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Sonore transumanze 2009

‘Un’iniziativa che va ad inserirsi in una più ampia strategia di riscoperta e valorizzazione del nostro patrimonio tratturale e della cultura della transumanza a fini turistici, oltre che culturali, che ci porterà a presentare la candidatura a patrimonio dell’Unesco nel 2013 di questa grande ricchezza del territorio di Capitanata’.
E’ il commento dell’assessore al Turismo della Provincia di Foggia Nicola Vascello durante la presentazione del progetto ‘Sonore Transumanze 2009-Incontri a Sud’, avvenuta questa mattina nella Sala Giunta di Palazzo Dogana.
Alla conferenza stampa hanno inoltre partecipato Michele Pesante, direttore del Parco Regionale Tratturi; Germano Benincaso, assessore alla Cultura del Comune di Lucera; Mara De Mutiis in rappresentanza dell’associazione ‘Nonsolojazz’ di Foggia e Matteo Caldarella del Centro Studi Naturalistici Onlus.
L’evento è stato organizzato dall’assessorato alla Cultura e al Mediterraneo della Regione Puglia; dal Parco Tratturi della Regione Puglia; dall’assessorato al Turismo della Provincia di Foggia; dall’assessorato al Turismo del Comune di Manfredonia; dall’Azienda di Promozione Turistica della provincia di Foggia; dall’assessorato alla Cultura del Comune di Lucera.
Tre gli appuntamenti in programma: sabato 24 ottobre alle ore 22:00 presso il Centro Grafico Francescano di Foggia in via San Giuliano spazio alla musica con Francesco Bearzatti e il ‘Tinissima Quartet’ composto da Bearzatti al sax tenore e clarinetto; Giovanni Falzone alla tromba; Danilo Gallo al basso acustico e contrabbasso; Zeno De Rossi alla batteria ed Antonio Vanni che si occuperà delle proiezioni del ‘Tina Modotti video project’, un tributo alla fotografa Tina Modotti, operaia, attrice e fotogtrafa nel Messico degli anni Venti, allieva e compagna del celebre fotografo Edward Weston. Nella sua lunga carriera ha fotografato tutti i volti più celebri della rivoluzione messicana, ‘una transumante che ben si accosta a quello che vuole essere il nostro progetto dedicato alla cultura della transumanza’, come l’ha definita Mara De Mutiis.
A Manfredonia, domenica 8 novembre alle ore 12:30 ‘Terrevive ensamble-teatro multimediale’ in ‘Oltre la terra, tratturi e tratturelli dalla montagna al mare’ con Mara De Mutiis e Antonio Ricci alla voce, Gianni Iorio al bandoneon, Antonio Tosques alla chitarra, Torindo Colangione al basso, Felice Mezzina al sax con la regia video di Enrico Colecchia e le fotografie scenografiche di Matteo Caldarella.
Infine a Lucera, sempre domenica 8 novembre alle 21:30, Daniele Bonaventura si esibirà con il suo bandoneon in ‘Transumaza’ presso il Teatro Garibaldi. L’intera iniziativa ‘Sonore transumanze 2009’ sarà arricchita da una mostra fotografica itinerante, presente in tutti gli appuntamenti, di Marco D’Antonio.

Meridione e briganti: ma che si insegna a scuola?

di MARISA INGROSSO
Dalla Gazzetta del Mezzogiorno
Il Napoletano è come «un vaioloso nel letto», una «cancrena». Il Mezzogiorno è «affamato», «arretrato», «è Africa!». Il Nord è «sviluppato», «industrializzato» e «liberale ». Nord e Sud «due civiltà differenti». Infine, il brigantaggio: «bande composte da contadini insorti e autentici briganti» che «colpivano con incendi, furti e omicidi tutto ciò che rappresentava lo Stato italiano». Praticamente, terrorismo eversivo.
Eccoli, in breve i concetti che i giovani italiani imparano a scuola (la scuola pubblica!). Le frasi si trovano sui libri di testo di Storia usati, negli ultimi anni, in 3ª media e al 4° anno delle medie superiori. Senza alcuna pretesa di esaustività, la «Gazzetta», si è messa ad esamine questi testi, a campione. L’esito è preoccupante.

