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Dalle pagine de “L’uovo di Virgilio” del giornalista de Il Mattino Vittorio Del Tufo, la meravigliosa avventura della NCCP

Fisso qui questi tre articoli usciti settimanalmente per i collegamenti che questa storia ha con la divulgazione della tarantella del Gargano e il successo dei Cantori di Carpino.

«Madonna tu mi fai lo scorrucciato,
che t’aggio fatto che ngrifi la cera…
anema mia, chesta n’è via
de contentar st’affannato core»

(Madonna tu mi fai lo scorrucciato, Nuova Compagnia di Canto Popolare).

* * *

Alla fine degli anni 60 i suoni provenienti da Napoli non si erano ancora imposti all’attenzione del Paese. Nel 1966 James Senese e Mario Musella – figlio di un militare afroamericano il primo, di un soldato pellerossa il secondo – avevano fondato gli Showmen, mentre un giovanissimo Edoardo Bennato iniziava a muovere i primi passi nel labirinto del rock e delle etichette discografiche. Cominciava a germogliare il seme di quello che verrà ricordato come Neapolitan Power. La città era attraversata dai primi fermenti studenteschi; la disoccupazione aumentava, numerose fabbriche chiudevano.

In quegli anni i paesini dell’entroterra erano ancora un pianeta ancestrale e oscuro. L’etnologo Ernesto De Martino aveva pubblicato, a cavallo tra il 1959 e il 1961, due testi destinati a diventare classici: Sud e magia e La terra del rimorso. «Il folklore non è soltanto tradizione… Si tratta di canti che esprimono ora semplice protesta ora aperta ribellione alla condizione subalterna a cui il popolo è condannato». Alla fine degli anni 60 i tempi erano maturi perché qualcuno indagasse, anche attraverso la ricerca etnomusicologica, l’anima più autentica (e pre-industriale) della capitale del Sud e del suo entroterra, il suo cuore «magico» che ancora batteva in un crogiuolo di pratiche rituali, cristianesimo paganeggiante, linguaggi primigeni e superstizioni arcaiche.

Nel 1967 l’incontro tra il trentacinquenne Roberto De Simone (studioso, compositore di formazione classica, grande esperto di tradizione «magica» napoletana) con un gruppo di giovani appassionati di musica e tradizioni popolari, Eugenio Bennato, Carlo d’Angiò e Giovanni Mauriello, portò alla nascita della Nuova Compagnia di Canto Popolare, della quale De Simone divenne l’animatore, il ricercatore e l’elaboratore dei materiali musicali. A quella primissima formazione si aggiunsero, in un secondo momento, Patrizia Schettino, Peppe Barra, Patrizio Trampetti, Nunzio Areni e in seguito Fausta Vetere che sostituì la Schettino. L’Uovo di Virgilio ha chiesto ad alcuni protagonisti della NCCP di ricordare e descrivere i luoghi nei quali si consumò quella straordinaria esperienza.

* * *

«Io e Carlo d’Angiò – racconta Eugenio Bennato – eravamo nati a Bagnoli, eravamo due figli dell’Italsider. Quando fondammo la NCCP studiavamo all’Università, io al primo anno di fisica, lui al terzo di ingegneria. Vuoi sapere dove tutto ebbe inizio? Alla stazione di piazza Amedeo della metropolitana. Io e Roberto De Simone ci incontrammo per caso…».

«Roberto mi riconobbe subito, e me ne meravigliai: ci eravamo conosciuti dieci anni prima, quando ero bambino e partecipavo alla Tv dei ragazzi. Volle sapere cosa stessi facendo, era incuriosito. In quel periodo, con Carlo d’Angiò, avevamo un ensemble di sole chitarre classiche, composto da me, Carlo, Giovanni Mauriello, Lucia Bruno, Claudio Mondelli e Mario Malavenda; il nostro repertorio spaziava dal gospel ai brani spiritual. Roberto mi disse: Euge’, perché non mi venite a trovare? Vi aspetto domani a casa…».

