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Antonio Basile (Ufficiale)

Antonio Basile (Ufficiale) ha scritto 2098 articoli per Antonio Basile – OFFICIAL BLOG

NEVE E NEVIERE IN CAPITANATA

Lucia Lopriore, con una meticolosa ricerca, basata sui fondi documentari dell’Archivio di Stato di Foggia, proietta un fascio di luce su una vitale realtà produttiva pugliese.
In Sicilia, dall’Etna agli Iblei, da epoche antichissime fino ai primi del ‘900, era intensa l’attività della conservazione della neve che dava da vivere ai contadini e ricchezza ai nobili che ne avevano la «privativa». I principi Alliata, che avevano la «privativa» per Buccheri, erano attrezzati con le barche della neve (barche ra nive) per il trasporto della neve a Napoli e Malta.

Ma le neviere non esistevano soltanto in Sicilia. Anche qui da noi, in tutti i centri della Puglia, vennero creati dei depositi, le neviere appunto, da dove il prodotto veniva regolarmente distribuito al dettaglio dai nevaroli, che avevano avuto l’appalto del prodotto per i vari paesi.

Lucia Lopriore, con la sua minuziosa ricerca “Le neviere in Capitanata. Affitti, appalti, legislazione ” proietta un fascio di luce su questa vitale tradizione, sottraendola al silenzio e alla preziosa “muffa” dei documenti dell’Archivio di Stato di Foggia. I contratti d’appalto, documentati paese per paese, aprono uno spaccato su un mondo forse perduto. Il linguaggio “notarile”, burocratico, ostico per i non addetti ai lavori, acquista un senso.

Già dall’inizio dell’Ottocento, l’illuminista vichese Michelangelo Manicone, ne “La Fisica Appula”, attestò la presenza di neviere: “A San Marco (in Lamis) è ben vero, che nella state havvi molta neve conservata ne’ boschi”. “Quanto è caldo di està il clima Sammarchese, altrettanto è rigido nella invernale stagione. Cinta essendo questa popolazione all’Est, al Nord, ed all’Ovest da eccelse aspre montagne, vi cade spesso molta neve, che vi resta molti giorni; e di qui l’algente freddo di San Marco”. Rignano Garganico aveva un clima ancor più rigido: “Giace Arignano su di una grossa e nuda rupe, ed è dappertutto circondato da un suol pietroso. Più freddo di quello di San Marco è poi nel verno il suo clima”. E Manicone raccomandava caldamente allo sprovveduto “forestiere”: “Stattene qua solo nella stagione de’ fiori!”.

A quel tempo, in Capitanata, luoghi come San Marco in Lamis e Rignano, tradizionalmente vocati alla caduta degli “algidi cristalli”, alimentarono quindi una vera e propria catena del freddo. Dalle neviere, la neve veniva smistata nel Gargano Nord, dove i bianchi fiocchi non cadevano quasi mai, ma anche nei paesi in cui il prodotto locale non era sufficiente al bisogno. Come nel Palazzo Ducale di Urbino, le neviere erano spesso presenti negli ambienti ipogei dei palazzi. I Loffredo, signori di Sant’Agata, Bovino e Guevara ne possedevano due. La famiglia che ebbe la “privativa” della neve su Foggia fu quella dei Marchesi Cavaniglia, nobili “illuminati”, provenienti da San Marco dei Cavoti. In Capitanata detenevano i feudi di San Giovanni Rotondo e di Rodi Garganico. Già dal Settecento, mandavano i loro trabaccoli carichi di agrumi, non sappiamo se stipati anche di neve compressa, fino a Trieste. A Foggia i due prodotti vennero sicuramente smistati assieme. Anche nel caso della nobile famiglia rodiana, come per i siciliani principi Alliata, duchi di Buccheri, il cerchio si chiudeva, probabilmente, sul nesso: Neviere/agrumi/commercio. Un’ipotesi ancora tutta da sondare.

Anche in molte masserie fortificate nobiliari sparse nel Salento, vi erano delle neviere. Una “…neviera atta a conservar la neve…” è riscontrabile presso la masseria Favarella, di Acaya, di proprietà nel 1674 del pizzimicolo di Lecce Andrea Favarella, dal quale, poi, prese il nome attuale. Una delle neviere più grandi che si conosca è quella che si trova sotto il castello Carlo V, costruito dall’architetto militare Gian Giacomo dell’Acaya di Lecce. Anche Caprarica ebbe le sue neviere; una era posta, lo testimonia il Catasto Onciario del 1744, presso una casa-torre, di proprietà di Diego Brunetti, patrizio di Lecce (p. 244 del catasto). Il documento recita: “…Possiede il Palazzo con più e diverse camere superiori ed inferiori, stalle, rimesse e nivera con piccolo giardino di delizia, sito fuori l’abitato per uso proprio e del suo agente”.

Neviera

UN TREKKING FRA LE ANTICHE NEVIERE DEL GARGANO
Le neviere sono dei monumenti non di arte ma della tecnica umana, degne di restauro e recupero, nelle loro tre tipologie a groppa, a dammuso e a cupola. Sarebbe auspicabile che, a livello di singolo comune, gli Uffici tecnici effettuassero un censimento delle neviere tuttora esistenti in Capitanata, per poi procedere al “restauro”, nell’ambito di una proposta di “archeologia industriale”. Il libro della Lopriore può far loro da guida, per individuare e localizzare i siti ormai interrati. Forse nel Subappennino, a Faeto, qualche presenza c’è ancora. Come ci sarà sicuramente in qualche luogo d’altura del Promontorio del Gargano o della Foresta Umbra. Affascina l’idea, già realizzata in certe realtà turistiche dei monti Iblei, di un “Trekking fra le antiche neviere”. Qui da noi si potrebbe creare un itinerario nell’ambito dei “percorsi” del Parco Nazionale del Gargano. Partire dalle neviere di Monte Sant’Angelo, di San Marco in Lamis, o della Foresta Umbra, di Cagnano Varano o di Vico del Gargano, per arrivare all’oasi agrumaria di Rodi, Ischitella e Vico del Gargano. Un percorso, completamente da inventare, quello del Trekking nelle neviere di Capitanata. Archeologia industriale, e percorso del gusto. Insieme. Da proporre ai numerosi turisti alla ricerca di tour diversi da quelli incentrati su sole e mare. Nulla di nuovo sotto il sole: è stato già “testato” in Sicilia. Nel 2001 Italia Nostra, sezione di Siracusa, per illustrarlo, ha pubblicato un libro dal titolo emblematico: “La neve degli Iblei. Piaceri della mensa e rimedio dei malanni”. Vi hanno contribuito autori vari, che hanno giostrato a tutto campo su questo tema monografico, mettendo in risalto anche il collegamento neve/ medicina omeopatica, oltre che neve/arte del sorbetto.
La ricerca di Lucia Lopriore potrebbe essere da noi tutti “rilanciata” con lo spoglio dei Catasti Onciari pugliesi. Potrebbero sicuramente riservare inedite sorprese.

TERESA MARIA RAUZINO
recensione al volume di LUCIA LOPRIORE, "Le neviere in Capitanata. Affitti, appalti, legislazione", Edizioni del Rosone, Foggia 2003, euro 18.

Evviva, anche Peschici si è svegliata!

Il discorso del presidente della Associazione “Punto di Stella” di sabato 20: cerimonia di presentazione sodalizio ed elenco delle categorie distintesi per coraggio e solidarietà il 24 luglio 2007. “Per non dimenticare ma neanche piangerci addosso”

UNA SERATA COME POCHE!

 “Questa che stiamo per vivere sarà una serata molto particolare, non tanto per l’ufficialità della presentazione del sodalizio che abbiamo voluto fortemente fondare, quanto per ciò che seguirà. Adesso, però, devo spendere quattro parole sull’Associazione rispondendo a qualche domanda che di sicuro alcuni si stanno facendo. Cos’è questa associazione… cosa vuole questa associazione, cosa si propone. E’ presto detto: l’Associazione culturale “Punto di Stella” è nata, debitamente registrata, il 29 agosto di quest’anno, per tre o quattro necessità imprescindibili: 1) dare una nuova proprietà al mensile omonimo che molti di voi conoscono; 2) utilizzare l’entusiasmo di alcuni giovani e giovanissimi vogliosi di impegnarsi in una avventura diversa e costruttiva; 3) “inventarsi” di sana pianta attività culturali legate al territorio, alle tradizioni, a un passato da rispettare per aver prodotto il presente trampolino di lancio verso il futuro; 4) dare un’impronta più – lasciatemelo dire – acculturata a un’area che finora ha sofferto un certo abbandono (e a questo proposito, l’Assessorato competente di questa nuova Amministrazione sta facendo la sua parte). Mai dimenticherò l’osservazione fatta da un preside del circondario quando gli portai il primo numero di Punto di Stella nell’ottobre 2007: “Evviva, anche Peschici si è svegliata!”

“L’Associazione, dunque, che per Statuto è non lucrativa (cioè soldi in tasca non ce ne mettiamo), di utilità sociale, indipendente, apartitica, aconfessionale, in buona sostanza non siamo legati a NESSUNO, e ripeto: NESSUNO, si propone di perseguire esclusivamente finalità di solidarietà sociale e di tutela, conservazione e valorizzazione dei beni culturali, di promuovere ed esperire attività culturali… Non sto a elencarvi quali per non annoiarvi, ma i curiosi possono conoscerle andando sul nostro sito. Dico solo che l’obiettivo che le sintetizza, all’apparenza ma solo all’apparenza “esagerato”, è creare punti (da qui, anche, il suo nome) di riferimento interessanti per il turismo non estivo. Al di fuori della bella stagione non abbiamo nulla da offrire, nessun richiamo, nessun autentico attrattore, se si escludono le segrete del Castello e qualche chiesa, poco reclamizzate fra l’altro (come il Santuario della Madonna di Loreto) e decisamente non ricche. Certo, avremo Calena, ottimo specchietto, ma quando? Abbiamo la chiesa del Purgatorio, ma se non s’interviene subito chissà fino a quando l’avremo… Noi vogliamo colmare questo vuoto, quindi, e nel frattempo, ci adopereremo per “costruire” qualcosa. Idee ce ne sono, qualche progetto è già allo studio. E noi ce la mettiamo, e ce la metteremo tutta.

