C’era una volta Apricena che giocava. Sabato 31 Maggio ore 15.30 piazzale Andrea Costa in occasione della festa patronale tornano ad Apricena dopo anni di assenza, i giochi della nostra tradizione. Parte infatti la prima edizione delle Preciniadi. Organizzatori dell’iniziativa il comitato festa patronale. Si tratta di un evento senza precedenti volto a riproporre a tutti gli apricenesi alcuni degli sport e delle attività ludiche che la tradizione popolare ha tramandato fino ai giorni nostri. L’intento è quello di raccogliere in un’unica e prestigiosa sede tutti quei giochi, alcuni dei quali divenuti vere e proprie discipline sportive, che affondano le radici nel tempo. E’ giusto non disperdere certi valori e riproporre tante attività, spesso dimenticate, portando a conoscenza dei più giovani, soprattutto di quelli nati e cresciuti nelle città, l’esistenza storica di attività ludico-sportive che in passato costituivano, oltre che momento di svago, un motivo di aggregazione, unito ad una sana, campanilistica competizione in manifestazioni che vedevano la partecipazione intere comunità: paesi diversi o differenti rioni del medesimo paese.
Nelle varie aree gli intervenuti, il torneo è suddiviso in due categorie, dai 10 ai 14 anni e dai 15 anni in su, si potranno cimentare nel tiro alla fune, corsa col sacco a staffetta, cinque pietre e la bandierina. Le squadre che dovranno comprendere ambedue i sessi, saranno composte da 10 persone che decideranno di volta in volta chi schierare nei vari giochi. Ovviamente l’aspetto sportivo si accoppierà con i risvolti culturali di cui l’evento è portatore, offrendo spunti e momenti di riflessione a tutti coloro che interverranno. Alla manifestazione è anche abbinata anche una particolare lotteria. Si propone per il prossimo anno, e riservato agli alunni delle scuole elementari e medie, un tema “Inventa il Tuo Gioco".
“I bambini dovranno farsi raccontare dai nonni un gioco e, una volta imparato, potranno recarsi in piazza, dove ognuno potrà mostrare il proprio gioco che verrà valutato dalla giuria che premierà il migliore”. Le iscrizioni sono già aperte e fino al 24 di maggio presso il comitato festa patronale nei pressi della villa.
Comunicato di Leonarda Crisetti
La PROLOCO CAGNANO il 9 maggio dalle ore 16.00 alle 21.00 in occasioni della festa dei Santi patroni di Cagnano Varano Michele e Cataldo presenta la quarta edizione dei "Giochi dei nonni". Ecco le performances competitive:
1. tiro alla secchia con corsa sui somari;
2. tiro alla fune;
3. corsa nei sacchi;
4. palo della cuccagna.
Quest’anno la manifestazione vede la partecipazione degli alunni del liceo socio-psicopedagogico "G. De rogatis", impegnati nel Progetto: Il gioco uno strumento per crescere: I nostri nonni giocavano così … .
La Proloco – Cagnano, nell’estendere l’invito a partecipare, ricorda che i giochi della tradizione, oltre che occasione di sano divertimento, sono opportunità per riscoprire la propria identità.
Non c’è solo la Notte della taranta in Puglia a radunare folle oceaniche per la musica della nostra storia: il Carpino Folk Festival dedica da tredici annni il proprio cartellone alle musiche e ai balli tradizionali dell’area del Gargano, in odore di proclamazione di "patrimonio culturale immateriale dell’umanità". Il comitato direttivo ha stabilito le date della prossima edizione: si svolgerà nel paesino del foggiano dal 1 al 9 agosto; il programma è ancora in via di definizione.
Una buona idea, minimo 2 persone tra i 18 e i 32 anni, fino a 25.000 € di contributo, 1 anno di tempo, scade il 31 luglio: parte Principi Attivi, la nuova scommessa di Bollenti Spiriti.
Ci siamo! Il bando di Principi Attivi è stato approvato con determina del Dirigente del Settore Politiche Giovanili e Sport n. 213 del 7 maggio 2008. Nella prossima settimana sarà pubblicato nel Bollettino Ufficiale della Regione Puglia: da quel momento saremo pronti a ricevere le vostre proposte.
