo siano soltanto gli elettori di centrosinistra a non poterne più di essere rappresentati da persone disposte sempre e soltanto al compromesso. La percezione che il paese stia affondando la hanno tutti, da destra a sinistra, da nord a sud. E come in ogni momento di crisi, dovrebbero scaturirne delle risorse capaci di risollevarlo. Il tepore del "tutto è perduto" lentamente dovrebbe trasformarsi nella rovente forza reattiva che domanda, esige, cambia le cose. Oggi, fra queste, la questione della legalità viene prima di ogni altra.
L’imprenditoria criminale in questi anni si è alleata con il centrosinistra e con il centrodestra. Le mafie si sono unite nel nome degli affari, mentre tutto il resto è risultato sempre più spaccato. Loro hanno rinnovato i loro vertici, mentre ogni altra sfera di potere è rimasta in mano ai vecchi. Loro sono l’immagine vigorosa, espansiva, dinamica dell’Italia e per non soccombere alla loro proliferazione bisogna essere capaci di mobilitare altrettante energie, ma sane, forti, mirate al bene comune. Idee che uniscano la morale al business, le idee nuove ai talenti.
Ho ricevuto l’invito a parlare con i futuri amministratori del Pd, così come l’invito dell’on del Pdl Granata ad andare a parlare a Palermo con i giovani del suo partito. Credo sia necessario il confronto con tutti e non permettere strumentalizzazioni. Le organizzazioni criminali amano la politica quando questa è tutta identica e pronta a farsi comprare. Quando la politica si accontenta di razzolare nell’esistente e rinuncia a farsi progetto e guida. Vogliono che si consideri l’ambito politico uno spazio vuoto e insignificante, buono solo per ricavarne qualche vantaggio. E a loro come a tutti quelli che usano la politica per fini personali, fa comodo che questa visione venga condivisa dai cittadini, sia pure con tristezza e rassegnazione.
La politica non è il mio mestiere, non mi saprei immaginare come politico, ma è come narratore che osserva le dinamiche della realtà che ho creduto giusto non sottrarmi a una richiesta di dialogo su come affrontare il problema dell’illegalità e della criminalità organizzata. Il centrosinistra si è creduto per troppo tempo immune dalla collusione quando spesso è stato utilizzato e cooptato in modo massiccio dal sistema criminale o di malaffare puro e semplice, specie in Campania e in Calabria. Ma nemmeno gli elettori del centrodestra sono felici di sapere i loro rappresentanti collusi con le imprese criminali o impegnati in altri modi a ricavare vantaggi personali. Non penso nemmeno che la parte maggiore creda davvero che sia in atto un complotto della magistratura. Si può essere elettori di centrodestra e avere lo stesso desiderio di fare piazza pulita delle collusioni, dei compromessi, di un paese che si regge su conoscenze e raccomandazioni.
Credo che sia giunto il tempo di svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata. Non ne rimane molto, se ce n’è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici, neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento.
Svegliarsi. Assumersi le proprie responsabilità. Fare pressione. È compito dei cittadini, degli elettori. Ognuno secondo la sua idea politica, ma secondo una richiesta sola: che si cominci a fare sul serio, già da domani.
La salama ferrarese, la pizzica salentina, il canto dei pastori sardi… L’Unesco dice che sono beni da proteggere
E oggi migliaia di persone scendono in piazza e nelle strade con lo stesso obiettivo Perché la cultura popolare muove passioni. E milioni di euro
“Così salviamo il folclore d’Italia”
MICHELE SMARGIASSI su Repubblica di Sabato 13 Dicembre 2008
E adesso anche la tarantella Doc, lo stornello Igp, la pizzica salentina a denominazione d’origine protetta? L’abbiamo fatto per la burrata delle Murge e la salama ferrarese, anche quelle erano tradizioni a rischio di estinzione, toccherà forse farlo anche con i prodotti più immateriali della nostra cultura materiale.
L’Italia è ricca di quelle arti senza artisti, di quei capolavori senza autore che sono le feste di paese, i canti popolari, le danze tradizionali, i virtuosismi impensabili di semianonimi e straordinari performer del gesto e della parola. Monumenti secolari e invisibili, purtroppo ormai sgretolati, o già in macerie, o distrutti da restauri indecenti.
Oggi sarà la giornata del loro orgoglio, forse del loro riscatto: duecento comuni della Penisola, su invito della Rete italiana di cultura popolare, esporranno contemporaneamente nelle piazze e nei teatri oltre duemila esempi di quanto di meglio è rimasto del folclore d’Italia, quel che si può ancora salvare, forse, ma non è detto, e soprattutto non si sa bene come. È del 2003 la convenzione dell’Unesco sulla tutela del «Patrimonio immateriale dell’umanità», che invitò le comunità locali a proteggere «le pratiche, le rappresentazioni, le conoscenze e i saperi» tramandati oralmente di generazione in generazione.
Conosciamo lo stile Unesco: è fatto di liste, elenchi, registri di opere protette. In quello delle «opere immateriali», per l’Italia figurano soltanto due voci: i pupi siciliani e i cori a tenoressardi. Un po’ poco per il paese dei mille campanili, crocevia di popoli, melting pot culturale da millenni.
