CARPINO – Il Festival di Carpino chiude sotto un temporale che ha rovinato un po’ il concerto di Teresa De Sio e la festa. “Rovinato”? E perché rovinato! Quando dopo otto giorni di semina ti arriva una scrosciata d’acqua, quanto hai deposto nel terreno di coltura ha tutte le probabilità di germogliare a tempo debito e fruttificare, meglio e di più. Mettiamola così, senza parlare di delusione, come ha fatto qualcuno, o aspettative finali mancate, come qualche altro avrà pensato. Personalmente siamo sempre della corrente di pensiero del “bicchiere mezzo pieno”, il mezzo vuoto non lo vediamo proprio. Teresa, e con lei il Carpino Folk
Es wird wieder gerockt und das nicht zu leise! Gehört wird der Sound amliebsten live bei Open Airs in so spannenden Locations wie z.B. den Steinbrüchen bei Lecce, Cave di Cursi und Cava di Duca, oder in Musikkneipen. Die zwei angesagtesten Festivals sind das Salento Summer Festival, bei dem Ska-, Reggae-, Rock- und Hardrockgruppen aus ganz Italien aufspielen (www.salentosummerfestival.it) und das Carpino Folk Festival (www.carpinofolkfestival.com, Foto).Neben DJ-Sound gibt’s imClub Zenzero in Bari auch Livekonzerte (Traversa Colletta 12, (www.zenzeroclub.it). Jeden Donnerstag heißt es im Jack’n Jill (Salteno Via Vittorio Veneto 40, Cutrofiano) Ohren auf, denn der Club bietet angesagten Bands aus Apulien eine Bühne, auf der sie sich beweisen können.
L’abbazia di Santa Maria di Kàlena, in agro di Peschici (Fg) è lo specchio del disinteresse della proprietà nei confronti della tutela e della valorizzazione del patrimonio architettonico in suo “affido”. Ma è anche lo specchio di una colpevole dimenticanza della Soprintendenza ai beni culturali e architettonici della Puglia, Ente preposto alla tutela dell’ abbazia stessa. Infatti, nonostante dal 1997 l’attenzione dell’opinione pubblica nazionale sia molto forte su Kàlena, l’Ente di tutela non ha mai imposto (effettivamente e non soltanto sulla carta) ai proprietari le opportune misure di “conservazione” previste dalla normativa sui beni culturali.
Eppure il Ministero ha invitato da tempo la Soprintendenza a muoversi in questo senso. Il 23 aprile 2003 il soprintendente Giammarco Jacobitti rispondeva con questa nota rassicurante al Ministero che lo sollecitava ad applicare la normativa della legge 490/99 per l’abbazia di Kàlena: “Questo Ufficio, con nota n. 23673 del 23.09.2003, invitava i proprietari a contattare il funzionario tecnico di zona (allora era l’arch. Nunzio Tomaiuoli; ndr) per concordare la data del sopralluogo e le modalità di presentazione degli atti progettuali. A seguito di sopralluogo congiunto, i proprietari si sono impegnati a predisporre atti progettuali volti alla realizzazione delle seguenti opere:
a) risanamento delle creste murarie della chiesa e del recinto del complesso e successiva protezione con massetto in cocciopesto di colore grigio;
b) consolidamento e restauro della copertura lignea della campata absidale;
c) impermeabilizzazione degli estradossi delle navate laterali;
d) ricomposizione e bloccaggio degli elementi lapidei dell’ambito sommatale della vela campanaria e posa in opera di massetto protettivo in cocciopesto di colore grigio;
e) rifacimento dei canali di gronda e dei discendenti pluviali (in rame) sul prospetto laterale (lato cortile) della chiesa e dell’edificio adibito ad abitazione dei proprietari;
f) interventi di stilatura dei giunti dei conci lapidei lungo le sconnessioni della tessitura muraria;
g) bonifica dei vani della primitiva chiesa.