ALLE MEDIE – Prendiamo l’edizione 2004 del testo numero 3, edito da Atlas, e intitolato «Storia ed educazione alla cittadinanza – Da Napoleone ai nostri giorni». È un testo adottato alle scuole medie. A pagina 97 c’è il paragrafo «La questione meridionale e il problema del brigantaggio». Gli autori (Zaninelli, Bonelli e Riccabone) affermano subito che «il Mezzogiorno era entrato a far parte del nuovo Stato unitario in condizioni di svantaggio». Non spiegano di che «svantaggio» trattasi però lo lasciano capire: i braccianti non possedevano terre mentre «vasti possedimenti restavano incolti per il disinteresse del proprietario » (latifondisti pigri?). Correttamente enumerano i motivi di scontento delle popolazioni meridionali nei confronti dei Piemontesi: le tasse esose, il loro servizio di leva obbligatoria e le promesse mancate (la, mai attuata, riforma agraria). Questa «sfiducia nell’autorità», secondo gli autori «portò alla nascita di organizzazioni illegali e di bande di briganti». Per batterli, «lo Stato fu impegnato in una vera e propria guerra nella quale furono utilizzati oltre 160.000 soldati». In quella pagina c’è soltanto una immagine. È una stampa a colori. Una grossa didascalia che dice: «I briganti praticavano da sempre il sequestro di persone per ottenere riscatti in denaro». Il capitolo si chiude senza mai accennare al ruolo dei grandi alleati di quelle «organizzazioni illegali» e «bande di briganti», cioè i Borbone e la Chiesa.
Chi ha studiato su quel libro, quindi, può ben ignorare i motivi e gli ideali, che pure mossero migliaia di uomini e donne. Per quei ragazzini (che oggi hanno tra i 17 e i 18 anni) il brigante sarà qualcosa che sta a metà tra un morto di fame e un criminale.

Altri autori (Brusa, Guarracino, De Bernardi) altro libro di testo per la 3ª media («Il nuovo racconto delle grandi trasformazioni – Dall’Europa delle nazioni alla società globale»), altro editore (Edizioni scolastiche Bruno Mondadori). Questo libro veniva usato quattro anni fa. Ai briganti dedica mezzo paragrafo, che inizia così: «Dall’estate del 1861, e in maniera sempre più intensa, nei due anni successivi, nelle regioni meridionali (ma non in Sicilia) comparvero bande composte da contadini insorti e autentici briganti». Il brigantaggio non c’era in Sicilia dopo il 1861? Può darsi. Ma i Carabinieri la pensano diversamente. Loro, in Sicilia, hanno arrestato briganti almeno fino al 1874. Proprio sul sito ufficiale dell’Arma (www.car abinieri.it), c’è una pagina de «L’Illustrazione Universale » datata 15 novembre 1874, in cui si riporta dell’arresto, avvenuto l’11 ottobre di quello stesso anno, di «Anzalone Cataldo e Salvo Andrea, noti capi briganti». Ma continuiamo a leggere il libro di Storia. Le «bande» di «contadini e autentici briganti» in questo caso sono state «appoggiate» da «ufficiali del vecchio esercito borbonico », ma soltanto «in principio» e, comunque, la loro attività era questa: colpire «con incendi, furti e omicidi tutto ciò che rappresentava lo Stato italiano e chiunque si schierasse dalla parte delle autorità pubbl iche». In questo caso, secondo gli autori, per la repressione del brigantaggio «furono impiegati 120.000 uomini», e non 160.000. Ciò detto, bisogna segnalare una nota di merito: a corredo di questo testo di Storia c’è anche, allegato, un libro per gli esercizi (firmato da Bresil, Pedron, Pontalti, Tamburiello). Quì c’è un intero capitolo, denominato «Storie di briganti», che è ricco di informazioni, documenti e grandi e belle immagini di briganti e brigantesse. Le indicazioni su «come utilizzare l’iconog rafia sul brigantaggio» spiegano che ci sono un sacco di foto di quelle persone perché i briganti «si facevano fotografare o venivano fotografati loro malgrado, anche dopo la fucilazione».

AL LICEO – Cinque anni fa, nei licei c’era la 2ª edizione del volume 2 de «La storia – Dalla metà del Seicento alla fine dell’Ot – tocento» (Zanichelli editore). Porta la firma illustre di Aurelio Lepre. Il professore (ordinario di Storia contemporanea all’Uni – versità degli Studi di Napoli Federico II), ha scritto libri bellissimi sul Mezzogiorno e il suo equilibrio e la sua competenza si ritrovano in questo testo per le scuole anche quando tratta il fenomeno del brigantaggio. Ciò che lascia perplessi è il discorso Nord-Sud. Il capitolo «La costruzione dello Stato e della nazione» si apre con una sequela di insulti razzisti pronunciati da settentrionali o da meridionali che vivevano al Nord già da molto tempo. Il primo cui Lepre dà la parola è Massimo d’Azeglio. Il piemontese, che fu politico e letterato, è famoso per la sua: «Abbiamo fatto l’Italia, ora si tratta di fare gli italiani». Invece la frase che tocca in sorte ai liceali del 2005 è: «La fusione coi Napoletani mi fa paura. È come mettersi a letto con un vaiuoloso ».
Cui Lepre fa seguire l’esternazione del romagnolo Luigi Carlo Farini (luogotenente di Cavour nel Mezzogiorno) che dei meridionali dice: «Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Africa!».
Poi Lepre raccoglie il pensiero dello scrittore Giuseppe Bandi secondo cui i siciliani erano dei «beduini» e la loro lingua era «africanissima». E, infine, l’autore lascia passare il parallelismo tra il Napoletano e una «cancrena», sotenuta sia da Farini, sia dal siciliano Giuseppe La Farina.

