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Fronte del no contro l’asse tra etica idee e risorse

Da http://carpinoparla.forumfree.net Savio dixit
di Giuseppe De Tomaso
Che l’Italia del Nord non meriti di salire in cattedra per distribuire le pagelle al resto della nazione è fuor di dubbio. L’Unità d’Italia si è rivelato un grande affare soprattutto per quell’area geografica che il «federalista» Umberto Bossi avrebbe ribattezzato col nome di Padania. La spesa pubblica del primo mezzo secolo di unità nazionale ha privilegiato soprattutto il Settentrione, come hanno incessantemente denunciato i padri del pensiero meridionalistico, da Giustino Fortunato (1848-1932) a Guido Dorso (1892-1947). Che, dopo l’avvento della Repubblica, il Mezzogiorno sia stato tacitato con l’Intervento straordinario mentre l’Intervento ordinario, assai più consistente, abbia preso la strada delle nebbie del Po, è riconosciuto anche dai pensatori nordici più imparziali. Ma le attenuanti qui accennate non bastano ad assolvere il Sud dall’accusa di non aver saputo badare a se stesso, restando prigioniero di una sorta di complesso di Peter Pan che quando passa dalla psicanalisi all’economia non può che produrre disastri su disastri.
C’è poco da discutere. Il presidente Napolitano ha mille ragioni da vendere. Tra l’altro, essendo egli un intellettuale meridionale, non può essere sospettato di «leghismo strisciante» o di «intelligenza col nemico», come si sarebbe detto una volta. Chiamando il Sud ad un’autocritica e ad un’autoriflessione sull’amministrazione della cosa pubblica, Napolitano intende mettere con le spalle al muro le classi dirigenti: politiche, burocratiche, imprenditoriali e culturali. Traduzione: prima di protestare contro il federalismo spinto o le insofferenze da parte dell’Italia ricca, il Mezzogiorno deve guardarsi allo specchio e farsi un’esame di coscienza. Se anziché incamminarsi sulla via dello sviluppo oggi, complice la recessione mondiale, pare avviato sulla via del sottosviluppo, la colpa non va certo addossata a Camillo Benso conte di Cavour (1810-1861) o agli austriaci, alle multinazionali o al più modesto Borghezio. La colpa principale, infatti, va addebitata alle classi dirigenti del Sud.
E’ colpa loro se, nel Mezzogiorno, le idee e i soldi si incontrano raramente, e quando ciò accade, l’evento sa di miracoloso, tanto che sùbito scatta il fuoco di sbarramento contro il capitano coraggioso che ha osato sfidare la routine e l’assistenzialismo. Antonio Genovesi (1713-1769), economista campano dell’altro ieri, aveva capito tutto: «Il problema del Mezzogiorno d’Italia è uno. Ad ogni iniziativa o problema da risolvere si risponde “Non si può”». E’ cambiato poco o punto da quei tempi. E’ ancora il nonsipuotismo il virus che frena la crescita del Sud, condannandolo alla statura e al chiasso dei nani di Biancaneve.
Eppure nel Dna dei meridionali albergano certi spiriti capitalistici che avrebbero eccitato persino Joseph A. Schumpeter (1883-1950), massimo cantore, dopo il Karl Marx (1818-1883) del Manifesto dei lavoratori, delle virtù «rivoluzionarie» della borghesia imprenditoriale. Se nel Mezzogiorno non sono molti i Natuzzi o i Ciccolella che sono diventati leader mondiali nei rispettivi settori (divani e fiori), nel Nord non si contano i big dell’industria e della finanza, con sangue meridionale. Due nomi su tutti, al top della classifica: Roberto Colaninno (Piaggio) e Leonardo Del Vecchio (Luxottica). Segno che il Sud non difetta di quei fuoriclasse in grado di portare una regione o una città a lottare per lo scudetto della produttività e redditività.
Ma è il Contesto a remare contro. Contesto è quella pubblica amministrazione nei cui uffici regna la regola del tre (uno lavora, uno lavora pochino, uno non lavora affatto). E’ quella burocrazia, in cui la cultura della procedura surclassa la cultura del risultato, e in cui l’imperativo formalistico delle «carte a posto» ignora tutte le esigenze di sviluppo. E’ quella magistratura, le cui indagini a volte sembrano ignorare il Fattore Tempo, fattore che per le imprese è più prezioso di un finanziamento milionario a fondo perduto: anni e anni con i cantieri fermi per poi magari riconoscere che la legge era stata rispettata. E’ quella classe politica che concepisce il mondo dell’iniziativa privata non come uno «Stato di imprenditori», ma come «imprenditoria di Stato», vale a dire un pool di fortunati plutocrati prescelti, in modo simil-putiniano, solo per meriti di obbedienza e fedeltà. E’ quella classe imprenditoriale che antepone la cultura dell’anticamera alla cultura della fabbrica, che preferisce i «salotti» alle «idee», che vuole produrre non per soddisfare la platea dei consumatori, ma per assecondare le direttive dei cacicchi locali. E’ quella schiera di uomini di cultura che lisciano il pelo ai vizi del Mezzogiorno e delle sue élites ricorrendo al solito cliché del benaltrismo (ben altri sono i problemi). Per non parlare poi degli sprechi e di quella «crisi morale» che, nelle parole del Presidente, è all’origine di tutti gli altri mali.
Intendiamoci. Il Nord non è tutto rose e fiori, anche perché ciò che da noi si chiama clientela colà è denominato lobbismo. I cosiddetti Poteri Forti, industriali e corporativi, stanno tutti lì, e sono bravissimi nell’intercettare gli aiuti di Roma. Ma Napolitano ha centrato il punto, sferzando i decisori meridionali: il Sud non può urlare contro le strategie dello Stato centrale che spesso, aggiungiamo noi, tengono conto soprattutto delle richieste del Nord, se non si mette in condizione di camminare da solo. Ormai è diventato grande
da la Gazzetta del Mezzogiorno.

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