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La chitarra battente, i sonetti, la canzone e il suono dei passi al Carpino Folk Festival

andrea sacco e la sua battente"Chitarra battente", "chitarra mandola", "guitare en bateau", "guitare capucine", "guitare toscane-chitarra toscana", "chitarra a volta-wolbgitarre".
Moltemplici denominazione per un solo strumento, quello a cinque corde che fra il XVIII e il XIX secolo influenzò le tecniche canore e coreutiche, concorrendo a produrre particolari stili di ballo. Sarà questo il tema portante della sezione didattica della nuova edizione del Carpino Folk Festival. Tra il 31 luglio e il 6 agosto si potra scegliere tra ben tre corsi (due di musica e uno di ballo).
Info: www.carpinofolkfestival.com

Associazione Culturale
Carpino Folk Festival
Ufficio Stampa : trattino

Discussione

2 pensieri su “La chitarra battente, i sonetti, la canzone e il suono dei passi al Carpino Folk Festival

  1. La storia della chitarra inizia ufficialmente nel rinascimento in Spagna, dove furono pubblicate le prime musiche per questo strumento, ma ne possiamo rintracciare due vaghe testimonianze quattrocentesche in Italia.Nel 1441, un documento della corte estense riferisce di un emissario ducale mandato “a Vinegia a comprare corde di chitarrino”.La seconda testimonianza è una tarsia dei camerini di Isabella d’Este (seconda metà del XV sec.), nel palazzo ducale di Mantova, dove è raffigurato uno strumento molto simile.
    Nel 1601, il napoletano Cerreto descrive una “Chitarra à Sette Corde, detta Bordelletto alla Taliana” (sette corde distribuite su quattro cori).
    In Italia la chitarra spagnola ebbe un ottimo successo fin dalla prima metà del XVII sec..
    Verso la metà del ‘600 divenne relativamente comune un altro tipo di chitarra, detta “battente”.Si differenziava dalla chitarra spagnola per avere i tasti fissi, ottenuti intarsiando delle sbarrette di metallo o avorio sulla tastiera, e perché il suo ponticello era mobile, tenuto in posizione dalla tensione delle corde. Queste caratteristiche fanno pensare che sullo strumento fossero normalmente montate corde di metallo (ottone o acciaio a bassa tempera).Cinque chitarre battenti sono conservate al Kunsthistorisches Museum di Vienna e sono tutte predisposte per cinque cori doppi e hanno un numero di tasti variabile da sei a nove. Questo strumento era probabilmente suonato ad accordi pieni, mediante l’uso del plettro.
    La chitarra battente, anche se presente in tutta la penisola italiana, intorno al 1700 divenne diffusissima soprattutto nell’Italia meridionale. Utilizzata come la chitarra barocca, da cui sicuramente trae origine, con repertorio e modalità simili, i due strumenti avevano anche caratteristiche strutturali comuni.Tuttavia col passare dei secoli, la chitarra barocca ha subito molte trasformazioni fino alla sua forma attuale, mentre la chitarra battente, salvo particolari trascurabili, è rimasta per lo più identica.Infatti la famiglia di costruttori De Bonis, per la piegatura delle fasce, utilizza ancora delle forme del 1700, appartenute ai loro antenati.
    Altri particolari che la distinguono dalla chitarra barocca sono il piano armonico piegato ad angolo convesso all’altezza del ponticello non incollato, le corde metalliche ancorate alla fascia inferiore, relativamente poco tese e accordate senza bassi.
    Strumento diffusissimo fino ai primi decenni del nostro secolo, attualmente è presente in Calabria, Cilento, Gargano, Campania, ma è stato relegato ad ambiti musicali sempre più ristretti, per cui i numerosi costruttori , vedendo che il mercato si restringeva sempre di più, hanno quasi smesso di costruire questo antico strumento.