Lepre non ha ritenuto utile mettere a «contrappeso» alcuna presa di posizione filo-meridionale. Anzi, spiega che a fondamento di giudizi così drastici i settentrionali avevano una «preoccupazione di carattere politico» e «c’era anche la convinzione che fino a quel momento non era esistita una sola civiltà italiana, ma due civiltà differenti per tradizioni, costumi e indole della popolazione». Sì, «indole», così scrive Lepre. E i meridionali «sudisti» dell’epoca cosa pensavano del Nord? E dell’«indole» dei Piemontesi? Chi ha studiato su quel testo, purtroppo, lo ignora. Quei ragazzini (e il pensiero va soprattutto ai meridionali) che hanno studiato e mandato a memoria quelle frasi oggi hanno tra i 21 e i 22 anni.

I PROFESSORI – Tutti i concetti fin qui riportati, se non mediati da docenti avveduti, equilibrati e molto ben preparati, possono convincere i giovani meridionali dell’esistenza di una storica inferiorità? Viceversa, possono alimentare un senso di storica superiorità nei piccoli settentrionali? La risposta sta a ciascuno. Ma magari, quest’anno, facciamo in modo di leggerlo il libro di testo di Storia dei nostri ragazzi.

La verità dopo 150 anni come per i pellerossa

Dalla Gazzetta del Mezzogiorno
Il brigantaggio meridionale e la Guerra di secessione americana hanno un mucchio di punti in comune. Non soltanto perché si svolsero praticamente in contemporanea ma anche perché si trattò di due guerre fratricide. Secondo molti storici i paragoni, però, finiscono qui perché – a loro dire – in Italia non fu guerra civile. Secondo loro, chi combattè l’esercito dei Savoia non era mosso da «ideali patriottici». Su questo forse bisognerebbe ragionare più a fondo. Ma, volendo soprassedere, c’è un’altra guerra, pure coeva, che può essere di insegnamento per come è stata prima dimenticata e poi – finalmente – portata alla luce.

Stiamo parlando della «conquista del West». Pensiamo allora alle frotte di bambini che, per generazioni, hanno giocato a indiani e cow-boy. L’indice teso e il pollice alzato: «Pam! Pam!». Le regole, per lustri e lustri, sono state semplici: l’uomo bianco, il cow-boy, era il «buono»; il cattivo pellerossa finiva per terra. Fino a un pugno di anni fa a ripeterlo erano i nonni, ma anche il cinema (basta guardare i vecchi film con John Wayne), ed era scritto pure nei libri di scuola. È stato così per circa un sec olo.

Uno dei più efferati massacri di indiani d’America risale proprio all’epoca del Brigantaggio, al 1864. Quell’anno, a Sand Creek, 133 Cheyenne e Arapaho furono barbaramente uccisi, i loro cadaveri mutilati (105 erano donne o bambini). A Sand Creek avrebbe dovuto morire il mito del cow-boy buono e dell’indiano cattivo. Non fu così. Nel corso dei decenni, storici, politici, giudici, artisti, si sono adoperati per fornire un’altra versione della guerra tra americani bianchi e americani pellerossa. Ma sono rimasti inascoltati dalle folle. Insomma, le menti migliori sapevano come erano andate le cose, ma per la gente comune non è facile gettare alle ortiche 100 anni di falsità. Ci vuole la chiave giusta, perché la «mappa mentale» collettiva non ama i dubbi. Preferisce fare «Pam! Pam!» e credere che l’uomo bianco è il «buono». Punto.

Poi, nel 1970, sono arrivati il film Soldato blu, diretto da Ralph Nelson e Il piccolo grande uomo, diretto da Arthur Penn e con uno strepitoso Dustin Hoffman. Nel 1981, la sensibilità magnifica di Fabrizio De Andrè regalò agli italiani la canzone Fiume Sand Creek. E, a corona, nel 1990, arrivò Balla coi lupi. I film e le canzoni arrivarono alla gente. Erano la «chiave giusta». Il loro messaggio era potente: gli indiani non sono i cattivi, i bianchi non sono i buoni, tutto è dannatamente più complicato. Sottotitolo: «Vi hanno presi in giro per cent’anni».

In un baleno, è cambiata la mappa mentale dell’opinione pubblica del globo, anche quella degli italiani. Qual è il senso? L’America ha dimostrato a se stessa (e al resto del mondo) di aver capito l’importanza della Storia, quella autentica, con le sue crudeltà. Gli americani si sono riappropriati del loro stesso passato. In conseguenza di ciò il Paese non si è spaccato, anzi. La verità è stata un balsamo. I bianchi sono guariti dal cancro dell’arroganza da «civilizzatori » e agli indiani e alle loro tradizioni e sapienze fu restituita dignità. Tutta la dolorosa epopea della conquista del West, oggi, fa parte integrante del patrimonio storico-culturale del popolo americano.

