Premio alla Carriera alla musicista, cantautrice e ricercatrice etnomusicale GIOVANNA MARINI
Tra le voci più importanti nel panorama delle musiche popolari del nostro paese
Dal 5 Agosto le tappe di Cantar Viaggiando arrivano nel centro storico di Carpino dove le vie si arricchiranno di artisti e personalità di spicco riempiendo il paese di suoni, vivacità e quella luce carica di festosità tipica del Carpino Folk Festival.
Il programma della giornata è molto lungo. Si parte alle 19.12 da San Severo per la 3a tappa di Cantar Viaggiando con il giornalista della controinformazione GIANNI LANNES e il progetto “URA” di REDI HASA E MARIA MAZZOTTA.
La serata, a cura di SALVATORE VILLANI con la conduzione del giornalista RAI Enzo Del Vecchio, è dedicata al culto della Madre Terra in Capitanata – Damatira -, e trae il titolo “Matre del Creator” dalla forma orecchiatta e dialettizzata di Mater Creatoris (Litaniae Lauretanae), il canto delle Cantatrici di Ischitella registrato durante la processione del Crocifisso di Varano del 26 aprile del 1997.
Alle ore 21.00, la conferenza dal titolo “IL CULTO DELLA MADRE TERRA NELLA CAPITANATA”. Alle ore 22.00, la presentazione del libro ROBERTO LEYDI E IL “SENTITE BUONA GENTE” con Domenico Ferraro (autore – docente Università di Roma) e Maurizio Agamennone (docente Università di Firenze), quindi la proiezione dei filmati dello spettacolo del 1967 dei Cantori di Carpino e dei musici terapeuti di Nardò.
Seguiranno, ore 23.00, i 5 concerti della tradizione con GIOVANNA STIFANI che interpreta Luigi Stifani (Mesciu Gigi, barbiere violinista che nel corso della sua vita ha condotto innumerevoli esorcismi su donne tarantate); LE CANTATRICI DI ISCHITELLA in Matre del Creator; ANGELA DELL’AQUILA in canti della tradizione albanese d’Italia, Albania e Kossovo; MARIELLA BRINDISI accompagnata da Mario Mancini in canti della Valle del Fortore; I SUONATORI DELLA VALLE DEL SAVENA diretti da Dina Staro.
I concerti della tradizione saranno intervallati dalla consegna del premio alla carriera alla cantautrice GIOVANNA MARINI, una vita dedicata allo studio, alla raccolta e alla riproposta di musiche di tradizione orale, collaborando con tanti ricercatori e studiosi.
Tutti gli spettacoli del Carpino Folk Festival sono ad ingresso gratuito
Mercoledì 05 Agosto 2015
CARPINO FOOD FESTIVAL – #ExpoGargano
Promosso dal Gal Gargano
CANTAR VIAGGIANDO – “Una valigia di ricordi”
“Un viaggio slow a bordo dei vagoni delle Ferrovie del Gargano”
Ore 19.12 in viaggio tratta San Severo/Calenella
Degustazione di prodotti tipici regionali a bordo
GIANNI LANNES “Gargano: la madre terra daunia”
Su questo lembo di storia si sono aggrappate mille leggende, a partire dall’approdo di Diomede dopo la guerra di Troia. Gente rude e criminali di importazione. Il sangue illirico, greco, teutonico, svevo, arabo, normanno, iberico, slavo e albanese si è raggrumato sul promontorio. Alcuni sono venuti a bivaccare da queste parti; molti, però, sono partiti con le pezze al culo, e mai più tornati. Progresso e sviluppo annunciato e promesso dal 1861 dopo aver stroncato la rivolta patriota dei briganti? Gli autoctoni emigrano ancora a testa bassa, mentre sovente i giovani sopravvivono consumando nel vuoto i giorni e l’intelligenza. Così sebbene sia legalmente assente nel belpaese la pena di morte, vige inesorabile la morte per pena.
Gianni Lannes è scrittore, fotografo, documentarista, esploratore, subacqueo, ex giornalista e fotografo. Ha lavorato sia in Italia che all’estero, occupandosi di controinformazione con inchieste riguardanti i traffici di armi (inchiesta su Ilaria Alpi e Miran Hrovatin), di esseri umani, di rifiuti tossici, scorie radioattive, di ecomafie. A causa del suo lavoro ha subito numerosi attentati e minacce di morte. Dal dicembre 2009 all’agosto 2011 ha vissuto sotto scorta della Polizia di Stato.
ACCOMPAGNAMENTO DI REDI HASA E MARIA MAZZOTTA – PROGETTO “URA”
I primi incontri musicali tra Redi Hasa e Maria Mazzotta avvengono nel 2005 quando, suonando per puro divertimento, cominciano a capire che tra di loro c’è grande affinità musicale. Di nota in nota trascorrono lunghe serate in compagnia di musiche tradizionali e libere improvvisazioni.
Il puro piacere dell’ascolto reciproco diventa, man mano, un appuntamento costante e ad ogni incontro entrambi portano nuovi brani e nuovi arrangiamenti, quasi a stupirsi l’un l’altro delle grandi potenzialità della loro musica.
E’ così che, nel 2010, cominciano a credere seriamente in un progetto di ricerca che leghi le potenti note del violoncello alla leggerezza della voce, passando attraverso le tradizioni delle loro terre e di quelle che incontrano nei numerosi viaggi. Vibrazioni che si snodano dalla pancia di un violoncello, frequenze liberate che sostengono e si fondono con la voce; note sapienti che prendono corpo dal ventre, che giocano con le simmetrie e con le dissonanze.
Fondamenta del repertorio sono le storie del sud Italia e dei Balcani, delle genti della Vecchia Europa e dei migranti di ogni tempo e luogo che Maria e Redi interpretano e ripropongono secondo il proprio sentire.
Dalla collaborazione musicale tra i due scaturiscono forti emozioni che li nutrono e li ispirano al contempo.
Colori, sapori, profumi, luci e ombre dell’esistenza umana vengono trasformati in suono che coinvolge e in storia che ammalia, in emozione. Sperimentazione e improvvisazione sono strumenti dosati con saggezza per sentire l’appartenenza di un brano e imprimervi la propria personalità.
“MATRE DEL CREATOR, IL CANTO DELLE DONNE”
in collaborazione con Parco del Gargano – Expo e territori – Motherchef
A cura di SALVATORE VILLANI con la conduzione del giornalista RAI Enzo Del Vecchio
Ore 21.00 Largo San Nicola / CARPINO
La dea gravida della vegetazione – popolarmente nota come dea della terra, o Madre terra – fu una delle figure femminili più rappresentate tra quelle riprodotte nell’Europa antica del neolitico.
La dea era la Creatrice dalla quale tutta la vita – umana, vegetale e animale – deriva, e alla quale tutto ritorna.
Nell’epoca neolitica, e ancor prima nel paleolitico superiore, la religione era centrata sulla potenza femminile, come dimostra la predominanza del simbolismo femminile. Proprio come il corpo femminile era considerato come la dea creatrice, allo stesso modo anche il mondo veniva considerato come il corpo della dea che crea costantemente la nuova vita da sé medesima. La dea è essa stessa la terra e la natura, pulsante con le stagioni: porta la vita in primavera e la morte in inverno.
Anche quando la cultura dell’Europa antica scomparve, con il sopravvento dei sistemi sociali e religiosi indoeuropei, i contadini europei continuarono tenacemente a venerare questa dea. Le festività agrarie praticate in Grecia e a Roma proseguirono la tradizione ereditata dal neolitico (Gimbutas 2005).
CONFERENZA: “IL CULTO DELLA MADRE TERRA NELLA CAPITANATA”
La conferenza, curata da Salvatore Villani, illustrerà l’origine della lettera M, quale script risalente a circa 300.000 anni fa, da cui deriva probabilmente la parola Mater latina, attraverso lo studio della ritualità connessa ai culti della rigenerazione della natura e quindi anche della nascita/rinascita degli esseri viventi del Paleolitico, fino al culto della Dea Madre del Neolitico. Il relatore si soffermerà sulla religione e sulla struttura sociale dell’Europa antica, per dimostrare che era una società matrilineare, tea-cratica e democratica, guidata da una regina-sacerdotessa e da un concilio di donne che fungeva da corpo governante, a differenza delle società patriarcali dei popoli belligeranti Indo-europei. Una struttura sociale ginocentrica che, nell’arco di alcuni millenni, ha potuto garantire una qualità della vita superiore a molte società androcratiche e classiste, ed ha goduto di un lungo periodo pacifico. Indagherà poi la civiltà dei Dauni, attraverso l’analisi di alcune stele, per capire l’importanza delle donne nella vita sociale e politica e il culto speciale nei confronti di Demetra e di Kore, importato successivamente presso i romani, perchè legato alla vita agricola e alle vicende della vegetazione, fondamentale per la sopravvivenza in una società stanziale. «La dea gravida della vegetazione – popolarmente nota come dea della terra, o Madre terra – fu una delle figure femminili più rappresentate tra quelle riprodotte nell’Europa antica del neolitico. La dea era la Creatrice dalla quale tutta la vita –umana, vegetale e animale– deriva, e alla quale tutto ritorna. La dea è essa stessa la terra e la natura, pulsante con le stagioni: porta la vita in primavera e la morte in inverno. Anche quando la cultura dell’Europa antica scomparve, con il sopravvento dei sistemi sociali e religiosi indoeuropei, i contadini europei continuarono tenacemente a venerare questa dea. Le festività agrarie praticate in Grecia e a Roma proseguirono la tradizione ereditata dal neolitico» (Marija Gimbutas 2005).
ROBERTO LEYDI E IL “SENTITE BUONA GENTE”
Presentazione del libro a cura di Domenico Ferraro (autore-Università di Roma), Maurizio Agamennone (Università di Firenze), edizione Squilibri-2015, con proiezione di filmati del 1967 (Cantori di Carpino e Musici terapeuti di Nardò).
Promosso da Roberto Leydi per la stagione 1966-’67 del Piccolo Teatro di Milano, con la consulenza di Diego Carpitella e la regia di Alberto Negrin, il Sentite buona gente intendeva attestare l’esistenza di una cultura musicale ‘altra’ attraverso la viva voce dei suoi protagonisti: i musici terapeuti del Salento, le sorelle Bettinelli di Ripalta Cremasca, i cantori di Carpino, la Compagnia Sacco di Ceriana, i suonatori di Maracalagonis, gli spadonari di Venaus, i musicisti e danzatori di San Giorgio di Resia e i tenores di Orgosolo accompagnati da Peppino Marotto.