    – La Chitarra battente in Calabria(Corigliano, Bisignano, Cosenza, Catanzaro, R.Calabria).
    Lo strumento musicale è adottato dai contadini calabresi e rivisitato al punto tale da assumere caratteristiche e modalità d’uso autonome rispetto al modello storico. Lo strumento ha forma allungata con spalle e fianchi poco pronunciati, fondo bombato e alte fasce su cui, a volte, vengono aperti dei forellini detti “orecchie”. La cassa è lavorata a doghe di noce o castagno intercalate da sottili listelli di legni chiari. Il piano armonico di abete è piegato inferiormente ed è decorato con diversi motivi dipinti in colori rosso e blu. La buca è coperta da una rosetta cilindrica di cartoncino colorato al centro della quale emerge un fiorellino di carta. Il ponticello, mobile e molto basso, è posto sulla parte inclinata del piano, appena sotto la piegatura. Il manico, di pero o di pioppo, termina con una paletta leggermente inclinata all’indietro, che alloggia piroli posteriori. Sulla tastiera di palissandro, o anche direttamente sul manico, sono infisse 9 barrette metalliche e un capotasto di legno. Lo strumento monta 4 corde metalliche, tutte uguali e molto sottili (0,20-0,25 mm), alcune delle quali possono venire raddoppiate. Spesso vi è anche una corda di bordone acuto detta “scordino”, tirata da un piolo che buca la tastiera fra la VI e la VII barretta.Le corde sono accordate: MI3, SI2, RE3, LA2 (scordino, LA3). Esiste anche un modello di chitarra battente a cinque corde doppie (richiesta da musicisti colti abituati a suonare la chitarra francese) che però è scarsamente usato a livello popolare.
    La chitarra battente viene realizzata in tre misure: grande (chitarra), lungh. Cm 100; media (mezza chitarra), lungh. Cm 90; piccola (chitarrino), lungh. Cm 70. Uno dei principali centri di costruzione della chitarra battente è a Bisignano (Cs), dove la famiglia dei liutai De Bonis risiede e lavora dal XVIII secolo.Esistono anche altri centri minori, dislocati nelle tre province.Attualmente la sua area di diffusione è limitata a una zona dell’entroterra ionico della provincia di Cosenza e, in piccola parte, di Catanzaro.In quest’area la chitarra battente gode ancora di una certa vitalità e funzionalità, rappresentando per alcuni suonatori un importante punto di riferimento musicale. In un territorio più meridionale (province di Catanzaro e Reggio Calabria) lo strumento è diffuso in modelli semplificati a fondo piatto, con diverse caratteristiche organologiche.

    – La chitarra battente in Abruzzo e in Molise.
    Probabilmente diffusasi in queste regioni con la transumanza, infatti in dialetto molisano è chiamata anche “fuggianella”.
    “Fino agli anni trenta veniva suonata esclusivamente la “fuggianella” per i balli.” Suonatori erano presenti a Macchiagodena e a Santa Maria in Pantano fino agli anni Settanta. La battente degli “abruzzi” aveva quattro corde che spesso erano raddoppiate, e l’accordatura era, come nei modelli delle altre regioni, rientrante.

    – La chitarra battente nel Cilento (Sa).
    La battente cilentana possiede una forma simile a un otto allungato.Il fondo può essere sia bombato che piatto, e le fasce sono un po’ più alte di quelle della chitarra francese.La tavola armonica, come gli altri modelli di battenti, presenta una spezzatura al di sotto della buca, dove sulla parte inferiore è posizionato il ponticello mobile.
    I legni usati, sono quelli locali, ulivo, castagno, acero, gelso, ciliegio, pioppo, noce.
    Le corde sono quattro, a volte sono raddoppiate, e sono tutte di metallo e di uguale spessore, fissate con chiodini alla parte inferiore della fascia, superiormente attaccate e messe in tensione da piroli di legno.
    Il piano di tastatura delle corde è posizionato allo stesso livello del piano armonico, e la paletta è attaccata al manico con sistema “a nido di rondine”.nto al canto: serenate, canti “di sdegno” e canti di questua. Esiste anche un repertorio prettamente strumentale costituito da tarantelle, in cui alla battente spesso si aggiungono chitarra, mandolino e castagnette, ma anche violino, lira calabrese, organetto, flauto e doppio flauto. La tecnica esecutiva tradizionale della battente consiste in uno stile “strusciato”, ottenuto con le dita (simile al “rasgueado” del flamenco), cui si aggiungono una serie di effetti percussivi sul piano armonico, dai quali probabilmente deriva il nome dello strumento.