“Ultimo cenno ai soci. L’Associazione comprende varie categorie di soci: – Fondatori (chi vi parla-presidente, Leonardo Lagrande-vicepresidente, Domenico Michele Martino-segretario, Maria Rosaria Tavaglione-vicesegretario, Antonella Carano-tesoriere), – Ordinari – Sostenitori, – Onorari. Socio Ordinario si diviene a seguito dell’accettazione della richiesta di adesione e in seguito al versamento di una quota minima di adesione pari a 60 euro annui; Sostenitore, in seguito al versamento di una quota di adesione pari a 150 euro sempre annui o per erogazione di contribuzioni volontarie straordinarie; Onorario, per qualcuno che si distingua nel sociale, nel culturale, nel professionale o in altri settori del lavoro.

“E ora passiamo alla seconda parte della nostra serata. Visioneremo un video arrivato da turisti europei. Non il solito video, ma qualcosa di veramente professionale. Già sappiamo che a qualcuno darà fastidio, a qualche altro sembrerà insopportabile, a qualche altro ancora apparirà come un voler insistere su qualcosa che ormai ci è alle spalle e va ricordata soltanto perché è avvenuta e non per piangerci addosso. Allora vi diciamo che: I – anche a noi il video ha fatto male, veramente; II – anche per noi è stato insopportabile; III – non vogliamo piangerci addosso, ma strumentalizzarlo, finalizzarlo, piegarlo ai nostri scopi. (A questo punto è stato proiettato il video in questione.)

“Quali le motivazioni che ci hanno spinto a decidere di portarlo qui, questa sera. Quando lo abbiamo visionato ci siamo guardati in faccia e all’unisono abbiamo esclamato: “Questa è la svolta!” Cosa significa. Col video abbiamo percepito netta la sensazione che ci trovavamo su un crinale: da una parte quanto era accaduto, con ciascuna delle disponibilità umane che sul campo, mettendo a repentaglio la propria pelle, hanno dimostrato quale forza interiore posseggano dentro di sé; dall’altra… il domani, non costruito su vaghe promesse, parole di circostanza, programmi fatiscenti… DIMENTICATOIO … bensì sulla volontà di far fruttificare quelle stesse disponibilità, quelle stesse potenzialità che gli uomini di mare (intesi come gente che lo viva per vivere ma anche come abitante di un paese che si affacci su di esso, vedi Peschici, vedi Rodi, vedi Vieste) hanno ampiamente dimostrato.

“Le energie che sono in loro, che il dna non tradisce e delude, che finora sono state messe in secondo piano, che poco o male sono state utilizzate, salvo venir fuori, “spuntare” nel momento dell’estremo bisogno, manifestarsi senza alcuna sollecitazione dall’alto o per ordine ricevuto, spontaneamente, quelle stesse energie vanno considerate sotto una nuova luce. La luce della produttività, della messa in opera, del loro positivo utilizzo! E’ su queste energie, improvvisamente “scoppiate” in un giorno maledetto a contrastare un’altrettanto maledetta calamità, che la nostra Associazione ha deciso di fondare il proprio futuro, chiamandole in causa in ogni nostra futura iniziativa. E vi assicuriamo che offriremo loro ogni eventualità in grado di farle diventare “progetti esecutivi”.

“E’ su queste energie che quanto ci è accaduto nella disastrosa circostanza si trasformerà in un lontano ricordo. E’ su queste energie che faremo leva per ripristinare, se non addirittura creare ex novo un diverso rapporto con chi ha pretestuosamente voluto “affossarci” e con tutti gli altri che ancora non conoscono quanto di buono, e di pregnante, e di produttivo, e di esaltante, esista nella nostra gente, sonnecchi nella sua anima, latiti nel suo cuore, perché finora nessuno ne ha considerato le autentiche potenzialità, o non ci ha creduto, o le ha superficialmente sottovalutate, anche per colpa e responsabilità di chi, pensando solo al proprio orticello, non abbia preso al volo l’occasione d’inserirsi in quel circolo virtuoso che in altre zone turistiche italiane hanno impiantato con risultati eccellenti.

“E’ a queste energie che l’Associazione ha voluto fortemente pensare. Ed è perciò che s’è inteso dare a Cesare quanto sia di Cesare e oggi costituisce il nerbo della nostra seconda iniziativa, dopo quella di fine ottobre consumata nella scuola elementare di Peschici con la rivisitazione del culto dei morti com’era un tempo. Ed è sulle orme di tali considerazioni che diamo corso alla fase conclusiva del nostro incontro di stasera: la consegna di doverosi riconoscimenti a coloro che si distinsero, a rischio della vita – alcuni – e con grande professionalità – altri – il 24 luglio 2007. Abbiamo impiegato due mesi di riunioni allargate e sedute del Comitato Direttivo, per individuare le categorie da segnalare. Le difficoltà sono state tante, ma riteniamo di aver fatto un buon lavoro. Se ci siamo dimenticati di qualcuno o di qualche settore, gliene chiediamo scusa.

(E’ seguita la consegna di targhe e riconoscimenti alle categorie riconosciute meritevoli di attenzione, ritirati dai relativi, rappresentanti, la lettura delle motivazioni di cui vi daremo conto domani e il commiato del presidente:

1. CATEGORIA “INFORMAZIONE”:
– EMITTENTE RADIOFONICA “ONDARADIO” VIESTE
– SITO WEB “PESCHICI.COM”

2. CATEGORIA “SOCCORRITORI DI TERRA”:
– TERZO SETTORE COMUNE DI PESCHICI
– OPERATORI TURISTICI
– ESERCENTI COMMERCIALI
– SINGOLI PRIVATI

3. CATEGORIA “SOCCORRITORI DI MARE”:
– MARINERIA DI RODI GARGANICO: MOTOBARCA “MIRA”
– MARINERIA DI VIESTE: MOTONAVE “IRIS” E MOTOBARCHE “PALOMA”, “SANTALUCIA”, “VALENTINA”, “DESIRE”, “BENEDETTA” E “AVVENTURA”
– GOMMONISTI, DIPORTISTI E ASSISTENTI BAGNANTI
– MARINERIA DI PESCHICI: MOTOBARCHE “PESCHICI” E “NUOVA PESCHICI”.)

“Siamo giunti alla fine della serata. Non ci resta che ringraziare tutti voi che stasera, insieme a noi, avete voluto condividere questi momenti che è necessario consegnare alla memoria storica di questo nostro paese. Spesso su di noi, gente del sud, gente della piccola provincia, cadono le critiche più aspre e varie, ma noi, avete visto, avete sentito, siamo capaci di mantenere alto il nostro onore e la nostra dignità di “gens garganica”. Non vogliamo assolutamente fare di queste gesta eroiche robetta da sistemare in un album che poi verrà riposto nel dimenticatoio, ma un esempio che può essere uno stile di vita da adottare quotidianamente.

“Grazie… Grazie a tutti! E buona domenica, Buon Natale e Buon Anno.”

Francesco Guccini sostiene la Cultura Popolare

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Abbiamo raggiunto Guccini, grazie alla fondamentale mediazione di Lele Chiodi e Carlo Pagliai, due componenti dello storico gruppo “I Viulan”, che nel corso di un’attività pluri trentennale, ha svolto, e svolge tuttora, un ruolo insostituibile nel recupero e nello studio di questa particolarissima forma d’arte. “Era quello – commenta Guccini – il grande serbatoio nel quale attingere; ricordo quando si andava a intervistare gli anziani e recuperare le vecchie canzoni della tradizione. Adesso, purtroppo, per motivi anagrafici, non si trova quasi più niente. Proprio per questo, quindi, è fondamentale l’opera delle persone e dei gruppi che tentano di preservare questa tradizione e a loro non deve mancare un adeguato sostegno. Questi appassionati, sono un po’ come gli archeologi, che scavano alla ricerca delle tracce del passato; anche loro, in un certo senso, svolgono un’attività analoga. Certo, le grandi scoperte archeologiche, sono più importanti di una canzone, ma anche quest’ultima ha la sua importanza all’interno di una cultura”.

La ricerca nell’ambito della cultura popolare, ha influito nel suo percorso artistico?

“No, anche se quando compongo, bene o male vado sempre a cercare la cosiddetta melodia in terza. Ho imparato a cantare seguendo una certa tradizione ed è inevitabile che la cosa venga fuori: viene spontaneo e naturale. Fra i cantautori, poi, credo di essere l’unico che proviene dalla tradizione popolare. Lo stesso  De André, che ha fatto cose interessantissime, le ha comunque studiate. Gaber non amava particolarmente la musica popolare e De Gregori l’ha scoperta dopo molto tempo”.

“La perdita di questo immenso “mondo” sarebbe una sconfitta. Mi rendo conto che è difficile capire, per chi non è dentro a questo mondo del tutto particolare. Anche personaggi di cultura faticano e spesso lo rifiutano. C’è stata spesso la tendenza a considerare la cultura popolare inferiore a quella diciamo così ufficiale. In realtà e semplicemente diversa. Rischiamo di perdere un patrimonio molto importante e sarebbe un vero peccato”.