Sotto la presidenza di Bill Clinton, il Congresso degli Stati Uniti ha presentato le scuse ufficiali agli indiani per l’eccidio di Sand Creek. Per reciproca memoria, sul luogo della strage è stato eretto un monumento. In Italia, ogni benedetto libro di Storia adottato dalle scuole, racconta in modo critico la «Storia del West». I nostri ragazzi studiano cosa accadde nel 1864 dall’altra parte dell’Oceano. Conoscono i Sioux e il Generale Custer. Ma, spesso, non sanno cosa è successo quell’anno nel loro Paese, magari proprio nella loro città. Alle volte non trovano una parola, manco una, sulla guerra fratricida che si combattè nel Mezzogiorno. Non sanno «chi» erano i briganti, oppure sanno che erano unamanica di criminali depravati. Ai giovani meridionali stiamo insegnando che i loro avi erano i «cattivi», pur sapendo che tutto è dannatamente più complicato. (Mrs. Ing.)

Parte finalmente il Sistema Turistico Gargano/ Aderiscono 22 comuni, 5 Enti e due Consorzi

Ventidue comuni, quattro enti sovracomunali e due consorzi d’imprese, hanno deciso di mettersi insieme e costituire il Sistema turistico territoriale del Gargano.
Sono state depositate  presso l’assessorato regionale al Turismo, le dichiarazioni di adesione, così come previsto dal regolamento regionale e che costituiscono la fase propedeutica al riconoscimento che dovrà avvenire da parte della Regione Puglia.
I comuni sottoscrittori della manifestazione d’interesse al riconoscimento del Sistema turistico Gargano, sono Apricena, Cagnano Varano, Carpino, Ischitella, Isole Tremiti, Lesina, Manfredonia, Mattinata, Monte Sant’Angelo, Peschici, Rignano Garganico, Rodi Garganico, San Giovanni Rotondo, Sannicandro Garganico, Serracapriola, Vico del Gargano e, naturalmente, Vieste.
A questi si sono aggiunti i comuni del Nord Tavoliere, quali San Severo, Chieuti, San Paolo Civitate, Torremaggiore, Poggio Imperiale.
Invece, per quanto riguarda gli enti sovra comunali aderenti, hanno sottoscritto il documento la Provincia, tramite l’assessorato al Turismo, la Camera di Commercio, l’Ente parco nazionale del Gargano, il Gal Gargano.
Mentre, i due consorzi che raggruppano gli operatori turistici che hanno manifestato il loro interesse all’adesione, sono il “Gargano Mare” di Vieste e il “Cotug” di Rodi Garganico.

Ischitella nella rubrica “Si viaggiare” del Tg2

Terremoto sul Gargano, l’epicentro tra Carpino e Monte Sant’Angelo

Un terremoto di magnitudo (Ml) 2.8 è avvenuto alle ore 15:17:16 italiane del giorno 16/Ott/2009.
Il terremoto è stato localizzato dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV nel distretto sismico "Promontorio_del_Gargano".
La profondità del sisma è di 30.4 km; i  comuni più vicini all’epicentro (entro i 10km) sono Carpino e Monte Sant’Angelo.

Qui tutti i dettagli

Dati evento


 
Event-ID 2209283170
Magnitudo(Ml) 2.8
Data-Ora 16/10/2009 alle 15:17:16 (italiane)
16/10/2009 alle 13:17:16 (UTC)
Coordinate 41.767°N, 15.893°E
Profondità 30.4 km
Distretto sismico Promontorio_del_Gargano
 
Comuni entro i 10Km

CARPINO (FG)
MONTE SANT’ANGELO (FG)

Comuni tra 10 e 20km

CAGNANO VARANO (FG)
ISCHITELLA (FG)
MANFREDONIA (FG)
MATTINATA (FG)
RODI GARGANICO (FG)
SAN GIOVANNI ROTONDO (FG)
VICO DEL GARGANO (FG)

Le cantatrici di Ischitella a Daunia Enoica



Venerdi 16 ottobre 2009
alle 20:30
presso la Daunia Enoica (San Severo) verrà presentato l’evento
TRADIZIONI AL CONFRONTO 
con la partecipazione delle CANTATRICI DI ISCHITELLA

(da sinistra Nunzia Dionisio, Caterina Candito, Angela Maiorano, Vittoria Di Stolfo, Adelina Martucci, Libera Cugnidoro, Libera Prencipe, Raffaella Antonietta Basile – COORDINATORE EVENTO  Salvatore Villani- musico)
Durante la serata verranno degustati vini, oli e pietanze di San Severo e di Ischitella.Per partecipare a questo evento è necessario prenotare chiamando il 328.8212384  oppure  349.0927971

http://argoiani.blogspot.com

SudFolk campioni d’Italia!

La band di Monte Sant’Angelo si aggiudica il primo premio al "Festival Nazionale della Canzone Popolare" svoltosi il 2 e 3 ottobre 2009 a Sgurgola (FR) e organizzato dal Ministero per i beni e le attività culturali, dalla Federazione Italiana Tradizioni Popolari e dall’ associazione bandistica musicale "Città di Sgurgola".