Concepito in polemica con il Ci ragiono e canto di Dario Fo e del Nuovo Canzoniere Italiano, lo spettacolo costituiva in realtà un provvisorio punto di arrivo nella straordinaria carriera di un autore che attraversa da protagonista gran parte della cultura italiana del secondo Novecento, in una straripante ricchezza di relazioni intellettuali, da Elio Vittorini a Paolo Grassi, da Giorgio Strehler a Enzo Paci, da Tullio Kezich a Oreste Del Buono, da Enzo Jannacci a Giorgio Gaber, e in una ininterrotta solidarietà di intenti con Luciano Berio e Umberto Eco, gli amici di tutta una vita. L’inedito ritratto dell’autore del Sentite buona gente accompagna così la ricostruzione di un frastagliato ambiente culturale, contrassegnato dall’insofferenza verso rigide ripartizioni di ambiti disciplinari e dall’avversione verso tendenze e ideologie affermatesi nel frattempo a Roma, all’interno del principale partito della sinistra, quando la “realtà effettiva” del mondo popolare animava una pluralità di posizioni teoriche, da De Martino a Pasolini, da Calvino a Fortini, prima di essere riassorbita nelle intenzioni militanti di un “teatro politico” e di una “canzone di lotta e di protesta”.
Con le fotografie di Luigi Ciminaghi e di Alberto Negrin e testi inediti di Carpitella e Negrin; nel DVD la riduzione televisiva dello spettacolo e, nel CD, una selezione dei brani musicali registrati nel corso delle ricognizioni sul campo anche in Abruzzo e Toscana, con brani delle cantatrici di Cerqueto di Fano Adriano, dei Cardellini del Fontanino e dei poeti improvvisatori di Arezzo che non presero poi parte allo spettacolo.
CONCERTI DELLA TRADIZIONE
GIOVANNA STIFANI interpreta Luigi Stifani (Mesciu Gigi), accompagnata da Antonio Stifani
LE CANTATRICI DI ISCHITELLA in Matre del Creator
PREMIO ALLA CARRIERA: GIOVANNA MARINI
ANGELA DELL’AQUILA in canti della tradizione albanese d’Italia, Albania e Kossovo
MARIELLA BRINDISI accompagnata da Mario Mancini in canti della Valle del Fortore
I SUONATORI DELLA VALLE DEL SAVENA: Dina Staro, le donne, il violino e la danza dell’Appeninno Bolognese
GIOVANNA STIFANI (accompagnata alla chitarra da suo fratello Antonio)
Figlia di Luigi ‘Mesciu Gigi’, il violinista-barbiere del tarantismo, dopo la morte del padre, avvenuta il 28 giugno 2000, è stata l’ideatrice e la promotrice a partire dal 2001, assieme ad Antonio Spano, del ‘Memorial Luigi Stifani’. Ha creato un piccolo museo nel centro storico di Nardò con gli strumenti musicali e gli oggetti della barberia di suo padre, per valorizzare e far conoscere la poliedricità di questo complesso personaggio salentino. Ripropone, durante le sue performances culturali-musicali, i canti e i racconti che ha imparato da Luigi Stifani, suo padre. Si è esibita in importanti festival tra cui il ‘Memorial Luigi Stifani’ (Santa Maria al Bagno- Nardò), il Tarantella Fest (Gargano), Suoni dal Mediterraneo (Andria), etc.
LE CANTATRICI DI ISCHITELLA in Matre del Creator
Scoperte da Salvatore Villani nel 1997, durante una ricognizione etnomusicale sui canti religiosi processionali, è un gruppo unico nel suo genere e rappresentativo della tradizione polivocale del Gargano. Il gruppo spontaneo delle Cantatrici di Ischitella conosce un vasto repertorio di ninne-nanne, canti sacri, di lavoro, di emigrazione, narrativi, satirici, ecc., a due e tre voci, appresi direttamente dalla viva tradizione, durante i lavori campestri.
La bellezza delle loro voci ha colpito fortemente Giovanna Marini che così si è espressa: “Le donne di Ischitella sono un corpo unico, con tanti occhi, tante voci, tanti sorrisi uno diverso dall’altro, tanti caratteri, ma sono una donna sola. La loro voce è un’unica voce potente, con un’emissione controllata, non urlano mai, eppure tesa come un sassofono suonato da un maestro. La loro musicalità è evidente, lineare, quasi tangibile. I loro codici d’interpretazione unanimi. È questa solidità, questa monoliticità, questa massa di suono, di corpo, di maternità, che coinvolge, avviluppa, non lascia possibilità al dubbio: le donne di Ischitella sono una certezza”.
Le Cantatrici si sono esibite in importanti festival tra cui il Tarantella Fest (Gargano), il Carpino Folk Festival, Festambientesud (Monte Sant’Angelo), Suoni dal Mediterraneo (Andria), Circolo Gianni Bosio – Museo Nazionale degli Strumenti Musicali (Roma), rassegna Canti della Settimana Santa (Campolieto-Molise), rassegna Canti di Passione (Salento).
PREMIO ALLA CARRIERA: GIOVANNA MARINI
Nata a Roma in una famiglia di musicisti, Giovanna Marini si diploma in chitarra classica al Conservatorio di Santa Cecilia nel 1959 e si perfeziona con Andres Segovia. Di seguito suona per qualche anno il liuto con il “Concentus Antiqui” del Maestro Quaranta.
All’inizio degli anni Sessanta incontra un gruppo di intellettuali fra cui Pier Paolo Pasolini, Italo Calvino, Roberto Leydi, Gianni Bosio e Diego Carpitella e scopre il canto sociale e la storia orale cantata. Nel 1964 il “Bella Ciao”, spettacolo di canto politico e sociale, dato a Spoleto con grande scandalo per un pubblico molto chic e poco abituato, le dà la possibilità di cantare e raccogliere canti popolari in giro per l’Italia, nelle situazioni sempre incandescenti degli anni Sessanta.
Partecipa allora alla storia del “Nuovo Canzoniere Italiano” cantando con i gruppi formati per l’occasione da cantautori politici come Ivan Della Mea, Gualtiero Bertelli, Paolo Pietrangeli, ma anche cantanti contadini come Giovanna Daffini (ne impara l’emissione vocale e il repertorio), il Gruppo di Piadena, i Pastori di Orgosolo con il poeta Peppino Marotto (da cui impara l’arte del racconto, dell’improvvisazione) e da tanti altri cantori e cantastorie a cui deve sempre molto.
Continuando la ricerca musicale e il suo impegno negli spettacoli e iniziative del “Nuovo Canzoniere” come per il “Ci ragiono e canto” di cui Dario Fo cura la regia, cresce il suo gusto del teatro, dell’affabulazione teatrale, dello stare in scena. E nel 1965 incomincia a comporre lunghe ballate che raccontano la sua esperienza e che interpreta sola in scena accompagnandosi con la chitarra non avendo la possibilità di usare altre voci ed altri strumenti: da “Vi parlo dell’America” nel 1965 all’ “Eroe” nel 1974.
Nel 1974, con un gruppo di musicisti anch’essi provenienti da percorsi non tradizionali, fonda la Scuola Popolare di Testaccio a Roma.
Parallelamente al suo sviluppo di compositore, Giovanna Marini ha sempre continuato l’insegnamento dell’etnomusicologia applicata al canto di tradizione orale italiano presso la SPMT e dal 1991 al 2000 anche presso l’Università di Paris VIII – Saint Denis.
Con i suoi allievi di Roma e Parigi ha fatto fino ad oggi una decina di viaggi di studio per ascoltare e registrare i canti di tradizione orale ancora presenti in Italia nelle feste religiose o profane.
Nel 1976 crea il Quartetto Vocale per il quale compone da allora le “Cantate” e con il quale si esibisce in concerti e tournées in Italia e all’estero.
La sua intensa attività musicale l’ha portata anche a comporre per il cinema: per registi come Loy, Maselli, Pietrangeli o Gianikian; per il teatro fra cui numerose tragedie greche: dalle “Troiane” di Thierry Salmon nel 1988, musiche premiate dal UBU, alle “Coefore” di Elio De Capitani o alle “Antigone”: la prima per il regista tedesco Hans-Günter Heyme nel 1995 e la seconda per il francese Patrice Kerbrat nel 2000; e ugualmente per la danza contemporanea, come “Animarrovescio” della coreografa Adriana Borriello. Inoltre compone numerosi oratori, poemi sinfonici e opere fra cui: “Pour Pier Paolo” dodici liriche dalla “Meglio Gioventù” di Pasolini, “Concerto per Leopardi”.
Nel 2002 con Francesco De Gregori incide il disco “Il Fischio del Vapore” che si distingue per un numero di vendite eccezionale.
Nel 2005 esce il suo libro “Una mattina mi son svegliata. Le storie di un’Italia perduta”, edito da Rizzoli, che racconta da un lato i viaggi collettivi fatti con allievi di nazionalità diverse, dall’altra i propri ricordi e pensieri sul lavoro svolto attraverso gli anni con il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano e la conoscenza ed amicizia con Pier Paolo Pasolini.
Per il Festival Angelica di Musica Contemporanea scrive la partitura per “Le ceneri di Gramsci” di P.P.Pasolini. La prima esecuzione a Parma il 2 novembre 2005 con la regìa di Giuseppe Bertolucci.
MARIELLA BRINDISI (chitarra battente e voce) accompagnata da Mario Mancini (tamburi a cornice)
Il gruppo “I Musicanti della Memoria” nasce e si esibisce la prima volta nel 2010 presso il Circolo “Gianni Bosio” di Roma invitato da Giovanna Marini dopo un lungo periodo dedicato alla ricerca e raccolta di testimonianze, sui canti di tradizione orale, del territorio molisano della Valle del Fortore. La ricerca dà buoni risultati e nasce, quindi, la necessità di approfondire l’argomento frequentando i luoghi “maestri” della tradizione: il Tarantella Fest che li vede presenti a Rignano fin dal 2005, il Carpino Folk Festival, e la presenza, nel 2006, di Giovanna Marini e dei suoi allievi di Testaccio, a Macchia Valfortore, che segnano una tappa fondamentale per il consolidamento, la passione e l’amore per i canti della propria terra.