Nessuno dei coinvolti dalle inchieste di questi giorni aveva la percezione del crimine

La corruzione inconsapevole che affonda il Paese

Roberto Saviano

La cosa enormemente tragica che emerge in questi giorni è che nessuno dei coinvolti delle inchieste napoletane aveva la percezione dell’errore, tantomeno del crimine. Come dire ognuno degli imputati andava a dormire sereno. Perché, come si vede dalle carte processuali, gli accordi non si reggevano su mazzette, ma sul semplice scambio di favori: far assumere cognati, dare una mano con la carriera, trovare una casa più bella a un costo ragionevole. Gli imprenditori e i politici sanno benissimo che nulla si ottiene in cambio di nulla, che per creare consenso bisogna concedere favori, e questo lo sanno anche gli elettori che votano spesso per averli, quei favori. Il problema è che purtroppo non è più solo la responsabilità del singolo imprenditore o politico quando è un intero sistema a funzionare in questo modo.

Oggi l’imprenditore si chiama Romeo, domani avrà un altro nome, ma il meccanismo non cambierà, e per agire non si farà altro che scambiare, proteggere, promettere di nuovo. Perché cosa potrà mai cambiare in una prassi, quando nessuno ci scorge più nulla di sbagliato o di anomalo. Che un simile do ut des sia di fatto corruzione è un concetto che moltissimi accoglierebbero con autentico stupore e indignazione. Ma come, protesterebbero, noi non abbiamo fatto niente di male!

E che tale corruzione non vada perseguitata soltanto dalla giustizia e condannata dall’etica civile, ma sia fonte di un male oggettivo, del funzionamento bloccato di un paese che dovrebbe essere fondato sui meccanismi di accesso e di concorrenza liberi, questo risulta ancora più difficile da cogliere e capire. La corruzione più grave che questa inchiesta svela sta nel mostrarci che persone di ogni livello, con talento o senza, con molta o scarsa professionalità, dovevano sottostare al gioco della protezione, della segnalazione, della spinta.

Non basta il merito, non basta l’impegno, e neanche la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno scambio di favori. In passato l’incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione. E ogni appalto comporta automaticamente un’apertura di assunzioni con cui sistemare i raccomandati nuovi.

Non credo sia il tempo di convincere qualcuno a cambiare idea politica, o a pensare di mutare voto. Non credo sia il tempo di cercare affannosamente il nuovo o il meno peggio sino a quando si andrà incontro a una nuova delusione. Ma sono convinto che la cosa peggiore sia attaccarsi al triste cinismo italiano per il quale tutto è comunque marcio e non esistono innocenti perché in un modo o nell’altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare come andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli. Però esiste un piano su cui è possibile pronunciarsi subito. Come si legge nei titoli di coda del film di Francesco Rosi "Le mani sulla città: "I nomi sono di fantasia ma la realtà che li ha prodotti è fedele".

Indipendentemente dalle future condanne o assoluzioni, queste inchieste della magistratura napoletana, abruzzese e toscana dimostrano una prassi che difficilmente un politico – di qualsiasi colore – oggi potrà eludere. Non importa se un cittadino voti a destra o a sinistra, quel che bisogna chiedergli oggi è esclusivamente di pretendere che non sia più così. Non credo siano soltanto gli elettori di centrosinistra a non poterne più di essere rappresentati da persone disposte sempre e soltanto al compromesso. La percezione che il paese stia affondando la hanno tutti, da destra a sinistra, da nord a sud. E come in ogni momento di crisi, dovrebbero scaturirne delle risorse capaci di risollevarlo. Il tepore del "tutto è perduto" lentamente dovrebbe trasformarsi nella rovente forza reattiva che domanda, esige, cambia le cose. Oggi, fra queste, la questione della legalità viene prima di ogni altra.

L’imprenditoria criminale in questi anni si è alleata con il centrosinistra e con il centrodestra. Le mafie si sono unite nel nome degli affari, mentre tutto il resto è risultato sempre più spaccato. Loro hanno rinnovato i loro vertici, mentre ogni altra sfera di potere è rimasta in mano ai vecchi. Loro sono l’immagine vigorosa, espansiva, dinamica dell’Italia e per non soccombere alla loro proliferazione bisogna essere capaci di mobilitare altrettante energie, ma sane, forti, mirate al bene comune. Idee che uniscano la morale al business, le idee nuove ai talenti.

Ho ricevuto l’invito a parlare con i futuri amministratori del Pd, così come l’invito dell’on del Pdl Granata ad andare a parlare a Palermo con i giovani del suo partito. Credo sia necessario il confronto con tutti e non permettere strumentalizzazioni. Le organizzazioni criminali amano la politica quando questa è tutta identica e pronta a farsi comprare. Quando la politica si accontenta di razzolare nell’esistente e rinuncia a farsi progetto e guida. Vogliono che si consideri l’ambito politico uno spazio vuoto e insignificante, buono solo per ricavarne qualche vantaggio. E a loro come a tutti quelli che usano la politica per fini personali, fa comodo che questa visione venga condivisa dai cittadini, sia pure con tristezza e rassegnazione.

La politica non è il mio mestiere, non mi saprei immaginare come politico, ma è come narratore che osserva le dinamiche della realtà che ho creduto giusto non sottrarmi a una richiesta di dialogo su come affrontare il problema dell’illegalità e della criminalità organizzata. Il centrosinistra si è creduto per troppo tempo immune dalla collusione quando spesso è stato utilizzato e cooptato in modo massiccio dal sistema criminale o di malaffare puro e semplice, specie in Campania e in Calabria. Ma nemmeno gli elettori del centrodestra sono felici di sapere i loro rappresentanti collusi con le imprese criminali o impegnati in altri modi a ricavare vantaggi personali. Non penso nemmeno che la parte maggiore creda davvero che sia in atto un complotto della magistratura. Si può essere elettori di centrodestra e avere lo stesso desiderio di fare piazza pulita delle collusioni, dei compromessi, di un paese che si regge su conoscenze e raccomandazioni.

Credo che sia giunto il tempo di svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata. Non ne rimane molto, se ce n’è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici, neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento.

Svegliarsi. Assumersi le proprie responsabilità. Fare pressione. È compito dei cittadini, degli elettori. Ognuno secondo la sua idea politica, ma secondo una richiesta sola: che si cominci a fare sul serio, già da domani.

Il Folclore d’Italia è una risorsa anche economica. E per questo va salvato

La salama ferrarese, la pizzica salentina, il canto dei pastori sardi… L’Unesco dice che sono beni da proteggere
E oggi migliaia di persone scendono in piazza e nelle strade con lo stesso obiettivo Perché la cultura popolare muove passioni. E milioni di euro

“Così salviamo il folclore d’Italia”

MICHELE SMARGIASSI su Repubblica di Sabato 13 Dicembre 2008
E adesso anche la tarantella Doc, lo stornello Igp, la pizzica salentina a denominazione d’origine protetta? L’abbiamo fatto per la burrata delle Murge e la salama ferrarese, anche quelle erano tradizioni a rischio di estinzione, toccherà forse farlo anche con i prodotti più immateriali della nostra cultura materiale.
L’Italia è ricca di quelle arti senza artisti, di quei capolavori senza autore che sono le feste di paese, i canti popolari, le danze tradizionali, i virtuosismi impensabili di semianonimi e straordinari performer del gesto e della parola. Monumenti secolari e invisibili, purtroppo ormai sgretolati, o già in macerie, o distrutti da restauri indecenti.
Oggi sarà la giornata del loro orgoglio, forse del loro riscatto: duecento comuni della Penisola, su invito della Rete italiana di cultura popolare, esporranno contemporaneamente nelle piazze e nei teatri oltre duemila esempi di quanto di meglio è rimasto del folclore d’Italia, quel che si può ancora salvare, forse, ma non è detto, e soprattutto non si sa bene come. È del 2003 la convenzione dell’Unesco sulla tutela del «Patrimonio immateriale dell’umanità», che invitò le comunità locali a proteggere «le pratiche, le rappresentazioni, le conoscenze e i saperi» tramandati oralmente di generazione in generazione.
Conosciamo lo stile Unesco: è fatto di liste, elenchi, registri di opere protette. In quello delle «opere immateriali», per l’Italia figurano soltanto due voci: i pupi siciliani e i cori a tenoressardi. Un po’ poco per il paese dei mille campanili, crocevia di popoli, melting pot culturale da millenni.

