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“lasciarsi andare alla bellezza”

Teresa De Sio di Giorgio Maimone
"Attento a Teresa De Sio! E’ una che, se qualcosa non le va, si incazza!" "Devi intervistare la De Sio? Poveretto! Ieri a quello di Radio Popolare l’ha trattato malissimo". "Intervisti la De Sio? Chiedile se è vero che è cattivissima con i musicisti in scena".

Discussione

Un pensiero su ““lasciarsi andare alla bellezza”

  1. Avatar di Sconosciuto

    “Beh, se vuoi puoi intervistarla dopo il soundcheck … ma forse domani sarà più disponibile”. I primi segnali sono da far tremare i polsi: la vox populi vede Teresa De Sio in lattice e frustino, severa padrona e il povero cronista in balia del vento. Niente di più falso. Teresa è radiosa e solare, ben disposta al dialogo e a dispiegare tutto il fascino (ed è notevole) di cui è dotata. Più che un’intervista questa è la lunga storia di una seduzione per un’artista che ha attraversato, caratterizzandoli, quasi tre decenni della storia della canzone d’autore.
    Incontriamo Teresa nel suo albergo milanese, dalle parti di Corso Buenos Aires, sabato pomeriggio, poco prima del concerto per “Le donne dell’Isola”, organizzato dall’Isola che non c’era.

    Innanzitutto volevo dirti che “A sud! A sud!” ci è piaciuto così tanto che lo abbiamo inserito tra gli imperdibili del 2004. Su Bielle abbiamo paragonato il tuo disco a una “pastiera napoletana” …
    “Siete stati voi? Permetti? (Si alza e porge la mano) Qua la mano! Mi ha fatto proprio ridere l’accostamento. E poi la pastiera è il mio dolce preferito…”
    Quindi sei d’accordo con il concetto che volevamo esprimere?
    Mah, questo non lo so. Mi è piaciuta la similitudine, ma sai (sorride) io sono troppo indietro rispetto alle discussioni che derivano dal mio modo di cantare.
    Il tuo disco è un insieme di così tanti spunti e stimoli che lascia incerto però il cammino sul quale proverai a muoverti nel prossimo futuro. Ci sono dentro 4-5 anime. Oppure ritieni che il futuro sia degli ibridi?
    Pensa che io credo invece che “A sud! A sud!” sia uno dei dischi più unitari che abbia mai fatto. E al massimo vedo dentro due anime. Altri dischi che ho fatto in passato erano molto più “attraversati”. I dischi degli anni ’80 … Sarà forse che ho iniziato a cantare troppo presto. E non avevo nessuna voglia di farlo. Io mi ci sono trovata in mezzo a “Musicanova” soprattutto per le insistenze di Eugenio Bennato che voleva che io cantassi e diceva che la mia voce era esattamente quella di cui c’era bisogno. Ma io tutt’altro pensavo di fare che la cantante. E non mi piacevano neanche tanto i cantautori. Ascoltavo altra musica, avevo altri miti. Soltanto recentemente ho capito che dovevo tornare a fare i conti con la musica popolare e con la musica popolare napoletana in particolare. Noi come napoletani e come meridionali abbiamo un patrimonio musicale immenso. Uno dei motivi per cui io non volevo fare la cantante o comunque la musicista era che io non vedevo grandi strade percorribili in Italia. Ti sto parlando della fine degli anni ’70. Vedevo che c’era soltanto o una musica di scimmiottamento della musica angloamericana, che non mi interessava allora come non mi interessa ora, oppure una via assolutamente festivaliera di musica leggera che ugualmente non mi interessava allora come non mi interessa adesso. Il grande movimento di rinnovamento legato al rock bianco in quegli anni era già abbondantemente maturo, perché è precedente al mio arrivo. I grandi gruppi di musica rock che avevano fatto musica di questo tipo in Italia avevano già fatto tutto che dovevano fare …
    Tu in che anno hai iniziato?