In gara 18 gruppi provenienti da tutta Italia, per aggiudicarsi l’ambito premio del concorso nazionale più importante tra le band di musica popolare. La giuria, presieduta dal M° Catello Milo (Maestro concertatore del Vaticano) è composta da musicisti ed etnomusicologi di calibro nazionale.

Il livello artistico dei gruppi partecipanti è stato notevole, per la giuria è stata un’impresa ardua decretare un vincitore. Anche il prof. Corsi (direttore d’orchestra) del Ministero per i beni e le attività culturali, si è detto sorpreso dell’elevata qualità artistica presente nei gruppi di musica popolare.

In gara si sono esibiti i migliori gruppi italiani di musica popolare. Ognuno ha rappresentato la propria cultura, la propria tradizione, la propria musica. Lo spirito non era quello di un concorso, ma di incontro e di confronto tra le varie realtà culturali presenti nella nostra penisola: dopo lo spettacolo, è stata un festa continua tra tutti i partecipanti, si è cantato, suonato e ballato insieme. "E’ stata una bellissima esperienza, tra i diversi gruppi c’è stata molta allegria e complicità, ed è stata questa la vera vittoria di tutta la manifestazione" – afferma Angela Bisceglia, cantante e ballerina dei Sud Folk.

I SUD FOLK di Monte Sant’Angelo, in gara con un arrangiamento particolare di quello che è il brano simbolo della tradizione montanara "Li strusce", si aggiudicano il primo premio della giuria di esperti, poi confermato anche dai lunghi applausi del pubblico, che ha sostenuto a gran voce la vittoria della band.

"Ci sentiamo onorati di essere arrivati primi a questo importantissimo festival e davanti a gruppi di altissimo livello" – affermano i SUD FOLK per voce di Bernardo Bisceglia, che poi aggiunge –  "la soddisfazione maggiore? Quando al pubblico è stato chiesto di confermare con un applauso il verdetto della giuria: il pubblico ha risposto alzandosi in piedi e facendo partire un lunghissimo applauso, tutto per noi".

Questo riconoscimento rappresenta per il gruppo montanaro la "ciliegina sulla torta" di una stagione già ricchissima di successi, che gli ha visti protagonisti in molte città italiane. Il "Pane Amore e Tarantella Tour" è stata la conferma del precedente "Taranta Caos Tour", che ha dato modo alla band di affermarsi nel panorama nazionale.

Per il gruppo SUD FOLK è la quarta partecipazione ad un concorso e la quarta vittoria. La prima ad agosto 2008 a Santa Croce di Magliano: concorso di musica etnica "Giovane Madre Terra", la seconda e la terza, in collaborazione con il famosissimo gruppo folkloristico di San Giovanni Rotondo "L’Eco del Gargano", in Croazia "Festival folkloristico internazionale" ed a Gorizia al "Festival mondiale del folklore" (il più importante al Mondo),  risalgono ad agosto 2009.

I SUD FOLK, con quest’ultima vittoria importantissima, i loro successi ed il loro curriculum, sono considerati oggi uno dei gruppi italiani di musica popolare più rappresentativi, e questo non può che essere un forte motivo di orgoglio per Monte Sant’Angelo, per il Gargano e per la Puglia intera.

ildiariomontanaro.it

Insediamento giovani agricoltori e pacchetto “multimisura giovani”: Bando

Approvato, con atto dirigenziale n.2461/2009 del Servizio Agricoltura, il Bando pubblico per la presentazione delle domande di aiuto relative alla Misura 112 del Piano di Sviluppo Rurale "Insediamento di giovani agricoltori" e alle altre Misure inserite nel cosiddetto “Pacchetto multimisura giovani".

La misura è finalizzata al raggiungimento dell’obiettivo strategico del miglioramento della competitività delle imprese agricole pugliesi, promuovendo il ricambio generazionale, attraverso l’insediamento di giovani in agricoltura e l’adattamento strutturale della loro azienda.
L’insediamento è considerato sia nella forma di singola azienda che in forma associata.
I giovani, in possesso dei requisiti richiesti dal bando, possono accedere contemporaneamente alla Misura 112 e alle altre Misure del “Pacchetto multimisura giovani", formulando un’unica domanda di aiuto.
Le risorse finanziarie saranno attribuite al pacchetto giovani per ciascuna misura e per l’intero periodo di programmazione 2007-2013.
La concessione dei finanziamenti sarà determinata dalla valutazione degli investimenti indicati nel Piano aziendale, che sarà reso disponibile nel sito istituzionale e  inviato per via telematica.
La valutazione dei piani sarà demandata ad una Commissione di valutazione appositamente nominata dall’Autorità di Gestione del PSR Puglia 2007-2013.
Per quanto riguarda il termine per la presentazione delle domande, si stabilisce una procedura a “bando aperto” che consente, senza soluzione di continuità, la possibilità di presentare domande sino al completo utilizzo, per ciascuna misura, delle risorse finanziarie attribuite nell’ambito del pacchetto multimisura giovani.
Le domande di aiuto saranno considerate e poste in graduatoria con cadenza trimestrale, fissando la prima scadenza al 1°febbraio 2010.
Il termine iniziale per il rilascio delle domande di aiuto nel portale SIAN e per la compilazione telematica del piano di sviluppo aziendale è stabilito alla data del 25 novembre 2009.
Tutte le procedure e le modalità da seguire per la compilazione telematica e l’invio delle domande di aiuti al Servizio Agricoltura sono esplicitate nel bando.
Al fine di facilitare l’accesso al bando è istituito uno “sportello informativo” presso il Servizio Agricoltura dell’Area Politiche per lo Sviluppo Rurale, operativo nei giorni di martedì e giovedì dalle ore 11,00 alle ore 13,00.