Un po’ poco, diciamo anche questo, per un settore culturale da quattro milioni di spettatori l’anno e con un giro d’affari che si può valutare tra i 5 e i 10 milioni di euro. S’è mosso allora un piccolo e poi meno piccolo movimento tutto italiano, è partita la provincia di Torino e le sono andate dietro altre ventinove, s’è aggregata l’Anci, s’è unita Slowfood, e al termine della “Giornata nazionale” di oggi, Santa Lucia, festa antica, forse si potrà dire che è cominciato il secondo folk revival italiano.
Il primo, negli anni Sessanta, fu tutta un’altra cosa. La riscoperta e la proposta della cultura contadina erano un compito rivendicato in esclusiva da sinistra. I primi vagiti del Sessantotto scandivano il ritmo dei canti delle mondine e degli scariolanti, il folklore era “progressivo”, la cultura popolare si chiamava “soggettività antagonista”, canto popolare e canzone di protesta si confondevano nei repertori di mille “canzonieri” sui palchi delle case del popolo. Dietro c’era in realtà il lavoro degli etnologi della scuola di Ernesto de Martino e dell’Istituto milanese che ancora porta il suo nome: Gianni Bosio, Cesare Bermani, Franco Coggiola, e dei cantori che lo trasformavano in spettacolo: Giovanna Marini, Ivan Della Mea, Gualtiero Bertelli, Fausto Amodei, Paolo Pietrangeli. L’identificazione stretta fra folclore e protesta finì però per travolgere il primo nel crollo della seconda. Ma quando ancora le feste dell’Unità risuonavano di Saluteremo il signor padrone antropologi di grande cultura come Lombardi Satriani denunciavano l’«etnocidio annunciato », il «folkmarket», intravisto nelle finte canzoni contadine a Sanremo, nella trasformazione della cultura orale in suppellettile borghese, come i comò rapinati alle case dei nonni in cambio di bei tavoli di fòrmica.
Con gli anni Ottanta, gli anni catodici, lo scontro fra cultura popolare e cultura di massa lasciò vincitrice sul campo solo la seconda.
Quel che è rimasto di “cultura immateriale” pretelevisiva è davvero poco, e quel poco rischia pure di essere sospetto. «Certe feste di paese sono solo la Disneyland di quel che erano trent’anni fa», ammette Antonio Damasco, il direttore della “Rete di cultura popolare” che promuove la giornata. Da arma della lotta di classe, la cultura popolare è diventata armamentario da pro-loco per acchiappare turisti di passo nell’orgia pittoresca della festivalizzazione estiva. Il comitato scientifico della Rete fatica non poco a respingere le richieste di iscrizione di decine di feste in costume medievale inventate di sana pianta da assessori in cerca di “rilancio del brandterritoriale”. «C’è un criterio per non lasciarsi travolgere dal finto folclore», spiega Paolo Apolito, antropologo all’università Roma 3, «un oggetto folclorico vivo è quello a cui una comunità partecipa, non quello a cui si limita ad assistere come spettacolo». Nonostante l’assalto mercantile, ci sono ancora feste popolari che vivono nel cuore delle loro comunità. Come la festa dei Ceri di Gubbio, i Gigli di Nola, la Vara di Palmi. «Perfino al Palio di Siena la cappa televisiva non ha soffocato ancora la passione vera che si respira nelle contrade».
La Rete ha finora censito poco meno di mille “oggetti” immateriali da salvare. Dietro ognuno c’è un piccolo gruppo di “portatori” o di “custodi”, di interpreti non professionali, o magari un singolo “testimone della tradizione”. I Mamuthones sardi con le loro terrificanti maschere di pelliccia e vesciche gonfiate. I poeti all’impronta toscani. I pastori dell’alto Lazio che improvvisano in ottave. I cantilenanti organetti di Soratte. Masino Anghilante, forse l’ultimo poeta italiano in lingua d’Oc. I cugini Nigro di Cosenza, custodi della chitarra battente. Il settantacinquenne Uccio Aloisi, depositario della vera pizzica pugliese. I cavalieri di legno e latta di Turi Grasso, l’ultimo rampollo della più antica famiglia di pupari di Acireale.
Amerigo Vigliermo che nel Canavese tiene in vita i canti raccolti da Costantino Nigra nell’Ottocento.
Il catalogo è questo: ma adesso cosa ne facciamo? Appelli per la tutela con firme illustri: Guccini, Finardi («La cultura popolare è la biodiversità dell’anima»). Premi, riconoscimenti, certificazione di «bene di interesse nazionale», convocazione degli «Stati Generali della Cultura Immateriale». Mamma mia quanta istituzionalizzazione per una cultura “volatile”.
Ma «il folclore è cultura solo se continua a muoversi e a modificarsi», avverte Sandro Portelli, linguista e antropologo pioniere della cultura subalterna. Ai tempi della prima riscoperta collaborò con Gianni Bosio ai Dischi del Sole, archivio sonoro di valore oggi inestimabile. «Ma a un certo punto decidemmo di smettere di fare raccolte ‘regionali’: il rischio era di congelare tutto in una specie di ricettario locale. L’unico modo per salvare un patrimonio popolare è garantire la vita alla comunità che lo ha prodotto: e lasciarle la libertà di farne ciò che crede». Dio ci scampi dagli stornelli Doc, insomma: «E se qualcuno vuole mescolare zampognari e hip-hop, benvenuto. Quando i cantori in ottava rima cominciarono a declamare nelle piazze i versi di Ariosto e Tasso, erano innovatori e sperimentatori».
Invece imbalsamare è sempre la premessa a una sepoltura. O peggio, all’esposizione interessata del cadavere. Perché c’è un altro rischio che corre il secondo folk revival, è un rischio ideologico come negli anni Sessanta, ma speculare.
Non più bandiera di un’identità di classe, ma di un’identità etnica.
Avete già capito di cosa parliamo: di “radici celtiche”, di “tradizioni padane”, di eredità posticce inventate per puntellare identità politiche precarie. «Abbiamo creato la Rete delle Province proprio per non lasciare la cultura popolare in mano a chi ne farebbe uso per delimitare ed escludere », dice Valter Giuliano, l’assessore alla Provincia di Torino, Verdi tendenza Lanzinger. «Vietati i torcicolli nostalgici: il folclore che vogliamo tutelare è quello che cambia e si mescola a quello del vicino, come accade da secoli». Le melodie arabe nelle tammuriate, gli echi aragonesi nei canti sardi.
Oggi, i suoni e i gesti dei migranti.
Non c’è tradizione incontaminata, o eternamente uguale a se stessa.
«Una tradizione», insiste l’assessore, «è solo una novità che ha avuto successo». Forse in qualche periferia metropolitana c’è già un gruppo multicolore di ragazzi che sta creando, con pezzi di culture venute da lontano, un gesto mai visto o un suono inaudito che un giorno qualcuno chiamerà “tradizione immateriale”.

XXXVI Convegno Nazionale di Semiotica: Carpino in scena

Il 30 novembre scorso a San Marino la Tarantella di Carpino è andata di scena. L’occasione è stata il XXXVI Convegno Nazionale di Semiotica dal titolo ‘Parole nell’aria. Sincretismo fra musica e altri linguaggi’. Il Convegno dell’AISS (Associazione Italiana di Studi Semiotici) quest’anno è stato dedicato al tema della musica come sistema semiotico visto in relazione dinamica (appunto ‘sincretica’) con possibili altri linguaggi. Tre sezioni hanno articolato gli interventi dei più importanti docenti e studiosi di semiotica italiani (tra cui Umberto Eco) e dei più attivi giovani ricercatori: la prima, dedicata al rapporto tra musica e linguaggio verbale; la seconda, dedicata al rapporto tra la musica ed il complesso tema della narrazione; il terzo, infine, dedicato al sincretismo tra la musica ed altri linguaggi ‘non convenzionali’.
È proprio all’interno della terza sezione intitolata ‘Musica e performance’ che Amedeo Trezza, insieme ad Antonio Basile già Ufficio Stampa del Carpino Folk Festival e referente campano dell’AISS, ha posto all’attenzione della semiotica italiana la performance musico-gestuale di un particolare segmento della Tarantella di Carpino.
 Amedeo Trezza, Dottore di Ricerca in Teoria delle Lingue e del Linguaggio, collaboratore alla cattedra di Semiotica presso l’Università di Napoli L’Orientale e docente a contratto in Semiotica del testo architettonico e paesaggistico presso l’Università di Napoli Federico II, ha proposto un’inedita lettura del fenomeno della Serenata ad personam della tradizione musicale e canora di Carpino.
Consapevole della complessità e della straordinarietà dell’evento-serenata che fino a pochi decenni fa ha caratterizzato la musica popolare di Carpino e del Gargano, ma altrettanto consapevole dell’oblio di questo fenomeno dalle performances realizzative troppo complesse a favore invece di una reiterata riproposizione, negli anni, di frammenti ormai defunzionalizzati e praticati solo a scopo ludico (sonetti e strofette ‘liberi’), Amedeo Trezza ha voluto proporre una prima e del tutto iniziale lettura inedita in campo semiotico della serenata carpinese, di fatto intravedendo un ricco filone d’indagine interdisciplinare tutto da seguire.
"Mentre in Salento tale espressione sonora e canora ha assunto nel tempo sempre più un carattere religioso e catartico (laddove alle prese con la pizzica salentina si è in presenza di una vera e propria attività iatromusicale) e nelle altre regioni d’Italia ha assunto perlopiù un carattere ludico di festa e di intrattenimento, nel Gargano (e con punte di ormai ineguagliabile raffinatezza ed eccellenza musicale e poetica a Carpino – per cui, d’ora in poi, parleremo solo di ‘tarantella di Carpino’) questa forma musico-canora ha fatto suo in maniera prevalente, anche se non assoluto, il tema dell’amore tra l’uomo e la donna".

Qui l’abstract dell’intervento così come è possibile reperirlo anche sul sito dell’AISS (www.associazionesemiotica.it).

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La prosperità e il futuro di una comunità dipendono anche dalla funzione decisiva della Cultura. E’ per questo motivo che chiediamo a tutti coloro l’abbiano a cuore di sottoscrivere il nostro messaggio indirizzato al Presidente della Regione Puglia per un Auditorium/Infrastruttura centro culturale del Gargano. Firma la lettera

Le migliori personalità del mondo imprenditoriale garganico in ambito economico e culturale del 2008

Onore al merito: anche il nostro “master in commander”, Piero Giannini, è tra gli “homini magni” prescelti dalla giuria. Conclusa la quarta edizione, svoltasi quest’anno a Vieste (dopo Ischitella, Rodi e Peschici)

“PREMIO SACCIA 2008”: I RICONOSCIMENTI
Il “Premio Saccia” si conferma eccezionale occasione di riunione dei migliori capitani “laboris et industriae” nonché guide alla modernità del nostro distretto produttivo e informativo. Sabato 13, nell’Auditorium dell’Istituto Fazzini di Vieste c’erano le migliori menti al servizio della collettività garganica, con le istituzioni rappresentate a ogni livello grazie alla presenza di tutti i sindaci del comprensorio, dell’assessore provinciale al Turismo, Nicola Vascello, dell’ex presidente della Provincia dauna, Carmine Stallone, del presidente Ente Parco del Gargano, Giandiego Gatta. All’appello anche esponenti delle autorità militari.
   Il riconoscimento che la giuria del premio assegna ogni anno alle migliori personalità del mondo imprenditoriale in ambito economico e culturale è, senza dubbio, un premio “ad personam”. E’ quindi con la più grande soddisfazione che noi, “amici” di Piero Giannini, abbiamo applaudito il momento del passaggio della targa e della pergamena dalle mani del sindaco di Peschici, Domenico Vecera, a quelle vigorose ed esperte della guida morale della nostra Associazione Culturale “Punto di Stella”. L’opera del direttore editoriale di “new Punto di Stella”, apprezzato autore di pregevoli scritti di storia locale, che spazia dal giornalismo alla saggistica, è stata la conferma che stiamo bene operando, anche come gruppo associativo.
   Altri premiati sono stati: Padre Leonardo Triggiani da Ischitella, umile  frate cappuccino missionario in Ciad in risposta alla “chiamata” soprattutto grazie al consiglio chiesto a Padre Pio il 1968, una settimana prima della morte del santo: “Parti tranquillo, io ti accompagno con la mia preghiera. Anch’io, da giovane, volevo partire in missione, ma la mia salute cagionevole non me l’ha consentito”. A seguire, si sono succeduti sul palco dell’Auditorium l’impegnato  direttore del vichese “Tuttogargano”, Gaetano Berthoud,  giovane plurititolato imprenditore informativo che da anni è attivissimo nella promozione creativa del territorio, àmbito in cui ha già conseguito importanti traguardi nella comunicazione globale, e i sani imprenditori che trainano l’economia del nostro distretto.
   Nell’ordine: Alfredo Ricucci, presidente del Consorzio agrumario di Rodi, vittorioso fautore  dell’acquisito marchio IGP per gli agrumi del Gargano; il capitano dell’impresa  Plasticart di Vieste, Berardino Sicuro, benefattore di tanti che soffrono; l’imprenditore agricolo di Carpino Nicola Mitrione, riconoscendone l’attività e la valorizzazione di tecniche di coltivazione rispettose del territorio;  l’operatore della distribuzione alimentare, nonché sostenitore di tante iniziative in campo sportivo e culturale, Agostino Triggiani, ischitellano; Francesco Marrucchelli (Cagnano Varano), assente per motivi di salute – premio ritirato da Carmine Stallone, suo grande amico ed estimatore – e la sua impresa di costruzioni.
   Nella lista dei premiati anche Arturo Santoro (Isole Tremiti), imprenditore all’approvvigionamento natanti, già campione sportivo di pesca subacquea, e – alla memoria – il compianto Rocco Draicchio, fondatore dello straordinario “Carpino Folk Festival”. Un riconoscimento speciale della associazione "Il Belvedere" è andato al maresciallo Nicola Sgherzi, di Vico del Gargano.
   Dopo un intermezzo musicale in cui si è esibito il “Grooveria Ensemble Percussion” con una presentatrice d’eccezione, la conduttrice Rai Rosanna Cancellieri, la serata è proseguita con la premiazione di dieci studenti degli Istituti scolastici del Gargano Nord che il 3 dicembre hanno svolto contestualmente un elaborato avente per tema “Turismo nel Gargano”, valutati e selezionati da un qualificato comitato sotto il coordinamento del prof. Lazzaro Rino Caputo, preside della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Tor Vergata in Roma. Consegnati a ciascuno di loro un personal computer, una pergamena e la possibilità di effettuare uno “stage estivo” in una struttura del “Gruppo Saccia”, sostenitore dell’iniziativa.
   Si è chiusa così la quarta edizione del premio, con una serata ben riuscita, organizzata e realizzata come sempre con grande professionalità dal periodico di Ischitella “Il Belvedere”. (Maria Mattea Maggiano)
 
Comunicato Uff. Stampa Associazione Culturale “Punto di Stella”

Il Natale com’era.. i nonni del Gargano raccontano

Gli studenti della III B IGEA dell’ITCG “Mauro del Giudice” di Rodi hanno intervistato i loro nonni sulle tradizioni natalizie del Gargano. Ecco le testimonianze raccolte ad Ischitella, Carpino, Rodi e Sannicandro Garganico

Le "cruedde" natalizie di Ischitella

LE FESTE NATALIZIE AD ISCHITELLA 

La presentazione del Natale com’e di tradizione iniziava l’8 dicembre il giorno dell’Immacolata Concezione. In questo giorno si preparava il presepe con la capanna; tutte le altre casette erano fatte di cartone e le statuine dei pastorelli venivano modellate a mano con l’argilla rossa. Il giorno di Santa Lucia si preparano le “statiole” che andavano dal 13 fino al 25 Dicembre e si diceva che questi giorni portavano tutti i mesi dell’anno. In questo giorno il 13 Dicembre veniva detta anche un detto: “ Sante Necòla a Natal diciannove, Santa Lucia a Natale tredicine”.
Quattro o cinque giorni prima di Natale si preparavano crustoli, i cavciungid e i struffl. La notte del 24 si andava in chiesa e tutta la gente portava con sè i capitoni, le pecorelle e le pentole. Le portavano tutte in dono a Gesù bambino. Il giorno di Natale si riunivano tutte le famiglie e dopo mangiato si cantava la venuta di Gesù bambino. 

Maria Consiglio Coco Piccolo (Ischitella)
Le feste natalizie erano molto attese dai nostri nonni perché era una festa per tutta la famiglia, in cui si mangiava abbondantemente, si indossavano vestiti nuovi o dei propri fratelli ed era un giorno di pieno divertimento.
Il Natale era la festa più bella e più calda, in cui si riuniva tutta la famiglia per festeggiare. L’8 dicembre, il giorno dell’Immacolata Concezione detta dagli antichi “a Cuncett”, si preparava nelle proprie case un piccolo Presepe e l’albero di Natale abbellito da arance, limoni, melograni e con delle caramelle. Nell’attesa del giorno di Natale, le donne di casa preparavano dolci fritti particolari di quel periodo: pettole, struffoli, crustoli con noccioline, mandorle con vincotto o miele, e calzoncelli ripieni di vincotto mandorle e ceci. La notte del 24 dicembre tuta la famiglia andava in Chiesa per ascoltare la Santa Messa portando qualcosa in mano: agnello, capretto, gallina, arance, limoni, frutta secca, anguille e altre cose…e le mettevano vicino al Presepe. Il giorno di Natale tutta la famiglia festeggiava, si pranzava a base di pese, bevendo il vino fatto da loro detto: “paesan” e cantavano canti natalizi:

LA NOTTE DI NATALE 
E la notte di Natale
J’è la festa principale 
E nu bue e n’asinelle
E San Giuseppe lu vecchiarelle
San Giuseppe teneve le fasce
la madonna le pigghie e lu n’ fasce
e le mette n cineline
ninne nanna Gesù Bambino.
 

MARIA LAVAVA
Maria lavava, Giuseppe spannev 
U figghie chiagnev, di latte non ho
Zitto mio figlio te deng la zizza te facc durmì
Dormi, dormi 
Fai la ninna nanna Gesù!

TU SCENDI DALLE STELLE
Tu scendi dalle stelle o Re del cielo 
E vieni in una grotta al freddo e al gelo 

Giulia Cataneo (Ischitella)

Il Natale dei miei nonni era molto più semplice di quelli dei nostri tempi. I miei nonni si accontentavano di tutto, pure il regalo più banale era il più bello per loro.
Dal 13 novembre al 24 dicembre si inizia a contare un mese per ogni giorno. Mi racconta mio nonno che erano questi i periodi in cui si facevano i dolci tipici (i crustl, cavciuncidd, i struffl, i chiacchir, ecc…). Solitamente si aspettava la notte di Natale per poterli consumare.
Il 24 si andava ad ascoltare la messa natalizia notturna, il capo famiglia accendeva il fuoco per arrostire la carne ed il pesce, soprattutto il capitone. La notte di Natale si cantavano i canti tipici mentre la notte di S. Silvestro si lanciavano gli oggetti vecchi dal balcone per scacciare via l’anno vecchio e dare il benvenuto a quello nuovo. 

FILASTROCCA 
Sant Lucii a tredcin 
che cont fin a dudc
Natal sta vucin.

CANZONI
Je a nott d Natal e a fest principal e nu buu
E l’asinel San Giusepp u vicchiarel San Giusepp ten fasch a madon u pigli e lu infash e lu mett indr u cnlin nin nan Gesù Bamin.

Maria lavav Giusepp spannev e u nin chianniev a zizz vulev, caro mio figlio t pigli e t deng la zizz e t port a cuca


Antonio Pizzarelli (Ischitella)
Le feste per lo più religiose venivano attese con gioia da tutti, per diversi motivi: c’era un’abbondanza di cibo, tornavano i parenti per vivere insieme le tradizioni. Ad esempio “si ingegniava” (indossavano il vestito nuovo e rimediato). 
Ecco un canto natalizio:

La Notte de Natale 
e na festa principale,
è nato nostro Signore 
inte una povera mangiatoia 
e nu bue e n’asinelle 
e Maria la Verginelle…

Proprio come dicono i primi versi di questa poesia popolare, Natale era la festa più bella e attesa dell’anno: la festa delle famiglie al completo riunite attorno al camino dove scoppiettava “u’cippone” (gran ceppo) che era già stato messo da parte, e che doveva bruciare per tutta la notte santa. Per la gioia dei bambini, dal giorno dell’Immacolata Concezione (8 Dicembre "A Cuncetta") si allestiva in ogni casa un piccolo presepe con i personaggi principali realizzati con la creta,o addirittura mollica di pane o cera. Non mancava l’albero di Natale che era un ramo ornato con arance e limoni. I grandi, e precisamente le donne, erano indaffarate a preparare dolcetti fritti particolari: struffoli, crustoli, cavicioncelli ripieni di crema a base di ceci, miele e cacao, pettole; questi dolci dovevano durare per tutto il periodo delle feste. La sera del 24 si consumava la cena a base d’anguille con senapi, spigole e anguille arrostite, baccalà fritto e tante altre cose, che la padrona di casa portava a tavola. Si mangiava con allegria gustando un bicchiere di vino novello e intonando canti natalizi:

E la notte di Natele 
Jè na festa principale,
e nu voue e n’asenelle
e San Giuseppe lu vecchierelle 
San Giuseppe teneve la fasce,
la Madonne lu pigghiè lu nfasce.
Lu mette in cineline: 
“ninna-nanna, Gesù Bambine!” 

Gesù bambin d’amore, io ti saluto,
perché dal cielo in terra, TU sei venuto! 
O mio caro Bambinello e tu sei un rondinello 
Sei racchiuso in un piccol seno 
E di tanto amor ripieno.
O Gesù mio, 
il latte io ti darò
e l’amor mio.

Maria lavava
Giuseppe spanneva
‘U figghije chiagneve 
a zizza vuleve
zitto mio figlio 
te nfasce e te pigghije
te denghe la zizza 
e te torne a cucà.

A mezzanotte tutti andavano a messa portando sulle spalle o tra le mani qualcosa: un agnellino, un capretto, una gallina, un piccione, arance, limoni e frutta secca, un listino di pesce, dolci…! Si cercava così di far rivivere lo scenario del vero Natale del Signore. Il giorno di Natale ci si riuniva di nuovo per consumare il pranzo.

Gemma d’Avolio (Ischitella)


FESTE NATALIZIE A CARPINO
Mio nonno mia ha raccontato che il Natale prima era molto povero, ma quel poco che loro avevano li rendeva molto felici. Prima chi aveva qualche soldo da parte aspettava il Natale per farsi una giacca nuova o un paio di scarpe nuove. Nei giorni precedenti la festa, la nonna e qualche parente o vicino di casa si riunivano per fare tanti fritti: “pettole”, “struffoli”, “scartellate”, e molti altri dolci. I nonni ammazzavano il maiale che avevano cresciuto nella stalla, con la carne preparavano le salsicce, il prosciutto, poi con il sangue del maiale preparavano una cosa buona per i bambini, il cosiddetto: “ lu sagnnat” che era come la nutella di oggi, che prima non c’era. La mattina di Natale, i nonni si alzavano verso le 3 le 4 di notte per andare al bosco per raccogliere la legna e ritornare a casa presto per andare alla messa di Natale. Dopo la messa, si rientrava a casa e tutti i parenti si riunivano per festeggiare il Natale. Si restava fino a tarda sera a ballare e mangiare.
Angelo Mitrione (Carpino)

I preparativi per il Natale iniziavano l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata Concezione. In questo giorno veniva preparato il presepe. Veniva creato con del cartone, l’erba veniva simulata con del muschio e i personaggi venivano fatti a mano. Due o tre giorni prima di Natale venivano preparati i dolci natalizi, come ad esempio “ crustoli, cavucncedd, pettole, ecc”. La notte della vigilia, tutta la gente del paese andava in chiesa a celebrare la nascita del bambinello, portando con sé i doni come un capretto, o il capitone (“ u capton”) e le pettole. La mattina di Natale, tutta la famiglia si riuniva a mangiare, tutti insieme, mangiando capitone ed altri cibi di quel tempo. Così, finito di mangiare, si riunivano attorno al camino a cantare e suonare con tamburelli e nacchere. La sera del 31 dicembre, tutta la famiglia si riuniva a tavola, bevendo vino paesano e mangiando vari tipi di carne. Arrivati alla mezzanotte, si affacciavano alla finestra e buttavano roba vecchia che faceva rumore, per scacciare l’anno vecchio, come ad esempio bicchieri e piatti. Il 6 gennaio tutte le mamme mettevano davanti al camino delle calze con dentro delle mele, arance e carbone, un antico detto era “Quando arriva l’epifania tutte le feste porta via”.
Michele Vicedomini (Carpino)


Le feste erano molto importanti soprattutto perché c’era abbondanza di cibo e si riunivano i parenti per passare insieme le feste.
La notte del 24 dicembre si celebrava la messa per la nascita di Gesù bambino. Nelle case veniva fatto il presepe, all’inizio e alla fine del presepe c’era un filo dove veniva steso il corredo a Gesù bambino. Nel presepe i personaggi principali erano fatti di creta o di mollica di pane. L’albero di Natale veniva ornato con arance e limoni. La notte di Natale si riunivano insieme a tutti i parenti per festeggiare la nascita di Cristo. Ognuno portava sulle spalle qualcosa: una gallina, arance, limoni agnelli. Poi il mattino seguente si riunivano per consumare il pranzo: c’erano l’anguilla arrostita, il baccalà e i dolci fritti come pettole, struffoli e cartellate, tutto ciò veniva accompagnato con il vino paesano. 
A Capodanno, tutti i parenti mangiavano come tradizione per mangiare insieme, loro arrostivano carne, pesce e facevano come usanza u rot d patan e mangiano i fritti che dovevano durare per tutto il periodo natalizio. Allo scoccare della mezzanotte si davano gli auguri di rito. Per scacciare l’anno vecchio e inaugurare quello nuovo si buttavano i piatti e bicchieri vecchi.
Si usciva di casa e cantando si andava a casa dei vicini, se per caso dormivano venivano invitati ad alzarsi. Dopo aver sentito gli auguri cantati, aprivano la porta e la padrona di casa offriva tutto ciò che aveva in casa e si restava in compagnia fino a notte fonda, cantando e giocando o a tombola o a carte.
La notte del 5 gennaio veniva vissuta dai bambini con molta attesa perché appendevano la calza al caminetto, aspettando l’arrivo della Befana. La Befana era una signora anziana d’aspetto, avente dei vestiti vecchi. I bambini la attendevano perché erano stati buoni per tutto l’anno. La befana puniva i bimbi cattivi con cenere e carbone invece dei dolci. La mattina del 6 gennaio, i bambini svuotavano le calze e contavano i regali portati dalla Befana. 
Giulio di Lella (Carpino)
A quell’epoca, il Natale era un momento di gioia perché si riuniva tutta la famiglia. L’8 dicembre (giorno della Concetta) si preparava il presepe, le casette erano fatte di legno e le grotte con carta marrone. La neve era creata con dei batuffoli d’ovatta. La sera della Concetta era acceso un gran falò e intorno ad esso si mangiava e si cantava. Il 24 dicembre, vigila di Natale, si preparavano i dolci tipici (pettole, scartellate, struffoli, cavincioncelli) che dovevano durare per tutto il periodo delle feste. La sera si riunivano per consumare la cena e verso le 22. 30 si andava in chiesa ad attendere la nascita di Gesù Bambino. Quando si andava a messa si portava con sé dei piccoli doni per il nascituro. Il giorno 25 dicembre (Natale) si riuniva tutta la famiglia e si faceva un gran cenone, i piccoli che andavano a scuola, mettevano sotto il piatto del padre una piccola lettera in cui auguravano un Buon Natale e un Buon anno. La sera si riunivano davanti ad un caminetto, si raccontavano delle storie e si giocava a tombola o a carte. Il 26 dicembre, giorno di santo Stefano, le madri portavano i propri neonati a visitare il Bambino Gesù. Una leggenda di Ischitella racconta che una donna senza figli prese un cuscino e lo travestì da bambino e il Bambinello lo trasformò in un vero bambino. La sera del 31 Dicembre ci si riuniva tutti insieme in casa, amici e parenti. Si consumava una grande cena. In onore dell’anno nuovo, si ammazzava l’anguilla più grande che si poteva trovare, si arrostiva sulla brace, si beveva del vino novello. Arrivata la mezzanotte, si usciva sul balcone e si buttavano piatti e bicchieri vecchi (si diceva che si scacciava l’anno vecchio e s’ inaugurava l’anno nuovo). Il primo giorno dell’anno si usciva con la famiglia e si augurava a tutti un buon anno nuovo. La sera del 5 Gennaio (vigilia della Befana) tutti i bambini mettevano una piccola calza agurandosi che la Befana passasse di lì e che non lasciasse del carbone. Al mattino del 6 Gennaio, i bambini andavano vicino al camino per guardare cosa aveva portato loro la Befana. A quell’epoca, nella calza si mettevano arance, mele e caramelle alla liquirizia e qualche volta anche dei giocattoli, ma soprattutto c’era del carbone… 
Rosalba Basile (Carpino)
Ai tempi di mia nonna circa negli anni trenta, il Natale si festeggiava cosi: la vigilia di Natale si riunivano tutti in casa della nonna o in casa della mamma, per fare i fritti. Per i bambini di allora era un giorno fantastico, non tanto perché si riunivano tutti in casa, ma per quell’ atmosfera che solo il Natale sapeva dare.
Poi la notte di Natale si faceva il cenone con tutti i parenti riuniti, e si ballava e cantava con chitarra, castagnole e tamburi a ritmo di tarantella fino alla mattina del giorno seguente.
Il giorno di Natale, poi si mangiava tutti insieme.
Giuseppe Gerratana (Carpino)
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IL NATALE A RODI GARGANICO

Il Natale a Rodi Garganico, come penso per tutti i paesi garganici, era un appuntamento importante della vita cui ci si preparava con fervore e spirito religioso. Quotidianamente si cantavano i giorni mancanti e fin dai primi di dicembre nelle case s’affrettavano a preparare le riserve alimentari: salsicce, pancette, vincotto, taralli, e poi ci si deliziava con rosoli e limoncini. Si preparava l’albero di Natale che veniva preso nelle pinete e veniva abbellito con caramelle, biscotti fatti a mano, cioccolatini, e con fili di cotone tra i rami. Il presepe veniva allestito con montagne di carta, prati di muschio, case di cartone o legno, laghetti con pezzi di vetro e di specchio, sentieri di farina e con pastori di creta. Veniva poi legato un filo a partire dall’inizio del presepe e per finire appunto alla fine di esso, dove veniva steso il corredo di Gesù Bambino ricamato a mano. Nelle serate fredde ci si riuniva intorno al fuoco del camino e si giocava a tombola, al gioco dell’oca e al sette e mezzo e tra un gioco e un altro si cantavano delle ninne nanne e nenie. La sera di Natale ci si riuniva intorno al tavolo e si mangiava baccalà fritto e anguille arrostite.

