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Più di 200 telai a Carpino nel 1866, ma si tesseva già nella villa romana di Avicenna

‘TELAI E PANNI DEL GARGANO’
Tra passato e presente – recensione di Teresa Rauzino

Disvela i tracciati dell’antica arte della tessitura. Nasce dai ricordi personali che hanno radici profonde nel cuore di chi scrive. Come le tradizioni narrate. Ricordi che riportano alla mente i rumori operosi dei telai a mano su cui le donne, fin dalla più tenera età, un tempo realizzavano i capi del corredo delle future spose. Ma anche, non dimentichiamolo, quello degli sposi.
 
Il telaio rappresenta il simbolo della civiltà agro-pastorale, fino agli anni Sessanta del Novecento componente fondamentale dell’economia pugliese, ma non solo. Fu una costante di tutta l’area mediterranea. Fino a qualche tempo fa, in Sardegna, la nascita di una bambina veniva salutata con una frase emblematica: ‘hamus una filonzana!’, ‘abbiamo una filatrice!’. Le candide telerie pugliesi erano apprezzate in tutto il Mediterraneo fin dai tempi più remoti. Nelle zone archeologiche dell’area oggi inclusa nel Parco Nazionale del Gargano sono stati ritrovati dei reperti tipici di questa antica attività, come i pesi da telaio e le spole. Testimoniano, se mai ce ne fosse bisogno, la diffusione a tappeto dell’arte della tessitura nelle nostre contrade. E questo è attestato fin dal tardo Neolitico.
In epoca greca, l’attività è documentata dall’iconografia vascolare. E dalla figura-simbolo di Penelope che, in attesa del ritorno ad Itaca del suo errante Ulisse, ‘finchè il giorno splendea, tessea la tela/superba, e poi la distessea la notte/al complice chiaror di mute faci(Odissea, libro II)’. Anche tra i ruderi delle antiche ‘villae’ romane di Santa Maria di Merino (Vieste), di Agnuli (Mattinata), di Avicenna (Piana di Carpino) di Sant’Annea (Sannicandro ) sono stati trovati antichi pesi da telaio.
Per l’età medievale, il ‘Codice diplomatico di Tremiti’ ed il ‘Regesto di San Leonardo’ di Siponto documentano che la realizzazione di panni di seta, di lana e di lino era un’attività esercitata presso i monasteri femminili, oltre che dalle tessitrici laiche. Erano ‘le donne di Dio’ a confezionare i capi di vestiario dei frati di Pulsano, come testimoniano le ‘lamentazioni’ delle Monache del Convento di Santa Cecilia di Monte Sant’Angelo, dipendenti dal suddetto cenobio. Le ‘mistiche’ fanno presente ad Alessandro III, di passaggio sul Gargano, che i monaci pretendono troppo da loro, sollecitano troppo spesso una maggiore produzione di ‘pannos, suderas, cingolas, besaciolas, saccos’. E, sicuramente, esse preferirebbero impegnare il loro prezioso tempo nelle salvifiche preghiere. Oppure miniando pregevoli codici, come quello oggi conservato presso la Biblioteca Nazionale di Napoli e realizzato dalle consorelle foggiane del loro stesso ordine monastico.
Panni d’altare, tovaglie, parati di lino, pianete di seta, imbottite di lana e penne d’oca, oltre che cuscini, coltri, tovaglioli, ‘tele grosse’ utilizzate in cucina sono ‘donati’ dagli Oblati dell’Ordine Teutonico alla Chiesa di S. Pietro di Vico del Gargano.
La produzione della lana aumentò in modo eccezionale in epoca aragonese con l’istituzione della ‘Regia Dogana della Mena delle Pecore’. Il prodotto grezzo era conservato nei fondaci appartenenti a commercianti locali, ma anche a quelli esteri. Furono i Veneziani a monopolizzarne lo smercio.
L’attività tessile si affinò sempre più. Il frate minore Michelangelo Manicone, autore di una delle più singolari opere dell’illuminismo europeo, ‘La Fisica Appula’, in una lettera all’Intendente di Capitanata datata 8 luglio 1809, afferma che le telerie che si lavorano in Vico del Gargano, suo paese natale, ‘potrebbero gareggiare con quelle delle Fiandre, se vi si introducesse il metodo d’imbiancar le tele, e di darle il lustro, come in quella Nazione si usa’.
La ‘Statistica’ del prefetto Scelsi elenca il numero dei telai e delle tessitrici di tutta la Capitanata nel 1866: l’arte della tessitura è esercitata in 39 comuni con 2426 telai. Il numero delle addette è pari al numero di telai presenti in ogni paese, ma le apprendiste non vengono contate. L’attività è concentrata quasi esclusivamente sul Gargano: si distinguono Vico (800 telai), Rodi (250 telai), Carpino (200 telai), Monte Sant’Angelo (130), Cagnano Varano (80), Vieste (60), San Severo (50), Peschici (48), Ischitella (42). Fanalino di coda: Foggia con 12 telai e Cerignola con 10.
Il libro di Lemme e de Leo riporta innumerevoli ‘carte dotali’ ritrovate negli Archivi di Stato di Foggia-Lucera. Documenti estremamente interessanti, che elencano i vari tipi di capi presenti nelle cassapanche delle famiglie di rango, e che illuminano un buio passato. Scrigno di tesori artistici e naturali, il Gargano ha custodito immutate queste antiche tradizioni, che rischiavano di essere disperse.
Dobbiamo al ricordo ed alla manualità delle anziane tessitrici di Vico e di Carpino la conservazione di originali tecniche artigiane. Oggi sono rivissute e rivisitate dalle giovani imprenditrici delle cooperative ‘Telaio di Carpino’ e ‘Penelope’ che, dopo un periodo di specifica formazione professionale, hanno incominciato a produrre i manufatti in fibre naturali. Rispettando la tradizione nell’innovazione, con esperte di ‘design’ come la ventisettenne Alessandra Ruo, che diplomatosi all’Accademia delle Belle Arti, e già affascinata dalla storia del laboratorio tessile della Bauahus, scuola tedesca di arte e mestieri in cui insegnavano ‘maestri’ del calibro di Paul Klee e Wassilj Kandiskij, decise di iscriversi al corso di formazione per tessitrici del Parco Nazionale del Gargano. Divenendone, di fatto, la stilista.
Il merito di aver creduto fortemente nell’iniziativa, presentando il ‘Progetto Penelope’ fin dall’Istituzione del Parco, va comunque tutto ascritto a Menuccia Fontana. Il concreto sostegno dell’Ente e delle leggi sull’imprenditoria giovanile ha reso fattibile il suo sogno, la sua ‘utopia’: l’artigianato tessile è risorto dalle ceneri dell’oblio e della dimenticanza. Come l’Araba Fenice.

Telai e panni del Gargano di Carmine de Leo e Mario Lemme,  Edizioni del Parco, Grenzi, 2002

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