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Antonio Basile (Ufficiale)

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Paesaggi sonori del Salento tra registrazioni e fotografie

Dal canto ai rumori dell’aratro, le registrazioni di Gianni Bosio in un libro sorprendente, «1968: una ricerca in Salento. Suoni grida canti rumori storie immagini, a cura di Luigi Chiriatti, Ivan Della Mea e Clara Longhini», con tre Cd. Il volume sarà presentato il 1 ottobre, alle 17,30 al Circolo Gianni Bosio. Per l’occasione, una mostra delle foto di Clara Longhini e Alan Lomax. A seguire, un intervento musicale dei Malicanti
Alessandro Portelli

All’inizio di agosto del 1968, Gianni Bosio e Clara Longhini sono a Lecce. Sono in vacanza in Salento ma (come negli anni seguenti in Calabria, Sicilia e Sardegna) la vacanza è un viaggio di ricerca e di scoperta, con registratore, macchina da presa, diario di lavoro. Il mercato di Lecce, annota Clara Longhini, non ha niente di speciale. Persino le grida dei venditori sono assenti o deludenti. E allora, invece di spegnere il magnetofono, Bosio fa una cosa insolita: allarga il campo e registra il vocìo, i rumori del traffico, il «paesaggio sonoro» della città. Un gesto che sottolinea la trasformazione da lui immessa nella ricerca sul campo: non solo i materiali codificati, le forme riconosciute (le grida dei venditori) ma un contesto ampio, di cui ancora non riconosciamo le forme (e che magari non ne ha) ma che cominciamo a documentare per poterci ragionare in futuro. Qualche anno prima, così era cominciata la ricerca in città: con il registratore a un angolo di strada a Milano, fissando il suono della metropoli.
Il luogo è importante (un Salento ancora non di moda) ma lo è anche il tempo: siamo nel 1968, mentre mezzo mondo sta sulle barricate Gianni Bosio sta a Otranto, Martano, Calimera, Lecce, e registra cose apparentemente lontanissime, in realtà il sostrato profondo dei sommovimenti visibili. Poi – annota Clara Longhini – siccome è in vacanza, si siede sotto l’ombrellone con le gambe al sole e si scotta perché è troppo immerso nella lettura di un libro affascinante: il Capitale di Marx.
La storia di quei diciassette giorni è adesso in un libro elegante e sorprendente 1968: una ricerca in Salento. Suoni grida canti rumori storie immagini, a cura di Luigi Chiriatti, Ivan Della Mea e Clara Longhini (Kurumuny, Calmiera-Lecce, 2007, pp. 347 e tre Cd audio, 25 euro). Naturalmente, Bosio e Longhini non raccolgono solo rumori e paesaggi sonori, ma anche molte storie e moltissima musica. Come già nelle precedenti registrazioni di Lomax e Carpitella, c’è un poco di pizzica (alla festa di San Rocco a Torrepaduli ascoltano «una movimentata tarantella napoletana, definita localmente pizzica») e tante altre espressioni di una cultura materiale, linguistica, musicale tutt’altro che unidimensionale e consumabile. Di questi nastri, avevo sentito solo il lacerante lamento funebre di Angela Bello a Otranto. Adesso, mi affascina ascoltare – cantata dalla figlia di Angela che l’ha imparata dalla madre – una bella versione del Testamento dell’avvelenato, una ballata che circola dall’Italia alla Scozia agli Stati Uniti (io l’ho sentita da immigrate calabresi in una borgata romana) e da Angela Bello a Bob Dylan e Harry Belafonte. Ma il momento più alto è la completa registrazione del canto di passione grecanico, I passiùna tu Cristù, eseguita da cantori e suonatori che ritroveremo trent’anni dopo in uno splendido disco delle edizioni Aramirè (anche a questo servono le registrazioni: a vedere che cosa resta e cosa cambia, nel canto e nei cantori, nel corso del tempo). Raramente una performance di tradizione orale ci è stata restituita con tanta accuratezza documentaria, degna erede dell’acribia filologica di Gianni Bosio: comprende la registrazione sonora, che occupa un intero Cd, l’analisi musicologica e la trascrizione musicale curate da Ignazio Macchiarella, nonché la trascrizione e traduzione del testo affiancate dalla riproduzione anastatica del manoscritto del cantore Salvatore Russo. Al centro del libro stanno le fotografie di Clara Longhini (che insieme col diario danno la misura di quanto sia stato importante il suo contributo, spesso misconosciuto, all’intero progetto di ricerca del Nuovo Canzoniere Italiano e dell’Istituto Ernesto de Martino). Come le registrazioni a microfono aperto, anche le fotografie sono il risultato di uno sguardo ad ampio raggio: i visi e le posture dei cantori e dei narratori, ma anche le luci della festa, gli affreschi bizantini, le processioni, i vestiti, un asino bardato, i contesti di lavoro. Mentre Bosio registra i suoni dell’aratura – il canto, ma anche la campanella, gli incitamenti al cavallo, gli scricchiolii del carro e dell’aratro – Clara lo accompagna con una sequenza di immagini, che ci aiuta a capire il senso dei suoni.
Proprio la registrazione di Martano induce Bosio a una serie di riflessioni raccolte nel saggio incompiuto che conclude il libro, sull’importanza della relazione fra performance, funzione e contesto. Sono annotazioni autocritiche rispetto alle precedenti esperienze del Nuovo Canzoniere e dei Dischi del Sole, ipotesi di nuovi approcci e progetti di nuovi lavori. Purtroppo, poco di tutto questo si poté realizzare. Tra i motivi ricorrenti nel diario di Clara Longhini, infatti, ci sono i limiti che le ristrettezze finanziarie impongono a una ricerca condotta fuori degli schemi istituzionali e mercantili: lei che ha finito i rullini proprio mentre inizia la danza-scherma a Torrepaduli, Bosio che contravviene alla sua norma fondamentale e ogni tanto, per risparmiare sul costosissimo nastro, spegne il registratore. È un po’ una metafora delle difficoltà che il movimento fondato da Bosio sperimentò in tutta la sua esistenza e che si veniva accentuando, paradossalmente, proprio in quegli anni di ripresa del movimento. Anche perciò, ci sono voluti quasi quarant’anni perché i materiali vedessero la luce. Forse, se fossero usciti allora, tanti equivoci ce li saremmo risparmiati.
Nel 2005, Clara Longhini torna in Salento. Molte cose sono cambiate: «Non ci sono più animali nei campi. Buona cosa, certo, ma…» Ma qualcosa si è perso. Nel suo diario, pubblicato qualche anno fa dalle edizioni Aramirè, Luigi Stiffani, il violinista delle tarantate, parlava della scomparsa di altri animali: adesso, diceva, il ragno che avvelenava le tarantate non c’è più, perché nei campi ci sono tanti veleni nuovi e anche quelle bestiole sono scomparse. Al dolore che si esprimeva nel tarantismo si sostituiscono veleni e sofferenze irriconoscibili, perché spesso nascoste sotto la maschera del progresso.