A quei tempi Roberto De Simone abitava in via Cavalleggeri, accanto al ponte della Cumana. E coinvolse subito i «ragazzi» in un progetto che coltivava da tempo. Un progetto ambizioso, che si discostava tanto dai canti di carattere politico (sul modello di Ci ragiono e canto, lo spettacolo di canti popolari diretto da Dario Fo e allestito dal collettivo teatrale Nuova Scena nel 1966) quanto dalla cosiddetta «teoria del ricalco», ovvero la riproduzione filologica – il ricalco appunto – di registrazioni originali e antichi documenti orali. «Io – racconta De Simone – avevo preso una strada diversa. Che consisteva nel riadattare i documenti storici della tradizione scritta, ad esempio le villanelle del 500, con le nuove vocalità di tipo popolare. Il mondo popolare non si può né emulare né imitare, perché diventa ipocrisia borghese. Venni considerato uno specie di eretico dai benpensanti. Soprattutto dai benpensanti della sinistra, che mi accusavano di essere un musicista da salotto».

Vocalità, dunque, è la parola chiave. Nella casa di via Cavalleggeri De Simone resta folgorato soprattutto dalla voce («Assolutamente straordinaria») di Carlo d’Angiò, al quale affida subito l’esecuzione di un canto medievale che inneggia al ritorno della bella stagione: Tempus transit gelidum, dai Carmina Burana.

Ma sentiamo ancora Eugenio Bennato. «Il giorno dopo quell’incontro fortuito a piazza Amedeo io e Carlo ci recammo a casa di De Simone, in via Cavalleggeri. Da quel giorno cominciammo a frequentarla tutte le sere. E le notti, fino all’alba. Vi fu un lungo periodo di studio: su Napoli, sulle tradizioni popolari, sulle villanelle del 500… Lì incontravamo Antonio Sinagra, Leopoldo Mastelloni, Peppe Barra. Così nacque il gruppo, a casa di Roberto. Io portai Giovanni Mauriello, che conoscevo da ragazzino. Dopo un po’ si aggregò Peppe Barra, poi Trampetti. Fummo io e Carlo a scegliere il nome: Nuova Compagna di Canto Popolare. Ricordo il momento esatto in cui prese forma quel nome: durante una passeggiata in viale Campi Flegrei, a Bagnoli. Roberto De Simone, in realtà, aveva un’altra idea: gruppo Velardiniello. Gli dicemmo: Robe’, con questo nome non andiamo da nessuna parte!».

È vero, Maestro, che avrebbe preferito un altro nome per la Nuova Compagnia? «Ero disponibile a qualunque nome. Purché contenesse al suo interno la parola popolare. Sì, devo dire che i ragazzi imbroccarono la strada giusta».

* * *

Dallo studio (e dall’incrocio) di documenti scritti e fonti orali la prima NCCP trae il proprio repertorio; nella casa del Maestro l’ensemble comincia a provare, di giorno e di notte. Nel luglio 69 il debutto, al teatro Esse di via Martucci diretto da Gennaro Vitiello. Uno spazio piccolo, quasi uno scantinato. Ma dalla storia importante, avendo accolto nel corso degli anni artisti e intellettuali provenienti da ambiti diversi. Da Lucio Allocca a Mauro Carosi, da Leopoldo Mastelloni a Liliana Monaco, da Peppe Barra a Enzo Salomone, da Adriana Cipriani a Giulio Baffi. Sul palco di via Martucci, in quel luglio del 69, con Bennato, d’Angiò, Barra, Trampetti e Mauriello, anche uno scricciolo di cantante, la giovanissima Patrizia Schettino, appena 11 anni e una meravigliosa voce da contralto. De Simone resta dietro le quinte, ogni tanto irrompe in scena con la tammorra. Il pubblico capisce che sta succedendo qualcosa. Sta nascendo qualcosa di importante.