A riguardo, il soprintendente Jacobitti faceva presente al Ministero che i proprietari di Kàlena erano prossimi a trasmettere al suo Ufficio il progetto delle misure conservative del bene, concludendo con questa secca nota: “Qualora i suddetti Proprietari disattenderanno agli impegni assunti, questo Ufficio procederà immediatamente ai sensi degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99”.
Iacobitti quantificava il preventivo di spesa dell’intervento da realizzarsi a Kàlena: il costo del restauro dell’intero complesso poteva attestarsi presumibilmente intorno a un milione e mezzo di euro; riguardo poi alla sua funzionalità, la spesa (non inferiore a 750mila euro) poteva variare a seconda della tipologia funzionale che si intendeva conferirgli (museo, struttura di accoglienza, o altro).
Il 19 maggio 2003 il Ministero per i beni e le Attività culturali, Direzione Generale per i beni Architettonici ed il Paesaggio (Serv. III, Prot. N. 17790) rispondeva così al Soprintendente di Bari:
«E’ pervenuta a questa D.G. la nota prot. 7384 del 23 aprile 2003 con la quale la S.V., secondo quanto richiesto, riferisce nel merito dell’effettivo interesse e stato di conservazione dell’immobile nonché sugli interventi di restauro, e relativi costi, necessari a restituire funzionalità al bene medesimo. Non potendo questo Ministero, allo stato attuale, sopperire direttamente alle necessità di restauro e rifunzionalizzazione dell’immobile si ritiene di poter pienamente condividere quanto concordato tra la S.V. ed i proprietari del complesso.
«A tale proposito si rammenta che, secondo quanto stabilito dall’art. 41 del D.Lgs 490/99 comma 1: “Lo Stato ha facoltà di concorrere nella spesa sostenuta dal proprietario del bene culturale per l’esecuzione degli interventi di restauro per un ammontare non superiore alla metà della stessa”. Sarà dunque facoltà della S.V., valutata la qualità del restauro effettuato dal proprietario, concedere allo stesso un contributo pari anche al 50 percento della spesa sostenuta». La nota ministeriale era firmata dal responsabile del procedimento, architetto Maria Maddalena Scoccianti, e dal Direttore generale, architetto Roberto Cecchi.
In questi anni la Soprintendenza di Bari si è completamente dimenticata di Kàlena… Ha completamente rimosso la sua dichiarazione d’intenti di procedere all’applicazione degli articoli 37 e 38 del citato decreto legislativo N° 490/’99. Gli interventi di recupero ormai inderogabili per la sopravvivenza del monumento non sono mai stati imposti alla proprietà che andava obbligata dal 2003, come da normativa, all’esecuzione delle opere necessarie alla reintegrazione del bene culturale. In caso di inottemperanza, il Ministero era tenuto direttamente, d’ufficio, ad attuarlo, notificando le spese all’obbligato. Non lo ha mai fatto perché la Sovrintendenza non ha mai dato seguito alla sua nota del 2003.
I principi richiamati nella nota Jacobitti al Ministero sono stati riconfermati dall’attuale normativa, vigente dal 2004: il codice Urbani sui “beni culturali e sul paesaggio” mette sempre in primo piano la conservazione dell’integrità dei beni sottoposti a tutela, la loro valorizzazione ed il rispetto dell’interesse pubblico generale. L’articolo 95 del Codice Urbani prevede l’estrema ratio: se c’è un importante interesse a migliorare le condizioni di tutela ai fini della fruizione pubblica di monumento, esso può essere espropriato direttamente dal Ministero per causa di pubblica utilità. Lo stesso provvedimento può essere adottato dalla Regione Puglia.
Perché la Soprintendenza in tutti questi anni non ha mai dato un reale seguito all’invito ministeriale di portare avanti la questione del restauro di Kàlena? Perché ha ignorato la legge vigente, impedendo al Ministero di procedere nelle misure del restauro coatto e dell’esproprio? Perché non ha proceduto con celerità al progetto che avrebbe permesso di utilizzare i 500mila euro stanziati dal ministro Rutelli e azzerati nell’attuale finanziaria perché l’opera non è stata ancora cantierizzata?