Petracca Libera di Carpino tra i candidati garganici nelle liste ‘Democratici per Veltroni’

Le elezioni primarie si svolgeranno domenica 14 ottobre 2007 dalle 7.00 alle 20.00, in un seggio allestito dai comitati promotori in ogni città del Gargano.
Potranno partecipare liberamente tutti i cittadini che abbiano compiuto 16 anni, compresi i cittadini stranieri con regolare permesso di soggiorno.
Partecipare col voto alla costituzione del Partito Democratico non significa assolutamente iscriversi al PD.
Gli elettori riceveranno due schede: una per eleggere il segretario nazionale e l’assemblea costituente nazionale; l’altra per eleggere il segretario regionale e l’assemblea costituente regionale.
Per votare Veltroni, segretario nazionale, nella lista “Democratici per Veltroni” e Emiliano, segretario regionale della Puglia, nella lista “Democratici per Emiliano”(collegata a Veltroni) basterà apporre un segno su una parte qualsiasi del relativo riquadro.
Queste le liste dei “democratici” a sostegno di Veltroni:

Per l’assemblea nazionale “Democratici per Veltroni”
Leggieri Loredana     S. Marco in Lamis
Cusenza Gaetano     S. Giovanni Rotondo
Petracca Libera        Carpino (in boccalupo)
Giuffreda Antonio       Vieste

Per l’assemblea regionale “Democratici per Emiliano”
Giuffreda Carmela                S. Giovanni Rotondo
Squeo Costantino                 Sannicandro G.
Carbonella Filomena           Ischitella
Di Carlo Michele Eugenio    Vieste
Abruzzese Donatella             Vico del Gargano
Azzellino Michele                   Rodi G.
De Simone Palma Maria     Cagnano Varano

Comitato Garganico Democratici per Veltroni e Emiliano

Unesco, a Roma il convegno sul Patrimonio intangibile

Un convegno internazionale e una grande festa, a Roma rispettivamente il 29 e 30 settembre, celebrano la sottoscrizione da parte dell’Italia della convenzione Unesco per la salvaguardia del patrimonio culturale intangibile. «Noi partiamo per ultimi, ma poi diventiamo i primi», ha detto il sottosegretario ai Beni culturali Danielle Mazzonis, ricordando il «grandissimo ritardo» con cui il Parlamento ha approvato (all’unanimità alla Camera e al Senato) nelle scorse settimane le due convenzioni sulle diversità culturali e sui Beni Intangibili. Quest’ultima, ha proseguito il sottosegretario, «riguarda tutto ciò che ci caratterizza, dalle feste ai dialetti, dalla musica alle specificità culinarie». «L’Italia ha molto da inserire in queste liste», ha aggiunto la Mazzonis, e potrebbe accadere come per i siti del Patrimonio culturale, dove il nostro paese è partito in ritardo, ma ora è quello che ne detiene il numero più alto. Il convegno internazionale di sabato, che si svolgerà alla Biblioteca Nazionale, ha appunto lo scopo di illustrare a Regioni e enti locali la nuova convenzione, far conoscere cosa sta già accadendo all’estero (soprattutto in Francia), in che consiste l’iter burocratico per presentare le eventuali candidature, che il ministero dei Beni-attività culturali proporrà quindi in sede Unesco. In Italia c’è grande urgenza di rintracciare queste espressioni di cultura intangibile che altrimenti rischiano la dispersione, con la conseguente scomparsa di molte manifestazioni, ha detto l’assessore alla Cultura della provincia di Roma Vincenzo Vita, che ospita Le giornate della Cultura Immateriale: musiche, danze e cortei ai Fori Imperiali. «Non si tratta di fare i passatisti – ha aggiunto – questo non è folklore, ma l’occasione di sviluppare, in epoca di globalizzazione, il valore del locale».

