Il Racconto di Enrico Noviello, leader del gruppo musicale i Malicanti
I compagni nel pulmino fanno un sacco di battute, ci facciamo grandi risate e ogni tanto qualche cantata pure, sono così grato alle persone divertenti, è il segreto della vita, essere allegri. Diceva zì Andrea che i compagni sono quelli con cui suoni e canti, e bevi dormi e ti spartisci un pezzo di pane, e tra noi è una grande allegria. Pure, ogni tanto guardo fuori dal finestrino, e cerco il perché siamo qui.
Melbourne è una città gigantesca, tutte case basse, un piano massimo due, si estende per chilometri. A parte i difetti congeniti a tutti i gigantismi, quello che più di tutto urta la mia sensibilità è la presenza ingombrante degli umani, per chilometri, questa lunga mano di modernità che spazza via il selvatico. Di fatto, ma anche metaforicamente.
A Melbourne puoi toccare con mano come gli esseri umani sappiamo essere come i virus, conquistare territori, depredarli di risorse naturali, addomesticarli ai nostri bisogni, e scacciare tutto quello che in prima battuta non ci serve. Ecco, questo a Melbourne si vede molto di più che a Manfredonia o a Carpino o a Roma, e fa impressione.
Certo che per loro deve essere stata una lotta dura, fatta in pochi decenni dove da noi ci siamo presi secoli o millenni, e probabilmente è questo antropocentrismo estremo degli USA e dell’Australia che fa mancare loro ogni misura nei modi e nei desideri, con quelle street e quelle aiuole così squadrate.
L’Oceano non è il mare, perchè qui tutto è gigante: le alghe lunghe quanto Daniele, le patelle che per farle sugli scogli invece che il coltellino ci vuole l’ascia, e poi quando te la mangi sembra che te ne mangi 3 o 4 delle nostre, tanto sono grandi. Si chiama Sorrento, e i colori sono belli come i nostri, la spiaggia, il mare, rimaniamo incantati, e ci soffia un vento pazzesco, gelido nonostante il sole, perchè viene dritto dritto dalle terre dei Pinguini…dal Sud.
Rosa viene dritta verso di me, mi dà del “giovanotto”, e mi dice che mentre cantavo le ho ricordato quando le avevano portato a lei la serenata, tanti tanti anni fa. Le chiedo di dov’è, “di Carpino” mi dice. La guardo con stupore, perchè pur essendo la mia famiglia di Manfredonia, i miei canti li ho imparati a Carpino. Allora mi faccio coraggio, le chiedo se si ricorda chi era che le aveva portato la serenata, “certo”, mi risponde, “uno era Garëbaldë, e l’altro Sbarlagammë, Sbarlagammë figuriamoci me lo ricordo bene, con lui abitavamo nella stessa via, lì vicino via Roma…”, adesso si chiama via Caracciolo, le dico io, e parliamo di quei portoni, le dico che gli ultimi 10 anni di vita di Sbarlagammë io sono stato sempre a via Caracciolo, mi chiede se Graziella la moglie è morta, è morta dico io, le chiedo se si ricorda delle figlie, si ricorda, e poi mi dice un sonetto a memoria, una serenata “poteva durare un’ora”, i figli e le figlie di Rosa sono accanto a lei, fanno sì con la testa, vorrei stare ancora con Rosa, viaggiare insieme a lei nella sua memoria, come la più preziosa macchina del tempo… così bello… così breve?…
Io se dovessi dire com’è l’Australia che ho visto direi che è un posto organizzato, cool, leggero, moderno, anglosassone. E che gli manca il sangue, il latino, il mediterraneo.
La city è bella, pulita, mai frenetica, e piena di verde.
Eppure ti respinge, dice Elia, non ci sono bar per chiacchierare, non ci sono muretti per cazzeggiare, non ci sono piazze per sostare, per vivere, per trovarsi due volte di seguito. I luoghi per sostare sono i luoghi del consumo mercificato: gli shopping, il casinò, l’acquarium. Ecco, a Melbourne per sostare devi comprare qualcosa.