    Nel ’77. I cantautori già esistevano e io non ero molto attratta da loro, devo dire la verità. Ero molto legata ad altre cose, alla musica afro-americana, al jazz. I miei miti in quegli anni, quelli che per me potevano rappresentare la musica … che però in quegli anni io vedevo già come “altro” da me, io potevo soltanto amarli e basta … erano Joni Mitchell, era Dylan era Joan Baez che è stata proprio il mio mito, io scappavo di cassa per andare a vedere i suoi concerti. E quindi non pensavo mai che ci potesse essere un modo per sfruttare questo “dono” che gli altri vedevano in me e mi dicevano “sai cantare”. Io rispondevo “’Mbè? E che cos’è la voce se non hai un contenuto? Se non sai cosa vuoi dire e se non sai cosa te ne vuoi fare?”. Lo pensavo allora in maniera nebulosa e confusa, istintiva come si può pensare a diciassette-diciotto anni. Lo penso anche adesso con un po’ più di consapevolezza …
    Beh, però ne hai fatte, ne hai dette e ne hai scritte di cose nel frattempo …
    Sì, è vero, però è per dire che allora proprio non sapevo cosa ne avrei fatto. Quando ho incontrato la musica popolare, quando c’è stata questa illuminazione nella mia vita, allora mi sono detta: “Capperi! Ma allora ce ne sono di cose da fare e da dire. Io sono meridionale, io sono napoletana, io posseggo questa lingua, io posseggo questa cultura, questa fortuna! So cantare, ho una certa musicalità, vado a vedere cosa si dice in questo mondo”. E così sono entrata quasi in punta di piedi nel mondo della musica popolare con Musicanova, ma poi non è stato più possibile per me fare altro, uscirne. Non mi è stata proprio data la possibilità pratica, fisica, tecnica. Abbiamo iniziato subito a fare dei concerti. E Musicanova in quel momento era una realtà straordinariamente interessante e affascinante. Io non ebbi la capacità di comprendere il significato di quello che stavo facendo subito, di appassionarmi e di iniziare a studiare. I tre anni fino all’80 in cui sono rimasta con Musicanova sono stati tre anni di esperienza sul campo fortissima, perché facevamo tantissimi concerti, in Italia e all’estero. Di esperienza tecnica e musicale, perché io non avevo mai suonato in pubblico. Il fatto che mi venisse data una chitarra in mano …
    Ma sapevi suonare?
    Sapevo fare due o tre canzoni di Dylan con i soliti due accordi, ma non è che sapessi suonare. Ho imparato tutto in quei tre anni. Ho incominciato a imparare e ancora sto imparando tantissimo, perché pur non avendo avuto dei veri maestri … anzi, ho avuto maestri, ma non insegnanti, gente da cui imparavo guardando; ho dovuto imparare da sola, ma ho dovuto imparare in fretta, perché non si scherzava. Non c’è stato né tirocinio, né gavetta. Il primo concerto che io ho fatto con Musicanova è stato al Teatro Tenda di Piazza Mancini con seimila persone in sala … c’era Renzo Arbore, c’era Federico Fellini … perché era una realtà interessantissima allora. Non ho potuto dire: “io questa cosa non la so fare”. “La sai fare?” “Sì” (ridiamo).
    La devi saper fare!
    E quindi ho imparato velocemente e mi manca, la sto recuperando un po’ adesso, la dimensione del gioco nel mio lavoro. Perché tutti iniziano a 17-18 anni nella cantina, con gli amici … io non ho avuto questo. Io mi sono trovata catapultata nell’occhio del ciclone, con grande peso e con grande responsabilità e ho dovuto imparare tutto, devo dire, divertendomi molto poco, perché ero sempre sotto pressione.
    Anche quando ti sei messa da sola ti “divertivi poco” o già di più?