La inesausta metamorfosi delle culture immateriali

Anticipiamo uno stralcio della relazione che il presidente del circolo Gianni Bosio terrà oggi al convegno organizzato alla Biblioteca nazionale di Roma. Il tema riguarda il lavoro, la memoria e la salvaguardia della tradizione orale
Alessandro Portelli – 29/09/2007

Scriveva Ralph Waldo Emerson, poeta e filosofo del Rinascimento americano: «La sacralità inerente all’atto della creazione, all’atto del pensiero, viene trasferita alla sua registrazione. Il cantare del poeta era sentito come qualcosa di divino; pertanto, anche la canzone è divinizzata. Lo scrittore era uno spirito giusto e saggio; d’ora in avanti, allora, il libro è perfetto, e l’amore per l’eroe diventa amore per la sua statua.» Ciò di cui Emerson ci parla riguarda la differenza fra un bene immateriale come processo, come azione – l’atto del cantare – e l’idolatria verso il suo consolidamento come testo, registrazione, libro, manufatto.
L’atto, la capacità creatrice è quello che conta; il risultato ne è solo la testimonianza. Questo è tanto più vero in quelle culture che, affidandosi soprattutto all’oralità, producono i cosiddetti beni culturali immateriali: beni, cioè, che non consistono in oggetti o in testi, ma nella possibilità socialmente diffusa di crearli o ri-evocarli. Una tradizione infatti non è un repertorio di forme immutabili, bensì un processo in continua evoluzione, reso possibile dalla capacità dei suoi protagonisti di evocare memoria e di produrre cambiamento.
Scrive Leslie Marmon Silko, autrice americana indiana Pueblo: «Oggi la gente pensa che le cerimonie dovrebbero essere eseguite esattamente come si è sempre fatto, e che basta un lapsus perché la cerimonia debba essere interrotta o il disegno di sabbia distrutto. Ma il cambiamento è cominciato già molto tempo fa, quando la gente ha ricevuto in eredità queste cerimonie, non fosse altro che per l’invecchiare del sonaglio di zucca giallo o il restringersi della pelle sull’artiglio d’aquila, o anche solo per come cambiavano le voci di generazione in generazione di cantori.» Dunque, lavorare per i beni immateriali della tradizione orale non significa proteggere l’immutabilità di culture folkloriche pensate come residui congelati di passati localistici (come nel folklorismo fascista che relegava il mondo popolare in uno spazio di subalternità con la pretesa di esaltarne le tradizioni). Significa, piuttosto, garantire il diritto e la possibilità che la tradizione si trasformi con i suoi stessi mezzi e secondo le proprie necessità, e che questa trasformazione non sia né eterodiretta né imposta.
D’altra parte, la memoria stessa è soprattutto un processo: non un deposito di dati in via di progressivo disfacimento, ma una perenne ricerca di senso nel rapporto con il passato e nel riuso dei repertori culturali. Nessun cantore o suonatore eseguirà due volte lo stesso brano nello stesso modo, nessun narratore dirà due volte la stessa storia con le stesse parole; perché, anche se vengono dal passato, queste espressioni si materializzano nel presente e il presente vi irrompe con le sue domande e le sue richieste. Infatti, gran parte delle forme espressive popolari sono destinate all’improvvisazione: basta pensare allo stornello, al blues, all’ottava rima, persino al rap, ai muttus della tradizione sarda. In questo caso, non è tanto la singola ottava o il singolo stornello a costituire un bene culturale, quanto la capacità del cantore o del poeta di reinventarne sempre di nuovi.
Per questo però, come scrive un’altra autrice Pueblo, Paula Gunn Allen, le culture che fanno affidamento sull’oralità sono sempre «a una generazione dalla scomparsa»: basta il silenzio di una generazione perché essere si perdano. Le culture popolari hanno i loro specialisti ma non si affidano solo a loro: ciascuno mette mano alla loro continuità anche solo ripetendo (a modo suo) le espressioni trasmesse nella memoria culturale. Come mediano fra memoria e innovazione, continuità e cambiamento, così le culture dell’oralità si collocano su un difficile e affascinante crinale, fra il locale e il globale. Rinchiudere il «folklore» dentro una definizione regionalistica locale è un’altra violenza. Proprio perché sono immateriali, le creazioni della cultura orale volano senza frontiere: nel sud segregazionista degli Stati Uniti, la sola cosa che bianchi e neri condividevano era la musica. Se una ballata come Il testamento dell’avvelenato la troviamo in Italia nel XVI secolo, oggi è in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, fatta propria da Bob Dylan e persino dai Led Zeppelin.
Tutto ciò non nega l’importanza della documentazione e della conservazione dei testi e degli oggetti. Nel suo «Elogio del magnetofono», Gianni Bosio notava che proprio la possibilità tecnologica di fissare le performance della cultura orale rende possibile la loro conoscenza critica e quindi il riconoscimento della loro complessità e ricchezza. Questo è il compito della documentazione: i beni culturali immateriali non si identificano con le registrazioni, con i manufatti, con i testi raccolti negli archivi, nelle biblioteche, nei musei; ma abbiamo bisogno di archivi, biblioteche, musei per documentare la storia, per riconoscere le trasformazioni, anche semplicemente per mettere in scena il pubblico riconoscimento dell’importanza – più ancora che di questi oggetti – delle persone e dei gruppi sociali che li hanno creati e che continuano a farlo.
Gianni Bosio affermava, a proposito di culture non egemoni, che il lavoro culturale è destinato a trasformarsi in lavoro politico perché deve proteggere e creare politicamente le condizioni della propria possibilità: la libertà di parola e di comunicazione, l’uguaglianza, la presenza dialogica e antagonista del mondo popolare. Diceva Woody Guthrie: «la canzone popolare è forte se è forte il movimento operaio»: le culture popolari vivono se vive il potere sociale dei loro protagonisti e creatori, se vivono le loro forme di rappresentanza organizzata e di presenza consapevole, i loro diritti civili e politici.
Una politica di tutela e promozione dei beni culturali immateriali comincia con la difesa e l’allargamento della democrazia, della cittadinanza, del diritto di parola e, soprattutto, del diritto a essere ascoltati. Comincia ripensando al grande insegnamento di Ernesto de Martino, quando ricorda i suoi anni di ricerca etnografica al sud: «entravo nelle loro case – scriveva – «come un compagno», come un ascoltatore intento non a estrarre da loro canti o formule o credenze, ma a vivere con questi uomini del nostro tempo, questi cittadini del nostro paese, dentro una storia che è la nostra stessa storia.