ANGELA DELL’AQUILA in canti della tradizione albanese d’Italia, Albania e Kossovo
Angela Dell’Aquila (voce), Salvatore Villani (baglama), Ciro Iannacone (chitarra), Vittorio Basanese (fisarmonica)
Angela Dell’Aquila è nata a Chieuti e si interessa di canti della tradizione arbëreshë a partire alla fine degli anni Sessanta, quando conosce Roberto Ruberto, musicista, poeta e scrittore chieutino, che la sprona ad interpretare con la sua bella voce i canti della tradizione albanese italiana. Dopo la morte di Roberto, sotto la spinta di Giorgio Ruberto, entra a far parte del gruppo musicale arbëreshë di Chieuti, con cui realizza una incisione e vari concerti in Italia e all’estero, fino allo scioglimento del gruppo avvenuto alla fine degli anni Settanta. Nel 2005 entra a far parte del gruppo musicale del Centro Studi di Tradizioni Popolari del Gargano e della Capitanata, sotto la direzione musicale di Salvatore Villani, con cui realizza importanti concerti a Vasto Etnofestival, al ‘Memorial Giorgio Ruberto’ di Chieuti, al Tarantella Fest, al Carpino Folk Festival, a Suoni dal Mediterraneo (Andria), al ‘Memorial Luigi Stifani’ (Santa Maria al Bagno- Nardò), etc.
I SUONATORI DELLA VALLE DEL SAVENA: Dina Staro, le donne, il violino e la danza dell’Appeninno Bolognese
Placida Staro, detta Dina, è etnomusicologa ed etnocoreologa di fama internazionale. È direttrice del Centro di Ricerca e Documentazione della Cultura Montanara e della Piccola Scuola di Musica e Danza Tradizionale nel paese di Monghidoro (Bo). Svolge anche attività come ricercatore indipendente, come formatore a contratto, autore di testi letterari e come violinista. Dal 1986 è membro dell’International Council for Traditional Music (UNESCO Status C), e dal 2012 vicepresidente dell’Ethnochoreology Study Group della stessa istituzione. È stata cantante, chitarrista e violinista in diversi gruppi, attrice e coreografa per la televisione, cinema e teatro dal 1974 ad oggi. È violinista, cantante e responsabile del gruppo ” I Suonatori della valle del Savena” dal 1986.
Suonatori della Valle del Savena, è la formazione che riunisce dal 1974 ‘I Suonatori della valle bolognese’ che suonano per il ballo antico, staccato e liscio. Per quarant’anni hanno portato nelle case, nei cortili, nelle piazze e sui palchi tre generazioni di suonatori. Attualmente, ne fanno parte Bruno Zanella, chitarra bolognese, Placida Staro, violino e voce, Domenico Salomoni, percussioni, Elisa Lorenzini, Carolina Conventi, Stefano Reyes, violino, Davide Dobrilla, fisarmonica, Gabriele Roda, contrabbasso e basso elettrico. Hanno una ricca discografia a iniziare dai due dischi editi per l’Albatros nel 1974 (Musiche e canti popolari dell’Emilia 1) e nel 1976 (Musiche e canti popolari dell’Emilia 2) curati da Stefano Cammelli, per finire con i dischi curati da Placida Staro nel 1991, nel 1995, nel 1996. Per la Nota di Udine hanno pubblicato nel 2002 due CD “Concerto a Bologna” e “I rest d’la sòzia”, nel 2007 il CD doppio “Al di là delle parole”, nel 2012 il CD doppio “E’ qui la festa?”.
Il festival organizzato a Carpino sul Gargano parte il 3 agosto con gli storytellers
La ventesima edizione del primo grande festival pugliese della musica popolare e delle sue contaminazioni si mette in viaggio lunedì 3 agosto con quattro suggestivi appuntamenti legati alla mobilità lenta in cui il trenino delle Ferrovie del Gargano da mezzo di trasporto diventa palcoscenico grazie agli storytellers ossia all’innovativo metodo di narrare con la retorica e quindi valorizzare il paesaggio, la natura e la cultura locale.
Si tratta di performance sperimentali realizzate appositamente per il Carpino Folk Festival dallo storico dell’arte Gianfranco Piemontese, dall’antropologa Patrizia Resta, il giornalista Gianni Lannes, l’attrice Elena Ruzza e i musicisti e artisti Giuliana De Donno, Quintana Ensemble, Redi Hasa, Maria Mazzotta e Matteo Cantamessa.
CANTAR VIAGGIANDO è una produzione Carpino Folk Festival promossa dal Gal Gargano sotto la direzione artistica di Luciano Castelluccia
Lunedì 03 Agosto 2015
GIANFRANCO PIEMONTESE, ricercatore Mibac e docente di Storia all’Accademia di Belle Arti di Lecce, lungo il tragitto che da San Severo porta a Peschici, svelerà il Gargano con le impressioni di una viaggiatrice statunitense degli anni Venti: Katharine Hooker.
L’Italia intera, dai più grandi e noti centri ai più piccoli e sperduti comuni dell’entroterra, è stata da sempre meta di intellettuali e viaggiatori curiosi di conoscere la millenaria cultura e l’incantevole paesaggio della penisola. Anche la Puglia e il Gargano sono stati percorsi, nel primo quarto del XX secolo, da questi viaggiatori. Tra questi, Katharine Hooker si deve considerare, a ragione, una delle ultime viaggiatrici di quel Gran Tour iniziato nel XVIII e continuato fino al primo quarto del XX secolo.
La scrittrice grazie alla sua innata curiosità ed ai lunghi periodi di soggiorno in una villa del fiesolano, venne in contatto con personalità del mondo della Cultura e non solo con quelli toscani ma anche con molti pugliesi e, tra questi, il garganico Michele Vocino. La Hooker viaggiava utilizzando un’autovettura con un autista che conosceva bene l’italiano e i diversi dialetti. Il viaggio nel Meridione d’Italia sarà da lei raccontato in due distinti volumi: “Farmhouses and Small Provincial Buildings in Southern Italy” edito a New York nel 1925 e “Trough the heel of Italy” edito a New York nel 1927. Il primo è una ricca raccolta di immagini dei luoghi visitati, il secondo contiene una profonda descrizione di luoghi e monumenti che ne fanno un’ottima guida per i lettori d’oltreoceano.
La letture e la descrizione dei luoghi presenti in questi volumi saranno il filo conduttore del viaggio di partenza del Carpino Folk Festival il 3 Agosto.
Ad accompagnarci ci sarà l’ARPA DI GIULIANA DE DONNO con HARPS TO HARPS
Di origini lucano-salentine, diplomata in arpa classica, ha approfondito la sua formazione e la sua ricerca nell’ambito della musica popolare, specializzandosi in arpe popolari quali celtica, paraguayana e viggianese della quale è una delle poche arpiste al mondo a suonare e possederne un esemplare originale. Il suo ultimo Cd “Harp to Harps” rappresenta la sintesi del suo percorso musicale. E’ un percorso musicale che parte dalle origini popolari con l’arpa celtica: strumento questo che nasce probabilmente intorno all’anno 1000 nelle Terre d’Irlanda e fu elevato a simbolo di quelle terre. Grazie al movimento dei trovatori e trovieri, intorno al XII secolo l’arpa si diffuse in Francia (Bretagna), Spagna (Galizia), Italia e durante il periodo di conquista e colonizzazione delle Americhe (xiv sec.) le missioni Gesuite esportarono l’arpa in quelle regioni che oggi conosciamo come Argentina, Uruguay, Paraguay ecc. E’ da qui che prende forma l’arpa paraguayana, che acquisisce poi una propria identità e la caratteristica di strumento altamente sonoro e dal timbro tipicamente argentino, a differenza dell’arpa celtica che ha un timbro più caldo e pastoso. Anche l’Italia vanta una tradizione arpistica, che affonda le sue radici nel mondo contadino ed in particolar modo nel paese di Viggiano nella Val d’Agri in provincia di Potenza. Per alcuni secoli Viggiano era conosciuta in altre parti d’Italia per essere il principale centro di fabbricazione dello strumento. Gli arpisti Viggianesi erano famosi oltre che in Italia anche in Europa e in America come musici girovaghi che vivevano della propria musica suonando “tarantelle, valzer, serenate” .
Martedì 04 Agosto 2015
PATRIZIA RESTA, professore di Antropologia Culturale dell’Università degli Studi di Foggia, Presidente dell’Associazione Italiana Scienze Etno-Antropologiche e Direttore della Collana “Antropologia culturale e sociale” per la Casa Editrice Franco Angeli, il 4 agosto ci parlerà delle culture delle comunità locali espressioni dense di dinamicità, perfomatività e capacità comunicativa, i cui significati raramente sono noti agli attori sociali che le vivono o che le fruiscono. Il percorso propone le chiavi di lettura di alcuni tratti culturali specifici delle comunità attraversate dal treno del Gargano, ovvero culture enogastronomiche, know-how locali, cerimonie, ritualità ed eventi festivi, dinamiche sociali e patrimoni tradizionali nella loro continua rifunzionalizzazione, in un racconto che si snoderà a partire da diversi stimoli.
L’osservazione degli spazi come luoghi che parlano della presenza degli uomini e delle donne e della loro organizzazione socio-culturale: spazi di lavoro, spazi di conquista (i laghi di Lesina e Varano), spazi di conflitto (Sannicandro Garganico).
La degustazione dei cibi, di cui si esalterà la funzione di marcatori identitari di una tradizione culturale ed economica contadina e/o marinara, ma anche la valenza cerimoniale, se consumati in particolari occasioni, e la valenza produttiva con tutte le implicazioni nelle forme di organizzazione sociale.
Le evocazioni musicali offerte dai musicisti presenti sul treno per parlare delle tradizioni musicali locali che vanno dalla tarantella agli ‘ndrandl (canti d’altalena presenti a Sannicandro garganico) e ai cantori di Carpino e delle evocazioni sonore che accompagnano le cerimonie rituali e della religiosità popolare di queste realtà (il rumore degli zoccoli dei cavalli nella corsa degli asini di Carpino, il crepitio dei falò rituali di molti comuni, i canti dei pellegrini che si recano a Monte Sant’Angelo o a Cagnano Varano o al Santuario di san Nazario, ecc.).
Lo sfondo dei laghi e del mare per parlare della continua lotta per la sopravvivenza degli abitanti lagunari e costieri in uno scenario di ritualità magico-religiose e di manifestazioni cerimoniali e oggetti votivi, che si esprimono attraverso diversi percorsi processionali sia nelle vie del paese che in mare (Peschici, Rodi Garganico, Ischitella, ecc.) e attraverso gli ex voto.