Bando e provvedimento di approvazione sono pubblicati nel Bollettino ufficiale regionale n.162 del 15 ottobre 2009

E i meridionali hanno pagato i buchi di bilancio del Nord

Dalla zecca di Napoli «piastre» d’oro e d’argento, Torino cartamoneta senza valore
Mrs. Ing.

Checché ne dicano i «Padani», storicamente è stato il Sud a doversi accollare i debiti del Nord. La dimostrazione – dati contabili alla mano – fu data alle stampe già nel 1862. Si tratta della ficcante analisi del barone Gia – como Savarese, intitolata «Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860» ed oggi ripubblicata dalla casa editrice partenopea «Controcorrente».
Si scopre così che, nel 1860, le casse dei piemontesi erano ben vuote, se paragonate a quelle del Regno delle Due Sicilie. Tre guerre in 10 anni pesavano sui bilanci cavouriani. Eppoi lo Stato Sabaudo aveva un sistema monetario che era un mezzo bluff. Essendo basato sulla carta moneta, ad ogni banconota messa in circolazione dalla Banca nazionale degli Stati Sardi, doveva corrispondere un equivalente valore in oro o in argento. Invece, il metallo pregiato era stato speso (in armamenti) e per la valuta c’era un problema di «convertibilità».
    Il Regno delle Due Sicilie emetteva soltanto monete d’oro e d’argento (oltre alle polizze notate e alle fedi di credito, il cui esatto controvalore era versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie). Quindi, un soldino meridionale valeva già di per sè, essendo di metallo prezioso, mentre la valuta piemontese era carta e, in parte, carta straccia.
    La ricca «dote» dei Meridionali servì a coprire i «buchi» della neonata Italia mentre il «vizietto» di stampare banconote senza copertura continuò a essere tollerato fino a quando, nel 1892, esplose un tale scandalo che il capo del Governo, Giovanni Giolitti, dovette rassegnare le dimissioni.
    Ma torniamo ai debiti del Nord pagati dalla gente del Sud. Dati alla mano, Savarese sostiene che nel 1860 non c’era manco un «buco» nel bilancio del Regno di Napoli. Anzi, quell’anno era previsto un avanzo di quasi 314 mila ducati (circa 680mila euro attuali) che sarebbero stati destinati «ad opere per il porto di Brindisi, aiuti ai censuari del tavoliere delle Puglie, a bonifiche del bacino del Volturno».
    Inoltre, i piemontesi avevano il «debito facile»: tra il 1848 e il 1859, il Regno del Sud aveva emesso titoli che costavano annualmente all’erario 5 milioni e 210.731 lire e 98 centesimi; mentre quello del Nord ne aveva per 58 milioni 611mila 470 lire e 3 centesimi. Quindi ogni cittadino del Mezzogiorno era gravato da un onere annuo di circa 55 centesimi per pagare gli interessi per i debiti dello Stato, mentre ogni abitante del Nord doveva pagare per lo stesso scopo 11,7 lire. Ogni piemontese pagava venti volte di più.
    Con l’Unità d’Italia, il mastodontico debito pubblico dei Settentrionali si sommò al risibile debito pubblico duosiciliano e ai Meridionali toccò farvi fronte sotto forma di nuove tasse.
    A proposito d’imposte e gabelle, grazie al barone Savarese (che era stato anche ministro sotto Francesco II) c’è la prova che, storicamente, sono stati i governanti del Nord i più propensi a spremere i contribuenti. Infatti, pare che, tra il 1848 e il 1861, Napoli non impose alcuna nuova tassa; Torino, invece, alle vecchie ne sommò 22 nuove.
    Secondo Savarese l’errore di base era nei principi economici dei piemontesi che, a botte di tasse e debito pubblico, deprimevano l’economia. Invece, secondo lui «le risorse finanziarie dello Stato non bisogna cercarle né nel debito, né nei nuovi tributi, ma esclusivamente nell’ordine e nella economia. Perché veramente il miglior governo è quello che costa meno».
    Parole (sante) d’un alto funzionario del Sud, barone e borbonico, di cui nessuno ha sentito parlare per quasi 150 anni.