La casa di via Cavalleggeri, come il «forno» degli antichi alchimisti, forgia uno straordinario gruppo di talenti. Il loro non è solo folk revival, è qualcosa di più grande e complesso. È ricerca sul campo, innanzitutto, finalizzata al recupero della cultura e della tradizione popolare. Registratore alla mano, De Simone e gli altri elementi storici della sua formazione, assieme ai due grandi studiosi Diego Carpitella e Annabella Rossi, si recano nei paesini dell’entroterra campano a effettuare interviste, indagare sulle tradizioni, raccogliere tracce e suoni. Poi confrontano il materiale raccolto con i documenti scritti: materiale di biblioteca, fonti ufficiali, villanesche cinquecentesche sottratte alla polvere degli archivi, laudi e strambotti.

Di giorno le prove, di sera le tavolate in pizzeria. A Bagnoli, a Cavalleggeri, alla Torretta. Più spesso a Fuorigrotta, dove abitavano Peppe Barra e la madre Concetta. Attorno al tavolo anche Giulio Baffi, conosciuto al teatro Esse. Diventerà l’organizzatore del gruppo. E una ragazza allegra, sorridente, che (assieme a Baffi) farà da manager-organizzatrice tuttofare. È la fidanzata di Eugenio Bennato e si chiama Rosanna Purchia: molti anni più tardi diventerà la sovrintendente del teatro San Carlo, dopo una lunga esperienza al Piccolo Teatro di Milano affianco alla mitica Nina Vinchi. A tavola si parla di tutto, fino a notte fonda. Si parla di musica, di cinema, di arte, di teatro. Spesso si aggregano Concetta Barra, con Isa Danieli, Angelica Ippolito, Lina Sastri, Bruno Garofalo, Luca De Filippo, e un giovane cronista della Rai, Luigi Necco. I tempi sono maturi per il primo disco.

(1/continua)

«Passaje lu tiempo ca Berta filava
E ca l’auciello arava
e cchiù nun sento Ammore ca me chiamma,
Sculata è Patria mò nun c’è cchiù mamma
(Si te credisse, Nuova Compagnia di Canto Popolare).

* * *
Nei primi anni 70 il canto e i suoni venuti dal passato invasero la città. Laude, villanelle, strambotti, madrigali, tammurriate; il grande repertorio colto coniugato con la tradizione popolare, in un impasto di voci che Napoli non ha mai più ritrovato: le voci della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Peppe Barra ci accoglie nella splendida casa-museo adagiata sulla collina di San Potito, tra mille progetti in cantiere si affaccia la memoria di un passato leggendario.

«Ricordo il primo provino, con De Simone, nella casa di via Cavalleggeri. Io non ero convinto delle mie doti. Guagliò, tu devi cantare, mi disse. Esplorò i miei timbri vocali, che spaziavano da basso baritono a tenore, fino a contraltista, e mi diede da studiare Lo Guarracino. Ma al primissimo concerto, nella scuola americana alla Nato, ci esibimmo con un repertorio elisabettiano, con la musica del Cinquecento e del Seicento inglese, cantavamo in inglese arcaico. Poi, finalmente, cambiammo repertorio, eravamo la Nuova Compagnia di Canto Popolare, no? E allora cominciò il lavoro di ricerca sul repertorio colto e popolare della tradizione campana. Roberto ci faceva studiare e provare dieci ore al giorno, con il metronomo. Fu un lungo e meraviglioso viaggio…».

Quando non provavano a casa del Maestro, a Cavalleggeri, o in quella di Peppe Barra e della madre Concetta, i ragazzi utilizzavano alcuni locali del Circolo della Marina, in piazza Vittoria. Gli altri luoghi della memoria: il mitico teatro Esse di via Martucci, il Teatro Instabile di Michele Del Grosso, anch’esso in via Martucci, e il Play Studio di Arturo Morfino: tutti avamposti di un teatro che prova a uscire dai recinti, a sprovincializzarsi. E poi c’è lo studio di Eduardo Caliendo, in via Aniello Falcone, un’autentica fucina di talenti dove Eugenio Bennato, suo fratello Edoardo e Patrizio Trampetti, tutti giovani allievi del grande maestro di chitarra, conoscono Roberto Murolo, che con Caliendo aveva realizzato la famosa Antologia della canzone napoletana.