C’è tempo fino al 31 luglio per la presentazione delle domande: cerchiamo giovani idee per una Puglia migliore.
Scarica il bando di concorso [
Principi Attivi – Bando (153.77 kB)]
Scarica il formulario di candidatura [
Principi Attivi – Formulario (1.02 MB)]
Scarica le linee guida per l’ammissibilità delle spese [
Principi Attivi – Linee Guida (178.73 kB)]
D’ora in poi chi si lamenta è un cazzone se non presenta il suo progetto, perchè la schedina bisogna giocarla per fare 13 !!!
da Teleradioerre
Saranno messi in vendita, attraverso i circuiti delle agenzie di viaggio ed altri canali turistici, pacchetti promozionali che consentiranno al turista di trascorrere qualche giorno in provincia di Foggia visitando i luoghi caratteristici di giorno e ascoltando buona musica la sera.
L’azienda di promozione turistica di Foggia, i direttori dei festival che rientrano nell’iniziativa "Five festival sud system" – le manifestazioni musicali che si svolgono in estate nel foggiano – i sindaci dei comuni di Orsara e Apricena e i rappresentanti delle agenzie di viaggio hanno curato un programma per accogliere i turisti interessati alla musica e a scoprire il territorio.
La manifestazione "Five festival sud system" è nata con lo scopo di portare, oltre alla buona musica, anche il turista nelle zone del foggiano meno frequentate da turisti nel periodo estivo. Nell’edizione 2008, i cinque festival della provincia di Foggia, infatti, viaggeranno sotto uno stesso marchio, dal Carpino Folk Festival a Festambiente Sud di Monte Sant’Angelo, dai Suoni in cava di Apricena al Festival Apuliae e all’Orsara Jazz.
da http://www.newsgargano.it
I pellegrinaggi ai grandi santuari della Cristianità, Roma, San Giacomo di Compostella, Gerusalemme e il Monte Gargano dell’Arcangelo Michele, determinarono il configurarsi delle grandi vie come ”Romea”, ”Francigena”, ”Camino de Santiago”… Una strada dei pellegrini che nel tempo si consolidò come "Via Sacra Langobardorum", è il tratto che collegava direttamente la capitale longobarda Benevento al Santuario di San Michele sul Gargano.
Infatti, questo nobile nome, secondo la tradizione, è legato alla devozione dell’Arcangelo che i Longobardi, fin dal sec. VI, diffusero dapprima nella Longobardia Maior (Lombardia-Veneto-Friuli) e più tardi in tutta l’Europa.
Con la diffusione del culto micaelico, il Monte divenne santuario nazionale dei Longobardi e la "Via Sacra Langobardorum", uno degli itinerari privilegiati dai pellegrini, in Italia meridionale, alla grotta dell’Arcangelo. Il nome e la funzione di "Via Sacra" sono attestati, fin dai primi decenni di questo Millennio in documenti che la presentano col nome di ”Via Francesca”. Con questo nome essi affermano in modo chiaro il suo inserimento nel percorso della Via Francesca o Francigena che, proveniente dalle regioni settendrionali della Francia, attraversate le Alpi, percorreva tutta la penisola italica, conducendo le comitive dei pellegrini del Nord Europa alle grandi mete religiose già sopra citate. La Via Sacra ”Langobardorum”, s’insinuava (dopo S. Severo) nella Valle di Stignano, fino a raggiungere il convento S. Maria di Stignano; di qui risaliva al convento di San Matteo e a San Giovanni Rotondo; giunta, poi, a Pantano (oggi dopo il bivio per Cagnano) si biforcava: un tratto proseguiva per Ruggiano, toccando l’abbazia di Pulsano fino a Monte S. Angelo, l’altro s’inoltrava nella Valle di Carbonara per risalire anch’esso sulla montagna dell’Arcangelo. Essa era aspra e faticosa per l’accidentalità del terreno, per la presenza di fitti boschi, d’animali selvatici e predatori. Il tracciato della ”Via” era costellato da tanti "hospitia", romitori, monasteri, cappelle votive munite di pozzi, idonei ad ospitare e soccorrere viandanti e pellegrini. Alcuni di questi luoghi