    – La Chitarra battente in Puglia (Monte S.Angelo, Carpino, Cagnano, S.Marco in Lamis).
    Sul Gargano si trovano due tipi di chitarra battente, una col fondo piatto, che può avere anche tre fori di risonanza, e un’altra con il fondo bombato.La battente è una chitarra di dimensioni più piccole di quella normale. Le corde sono cinque, di metallo e quasi sempre raddoppiate. In mancanza delle corde originali, i suonatori usano fili elettrici, o i fili d’acciaio dei freni della bicicletta. I cinque cori doppi conferiscono allo strumento un particolare suono armonioso di rilevante estensione ed ampiezza. La cassa armonica e le corde metalliche determinano la produzione del suono inconfondibile della battente. Ha la forma ad otto leggermente allungato nella parte inferiore, mentre nella parte superiore c’è una buca chiamata “rosa della chitarra” nel cui interno viene impiantato un soffietto di pergamena terminante a imbuto sul fondo della cassa, vivacemente colorato e abbellito con piccoli fiori. Il manico termina con la paletta dove sono alloggiati i pioli di legno “peruzze” alla cui estremità vengono fissate le corde.
    Il ponticello è sistemato in basso sulla chitarra ed è mobile, mentre le corde sono attaccate sulla parte estrema a dei chiodini, o fissati a una placchetta di metallo con piccoli ganci.
    L’accordatura prevede cinque corde alte con l’esclusione di corde basse:

    * ” la prima corda è un MI3, come nelle normali chitarre;
    * ” la seconda è un SI2 al di sotto di una quarta del MI;
    * ” la terza è un SOL2 sempre al di sotto del MI;
    * ” la quarta è un RE3 alla distanza di un grado dal MI;
    * ” la quinta è un LA2 alla distanza di una quinta sotto il MI.

    Questo tipo di accordatura produce una forza di armonici e di oscillazioni di suono che la chitarra normale non ha.
    Talvolta la terza corda, il SOL2, è eliminata, e allora tutta l’accordatura si restringe nell’ambito di una quinta. Un particolare tipo di chitarra battente è il chitarrino che anticamente veniva costruito a Cerignola dalla famiglia Borracino, riproposta negli anni ottanta dai fratelli Ciociola e da Giovanni Notarangelo di Monte Sant’Angelo.
    La chitarra battente viene impiegata soprattutto per accompagnare il canto, infatti la ricchezza degli armonici che si generano nell’esecuzione, unitamente alla ristrettezza dell’ambitus melodico, creano un tessuto sonoro che favorisce l’emissione e la tenuta del canto.Il repertorio dello strumento comprende serenate (d’amore, di dispetto, di amicizia), canti di questua per Natale e Pasqua, canti polivocali. Vi è anche un repertorio strumentale…

    Pubblicato da festival | maggio 27, 2006, 5:33 am
  2. Vi è anche un repertorio strumentale composto di tarantelle. Di particolare interesse è la tecnica esecutiva da cui probabilmente lo strumento prende nome. La mano destra struscia con le dita il telo delle corde e contemporaneamente sfrega e / o colpisce il piano armonico creando un doppio effetto armonico-percussivo di particolare efficacia (ribbummu). Un movimento a ruota della mano destra (rotuliata), permette di realizzare le terzine. La mano sinistra esegue gli accordi sulle prime tre corde (usando due sole dita). La quarta corda non viene mai tastata e funge da bordone di dominante che, in presenza dello scordino, è raddoppiato all’ottava superiore.