Dagli agrumi all’anguilla di Lesina, dal caciocavallo podolico alla capra, dalla fava di Carpino alla vacca podolica

«Appena fuori dai confini della provincia di Foggia, gli elementi che la valorizzano nel suo complesso sono riconosciuti anche da organizzazioni prestigiose e assai attente a selezionare gli spicchi del territorio italiano dove si conserva l’equilibrio tra qualità e tipicità degli alimenti. È questa la nostra risorsa maggiore: per la vita di chi risiede e per coloro che scelgono di venire nella provincia di Foggia». Così Antonio Giuffreda commenta l’ingresso dei formaggi di capra garganica tra gli oltre 200 Presìdi italiani tutelati dalla Fondazione Slow Food per la Biodiversità.
A Bra, in provincia di Cuneo, dove lunedì si è tenuta l’edizione 2007 di "Cheese", è stato Pierangelo Masullo, giovane allevatore foggiano, a raccontare l’esperienza delle produzioni ricavate dall’allevamento della capra garganica, razza estremamente rustica che ben si adatta al difficile ambiente dell’altopiano pugliese. L’animale, a rischio di estinzione, riesce infatti a resistere alle alte temperature della zona e regala un latte profumato e ricco di aromi.
«Il Gargano è un pezzo di Capitanata che dobbiamo tutti valorizzare -dice ancora Giuffreda, candidato nel collegio numero 2 di San Giovanni Rotondo, nella lista "Democratici per Veltroni" per l’assemblea costituente nazionale del Partito Democratico-. Insieme al patrimonio ambientale, esprimiamo valori fondamentali per il benessere e la qualità della vita delle persone, come dimostra anche il fatto che qui sono stati riconosciuti già 6 presìdi Slow Food sui 10 pugliesi: dagli agrumi all’anguilla di Lesina, dal caciocavallo podolico alla capra, dalla fava di Carpino alla vacca podolica».
Da OndaRadio

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Fava di Carpino
I terreni calcarei e argillosi di Carpino sono perfetti per la coltivazione delle fave. E non a caso proprio qui, da sempre, si coltiva una delle varietà più apprezzate di tutta la Puglia. Si produce in rotazione con il grano duro, le barbabietole da zucchero, i pomodori e i lupini.
La semina avviene nei mesi di ottobre e novembre. Non si concimano (anzi, la fava è una pianta che arricchisce il terreno di azoto) e non si trattano: le erbette infestanti si tolgono a mano. A giugno, quando le piante sono ingiallite, si falciano a mano e si legano in covoni (i cosiddetti manocchi) che si lasciano seccare sul campo. Nel frattempo si predispone un’area circolare (arij) bagnando il terreno, ricoprendolo di paglia e pressandolo. Lo scopo è quello di creare uno strato duro e compatto su cui poter lavorare. Nel mese di luglio, quando i manocchi sono ben secchi, si sistemano sull’arij (dopo aver eliminato la paglia) e, quando il sole è alto, si passa alla fase della pesa: un agricoltore sta al centro dell’area, mentre uno o più cavalli girano in tondo schiacciando i covoni. Quindi, con tradizionali forche di legno, si separano le fave dalla paglia. Per eliminare anche le particelle più minute, infine, si sollevano con pale di legno e si gettano in aria approfittando della brezza pomeridiana.
Gli appezzamenti destinati alle fave di Carpino sono perlopiù molto piccoli – in media mezzo ettaro – e la produzione è quantitativamente modesta.
I produttori del Presidio coltivano anche lupini e olivi, da cui ricavano olio extravergine e olive da mensa.
A tavola
Piccolina e con una fossetta nella parte inferiore, la fava di Carpino è verde al momento della raccolta e, con il tempo, diventa color bianco sabbia. Tenera e saporita, tradizionalmente si cuoce nelle pignatte di terracotta sul fuoco dolce del camino. Si mangia come contorno – condita semplicemente con un filo di extravergine di oliva – oppure come primo piatto: cotta con erbe spontanee, con la zucca oppure con la carne di maiale.
La tradizione abbina questi semplici piatti a un vino rosato; per rimanere sul territorio, si scelga un rosato di Castel del Monte. Il corpo e la spiccata acidità di questo vino contrastano con le note dolci della fava e della zucca, riequilibrando piacevolmente il palato.