sono diventate famose abbazie, altri dei centri abitati. Ad ogni principale punto della "Via Sacra" era sempre presente un antico tracciato viario che metteva in comunicazione le altre strade frequentate dai pellegrini, provenienti da versanti diversi, diretti alla Basilica. Da San Giovanni Rotondo una via scendeva verso Sud e conduceva all’abbazia di San Leonardo di Siponto (o in Lama Volara), un’altra si dirigeva verso Sud-Est e, attraverso la Valle dell’Inferno giungeva a Siponto, che in seguito divenne passaggio obbligato dei pellegrini verso la Sacra Montagna. ”La Via Sacra” è ancora oggi percorribile in tutto il suo tracciato e rappresenta nella successione delle tappe con i suoi santuari ancora attivi, il cammino di conversione che il cristiano è chiamato a compiere. Per raggiungere il Santuario il pellegrino poteva percorrere un’altra strada che, in direzione Sud-est, scendeva verso la piana di Siponto, lungo la quale trovava un servizio d’assistenza pari a quello della "Via Sacra". Su questo percorso incontrava chiese, monasteri, castelli, ed ospizi. Importante punto di, riposo e di sostentamento fu l’abbazia di San Leonardo in Siponto: in questa zona diversi erano gli insediamenti preistorici e paleocristiani che attiravano l’attenzione del pellegrino. Fra questi il complesso preistorico di Scaloria e di Occhiopinto e il complesso ipogeico di Capparelli, espressioni della civiltà rupestre altomedievale. Oltrepassato Siponto, la ”Via” saliva a Monte Sant’Angelo attraverso i valloni che "rigavano" a pettine tutto il paesaggio costiero. Lungo il Vallone di Scannamuliera il pellegrino s’inerpicava sullo sperone roccioso di Ripasanta per una scala di gradini scavati nel costone, detta Scala Santa e, seguendo la cresta montuosa, raggiungeva la grotta di San Michele Arcangelo. Le tracce del pellegrinaggio garganico sono ancora impresse nei solchi di queste vie e tratturi: su molte rocce è scritta la storia silenziosa dell’uomo medievale. I graffiti e le iscrizioni rinvenuti sono la testimonianza esatta e visiva di un afflusso di pellegrini provenienti da tutte le parti d’Europa, spinti da un unico intento che era quello devozionale e penitenziale. Il pellegrinaggio garganico ha avuto anche una valenza sociale e culturale: le soste convenzionali consentivano la comunicazione e la trasmissione delle diverse tradizioni. Fu proprio sulle strade del pellegrinaggio, lungo le tappe che portavano ai santuari, che si venne a creare quella che fu in tutta l’Europa l’unità della cultura.
‘TELAI E PANNI DEL GARGANO’
Tra passato e presente – recensione di Teresa Rauzino
Disvela i tracciati dell’antica arte della tessitura. Nasce dai ricordi personali che hanno radici profonde nel cuore di chi scrive. Come le tradizioni narrate. Ricordi che riportano alla mente i rumori operosi dei telai a mano su cui le donne, fin dalla più tenera età, un tempo realizzavano i capi del corredo delle future spose. Ma anche, non dimentichiamolo, quello degli sposi.
Il telaio rappresenta il simbolo della civiltà agro-pastorale, fino agli anni Sessanta del Novecento componente fondamentale dell’economia pugliese, ma non solo. Fu una costante di tutta l’area mediterranea. Fino a qualche tempo fa, in Sardegna, la nascita di una bambina veniva salutata con una frase emblematica: ‘hamus una filonzana!’, ‘abbiamo una filatrice!’. Le candide telerie pugliesi erano apprezzate in tutto il Mediterraneo fin dai tempi più remoti. Nelle zone archeologiche dell’area oggi inclusa nel Parco Nazionale del Gargano sono stati ritrovati dei reperti tipici di questa antica attività, come i pesi da telaio e le spole. Testimoniano, se mai ce ne fosse bisogno, la diffusione a tappeto dell’arte della tessitura nelle nostre contrade. E questo è attestato fin dal tardo Neolitico.