* * *
«Cominciammo un percorso di ricerca etnomusicologica», racconta Roberto De Simone, «e i primi dischi giunsero a conclusione di quel percorso. Bisognerebbe interrogare la musica, i dischi parlano da sé. E indicano il percorso artistico che ha compiuto il gruppo».

Il primo disco della Nuova Compagnia di Canto Popolare vede la luce nel 1971, ed è intitolato semplicemente con il nome della formazione. Un anno più tardi esce l’album doppio contenente tracce storiche (Jesce sole, Vurria addeventare, Lli figliole, La morte di mariteto) e brani travolgenti come Il ballo di Sfessania, la Ndrezzata e La rumba degli scugnizzi. Il gruppo porta alla ribalta e impone all’attenzione di tutti autentiche gemme del repertorio delle villanelle cinquecentesche, come la struggente Madonna tu mi fai lo scorrucciato, che risale al 1534: il lamento di un uomo che si sente trascurato dalla donna amata e sospetta di essere stato già rimpiazzato.

Madonna tu mi fai lo scorrucciato
che t’aggio fatto che ngrifi la cera…
Anema mia, chesta n’è via
de contentar st’affannato core.

È un lungo ponte con il passato quello che la Nuova Compagnia costruisce attraverso la documentazione e il lavoro di ricerca. Ma soprattutto un lungo viaggio nelle tradizioni più autentiche di un popolo, di un territorio. Edoardo Bennato, nel 1973, replica a distanza con un testo strepitoso, quello della canzone Rinnegato. Pieno di riferimenti al fratello Eugenio, all’amico Patrizio Trampetti, e allo stesso Roberto De Simone.
Eugenio dice che io sono rinnegato/perché ho rotto tutti i ponti col passato/Guardare avanti sì ma ad una condizione/che tieni sempre conto della tradizione.

Avete letto mai Roberto De Simone?/Ha fatto un lungo viaggio nella tradizione/Lui dice che in Italia col passar degli anni/la musica peggiora e non si va più avanti.
Rinnegato, sei un rinnegato, non ti conosciamo più/Rinnegato, sei un rinnegato, non ti conosciamo più.
Il percorso è segnato. Nel 1974 il grande impatto della Nuova Compagnia sulla scena italiana con Li sarracini adorano lu sole. È un canto che viene dal passato, quel passato andato sedimentandosi dentro di noi. Quasi tutti i brani – spiega De Simone – nascono da «musiche desunte tavolta da documenti orali registrati sul campo; o, più frequentemente, dalla tradizione storicamente scritta, e coniugati con la oralità di tipo etnico incarnata dai rappresentanti della Nuova Compagnia».

Tammurriata nera è l’ultima traccia del primo lato. L’arrangiamento etnico del celebre brano composto trent’anni prima da E.A. Mario ed Edoardo Nicolardi è da brivido. È De Simone a scegliere di aggiungere al testo di Nicolardi, inserendole alla fine del pezzo, altre strofe di conio popolare. Sono le strofe che un cantastorie girovago, il giuglianese Eugenio Pragliola, noto come Eugenio cu e llente, nel dopoguerra cantava sugli autobus delle Tranvie Provinciali.

Aieressera a piazza Dante
o stomaco mio era vacante
si nun era p”o contrabbando
i’ mo’ già stavo o campusanto.

Il miracolo è compiuto. La Napoli della Nuova Compagnia di Canto Popolare è antica e moderna, cristiana e pagana, «piena di grazia» e sgraziata, diseredata e colta, santa e puttana, ritmica e tribale, contaminata e meticcia, melodiosa di villanelle e stordita di tammurriate, sudata di folle vocianti di femminielli, «parenti» di San Gennaro, fujènti e lavandaie del Vomero. È un luogo della memoria, tra i cui labirinti risuona l’eco di antichi canti rituali. È il patrimonio popolare più autentico che spunta dal ventre di madre terra.

* * *

La prima Compagnia di Canto Popolare non rivolge la propria attenzione alla produzione di nuove canzoni. «La nostra attuale ricerca è orientata alla sola riproposta del materiale autentico», scrive Roberto De Simone sulla copertina del primo album. L’obiettivo dei «soci fondatori» è ritrovare la linfa primitiva delle forme estinte di canto popolare, a cominciare dalla villanella napoletana del 500, soprattutto quella di origine contadina.