    Anche allora poco. Ancora di meno. Devo dire che io sto iniziando in questi anni a divertirmi moltissimo a capire che cosa straordinaria sto facendo … straordinaria per me come esperienza. Perché adesso sono padrona di quello che faccio veramente, capisco quello che sto facendo, lo so fare, ho gli strumenti anche tecnici per poterlo fare, quindi mi diverto moltissimo. Ma allora no! Allora era molto faticoso. Appunto, io ho cantato per la prima volta nel ’78 e in quell’anno sono stata eletta – bontà loro, ancora li ringrazio – su tutte le riviste specializzate come miglior voce. Era però un’enorme responsabilità ed un enorme peso di cui dovevo in ogni caso essere all’altezza di questi meriti che mi venivano attribuiti. Poi quando ho lasciato il gruppo, perché nel frattempo avevo maturato …avevo cominciato a pensare se questa è la musica popolare, se queste sono le cose che ho imparato, se questo è lo stile e un modo di approcciarsi alla musica che è completamente diversa da quello della musica leggera, se questi contenuti li ho imparati, li amo e li condivido e li capisco posso usare queste cose per incominciare a raccontare anche un po’ di me. E quindi ho iniziato a fare questa cosa. E anche lì sono stata facilitata in una maniera … spudorata perché avevo già un contratto discografico, essendo membro del gruppo Musicanova e mi sono trovata a dover onorare un contratto discografico come solista, a differenza di chiunque altro fa il mio mestiere che passa mesi, se non anni, in giro per le case discografiche a cercare di farsi sentire. Invece a me hanno detto: “Oh, bella! Tu c’hai un contratto. Ci devi fa’ due dischi!” Uh! Due dischi? Devo fare dischi? Allora il mio destino è questo! (ridiamo)
    E il primo o il secondo di questi diventa uno dei dischi più venduti di quel periodo, un successo da un milione di copie. Per intenderci il disco con “Pianoforte e voce”, “Marzo”, Voglia ‘e turnà”
    Il secondo, “Teresa De Sio”. Il primo era “Sulla terra, sulla luna” che era un disco interessante, però molto di rottura. Io avevo l’ansia di rompere con quello che avevo fatto prima, ma non sapevo in quale direzione. Quindi è un disco confusionario, ma in quella confusione c’erano alcune idee forti, un po’ mie e tante dei musicisti che lavoravano con me allora che erano soprattutto Gigi De Rienzo e Francesco Bruno. Gigi era uscito come me da Musicanova, assieme a Robert Fixx che era il sassofonista. In pratica ci eravamo divisi: metà dei musicisti vennero con me, metà continuarono con Eugenio. E quindi mi sono trovata lì, con il secondo disco che ha venduto un milione di copie …
    A tutt’oggi è ancora il tuo disco di maggior successo?
    Sì sì, oggi ancora vende.
    E da lì è iniziata la giostra … dischi con Paul Buckmaster, dischi d’oro, grande giro …
    Da lì in po’ ho capito che non c’era più verso di tornare indietro, più verso di uscire, niente da fare…
    Senti però tra il tuo ultimo disco di studio (“Un libero cercare”) e questo sono passati nove anni. E’ vero che in mezzo hai fatto altri due dischi, ma uno era “La notte del dio che balla” che non è solo tuo e l’altro “Primo viene l’amore” che è sostanzialmente una raccolta. Ci sono dei motivi alla base di un intervallo così lungo? E’ casuale? E’ perché eri presa da altri progetti? O avevi bisogno di star ferma?
    (SIlenzio. Un silenzio lungo. Teresa riflette prima di parlare e tante idee sembrano girarle in testa. Le esprime in un soffio, in un sospiro) Tante cose insieme.
    Intanto negli anni ’90 sono cambiati molto anche i miei rapporti con la discografia. Ed è cambiata la discografia tout court. E non vedevo grande spazio, grandi possibilità.
    Gli anni ’90 per me sono stati un decennio molto particolare in cui ho fatto tre dischi. E sono stati i miei dischi più di tutti legati alla canzone d’autore. A me come autrice, come narratrice e come compositrice. Sono stati tre dischi (soprattutto “La mappa del nuovo mondo” e un “Libero cercare”) per me “fondamentali” perché mi sono verificata proprio sul piano della scrittura . Ho scritto in italiano, tantissimo. Sono proprio stati anni in cui ho messo da parte la mia anima legata alla musica popolare. Già da prima. Già con le collaborazioni con Brian Eno e con Paul Buckmaster l’avevo messa da parte. Anzi, lì ancora di più.