Ci accompegneranno in questo percorso le QUINTANA ENSEMBLE, concertiste di musica medievale, rinascimentale e barocca, che dopo aver partecipato ad importanti rassegne e progetti, decidono di unire le conoscenze dell’arte antica con la scoperta delle lontane melodie della musica Sefardita, le remote tarantelle del Sud dell’Italia e il sapore lontano di alcune melodie arabe.
Sefarditi (termine che deriva da Sepharad, denominazione medievale della penisola iberica) furono detti gli ebrei delle comunità viventi in Spagna, per distinguerli da quelli abitanti la Germania e le altre regioni dell’Europa centrale e orientale, indicati con il nome di ashkenaziti. Le parole che accompagnano le antiche melodie del repertorio sono di lingua ladina, cioè l’antico spagnolo con le infiltrazioni dall’ebraico e da altri idiomi.
Tra le dominazioni, i conflitti religiosi e politici, le egemonie e le conquiste, i progressi e le tradizioni, dalla terra e dal mare giungono a noi le melodie del folclore che tramandandosi ha portato con sé lingue, note e culture diverse che in questo repertorio cerchiamo di unire, raccontando di un unico viaggio, rivelatoci dal vento del Sud.
Mercoledì 05 Agosto 2015
GIANNI LANNES, scrittore, fotografo, documentarista, esploratore, subacqueo, ex giornalista che si occupa di controinformazione con inchieste riguardanti i traffici di armi (inchiesta su Ilaria Alpi e Miran Hrovatin), di esseri umani, di rifiuti tossici, scorie radioattive, di ecomafie, al Carpino Folk Festival per raccontare la madre terra daunia.
Su questo lembo di storia si sono aggrappate mille leggende, a partire dall’approdo di Diomede dopo la guerra di Troia. Gente rude e criminali di importazione. Il sangue illirico, greco, teutonico, svevo, arabo, normanno, iberico, slavo e albanese si è raggrumato sul promontorio. Alcuni sono venuti a bivaccare da queste parti; molti, però, sono partiti con le pezze al culo, e mai più tornati. Progresso e sviluppo annunciato e promesso dal 1861 dopo aver stroncato la rivolta patriota dei briganti? Gli autoctoni emigrano ancora a testa bassa, mentre sovente i giovani sopravvivono consumando nel vuoto i giorni e l’intelligenza. Così sebbene sia legalmente assente nel belpaese la pena di morte, vige inesorabile la morte per pena.
L’accompagnamento della terza tappa di Cantar Viaggiano è di REDI HASA E MARIA MAZZOTTA un solidale artistico partito nel 2005 quando, suonando per puro divertimento, cominciano a capire che tra di loro c’è grande affinità musicale. Di nota in nota trascorrono lunghe serate in compagnia di musiche tradizionali e libere improvvisazioni. Il puro piacere dell’ascolto reciproco diventa, man mano, un appuntamento costante e ad ogni incontro entrambi portano nuovi brani e nuovi arrangiamenti, quasi a stupirsi l’un l’altro delle grandi potenzialità della loro musica.
E’ così che, nel 2010, cominciano a credere seriamente in un progetto di ricerca che leghi le potenti note del violoncello alla leggerezza della voce, passando attraverso le tradizioni delle loro terre e di quelle che incontrano nei numerosi viaggi. Vibrazioni che si snodano dalla pancia di un violoncello, frequenze liberate che sostengono e si fondono con la voce; note sapienti che prendono corpo dal ventre, che giocano con le simmetrie e con le dissonanze.
Fondamenta del repertorio sono le storie del sud Italia e dei Balcani, delle genti della Vecchia Europa e dei migranti di ogni tempo e luogo che Maria e Redi interpretano e ripropongono secondo il proprio sentire.
Dalla collaborazione musicale tra i due scaturiscono forti emozioni che li nutrono e li ispirano al contempo.
Colori, sapori, profumi, luci e ombre dell’esistenza umana vengono trasformati in suono che coinvolge e in storia che ammalia, in emozione. Sperimentazione e improvvisazione sono strumenti dosati con saggezza per sentire l’appartenenza di un brano e imprimervi la propria personalità.
Giovedì 06 Agosto 2015
Chiuderanno la sezione sperimentale del Carpino Folk Festival (la V edizione di Cantar Viaggiano) sul treno delle Ferrovie del Gargano ELENA RUZZA E MATTEO CANTAMESSA il 6 agosto con il progetto “DAMATIRA DUB”, un reading mitologico elettronico dedicato alla Madre Terra.
Damatira – Demetra rappresenta l’energia materna per eccellenza, la vera nutrice e protettrice dei giovani e vulnerabili. Non necessariamente è la madre biologica delle sue creature, poichè sa nutrire con pari amore anche amici, conoscenti e compagni, che in lei vedono la buona madre sulla cui spalla si può piangere. Il suo senso protettivo e la sua determinazione nel difendere sono leggendarie, come l’orsa che protegge il suo cucciolo.
Il suo limite consiste nell’identificarsi nel solo ruolo di madre e nella difficoltà a lasciare andare le sue creature.
La donna che incarna l’archetipo Damatira ha bisogno di comprendere che, come la natura con il ciclo delle stagioni insegna, il cambiamento è parte del ciclo naturale delle cose, e resistere ad esso significa solo ristagnare.
La Dea della fertilità può essere madre di tante creature, di un figlio, di un animale, di un opera d’arte o di un progetto creativo. Ma qualsiasi sia l’oggetto del suo amore, deve imparare a lasciarlo andare, affinchè a sua volta segua il suo percorso.
Elena Ruzza e Matteo Cantamessa scelgono di utilizzare la musica dub come genere capace di attraversare le epoche.
La loop station potrà garantire l’ascolto di ambienti sonori diversi, dal mare alla città. E il tessuto sonoro delle stesse storie. La musica non è utilizzata come accompagnamento al testo parlato, ma essa stessa è testo dello spettacolo.
Le musiche originali, sono selezionate ed eseguite dal vivo.
AGOLZON VINANA DIVA DAMATIRA – CARPINO FOLK FESTIVAL 2015
Ritmi che evocano tradizione e autenticità da 20 anni divenuti una delle principali attrazioni dell’estate pugliese
Un festival tutto da vivere, dal 3 al 9 Agosto in Puglia, con l’obiettivo ambizioso di promuovere la cultura per tutti e il turismo culturale.
Comunicato Stampa
Si prega la massima diffusione e divulgazione
Carpino, li 21 luglio 2015
“Eccoci pronti, anche quest’anno, per far rivivere uno dei più bei momenti aggregativi d’Italia che da vent’anni si dà appuntamento, ad Agosto, alla grande festa del Carpino Folk Festival”.
Così il Presidente dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival Mario Pasquale Di Viesti ha annunciato il programma completo del Carpino Folk Festival 2015 su facebook raggiungendo in un solo week end ben oltre 50mila visualizzazioni.
“La ventesima edizione è un appuntamento straordinario per la nostra manifestazione, che genera una forte aspettativa nel pubblico che ci segue. Come sempre, grande è stato l’impegno profuso e, personalmente, sono molto soddisfatto. Le difficoltà, tuttavia, persistono e tutti i giorni si sente di festival che si arrendono alle criticità, alle difficoltà economiche, alle voci “nonsense”. Anche per questo, essere riusciti a dare continuità alla nostra manifestazione, cercando al contempo di mantenere elevata l’offerta culturale, è motivo di forte soddisfazione per tutta l’Associazione culturale Carpino Folk Festival.
“Ringrazio la Regione Puglia, il Gal Gargano, il Parco Nazionale del Gargano e il Comune di Carpino per aver riconfermato la fiducia nella nostra ambizione di rompere la catena di provincialismo e far vedere un Gargano diverso con una programmazione culturale composta da 19 performance di cui 15 nel centro storico di Carpino tutte incentrate su Damatira [la forma messapica della dea Demetra], la “Madre Terra”, simbolo della Natura che, nella sua qualità eterna, ha dato vita all’umanità e che è capace di rigenerarsi sempre, in ogni avversità.
«Carpino Folk Festival – Damatira» è il nostro modo per ricordare un amico che l’anno scorso era con noi ad organizzare il festival e a preparare l’accoglienza di quanti poi ci seguirono nella serata organizzata presso la sua masseria. Damatira, quindi, per ricordare NON la sua tragedia (avvenuta coll’alluvione che colpì il Gargano lo scorso mese di settembre), ma il suo stato di armonia dato dal suo particolare rapporto con la natura e, quindi, invocare l’inizio di un nuovo ciclo di vita per il nostro mondo fondato su nuovi modelli di economia e di sviluppo, nuovi stili di vita che possano segnare la strada verso scelte migliori per la nostra salute e per quella del Pianeta.
Dedicandolo a Damatira, il Carpino Folk Festival ha inteso caratterizzare il suo ventennale con una forte prevalenza della componente femminile in tutte le performance proposte, abbracciando diverse discipline artistiche: dallo storytelling, valorizzando il patrimonio culturale e naturalistico a bordo dei treni delle Ferrovie del Gargano, all’arte del teatro civile e popolare, alla musica nelle sue varianti legate alla popular music e musica tradizionale (folk e etnica) e quindi alla world music”.
Per il direttore artistico Luciano Castelluccia “nel Carpino Folk Festival Damatira non esiste il dualismo fra cultura e spettacolo. La programmazione della ventesima edizione del Carpino Folk Festival è concepita come una storia da vivere insieme intorno ad una passione condivisa con lo spettatore che diventa così, a sua volta, attore protagonista sul grande palcoscenico ricco di luoghi, paesaggi, storia, cultura, arte, tradizioni, agricoltura, enogastronomia.
Si parte con Cantar Viaggiando, la sezione del festival che si svolge sui treni delle Ferrovie del Gargano che, da mezzo di trasporto, diventano palcoscenico grazie agli storytellers: GIANFRANCO PIEMONTESE, con l’accompagnamento dell’arpa di GIULIANA DE DONNO, propone “Il Gargano nelle impressioni di una viaggiatrice statunitense degli anni Venti: Katharine Hooker”; la professoressa dell’Università di Foggia PATRIZIA RESTA, con l’accompagnamento musicale del QUINTANA ENSEMBLE, propone “Il ciclo della vita e i rituali di passaggio”; il giornalista GIANNI LANNES, accompagnato da REDI HASA e MARIA MAZZOTTA, ci parla del “Gargano: la madre terra daunia”; infine NICOLA GIULIANO e il progetto “Damatira Dub” di ELENA RUZZA e MATTEO CANTAMESSA per informarci su “La magna mater e la Daunia”.