Crediamo sia giunta l’ora che la normativa dell’esproprio venga finalmente applicata anche per Kàlena, visto che la Legge è stata disattesa da anni e il Consiglio Comunale di Peschici ha deliberato di procedere all’esproprio per pubblica utilità sin dal lontano 2005. Deliberato mai attuato. Con l’aggravante della perdita di un vecchio finanziamento (del Ministero dell’Economia) di 350mila euro.
Chiediamo al ministro Bondi di adoperarsi per l’esproprio immediato dell’abbazia di Peschici.
Kàlena non può aspettare oltre. Sta davvero crollando!
prof.ssa Teresa Maria Rauzino
presidente Centro Studi MARTELLA di Peschici
N:B: – Lo stesso testo, con qualche leggera variante, è stato inoltrato al presidente della regione Puglia Nichi Vendola
"Se vuoi dare fiducia ad un progetto che vuol credere innanzitutto alle persone del Gargano, di far valere la forza dell’unione e la propria appartenenza, allora continua a leggere. Il Gargano ha bisogno di tutti noi, oggi come non mai. Gli eventi negativi che hanno martoriato la nostra terra e la nostra immagine, esigono una risposta ferma e determinata. Gli atavici problemi garganici: dalla sanità ai trasporti, dal lavoro ai servizi sociali, dall’agricoltura al turismo, hanno bisogno di essere ricordati quotidianamente a chi ci governa. Essere o diventare pungolo positivo dipende da voi, da noi e da quanti vorranno spendere almeno un minuto della loro giornata per il prossimo. Il prossimo in questo caso siamo noi garganici. Solo la nostra consapevolezza unitamente alla vera laboriosità, potranno affermarsi ed essere determinanti. Se vuoi far sentite la tua voce, se vuoi una finestra sempre aperta sull’attualità, se vuoi.. […]"
Il link al blog è iosonogarganico.blogspot.com
Carpino Folk Festival 08: un’edizione riuscita nonostante la pioggia della serata finale
Quest’anno il Carpino Folk Festival ha compiuto tredici anni. Dal 1996 il Festival ha sicuramente cambiato volto nella formula, ma non ha mai tradito lo spirito e l’identità che fin dall’inizio ne hanno fatto, insieme alla qualità delle proposte artistiche, la fortuna. È una identità, questa, che l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival ha conservato gelosamente, e che ancora oggi, assieme al sempre altissimo livello del cartellone, è alla base del suo successo.
Nove sono state le date dall’1 al 9 agosto, 15 esibizioni delle compagnie e dei gruppi per un totale che supera i 160 artisti; ancora 3 laboratori didattici per i giovani musicisti che arrivano a Carpino da tutta l’Italia e anche dall’estero e poi progetti speciali e produzioni originali del festival, un concorso fotografico, una serata di teatro, una tavola rotonda di livello nazionale, proiezioni inedite di Andrea Pazienza, la Notte di Chi Ruba Donne con i concerti della tradizione e l’esibizioni dei Cantori di Carpino. Forte è il rammarico di non aver mostrato causa pioggia lo spettacolo che Teresa dei Sio, che da sempre ama cantare e suonare alla carpinese, aveva preparato insieme ad Antonio Piccininno tutto incentrato sul ritmo dell’identità garganica. Ma soprattutto peccato per non aver consentito ai Cantori di Carpino (in versione ampliata) di chiudere degnamente questa edizione e di salutare a loro modo quanti (tanti) sono giunti sul Gargano per godere dello stato d’animo che ancora la nostra festa paesana sa trasmettere.
Circa 35 tra giornalisti e fotografi accreditati, con presenze anche dalla Svizzera, dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dalla Francia.
