//
you're reading...
Tutti i post

Il Folclore d’Italia è una risorsa anche economica. E per questo va salvato

La salama ferrarese, la pizzica salentina, il canto dei pastori sardi… L’Unesco dice che sono beni da proteggere
E oggi migliaia di persone scendono in piazza e nelle strade con lo stesso obiettivo Perché la cultura popolare muove passioni. E milioni di euro

“Così salviamo il folclore d’Italia”

MICHELE SMARGIASSI su Repubblica di Sabato 13 Dicembre 2008
E adesso anche la tarantella Doc, lo stornello Igp, la pizzica salentina a denominazione d’origine protetta? L’abbiamo fatto per la burrata delle Murge e la salama ferrarese, anche quelle erano tradizioni a rischio di estinzione, toccherà forse farlo anche con i prodotti più immateriali della nostra cultura materiale.
L’Italia è ricca di quelle arti senza artisti, di quei capolavori senza autore che sono le feste di paese, i canti popolari, le danze tradizionali, i virtuosismi impensabili di semianonimi e straordinari performer del gesto e della parola. Monumenti secolari e invisibili, purtroppo ormai sgretolati, o già in macerie, o distrutti da restauri indecenti.
Oggi sarà la giornata del loro orgoglio, forse del loro riscatto: duecento comuni della Penisola, su invito della Rete italiana di cultura popolare, esporranno contemporaneamente nelle piazze e nei teatri oltre duemila esempi di quanto di meglio è rimasto del folclore d’Italia, quel che si può ancora salvare, forse, ma non è detto, e soprattutto non si sa bene come. È del 2003 la convenzione dell’Unesco sulla tutela del «Patrimonio immateriale dell’umanità», che invitò le comunità locali a proteggere «le pratiche, le rappresentazioni, le conoscenze e i saperi» tramandati oralmente di generazione in generazione.
Conosciamo lo stile Unesco: è fatto di liste, elenchi, registri di opere protette. In quello delle «opere immateriali», per l’Italia figurano soltanto due voci: i pupi siciliani e i cori a tenoressardi. Un po’ poco per il paese dei mille campanili, crocevia di popoli, melting pot culturale da millenni.