Un po’ poco, diciamo anche questo, per un settore culturale da quattro milioni di spettatori l’anno e con un giro d’affari che si può valutare tra i 5 e i 10 milioni di euro. S’è mosso allora un piccolo e poi meno piccolo movimento tutto italiano, è partita la provincia di Torino e le sono andate dietro altre ventinove, s’è aggregata l’Anci, s’è unita Slowfood, e al termine della “Giornata nazionale” di oggi, Santa Lucia, festa antica, forse si potrà dire che è cominciato il secondo folk revival italiano.
Il primo, negli anni Sessanta, fu tutta un’altra cosa. La riscoperta e la proposta della cultura contadina erano un compito rivendicato in esclusiva da sinistra. I primi vagiti del Sessantotto scandivano il ritmo dei canti delle mondine e degli scariolanti, il folklore era “progressivo”, la cultura popolare si chiamava “soggettività antagonista”, canto popolare e canzone di protesta si confondevano nei repertori di mille “canzonieri” sui palchi delle case del popolo. Dietro c’era in realtà il lavoro degli etnologi della scuola di Ernesto de Martino e dell’Istituto milanese che ancora porta il suo nome: Gianni Bosio, Cesare Bermani, Franco Coggiola, e dei cantori che lo trasformavano in spettacolo: Giovanna Marini, Ivan Della Mea, Gualtiero Bertelli, Fausto Amodei, Paolo Pietrangeli. L’identificazione stretta fra folclore e protesta finì però per travolgere il primo nel crollo della seconda. Ma quando ancora le feste dell’Unità risuonavano di Saluteremo il signor padrone antropologi di grande cultura come Lombardi Satriani denunciavano l’«etnocidio annunciato », il «folkmarket», intravisto nelle finte canzoni contadine a Sanremo, nella trasformazione della cultura orale in suppellettile borghese, come i comò rapinati alle case dei nonni in cambio di bei tavoli di fòrmica.
Con gli anni Ottanta, gli anni catodici, lo scontro fra cultura popolare e cultura di massa lasciò vincitrice sul campo solo la seconda.
Quel che è rimasto di “cultura immateriale” pretelevisiva è davvero poco, e quel poco rischia pure di essere sospetto. «Certe feste di paese sono solo la Disneyland di quel che erano trent’anni fa», ammette Antonio Damasco, il direttore della “Rete di cultura popolare” che promuove la giornata. Da arma della lotta di classe, la cultura popolare è diventata armamentario da pro-loco per acchiappare turisti di passo nell’orgia pittoresca della festivalizzazione estiva. Il comitato scientifico della Rete fatica non poco a respingere le richieste di iscrizione di decine di feste in costume medievale inventate di sana pianta da assessori in cerca di “rilancio del brandterritoriale”. «C’è un criterio per non lasciarsi travolgere dal finto folclore», spiega Paolo Apolito, antropologo all’università Roma 3, «un oggetto folclorico vivo è quello a cui una comunità partecipa, non quello a cui si limita ad assistere come spettacolo». Nonostante l’assalto mercantile, ci sono ancora feste popolari che vivono nel cuore delle loro comunità. Come la festa dei Ceri di Gubbio, i Gigli di Nola, la Vara di Palmi. «Perfino al Palio di Siena la cappa televisiva non ha soffocato ancora la passione vera che si respira nelle contrade».
La Rete ha finora censito poco meno di mille “oggetti” immateriali da salvare. Dietro ognuno c’è un piccolo gruppo di “portatori” o di “custodi”, di interpreti non professionali, o magari un singolo “testimone della tradizione”. I Mamuthones sardi con le loro terrificanti maschere di pelliccia e vesciche gonfiate. I poeti all’impronta toscani. I pastori dell’alto Lazio che improvvisano in ottave. I cantilenanti organetti di Soratte. Masino Anghilante, forse l’ultimo poeta italiano in lingua d’Oc. I cugini Nigro di Cosenza, custodi della chitarra battente. Il settantacinquenne Uccio Aloisi, depositario della vera pizzica pugliese. I cavalieri di legno e latta di Turi Grasso, l’ultimo rampollo della più antica famiglia di pupari di Acireale.
Amerigo Vigliermo che nel Canavese tiene in vita i canti raccolti da Costantino Nigra nell’Ottocento.
Il catalogo è questo: ma adesso cosa ne facciamo? Appelli per la tutela con firme illustri: Guccini, Finardi («La cultura popolare è la biodiversità dell’anima»). Premi, riconoscimenti, certificazione di «bene di interesse nazionale», convocazione degli «Stati Generali della Cultura Immateriale». Mamma mia quanta istituzionalizzazione per una cultura “volatile”.