    Però devo dire che … sotto sotto non è vero nemmeno tutto questo. Perché comunque la musica popolare, a parte lo stile che ti insegna, ti insegna anche uno stile di vita e un modo proprio di approcciarsi alla musica che sotto sotto io mi sono sempre tenuta attaccata addosso … questo desiderio di fare una musica che potesse servire a qualche cosa, che non fosse una musica legata al consumo immediato, che fosse una musica … per lo meno nelle intenzioni … di cui potesse restare qualcosa. Nella testa, nell’anima, nel cuore di chi l’ascolta, anche dopo che la musica ha smesso di suonare. Una musica che genera eco, che risuona negli altri. E questa è una cosa che mi ha insegnato la musica popolare e che io mi sono sempre portata dentro. Anche quando ho suonato a Londra con Brian o con Paul Buckmaster o quando ho scritto le canzoni in italiano, quando ho cantato con Ivano Fossati, con Fabrizio De André, quando ho fatto queste esperienze che sono di carattere un po’ o molto distanti ufficialmente. In realtà per me non lo erano del tutto.
    Perché c’era questa formazione di base unitaria?
    Questa formazione di base che mi ha sempre accompagnato. E poi però alla fine degli anni ’90 ho cominciato … tutto è nato da questa considerazione! Dal fatto che io per scrivere in italiano e per raccontare le canzoni come autrice e come cantautrice avevo molto messo da parte la mia vocalità di cantante. Mi sono molto punita in quei dischi come cantante, mentre ho valorizzato moltissimo la profondità di quello che io sono. Epperò mi sono molto penalizzata come cantante, perché per raccontare una storia non puoi invadere la storia con le tue esibizioni vocali. Devi essere un po’ al servizio della storia. Questa cosa meravigliosa che ci hanno insegnato grandi come Fabrizio! Non a caso quello era un periodo in cui c’è stato l’incontro con Fabrizio, la frequentazione, il pezzo insieme. E io mi ispiravo molto a questo.
    Un bell’ispirarsi!
    Sai no, come ha sempre cantato Fabrizio? Pur avendo una voce meravigliosa e irripetibile non ha mai fatto del virtuosismo, assolutamente. E questo perché lui anche condivideva questa idea: noi siamo narratori e la voce è solo uno strumento della tua narrazione. Però alla fine degli anni ’90 questa cosa cominciava un pochino ad affaticarmi. Poi sai, la vita ti insegna cose e ti insegna anche che non è vero che la voce è soltanto una parte del corpo, ma che la voce è una parte dell’anima.
    Anche.
    E che quindi anche facendo un vocalizzo tu puoi comunicare dei contenuti. Io ero un po’ “bacchettona” su questi temi. “No, no, per carità, niente vocalizzi. Niente! Per carità, per carità” (ridiamo). Sai, come una donna molto bella che teme la propria bellezza e allora si mortifica un po’ per far vedere di essere anche intelligente! Praticamente facevo così: in quegli anni ero una donna molto bella che voleva far vedere di essere anche intelligente. Poi mi sono resa conto che l’intelligenza è esattamente come la bellezza: si vede! (sorride). E quindi potevo anche un po’ lasciarmi andare alla bellezza. Questo da una parte, come prima considerazione. E indubbiamente la musica su cui la mia vocalità si esercita meglio, si esprime al massimo rimane la musica napoletana, la lingua napoletana, che è sonora, e il mio mondo di compositrice musicale più legata agli anni ’80 e la musica popolare. Questi sono i range musicali all’interno dei quali la mia voce si esprime con più abbandono, con più sensualità, con più potere. E ho cominciato a riconoscerlo questo potere, perché prima non avevo la maturità per riconoscerlo. E poi tante cose insieme: circostanze curiose. Mi sono ritrovata tra le mani il vecchio disco di Musicanova che non ascoltavo da vent’anni …
    Ti è piaciuto riascoltarlo?
    (Si illumina) Era ‘na bbomba! Non è stato fatto mai più niente di simile nella musica popolare.
    L’album bianco, no?