Lager al Nord per sterminare i meridionali internati

Nei mesi scorsi ho postato un commento in cui esprimevo preoccupazione in merito all’imposizione del federalismo alle regioni del sud e sostenevo l’urgenza di prendere posizione prima di arrivare a considerare i meridionali ribelli dei delinquenti da internare.
In questi giorni la gazzetta del mezzogiorno sta pubblicano articoli che richiamano le preoccupazioni che manifestavo.
Ve ne propongo alcuni.

«I ribelli del Mezzogiorno deportiamoli a Timor Est»
Dai documenti diplomatici dell’epoca altre drammatiche conferme
MARISA INGROSSO

• BARI. La notizia (pubblicata dalla Gazzetta) che, per sconfiggere il Brigantaggio, la neonata Italia ha tentato di disfarsi dei Meridionali anti piemontesi deportandoli in una «Guantanamo» lontana mille miglia dal Belpaese, ha destato scalpore. Decine di e-mail sono arrivate in redazione. Molte sono di cittadini sgomenti: ignoravano questa parte di Storia, della «loro» Storia.
Ma i documenti diplomatici conservati presso l’Archivio storico della Farnesina offrono nuove sorprese. Infatti, da un dispaccio emerge che, manco un anno dopo l’Uni – tà d’Italia, il nuovo regime stava già tentando di spedire all’estero i «ribelli» del Mezzogiorno. Si tratta di un documento datato 17 novembre 1862. Lo firma il ministro a Lisbona, della Minerva, e il destinatario è il ministro degli Esteri, Giacomo Dur ando (che era di Mondovì, in provincia di Como). Della Minerva “stoppa” i Piemontesi e li avvisa che il loro piano è stato scoperto e reso pubblico da alcuni (non meglio identificati) giornalisti.
Il messaggio, tradotto dall’originale che è in francese, fa esplicito riferimento al fatto che il carteggio contenente le trattative tra Italia e Portogallo «per la cessione di isole nell’Oceano, allo scopo di relegarci i briganti» è stato pubblicato. Durando deve quindi sapere che la pressione esercitata da un’«opinione pubblica» sdegnata, ha costretto le autorità portoghesi a smentire ogni cosa.
    «Io penso che, per il momento – conclude Della Minerva – è meglio sospendere» ogni iniziativa e tentare di portarla a termine «con successo» in un «secondo momento».
    Quindi alle «mete» di deportazione già riportate dalla Gazzetta (ovvero il
Borneo, un’Isola dello Yemen, un tratto desertico tra Argentina e Patagonia, un pezzetto di Tunisia), bisogna aggiungerne di nuove. Ma in quale colonia oceanica del Portogallo, l’Italia neonata voleva spedire i meridionali anti Savoia?
    Venirne a capo non è semplice. I portoghesi, infatti, furono tra i più attivi (e longevi) colonialisti. Già nel XVI secolo erano i numeri uno.
    Prendendo a riferimento il documento odierno, possiamo certamente escludere che si tratti di terre dell’Oceano Indiano (colonie già tutte perse al 1862). Spulciando, invece, i possedimenti portoghesi nell’Oceano Atlantico, troviamo: Capo Verde (che è stata colonia della corona fino al 1951); Le Azzorre che erano distretto d’oltremare tra il 1831 e il 1979), così come Madeira (1834-1978); sennò c’erano São Tomé e Príncipe (colonia della corona dal 1753 al 1951) e che oggi è un piccolo Stato dell’Africa centro-occidentale, composto da due isole del golfo di Guinea, a oltre 200 km dalla costa nord-occidentale del Gabon.
    Nell’Oceano Pacifico, infine, il Portogallo ha avuto una miriade di territori in India, ma anche Indonesia. Per cui forse l’Italia dei Piemontesi voleva mandare i Meridionali in quella che allora si chiamava Timor-Leste (oggi VA R I E
Timor Est), colonia subordinata alla così detta «India Portoghese» (1642-1844). O forse il loro piano diabolico aveva nel mirino Macao che è stato provincia d’oltremare tra il 1844 e il 1883 e, comunque, colonia portoghese fino al 20 dicembre 1999 (oggi è regione sotto amministrazione della Repubblica Popolare Cinese).
    Quale che fosse la meta ultima, è certo che – anche grazie alla stampa dell’epoca – il piano naufragò. Per i successivi dieci anni, però, i Piemontesi continuarono a far pressioni sulle
    diplomazie internazionali. A tale riguardo, vale la pena di ricordare cosa disse il ministro degli Esteri, Emilio Visconti Venosta (milanese e mazziniano), al ministro d’Inghilterra Sir Bartle Frer e, nel loro incontro del 19 dicembre 1872: «Se ci ponessimo in Italia ad applicare la pena di morte con un’implacabile frequenza, se ad ogni istante si alzasse il patibolo, l’opinione e i costumi in Italia vi ripugnerebbero, i giurati stessi finirebbero o per assolvere, o per ammettere in ogni caso le circostanze atte nuanti».
    «Bisogna dunque pensare – disse il ministro della neonata Italia – ad aggiungere alla pena di morte un’altra pena, quella della deportazione, tanto più che presso le nostre impressionabili popolazioni del Mezzogiorno la pena della deportazione colpisce più le fantasie e atterrisce più della stessa pena di morte. I briganti, per esempio, che sono atterriti all’idea di andar a finire i loro giorni in paesi lontani, ed ignoti, vanno col più grande stoicismo incontro al patibolo».
    Merita d’esser sottolineato che le «popolazioni del Mezzodì» che Venosta voleva terrorizzare erano italiani. Italiani a tutti gli effetti, da 11 anni.