Dal 5 Agosto le tappe di Cantar Viaggiando arrivano nel centro storico di Carpino dove, sotto la direzione scientifica di Salvatore Villani, avremo la presentazione del libro ROBERTO LEYDI E IL “SENTITE BUONA GENTE” con Domenico Ferraro (autore – docente Università di Roma) e Maurizio Agamennone (docente Università di Firenze), quindi la proiezione dei filmati del 1967 (Cantori di Carpino e musici terapeuti di Nardò).
Nella stessa serata studiosi ed etnomusicologi daranno luogo alla CONFERENZA “IL CULTO DELLA MADRE TERRA NELLA CAPITANATA”. Quindi i concerti della tradizione: GIOVANNA STIFANI interpreta Luigi Stifani (Mesciu Gigi), accompagnata da Antonio Stifani; LE CANTATRICI DI ISCHITELLA in Matre del Creator; ANGELA DELL’AQUILA in canti della tradizione albanese d’Italia, Albania e Kossovo; MARIELLA BRINDISI accompagnata da Mario Mancini in canti della Valle del Fortore; I SUONATORI DELLA VALLE DEL SAVENA: Dina Staro, le donne, il violino e la danza dell’Appeninno bolognese.
Prima e durate, il CONCORSO VIDEOMAKER per l’assegnazione del Premio Rocco Draicchio e i CORSI DEL FESTIVAL: Tamburello, Canto e Chitarra Battente, Tarantella e Scherma di Carpino, Antropologia e balli dell’Appennino Bolognese.
Il 6 agosto lo spettacolo teatrale CATERINA PONTRANDOLFO – “Cantar per terre” (Tessitura di voci e canti delle donne d’Arneo). Il 7 agosto per ascoltare il suono cupo e coinvolgente della tradizione dei BUFU’ DI SEPINO, la brasiliana ROSALIA DE SOUZA e il progetto A SUD DEL MONDO di GIULIANA DE DONNO, MASSIMO CUSATO, RAFFAELLO SIMEONI; l’8 agosto le FARAUALLA, le TRIACE, le Yemenite A-WA. Il finale con l’african jazzy soul dei GASANDJI, la spagnola AMPARO SANCHEZ e in chiusura i CANTORI DI CARPINO”.
Qui il PROGRAMMA della 20ª edizione.
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Culto risalente al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico, la Madre Terra o Grande Madre è stata rappresentata in numerose figure ritrovate in tutto il mondo dal 30.000 al 1.000 a.C. e, col variare delle generazioni, dei popoli e delle culture si è moltiplicata in diverse divinità femminili a seconda delle competenze che gli venivano attribuite: Ishtar – Astarte – Afrodite – Venere per rappresentare l’amore e la bellezza, Ecate triforme per la fertilità delle donne, Artemide – Diana per la caccia, Demetra – Cerere e Persefone – Proserpina per la fertilità delle sementa.
Templi, abitazioni, ceramiche, statuette, abitazioni, portano evidenti tracce di questo culto. In esse sono incisi o dipinti semi, boccioli, germogli, uova, crisalidi e segni acquatici come rappresentazione della rinascita e rigenerazione, del divenire e della trasformazione.
Sul Gargano la presenza del culto è testimoniato dalla stele dauna ritrovata a Vieste con l’iscrizione “AGOLZON VINANA DIVA DAMATIRA” risalente al IV o III secolo a.C. Damatira infatti è la forma messapica della dea Demetra.
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Responsabile Comunicazione
Domenico Sergio Antonacci: 393.1753151
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Direzione Artistica
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di Roberto Vigliotti (www.amadeusonline.net)
Bellissima serata di musica popolare garganica quella andata in scena ieri, 17 maggio, all’Auditorium Parco della musica di Roma con il titolo La montagna del sole, per la direzione artistica dell’etnomusicologo e musicista Ambrogio Sparagna, in collaborazione con il Carpino Folk Festival, che si tiene nell’omonima cittadina ogni prima decade di agosto.
Nel prologo al concerto, condiviso con Salvatore Villani, Sparagna ha augurato agli spettatori di sentirsi proiettati attraverso le musiche dinanzi alla Montagna del sole. Perché questo accadesse, ha ideato uno spettacolo privo di pause, ponendo la sua Orchestra Popolare Italiana a transizione tra le sonate delle confraternite e dei gruppi dei vari comuni Garganici alternatisi per circa novanta minuti sul palco: da Carpino a San Giovanni Rotondo, da Monte Sant’Angelo a San Nicandro Garganico, Vico del Gargano, Ischitella, Apricena.
Fra le rappresentazioni, tutte degne di plauso, si segnalano quella della Confraternita di Vico del Gargano, con il Miserere, l’Inno alla croce, e il Cristus e respice, canti tipici della settimana santa rappresentati con le tipiche tuniche bianche che s’indossano durante la Via crucis, e l’esibizione dei Cantori di Carpino, “trainati” dalla suggestiva voce dell’ultranovantenne Mike Maccarone, che nel brano di chiusura è stato affiancato da un giovane cantore garganico, quasi a testimoniare passato, presente e futuro della musica popolare garganica. Va dato atto ad Ambrogio Sparagna di essere riuscito, ancora una volta, a ideare uno spettacolo coinvolgente e commovente, in cui le liriche e le tarantelle garganiche si sposano per dar vita una grande festa di tamburelli e nacchere, chitarre battenti e mandole, organetti e zampogne. Gli va anche riconosciuto di essere riuscito a preservare i canti e le musiche tradizionali del Gargano dalla contaminazione, e a traghettarle fino a noi com’erano state concepite molti decenni orsono. Non è scontato, infatti, lasciare che ritmi, suoni e voci ci arrivino intatti dopo un lungo viaggio in una moderna macchina del tempo…
Domenico Ferraro per la Squilibri, ha recentemente pubblicato il volume “Roberto Leydi e il Sentite buona gente. Musiche e cultura nel secondo dopoguerra”, con allegati un DVD e un CD con la riduzione televisiva dello spettacolo e una selezione dei brani raccolti sul campo dagli autori in otto regioni italiane.
http://www.radio3.rai.it/dl/portaleRadio/media/ContentItem-a2d482f5-8501-45db-8aed-2645a920b302.html?iframe
Salutato nel 1967 come una novità assoluta sulle scene italiane e fortemente voluto da Paolo Grassi e Giorgio Strehler nella programmazione del Piccolo Teatro di Milano, lo spettacolo Sentite buona gente accoglieva otto gruppi musicali, provenienti da sei regioni italiane, che al suono di launeddas e chitarre battenti svelarono l’esistenza di una meravigliosa varietà di musiche e danze, dalla pizzica salentina al ballo tondo della Sardegna fino alle tarantelle del Gargano. Tra loro anche i Tenores di Orgosolo e i Cantori di Carpino, sui quali anni dopo si appunterà l’attenzione di musicisti come Roberto De Simone e Peter Gabriel, nelle riprese audiovisive realizzate da Lino Procacci per la Rai di Milano ma mai apparse sugli schermi nazionali. Concepito in polemica con Gianni Bosio e il Nuovo Canzoniere Italiano, dal quale Leydi si era appena distaccato, il Sentite buona gente si contrapponeva al Ci ragiono e canto di Dario Fo in quanto intendeva testimoniare l’esistenza di una cultura musicale ‘altra’ attraverso la viva voce dei suoi protagonisti, senza tutele o mediazioni di interpreti borghesi. La messa in scena era di Alberto Negrin, allora giovane assistente alla regia di Giorgio Strehler, avviato a una fortunata carriera come uomo di teatro, cinema e televisione: sue alcune delle più seguite fiction degli ultimi anni, da Pane e libertà su Giuseppe Di Vittorio a Qualunque cosa succeda su Giorgio Ambrosoli. Consulente dello spettacolo era Diego Carpitella, considerato assieme a Leydi il fondatore della moderna etnomusicologia italiana.
Per tutta la durata della mostra, in programma fino al 17 maggio all’Auditorium Parco della Musica, presso il MUSA-Museo degli Strumenti musicali dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, incontri con testimoni e protagonisti di quegli anni e appuntamenti in musica con alcuni gruppi musicali, eredi dei protagonisti dello spettacolo del 1967, dai Tenores di Orgosolo ai suonatori e danzatori della Val Resia. Si inizia il 16 aprile, alle ore 18, con Alberto Negrin e i musicisti di Maracalagonis, guidati da Orlando Mascia, virtuoso di launeddas di fama internazionale, formatosi alla scuola dei Kalagonis, il gruppo che, nel 1967, apriva il Sentite buona gente. L’autore del Sentite buona gente era Roberto Leydi, poliedrico intellettuale capace di spaziare, con grande disinvoltura, tra ambiti e competenze diverse. Tra i protagonisti della diffusione del jazz in Italia dopo le chiusure del fascismo, con Luciano Berio e Bruno Maderna firma la prima opera italiana di musica elettronica. Alla RAI già nei primi anni ‘50, è tra gli esperti incaricati di preparare le domande di Lascia o raddoppia, dove tiene a battesimo la prima esibizione in TV di una giovanissima Mina. Dal 1958 è redattore e inviato de “L’Europeo”, dove stringe duraturi rapporti di amicizia e collaborazione con Mario Soldati, Giorgio Bocca e Ferdinando Scianna. Nel 1962 porta in scena Milanin Milanon giudicato da Umberto Eco uno “straordinario rinnovamento di costume”: tra gli interpreti anche Enzo Jannacci, ai suoi primi passi come interprete e autore. Suo anche il Bella Ciao che, nel 1964, suscita scandalo al Festival dei due mondi di Spoleto.