In epoca greca, l’attività è documentata dall’iconografia vascolare. E dalla figura-simbolo di Penelope che, in attesa del ritorno ad Itaca del suo errante Ulisse, ‘finchè il giorno splendea, tessea la tela/superba, e poi la distessea la notte/al complice chiaror di mute faci(Odissea, libro II)’. Anche tra i ruderi delle antiche ‘villae’ romane di Santa Maria di Merino (Vieste), di Agnuli (Mattinata), di Avicenna (Piana di Carpino) di Sant’Annea (Sannicandro ) sono stati trovati antichi pesi da telaio.
Per l’età medievale, il ‘Codice diplomatico di Tremiti’ ed il ‘Regesto di San Leonardo’ di Siponto documentano che la realizzazione di panni di seta, di lana e di lino era un’attività esercitata presso i monasteri femminili, oltre che dalle tessitrici laiche. Erano ‘le donne di Dio’ a confezionare i capi di vestiario dei frati di Pulsano, come testimoniano le ‘lamentazioni’ delle Monache del Convento di Santa Cecilia di Monte Sant’Angelo, dipendenti dal suddetto cenobio. Le ‘mistiche’ fanno presente ad Alessandro III, di passaggio sul Gargano, che i monaci pretendono troppo da loro, sollecitano troppo spesso una maggiore produzione di ‘pannos, suderas, cingolas, besaciolas, saccos’. E, sicuramente, esse preferirebbero impegnare il loro prezioso tempo nelle salvifiche preghiere. Oppure miniando pregevoli codici, come quello oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli e realizzato dalle consorelle foggiane del loro stesso ordine monastico.
Panni d’altare, tovaglie, parati di lino, pianete di seta, imbottite di lana e penne d’oca, oltre che cuscini, coltri, tovaglioli, ‘tele grosse’ utilizzate in cucina sono ‘donati’ dagli Oblati dell’Ordine Teutonico alla Chiesa di S. Pietro di Vico del Gargano.
La produzione della lana aumentò in modo eccezionale in epoca aragonese con l’istituzione della ‘Regia Dogana della Mena delle Pecore’. Il prodotto grezzo era conservato nei fondaci appartenenti a commercianti locali, ma anche a quelli esteri. Furono i Veneziani a monopolizzarne lo smercio.
L’attività tessile si affinò sempre più. Il frate minore Michelangelo Manicone, autore di una delle più singolari opere dell’illuminismo europeo, ‘La Fisica Appula’, in una lettera all’Intendente di Capitanata datata 8 luglio 1809, afferma che le telerie che si lavorano in Vico del Gargano, suo paese natale, ‘potrebbero gareggiare con quelle delle Fiandre, se vi si introducesse il metodo d’imbiancar le tele, e di darle il lustro, come in quella Nazione si usa’.
La ‘Statistica’ del prefetto Scelsi elenca il numero dei telai e delle tessitrici di tutta la Capitanata nel 1866: l’arte della tessitura è esercitata in 39 comuni con 2426 telai. Il numero delle addette è pari al numero di telai presenti in ogni paese, ma le apprendiste non vengono contate. L’attività è concentrata quasi esclusivamente sul Gargano: si distinguono Vico (800 telai), Rodi (250 telai), Carpino (200 telai), Monte Sant’Angelo (130), Cagnano Varano (80), Vieste (60), San Severo (50), Peschici (48), Ischitella (42). Fanalino di coda: Foggia con 12 telai e Cerignola con 10.
Il libro di Lemme e de Leo riporta innumerevoli ‘carte dotali’ ritrovate negli Archivi di Stato di Foggia-Lucera. Documenti estremamente interessanti, che elencano i vari tipi di capi presenti nelle cassapanche delle famiglie di rango, e che illuminano un buio passato. Scrigno di tesori artistici e naturali, il Gargano ha custodito immutate queste antiche tradizioni, che rischiavano di essere disperse.