L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival riconosciuta come protettrice di un patrimonio che fa parte di tutti noi

L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival riconosciuta come protettrice di un patrimonio che tra cultura tradizione, folclore o cultura immateriale, fa parte di tutti noi
FOGGIA – Grande soddisfazione da parte dell’Associazione Culturale Carpino Folk Festival per la ratifica da parte della Camera dei Deputati della Convenzione UNESCO per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale avvenuta lo scorso 13 settembre.
«Finalmente – si legge in una nota – sarà possibile partecipare a pieno titolo ai lavori del Comitato intergovernativo per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, che ha già riconosciuto per l’Italia i Pupi siciliani e i Tenores sardi, come parte di un tessuto di tradizioni e feste che va oltre i nostri confini e che in tutto il mondo rappresenta una straordinaria ricchezza italiana».
«L’Italia adesso potrà presentare, a partire dal 2008, le proprie candidature per le prime iscrizioni nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO – prosegue la nota – ricordiamo che questa convenzione disciplina finalmente un settore sinora scarsamente riconosciuto dal punto di vista giuridico, comunemente definito come cultura tradizionale, folclore o cultura popolare».
«L’Associazione Culturale Carpino Folk Festival ritiene che godano di tutti i requisti disposti dalla Convenzione i numerosi Cantori e Cantautori del Gargano, ad es. quelli di Carpino sono stati di recente nominati Testimoni della Cultura, i canti che si ostinano a tramandare anche ad età molto avanzata, la funzione che questi canti avevano in passato, come quella di portare la serenata, lo strumento principe usato per accompagnare questi canti, ossia la chitarra battente e quindi le tecniche artigianali per la loro costruzione, e i tre principali motivi ritmici della musica del Gargano, la rurianella, la viestisana e la mundanara, senza dimenticare la particolarità del ballo delle nostre terre».

«Per festeggiare questa vittoria italiana, di cui siamo orgogliosi, dopo anni di dimenticanza e trascuratezza – conclude la nota – il 30 settembre prossimo ai Fori Imperiali verrà festeggiata la Giornata della Cultura Immateriale e tutti i cittadini sono invitati per conoscere da vicino le nostre tradizioni con una manifestazione gioiosa e vitale del patrimonio immateriale dell’Italia. Il Gargano sarà rappresentato dai Cantori di Carpino che si esibiranno alle ore 11.00. Ma l’Associazione Culturale Carpino Folk Festival sarà presente a Roma già dal giorno 29 settembre per sostenere lÂ’Associazione Totarella che in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Danza e l’Istituto di Alta Cultura anticiperanno i festeggiamenti con un seminario-spettacolo tenuto presso il Teatro Ruskaja».

Oggi e domani a Roma si festeggia la ratifica della Convenzione per la salvaguardia dei beni culturali “intangibili”

Grande festa domenica ai Fori Imperiali, con Mimmo Cuticchio, Ambrogio Sparagna, i Cantori di Carpino, Peppe Barra, Alexian, i Totarella e le zampogne del Pollino e Giovanna Marini
di ROSARIA AMATO
ROMA – I pupi siciliani e il canto a tenores della Sardegna "patrimonio culturale immateriale" dell’umanità. A sancirlo è l’Unesco, ma presto molte altre espressioni della cultura popolare italiana, dalla pizzica, la danza popolare pugliese lanciata in tutto il mondo dal batterista dei Police Stewart Copeland, alla canzone romana, ai canti di lavoro e di protesta, potrebbero aggiungersi alla lista, grazie alla ratifica operata qualche giorno fa dal Parlamento della "Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale intangibile". Un evento da festeggiare: oggi all’Accademia Nazionale di Danza e domani in via dei Fori Imperiali a Roma si alterneranno spettacoli e incontri con gli artisti esponenti della più genuina tradizione popolare, da Mimmo Cuticchio a Giovanna Marini e Ambrogio Sparagna.
"Noi partiamo per ultimi, ma poi diventeremo i primi", assicura il sottosegretario ai Beni Culturali Danielle Mazzonis, ricordando il "grandissimo ritardo" con cui il Parlamento ha approvato nelle scorse settimane la Convenzione Unesco. Ritardo che intanto non ha impedito all’Opera dei Pupi siciliani e al Canto a tenores dei pastori del centro della Sardegna di entrare di diritto nella lista dell’Unesco, come "Capolavori del patrimonio immateriale dell’umanità".
Altre espressioni della cultura popolare italiana potranno presto aggiungersi, facendo domanda a partire dal 2008. Si tratta di tradizioni, espressioni orali, riti, spettacoli folkloristici: "L’Italia ha molto da inserire in queste liste – spiega Mazzonis – e potrebbe accadere come per i siti del Patrimonio Culturale, dove il nostro Paese è partito in ritardo, ma ora è quello che detiene il numero più alto".
Stamane, sempre a Roma, si è svolto un convegno-seminario dei Beni Culturali per spiegare a tutti gli interessati in che consiste l’iter burocratico per proporre le candidature, che poi il governo trasferirà in sede Unesco.
I festeggiamenti si aprono nel pomeriggio all’Accademia Nazionale di Danza, dove l’associazione Totarella, le zampogne del Pollino, terrà un seminario spettacolo a ingresso libero. Totarella è un gruppo di musica e danza tradizionale che esprime le tradizioni delle zone al confine tra la Calabria e la Lucania, e al quale diversi anziani suonatori e costruttori di strumenti popolari "hanno affidato una sapienza e una memoria antiche", che fanno capo alla cultura contadina.
Domani in via dei Fori Imperiali si comincia alle 10.30 con i Sai Gaber, esponenti della minoranza linguistica occitana. Alle 11 i Cantori di Carpino, centro del Gargano (Puglia) noto anche per la tradizione della chitarra battente. Alle tradizioni culturali di Carpino hanno attinto molti artisti, a cominciare da Eugenio Bennato. Alle 11.30 Ambrogio Sparagna, virtuoso dell’organetto e studioso delle tradizioni dell’Italia centro-meridionale e del Lazio in particolare.
Alle 13.30 la musica rom di Alexian e del suo gruppo. Alexian, alias Santino Spinelli, è il primo esponente della comunità rom residente in Italia ad essersi laureato e ad aver ottenuto una cattedra universitaria. Nel pomeriggio Sara Modigliani, esponente della canzone romana, Mimmo Cuticchio, un gruppo di canto a tenores sardo, il napoletano Beppe Barra, ancora i Totarella, Alla Bua, un gruppo esponente della pizzica, danza salentina che ha conosciuto negli ultimi anni una riscoperta a livello internazionale. Si chiude alle 18 con Giovanna Marini, cantante e studiosa delle tradizioni italiane, in particolare dei canti di lavoro.
(29 settembre 2007)

