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“SETTE SATANICHE” E VIL METALLO, COME SI È SPENTO IL CARPINO FOLK FESTIVAL

A distanza di tre anni la versione di TOMMI GUERRIERI sull’ATTACCO di mercoledi 30 giugno 2021

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Il mesto epilogo del festival di Capitanata. Il CFF: da “setta satanica” a un addomesticato silenzio in attesa di tempi migliori
Non sono solo Festival. E quello di Sanremo a livello nazionale ne è ancora l’esempio. Una kermesse di musica su cui dirigenti di reti, istituzioni e artisti si giocano carriere e reputazione. Perché citiamo Sanremo? Perché nell’immaginario collettivo è l’emblema dell’evento canoro che divide, distrugge e santifica. In Puglia c’è quello salentino, che ormai è volato oltre i confini regionali, la Notte della Taranta e poi c’erano i Festival della Capitanata, eterna controversa Cenerentola, che almeno in questo era riuscita a dire la sua esprimendo con Apricena, Orsara, Carpino e Monte Sant’Angelo il meglio della musica tradizionale popolare. Oggi, di quel fermento che ha fatto la storia, di artisti e territorio, è rimasto molto poco. Troppo poco, diremmo. Solo Festambiente resiste. E diventa Festival del Territorio. Manifestazione itinerante, quest’anno fra Monte Sant’Angelo e Vieste. “Non ci fa piacere – dice l’ideatore e organizzatore Franco Salcuni essere rimasti l’unico Festival del territorio. Dovremmo interrogarci e capire che cosa non ha funzionato”.
La domanda è più che lecita. La risposta oggi la troviamo guardando poco lontano.
Carpino. Un luogo che tutti hanno conosciuto grazie al suo Festival. Quel Carpino Folk Festival fondato nel 1996 da Rocco Draicchio. Primo evento che è riuscito a trasformare un paese in un teatro, in cui ad andare in scena erano l’arte, la cultura, la musica, le tradizioni popolari. Agosto era Carpino. E Carpino era il Festival. Ora questo ricordo genera solo rabbia e amarezza. In tutti. In un territorio mortificato da questa perdita, avvelenato da guerre di principi che non fanno che impoverire e dividere. Superfluo spiegare cos’era il Carpino Folk Festival. “All’inizio non lo volevamo – ci ha raccontato uno dei commercianti del centro garganico – perche portava gente strana, che beveva e fumava. Gente che ci faceva paura. Ma con il passare degli anni è diventato la nostra vera ricchezza. Da ogni punto di vista. Sia per l’indotto economico che generava. Sia per l’enormità dei contenuti che passavano di qua. Era una gioia vedere quanta gente e quanta festa si faceva intomo a questo evento. Oggi, quello che è successo, è un dispiacere per tutti”.

Ma cosa è successo? Al Festival è successo quello che da queste parti succede spesso: l’esempio del fallimento di una classe politica che non riesce a vedere oltre il proprio perimetro. Che non coglie opportunità di crescita e di cambiamento, che non vede come risorsa, le espressioni del territorio. Che non vuole supportare, ma controllare, e dove non può, distrugge. Il Carpino Folk Festival si è fermato per ragioni legate ufficialmente alla scelta della sede a divergenze con l’amministrazione comunale sulla location. Il Sindaco, quando l’associazione Carpino Folk Festival decide di non andare avanti con l’evento, defini quelle motivazioni strumentali, disse che erano invece legate a finalità politiche. Che si voleva boicottare l’amministrazione. E dichiaro che anche chi aveva tentato di trovare una soluzione per mediare, era stato invitato ad attenersi alle decisioni prese dai vertici dell’associazione e cosi era andato via. Polemiche su polemiche anche per la decisione di tenere la conferenza stampa di presentazione della nuova associazione, il Carpino in Folk, nella sede della Federazione provinciale del Pd di Foggia. “Una scelta – questa fu la spiegazione fornita dal sindaco Rocco Di Brina – dipesa solo dalla difficoltà di reperire un altro luogo cosi velocemente, lo ho coperto personalmente i simboli del partito. Non avrei mai coinvolto il Pd se avessi trovato unaltro spazio. Mi sono fatto prestare la sede dopo aver coperto i simboli ma il partito non c’entra nulla”. Ma su che fondi ha contato la nuova manifestazione lo hanno visto tutti. Era il 2019 quando vennero destinati 10mila euro al Carpino in Folk, la tre giorni sostenuta da Comune e Regione che stava cercando di compensare l’assenza del CFF e che è costata oltre 88mila euro, stando al piano finanziario complessivo presentato al Parco. Non sono mancati i contributi ad altre numerose manifestazioni estive, ma la spesa più rilevante è legata a Gargano in Folk, fra comunicazione, stampa, grafica, spese di trasporto. Tutto per affidamento diretto.

Ecco perché la classe politica non ricuce, ma gestisce. Distribuisce. Dove necessario, mette una pietra e affossa. Toglie l’aria. E l’aria sono i soldi. Fondi che come per magia si tolgono a uno e si distribuiscono a un altro. Nasce quindi la nuova associazione che non si chiama per ragioni legali nello stesso modo, ma ne scimmiotta nome e finalità e cerca – per il bene del territorio, s’intende – di portare avanti oltre vent’anni di lavoro, sacrifici, passione e cultura. Ma è un favore a chi? Un contenitore per cosa? Dall’altra parte oggi, almeno ufficialmente, il silenzio. Senza voglia di dire nulla.

LA SINTESI

“Non potevano mettersi insieme e trovare il modo di fare meglio, di fare di più, qualcosa di più grande?”. No. C’è chi sostiene che l’associazione storica era una sorta di setta satanica, difficile da penetrare, rigida e irragionevole, quasi una casta”. E in effetti non è stato possibile parlare o capire le posizioni, né con il Presidente, Pasquale Di Viesti e nemmeno con l’altra anima del Carpino Folk Festival Luciano Castelluccia, chiusi in un silenzio asfittico (eppure anche oggi 01/07/2021 Luciano e Domenico parlano sull’Attacco dei loro progetti culturali e turistici).
Ma le guerre di principi le perdono tutti. I vinti, che si sono rassegnanti, in attesa di tempi migliori che chissà se e quando arriveranno, i nuovi, che pur essendo scesi in campo non hanno saputo o potuto dimostrare di superare i confini locali di un evento che per tradizione è ormai leggenda nell’immaginario di un territorio. E perde la coscienza politica, che invece di unire continua a dividere. E impone la dittatura di un silenzio che fa più rumore di una condanna.

Una setta già fa ridere di per se, satanica è il massimo della risata. Sto pensando all’informatore quanto gusto prova a leggere tutto questo sfascio.

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