Ma «il folclore è cultura solo se continua a muoversi e a modificarsi», avverte Sandro Portelli, linguista e antropologo pioniere della cultura subalterna. Ai tempi della prima riscoperta collaborò con Gianni Bosio ai Dischi del Sole, archivio sonoro di valore oggi inestimabile. «Ma a un certo punto decidemmo di smettere di fare raccolte ‘regionali’: il rischio era di congelare tutto in una specie di ricettario locale. L’unico modo per salvare un patrimonio popolare è garantire la vita alla comunità che lo ha prodotto: e lasciarle la libertà di farne ciò che crede». Dio ci scampi dagli stornelli Doc, insomma: «E se qualcuno vuole mescolare zampognari e hip-hop, benvenuto. Quando i cantori in ottava rima cominciarono a declamare nelle piazze i versi di Ariosto e Tasso, erano innovatori e sperimentatori».
Invece imbalsamare è sempre la premessa a una sepoltura. O peggio, all’esposizione interessata del cadavere. Perché c’è un altro rischio che corre il secondo folk revival, è un rischio ideologico come negli anni Sessanta, ma speculare.
Non più bandiera di un’identità di classe, ma di un’identità etnica.
Avete già capito di cosa parliamo: di “radici celtiche”, di “tradizioni padane”, di eredità posticce inventate per puntellare identità politiche precarie. «Abbiamo creato la Rete delle Province proprio per non lasciare la cultura popolare in mano a chi ne farebbe uso per delimitare ed escludere », dice Valter Giuliano, l’assessore alla Provincia di Torino, Verdi tendenza Lanzinger. «Vietati i torcicolli nostalgici: il folclore che vogliamo tutelare è quello che cambia e si mescola a quello del vicino, come accade da secoli». Le melodie arabe nelle tammuriate, gli echi aragonesi nei canti sardi.
Oggi, i suoni e i gesti dei migranti.
Non c’è tradizione incontaminata, o eternamente uguale a se stessa.
«Una tradizione», insiste l’assessore, «è solo una novità che ha avuto successo». Forse in qualche periferia metropolitana c’è già un gruppo multicolore di ragazzi che sta creando, con pezzi di culture venute da lontano, un gesto mai visto o un suono inaudito che un giorno qualcuno chiamerà “tradizione immateriale”.

Il 30 novembre scorso a San Marino la Tarantella di Carpino è andata di scena. L’occasione è stata il XXXVI Convegno Nazionale di Semiotica dal titolo ‘Parole nell’aria. Sincretismo fra musica e altri linguaggi’. Il Convegno dell’AISS (Associazione Italiana di Studi Semiotici) quest’anno è stato dedicato al tema della musica come sistema semiotico visto in relazione dinamica (appunto ‘sincretica’) con possibili altri linguaggi. Tre sezioni hanno articolato gli interventi dei più importanti docenti e studiosi di semiotica italiani (tra cui Umberto Eco) e dei più attivi giovani ricercatori: la prima, dedicata al rapporto tra musica e linguaggio verbale; la seconda, dedicata al rapporto tra la musica ed il complesso tema della narrazione; il terzo, infine, dedicato al sincretismo tra la musica ed altri linguaggi ‘non convenzionali’.
È proprio all’interno della terza sezione intitolata ‘Musica e performance’ che Amedeo Trezza, insieme ad Antonio Basile già Ufficio Stampa del Carpino Folk Festival e referente campano dell’AISS, ha posto all’attenzione della semiotica italiana la performance musico-gestuale di un particolare segmento della Tarantella di Carpino.
Amedeo Trezza, Dottore di Ricerca in Teoria delle Lingue e del Linguaggio, collaboratore alla cattedra di Semiotica presso l’Università di Napoli L’Orientale e docente a contratto in Semiotica del testo architettonico e paesaggistico presso l’Università di Napoli Federico II, ha proposto un’inedita lettura del fenomeno della Serenata ad personam della tradizione musicale e canora di Carpino.
Consapevole della complessità e della straordinarietà dell’evento-serenata che fino a pochi decenni fa ha caratterizzato la musica popolare di Carpino e del Gargano, ma altrettanto consapevole dell’oblio di questo fenomeno dalle performances realizzative troppo complesse a favore invece di una reiterata riproposizione, negli anni, di frammenti ormai defunzionalizzati e praticati solo a scopo ludico (sonetti e strofette ‘liberi’), Amedeo Trezza ha voluto proporre una prima e del tutto iniziale lettura inedita in campo semiotico della serenata carpinese, di fatto intravedendo un ricco filone d’indagine interdisciplinare tutto da seguire.
"Mentre in Salento tale espressione sonora e canora ha assunto nel tempo sempre più un carattere religioso e catartico (laddove alle prese con la pizzica salentina si è in presenza di una vera e propria attività iatromusicale) e nelle altre regioni d’Italia ha assunto perlopiù un carattere ludico di festa e di intrattenimento, nel Gargano (e con punte di ormai ineguagliabile raffinatezza ed eccellenza musicale e poetica a Carpino – per cui, d’ora in poi, parleremo solo di ‘tarantella di Carpino’) questa forma musico-canora ha fatto suo in maniera prevalente, anche se non assoluto, il tema dell’amore tra l’uomo e la donna".
Qui l’abstract dell’intervento così come è possibile reperirlo anche sul sito dell’AISS (www.associazionesemiotica.it).
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