Servizi televisi su Raiuno, Raitre, Telenorba. Per la stampa ad oggi registriamo articoli sul Corriere della Sera, La Repubblica, la Gazzetta del Mezzogiorno, Il Manifesto, il Mattino e il Quotidiano di Puglia, il Quotidiano di Foggia e l’Attacco. Infiniti i lanci stampa e le testate giornalistiche che si sono occupati del festival. A tal proposito è doveroso ringraziare le agenzie di stampa locali che hanno collaborato con noi: Puntodistella e il suo direttore Piero Giannini, Newsgargano, CorrieredelGargano. GarganoPress, Il Diariomontanaro, Il Grecale, Ondaradio e NewsGargano e Tuttogargano, ma ancora Teleradioerre, RadioManfredonia, RadionewDimension e Telenorba che riproporra interamente la serate del 6 a fine mese Agosto.
Grande successo di pubblico per l’edizione 2008 in media 9500 visitatori al giorno, con il picco di oltre 25.000 raggiunto con il concerto di Capossela per un totale di oltre 82.000 spettatori/attori.
Ottimi risultati che confermano il grande momento di popolarità che sta vivendo il festival della musica popolare e delle sue contaminazioni
Un po di ringraziamenti.
Alla Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco che ne ha concesso il patrocinio alla giornata di riflessione sul patrimonio culturale immateriale, e al Comitato per la promozione del patrimonio culturale immateriale che insieme a noi crede all’impegno concreto e quotidiano delle Comunità e della Società Civile nella tutela dei diritti culturali e nella protezione, trasmissione e valorizzazione sostenibile dei beni immateriali; a tutte le associazioni, istituzioni e singole persone intervenute. Nei prossimi giorni verranno resi pubblici gli atti del Convegno e i risultati raggiunti dai gruppi di lavoro.
A FestAmbiente Sud che insieme a noi ha organizzato la prima rappresentazione teatrale nell’ambito del Carpino Folk Festival, che sicuramente avrà un seguito nei prossimi anni.
Al Gal Gargano artefice della Notte di Chi Ruba Donne. All’Azienda per la Promozione Turistica di Foggia ed in particolare al neo assessore Nicola Vascello per aver creduto in noi e nel progetto F.F.S.S. A tutte le istituzioni dal Mibac, alla Regione Puglia, al Parco del Gargano, alla Comunità Montana del Gargano e al Comune di Carpino che ogni anno finanziano la nostra manifestazione.
A tutti coloro che hanno speso parole buone per la nostra rassegna, ma anche a chi ha evidenziato le carenze organizzative e non solo.
Ai ragazzi che hanno partecipato ai corsi di Danza, Tamburello e Chitarra Battente.
Ai Ricercatori e ai Giornalisti che con tanta pazienza hanno raccontato il nostro festival.
Ai partecipanti al Concorso Fotografico – Premio Rocco Draicchio, riempiteci di foto bellissime.
Ai tecnici che hanno garantito la buona riuscita della manifestazione.
Alla cittadinanza di Carpino per i disagi arrecati.
Alle forze dell’ordine che hanno saputo diligentemente svolgere il loro prezioso lavoro.
Ai Cantori di Carpino ed in particolare ad Antonio Piccininno (nei giorni del festival è uscita una nuova biografia a cura di Salvatore Villani – Antonio Piccininno Cantatore e Raccoglitore dei Canti Popolari di Carpino) per aver avuto parole per tutti i furestieri e per le tante interviste radiofoniche e televisive condotte insieme.
A tutti gli artisti intervenuti ed in particolare a Vinicio Capossela e a Teresa de Sio (fermata dalla pioggia) per aver costruito uno spettacolo ad hoc per il nostro festival.
Ma soprattutto ai volontari che ogni anno spendono le loro vacanze per far divenire il Festival di Carpino come qualcosa di più grandioso dell’idea stessa.
Ci piace chiudere con le parole di un garganico doc:
"Il Carpino Folk Festival è paragonabile ad una calamità naturale, dove sarebbe stupido e presuntuoso pensare di poterla combattere, al contrario, come è giusto fare con la natura e i suoi eventi, bisogna solo farsi da parte e capire che non si può fermare un fiume in piena, ma semmai costruire nuove dighe per sostenere ciò che ormai va ben oltre l’iniziativa di un piccolo paese garganico ricco di cotanta cultura".