Puoi comprare una magnifica presentazione sugli squali (“lo sapevate che ogni anno muoiono 10 persone per squali e circa 30 per caduta di cocchi in testa?”, ci dice il perfetto presentatore all’acquarium); una magnifica emozione dall’88° piano tutto vetrato del grattacielo più alto, dove per il vento si oscilla di 50 o 60 cm, solo 15 $ per salirci sopra, venghino signori venghino; o nello zoo safari di Healesville dove alle 11:30 puoi avere l’addomesticatore che comanda all’aquila di sfrecciarti sulla spalla, e alle 12:00 la sua collega sta già preparandoti il cibo da dare ai cangurini… già, ecco i canguri… una giornata indimenticabile?… venghino signori
Nella foresta umbra appare un cervo, un daino, un cinghiale, e quello per noi è il selvatico. Senza organizzazioni, senza presentazioni, il mio modo è quello, sbattermi nella foresta e camminare, magari incontro qualche bestia, magari no.
Come con le persone. Da noi sono tutti strambi, e c’è quello che ti porta a casa a mangiare ma anche quello che ti frega. Nell’Australia che vediamo invece la gente in giro è sempre amabile, gentile, carina. Puoi stare tranquillo a Melbourne, nessun inconveniente. Anche, nessuno ti porterà a casa a mangiare. Manca qualcosa, qualcosa che stava nelle parole di Sbarlagammë quando cantava… mancano i canguri…
Insieme a Joe, di Carpino, sindaco di Moreland, andiamo a conoscere i nostri italiani d’Australia, e io cerco sempre quella cosa lì che stava nelle canzoni. Forse a San Marco è il momento più duro, tavoli imbanditi nella sala rigorosamente congelata anni ’70, e tutti che aspettano le canzoni colte anni ’50, o al massimo Matteo Salvatore, vogliono la musica che ha già preso le distanze dalle sofferenze di contadini e pastori, dalla vita brava selvatica e quasi disumana del mondo rurale prima della modernità. I nostri suoni sono antichi anche per loro, troppo antichi, le voce gridate non le ricordano, non le vogliono ricordare, e forse non le vogliono neanche + sentire, si chiama processo di rimozione della memoria, e qui a San Marco quello che gli preme è solo che diciamo ai sanmarchesi di Puglia che loro stanno bene, meglio di noi, e che le tarantelle non sanno più neanche cosa siano… venghino signori…
Anche di questo parliamo nel pulmino, con Franck, fratello di Joe, che spesso ci guida per Melbourne. Sono due persone eccezionali, questi due fratelli, un gran privilegio essere con loro. Ora siamo in periferia, e dal finestrino ecco un cartello: “Development coming soon”. Già, perchè attorno è tutto costruzioni, e quella area ancora non antropizzata per gli australiani è un “non ancora”, presto arriverà lo sviluppo, scusate tanto se non è ancora arrivato.
Costruire, civilizzare, progredire, consumare, è tutto qui?
Quello che proprio dovremmo imparare noi è la lealtà, l’etica di questa gente, vivere qui è facile, e non devi inventarti ogni giorno la vita. A me magari sembra poco, ma so per certo che per un vecchio o per un bambino è una cosa determinante. E cerco di annotare, e di imparare.
La cosa che + mi piace è l’integrazione perfettamente riuscita di tutti, anche dei cinesi, sembra davvero un paese dove ci sia posto per tutti.
Anzi, tutti no. Gli aborigeni no. Lo stato sta restituendo loro alcune terre, terre strappate con i soliti trucchi e violenze dai signori del capitale d’occidente, è la stessa storia in America Latina, in Africa, in Asia, e anche qui.
E la gente dice: si insomma gliele possiamo anche restituire, le terre, ma poi loro non ci fanno niente, non è che ci fanno degli shopping, delle case, delle città, e allora cosa gliele diamo a fare?? Non le mettono a frutto… Non valorizzano… Già, venghino anche voi, aborigeni…
Siamo stanchi l’ultimo giorno, siamo pieni di racconti, e sembra non entrarci più niente nelle nostre zucche. Vorremmo cantare 2 o 3 canzoni e andar via, ma i pugliesi di Anzano stanno lì per noi, e vorrebbero fare sera insieme a noi, così finiamo per cantare per un’ora buona.
