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Don Antonio, ultimo cantastorie di Puglia

di Raffaele Nigro
Che emozione vedere un teatro traboccare di gente per un uomo che compie novant’anni e che, accompagnato da tre giovani armati di fisarmonica e chitarre, intona canzoni dialettali brindisine. Un paese intero, San Vito dei Normanni, stretto intorno a quest’uomo ma anche a una tradizione che le appartiene tutta: quella della canzone e della musica popolare.
Cinquant’anni in Germania – Antonio d’Errico è uno degli ultimi cantastorie e ha cantato da giovane canti d’amore, villanelle e barcarole nate dalla fantasia popolare. Antonio ha trascorsi almeno cinquant’anni come operaio metalmeccanico in Germania e poi come trainante, o carrettiere – conduttore di  traini – a casa. Da Brindisi a San Vito e viceversa, oppure da Latiano a Mesagne, trasportando operai e merci: vino, olive, grano. Durante il tragitto, per strade che ancora non erano asfaltate e sulle quali le ruote traballavano, un tragitto lungo e faticoso, Antonio usava farsi compagnia con la propria voce. Altre volte portava le donne in campagna, a giornata, oppure l’acqua ai lavoranti. Sedeva ore e ore a cassetta e da qui il paese  ha tratto il nomignolo con cui oggi tutti lo conoscono, Cascetta.
Ho conosciuto Antonio e la sua voce possente come quella di un orco nella villa di Luciano Sardelli, in una delle molte contrade di San Vito dei Normanni. D’estate sull’aia di quella casa, si usava festeggiare fino a qualche anno fa, il passaggio del ferragosto, con cene ricchissime. I piatti erano quelli della tradizione: polpette con mollica e uova, melanzane ripiene, peperoni fritti e appresso, l’ira di Dio di contorni e primitivo. Roba che la mamma di Luciano preparava finquando se l’è sentita, con l’aiuto di alcune amiche. Antonio era il conduttore della serata, la colonna sonora, con «Mannaggia lu rimu», con pizziche e stornelli sanvitesi e canzoni degli anni ’20 e ’30, intonate dapprima in controcanto con la moglie Vincenza Di Viesto e poi in coro con tutti i commensali.
Malinconico o gioioso – Nonostante la voce intonata e una memoria di ferro, Antonio non ha mai accettato di fare della  passione per la canzone popolare un mestiere. Eppure, ai tempi della Germania, lo chiamavano a cantare tra i torrenti di birra e più volte ha partecipato ai festival dell’Avanti, a Brindisi tra altri cantori folk della provincia. Ancora oggi, nonostante l’età avanzata, gli piace cantare, in casa di amici, quando ci si riunisce per banchetti. Ama un repertorio appassionato, a volte malinconico, a volte giocoso: «Giovanotti belli, ci l’amori faciti, no’ sciati appressu alli femmini, ca la libertà pirditi».
Ma Cascetta apre un capitolo su un argomento poco noto, la diffusione della tradizione canora a San Vito e dintorni. Potrei azzardare che la nascita del seicentista Leonardo Leo  abbia costituito un blasone illustre per la città, che abbia convinto ai primi del ‘900 qualche barbiere ad aprire una scuola di mandolino e i principi Dentice di Frasso a sostenerli. Sta di fatto che oggi è in piedi nel paese che ha dato i natali all’italianista Vitilio Masiello un’associazione di «Amici del mandolino» e vivono ancora una diecina di vecchissimi cantastorie. Né va sottaciuto che il noto gruppo di riproposizione della musica e della canzone popolare «La Taricata» è di San Vito.
A San Vito dei Normanni – Scrive oggi Silvia Di Dio in un volumetto che accompagna il cd nel quale sono raccolte alcune canzoni interpretate da Antonio Cascetta e promosso da Lorenzo Caiolo, che fu il 1966 il primo anno  in cui la Pro loco fondata da don Antonio Chionna promosse un gruppo folk del quale facevano parte il tamburellista Luigi Panebianco, e fisarmoniche e mandolini e chitarre suonate da Peppe Rizzo, Peppe Lanzillotta e altri e con un nutrito gruppo di ballerini capeggiati da Santino D’Errico.
 Il gruppo visse per qualche anno, poi si sciolse e si rifondò dieci anni dopo come Folk Studio. Ma uno dei concerti più belli che si ebbero a San Vito fu nel 2003, quando si esibirono alla chitarra Leonardo Tamborrino, mestu Lunardu, e al mandolino Pietro Camporeale, entrambi di Carovigno, all’organetto Antonio Zurlo lu siggiaru, di Cisternino e Vincenzo Vita, maestro di mandolino. Un gruppo di musicanti tutti ultraottantenni. In quella circostanza si esibirono anche due anziani  che avevano tenuto in piedi il gruppo folk L’eco di San Vito, con Cotrina Fasano e Angelo Sabatelli, anch’essi vicini attualmente al secolo. Insomma una tradizione ricca di presenze e che andrebbe studiata almeno da una tesi di laurea.

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