Ci proveremo a partire da settembre prossimo rilanciando il Mito di Uria e il Patto Sovracomunale per lo sviluppo ecocompatibile delle cittadine che ruotano intorno al lago di Varano, per il momento arrivederci al Carpino Folk Festival 2009 che si terrà come sempre nella prima decade del mese di Agosto.
Ci lasciamo alle spalle anche questa edizione del Carpino Folk Festival,un’edizione stupenda che ha visto artisti di innegabile bravura esibirsi nello stupendo scenario della piazza del popolo di Carpino;si può parlare anche questa volta di grande successo della manifestazione, svoltasi all’insegna di due personaggi scomparsi che hanno portato e portano alto il nome del Gargano:Rocco Draicchio ,fondatore del Cff , e Andrea Pazienza,il grande fumettista che ha ambientato le sue storie nella stupenda terra del Gargano.
Non possiamo nascondere qualche rimpianto per l’ultima serata:purtroppo Teresa De Sio ha dovuto abbandonare il palco poco dopo aver iniziato la sua esibizione (che si preannunciava a dir poco spettacolare) a causa del violento temporale abbatutosi su Carpino ed i Cantori di Carpino non si sono esibiti affatto;ma non perdiamoci d’animo e cominciamo a prepararci per la XIV edizione del CARPINOOOOO FOOOOOOLK FESTIVAAAAAL!
di seguito alcuni video dell’evento girati da me;a breve dovrebbe essere disponibile anche una ricca gallery con le foto delle varie serate.
edit:ho deciso di hostare le foto sul mio space msn;purtroppo li non sono visibili ad alta risoluzione;mi appresterò a caricarle da qualche altra parte a breve
“Chi la vede diversamente da noi, vuol dire che ne sa più di noi!”
E’ con una certa emozione che riporto questa frase, un po’ perché diseppellisce ricordi sedimentati nel tempo, un tempo lontano più di vent’anni, e molto per l’indicativa motivazione che in questa semplice frase – priva di arroganza, modesta, quasi umile – è racchiusa la personalità di “don Peppe”. No, non un sacerdote, ma un uomo che racchiudeva in sé la CORRETTEZZA, l’OSTINAZIONE, la LUNGIMIRANZA dello studioso attento, l’ONESTA’ e la RIGOROSITA’ del ricercatore di razza, la BUONAFEDE di colui che non è mai certo e non si perita di propalare notizie senza prima averle verificate.
Mi faceva chiamare da mio cognato appena aveva sentore che ero in zona. Sapeva, d’altronde, che quello era il mio tempo: fine giugno – primi di luglio, quando trascorrevo le mie vacanze estive a Peschici. Il nostro rapporto era iniziato con la consegna, sempre al mio–suo tramite, delle genealogie (le chiamava “prosàpie”, con termine ottocentesco, disusato, facente parte del suo caratteristico lessico) le genealogie delle due famiglie di mia moglie, i Fasanella e i Lo Buono. Fui costretto … per mera educazione … dovevo pur ringraziarlo … a salire le quattro rampe, ripide e spezza-gambe della sua abitazione … abitazione in cui si era ritirato da poco.
Veniva da Napoli, dove si era preparato il lavoro e l’impiego del tempo della vecchiaia saccheggiando, da autentico “topo” famelico, la ricchissima Biblioteca Nazionale partenopea, nella quale aveva trovato di tutto. Le “prosapie” no, le prosapie le aveva estrapolate dalle documentazioni e dai verbali della Chiesa Madre di Peschici, Sant’Elia Profeta, purtroppo monchi, incompleti, risalenti al massimo al 6 –700, e dagli archivi comunali, purtroppo monchi, incompleti … anch’essi … per improvvisati trasferimenti, distratti e colpevoli traslochi di uffici, calamità naturali … terremoti … e colpevoli calamità … incendi … incuria … leggerezza … SUPERFICIALITA’!