Alla fine viene una signora e prende il microfono. Recita la sua poesia, una poesia di parole scarne, poco ricercate, perché viene dal mondo orale, che poi la signora ha anche vinto dei premi, ma il suo mondo rimane quello, dove le parole sono dirette e ben agganciate alle emozioni, e la sua domanda è “chi mi restituirà quel sorriso?” e rimane senza risposta. Il sorriso, ci dice in rima, è rimasto in Puglia.
Un bacio, un grazie di cuore le do io, perchè signora ci fai vedere anche la parte più dolorosa.
Il ritornello è sempre quello: dite che stiamo bene, che facciamo una bella vita, abbiamo delle belle case, che non stiamo in mezzo ai canguri, che stiamo meglio di voi.
La signora invece squarcia il velo, non cerca comparazioni o rivalse, vuole solo ricordare, che quello strappo lì, di essere andati via, non si ricuce mai, per sempre.
Anche zio mio, si chiama Girolamo, e non ha paura di mostrarmi le ferite.
Vive qui da 1956, e se non fosse stato per i calabresi, mi racconta anche lui, che dopo 1000 provocazioni contro gli italiani, i calabresi hanno ripreso i coltelli, e ogni provocazione una coltellata, e sui giornali dicevano che gli italiani erano belve che accoltellavano, finchè un intellettuale australiano doc fece un articolo, e chiedeva ai suoi perchè mai gli italiani accoltellavano… saranno mica le nostre provocazioni, si chiedeva… piano piano finì, e gli italiani continuarono a lavoravare 7 giorni su 7, come prima
Lavoravano 7 giorno su 7 ma poi il sabato andavano al Trocadero di Melbourne, e corteggiavano le ragazzone bionde australiane, che subito ci stavano a ballare, perchè sapevamo ballare come nessuno, gli italiani, e insomma “prima di conoscere tua zia, Enrico, qui abbiamo solo lavorato, sempre, tranne il sabato al Trocadero…”
Dice zio “che destino ho mai avuto io, per avere 10 fratelli a Manfredonia, ed essere rimasto qui da solo, con mio figlio”, me lo dice nella sua bella casa, ha una buona pensione zio ora che ha 82 anni. A Manfredonia è tornato una sola volta, era il 1971, è stato 4 mesi, suo figlio – mio cugino dice “i + bei 4 mesi della mia vita”, e zio dice che da Manfredonia a Fiumicino Aereoporto non è riuscito a dire una parola, una, che veniva solo da piangere, eppure in Australia si stava meglio, eppure… roba di terra e sangue, inutile scriverne, si può solo sentire, non spiegare o capire…
I compagni sono partiti, e mi dispiace tanto perchè è viaggiando che si diventa compagni e loro parlano con lo stesso accento di Sbarlagammë, e io non lo so perchè sono diventato così vicino a Carpino, che ora poi ho anche il mio proprio nome, ‘Nrichë.
Così vado da solo alla ABC, che sarebbe come la RAI in Italia, io e la mia chitarra battente. Allora canto e suono, e rispondo in inglese a Paul Petran, che dicono che sia uno importante, e che decide anche dei Festival di World Music in Australia. Dice che il prossimo anno dobbiamo tornare, che ci inviteranno a Port Fairy.
Sarebbe bello, tornare da Rosa e sentirla parlare per ore, lei che è troppo vecchia per avere paura del passato, e nei barbecues di Joe e di Franck, da Azzurra e Isabella e Domenica e Kavisha, e con tutti i compagni miei, tutti, nello stesso pulmino.
Sarebbe bello tornare alla city, imparare ancora perchè la gente qui è così friendly, e magari ascoltare un’altra poesia, e stavolta zio mio insieme a mio cugino tornate insieme a me a raccontare voi perchè l’Australia è così bella e generosa, e perchè però non si può morire lontano dal mare nostro, più piccolo, più fragile, e che amiamo così tanto.
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