    I due album bianchi! “Quanno turnammo a nascere” e “Musicanova”. Posso dire veramente che non è mai stato fatto nulla di simile, di così potente, dopo. Non è stata replicata quell’esperienza, così dirompente, così innovativa, peraltro così fortemente politicizzata. Io non mi ricordavo … vedi com’ero impreparata? Non mi ricordavo l’impatto politico che avevamo coi nostri testi. E va beh …
    Tutte queste cose, la situazione in cui viviamo adesso, il nostro mondo … tante cose insieme … hanno fatto sì che iniziasse a spingere forte un’altra volta dentro di me questa voglia di riprendere la musica popolare.
    E’ come se anche tu ti fossi chiesta: “Quanno turnammo a nascere?”
    “Quanno turnammo a nascere”, esatto! (Ridiamo) E allora in quel periodo ho iniziato a pensare a come mettere insieme un nuovo lavoro. Poi ci sono stati dei viaggi in Puglia, dei ritorni in Puglia, in certi luoghi, in certi posti, dove avevo sentito per la prima volta suonare la pizzica. Credo di essere stata la prima voce, non di contadina pugliese a cantare la pizzica in Italia. Era una cosa per me che era stata formativa. E tutte queste cose insieme, un tassello, un altro tassello, un altro tassello …
    … hanno portato a questo nuovo disco.
    In più una forte crisi con la mia casa discografica di allora che era la CGD che vedevo non gradiva le mie scelte e un’assoluta intolleranza da parte mia nei confronti della discografia in genere. Con cui non intendo avere rapporti. Proprio non mi interessa! Non voglio sentire le loro parole, non voglio sentire le cose che dicono, non mi interessano i loro argomenti. Ho pena della loro crisi, perché è un crisi che non mi riguarda come artista. E’ la crisi di un gigante obsoleto che sta morendo. Perché non se ne sono accorti i discografici, ma stanno morendo. E ho veramente pena di loro. (Sorride) Forse è un po’ duro quello che sto dicendo, però proprio non ci voglio avere a che fare.
    Peraltro emergeva anche. Era una domanda che volevo proprio farti. C’è sempre stata una tua attività concertistica molto viva, molto intensa, a cui non è corrisposta un adeguata produzione discografica. Hai prodotto veri e propri spettacoli. Per cui si nota proprio questo netto stacco tra l’attività dal vivo e quella su disco. Ad esempio, secondo me, “Da Napoli a Bahia, da Genova a Bastia” sarebbe stato un disco dal vivo favoloso!
    Ti ringrazio
    No, davvero. Io ti ho visto un paio d’anni fa alla Cascina Monlué ed era una serata in cui non si sarebbe voluto più smettere di cantare e di ballare assieme a te. Eppure non è mai uscito disco. Però, ad esempio, a me ha dato l’opportunità di andare a scoprire delle canzoni che, al momento della loro uscita su disco mi ero perso, come “Anima lenta” o “Caffè nel campo”. Tutti da dischi che nel frattempo erano finiti fuori catalogo, no?
    Sì, perché nel frattempo .. altra cosa di cui devo ringraziare la discografia … è che ha messo fuori catalogo dei miei dischi. Adesso hanno rimesso in catalogo “Toledo e Regina” …
    Tutto è tornato in catalogo?
    No. Hanno sempre in catalogo “Teresa De Sio” perché continua a vendere, hanno rimesso in catalogo “Toledo e Regina” e “Ombre rosse”. Ma, per esempio, i dischi che ho fatto con Brian Eno sono introvabili. Sono recuperabili in America o in Inghilterra, ma non in Italia. E questa per me è una lacerazione fortissima….
    Appunto, un disco dal vivo poteva essere lo strumento per riappropriarti di parte del tuo catalogo.
    Sì, ma dovrei fare tipo sette dischi dal vivo, perché ad esempio, per recuperare il lavoro con Brian dovrei fare un disco solo di quello. Perché non posso mischiare quello con la pizzica, va bene che sono schizofrenica, ma fino a un certo punto (ridiamo).
    Comunque in “A sud! A sud!” ho trovato più delle due anime che vedi tu, ossia musica popolare e musica napoletana: ci sta quella di musica popolare, quelle di musica napoletana, quella da canzone d’autore, quella brasiliana … perfino il rap…
    (Sbuffa) Uffa! Lo sapevo che andava a finire così!