Fui costretto …
L’anno dopo, il nostro abituale tramite mi consegnò un “libretto” (lo dico con affetto) cortesemente completo di dedica … vergata con la caratteristica scrittura coreografica e aulica delle persone erudite dei primi decenni del secolo scorso … dalla cui lettura cominciai a comprendere con quale tempra di uomo mi stessi confrontando e quale onore mi concedesse ricercando il contatto con me. Però compresi anche che qualcosa si stava muovendo nell’area culturale di questa cittadina in cui avevo lasciato il cuore … per essere poi abbandonato … e nella quale da nove anni ho messo radici.
Il “libretto” era l’ “operina” (riporto anche tale termine con vero affetto) sui consolati ragusei citata da chi mi ha preceduto. Cui seguì altro lavoro, più consistente, pregnante più nel suo significato intrinseco che nella dovizia di riferimenti, il quale mi confermò la sensazione precedente. Entrambe le fatiche stavano per trasfigurarsi in autentiche pietre miliari della cultura peschiciana. La seconda ancora più della prima, anche se … come dire … affrettata, visibilmente informata alla impellente urgenza di fare presto, di non avere più molto tempo davanti a sé, e alla necessità incombente di comunicare a eventuali … possibili … usurpatori … “ATTENTI … Signori … ora basta … io ci sono … e questa è solo un’anticipazione … il resto, a completare il tutto, verrà … dopo … tra un po’ … forse presto … forse tardi … chi può dirlo … ma verrà!”
La seconda ancora più della prima, dicevo. Me lo suggerì il titolo: “Peschici illustrata – Nella storia e nelle leggende”. Capii che una piccola scossa tellurica stava riassestando e risistemando, finalmente, la zolla tettonica, il substrato di un paese di cui non si avevano ampie documentazioni storiche. Lo avevo accertato sulla mia pelle quando, anni prima, una decina, avevo deciso di proporre ai miei primi editori 60 bozzetti peschiciani (tanti quanti i miei giorni di ferie) che chiamai “Scapizzë – Note dal Sud”. Ero al 59.mo e mi mancava quello da imperniare sulla nascita del paese. Mi precipitai in Biblioteca comunale, al tempo era alla bell’e meglio … disorganizzata … in un locale sul retro del Municipio, e non vi trovai assolutamente nulla. NULLA!
Ecco perché il lavoro che Martella mi faceva recapitare mi illuminò: voleva significare che Peschici aveva una sua storia e adesso qualcuno la riesumava, la metteva in bella e la dava alle stampe. Peschici non era insomma un paese nato dal niente. Ne fui felice, per lui e per Peschici, e non mi sentii più … costretto … a salire i suoi ripidi e spezza-gambe gradini! Da allora affrontai lo sforzo con gioia e ogni volta con rinnovata attesa, e da lì partirono interi pomeriggi, almeno due o tre a stagione, a ogni mia venuta vacanziera, che durarono anni, in cui mi raccontava dei suoi lavori, delle sue ricerche, delle sue … scoperte … dei suoi contatti ricercati … col Montenegro, con intellettuali dell’altra sponda adriatica … con biblioteche russe.
Gli brillavano gli occhi quel giorno che mi mandò a chiamare – ero arrivato da poco in ferie e non avevo trovato ancora il tempo di andare a salutarlo. Gli brillavano gli occhi perché c’era … QUALCOSA … che doveva assolutamente dirmi: aveva trovato nel suo albero genealogico l’orma di un antenato autore di un DICTIONARIUM ILLYRICUM – LABORE di PADRE IACOBI MICALIA del 1649, e non vedeva l’ora di esibirmelo. Era riuscito a recuperarlo. Risalii quegli scalini ripidi e spezza-gambe e lo trovai sulla porta di casa. Entrai dietro di lui, poi nel suo studio. Andò alla parete tappezzata di volumi e con la noncuranza dell’uomo di lettere e di cultura che tratta i libri dandogli del tu estrasse il dizionario e me lo consegnò. Mi sembrò di aver ricevuto una reliquia e come tale lo trattai, a differenza sua.
