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La trivella che minaccia le Tremiti

Il business della ricerca degli idrocarburi sta oramai minacciando, da presso, persino la costa termolese e vastese nonché i fondali delle isole Tremiti. Ciò avviene dopo che una società irlandese (l’ennesima) ha ottenuto una licenza di coltivazione al largo delle coste poste tra il centro adriatico molisano e quello finitimo abruzzese.
L’azienda in questione è la Petroceltic international il cui Direttore esecutivo, John Craven, ha avuto a dichiarare che l’Italia è proprio un buon posto per praticare questo genere di affari, soprattutto (diciamo noi) quando si considerino le condizioni fiscali ed i costi di estrazione praticati dallo Stato.

L’Amministrazione italiana, per dare il via alle trivelle (che minacciano addirittura il cuore delle Diomedee, arcipelago geograficamente pugliese ma sicuramente molisano di adozione), incassa appena cinque euro e sedici centesimi per metro quadrato; perciò, considerati tali risibili importi, la Petroceltic ha pensato bene di aggiudicarsi non uno soltanto ma ben nove permessi di esplorazione, relativi all’attingimento vuoi di petrolio che di gas.
L’area in questione si trova in acque profonde dai trenta ai centocinquanta metri e risulta essere "infestata" (a dire della Marina militare) non soltanto dai residuati bellici della seconda guerra mondiale quand’anche da quelli più recenti, conseguenza dei bombardamenti inferti al Kosovo. Purtroppo, l’area costiera (che si estende da Martinsicuro alle cinque isole dirimpettaie di Termoli) concreta un parco marino istituito sin dal 1989. Ciò nonostante, le trivellazioni toccheranno da presso questo ed il finitimo Parco nazionale del Gargano, che si diparte ad un soffio da Pianosa.
In proposito, non è mancata la solita interrogazione parlamentare (quella del senatore LEGNINI del PD) che ha parlato di permessi che interessano circa 2.500 metri quadrati di mare Adriatico. Ma il ministro VITO (PDL) non si è impressionato ed ha risposto che le concessioni rilasciate sono solo le ultime di una lunga catena, atteso che le attività di ricerca e di estrazione rivestono un’enorme importanza nel quadro del fabbisogno energetico nazionale. Difatti, la società irlandese non è che l’ultima arrivata, dopo che le medesime attività erano state già intraprese dalle italiane AGIP, ENI ed EDISON nonché da altre quattro aziende estere.
Nella pratica, in tutto il mare Adriatico sarebbero state rilasciate cinquantasette concessioni di coltivazione che hanno fatto"nascere" circa un migliaio di pozzi, di cui novecentotrentanove mineralizzati a gas e sessantotto mineralizzati ad olio, tutti ubicati su centododici piattaforme fisse. Quelli più vicini al Molise, si chiamano Rospo 1 e Rospo 2 e sono visibili dalla costa.
Le trivellazioni preoccupano parecchio pure il COMITATO NATURA VERDE, secondo cui il petrolio estratto sarebbe, tra l’altro, di ben scarsa qualità. Per di più, tenuto conto che il selvaggio mare di d’Annunzio impiega un centinaio d’anni per depurare le acque superficiali, ogni piccolo incidente potrebbe trasformarsi in una autentica catastrofe ambientale. Ma non basta, considerato che – trattandosi di giacimenti sottomarini da trenta miliardi di metri cubi di gas già accertati (e di cento stimati) tra le coste venete e quelle pugliesi – c’è il timore che le estrazioni possano causare l’abbassamento della linea costiera.
L’ultimo preoccupato rapporto di LEGA AMBIENTE sulla ricerca petrolifera in Italia certifica che gli operatori del settore scommettono sempre di più sulle potenzialità del petrolio molisano.

http://www.primapaginamolise.it/

Clicca qui per scaricare l’articolo di Gianni Lannes sull’argomento

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