Dobbiamo al ricordo ed alla manualità delle anziane tessitrici di Vico e di Carpino la conservazione di originali tecniche artigiane. Oggi sono rivissute e rivisitate dalle giovani imprenditrici delle cooperative ‘Telaio di Carpino’ e ‘Penelope’ che, dopo un periodo di specifica formazione professionale, hanno incominciato a produrre i manufatti in fibre naturali. Rispettando la tradizione nell’innovazione, con esperte di ‘design’ come la ventisettenne Alessandra Ruo, che diplomatosi all’Accademia delle Belle Arti, e già affascinata dalla storia del laboratorio tessile della Bauahus, scuola tedesca di arte e mestieri in cui insegnavano ‘maestri’ del calibro di Paul Klee e Wassilj Kandiskij, decise di iscriversi al corso di formazione per tessitrici del Parco Nazionale del Gargano. Divenendone, di fatto, la stilista.
Il merito di aver creduto fortemente nell’iniziativa, presentando il ‘Progetto Penelope’ fin dall’Istituzione del Parco, va comunque tutto ascritto a Menuccia Fontana. Il concreto sostegno dell’Ente e delle leggi sull’imprenditoria giovanile ha reso fattibile il suo sogno, la sua ‘utopia’: l’artigianato tessile è risorto dalle ceneri dell’oblio e della dimenticanza. Come l’Araba Fenice.
da http://www.puntodistella.it
Vorrei richiamare l’attenzione dei lettori di “punto di stella” sulla storia di un monumento del mio paese.
Carpino, fin dalle sue origini, è sempre stato un borgo agricolo. Per questo fu fatta costruire la chiesa di Sant’Anna: per consentire agli abitanti impegnati nella coltivazione dei campi di assistere alla messa.
Nominata per la prima volta in un documento del 1736, e annoverata tra le chiese rurali, in origine fu affidata alla custodia di un eremita, per il quale era stata realizzata una abitazione annessa alla chiesa, presto abbandonata, e che risultava già parzialmente distrutta agli inizi del Novecento. In seguito al primo crollo della copertura, l’edificio fu sottoposto a diversi interventi di restauro, che ne hanno, per fortuna, conservato l’aspetto originario. La semplice facciata in pietra bianca è ancora visibile; sulla parte alta del muro posteriore, un arco campanario sorregge una campana. Sull’unico altare in stile barocco, con colonne decorate da tralci di vite a spirale, campeggiava un bel quadro di fattura settecentesca raffigurante la Madonna col bambino e Sant’Anna, sottratto purtroppo nel 1969. Tale evento, unito alla distanza dal centro abitato, ha contribuito al suo progressivo abbandono, per cui, dopo un ulteriore crollo della copertura, appare allo stato di rudere.
Oggi questa chiesetta è dimenticata, nessuno più ne parla; i ragazzi del paese non sanno neppure dove si trova. La Chiesa di Sant’Anna si presenta in una condizione di totale abbandono, se la si guarda, si nota come essa ha preso la forma di una vecchia “torre” di campagna, ormai dimenticata dal mondo. Ora vi chiedo: perché questa chiesa, che ha contribuito a costruire la religiosità degli abitanti di Carpino, deve essere dimenticata e abbandonata? Perché nessuno fa niente per salvare questo nostro pezzo di storia? DONATELLA MARCANTONIO
Ringraziamo Donatella e per merito di Crono88 accendiamo i riflettori sulla Chiesa di S.Anna cliccando qui
da http://www.puntodistella.it
Il posto che mi sta più a cuore è un luogo bellissimo ma rimasto a marcire come le foglie che cadute dall’albero rimangono lì, fin quando non spariscono del tutto. Questo luogo si trova in cima a una collina, è una piccola chiesetta dove si può vedere un panorama meraviglioso. Però ogni anno che passa tutti la dimenticano tranne noi ragazzi che vi andiamo molto volentieri.