    No, ma tutto quanto insieme viene bene

    Viene bene, sì. (ridiamo) Non si deve buttar tutto come diceva (grandissima!) Sabina Guzzanti, qualche anno fa quando faceva una mia imitazione anni fa e diceva: “sì, perché io ho fatto un disco di world music: ho messo un po’ di tarantella, un po’ di blues, un po’ di jazz, un po’ di rock , un po’ di pop” “Ah, e che cosa è uscito fuori?” “Eh, niente, ho dovuto buttà tutto perché era venuto male!” La trovo meravigliosa! (ridiamo)
    Ma questa volta non è da buttare, è da conservare.
    Questa volta è “venuto bene”.
    “Da Napoli a Bahia” quindi non diventerà un disco? Non ci sono speranze?
    “Da Napoli a Bahia” no, purtroppo no. Anche perché per adesso io sono molto concentrata su “A sud! A sud!” e su “Craj” che è un po’ il papà di “A sud! A sud!” nel senso che se non ci fosse stata tutta la storia di Craj, forse non mi sarei convinta a fare un disco come “A sud! A sud!”. E quindi sono molto concentrata su questa cosa anche perché amo Craj più di qualsiasi cosa abbia mai fatto. Trovo i protagonisti di Craj, gli anziari cantori di Caprino, Uccio Aloisi e Matteo Salvatore geniali… Tu l’hai visto Craj?
    No, non mi sembra che sia passato da Milano.
    Come no? Abbiamo fatto il Leoncavallo! Una mitica serata in cui c’era talmente tanta gente che abbiamo iniziato all’una di notte, perché non si riusciva a fare entrare tutti. Lo rifaremo comunque. Craj tra l’altro ha ispirato la lavorazione di un film che è un film in parte di fiction e in parte documentaristico sullo spettacolo, sulla storia narrativa che ci sta sotto … perché Craj è uno spettacolo che è musica, concerto, teatro equestre, festa di piazza, allestimento. Lo stesso spettacolo è un’installazione, fatta da un artista come Michele Mariani. All’interno di questa installazione enorme che occupa circa mille metri quadri di terreno, ci sono quattro palchi coperti di tela di sacco, due recinti come i recinti per i cavalli, di legno, oblunghi, dentro i quali viene contenuto il pubblico; al centro un enorme corridoio con un palco con un albero della cuccagna, tutte le luminarie come da festa di piazza che scendono a pioggia e coprono tutto: palco e pubblico e installazione. All’interno di questa installazione si svolgono questi concerti su questi quattro palchi; in mezzo al pubblico e nei corridoi si svolgono delle azioni equestri, perché Giovanni Lindo Ferretti che è il co-protagonista e co-autore, insieme a me, di Craj, entra in scena a cavallo. Ci sono azioni sceniche, processioni, coinvolgimento di pubblico, diamo da bere e da mangiare …
    E’ uno spettacolo difficilissimo e complicatissimo, ma meraviglioso. Lo posso dire: è l’unica cosa che ho fatto di cui posso dire che è meravigliosa! (Ride)
    Si potrebbe dire, e quello che stai raccontando lo conferma, che il disco ti stia “stretto” in questo periodo e che trovi più soddisfazione con gli spettacoli?
    Sì, questo sempre. Il disco per me è stato sempre più o meno una mazzata in fronte, perché devi andare lì, fare tutto bene e invece io ….
    Per questo, vedi, servirebbe un disco dal vivo …
    Comunque “A sud! A sud!” è stato fatto un po’ con un’ottica da disco dal vivo. Perché è fatto quasi interamente in diretta, con i musicisti che conoscevano i pezzi, abbiamo provato e abbiamo registrato in uno studio di registrazione grande, dove potevamo suonare tutti insieme, con i suoni separati di modo che si poteva rifare o aggiustare. Però ha quello spirito lì. D’altra parte è un tipo di musica che non può che avere quello spirito e non può che essere suonata in quel modo. E perciò mi è piaciuto molto. Posso dire che è un disco che mi sono portata dentro per vent’anni e che poi ho realizzato in venti giorni. Quasi tutto “buona la prima”. Compresi alcuni sbagli, alcuni errori, ma ben vengano! Come cantava Fabrizio assieme a me in “Un libero cercare”: “E benvenuto sia ogni abbaglio del cuore / benvenuto sia anche l’errore”.