Un po’ poco, diciamo anche questo, per un settore culturale da quattro milioni di spettatori l’anno e con un giro d’affari che si può valutare tra i 5 e i 10 milioni di euro. S’è mosso allora un piccolo e poi meno piccolo movimento tutto italiano, è partita la provincia di Torino e le sono andate dietro altre ventinove, s’è aggregata l’Anci, s’è unita Slowfood, e al termine della “Giornata nazionale” di oggi, Santa Lucia, festa antica, forse si potrà dire che è cominciato il secondo folk revival italiano.
Il primo, negli anni Sessanta, fu tutta un’altra cosa. La riscoperta e la proposta della cultura contadina erano un compito rivendicato in esclusiva da sinistra. I primi vagiti del Sessantotto scandivano il ritmo dei canti delle mondine e degli scariolanti, il folklore era “progressivo”, la cultura popolare si chiamava “soggettività antagonista”, canto popolare e canzone di protesta si confondevano nei repertori di mille “canzonieri” sui palchi delle case del popolo. Dietro c’era in realtà il lavoro degli etnologi della scuola di Ernesto de Martino e dell’Istituto milanese che ancora porta il suo nome: Gianni Bosio, Cesare Bermani, Franco Coggiola, e dei cantori che lo trasformavano in spettacolo: Giovanna Marini, Ivan Della Mea, Gualtiero Bertelli, Fausto Amodei, Paolo Pietrangeli. L’identificazione stretta fra folclore e protesta finì però per travolgere il primo nel crollo della seconda. Ma quando ancora le feste dell’Unità risuonavano di Saluteremo il signor padrone antropologi di grande cultura come Lombardi Satriani denunciavano l’«etnocidio annunciato », il «folkmarket», intravisto nelle finte canzoni contadine a Sanremo, nella trasformazione della cultura orale in suppellettile borghese, come i comò rapinati alle case dei nonni in cambio di bei tavoli di fòrmica.
Con gli anni Ottanta, gli anni catodici, lo scontro fra cultura popolare e cultura di massa lasciò vincitrice sul campo solo la seconda.
Quel che è rimasto di “cultura immateriale” pretelevisiva è davvero poco, e quel poco rischia pure di essere sospetto. «Certe feste di paese sono solo la Disneyland di quel che erano trent’anni fa», ammette Antonio Damasco, il direttore della “Rete di cultura popolare” che promuove la giornata. Da arma della lotta di classe, la cultura popolare è diventata armamentario da pro-loco per acchiappare turisti di passo nell’orgia pittoresca della festivalizzazione estiva. Il comitato scientifico della Rete fatica non poco a respingere le richieste di iscrizione di decine di feste in costume medievale inventate di sana pianta da assessori in cerca di “rilancio del brandterritoriale”. «C’è un criterio per non lasciarsi travolgere dal finto folclore», spiega Paolo Apolito, antropologo all’università Roma 3, «un oggetto folclorico vivo è quello a cui una comunità partecipa, non quello a cui si limita ad assistere come spettacolo». Nonostante l’assalto mercantile, ci sono ancora feste popolari che vivono nel cuore delle loro comunità. Come la festa dei Ceri di Gubbio, i Gigli di Nola, la Vara di Palmi. «Perfino al Palio di Siena la cappa televisiva non ha soffocato ancora la passione vera che si respira nelle contrade».
La Rete ha finora censito poco meno di mille “oggetti” immateriali da salvare. Dietro ognuno c’è un piccolo gruppo di “portatori” o di “custodi”, di interpreti non professionali, o magari un singolo “testimone della tradizione”. I Mamuthones sardi con le loro terrificanti maschere di pelliccia e vesciche gonfiate. I poeti all’impronta toscani. I pastori dell’alto Lazio che improvvisano in ottave. I cantilenanti organetti di Soratte. Masino Anghilante, forse l’ultimo poeta italiano in lingua d’Oc. I cugini Nigro di Cosenza, custodi della chitarra battente. Il settantacinquenne Uccio Aloisi, depositario della vera pizzica pugliese. I cavalieri di legno e latta di Turi Grasso, l’ultimo rampollo della più antica famiglia di pupari di Acireale.
Amerigo Vigliermo che nel Canavese tiene in vita i canti raccolti da Costantino Nigra nell’Ottocento.
Il catalogo è questo: ma adesso cosa ne facciamo? Appelli per la tutela con firme illustri: Guccini, Finardi («La cultura popolare è la biodiversità dell’anima»). Premi, riconoscimenti, certificazione di «bene di interesse nazionale», convocazione degli «Stati Generali della Cultura Immateriale». Mamma mia quanta istituzionalizzazione per una cultura “volatile”.
Ma «il folclore è cultura solo se continua a muoversi e a modificarsi», avverte Sandro Portelli, linguista e antropologo pioniere della cultura subalterna. Ai tempi della prima riscoperta collaborò con Gianni Bosio ai Dischi del Sole, archivio sonoro di valore oggi inestimabile. «Ma a un certo punto decidemmo di smettere di fare raccolte ‘regionali’: il rischio era di congelare tutto in una specie di ricettario locale. L’unico modo per salvare un patrimonio popolare è garantire la vita alla comunità che lo ha prodotto: e lasciarle la libertà di farne ciò che crede». Dio ci scampi dagli stornelli Doc, insomma: «E se qualcuno vuole mescolare zampognari e hip-hop, benvenuto. Quando i cantori in ottava rima cominciarono a declamare nelle piazze i versi di Ariosto e Tasso, erano innovatori e sperimentatori».
Invece imbalsamare è sempre la premessa a una sepoltura. O peggio, all’esposizione interessata del cadavere. Perché c’è un altro rischio che corre il secondo folk revival, è un rischio ideologico come negli anni Sessanta, ma speculare.
Non più bandiera di un’identità di classe, ma di un’identità etnica.
Avete già capito di cosa parliamo: di “radici celtiche”, di “tradizioni padane”, di eredità posticce inventate per puntellare identità politiche precarie. «Abbiamo creato la Rete delle Province proprio per non lasciare la cultura popolare in mano a chi ne farebbe uso per delimitare ed escludere », dice Valter Giuliano, l’assessore alla Provincia di Torino, Verdi tendenza Lanzinger. «Vietati i torcicolli nostalgici: il folclore che vogliamo tutelare è quello che cambia e si mescola a quello del vicino, come accade da secoli». Le melodie arabe nelle tammuriate, gli echi aragonesi nei canti sardi.
Oggi, i suoni e i gesti dei migranti.
Non c’è tradizione incontaminata, o eternamente uguale a se stessa.
«Una tradizione», insiste l’assessore, «è solo una novità che ha avuto successo». Forse in qualche periferia metropolitana c’è già un gruppo multicolore di ragazzi che sta creando, con pezzi di culture venute da lontano, un gesto mai visto o un suono inaudito che un giorno qualcuno chiamerà “tradizione immateriale”.

Discussione

Non c'è ancora nessun commento.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Archivi

I tuoi cinquettii

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: