Quando si parla di chitarra battente nel Gargano, il nome di Carpino viene quasi naturalmente alla mente. È qui che la tradizione dei cantori, delle serenate e delle tarantelle è stata maggiormente studiata, registrata e resa famosa.
Ma la documentazione etnomusicologica racconta una storia molto più ampia.
La chitarra battente è una tradizione del Gargano, non di un solo paese.
La sua storia attraversa almeno settant’anni di documentazione: dalle registrazioni di Alan Lomax e Diego Carpitella del 1954 alle campagne di Ernesto De Martino, Ettore De Carolis e Roberto Leydi; dalle ricerche sistematiche di Salvatore Villani alla ripresa contemporanea dello strumento e dei repertori tradizionali.
Ed è proprio attraverso questa documentazione che emerge un dato fondamentale: sul Gargano la battente non è soltanto uno strumento musicale, ma un fatto sociale, legato alla serenata, al corteggiamento, al canto, al ballo, alla festa e alla trasmissione orale.
Il 1954: prima della “scoperta” di Carpino
Il primo grande documento è quello della campagna di Alan Lomax e Diego Carpitella del 1954.
A Carpino viene registrato e fotografato Vincenzo Grossi, “lu Toms” o “Scarpunèttë”, voce e chitarra battente. Le registrazioni comprendono anche Alla carpinese e altre forme del repertorio locale.
A Cagnano Varano la stessa campagna documenta una realtà musicale altrettanto interessante: un canto alla cagnanese con chitarra battente e altri sonetti accompagnati dalla battente. La documentazione individua inoltre Girolamo Volpe come cantatore e registra il nome di Domenico Tenace fu Antonio nella scheda della sessione, elemento che merita ulteriori verifiche per quanto riguarda l’identificazione degli esecutori.
Compare anche Donato Liguori, fotografato con una chitarra francese “messa a battente”.
La distinzione è importante: una chitarra francese utilizzata in questo modo non coincide necessariamente con la chitarra battente tradizionale.
Questa varietà degli strumenti e delle pratiche è già presente nel Gargano del 1954.
Carpino: una scuola senza scuola
A Carpino la figura centrale è Andrea Sacco, uno dei grandi depositari della tradizione.
Accanto ad Andrea Sacco troviamo Vincenzo Grossi e Rocco Cozzola alla chitarra battente; Gaetano Basanisi, Giuseppe Conforte, Michelantonio Maccarone, Antonio Maccarone, Rocco Antonio Sacco, Matteo Iacci, Michele Basanisi, Matteo Russi e Gaetano Bernardo (o Bernardini) alla chitarra francese; Angela Gentile, Rocco Perfetto, Lucia Sacco e Domenico Di Perna al tamburello e alla tammorra; Antonio Piccininno, Antonio Di Cosimo, Matteo Scanzuso e Carlo Trombetta alle castagnette.
Si tratta, tuttavia, di una distinzione che non va intesa in maniera rigida. Molti di questi musicisti erano infatti anche cantori e potevano alternare o affiancare il canto all’accompagnamento strumentale, secondo il repertorio e le circostanze. La tradizione musicale di Carpino, infatti, non era costituita da ruoli rigidamente separati, ma da una pratica nella quale canto, strumenti e ballo si intrecciavano.
A questo gruppo di musicisti e strumentisti si affiancano altri cantori e informatori della tradizione carpinese, documentati nelle diverse campagne di ricerca, per i quali le fonti non consentono, almeno allo stato attuale, di attribuire con certezza uno specifico strumento: Rocco Di Mauro, Rocco Valente, Domenico Gallo, Carlo Sacco, Nunzia D’Antuono, Michele Di Giacomo e Angela Sacco.
È quindi più corretto parlare di musicisti e cantori della tradizione di Carpino, piuttosto che di semplici suonatori di uno specifico strumento: la chitarra battente, la chitarra francese, il tamburello e le castagnette costituivano gli strumenti attraverso i quali una comunità di cantori e musicisti dava vita ai diversi repertori della tradizione.
Nel 1988, ad esempio, Piccininno viene documentato mentre canta e si accompagna personalmente con la chitarra battente.
Ma l’aspetto più interessante non è soltanto musicale.
È antropologico.
La tradizione non veniva trasmessa attraverso una scuola formalizzata. Si imparava frequentando gli anziani, ascoltando, partecipando alle serenate, suonando insieme.
Il Parrucchiere da Rocco (Giannantonio), a Carpino, era uno di questi luoghi di socialità e trasmissione. È in ambienti di questo tipo che una nuova generazione entra in contatto con la tradizione: Matteo Giannantonio, Roberto Menonna, Giuseppe Pio Di Mauro e Marco Di Mauro.
Menonna è particolarmente significativo perché ha appreso direttamente da Andrea Sacco; lo stesso Villani ha raccontato come Sacco sia stato fondamentale per la sua conoscenza della tecnica della battente, dei balli e dei sonetti carpinesi.
Accanto a loro troviamo più recentemente Rocco Di Lorenzo, Gennaro Di Lella, Matteo Lombardi, Nicola Gentile e Antonio Rignanese, “lu Vicaiolo”, suonatore e costruttore, oggi scomparso.
La tradizione carpinese, quindi, non è una fotografia immobile: è una catena di trasmissione.
Cagnano Varano: una tradizione autonoma
A Cagnano Varano il nome fondamentale è quello di Gennaro Liguori, cantore e suonatore di chitarra battente, protagonista delle ricerche di Salvatore Villani.
Ma Cagnano presenta una propria identità musicale, con le canzunë e forme della serenata che non possono essere considerate semplicemente una derivazione della tradizione carpinese.
Accanto a Gennaro Liguori troviamo Antonio Gravina, documentato come suonatore di battente, e le testimonianze storiche di Donato Liguori e Girolamo Volpe.
Più recente è Antonio Stefania
Cagnano è anche un luogo importante per la costruzione dello strumento.
Pasquale Giannetta, detto “Mbamba”, realizzò nel proprio laboratorio chitarre battenti ispirate alla tradizione carpinese. Una delle sue chitarre fu esposta a Milano, al Castello Sforzesco, mentre un’altra fu donata all’etnomusicologo Roberto Leydi. Il laboratorio di Giannetta fu inoltre frequentato da Antonio Piccininno.
È una testimonianza importante: Cagnano non fu soltanto luogo di canto e di esecuzione, ma anche luogo di costruzione e circolazione dello strumento.
San Giovanni Rotondo: una continuità documentata
A San Giovanni Rotondo la documentazione permette di seguire la battente attraverso più generazioni.
Domenico Rinaldi è registrato nel 1966 e nel 1968 come voce e chitarra battente.
Il repertorio comprende forme della tradizione locale come strapulettë, cannëllesë, muntanarë e sunettë/leccëseddë.
La trasmissione continua con Michele Rinaldi, che apprende tecnica e repertorio direttamente da Domenico.
Nella tradizione di San Giovanni Rotondo incontriamo inoltre Antonio Pio Steduto, Arcangelo Marchesani, Piero Caputo e, nelle registrazioni successive, Pio Gravina.
Caputo è una figura particolarmente interessante perché compare anche nella documentazione di Carpino: questo dimostra ancora una volta che il luogo della registrazione non coincide necessariamente con l’origine del musicista.
Lo stesso vale per Massimo Del Vecchio e Adriano Castigliego, documentati alla chitarra battente nel circuito delle registrazioni di Carpino, ma che non sono “carpinesi”.
Un caso diverso è quello di Giuseppe Di Maggio, documentato con una chitarra francese modificata in stile battente: una testimonianza preziosa della varietà organologica del Gargano, ma da distinguere dalla battente tradizionale.
Ischitella: Rocco Castellucci
Ischitella costituisce un altro centro fondamentale.
Tra i nomi storici troviamo Rocco Castelluccia, documentato nelle ricerche di Villani, e Angela Castelluccia, una delle figure femminili della tradizione battentistica garganica.
Alla generazione più recente appartiene Luca D’Apolito.
E la presenza femminile non si esaurisce qui: Valentina Latiano ed Emanuela Greco di San Giovanni Rotondo rappresentano, nella scena contemporanea, altre importanti interpreti della battente e degli strumenti della tradizione.