    Si chiama Rocco Cozzola, 73 anni, il costruttore di chitarre battenti con fondo bombato più anziano di Carpino, ancora in attività. Figlio di Francesco Paolo, detto “Fascianèdde”, catarraro storico carpinese, che ha imparato il mestiere di fabbricare chitarre ed altri strumenti musicali da Domenico D’Addetta, meglio conosciuto come “Spulepettone”, erede di una lunga tradizione liutaria garganica. Fu Francesco Paolo a costruire nel lontano 1924 la chitarra battente che utilizzava fino a pochi mesi fa Andrea Sacco, uno dei più rinomati cantori di Carpino, esecutore per anni di tante serenate e tarantelle. Allora lo strumento costò ad Andrea ben 25 lire. Francesco Paolo era il punto di riferimento di tanti suonatori di Carpino e di Cagnano Varano. Costruì per loro, si dice, centinaia di strumenti, anche perchè è noto che durante le esibizioni canore e danzerecce spesso e volentieri si veniva alle mani e gli strumenti divenivano momenti di discordia e finivano per essere distrutti.
    Rocco è l’unico della famiglia, in tutto tre maschi e una femmina, ad aver ereditato la passione per tali strumenti. Dal papà ha appreso anche la tecnica esecutiva e l’accompagnamento dei canti, che ricorda ancora a mena dito. Già da piccolo, con i fratelli Matteo e Orazio, aiutava il papà nel suo laboratorio nel centro storico di Carpino. A nove anni, ricorda Rocco, si recava dalla vedova di “Spulepettone” per acquistare le corde. Costavano due lire. Il legname, quasi sempre ciliegio, abete, noce e acero, lo si ricavava dalla natura, raccogliendolo nei boschi di Monte Vernone. Tutto era realizzato a mano. Per costruire una chitarra, Francesco Paolo impiegava circa quindici giorni. I tasti, in tutto dieci, erano di corna di bue o di capra, debitamente lavorati, tagliati e drizzati a caldo. Il manico, solitamente di legno duro (ciliegio, noce o acero), veniva levigato con il vetro e rifinito con carta abrasiva. I piroli, sei nel caso di chitarre a cinque corde semplici (il modello più comune), o quattordici in quelle a tredici corde (più rare), erano inseriti nella paletta. Spesso, in base alla richiesta dei committenti, costruiva anche strumenti con cinque cori, a corde raddoppiate. La cassa dello strumento, dello spessore di circa tre millimetri e rigorosamente levigata con pialla e a forza di braccia, era formato da un fondo con doghe di legni nostrani duri, mentre il piano armonico era, per un fatto acustico, esclusivamente di abete. I disegni applicati sulla cassa, erano di cartoncino colorato con motivi di fantasia. Invece la rosa centrale era a forma di cono, chiusa in fondo da un cartoncino circolare. Questa dava allo strumento il suo tipico suono ovattato. I vari pezzi erano tenuti insieme da “colla di pesce”, assai puzzolente, ma di ottima tenuta. Il manico veniva incastrato alla cassa e tenuto da una vite o “centrella”. La paletta era inserita nel manico con un incastro a “V”. Le corde venivano ancorate al fondo della stessa cassa con dei chiodini. Per l’apprendimento iniziale dei ragazzi, realizzava anche piccoli strumenti denominati “chitarrini”, questa volta con fondo piatto. La costruzione delle tammorre era più complessa e impiegava un dispendio di tempo ed energie maggiori. Per prima cosa si dovevano conciare le pelli. La tecnica più usata era quella di immergerle in acqua fredda, con sale e cenere, per quattro-cinque giorni. Dopodichè si provvedeva a togliere il pelo con le unghie. A questo punto si stendevano le pelli sui cerchi, costruiti in precedenza con legni di varia natura. Dei secondi cerchi, di altezza più ridotta, venivano posti sui bordi superiori a bloccare il pellame, debitamente inchiodato. Le pelli venivano successivamente raschiate per una pulitura definitiva. Si provvedeva, quindi, ad eliminare con la punta del coltello il pellame residuo. Infine, si intagliavano i cerchi in orizzontale fino a formare delle piccole finestrelle a cui venivano fissati dei sonagli metallici (spesso di latta). Al loro interno, forse per aggraziare il suono, venivano posti dei campanelli. Tali strumenti hanno rallegrato per anni intere generazioni carpinesi e cagnanesi. Oggi Rocco Cozzola, che nella vita ha fatto un po’ tutti i mestieri, dal contadino all’elettricista, dal liutaio al carpentiere, si diletta a ricreare gli strumenti del padre, mettendo su splendide chitarre battenti, tamburelli, castagnole e “zighedèbù”, alla mercede per lo più di turisti, studenti e specialisti del settore. Lui dice di produrre in un anno una trentina di chitarre, una cinquantina di tamburelli e qualche decina di coppie di castagnole, realizzate tutte a punta di coltello.
    Ricorda ancora perfettamente le numerose serenate eseguite in paese, per i propri amori e per gli amori dei propri amici. Ricorda, per esempio, quando durante una delle tante serenate, uno dei cantori, non proprio intonato, suscitò l’intervento estemporaneo del papà della ragazza a cui era destinato il canto, che partecipò alla canzone con la propria voce. Ad ogni serenata partecipavano mediamente dieci-quindici persone. Il committente spesso ringraziava i presenti con litri e litri di vino e tante ciambelle. Non sempre, però, le serenate avevano funzioni amorose. In effetti, venivano richiesti i cosiddetti “stramurte”, meglio conosciuti come serenate di sdegno, nel corso delle quali si offendeva la donna amata, magari per un rifiuto ricevuto o per l’interruzione del fidanzamento da parte della ragazza. In questo caso succedevano litigi che potevano anche sfociare in omicidi.
    L’unico rammarico di Cozzola rimane oggi quello di non avere più discendenti interessati a proseguire questo mestiere secolare, che lui continua a svolgere quotidianamente nella sua tenuta di campagna. Infatti, nè i figli, nè i cinque nipoti lo hanno emulato. Lui spera, comunque, che qualcuno ci ripensi.

    Associazione Culturale
    Carpino Folk Festival
    Ufficio Stampa : trattino

    Pubblicato da festival | maggio 27, 2006, 4:30 pm

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