Il lager Fenestrelle fortezza della morte
Migliaia di meridionali internati al Nord dai Savoia
Mrs.Ing.

    • Nell’impossibilità di rinchiudere i ribelli Meridionali in una Guantanomo lontana, i Piemontesi trovarono una «valida» alternativa: i lager. «Nell’ar – chivio dello Stato maggiore dell’Eser – cito ci sono le prove che, tra il 1861 e il 1870, 30mila giovani meridionali, tutti soldati del Regno delle Due Sicilie, furono deportati in due lager piemontesi». Ad affermarlo è Fulvio Izzo, storico e vice direttore generale dell’ufficio scolastico regionale delle Marche.
    Lo studioso si riferisce al carcere di Fenestrelle e al «campo di concentramento» di San Maurizio Canavese (a una ventina di chilometri Torino). Di quest’ultimo, non si sa moltissimo. Secondo Izzo, era «nato come campo d’esercitazione», poi, dopo l’Unità d’Italia, era stato riattato a campo di «rieducazione e prigionia dei giovani meridionali».
    Fenestrelle, invece, è ancora tutto lì ed è un luogo che fa spavento. È una struttura di 1.300.000 mq, un forte che – trovandosi a un tiro di schioppo dalla Francia – fu inizialmente concepito per difendere il confine. I suoi edifici ringhiosi di montagna (lì si superano i 3mila metri), le feritoie e quella bava di scale di roccia che sale tra i dirupi colpirono persino Edmondo De Amicis che lo definì «necropoli guerresca». E De Amicis, va detto a vantaggio di chi non lo sapesse, il papà del libro «Cuore», non era certo tipo facilmente impressionabile, giacché – prima d’inforcare la penna – aveva passato la vita sul campo di battaglia. Era un ufficiale sabaudo.
    Secondo le ricerche di Izzo, a finire nei lager piemontesi «furono ragazzi del Sud tra i 20 e i 30 anni. Erano soldati semplici e bassa ufficialità, che non vollero giurare fedeltà ai Savoia dopo aver giurato per i Borbone. Mentre, invece, praticamente tutti gli alti ufficiali dell’esercito duosiciliano passarono ai sabaudi». Ecco, quindi, perché migliaia di giovani vennero messi in ceppi e mandati in «campi di prigionia e rieducazione», perché «un uomo vero non è spergiuro», chiosa Izzo.
    Per fiaccare le loro resistenze ad aderire al nuovo regime, pare che i Piemontesi siano stati piuttosto duri coi soldati del Mezzogiorno. «Ci sono le prove che, a Fenestrelle, non c’erano i vetri alle finestre e che i deportati venivano incatenavati. Inoltre – dice Fulvio Izzo – dormivano su pagliericci. I meridionali non avevano l’abbigliamen – to adatto e molti sono morti di freddo». Lo studioso ha raccolto l’esito delle sue ricerche storiche in un libro («I lager dei Savoia. Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali») che è stato pubblicato dalla casa editrice napoletana Controcorrente.
«Quella lettura mi ha molto colpito – dice Antonio Pagano, direttore della rivista “Due Sicilie” – così sono andato personalmente a Fenestrelle. Sono rimasto scioccato. Ci sono ancora i ceppi con le catene e quei vasconi che i Piemontesi usavano per far sparire i cadaveri dei prigionieri. Li riempivano di calce. Che immagine terribile».
A dire il vero, i documenti dello Stato maggiore dell’Esercito non parlano nè di vasconi di calce, nè di corpi disciolti.
Due dati inconfutabili, però, ci sono. Il primo è che su quelle mura che chissà quante urla avranno attutito, campeggia la tetra scritta «Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce». Una suggestione nera, che colpisce come un pugno e che – con i debiti, evidentissimi, distinguo – porta a galla il ricordo di un altro posto da incubo: il campo di sterminio di Auschwitz e quell’«Arbeit macht frei», cioè «Il lavoro rende liberi», monito per l’umanità a ricordare, a non dimenticare.
Il secondo dato inconfutabile è che questo «lager» di italiani meridionali è stato completamente rimosso dalla storia nazionale.

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