    Fabrizio per te è stato molto importante, no? Oddio, a dire il vero per chiunque … Tu hai reso tre grandi versioni di tre canzoni sue: “Girotondo” con gli Yo Yo Mundi, “La ballata del Miché” su Faber e “Le acciughe fanno il pallone” dal vivo in “Da Napoli a Bahia” …
    E invece Fabrizio ha cantato assieme a me in “Un libero cercare” e per me è stata una cosa meravigliosa. Fabrizio che canta una mia canzone! Mai nella vita avrei potuto pensare che mi sarebbe successa una cosa simile!
    L’ha fatto solo cinque o sei volte …
    Ma forse manco! Certo per me è stato importante. Da piccola, mia madre e mio zio sentivano le canzoni sue, sono stati i primi a portare dentro casa i dischi di Fabrizio. Io mi ricordo benissimo la volta che mio zio portò per la prima volta dentro casa il disco con “Via del Campo”, chiamò mia madre, si chiusero nello studio e sentirono questa canzone dove c’erano “le parolacce”. Io ero piccola e non potevo sentire le parolacce. Chiaramente questa cosa scatenò la mia immaginazione, stavo con le orecchie incollate e pensavo: “Chi è questo padreterno che fa delle cose che io non posso sentire?” Da quel momento per me Fabrizio è diventato “la cosa da capire”. E poi, crescendo, quando ho cominciato a prendere la chitarra in mano così per gioco, tra le prime canzoni da fare c’erano le sue. L’unico dei cantautori italiani che mi piacesse, perché, come ti dicevo prima, io non sono cresciuta coi cantautori italiani, non mi hanno mai molto interessato. Ho apprezzato “dopo” le cose straordinarie che hanno fatto, però allora non me ne fregava tanto. Però Fabrizio sì! Fabrizio aveva una cosa … era Fabrizio insomma! Riusciva a parlare contemporaneamente a tutte le età. E poi quando con il tempo ho comunicato a essere anch’io musicista l’ho incontrato e tutte le volte che ci siamo trovati anche per caso, lui non ha mai perso l’occasione di dirmi che io gli piacevo molto. E questa per me era la cosa importante. Per questo, quando scrissi “Un libero cercare” pensai “Madonna! Se la cantasse Fabrizio con me!” Però non avevo il coraggio di andarglielo a chiedere. Insomma, poi lui invece ha detto subito sì. “E perché sì?” mi sono chiesta io. (ride). Sai come la battuta di Troisi? “Signorina la posso accompagnare?” “No” “E perché no?” “Perché non voglio” “E perché?” e poi quando lei alla fine dice di sì: “E perché sì?”. (ridendo) Qui gatta ci cova, mi sono detta: perché mi ha detto subito sì?
    Allora: Bob Dylan, Joni Mitchel e Joan Baez all’epoca, Fabrizio tra gli amori che sono venuti dopo … ma adesso che musica ascolti? Per il tuo puro divertimento, intendo.
    Guarda, devo dire la verità. Adesso ascolto molto la musica di questi vecchi cantori di Carpino, che hanno 80 anni, di Uccio, di Matteo Salvatore soprattutto! Matteo Salvatore è un grandissimo! E’ inventore! Perché è stato il primo (e poi insieme a lui Domenico Modugno) a inventare la fusione tra la canzone dialettale, la musica popolare e la canzone d’autore. Loro sono stati i primi. Poi Matteo ha avuto una vita travagliatissima, ricca di episodi molto forti, ha passato anche anni in prigione. La sua vita è stata molto segnata. E ancora adesso è molto segnata, ma io spero che, col fatto di averlo portato, riportato in scena con Craj, lui si stia riprendendo moltissimo, anche come salute. Sta rinascendo a ottant’anni. Quando io sono andata a casa sua, la prima volta un anno fa, lui era messo molto male: viveva in una situazione di totale abbandono e totale miseria. E malattia e solitudine totale. Totale. In un basso di Foggia. Era molto molto malato. Tra le cose che io ho fatto c’è stata quella di farlo curare, di portarlo in scena e lui piano piano sta rinascendo. A differenza degli altri anziani come i suonatori di Carpino o Uccio Aloisi che hanno ottant’anni a loro volta e sono anche più anziani, perché Zio Antonio Piccinino ha 88 anni, ormai quasi 89 e quando facciamo lo spettacolo loro suonano e cantano, fanno il viaggio, il soundcheck che per uno spettacolo di questo tipo è molto gravoso, fanno tutto lo spettacolo e poi andiamo a cena: io sono morta e loro cantano e suonano fino alle quattro del mattino! Io sto stesa a terra sotto il tavolo, questi c’hanno 80 anni e non so come fanno! Guarda, è una cosa straordinaria!