Lomax e Carpitella furono i primi a rivalutare i canti della tradizione
Faceva caldo quando Alan Lomax e Diego Carpitella raggiunsero il Gargano per la loro ricerca. Quel Gargano, con cicale e caldo torrido dove suonare una chitarra battente o intonare una «strappuleta» era l’unico modo per dimenticare il peso della fatica nei campi. Era il 24 agosto del 1954 e, in pochi giorni, si sarebbero imbattuti in un fenomeno che di lì a poco avrebbe attratto ricercatori e musicisti di tutta Italia e non. Intuirono subito che a Carpino c’era qualcosa di unico. I suoi cantori riecheggiavano melodie particolari, sonetti e ballate che richiamavano bagagli culturali di un mondo che aveva conservato intatto la sua bellezza. A Carpino, Carpitella ci torna il 10 dicembre 1966 con Roberto Levdi. Sta allestendo uno spettacolo con cantori e suonatori tradizionali. Durante questa visita viene registrata la cosiddetta «Accomé j’èjafap’amà ‘sta donne», che tanto successo ha avuto presso i gruppi di riproposta, in realtà un sonetto nella forma di tarantella alla «muntànare». Dopo questa raccolta il gruppo dei Cantori di Carpino (Rocco Di Mauro, Andrea Sacco, Gaetano Basanisi, Giuseppe Conforte, Angela Gentile e Antonio Di Cosmo) viene invitato a Milano nel marzo del1967 a partecipare allo spettacolo «Sentite buona gente» presso il Teatro Lirico. Nasce allora il progetto che ha in questo gruppo il punto di riferimento di un movimento culturale che ha varcato i confini del Gargano e che ha coinvolto decine di artisti di fama internazionale.
[a.d.a.]
Il 2014 che è appena terminato segna il 60.mo anniversario di una ricerca sistematica sulle tradizioni popolari realizzata dallo statunitense Alan Lomax e dall’etnomusicologo calabrese Diego Carpitella. Lavorò commissionato dalla Columbia World “Library and Primitive Music, che li porterà a registrare circa tremila documenti. La raccolta conservata presso gli Archivi di etnomusicologia di Roma comprende documenti sonori, con vari organici vocali e strumentali, registrati in ogni angolo d’Italia, con particolare attenzione alla Puglia, e al Gargano. “Alan Lomax, antropologo statunitense questo impegno lo aveva assunto in pieno: a bordo di uno sgangherato furgone, con l’ausilio di un magnetofono «Magnerecord» e in compagnia di Carpitella. Un inquieto viaggiatore della cultura – come è stato definito – costretto a ripercorrere le strade d’Europa, suo esilio volontario per sfuggire alle liste di proscrizione del «maccartiste», ma anche per censire e raccogliere documenti sonori di tradizione orale da responsabile della sezione musicale della Biblioteca del Congresso. In quella sua ricerca sul Gargano c’è di tutto. Immagini sbiadite dal tempo, uomini e donne che sembrano usciti da un mondo lontano e accumunati da modi di vivere, costumi, abiti tradizionali; contadini, pastori, cavamonti, pescatori di tonno, tutti tenuti insieme dal filo conduttore di un unico disegno culturale. Quello legato alla tradizione e alla musica popolare, e nella fattispecie la “tarantella garganica”. Piccole enclavi di un patrimonio folkoristico di ineguagliabile bellezza. Note raccolte su una cinquantina di taccuini su cui si leggono i messaggi culturali di un mondo che da lì a poco sarebbe stato minacciato é dimenticato dal boom economico. È questo il valore aggiunto dei diari di Alan Lomax. Appunti di un viaggio senza soste, fagocitato dalle emozioni e della passione che solo un cultore – vero – della materia può avere. Alan Lomax ha lasciato un importante insegnamento di questa sua ricerca “on road” sul Gargano e cioè l’atteggiamento che ogni antropologo della musica dovrebbe tenere: riuscire a parlare con tutti tenendo fermo allo allo spirito di umiltà propria e di rispetto per l’altro. Lomax seppe farlo come pochi. Trattò alla pari le tabaccaie del Salento, i pastori e i caprai dell’ Aspromonte, registi cinematografici come De Sica e De Seta, produttori radiofonici come Nataletti, studiosi come De Martino” e Cinese e tanta altra gente incontrata. Viaggio che, cinque anni fa, la casa editrice il Saggiatore ha riproposto pubblicando il libro «L’anno più felice della vita. Un viaggio in Italia 1954-1955» che raccoglie i diari di quell’iter italicum insieme alle foto struggenti di un paese popolato da pescatori di tonni, montanari, raccoglitrici di tabacco, cavapietre e mondine prima dell’irruzione della modernità. Il tutto con la fazione di Martin Scorsese
[Antonio d’Amico]
Una mia scherzosa teoria è che a Carpino ci sono dei superuomini, persone forse venute da Marte. C’è, infatti, quasi un abisso tra la poetica di Carpino e quella degli altri paesi del Sud. Secondo me. A Carpino hanno raggiunto la perfezione.
Eugenio Bennato
Gazzetta del Mezzogiorno 26 Giugno 1983, p.18
![Abi-600x410[1]](https://blogufficialeantoniobasile.com/wp-content/uploads/2015/01/abi-600x4101.jpg?w=300&h=205)
Abigail King is a writer and photographer who swapped a career as a doctor for a life on the road. Now published by Lonely Planet, the BBC, CNN, National Geographic Traveler & more, she feels most at home experimenting here: covering unusual journeys, thoughtful travel and luxury on http://www.insidethetravellab.com
But depending on where you’re from, folk music can mean different things. In England, it frequently means restrained dancing around a Maypole during broad daylight once a year. In Carpino, it means dancing until dawn with a punchy, near frenetic ensemble of accordions, drums, guitars and most of all vocals.
In 21st century terms, Carpino is not remote. It sits within a two hour drive, along smooth tarmac and winding roads, of the busy international airport Bari. It welcomes thousands of people to its white-washed piazzas and narrow cobbled lanes each summer for an explosion of song. And it overlooks the twinkling Lake Varano which spills on down through the olive groves to the popular beach resorts of the Gargano National Park.
Yet when it comes to foreign visitors, remote does appear to be the word.
You won’t find throngs of art history students bent over sketchpads, reciting dates and lines and the pedigrees of powerful Italian families. You won’t find crowds of Americans searching for roots or Europeans with insufficient sunscreen.
In fact, there’s a completely different pilgrimage come August in Carpino.
This village of 5000 welcomes back its travelling sons and daughters, those who left to find work. What began as a family sing-song and long stories told over deep red bottles of wine has evolved into the region’s biggest folk festival, attracting crowds from all around. The multi-generation spirit remains, though, as grandmas and grandpas (nonnas and nonnis) take to the stage belting out haunting melodies and giving accordions a good work out as darkness falls.
Abi King – Inside The Travel Lab
http://mustlovefestivals.com/2014/10/19/carpino-italy
“La Tarantella del Gargano è un giro armonico del Sud Italia, come il giro armonico del blues, composto da 4 accordi, ognuno poi ci scrive la sua canzone. Io mi sono ispirato alla Tarantella, ma ho ridotto gli accordi da 5 a 2, ho scritto io il testo, l’ho resa più cantautorale, usando un linguaggio diverso, e ho reso il ritmo e il cantato meno sincopato.” (Enzo Gragnaniello)
Il coinvolgimento della tarantella del Gargano in “Stu criato” è un aspetto particolarmente interessante e arricchente. La tarantella, in generale, è un ballo tradizionale del sud Italia, spesso associato a ritmi vivaci e a una funzione terapeutica che tradizionalmente veniva utilizzata per “curare” chi era colpito dalla tarantola, attraverso un’intensa danza che permetteva di liberarsi da un malessere fisico e psicologico.
Nel caso specifico della tarantella del Gargano, essa è una variante di questa danza tipica della zona del Gargano (nord della Puglia), che presenta un ritmo e uno stile distintivi rispetto ad altre tarantelle. È particolarmente intensa, vivace, e molto carica emotivamente, con una forte componente di ripetizione ritmica e accelerazione che crea una sensazione di ansia e rilascio. Questo ritmo ipnotico e travolgente è spesso accompagnato da strumenti tipici come il tamburello e la chitarra, che caratterizzano la danza.
Nel brano di Gragnaniello, la tarantella del Gargano non è presentata in forma di danza vera e propria, ma come un elemento ritmico e sonoro che infonde energia e intensità emotiva alla canzone. Questo tipo di ritmo, pur essendo più lento e meditativo rispetto a una tarantella tradizionale, mantiene comunque quel carattere ipnotico e ritmico che riflette il conflitto interiore e il dramma espresso nel testo. Il coinvolgimento della tarantella del Gargano si manifesta anche nella struttura ritmica: un andamento che alterna momenti più veloci e intensi a pauses più riflessive, simbolizzando il dolore e la speranza, temi centrali nel brano.
Gragnaniello riesce a mescolare questa tradizione con un linguaggio musicale più contemporaneo, dando una nuova veste alla tarantella, pur mantenendo il suo carattere profondo e radicato nella cultura del sud Italia. La ripetizione ritmica e la dinamicità della tarantella del Gargano creano un forte impatto emotivo, contribuendo a rafforzare l’intensità del messaggio che il brano vuole trasmettere.
Il contrasto tra il ritmo tradizionale della tarantella e il messaggio struggente della canzone arricchisce l’esperienza di ascolto, creando una sorta di dialogo musicale tra le radici popolari e la narrazione contemporanea di Gragnaniello.
‘O saccio, ‘o saccio je sulamente
chello c’aggio passato
quanno l’angelo e’ vulato,
chello c’aggio passato
quanno l’angelo e’ vulato
c’aggio passato.
‘Na voce, ‘na voce m”o ripete
nun perdere cchiu’ tempo
cerca d’essere felice,
nun perdere cchiu’ tempo
cerca d’essere felice,
cerca d’essere felice
nun ce sta tempo.
E cantano, e cantano l’aucielli
e cantano sultanto
quanno e’ santo ‘nu pensiero,
e cantano sultanto
quanno e’ santo ‘nu pensiero,
quanno e’ santo ‘nu pensiero
canta l’auciello.
‘A notte, ‘a notte tene ‘e stelle
‘e stelle hanno brillato
fino a quanno l’e’ guardate,
‘e stelle hanno brillato
fino a quanno l’e’ guardate,
fino a quanno l’e’ guardate
hanno brillato.
‘A pace, ‘a pace e’ comme ‘a pece
e ‘a mette ‘ncopp”o fuoco
chillo ca nun e’ capace,
chillo ca nun e’ capace
mette ‘o fuoco sotto ‘a pace,
mette ‘o fuoco sotto ‘a pace
chi nun e’ capace.
‘A vocca, ‘a vocca e’ comm”e rose
quanno parle d’ammore
leva ‘e spine a dint”e parole,
quanno parle d’ammore
leva ‘e spine a dint”e parole,
leva ‘e spine a dint”e parole
si dice ammore.