Ricerca delle strategie per uno sviluppo del turismo destagionalizzato sul Gargano

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Arbore: "Non so stare senza il Gargano". Placido: "Fate attenzione alla cura del turista". Gaia De Laurentis si innamora della paposcia vichese e della Foresta Umbra

Intenso e brillante è stato il convegno dal tema “Ricerca delle strategie per uno sviluppo del turismo destagionalizzato legato alle nuove tendenze, orientate alla conoscenza dei territori che ospitano produzioni cinematografiche e televisive", svoltosi ieri pomeriggio nel suggestivo Trappeto Maratea a Vico.

L'incontro, organizzato dall'Ente Parco del Gargano, è stato moderato da Attilio Romita, volto noto nelle case degli italiani per essere uno dei "mezzi busti" del TG di RaiUno; con ironia e grande ritmo ha solleticato gli interventi degli ospiti seduti al tavolo con lui. Accanto al professor Pasquale Pazienza, docente di Economia del Turismo all'università di Foggia, e a Michele Patano, direttore del Cotup, c'erano Gaia del Laurentis in rappresentanza del mondo delle fiction televisive, Michele Placido per la cinematografia e Renzo Arbore per lo spettacolo.

Questo incontro è nato dopo aver riscontrato il successo turistico che stanno ottenendo i luoghi in cui sono state registrate le fiction di maggior successo, prima tra tutte "Il Commissario Montalbano". La domanda di base del convegno è stata "Visto che il Gargano è così bello, può essere usato come location per produzioni cinematografiche o televisive?"

ImagePer Gaia De Laurentis (letteralmente impazzita per la paposcia) "questo territorio non ha bisogno della spinta del mondo del cinema per essere apprezzato", lei che è rimasta favorevolmente colpita dalla Foresta Umbra così incontaminata. 

Michele Placido, che ha dato la sua disponibilità a tenere una serata in un comune del Parco nel corso della prossima stagione turistica, ha proposto l'apertura di ristoranti di cucina tipica garganica nelle grandi città italiane "per far sì che anche i nostri cibi possano essere un mezzo di promozione turistica". Poi ha posto l'interrogativo "il turista che viene in questi luoghi ed è contento delle bellezze che vede, è contento di come viene trattato tanto da voler tornare?", ponendo l'accento sulla qualità dell'accoglienza che, nonostante sia in netto miglioramento, vanta ancora lacune gravissime.

Arbore, nel corso dei suoi interventi, ha manifestato a gran voce l'attaccamento alla "Montagna del Sole", ricordando il calore che ha ricevuto e, con affetto, ricambiato in occasione del concerto tenuto a Sannicandro Garganico ad inizio mese. Anche da parte sua c'è stata la disponibilità a tenere una serata dalle nostre parti nel corso della prossima stagione turistica, preferibilmente nei periodi di bassa stagione per cercare di aumentare l'afflusso dei vacanzieri.

A conclusione, il presidente del Parco del Gargano, Giandiego Gatta, ha ricordato gli eventi finora organizzati dall'Ente e quelli che verranno curati nei prossimi mesi, a partire dal presepe vivente di Rignano Garganico. Con forza, ha ribadito che è "assurdo ed impensabile che il Parco del Gargano, uno dei più grandi di Italia, sia tutelato da sole 40 guardie forestali; di queste, se si escludono le 18 unità impiegate negli uffici e il comandante, restano solo 21 persone a bada di 120 mila metri quadrati di area protetta". Di questo problema, ha annunciato, ne ha discusso presso il Ministero competente qualche giorno fa, dove ha chiesto anche la presenza stanziale di un elicottero per il pronto intervento antincendio e l'uso della tecnologia satellitare per localizzare immediatamente i focolai.

Al dibattito hanno potuto assistere anche i tanti vichesi che hanno affollato la piazza antistante il trappeto grazie alla presenza di un maxi schermo; a loro è stata anche data la possibilità di porre domande per il tramite "dell'inviato" Saverio Serlenga.

Al termine del dibattito, gli ospiti hanno avuto modo di fare un breve giro nel centro storico di Vico del Gargano prima di andare a degustare i sapori tipici del nostro territorio. 