Noi la chiamiamo la Santa Croce, è sempre chiusa tranne il 3 maggio. Il pomeriggio si svolge la messa ed è un giorno diverso dagli altri perché tutti i ragazzi ci vanno a trascorrere una giornata diversa, non solo noi di Carpino ma anche ragazzi di altri paesi. Come sarebbe meraviglioso curarla un po’, darle delle piccole attenzioni qualche volta.
Dall’apparenza sembra una normale chiesa, ma non è così. Non penso che dalle altre chiese del territorio si possa guardare il sole mentre sta tramontando dietro il lago di Varano; non penso che puoi rilassarti mentre guardi tutto ciò che hai intorno. In primavera è molto piacevole andarci; un po’ più sopra di questa chiesetta c’è un grande spazio verde. Questo luogo però viene lasciato degradare, tra bottiglie di ogni genere, anche rotte, panchine e cestini rotti, siringhe (ne possiamo trovare a centinaia) e anche profilattici! Sarebbe bello se quelle schifezze non ci fossero.
Non chiedo un miracolo, vorrei solo che gli dessero uno sguardo per dire: «Cavolo, ma perché non facciamo qualcosa!?». Invece no! Se la guardassero in che condizioni è ridotta, di sicuro direbbero: «I ragazzi di oggi non hanno rispetto più di nulla.» ROSALBA BASILE
BASILICA – CATTEDRALE DI VIESTE – FESTA A MARIA
5 MAGGIO 2007 – ORE 21.00
I TENORES DI BITTI – “MIALINU PIRA”
IL CANTO A TENORE
Il canto a “tenore” è l’espressione etnico musicale più arcaica della Sardegna centrale ed è la prova dell’esistenza della pratica polifonica in tempi remotissimi. E’ realizzato da quattro cantori chiamati Bassu (Basso), Contra (Contralto), Mesu Oche (Mezza voce), Oche (Voce), disposti in cerchio, riproponendo la forma architettonica dell’antica civiltà sarda, quella nuragica. Ci troviamo di fronte ad un modo molto particolare di cantare dal punto di vista timbrico. Delle quattro voci due sono gutturali: Bassu e sa Contra. Esse caratterizzano in maniera peculiare il canto a tenore. Su Bassu con un suono grave e profondo e un caratteristico vibrato mantiene la stessa tonalità della voce solista, ovvero la fondamentale della triade su cui si accorda la polifonia del tenore; una quinta sopra si trova la Contra che si caratterizza per un suono più lineare, metallico e meno vibrato. E’ difficile stabilire le origini del Canto a Tenore che secondo alcuni risalirebbe addirittura a 4000 anni fa. La natura del canto sembrerebbe strettamente radicata nella vita pastorale, nella solitudine della campagna, a stretto contatto con il bestiame e con la natura. Bitti è uno dei paesi in cui si pratica il Canto a Tenore. Immerso nel centro della Sardegna, nelle vicinanze di Nuoro, in Barbagia, Bitti è il paese di Michelangelo “Mialinu” Pira, antropologo e studioso della cultura bittese, alla cui memoria è intitolato il gruppo. Il 25 Novembre 2005 il Canto a Tenore di Bitti è stato riconosciuto dall’UNESCO Patrimonio Intangibile dell’Umanità.
Il repertorio della serata è caratterizzato soprattutto da antichi canti religiosi della tradizione sarda dal 1500 al 1900. Due particolarità accomunano questi canti alla devozione mariana dei viestani. La prima riguarda l’affinità di melodia tra alcuni canti a tenore e quelli classici delle novene a S. Maria di Merino. La seconda è che tra i canti a tenore più famosi figura “Grobbes de s’Annossata”, ossia canti in onore dell’Annunziata, e la statua di S. Maria di Merino altro non è che una classica rappresentazione dell’Annunciazione.
Il Concerto è organizzato dalla Società di Storia Patria per la Puglia – gruppo di Vieste “Pasquale Soccio”, in collaborazione con la Comunità Parrocchia Cattedrale di Vieste e L’Associazione Musicale Onlus “Nuova Diapason” nell’ambito della “Festa a Maria”. Si ringraziano vivamente tutti i viestani che con il loro contributo hanno permesso la realizzazione di questo grande evento religioso e culturale.