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“Se otto ore vi sembran poche” Tornano le mondine, ed è trionfo

Le mondine sono nel Web 2.0 e voi non lo sapete. Ci sono con le loro storie di scarpe rotte, la lobia in testa, la schiena spezzata, tutto il giorno con le gambe nell’acqua a mondare riso per dodici lire, e ora il loro lavoro lo fanno i diserbanti. Cercatele e troverete voci, foto, video delle tournée e un documentario. Uno le vede un giorno l’anno, il 25 aprile. La domenica, alle dieci di mattina, quando c’è da commemorare qualcosa, subito dopo il sindaco cantano Saluteremo signor padrone. E gli uomini di una certa età se ne stanno col cappello in testa, e ricordano. Invece queste ragazze, tra un 25 aprile e un Primo Maggio, quest’anno se sono andate in Canada, a New York e in Scozia. A cantare nelle City Hall, con i critici in delirio e le tv in fila per intervistarle.

La tournée delle mondine è stata raccontata in un blog, Mondine 2.0. Dentro ci sono un sacco di cose, dalle email commosse del canadese fan della musica folk alla storia del nipote dell’emigrante che non conosce l’italiano, figurarsi il dialetto di Novi. Ma anche i ringraziamenti del ricercatore di neurobiologia che ha un contratto alla Berkley University ma ha studiato a Napoli, anche lui emigrante. Non è finita: le ragazze hanno raccolto una standing ovation e venti minuti di applausi al Festival del Cinema di Toronto, lo scorso settembre. Lì, in anteprima mondiale, è stato presentato il documentario che racconta un anno della loro vita. Prodotto da Davide Ferrario, girato da Andrea Zambelli, Di madre in figlia – questo il titolo – ri-debutta al Festival di Torino il 21 novembre.

A portarle dal paesino dove si esibivano alle City Hall di tutto il mondo è stato Alberto Cottica, musicista dei Modena City Ramblers. Che con le mondine, dice, c’è cresciuto. "Le mie zie, le prozie, tutti nel mio paese avevano avuto una donna che da ragazza era andata a fare la bracciante. In Emilia è così per tanti. Difficile era non raccontarle. Ce le portiamo dentro, bastava solo portarcele dietro". Cottica – che si occupa anche di creatività e sviluppo locale per il ministero dello Sviluppo – le ha chiamate a suonare col suo gruppo Fiamma Fumana (che in Emilia vuol dire nebbia) qualche anno fa. Il progetto ha una vita lunga, e ancora non è finito.

Cottica ci ha messo tre anni a insegnare alle Mondine del coro di Novi cos’è un deejay, come si fa ad andare a tempo con una pulsazione elettronica. Ma sono state più le cose che le ragazze di Novi hanno insegnato a lui. "Sono i nostri anziani della tribù, ma non sono antiche, sono presenti. Anzi, nuove. Quando ascolti le loro storie – osserva – ti passano tante paranoie, le incertezze di una vita fluida, precaria. La loro è una vita giorno per giorno, e ogni giorno è un dono. Sono solari, pratiche, semplici. Io ho cercato solo di renderle cool. Ma loro, davvero, sono già fighissime da sole".

Un progetto che "serve a portarcele dietro fino alla prossima generazione". Una generazione che di nuovo ha a che fare con le otto ore di lavoro (che Strasburgo ha deciso che ora sono di nuovo nove, poi forse di più). Allora, negli anni Quaranta, era un’altra fame, altri diritti, altre urgenze. Le mondine di Novi erano bambine. Nei campi si andava a dodici anni, se ne avevi trenta eri "l’anziana". Si lasciava casa per due mesi, si viveva nei capannoni, si dormiva sulla paglia. E di giorno erano tafani, schiena rotta, fango.

Il progetto Di madre in figlia porta sul palco quello che un tempo era nei campi, canzoni e lezioni di vita che le donne si passavano di mano in mano. E che c’entra poco con Riso amaro. Un film che le mondine di Novi le fa arrabbiare solo se lo nomini. Perché, come racconta nel documentario Diva, "non è vero che noi dopo si andava a ballare, come fa la Mangano. Noi non si spendeva nulla di quello che ci dava il padrone. Portavamo a casa la campagna intera". La campagna, era la paga. Per sopportare questo, le mondine cantavano. Ma a Sanremo non ci sarebbero andate, "per andare a Sanremo bisogna dar via la frittola", come diceva una di loro con una voce bellissima.

Basta ascoltarle per provare come suona oggi la parola "padrone" se uno la canta. E per rivedere un mondo: le biciclette, i campi in fiore, gli uomini gobbi che loro non avevano voglia di sposare. Forse anche un po’ di quella rabbia utile con cui hanno vissuto e cantato cinquant’anni fa. Utile perché il diritto di lavorare otto ore, non di più, non se lo sono conquistato gli operai di Friburgo ma le mondine delle risaie di Vercelli. Per loro è stato fatto il primo contratto di lavoro per otto ore e basta. "Se otto ore / vi sembran poche / provate voi a lavorar / E troverete / la differenza / di lavorare e di comandar". Non è un caso se la loro canzone più conosciuta dice proprio così.
da repubblica.it

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