La documentazione Carpitella-De Martino del 1958 mostra inoltre che Ischitella possedeva una propria articolazione del repertorio, con forme come gli struscëlë.
È un altro elemento che invita a non parlare di una sola “tarantella del Gargano”, ma di un sistema di repertori locali collegati fra loro.
Monte Sant’Angelo: la battente dentro un universo musicale
A Monte Sant’Angelo la battente convive con mandolino, organetto, strumenti a fiato e percussioni.
Fra i protagonisti ricordiamo Michele Stuppiello, Michele Prencipe, Nicola Sansone e Matteo Ortuso.
Nicola Sansone rappresenta una figura di particolare interesse perché unisce ricerca, riproposta e pratica musicale: voce, flauti, chitarra francese e chitarra battente.
E c’è tra i suonatori recenti Peppe Totaro.
Questa pluralità dimostra come il Gargano non possieda una sola “scuola” strumentale, ma una costellazione di pratiche locali.
Vico del Gargano: una tradizione ancora senza nomi
Uno dei capitoli più affascinanti riguarda Vico del Gargano.
Nel 1958 Carpitella e De Martino registrano canti della tradizione locale accompagnati da chitarra battente e chitarra francese. Gli esecutori della battente rimangono anonimi.
È un dato etnomusicologicamente importante.
Non significa soltanto che “a Vico c’era una battente”: significa che lo strumento era inserito in una pratica sociale, quella della serenata e delle tavette.
Ma i nomi sono ancora da recuperare.
Vico rappresenta quindi una delle grandi domande aperte della ricerca: chi erano quei suonatori?
La memoria familiare, le fotografie e le collezioni private potrebbero ancora permettere di identificarli.
Vico è inoltre collegata alla storia della liuteria attraverso Antonio Rignanese, indicato nel 2009 come costruttore legato a Vico del Gargano.
Lesina: la battente del lago
Anche Lesina deve entrare stabilmente nella mappa.
Antonio Beltramelli descrive i guardiani del lago mentre cantano accompagnandosi con la chitarra battente. È una testimonianza preziosa perché colloca lo strumento nella vita quotidiana della comunità lacustre.
Nella tradizione contemporanea troviamo Francesco Maselli e Gino Maselli, mentre sul versante della costruzione è documentato Pierino Di Mauro, autore di strumenti di modello carpinese.
Lesina dimostra ancora una volta che la battente non era legata esclusivamente alle serenate dei centri più conosciuti.
Peschici e Vieste: dalla memoria al risveglio
A Peschici le campagne storiche documentano repertori vocali e tarantelle. La ricerca sulla battente locale rimane però ancora da approfondire.
A Vieste, invece, si assiste oggi a un vero processo di riscoperta.
La viestsana costituisce una forma riconoscibile del repertorio garganico e, attraverso associazioni, laboratori e iniziative rivolte anche ai giovani, la tradizione viene nuovamente praticata.
La chitarra battente entra così in un nuovo processo di trasmissione che merita attenzione perché mostra una differenza fondamentale rispetto al passato: la trasmissione orale spontanea sta lasciando spazio anche a forme organizzate di trasmissione, senza che per questo perda necessariamente il suo carattere comunitario.
I costruttori: la cultura materiale della battente
Non si può raccontare la chitarra battente senza raccontare chi la costruisce.
A Carpino troviamo Rocco Cozzola, detto “Fascianèddë”, maestro liutaio e suonatore. Villani lo ricorda come costruttore, cantore e musicista e racconta che aveva appreso l’arte della costruzione dal padre.
La tradizione familiare della liuteria ci porta a Francesco Paolo Cozzola, e alla trasmissione delle conoscenze legata a Domenico D’Addetta, “Spulepettone”.
Tra gli altri costruttori troviamo Pasquale Giannetta “Mbamba” a Cagnano Varano, Pierino Di Mauro a Lesina, Luigi Mangano a Manfredonia/San Giovanni Rotondo, Giuseppe Draicchio, Matteo Silvestri, Antonio Rignanese, Gabriele Orlando ed Enzo Valente.