    Quindi ascolti e ti piace la stessa musica che fai., in pratica?
    Sì, anche se poi io non faccio esattamente quello che fanno loro, cerco di metterci “un po’ di mio”, insomma. No, mai poi in realtà mi piacciono anche … Io, in realtà non posso essere sincera su questa domanda. Nel senso che a me piacciono talmente tante cose. A me piacciono i Green Day, capito? Ma io posso dire che mi piacciono i Green Day?
    E perché no?
    Sì, ma dai! E’ strano!
    Piacciono a tanta gente. E poi non sono niente affatto malvagi.
    No, non sono malvagi. Buttali via! Voglio dire ho anche delle passioni … ma non ci sono però cose che mi appassionino particolarmente ultimamente, anche nel panorama internazionale. A parte delle cose interessanti, dei gruppi come Radiohead che mi interessano … e poi la musica brasiliana, quella di Lenine, di cui ho tradotto “Stelle” nel mio ultimo disco.
    Parliamo, come ultima domanda, perché so che devi andare a fare il soundcheck, di questa nuova tournée. Oggi siete solo in tre: tu alla chitarra e voce, Giuseppe De Trizio, mandolino e chitarra e un violino. E’ la formazione della tournée?
    No. Noi iniziamo il 10 di marzo da Napoli e faremo concerti fino a fine aprile con sei musicisti sul palco: ritmica, tamburi, percussioni. Quindi sarà un concerto di grande impatto ritmico e di ballo.
    Però è interessante anche la formazione a tre …
    Moltissimo! Poi io mi diverto tanto. Per me è piacevole anche cantare solo con una chitarra. C’è quello e quello: il momento in cui devi cantare e conta di più la tua voce e c’è anche il momento in cui conta sempre la tua voce, ma anche la pulsazione ritmica che arriva dal palco, tipo quando suoni delle pizziche o delle tarante, che nei miei concerti non mancheranno.
    Del tuo repertorio “storico” cosa farai?
    Devo vedere. Ancora non lo so con precisione. Qualche cosa sì: chiaro che le canzoni come Aumm Aumm che ho rimesso in questo disco la faccio di sicuro. Poi nella versione come la facciamo adesso è talmente vicina a tutto quello che c’è nel concerto che non potrei toglierla.
    Sì e devo dire che la fine del tuo disco, già così com’è, mi sembra la fine ideale di un concerto dal vivo.
    E’ fatta in diretta. E ti dirò di più che la voce con cui ho cantato sia in Aumm Aumm che nella pizzica sono le voci guida e sono rimaste su disco. Erano le voci destinate a essere rifatte e invece sono rimaste così, perché era talmente tutto live il suono che non potevi toglierle. Era proprio un live
    Mancavano solo gli applausi del pubblico, ma te li potevi benissimo immaginare.
    E ci saranno quando lo faremo dal vivo. Certo non mancheranno anche i pezzi miei storici come “Voglia ‘e turnà” o “Pianoforte e voce”, i pezzi che so che chi mi viene a sentire gli fa piacere se glieli canto.

    Beh, direi che siamo arrivati alla fine … e non mi hai mangiato!

    Devo dire che la faccenda della pastiera mi aveva ben disposta.

    "Mi piace"

    Pubblicato da festival | Maggio 14, 2005, 6:33 am

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