Per dolce c’erano crustoli, crespelle, struffoli, cartellate e ostie ripiene di mandorle abbrustolite e miele. Contribuiva a rendere più gioiosa l’attesa del Natale, il suono delle zampogne dei pastori abruzzesi. Le funzioni religiose venivano svolte nella chiesa di San Pietro, dove veniva celebrata la novena. La notte di Natale invece la messa si teneva alla Madonna della Libera dove veniva e viene tuttora preparato il presepe. Si cantavano le melodie “Tu Scendi dalle Stelle” e “Astro del ciel”.
Lucia Delle Fave (Rodi Garganico)


IL NATALE A SAN NICANDRO GARGANICO 

Il Natale per i Cristiani è sempre stata la festa più importante dell’anno. Infatti, per l’occasione, si preparavano feste molto belle ed organizzate. Gli invitati erano, di solito, i componenti di tutta la famiglia, che per quel giorno, si ritrovavano tutti insieme a festeggiare. La festa incominciava l’8 dicembre, quando si preparava l’albero e il presepe. Ma, aspettando il Natale, c’era una canzoncina che contava i giorni, partendo dal 25 di novembre: Santa Caterina a Natale la trentina / Santo Nicola a Natale il diciannove / Santa Concetta a Natale la diciassette / Santa Lucia a Natale la dodicina.
Ad allestire l’albero, partecipava di solito tutta la famiglia. Gli alberi erano tutti sintetici, visto che gli abeti non si trovavano facilmente. Erano adornati con palline di vetro colorate e decorate, con fili dorati e argentati.
Per il presepe, si raccoglieva qualche giorno prima il muschio, per renderlo più vero. I miei nonni, avendo molto spazio in casa, realizzavano un presepe enorme, con fiumi e laghetti. Inoltre, allo scoccare della mezzanotte, il giorno di Natale si ritrovano tutti davanti al presepe dove, tirando delle cordicine, facevano scendere Gesù Bambino nella grotta. Tra l’altro, per rendere più realistica la scena, mia nonna cuciva corredini minuscoli che predisponeva nelle casette, come panni messi ad asciugare.
Il giorno della Vigilia di Natale si incominciava a mangiare alle sette, quando suonavano le campane della Chiesa. I piatti tipici erano gli spaghetti con le alici, il baccalà fritto e le anguille con la verdura. I più piccoli mettevano sotto il piatto del primo del papà una letterina con una poesia, preparata a scuola. Così, tra il primo e il secondo, recitavano la poesia e alla fine ricevevano come regalo un’offerta.
Invece, per il giorno di Natale, si uccideva un maiale con cui facevano la salsiccia, per gustarla a pranzo.
Nel periodo natalizio era rarissimo trovare un panettone. Ma le mamme preparavano i crustl e i caucuncidd, molto apprezzati dalle famiglie. 
Come diceva il detto “L’Epifania tutte le feste porta via”. In questa giornata, era usanza disfare l’albero e il presepe. Tra l’altro, si organizzava un’estrazione. Infatti, si preparavano dei dolci, che venivano poi impacchettati e numerati. Ma, oltre ai numeri dei pacchi, c’erano anche altri numeri, che corrispondevano a pegni o battute.
Molte tradizioni, tra quelle elencate sopra, sono tuttora ancora vive. 
Nazario Saccia (
Sannicandro Garganico)

RICERCA SUL CAMPO COORDINATA DALLA PROF.SSA TERESA MARIA RAUZINO (LABORATORIO STORICO ISTITUTO DI ISTRUZIONE SUPERIORE "MAURO DEL GIUDICE" DI RODI GARGANICO -FG). 

I DOLCI E PIATTI NATALIZI

Uno dei " tredici pasti" della vigilia di Natale

un momento della preparazione dei " I crust " o cartellate
Un momento della preparazione dei " I crust " o cartellate

Un momento della preparazione dei " I crust " o cartellate

I dolci natalizi del Gargano: " I crust " o cartellate
Le pettole

ALLA MEMORIA di Rocco Draicchio il Premio Saccia

Di seguito i nomi dei prescelti al “Premio Antonio Saccia – Il Gargano che lavora 2008”, la cui cerimonia di assegnazione si terrà oggi sabato 13 nell’auditorium viestano “L.Fazzini”:

A = SEZIONE CULTURA-PROFESSIONI-SOCIAL

E – padre Leonardo Triggiani (missionario), San Giovanni Rotondo – prof. Piero Giannini (giornalista), Peschici

B = SEZIONE IMPRESE E/O IMPRENDITORI – sig. Nicola Mitrione (servizi all’agricoltura-Agricola 2000), Carpino – sig. Agostino Triggiani (distribuzione alimentare-Cedisur), Ischitella – sig. Francesco Marrucchelli (impresa di costruzioni), Cagnano V. – sig. Gaetano Berthoud (editore “Tuttogargano”), Vico del G. – avv. Alfredo Ricucci (azienda agricola), Rodi G. – sig. Berardino Sicuro (forniture alberghiere-Plasticart), Vieste – sig. Arturo Santoro (imprenditore turistico), Isole Tremiti.

C = ALLA MEMORIA – Rocco Draicchio (fondatore del “Carpino Folk Festival”), Carpino.

D = PREMIO SPECIALE "IL BELVEDERE" – mar.llo Nicola Sgherzi, Vico del G.

Dieci borse di studio verrano assegnate, inoltre, ad altrettanti giovani maturandi degli istituti superiori che il 3 dicembre hanno svolto contestualmente un elaborato avente per tema “Turismo nel Gargano”. Un qualificato comitato di valutazione, coordinato dal prof. Lazzaro Rino Caputo, preside della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di tor Vergata in Roma, ne ha selezionato gli elaborati più meritevoli.

La manifestazione è patrocinata dalla Provincia di Foggia, dall’ente Parco, dalla Comunità Montana, dalla Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Foggia e dal Comune di Vieste.

“Lu Bandito” è vivo

Domani alle ore 11,00 nella Sala Giunta dell’Amministrazione Provinciale di Foggia verrà presentato il Premio “Matteo Salvatore”, che si terrà sabato 13 dicembre al “Teatro del Fuoco” con inizio alle ore 21,00. Interverranno l’Assessore provinciale alla Cultura Billa Consiglio, l’Assessore provinciale al Turismo Nicola Vascello, Angelo Cavallo direttore artistico ed organizzatore del Premio, Enrico de angelis direttore artistico del “Premio Tenco”, Enzo Avitabile ed i Favonio. Saranno protagonisti della manifestazione di sabato Niccolò Fabi, Enzo Avitabile, i Tetes de Bois, i Folkabbestia, Umberto Sangiovanni e Dauniaorchestra, Chiara Armiento e Leo Mansueto ed i Favonio, scelti dal comitato organizzatore a rappresentare i gruppi locali che hanno inviato la loro cover del compianto autore dauno. La sigla della serata verrà eseguita dal vivo dai foggiani “Tavola 28”. Il “Teatro del Fuoco” ha visto premiati, nell’arco delle tre edizioni passate, artisti nazionali ed internazionali tra i quali Eugenio Bennato, Enzo Del Re, Giorgio Conte, Otello Profazio, Davide Van De Sfroos, Afel Boucoum, John Sinclair, Teresa De Sio e Fausto Mesolella degli Avion Travel. Con la quarta edizione la kermesse alza il tiro grazie all’impegno della Provincia di Foggia che investe, più che in un patrocinio, in una vera e propria cooproduzione. Un “segnale positivo di affezione ai valori culturali delle nostre radici” come tiene a sottolineare il direttore artistico Angelo Cavallo che “consente di concretizzare l’ obiettivo che ci ponemmo sin dalla nascita di questa istituzione” ovvero la divulgazione dell’immenso patrimonio musicale che ha lasciato Matteo Salvatore. Sarà infatti una edizione ‘speciale’ quella concordata tra la direzione artistica e Mario De Vivo, delegato agli Spettacoli ed Eventi dell’Ente, che prevede la pubblicazione di un disco per RAI TRADE, marchio patrocinante di evidente spessore culturale, con il coinvolgimento di artisti selezionati dal panorama musicale nazionale. La registrazione del disco avrà luogo nella serata del 13 dicembre con pubblico in sala. Saranno reinterpretati i brani tratti dal “IL lamento dei mendicanti” album storico di Matteo Salvatore ed. Ala Bianca facente parte della collana I Dischi del sole del 1966. Ma non sarà l’unica novità della kermesse. Il gruppo foggiano dei “Favonio” darà vita ad un inedito: “L’uomo del tavoliere”. Come annunciato nella precedente edizione 2007 “è una ballata testimonial della nostra provincia” come aggiunge Angelo Cavallo, “scritta da Matteo in età avanzata. Nel testo è racchiusa tutta la nostra identità degli uomini di pianura e spero che gli abitanti del nord pugliese possano rispecchiarsi in quelle parole.” Patrocinano l’evento oltre la Provincia di Foggia e Rai Trade, la Regione Puglia “Assessorato al mediterraneo”, l’ APT ed il Club Tenco Sanremo. Il biglietto d’ingresso sarà di 10,00 euro, prevendite c/o il botteghino del Teatro del Fuoco.
Intervista del 12/12/2008 a Vinicio Capossela su Repubblica di Bari
…. Il legame di Capossela alla cultura contadina si sente spesso nelle sue storie e nei suoi suoni. In Ovunque proteggi i riferimenti erano pressoché integralmente basati sui paganesimi della cultura rurale. Poco tempo fa è morto Matteo Salvatore cui hai reso omaggio al festival di Carpino la scorsa estate. Cosa vi lega?
«Sono stupito dal fatto che sia forse più conosciuto all´estero e non qua e che non ci sia un archivio musicale in suo onore. Penso che dovrebbe essere una priorità e probabilmente mi investirò personalmente a tal proposito. Matteo Salvatore aveva intanto il pregio unico di saper scrivere. Sapeva parlare di amore senza privazione di retorica. Era inoltre estremamente piccante e divertente, come nel testo sul Pescivendolo. Ma soprattutto, era assolutamente pragmatico e senza indulgenza quando parlava della miseria contadina. Proprio come i veri contadini. Non è gente che si perde in fronzoli. Ma affrontava tutto con ironia per raccontare il dolore, come nella ballata della gatta traditrice che mangia la salsiccia proprio mentre la vedova piange la morte del suo uomo. Era il nostro Robert Johnson, ma il problema è che la nostra musica folk è stata folklorizzata, mentre le cose che vengono dalla terra sono cose sacrali».
Questa estate hai suonato alla Notte della Taranta. Come hai trovato lo stato di salute della musica tradizionale in Salento?
«Sono rimasto sorpreso dalla qualità delle voci femminili. E´ pieno di giovani innamorati della tradizione ma che hanno voglia di non fermarsi li. C´è una etichetta a Otranto che mi sembra stia facendo un lavoro molto bello».
Tante cose ti legano sin dall´inizio della tua carriera al Salento. Molti ti hanno visto almeno una volta suonare in modo molto informale all´On the road al Capo di Leuca, che ora purtroppo non c´è più.
«Io l´ho detto ad Antonio De Marco, mio grande amico, che per risollevare le sorti dell´On the road potremmo aprire una pizzeria con il Mighty Wurlitzer, che può avere la doppia funzione dell´organetto e dello sfornapizza. Si, il mio sogno è di aprire un Pizza House laggiù al capo».