In quel momento assimilai il concetto che da quell’uomo sarebbero scaturite altre mirabolanti sorprese. Toccai con mano la tenacia dello studioso instancabile che non si ferma davanti alla prima “impasse” e ostinatamente prosegue avendo fisso al di là di ogni ostacolo l’obiettivo intravisto. La costanza del “topo di biblioteca” che scava con metodo ignorando rassegnazione e stanchezza. La visione ecumenica di ogni aspetto della corda che fosse andato a toccare, per caso (molte volte), per fortuna (altre), per ispirazione (altre ancora). E la capacità rinascimentale di resuscitare carte che si pensavano morte e invece avevano ancora in sé linfa di vita.
E le sorprese scaturirono, come acqua sorgiva che trovi alfine la strada per offrirsi all’assetato. Dopo la mia disponibilità a pubblicargli sul giornale dove avevo preso a lavorare full time, e i miei “ritocchi” stilistici al suo ovvio, perché connaturato periodare ottocentesco, richiesti e permessi, in modo da proporre al lettore un prodotto più fluido e alla sua portata, le sorprese … “LA” sorpresa arrivò. Non dopo … occorre puntualizzarlo per comprendere meglio quanto avvenne più tardi … altre sorprese da lui subite e di cui aveva cominciato a rammaricarsi puntualmente ogni volta che ci s’incontrava. Inutile approfondire. Sarebbe poco ossequioso nei suoi riguardi. Mi sembrerebbe di violarne la privacy.
La sorpresa arrivò insieme con il suo apprezzamento per il lavoro di rifinitura che operavo sui pezzi giornalistici che mi mandava e io, responsabile – fra le tante – della pagina della cultura del quotidiano in cui ero segretario di redazione, pubblicavo. Arrivò nel mio solito periodo feriale. E fu straordinaria. Senza mezzi termini, mi allungò un faldone, saranno stati 4-500 fogli dattiloscritti, 500 pagine di cui mi chiedeva la revisione stilistica. Ho ancora davanti agli occhi sia il gesto sia il prodotto della sua testarda voglia di darlo alla luce.
Sul frontespizio lessi: “Memorie storiche della città di Peschici”. Lui disse: “Solo tu puoi farlo”.
Mi schermii, non tanto per falsa modestia – falsa perché chi mi conosce sa quanto sia abissale la mia presunzione intellettuale – quanto per il lavoro e l’impegno che mi stavano cadendo come una tegola fra capo e collo. Lavoro che avrebbe previsto un tempo di cui all’epoca non disponevo, data la pesantezza della mia giornata al giornale. Fu la giustificazione con cui rifiutai il non indifferente Capì, o fece finta di capire, ma ci rimase male. “Troverò qualcun altro” mormorò. “Ma deve essere come dico io!”
Ci rimase male … ma non si astenne dall’accennare, solo accennare, ai contenuti dell’ultima, titanica, fatica. Una storia del paese che non iniziava, come sempre si è fatto e tuttora si fa, da un nome … il nome di Sueripolo … e da un numero … 970 (anno della presunta nascita del paese), ma da molto più indietro. Partendo da una frase in latino volgare riportata da un documento che don Peppe si è sempre ostinato a chiamare “Memoriali di Calena” (forse il famoso Regesto di Mainardi del 1592 ??? Solo gli attuali e veri ricercatori potranno venirci in aiuto), partendo da quella frase in cui legge di una “Pesclizo destructa”, era risalito, attraverso ricerche durate anni … la cui fonte solo lui sapeva individuare e di cui mi aveva reso inconsapevole partecipe chiedendomi di recuperare nella fornitissima biblioteca della facoltà barese di Lettere Antiche e far tradurre un enciclopedico documento latino di un certo … no, non lo nominerò e non ho nessuna intenzione di rivelarlo, salvo a chi dimostrerà di essere veramente interessato all’opera di Giuseppe Martella e a esaltarne la paternità … era risalito, spiegavo, a un precedente ancorché limitato agglomerato urbano la cui epoca andava inquadrata in un momento storico di cui … di cui non volle dirmi nulla. Fu la sua “revanche” al mio rifiuto. “Se decidessi di lavorarci sopra, lo verresti a sapere … anche perché, senza saperlo, la chiave me l’hai offerta tu” sussurrò.