Nel Gargano convivono inoltre differenti modelli costruttivi, fra cui il modello carpinese e il modello Borraccino.
La liuteria non è quindi un elemento accessorio: è parte integrante della storia della tradizione.
Una rete, non una linea retta
Se si osservano insieme questi dati, la storia della battente garganica appare molto diversa dalla semplice narrazione “Carpino uguale chitarra battente”.
Abbiamo Carpino, Cagnano Varano, Ischitella, San Giovanni Rotondo, Monte Sant’Angelo, Vico del Gargano, Lesina, Peschici, Vieste, San Nicandro Garganico, Manfredonia e Rignano Garganico.
Abbiamo cantori, suonatori, costruttori, ricercatori e trasmettitori.
Abbiamo uomini come Andrea Sacco e Domenico Rinaldi, che trasmettono direttamente il proprio sapere; musicisti come Piero Caputo, Massimo Del Vecchio e Adriano Castigliego che attraversano i circuiti musicali del Gargano; costruttori come Rocco Cozzola e Pasquale Giannetta; ricercatori come Salvatore Villani che trasformano l’esperienza musicale in documentazione, studio e nuova trasmissione.
E abbiamo soprattutto gli anonimi delle registrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta.
Sono forse loro il monito più importante per chi oggi studia questa tradizione.
Perché una tradizione orale non scompare soltanto quando smette di essere suonata.
Scompare anche quando dimentichiamo chi l’ha suonata.
Le fonti: una ricerca costruita sulle tracce
Questa ricostruzione nasce dall’incrocio fra fonti d’archivio, registrazioni, fotografie, testimonianze e studi di carattere etnomusicologico.
Un riferimento imprescindibile è il lavoro di Salvatore Villani, che ha dedicato alla chitarra battente e alla musica tradizionale garganica una ricerca pluridecennale. La sua tesi e il preprint La chitarra battente nel Gargano, pubblicato dall’Università degli Studi di Bologna nel 1989, costituiscono uno dei principali punti di riferimento bibliografici.
Fondamentale è anche Guitares “battente” du Gargano, pubblicato nel 1997, insieme alle raccolte discografiche dedicate ai cantatori e suonatori di Carpino. La bibliografia di Villani comprende inoltre La chitarra battente in Puglia, pubblicato nel 2007.
Un’altra opera significativa è Sunè a battènde – La chitarra battente nel Gargano e nella fascia adriatica centro-meridionale, pubblicata nel 2007, che nasce dall’ampio lavoro di ricerca condotto da Villani sullo strumento e sui repertori dell’area.
A queste fonti si aggiungono le campagne di Lomax-Carpitella, le raccolte di Ernesto De Martino, Ettore De Carolis e Roberto Leydi, oltre ai materiali conservati negli archivi sonori e alle successive ricerche sul campo.
Lo stesso Villani ha spiegato di aver costruito la propria conoscenza della battente attraverso l’ascolto delle registrazioni storiche e soprattutto attraverso l’incontro diretto con i maestri della tradizione. Di Andrea Sacco, incontrato nel 1985, ha raccontato di aver ricevuto insegnamenti sulla tecnica esecutiva, sui balli e sui sonetti di Carpino; di Antonio Piccininno ha ricordato invece il ruolo di prima guida nella conoscenza della tradizione carpinese.
È questa, in fondo, la chiave per leggere tutta la vicenda.
La ricerca etnomusicologica non ha semplicemente registrato una musica: ha seguito una rete di persone, luoghi, strumenti e relazioni attraverso le quali quella musica è arrivata fino a noi.
La nostra mappa comprende dunque musicisti, cantori e trasmettitori. E comprende i costruttori. Ma soprattutto comprende gli anonimi.
Quelli dei quali conosciamo una voce, una fotografia, una chitarra, un frammento di serenata.
Carpino ne è diventato il simbolo più conosciuto. Ma il suono della battente appartiene a un Gargano molto più grande.
E questa storia, proprio perché è una storia di trasmissione orale, non può considerarsi conclusa.
Ogni fotografia, ogni registrazione, ogni ricordo di famiglia può aggiungere un nome.
E in una tradizione orale ogni nome recuperato è una persona restituita alla memoria.
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