Nel gruppo, intanto, subentra il flautista Nunzio Areni. Carlo D’Angiò, nel 1971, decide infatti di lasciare la Compagnia per concentrarsi sulla laurea e su un futuro da ingegnere. È una scelta che addolora tutti: soprattutto l’amico di sempre, Eugenio Bennato, ma anche Roberto De Simone, che prova invano a trattenere il cantante.
Il «burbero» De Simone, l’ideologo e l’anima del gruppo, ha parole tenerissime per D’Angiò, scomparso nel settembre del 2016 all’età di 70 anni. «Era un vocalista straordinario, mi addolorai molto per la sua uscita dal gruppo». A distanza di tanti anni, De Simone ha anche un altro rimpianto. La rapida apparizione, e l’altrettanto rapida uscita di scena, di un’altra talentuosissima voce, quella di Patrizia Schettino. «Era una ragazzina, i genitori volevano che continuasse a studiare. Ricordo che si mise in mezzo pure uno zio prete… Quell’impasto di voci, quel connubio tra Carlo e Patrizia, non l’ho mai più ritrovato. Barra e Trampetti, entrambi straordinari, rappresentavano un’altra vocalità».
Prima di trovare in Fausta Vetere la magistrale voce femminile che, dal giorno del suo ingresso, non avrebbe più lasciato il gruppo, la Compagnia incrocia altre voci. Quella di Maria Capasso (alla quale De Simone affida l’interpretazione di alcuni celebri brani di Raffaele Viviani); quella di Maria Kelly («Splendida vocalista jazz); e quella di Lina Sastri, che tuttavia preferisce imboccare la strada del teatro.
«In quella meravigliosa ensemble che fu la prima Nuova Compagnia ognuno ha portato qualcosa. Io ho portato le mie esperienze teatrali», ricorda Peppe Barra. «È stato un incontro di grandi talenti, penso alle voci straordinarie della Schettino, poi di Fausta Vetere, alle vocalità di Giovanni Mauriello… Ma era la mano di Roberto che ci guidava, senza questa mano la NCCP non sarebbe esistita, questo va detto con grande onestà…».
Nel 1971 l’incontro con il grande Eduardo. «Un giorno vennero a sentirci in teatro Bruno Garofalo, lo scenografo di Eduardo, e Isa Danieli. Vollero tornare a trovarci, e ci fecero una sorpresa…».
(2/continua)

«Ma io credo ca pe’ sta’ bbuono a stu munno
O tutte ll’uommene avarriano a essere femmene
O tutt”e ffemmene avarriano a essere uommene
O nun ce avarriano a essere né uommene né femmene,
Pe’ ffa’ tutta na vita cuieta…
…e aggio ritto bbuono!»
(Roberto De Simone, Nuova Compagnia di Canto Popolare)

* * *

Una grande storia «popolare», come quella della NCCP, non finisce, non può finire: si nutre di passato ma guarda al futuro, con lo stesso rigore delle origini. A guidare, oggi, l’ensemble fondata nel lontano 1967 in un appartamento di via Cavalleggeri – e sopravvissuta a numerosi addii – sono due componenti storici, Fausta Vetere e Corrado Sfogli (subentrato nel 76). Quello della Nuova Compagnia di Canto Popolare è un repertorio che si rinnova, aprendosi a nuove contaminazioni ed alternando i brani più noti della tradizione popolare, eseguiti con uno stile unico e inconfondibile, ai pezzi inediti composti dall’attuale formazione. Ma è ai primi anni 70 che bisogna tornare per non smarrire il senso delle origini, il significato di un percorso che non si è mai realmente interrotto.
Bisogna tornare, più esattamente, al 1972.