Si farà la tangenziale di Carpino

Il Consiglio provinciale approva all’unanimità l’adozione del Piano Territoriale di Coordinamento

Il Consiglio provinciale ha approvato all’unanimità l’adozione del Piano Territoriale di Coordinamento, il più importante documento di programmazione territoriale che individua e disciplina le potenzialità e le criticità del territorio sotto il profilo paesaggistico, ambientale, culturale, della mobilità e dei trasporti. Il Piano Territoriale si configura come uno strumento che – nato da un monitoraggio delle caratteristiche geomorfologiche del territorio, e passato attraverso una lunga e proficua fase di confronto con gli enti locali, le associazioni, i rappresentanti del terzo settore e degli ordini professionali, i cittadini – disegna una cornice definita all’interno della quale incardinare le politiche di sviluppo futuro. La Provincia di Foggia è adesso la seconda provincia della Puglia – dopo Lecce – ad adottare il Ptcp ponendosi, come ha sottolineato l’assessore provinciale alla Programmazione Leonardo Di Gioia, “all’avanguardia sul terreno della programmazione”. “Il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale – spiega l’assessore – si caratterizza non soltanto per la sua valenza di natura tecnica, ma anche per una funzione politica: quella di mettere l’Amministrazione provinciale nella condizione di svolgere fino in fondo le sue prerogative di Ente sovracomunale di coordinamento. La vittoria politica raggiunta oggi dall’intera assise provinciale sta dunque nell’aver delineato la cornice della programmazione dei prossimi anni evidenziando, attraverso il rapporto tra potenzialità e criticità del territorio, gli assi sui quali incardinare le politiche di sviluppo e di crescita, costituendo le precondizioni per introitare i fondi comunitari 2007-2013”. Il Ptcp va considerato un documento attuale ed in costante evoluzione, che non si limita a fotografare la condizione territoriale, ma ne recepisce i più recenti cambiamenti. “La Provincia di Foggia – aggiunge Di Gioia – diventa così il fulcro delle dinamiche di crescita del territorio, rivendicando con forza il ruolo di coordinamento per ciò che riguarda la Pianificazione Strategica di Area Vasta”. Il Piano Territoriale si sviluppa a partire dalle tre aree di stretta competenza provinciale: la tutela delle risorse territoriali, la corretta localizzazioni degli elementi del sistema insediativo, le scelte d’uso del territorio. Il quadro conoscitivo emerso dal documento di programmazione evidenzia quali risorse fondamentali della Capitanata i suoi ecosistemi di particolare pregio, il ‘fronte mare’ privo di occupazione edilizia, la ricchezza dei suoi centri storici, la rete dei suoi beni culturali (risorse del sistema paesaggistico, ambientale e culturale); la dotazione delle aree produttive e le infrastrutture del sistema dei trasporti (risorse del sistema insediativi). Accanto alle potenzialità, tuttavia, emergono anche evidenti criticità che diventano da subito le priorità da affrontare: la propensione del territorio al dissesto, l’elevata vulnerabilità delle risorse idriche, la condizione delle aree storicamente sondate e di quelle potenzialmente inondabili, il processo di erosione delle coste. Nel sistema insediativo il Ptcp rileva le difficoltà delle aree produttive per mancanza di intermodalità, della rete infrastrutturale dei trasporti legata agli ambiti, ai nodi, alle tratte, la scarsa dotazione di servizi di base, il crescente fenomeno dello spopolamento specie delle aree interne. “Quello che il Consiglio provinciale ha adottato oggi – prosegue l’assessore provinciale – è il frutto della dinamicità della nuova Amministrazione provinciale che, sia pure muovendosi in una continuità amministrativa, ha saputo innovare e rimodulare gli indirizzi del Ptcp, uniformandoli alla propria idea di sviluppo della Capitanata”. Un lavoro per il quale il presidente della Provincia Antonio Pepe ha espresso un sincero ringraziamento all’architetto Stefano Biscotti, all’Ufficio di Piano tutto e alle Commissioni consiliari Lavori Pubblici e Programmazione che hanno operato con impegno e passione all’arricchimento dei contenuti del documento che è insieme uno strumento di coordinamento politico-istituzionale e punto di riferimento per il territorio”. Con l’adozione del Ptcp da parte del Consiglio provinciale e la successiva pubblicazione, si aprono i 60 giorni nei quali i portatori di interesse e di Comuni potranno formulare le proprie osservazioni. L’assessore provinciale Di Gioia ha anche annunciato la convocazione di una conferenza di coprogrammazione con le Amministrazioni comunali della Capitanata. Un arco di tempo al termine del quale il documento tornerà in Consiglio per la discussione delle osservazioni recepite e l’approvazione che trasferirà il Piano alla Regione Puglia il Piano per il varo definitivo. Sono stati undici gli emendamenti presentati dai Consiglieri provinciali al documento, intesi come contributo aggiuntivo e non come interventi tesi a modificarne l’impianto complessivo. Al dibattito sul Ptcp sono intervenuti i Consiglieri provinciali Paolo Campo (PD), Gaetano Cusenza (PD), Nicandro Marinacci (Udc), Paolo Agostinacchio (La Destra), Giuseppe Moscarella (PdL), Rocco Ruo (La Capitanata prima di tutto), Antonio Angelillis (PD), Domenico Farina (PdL), Carmine D’Anelli (Lista per Pepe presidente), Bernardo Lodispoto (Partito Socialista), Paolo Mongiello (PdL), Antonio Potenza (PdL), Emilio Gaeta (PdL). Il Consiglio provinciale ha poi approvato all’unanimità due Ordini del Giorno, rispettivamente dedicati alla nuova disciplina regionale sulla gestione e sulla promozione degli Enti Fieristici Regionali e alla proroga dello stato di emergenza per i Comuni colpiti dal sisma del 2002. L’Odg inerente il futuro dell’Ente Fiera di Foggia, di cui il Ddl regionale prevede la trasformazione in fondazione con l’affidamento dell’organizzazione degli eventi fieristici a privati, è stato presentato dal presidente del gruppo consiliare del Popolo della Libertà Paolo Mongiello e successivamente emendato in aula. Con l’Odg il Consiglio provinciale chiede al Governo regionale ed alla Giunta “di soprassedere all’approvazione del Disegno di Legge Regionale e di aprire un confronto sul territorio, al fine di pervenire ad una soluzione condivisa”. Con il secondo Ordine del Giorno, presentato dal presidente del gruppo Consiliare dell’Udc Nicandro Marinacci ed emendato nel suo dispositivo dall’Aula, l’assemblea di Palazzo Dogana chiede al Governo di prorogare di due anni lo stato di emergenza per i Comuni compiti dal sisma del 2002 e di prevedere lo stanziamento nella Legge Finanziaria, attualmente in fase di elaborazione e discussione, di 100 milioni di euro per il 2009 e di 80 milioni di euro per il 2010 e per il 2011 per gli interventi di ricostruzione. Il Consiglio provinciale invita inoltre i parlamentari della Capitanata a trasformare i contenuti dell’Ordine del Giorno in un emendamento alla Legge Finanziaria.

Il Consigliere Provinciale Rocco RUO esprime vivo apprezzamento per il brillante risultato conseguito dall’Amministrazione Provinciale guidata da Antonio Pepe e sottolinea che l’emendamento n.8 da lui presentato quale unico frimatario ed approvato dal Consiglio Provinciale, consentirà la realizzazione di una importante opera nel territorio di Carpino. Si tratta, infatti, della “Realizzazione della tangenziale di Carpino”.

L’emendamento proposto dal Consigliere Provinciale Rocco RUO ha come oggetto la realizzazione di una bretella di collegamento tra due strade provinciali, la Sp 51 e la Sp 50bis per la deviazione del traffico pesante dal centro urbano del Comune di Carpino. La nuova arteria sarà destinata altresì a soddisfare le esigenze di connessione dell’area artigianale con la strada a scorrimento veloce del Gargano. Infine, cosa più importante, la strada in progetto permetterà di collegare più agevolmente il Gargano con il Comune di san Giovanni Rotondo, sede del principale ospedale a servizio delle comunità garganiche, nonché meta di notevoli flussi di turismo religioso.

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