Sandro Siena da OndaRadio

Ascolta:

Intervista a Renzo Arbore


Intervista a Michele Placido


Intervista a Gaia de Laurentis


Intervista a Attilio Romita

Le tessitrici di Carpino alla ‘Notte dei ricercatori´ di Foggia

Foggia – Esperimenti al chiaro di luna – La ‘Notte dei ricercatori´ torna per la seconda volta a Foggia, il 28 settembre. Via Arpi diventerà il Sentiero della creatività di Fabio Vaira (28/09/2007)
Il ventotto, quando Selene, la bella dea dal viso pallido, porterà in cielo le sue fluenti vesti e quando la Terra si accorgerà di riceve la luce fossile di galassie e stelle vecchie di 15 miliardi di anni allora i ricercatori delle facoltà sia umanistiche che scientifiche della nostra città apriranno le porte delle loro aule e dei loro laboratori per condividere con il pubblico i loro interessi e le loro passioni per la Notte dei ricercatori europei 2007. L´arricchimento degli appuntamenti dell´evento per proseguire il successo della notte del 2006 é stato il leit motiv degli interventi del rettore dell´Università Antonio Muscio (in foto a sinistra) e degli altri cattedratici, in occasione della presentazione del programma durante una conferenza stampa in ateneo. Il tema che coagulerà gli esperimenti scientifici, i laboratori, i giochi, le mostre, gli spettacoli teatrali, le rassegne cinematografiche di questa seconda edizione sarà: scienza e creatività. L´ampliamento previsto riguarda anche i giorni; quest´anno il 27 infatti sarà dedicato alle iniziative di ‘Aspettando la notte dei ricercatori´. La vigilia dell´evento avrà come protagonista e ambientazione Herdonia: alle ore 17 si parte con una visita guidata al sito archeologico sotto la direzione di Giuliano Volpe, ordinario di Archeologia tardoantica; alle 19, presso il ‘Macellum´ del sito si svolgerà l´interessante iniziativa dal titolo ‘Le erbe degli antichi: magia, terapia e cosmesi: presentazione delle antiche conoscenze relative all´uso delle erbe´ che concretizza il tema scelto per la Notte dei ricercatori, quella simbiosi tra la creatività, la letteratura e la scienza, l´agronomia; connubio che si ripeterà alle 21 con la rappresentazione teatrale curata da Giovanni Cipriani, ordinario di Letteratura Latina, e dal regista Pino Casolaro: la pseudo-virgiliana ‘Culex´, cioé la zanzara, con l´intramezzo scientifico sulla zanzara tigre di Annunziata Giangaspero, ordinario di Parassitologia. La giornata herdoniana si concluderà con la degustazione di prodotti tipici. Per tutti questi eventi, ad ingresso libero, e in particolare per la visita guidata é necessaria la prenotazione on line sul sito dell´università (www.unifg.it). ‘L´approccio metodologico nella stessa disciplina é diverso a seconda dell´appartenenza di genere del ricercatore?’ sarà la domanda con cui si apriranno gli eventi di giovedí 27: alle ore 15, la risposta é affidata alla conferenza Di che genere é la ricerca? Considerazioni sul metodo curata da Carla Severini, delegato rettorale per le Pari opportunità, che si svolgerà presso il teatro del Fuoco. Il percorso delle iniziative si sposta poi in via Arpi che verrà chiusa al traffico dalle 16 alle 22 per trasformarsi nel Sentiero della creatività: tra una degustazione e l´altra il pubblico potrà ammirare la storica strada foggiana e recarsi nelle varie sedi destinate a contenere gli eventi culturali. Il dipartimento di Tradizione e Fortuna dell´Antico, alle 17, accoglierà le tessitrici di Carpino che realizzeranno costumi di personaggi mitologici; il chiostro di Santa Chiara, sempre alle 17, sarà il palco dove la compagnia teatrale Cerchio di gesso rappresenterà il Viaggio al centro della terra di Verne; Palazzo Dogana, alle 17,30, risuonerà delle parole dello scrittore Augusto Palombini e delle note del coro polifonico universitario. Ma moltri alti esperimenti scientifici e teatrali, mostre e giochi aspettano i foggiani negli open lab, i laboratori aperti delle facoltà di Lettere, Medicina e Agraria sino al concerto di Bollani e Caine.
da Foggia & Foggia

Per la Comunità Montana, e per molti altri, Carpino non esiste

Possibile che nessuno dei 10 dipendenti e dei 39 consiglieri della Comunità Montana del Gargano si è  accorto che uno dei suoi paesi membri è scomparso dal loro territorio di competenza, neanche i tre membri designati dal Comune di Carpino?
Per chi non riesce ad aprirlo in automatico cliccate qui

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Il Gargano e’ vivo! Il Gargano e’ vivo!

Il Gargano è vivo! Il Gargano e vivo! Sembra che ultimamente questo sia diventato un monito comune a tutti! Specialmente a quanti hanno capito che "recitando" questo monito riescono a trarre non pochi vantaggi, ed in questo periodo pare l’abbiano capito in molti!!!!