‘A vita, ‘a vita e’ comme ‘a morte
stanno vicine ‘e casa
nun se ponno appicceca’
stanno vicine ‘e casa
nun se ponno appicceca’,
nun se ponno appicceca’
songo una cosa.
E tu, e tu figlio ‘e Maria
tu nun si manco nato
gia’ si stato cundannato,
tu nun si manco nato
gia’ si stato cundannato,
gia’ si stato cundannato
appena nato.
‘E figli, ‘e figli songo ‘e Dio
e nun se tocca niente
‘e chello ca e’ stato criato,
chello ca e’ stato criato
nun ce l’ammo maje ‘mparato,
nun ce l’ammo maje ‘mparato
chistu criato.
Tutti i segreti e la storia di un legume antico che è stato riportato all’attenzione mondiale dalla missione spaziale di Samantha Cristoforetti. Oggi i semi si comprano facilmente ovunque e si tratta di semi prodotti altrove, generalmente ibridi; soluzioni facili che hanno accattivato ogni contadino che ha smesso di prodursi i suoi semi, così il germoplasma va definitivamente perduto: ecco l’importanza della fava di Carpino, ultimo testimone di un germoplasma che aveva nutrito per secoli una vasta comunità rurale come quella del Gargano
Nicola Ortore, pensionato (74 anni), agricoltore, testimone in primis della storia agricola del Comune di Carpino (Foggia) e della sua fava nel particolare, oggi elemento della dieta per la missione spaziale di Samantha Cristoforetti. Le fave di Carpino: circa 10 ettari di superficie investita, una produzione media annua intorno ai 300 quintali. 10 ettari salvano oggi dall’estinzione un’accessione (collezioni di risorse genetiche agrarie) che diversamente avrebbe seguito il destino di tante specie e «cultivar» (erosione genetica) delle agricolture tradizionali.
I protagonisti
Protagonisti di questo percorso, prima un Consorzio (Sloow food, Ente Parco nazionale del Gargano), oggi un’associazione di 5 cinque agricoltori, presidente, Maria Antonietta Di Viesti, moglie di Michele Cannarozzi, 41, anni, figlio di Antonio Cannarozzi che insieme al nostro Nicola Ortore rappresentano oggi gli ultimi biopatriarchi di questo legume con una indiscutibile identità storica e culturale e probabilmente anche genetica. L’interesse pertanto per questo legume è anche scientifico, poiché rappresenta un patrimonio genetico che ha rischiato concretamente di perdersi definitivamente.
Chi è la fava di Carpino? Quale la sua storia? Domande che rientrano nel campo di studio dell’etnobotanica, dalla quale è necessario partire. Prezioso, pertanto, il contatto con Nicola Ortore.
Gli attuali 10 ettari sono il risultato di un percorso di recupero che parte negli anni novanta del 900, quando la coltura aveva conosciuto il suo minimo storico (culturale, produttivo, alimentare); a Carpino gli ultimi contadini rimasti a coltivarla erano appunto Nicola Ortore e Antonio Cannarozzi e qualche altro sicuramente; insieme continuavano a seminare (non più di 3-4 ettari) quelle stesse fave (germoplasma) che avevano seminato i loro padri. La faticosa e sempre meno remunerativa coltura della fava sarà gradualmente sostituita dai nuovi impianti di ulivo soprattutto, poi dalle orticole.
Chi era questa fava non è facile rispondere, ma è una questione di grande interesse scientifico oggi (ci stiamo lavorando); risposte potrebbe venire dal progetto «Biodiverso» (Università di Foggia/Bari) nel quale abbiamo coinvolto con grande interesse anche la Fava di Carpino. Ricerche bibliografiche non sono di grande ausilio, se non una generale ma preziosa letteratura (Baselice, 1812; Nardini, 1914) che attesta il Gargano tutto come un’importante area produttiva per il foggiano e, probabilmente, per l’intera Puglia, della fava. Per le comunità rurali garganiche particolarmente, la fava, insieme ad altri legumi (ceci, fagioli, cicerchie) era l’alimento fondamentale, prezioso del resto anche sul piano nutrizionale (nobili proteine vegetali); fondamentale anche per nutrire la variegata fauna domestica, specialmente muli, asini, cavalli, la forza motrice per l’agricoltura tradizionale e ancor di più per lo «scosceso» e arido Gargano.
A cavallo tra la fine dell’800 e i primi anni del 900 le fave costano, diventano quasi un alimento di lusso, e così «tendono ad abbandonare – scrive Nardini – il desco del contadino garganico…; e alla pignatta di fave … va sostituendosi la pentola delle patate. Triste sostituzione – conclude – in quanto che la fecola non vale la legumina». È un prodotto che già ha un mercato, un prodotto che si esporta: circa 40mila ql che devono far fronte ad un consumo locale di circa 9mila ql., evidentemente al di sotto del fabbisogno, se circa 39mila erano destinati all’esportazione. La patata invece aveva raggiunto livelli produttivi di circa 150mila quintali (Nardini, 1914).
Il perché di un successo
Il centro agricolo garganico di maggior produzione delle fave era Manfredonia (15.000 ql), ma se consideriamo il solo Promontorio, si distingue Carpino (9.000 ql). I dati, gli unici disponibili, sono frutto di stime fornite dai singoli comuni, per motivare e rafforzare la necessità di un progetto di Ferrovia garganica e pertanto, precisa Nardini, sono anche «esagerati in più». Al di là dei numeri reali, quelli indicati sono sufficienti a delineare un quadro produttivo comunque significativo, rilevante. Le produzioni variavano a seconda dei terreni dai 10 ql per ettaro ai 18; ipotizzando una produzione media di 12 ql/ha, il Gargano coltiva fave su circa 2.700 ettari, dei quali circa la metà nell’agro di Manfredonia (terreni pianeggianti) e circa 700 nel solo territorio di Carpino. Un primato storico a Carpino va dunque riconosciuto. Le fave di Carpino sono anche cottoie, si cuociono facilmente (ottima cuocibilità), la ragione del loro successo commerciale.
Le altre fave del Gargano non erano cottoie? Tutto dipendeva dal tipo di terreno! I contadini dicono ancora oggi che nel Gargano il «terreno cambia a palmo»: era possibile che nello stesso fondo vi fossero parcelle di «terra cucevole», tra quelle «crudevole», cioè in grado di indurre alle fave o a qualsiasi altro legume la difficile cottura. I contadini sapevano riconoscere una «terra cucevole», dalla presenza di una pianta velenosa: Sambucus ebulus; abbiamo potuto verificare che i suoli che la ospitano sono freschi, profondi, argillosi, calcarei certamente, ma con un ph più basso (specie tendenzialmente acidofila) che riduce l’assorbimento del calcio. Quanto ne sanno più della «scienza» i nostri contadini!
La fortuna o il coraggio, la lungimiranza, delle fave di Carpino è di aver utilizzato «terre cucevole», concentrati tutti nella Piana di Carpino, ottimi suoli, investiti in parte a vigne e uliveti e, soprattutto, al seminativo ove occuperà un posto d’onore la fava. La piana di Carpino, è una piana alluvionale, con terreni profondi, freschi e, soprattutto, con un basso (o normale) tenore di calcio, poiché è proprio questo elemento che è determinante nel decidere il livello di cottura delle fave. Nella maggior parte dei casi i suoli garganici sono ricchi di calcio, disponibilità che induce le piante ad un maggior assorbimento rendendo, soprattutto il tegumento più duro, quasi cuoioso; di qui la non facile cottura del seme, in termini più semplici, della scarsa o bassa permeabilità all’acqua del tegumento soprattutto. Le terre «cucevole» avendo un ph più basso riducono la disponibilità di calcio e l’assorbimento da parte delle piante.
La cuocibilità o meno pertanto è, sostanzialmente, un problema di idratazione del seme. Tra le pratiche quasi quotidiane delle nostre nonne vi era quella di preparare le fave da cuocere: rompere il tegumento almeno alla base («moccicare» le fave) a colpi di denti o con l’ausilio di un coltello e lasciarle per ore in ammollo. L’unico modo per rendere cottoie tante fave, che diversamente sarebbero state non cuocibili.
Se consideriamo però la notevole presenza di seminativo che interessava soprattutto il Gargano interno, con suoli, specialmente nell’altopiano carsico (da Sannicandro, a Cagnano alla Foresta Umbra) freschi, profondi, ricchi di sostanza organica, la fava cottoia era possibile ottenerla un po’ ovunque. Carpino invece raggiungeva livelli di produzione di prodotto cottoio considerevole; la superficie a fave, secondo quanto ci ricorda Nicola Ortore, è importante (60/70 ettari) ancora negli anni 50 e 60 del 900 e motiva ancora fermenti economici e commerciali: «a giugno – precisa Ortore – Carpino era invasa di mediatori del barese (Acquaviva delle Fonti, Castellanata) che comprano quasi tutta la produzione per venderla nei mercati pugliesi fino a Taranto; la riconoscibilità e il valore commerciale delle fave di Carpino raggiunti sono cosi forti che “sono quotate nella borsa merci di Bari (anni 50/60 del 900)”», aggiunge. Mi fa vedere la «pignatella» che ancora conserva, quella che i mediatori utilizzavano per saggiarne non solo le caratteristiche organolettiche in generale, ma soprattutto la cuocibilità, per poi procedere all’acquisto della partita; il valore economico del prodotto, infatti era indissolubilmente legato al livello di cuocibilità (oggi può essere sufficiente il coefficiente di idratazione, per la stretta correlazione fra grado di cuocibilità e tempo di idratazione).
La tecnica colturale
Ma la fava e, non solo di Carpino, aveva anche un intenso consumo allo stato fresco, nella forma di companatico. «Allorché son tenere si mangiano col pane» è quanto si trova in una relazione di Luigi Baselice (1812), botanico foggiano, allievo di Michele Tenore (fondatore Orto Botanico di Napoli) per sottolineare il forte legame delle comunità foggiane con le fave. Sempre Baselice può confermarci l’intenso uso alimentare riportandoci quelle che dovevano essere le ricette più diffuse in Capitanata: «cotte all’acqua con aglio non trito e condite con olio; cotte con la cotenna a piccoli pezzi; cotte a minestra nel brodo di carne».