Dopo, e solo dopo … oggi, e solo oggi … ricollego alla rivelazione racchiusa nelle sue “Memorie” la sua antica richiesta di sondare le profondità dell’Ateneo barese e la faticosissima traduzione sulla quale, per amicizia nei miei riguardi, lavorò varie settimane la responsabile della biblioteca di facoltà. Se fossi stato meno rispettoso del lavoro altrui, meno serio, lasciatemelo dire, e meno … onesto, avrei finto di sobbarcarmi il faticoso impegno, mi sarei fotocopiato le 500 pagine e gli avrei restituito il lavoro scusandomi per non averci potuto mettere mano.
Non lo feci e, dovete credermi, è il cruccio che ancora mi rode lo stomaco. Avrei salvato qualcosa della cui esistenza sono certo. Primo: perché l’ho avuto fra le mani e ne discussi con lui, anche se molto superficialmente per sua scelta e volontà. Secondo: perché la revisione fu richiesta da Martella a don Giuseppe Clemente, e anche lui se lo ritrovò fra le mani e anche lui, per impegni, restituì senza averci messo mano. Un cruccio che s’irraggia al di fuori della mia persona perché continua a tenere Peschici ancora nell’ignoranza del suo autentico passato. E il passato, lo sappiamo bene tutti, è l’humus nel quale si affondano le radici del presente, matrice delle esperienze future.
Un cruccio che si alimentò in maniera impressionante poco tempo dopo, pochissimo tempo dopo, alla notizia della scomparsa del “Grande Vecchio”. Ho tentato in varie maniere di venirne a capo, redigendo persino una “provocazione alla famiglia” in conclusione del saggio scritto per i fratelli Afferrante l’anno successivo alla inaugurazione delle segrete del Castello da loro restaurate, qualcuno ne ricorderà il titolo: “Il Castello sulla Rupe”. Nella circostanza parlai di un armadio che andava aperto. Qualcuno, tempo dopo, mi assicurò che si era dato corso alla richiesta apertura … e … non s’era trovato nulla!
Oggi vengo a conoscenza che … invece … qualcosa è stato trovato … ce l’ho qui … ma soltanto a vederlo, a tenerlo in mano, a soppesarlo, ho capito che non era quanto speravo. Ecco perché sono intimamente convinto che abbiamo perso uno fra i documenti più preziosi legati alla storia di Peschici! E allora l’appello non può che essere il seguente: cercate ancora … cercate … cercate … cercate!
Sono trascorsi anni e io ancora mi mordo le dita. Cosa c’era in quelle memorie, ricostruite con la pazienza del più certosino fra i certosini, di tanto prezioso da consigliare l’autore a scegliersi con tanta accortezza i comprimari (prima io, poi don Giuseppe)?
E POI: su quale mistero, su quale “segreto” aveva messo le mani?
RIUSCIREMO A SAPERLO … UN GIORNO?
Piero Giannini (puntodistella.it)
Siamo tutti in fermento ed in attesa per questa ennesima serata del Carpino Folk Festival sul ritmo della Municipale Balcanica;intanto, per chi non avesse avuto la possibilità di vedere il concerto di Vinicio Capossela ,ci sono questi video della serata del 5 agosto.Ci scusiamo per la bassa qualità , ne cercheremo di migliori
Il video e’ stato cancellato dallo spazio su Splinder
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