Ed ecco spuntare nelle città del Gargano enormi manifesti che inneggiano al Gargano! Da notare: sono spuntati solo nelle città del Gargano! Ma a cosa serve farlo sapere a noi garganici, quando servirebbe invece una capillare campagna pubblicitaria del nostro povero Gargano su tutto il territorio nazionale ed internazionale (vedi manifesti della Notte della Taranta apparsi in Germania e in Svizzera in previsione dell’Oktober Fest, edizione 2008!). Noi lo sappiamo benissimo che il Gargano è vivo! E invece ecco che come al solito si spendono fior di quattrini per testimonial che come avvoltoi sembra non aspettino altro che questi tristi episodi per attaccarsi ai nostri soldi come a povere prede sconfitte e senza scampo. Ormai molti "artisti" hanno capito che fare il testimanial rende economicamente parlanda, molto più che fare t’artista, e quindi in un futuro molto prossimo vedremo aumentare vertiginosamente il loro numero. Ma a noi rappresentanti delle associazioni del Gargano, nonché a noi cittadini del Gargano, questa inutile spesa non sta bene, perché noi siamo ancora abituati a sudarceli i soldi, e vederci passare sotto il naso soldi facili, quando gli stessi enti a noi associazioni non dicono altro che "non ci sono soldi", non è cosa accettabile. E come disse lo scrittore Flaubert" non sono le perle che fanno la collana ma il filo e noi gente semplice siamo l’anima del Gargano e pretendiamo dai nostri rappresentanti politici che ci valorizzino. Tanti sono coloro che hanno speso una vita per dedicarsi alla tradizione popolare ed oggi si sentono ancora dire "devi farti conoscere".

E’ ora di dire basta!

I nostri politici anziché spendere inutilmente i soldi dei contribuenti, e quindi i nostri soldi, farebbero bene a rendersi conto che andrebbero valorizzate le nostre risorse. Eh si perché il Gargano è ricco di risorse, non dobbiamo inventarle le abbiamo tutte li che sembra non aspettino altro che essere sfruttate per arricchire veramente il territorio. La vicenda terribile successa a Peschici e Vieste negli scorsi mesi sembra essersi trasformata per qualcuno in una gallina dalle uova d’oro e i nostri rappresentanti politici stanno permettendo che questo accada. Per non parlare poi della "destagionalizzazione dell’offerta turistica". La destagionalizzazione del turismo va programmata, studiata e ben diffusa attraverso i mezzi di comunicazione di massa, non improvvisata e diffusa in malo modo salo sul nostro territorio, ottenendo dei risultati scadenti a confronto delle ingenti somme spese, come hanno affermato l’On. Massimo Ostilio, Ass. al Turismo della Regione Puglia ed anche l’Assessore al Mediterraneo Silvia Godelli. Lo stesso onorevole Ostillio ha affermato in un intervento fatto alla Conferenza Nazionale di Bari, tenutasi il 17 Marzo 2007, che"Stiamo sviluppando due coordinate: connessione e territorializzazione. Connessione tra turismo e trasporti, formazione e sviluppo agricolo, ambiente e creatività. Aggancio al territorio come recupero identità, responsabilizzando gli enti locali; concertando tra pubblico e privato, promovendo un’offerta di qualità, valorizzando le tradizioni locali".

Parole sante!!! E ancora la stessa Silvia Godelli, che sta facendo un lavoro superlativo per l’Area Mediterranea, vedi iniziativa avviata tramite il Teatro Koreja (con i Paesi dei Balcani) e Levante Film Festival (con Macedonia), afferma che: "Occorre valorizzare i giovani talenti e mettere in rete le eccellenze per ottimizzare l’offerta di spettacolo, e soprattutto oggi in un mondo in cui si parla tanto diglobalizzazione, salvaguardare le nostre origini, recuperando le nostre radici e quindi la nostra memoria". Solo nella nostra Capitanata sembra si dorma e non si dia una mano alle associazioni che si fanno in quattro per fare in modo che qualcosa cambi. (vedi il Carpino Folk Festival, vedi La Voce del Gargano, il Festival di Lesina, che ogni anno incontrano notevoli difficoltà per raccogliere i pochi fondi per continuare a sopravvivere). Ma per quanto tempo riusciremo a sopravvivere? Si pensi che la Federculture presieduta da Roberto Grossi, ha assegnato un premio intitolato `Premio Cultura di Gestione". Il presidente Grossi afferma "esiste un’Italia che funziona e che innova, dove la tutela e la promozione del patrimonio culturale e ambientale è un valore". Il primo premio è stato attribuito alla Provincia di Lecce per Salento Negramaro e La Notte della Taranta! Ed il Gargano come al solito assente! Abbiamo bisogno che arrivi gente da fuori a scoprire le nostre ricchezze e diffondere un evento pochi giorni prima della sua realizzazione pensiamo sia inutile per tutti. Specialmente quando poi si sa bene che i soldi per la comunicazione ci sono e invece vengono in altro modo "destinati" o "in malo modo destinanti", questo non va bene. Ormai i rappresentanti politici si arrogano il ruolo anche di manager, direttori artistici factotum e pensano di essere in grado di contrattare per ogni cosa, una pretesa alquanto superba. Ma che facciano almeno bene il loro lavoro e facciano fare a noi il nostro! E proprio su queste fondamenta sta nascendo un grande comitato denominato `Artisti associati popolari e… faremo sentire la nostra voce, anche e soprattutto per rispetto verso i nostri antenati e verso coloro che hanno dato lustro alla cultura popolare del Gargano, tra cui Giovanni Tancredi, Pasquale Soccio, Michele Stuppiello, Andrea Sacco, Matteo Salvatore e tanti altri che hanno fatto la storia della Daunia !
Michele Mangano

"Non sarebbe sbagliato chiedere il nostro parere quanto si decide di utilizzare la nostra sigla" – Ufficio Stampa A.C.CFF

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