La tecnica colturale ancora oggi si basa in gran parte su lavori manuali (non può essere diversamente); si semina ancora entro la prima decade di dicembre. Oggi può esserci una seminatrice, ma almeno fino agli anni 60/70 del 900, la semina si faceva lasciando cadere il seme in fondo al solco da una mano femminile che seguiva un aratro prima a chiodo e poi in ferro (con vomere); un solco successivo provvedeva a colmare il solco precedente e a interrare il seme. Tecnica consolidata da tempo, come si faceva già 150 anni prima: «Le fave si seminano – scrive Baselice – in fila ad uno ad uno, seguendo l’aratro». E come ieri si devono falciare ancora mano e, soprattutto, sgranare «a mano» (una trebbiatrice romperebbe tanti semi).
La fava storicamente entrava in regolari rotazioni nella coltura del grano: una rotazione almeno triennale che cominciava con il grano, al primo anno, avena nel secondo anno, ci ricorda Ortore, e poi la fava; senza di essa la produzione di grano (non vi era nessuna concimazione) non sarebbe stata possibile nei magri e difficili suoli garganici. Ma la fava entrava anche nelle consociazioni di colture arboree, dagli agrumeti di Rodi, Vico e Ischitella, agli uliveti e ai mandorleti delle colline costiere del Promontorio. Dopo qualche mese dalla semina (febbraio/marzo) una/due sarchiature manuali, poi la raccolta, con mietiture manuali, essiccazione in campo con i tipici «Manucchi» (quattro/cinque manipoli del mietitore) disposti in fila; infine, la «trebbiatura con giumente» (Baselice, 1812).
La fatica non era finita poiché bisognava separare i semi da paglia e tutto il resto. Come? Il vento! si cercavano posti ventosi, le cosiddette aie (ariòle, ariìl), spesso luoghi anche pubblici, molti divenuti poi toponimi importanti anche di quartieri di centri abitati. A colpi di forche prime e pale il vento favoriva l’allontanamento dei resti vegetali e la caduta del seme tutta da una parte. Lavoro faticosissimo, la paglia «bruciava», più estenuante quando il vento si faceva desiderare. Di questi scenari che potrebbero animare oggi folcloristiche rubriche televisive, ci restano solo memorie.
L’importanza del germoplasma
Le fave vi sono ancora nel Gargano, per consumi familiari, ma anche per alimentare i mercati locali di «fave fresche», ma i semi non sono più «quelli di una volta»; si comprano facilmente ovunque, confezionati in belle e pratiche scatole colorate, che riproducono baccelli lunghissimi, ricchi di semi; facile immaginare che si tratta di semi prodotti altrove, generalmente ibridi; soluzioni facili che hanno accattivato ogni contadino, per cui da tempo il Gargano (e non solo) ha smesso di prodursi i suoi semi di fave, un altro germoplasma andato definitivamente perduto: ecco l’importanza della fava di Carpino, l’ultimo testimone di un germoplasma che aveva nutrito per secoli una vasta comunità rurale come quella del Gargano (160/180mila abitanti).
Ma torniamo al nostro interesse: di quale fava doveva trattarsi? Di un unico tipo che si era diffuso in tutto il Promontorio? O la secolare tradizione colturale aveva determinato una differenziazione di biotipi? Nicola Ortore, riconoscerebbe anche ad occhi chiusi la «fava di Carpino» e, se gli chiedi quali sono le sue caratteristiche, ti dice che la fava di Carpino è «piccola, piatta, con apice troncato (seme compresso), baccello stretto e corto con non più di 4/5 semi; e poi la “fossetta” all’apice» (piccola incavatura). Elementi sufficienti a caratterizzare sul piano morfologico la Fava di Carpino? Sono i primi ma fondamentali indizi da cui certamente partire. C’è poi, il colore con leggere sfumature verdastre, anche quando secca.
Le fonti letterarie potrebbero darci qualche altra indicazione utile? Per quanto non esaustiva, è ancora una volta il Nardini che parla in proposito di due varietà: la fava da granella, a seme grosso e a seme mezzano e poi la favetta (da foraggio). Nardini aveva ben colto la diversità colturale della fava. La moderna botanica, infatti, classifica le fave in due varietà: Vicia faba var. major, fava grossa e Vicia faba var. equina, favetta o fava cavallina, la prima per l’alimentazione umana, la seconda per il bestiame. Ci sarebbe anche il favino, Vicia faba var. minor, favino o fava piccola (semi rotondeggianti e relativamente piccoli) utilizzato per il sovescio (forma di concimazione). Nel Gargano vi era la fava grossa e quella mezzana; qualche anziano ci ricorda che quella grossa, generalmente meno cottoia, era destinata spesso all’alimentazione del bestiame. Le mezzane, invece, erano le preferite, perché generalmente più cottoie. La fava di Carpino è riconducibile al tipo mezzano.
L’importanza delle varietà locali
La botanica si ferma qui. Volendo procedere in una ulteriore classificazione, sono da considerare le categorie agronomiche quali le cultivar (varietà coltivate), gli ecotipi, infine le accessioni. La fava di Carpino è oggi riconosciuta come «varietà locale», per l’utilizzo agronomico locale, quindi non ha il valore di una cultivar (es. Aguadulce, Aprilia, Reina Blanca, Supersimonia) ma ha almeno i caratteri di un ecotipo, cioè evidenzia un insieme di caratteri che la rendono diversa, unica, ma dipendenti strettamente dalle condizioni pedoclimatiche a cui si è legata (Piana di Carpino).
Un ecotipo si distingue in primo luogo su caratteri morfologici: lunghezza dei baccelli, numero di semi, forma e colorazione del seme a maturazione; e poi caratteri agronomici (es. epoca di raccolta); ebbene alcune di queste informazioni per le fave di Carpino sono note, ma tante altre ancora da acquisire, necessario percorso per pensare di poterla elevare ad un rango superiore (es. cultivar). Il fatto di essere cottoia è caratteristica acquisita nel contesto pedologico: ciò non esclude che i caratteri morfologici (numero semi, forma, colore, ecc.) possano essere divenuti invece una condizione genetica.
Intanto continuiamo a considerarla una «varietà locale», una logica che ha discriminato fino a semplificarla, la diversità di fave (e non solo le fave) creata dai nostri nonni; nelle facoltà di Agraria si distinguevano cultivar importanti e cultivar meno; queste ultime erano quelle «locali» sulla base del livello di utilizzo colturale. Già negli anni 70 del 900, le industrie sementiere offrivano cultivar produttive, grosse, e belle. Perché continuare a farsi i semi di varietà «locali» quando si possono direttamente comprare? Quale contadino avrebbe potuto resistere a questa tentazione? Nessuno! Soprattutto nella prospettiva che avrebbe potuto produrre più fave e, non per fare più soldi, ma per non essere costretto a cambiare mestiere. Perché le fatiche dei contadini, si sa, specialmente in Italia (mancanza assoluta di politiche agrarie da almeno 40 anni) non valgono niente. Infatti anche producendo di più, niente è cambiato, senza considerare che abbiamo inquinato falde, banalizzato il paesaggio agrario.
Per concludere, la fava di Carpino, come tante altre risorse agricole che abbiamo perso per sempre, è un eccellente testimone anche di queste storie, che sarebbe bello sentirle raccontare qualche volta a Quark o Superquark. Testimone soprattutto della difficile storia del seminativo granario nel Gargano (circa 60mila ettari). Un contadino di Vico del Gargano (Michele Del Viscio) ha «buttato» qualche anno fa l’ultimo sacco pieno di fave «mezzane» che il padre (anni 70 del 900) aveva conservato per seminarle. Reperti oggi preziosissimi, per comprendere meglio anche la stessa Fava di Carpino. Qualche altro seme di fave garganiche è necessario trovare!
Prima buttiamo e poi dobbiamo necessariamente recuperare, è un paradosso, ma è una condizione oggi obbligata per non perdere biodiversità che non è solo un fatto scientifico, ma è la premessa perché possiamo continuare a nutrirci. Expo Milano 2015 è Alimentazione! Di qui, finalmente, il Progetto Biodiverso (biodiversitapuglia.it) a cui tutti possiamo e dobbiamo collaborare, perché la Fava di Carpino, e tante altre orticole del Gargano, possano tornare ad essere risorse agricole, senza le quali non si vede futuro per queste «terre».
Tanti giovani, spesso laureati, in tante parti d’Italia scelgono di essere «contadini». Non è solo un ritorno alla terra o una scelta di vita, ma volersi spendere scientificamente in un’attività produttiva che abbiamo visto storicamente come condizione di «cafoni» e «bifolchi» senza avere la consapevolezza che l’agricoltura, rimane ancora oggi, il settore ove si ha il massimo livello di applicazioni scientifiche.
Fonte: http://vglobale.it/cultura/17061-la-fava-di-carpino-dal-gargano-allo-spazio.html
Il progetto rientra nell’ambito di una ricerca più ampia delineata dagli autori sulle tracce della tradizione musicale pugliese, scritta e non scritta. Nel tracciare le figure artistiche dei musicisti cantastorie emergono le diverse influenze di interesse etnomusicologico che hanno attraversato nel tempo un territorio morfologicamente singolare come la Puglia.
Il linguaggio dei protagonisti del documentario è pieno di “coloriture”, come la loro voce, con inflessioni e cadenze dialettali. Ultimi testimoni e conservatori della tradizione o studiosi e ricercatori di una misticità musicale tra le sonorità spontaneamente liriche e l’attaccamento alle radici ancora vive di una cultura tradizionale “a rischio” di estinzione i protagonisti del documentario “Le storie cantate – Viaggio tra i Cantastorie di Puglia” offrono una sensazione di appartenenza alle proprie radici e alla propria terra.
Una dimensione originaria, che mescola i rapporti tra la Magna Grecia e l’elaborazione culturale tipica di una regione meridionale, ancora per certi versi identica a se stessa. I versi di Virgilio (Eneide, Libro III), ad incipit del documentario servono ad introdurre la narrazione del viaggio nella conoscenza della cultura arcaica pugliese, prendendo a simbolo Enea che giunge sulle sponde salentine di Porto Badisco (Otranto), sulla rotta per raggiungere Roma.
In questo viaggio musicale a tracciare il percorso sono le testimonianze dei cantori della meridionalità, da Uccio Aloisi a Tonino Zurlo, da Enzo Del Re alla formazione corale dei Cantori di Carpino, per concludere con Matteo Salvatore. Accanto agli interpreti-autori, cantastorie antesignani dei cantautori (è il caso di Salvatore) spiccano i contributi dell’etnomusicologo e musicista Antonio Infantino, del regista, attore e autore Moni Ovadia, del jazzista napoletano Daniele Sepe e del regista e attore Michele Placido.
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