Se l’incontro con Roberto De Simone segna l’inizio di un percorso di ricerca etnomusicologica, quello con Eduardo De Filippo rappresenta il punto di svolta per la storia della Nuova Compagnia di Canto Popolare. È un abbraccio «magico», l’inizio di un lungo sodalizio. Eduardo resta folgorato dalla potenza espressiva del gruppo, da quel canto che sembra spuntare dalle viscere di madre terra. Nel gennaio del 72 l’autore di Filumena Marturano invita i «ragazzi» sul palcoscenico del suo San Ferdinando. «Quanno ce sta o popolo areto – commenta – nun se po’ sbaglià». E sul palco del San Ferdinando De Simone e soci si esibiscono durante l’intervallo degli spettacoli. Dirà De Filippo: «Quei giovani artisti ci facevano rivivere le nostre origini più remote, spesso intrecciate strettamente con le antichissime tradizioni di altri popoli mediterranei». Qualche mese più tardi Eduardo organizza al Teatro Valle di Roma un incontro con Romolo Valli, allora direttore del Festival dei due Mondi di Spoleto. È la consacrazione.

* * *

«Nel gruppo – ricorda Giulio Baffi, primo organizzatore della NCCP con Rosanna Purchia – c’erano due anime che convivevano. Un’anima lieta e rumorosa, rappresentata da Peppe Barra, da Giovanni Mauriello e da Patrizio Trampetti, e un’anima rigorosa, ortodossa, quasi tentata dall’ascetismo, incarnata da Carlo D’Angiò ed Eugenio Bennato. Roberto assecondava e orchestrava questi differenti umori, armonizzava queste differenze. Voleva e sapeva costruire per tutti un percorso fatto di differenze. Questa fu la grandezza della Compagnia».
Verso la metà degli anni 70 la NCCP sperimenta nuovi linguaggi ed elabora nuovi percorsi, senza mai tradire il senso della missione originaria: l’indagine a tutto campo sul patrimonio popolare della Campania. Intanto Jesce sole, Cicerenella, Madonna tu mi fai lo scorrucciato, Li sarracini adorano lu sole, In galera li panettieri, Vurria addeventare, entrano nel linguaggio e nell’immaginario collettivo. Sulle note del Ballo di Sfessania e della Ndrezzata, i ragazzi che affollano i concerti ballano come tarantolati.

Il lungo lavoro di ricerca e di sperimentazione condotto da De Simone (La canzone di Zeza, la Cantata dei pastori) porterà, quasi naturalmente, all’esplosione della Gatta Cenerentola. La favola in musica debutta il 7 luglio 1976 al Festival dei Due Mondi di Spoleto diretto da Giancarlo Menotti. Il Maestro, esploratore di fiabe e primo cantore di Giambattista Basile, ne scrive il testo e le musiche, intrecciandoli in una straordinaria tessitura teatrale. Nella quale circola materiale proveniente da fonti e da epoche storiche diverse, non solo la celebre fiaba de Il cunto de li cunti ma anche «riferimenti che vanno dal barocco al manierismo cinquecentesco, alla villanella, alla ballata popolare, al canto delle lavandaie, a Stravinskij» (De Simone, intervista ad Annamaria Sapienza, Il segno e il suono).
De Simone modella la sua Gatta sulle voci e sui corpi degli artisti che condividono il suo percorso: sulla loro gestualità. Nasce così la Gatta Cenerentola: un canto antico e profondo, una vertiginosa costruzione narrativa innervata sulle radici della tradizione popolare. Un capolavoro «a furor di popolo». «Quando cominciai a pensare alla Gatta pensai spontaneamente ad un melodramma». Un melodramma antico e moderno nello stesso tempo, come sono antiche e moderne le favole nel momento in cui vengono raccontate, e irrompono nell’immaginario collettivo.

* * *

Cinque mesi di prove – al teatro Bracco, allora chiuso, e al San Ferdinando reso disponibile da Eduardo – per confezionare il mosaico; poi il debutto a Spoleto, nel 76. Nel cast della Cenerentola sono presenti quasi tutti i membri della Nuova Compagnia, nella doppia veste di cantanti e attori (Peppe Barra, Fausta Vetere, Giovanni Mauriello, Patrizio Trampetti). Si consuma, però, lo strappo di Eugenio Bennato, che decide di non partecipare allo spettacolo e abbandona l’ensemble. «Fu una rottura traumatica – ricorda Bennato – ma non burrascosa. Le divergenze erano artistiche, non credevo fino in fondo nella svolta teatrale, che rischiava di inaridire il progetto musicale. Andai via e una settimana dopo fondai i Musicanova con Carlo D’Angiò. Con noi debuttò Teresa De Sio, un’attrice che trasformammo in una straordinaria cantante».

La favola in musica segna uno spartiacque: nella storia del teatro italiano del Novecento ci sarà un prima e un dopo Gatta Cenerentola. Ci saranno accuse di blasfemia, processi, attacchi anche violenti. Ma ci sarà, soprattutto, un successo travolgente nato dal passaparola.

Anche nella storia della Nuova Compagnia il 1976 è uno spartiacque. Ricorda Peppe Barra: «La Gatta Cenerentola fu il pomo della discordia. C’è stato chi voleva continuare a fare concerti e chi voleva continuare a fare teatro. Io lasciai la NCCP nel 78 perché volevo continuare a fare teatro con De Simone. Il sodalizio è proseguito fino agli anni 80, poi si è interrotto».

Anche la Compagnia stava andando in una direzione che non piaceva a De Simone. Ci furono dissidi, incomprensioni, e alla fine proprio De Simone, il Maestro, decise di lasciare, di percorrere nuove strade. «Avvertivo l’esigenza di seguire i miei istinti. Ritenevo, da un lato con la NCCP e dall’altro con la ricerca e la documentazione sul campo, di avere esaurito il mio lavoro sulla vocalità. Per me si apriva un nuovo problema. Ovvero quello di raccontare i significati onirici sedimentatisi nella tradizione orale, secondo i dettami dell’antropologo Ernesto De Martino. Concepii la formula del teatro in musica proprio per coniugare la vocalità presente nella tradizione popolare con la dimensione del mondo onirico e dei segnali codificati attraverso il mondo della fiaba e la rappresentazione del rituale. Così nacque la Gatta. La tappa successiva, per me, fu il Requiem per Pasolini. Mi indirizzai verso una forma colta di concerto che però mescolasse l’impostazione accademica con l’impostazione musicale. Poi ho proseguito su questa strada».

Patrizio Trampetti, uno dei componenti storici dell’ensemble: «Provo ancora oggi un grande rammarico, quello di esserci persi. Certo, i rapporti sono rimasti buoni con tutti, ma la straordinaria alchimia di quei tempi è svanita. Ed è svanita proprio perché ciascuno di noi interpreta l’arte, e la musica in particolare, in maniera diversa. Il mio sogno? Riunirci tutt’insieme, un’ultima volta, e regalare un grande concerto alla città».

* * *

Nell’ensemble, intanto, si affacciano altri nomi. Fino all’attuale formazione: Fausta Vetere, veterana e unico membro della formazione originaria, Corrado Sfogli (aggiuntosi nel 1976), Gianni Lamagna, Pasquale Ziccardi, Michele Signore, Marino Sorrentino, Carmine Bruno. Se questa meravigliosa storia è arrivata fino a oggi è grazie all’impegno, alla passione e all’entusiasmo di Fausta Vetere e del marito, Corrado Sfogli. Impegno e passione al servizio di un progetto che continua a camminare per il mondo, sempre guardando avanti. «La Nuova Compagnia – conferma Gianni Lamagna, l’altra voce del gruppo – è ancora oggi un’icona per molte generazioni di musicisti. La NCCP ha avuto il merito di aver squarciato un muro, aprendo gli occhi di tutti su un mondo, una cultura, una tradizione e uno stile di canto che tutti credevano scomparso».

Di questo lungo viaggio siamo stati tutti, chi più chi meno, testimoni, anche involontari. Cinquant’anni di studio, ricerca, sperimentazione. Nel segno della musica popolare che è andata poi, man mano, contaminandosi con altri suoni, con altre fonti, con altre sponde del Mediterraneo e con altre culture, in un meticciato continuo che non ha mai smarrito, però, il senso e il rigore delle origini. Come la Napoli che amiamo, come i brandelli di memoria che proviamo a rimettere insieme.

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